Incontro con l'ex Presidente della Confederazione e Consigliera federale PS, parlando di antifascismo, neutralità, impegno e… felicità
Ruth Dreifuss – Essere umani è la cosa più importante
Sergio Rossi – In Europa famiglie esposte per 440 miliardi nella “bolla” AI considerata quasi inevitabile
Incontro con l'ex Presidente della Confederazione e Consigliera federale PS, parlando di antifascismo, neutralità, impegno e… felicità
Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria
- Le interviste precedenti a Sergio Rossi
Squadre e squadracce
Incontro con l'ex Presidente della Confederazione e Consigliera federale PS, parlando di antifascismo, neutralità, impegno e… felicità
Comunicato del Gruppo 24 Maggio, del Gruppo Volontari·e Ticinesi per i Diritti Umani in Palestina e dell’Associazione SHWAG (Swiss Healthcare Workers Against Genocide)
Lo sport non è neutrale
I gruppi 24 maggio – promotori delle manifestazioni unitarie di Bellinzona e dell’iniziativa delle cartoline al Festival del film di Locarno 2025 –, Shwag (Swiss Healthcare Workers Against Genocide) e Volontari·e Ticinesi per i Diritti umani in Palestina – promotori dello sciopero della fame del personale sanitario davanti al Palazzo federale e degli appelli al Consiglio federale che hanno contribuito alla decisione di accogliere feriti della Striscia di Gaza – si rammaricano della decisione di ospitare a Lugano la partita tra il FC Lugano e il Maccabi Tel Aviv.
A Gaza e nei territori palestinesi occupati la violenza e la crudeltà esercitate sulla popolazione civile, insieme al disprezzo del diritto da parte del governo israeliano, hanno raggiunto limiti estremi. Autorevoli osservatori nel mondo, tra i quali lo storico israeliano Omer Bartov, studioso dell’Olocausto, hanno definito quanto sta avvenendo a Gaza un genocidio, e Pogrom le violenze dei coloni in Cisgiordania, sostenute dal governo e dall’esercito israeliani. Di fronte a questa realtà, ogni strumento di pressione sul governo e sull’opinione pubblica israeliana deve essere utilizzato dagli stati che hanno sottoscritto le convenzioni di Ginevra.
Le collaborazioni sportive, culturali e scientifiche, come quelle economiche – per non parlare delle indecenti cooperazioni militari – che il nostro Paese continua a intrattenere non sono neutrali. Anche in Israele, esponenti della minoranza pacifista sostengono che solo una forte pressione internazionale, a tutti i livelli – anche il rifiuto di giocare una partita di calcio – possa incrinare il consenso che permette il protrarsi di questa politica e contribuire a smantellare il sistema di oppressione e ingiustizia in atto.
È dunque deplorevole che la UEFA continui ad ammettere alle proprie competizioni squadre israeliane come il Maccabi Tel Aviv. Lo sport non può dichiararsi neutrale di fronte a gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale: gli stessi criteri che hanno portato -giustamente – a escludere gli atleti russi dalle competizioni internazionali devono valere per ogni Paese.
Considerati i precedenti della tifoseria del Maccabi, nota per il sostegno all’occupazione israeliana e per ripetuti comportamenti violenti, e quanto avvenuto ad Amsterdam, con cori suprematisti e bandiere palestinesi strappate, i nostri tre gruppi scelgono di non partecipare a una protesta diretta sul campo, per evitare provocazioni e una possibile escalation.
Decidere di non essere allo stadio non significa però tacere. Rifiutare la logica della forza deve far apparire ciò che oggi manca: l’uso della ragione critica e dell’empatia, il bisogno di verità e giustizia.
Se la nostra scelta è quella di rifiutare il terreno della provocazione e dello scontro, è anche per chiedere alla politica di fare la sua parte. Il Municipio di Lugano e il Governo ticinese devono assumere le loro responsabilità ed esprimere una posizione chiara. Anche il FC Lugano, che ospita la partita, non può considerarsi estraneo alla questione.
La presa di distanza dell’onorevole Badaracco rispetto alla partecipazione del Maccabi alle competizioni UEFA è un primo, ancorché timido, segnale. Vorremmo che altre voci politiche e istituzionali prendessero posizione con ancor più chiarezza, come il Governo ticinese ha saputo fare il 28 maggio 2025 quando richiese al Consiglio federale una ferma condanna delle azioni di Israele.
Testo dell’interrogazione di Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini (MPS) al Consiglio di Stato
In occasione della partita FC Lugano–Maccabi Tel Aviv: quali misure per prevenire disordini, violenze e comportamenti razzisti?
La prossima sfida internazionale che vedrà il FC Lugano affrontare il Maccabi Tel Aviv (20 agosto) suscita, oltre all’interesse sportivo, anche alcune importanti preoccupazioni sul piano della sicurezza e dell’ordine pubblico, considerato il possibile arrivo in Ticino di un numero significativo di tifosi della squadra israeliana.
La preoccupazione nasce pensando ai gravi fatti verificatisi ad Amsterdam in occasione della partita Ajax–Maccabi Tel Aviv del 7 novembre 2024 e ai quali ha dato ampio risalato la stampa internazionale.
Gli avvenimenti di Amsterdam hanno infatti dimostrato quanto rapidamente una partita di calcio possa trasformarsi in una situazione di grave ordine pubblico quando alla rivalità sportiva si sovrappongono le tensioni legate al conflitto israelo-palestinese.
Le autorità olandesi hanno documentato una situazione estremamente complessa, nella quale gruppi diversi si sono deliberatamente cercati e provocati, sfociando in episodi di violenza particolarmente gravi. Nella notte tra il 7 e l’8 novembre 2024 persone di origine ebraica, o ritenute tali, furono oggetto di minacce, intimidazioni e aggressioni.
Al tempo stesso, nelle ore precedenti e successive alla partita furono documentati anche comportamenti violenti e provocatori da parte di alcuni sostenitori del Maccabi Tel Aviv, comprese condotte descritte come anti-arabe e razziste, nonché episodi di vandalismo e aggressività nei confronti di persone e simboli legati alla Palestina. Fonti giornalistiche olandesi hanno immagini nelle quali alcuni sostenitori del Maccabi pronunciavano slogan anti-arabi e strappavano una bandiera palestinese.
Un ulteriore elemento che merita attenzione riguarda i rapporti tra una parte della tifoseria del Maccabi Tel Aviv e l’esercito israeliano (IDF). In diverse occasioni è stata documentata la presenza, tra i sostenitori del club, di persone con un passato o un’attuale appartenenza alle forze armate israeliane, così come la partecipazione di gruppi di tifosi caratterizzati da una forte connotazione politica e nazionalista. Alla luce del contesto internazionale e delle tensioni legate al conflitto israelo-palestinese, appare legittimo chiedersi se le autorità dispongano di informazioni sufficienti circa la composizione e le caratteristiche dei gruppi organizzati di tifosi attesi in Ticino.
La questione assume particolare rilevanza qualora tra i sostenitori presenti vi fossero persone già note alle autorità per comportamenti violenti, intimidatori, razzisti o per il coinvolgimento in episodi di ordine pubblico, indipendentemente dal loro eventuale ruolo o appartenenza alle forze armate. È pertanto opportuno chiarire se, nell’ambito dello scambio di informazioni con le autorità israeliane e con gli organismi internazionali competenti, siano state effettuate verifiche anche sulla presenza di eventuali soggetti appartenenti o precedentemente appartenuti all’IDF che risultino coinvolti in episodi rilevanti sotto il profilo della sicurezza. Tali verifiche dovrebbero naturalmente essere condotte sulla base di elementi concreti e nel rispetto della legislazione applicabile, senza trasformare l’appartenenza a un’organizzazione o a una forza armata in un criterio automatico di esclusione.
Proprio la complessità di quanto accaduto dovrebbe però indurre le autorità ticinesi ad adottare, con largo anticipo rispetto alla partita, una valutazione approfondita del rischio.
Non si tratta infatti di criminalizzare una tifoseria o di attribuire comportamenti individuali all’insieme dei sostenitori del Maccabi Tel Aviv. Si tratta piuttosto di capire se le autorità dispongano di informazioni sufficienti per identificare eventuali persone o gruppi già noti per comportamenti violenti e se siano state predisposte misure adeguate per impedire che episodi analoghi a quelli verificatisi ad Amsterdam possano ripetersi sul territorio ticinese.
La Svizzera dispone già di strumenti specifici in questo ambito. Il sistema HOOGAN permette di registrare persone che hanno manifestato comportamenti violenti durante manifestazioni sportive in Svizzera o all’estero e nei cui confronti è stata adottata una misura. Inoltre, fedpol assicura lo scambio di informazioni con le autorità estere e può adottare, in presenza dei presupposti di legge, divieti d’entrata nei confronti di tifosi violenti. I Cantoni dispongono inoltre di diversi strumenti preventivi, tra cui divieti di accesso a determinate aree, obblighi di presentarsi e fermi preventivi.
L’obiettivo dell’interrogazione e di garantire che una manifestazione sportiva non diventi il pretesto per importare nel nostro Cantone le tensioni, le provocazioni e le violenze che si sono già manifestate altrove.
La sicurezza delle persone e la lotta contro ogni forma di razzismo e antisemitismo devono essere garantite senza doppi standard e senza distinzione rispetto all’origine degli autori dei comportamenti illeciti.
Alla luce di quanto sopra, si chiede al Consiglio di Stato:
- Se sia a conoscenza dell’afflusso previsto di tifosi del Maccabi Tel Aviv in occasione della partita contro il FC Lugano e quale sia la stima attuale del loro numero.
- Se abbia effettuato, o intenda effettuare, una specifica valutazione del rischio connesso alla presenza in Ticino di tifosi del Maccabi Tel Aviv, tenendo conto dei gravi disordini verificatisi ad Amsterdam nel novembre 2024.
- Se siano già stati avviati contatti con fedpol, il National Football Information Point (NFIP), le autorità israeliane, le autorità olandesi e le competenti autorità di sicurezza internazionali, al fine di acquisire informazioni su eventuali persone o gruppi di tifosi del Maccabi Tel Aviv già noti per episodi di violenza, razzismo, antisemitismo, comportamenti intimidatori o altri reati commessi in occasione di manifestazioni sportive.
- Se le autorità ticinesi intendano verificare, attraverso gli strumenti messi a disposizione dalla Confederazione, l’eventuale presenza di tifosi soggetti a misure di polizia o registrati nel sistema HOOGAN.
- Quali misure preventive concrete siano previste per impedire che eventuali tifosi già noti per comportamenti violenti possano entrare in Ticino o raggiungere le zone interessate dalla partita, e in particolare se il Cantone intenda sottoporre a fedpol eventuali richieste di competenza federale relative a divieti d’entrata.
- Quali misure siano previste per prevenire eventuali provocazioni o scontri al di fuori dello stadio, in particolare nelle stazioni ferroviarie, nel centro di Lugano, nei luoghi di ritrovo dei tifosi e lungo gli eventuali percorsi organizzati delle tifoserie.
- Se siano previsti specifici dispositivi di sicurezza per prevenire episodi di razzismo, antisemitismo, incitamento all’odio o violenza, indipendentemente dall’origine o dall’appartenenza dei loro autori.
- Se il Cantone abbia previsto un coordinamento specifico con il FC Lugano e con gli organizzatori della partita, affinché siano adottate misure preventive anche all’interno e nelle immediate vicinanze dello stadio.
- Se il Consiglio di Stato ritenga sufficiente l’attuale dispositivo di sicurezza oppure se, alla luce dell’esperienza di Amsterdam, intenda adottare misure straordinarie di prevenzione e controllo.
- Quali siano, in caso di comportamenti violenti o di grave turbativa dell’ordine pubblico, le procedure previste per l’identificazione, il fermo e l’allontanamento dei responsabili, nonché per impedire loro di partecipare a future manifestazioni sportive in Ticino.
- Se il Consiglio di Stato intenda informare preventivamente la popolazione e i Comuni interessati circa le misure adottate, garantendo nel contempo che la sicurezza dei cittadini, dei tifosi e delle comunità presenti sul territorio sia tutelata senza discriminazioni.
- Infine, se il Consiglio di Stato ritenga che, qualora emergessero elementi concreti di rischio riguardanti singoli tifosi o gruppi organizzati, esistano strumenti giuridici sufficienti per impedire il loro ingresso o la loro permanenza sul territorio cantonale e, in caso contrario, quali ulteriori strumenti ritenga necessari.
Presa di posizione della Sezione PS di Lugano
Il PS Lugano guarda con orrore al genocidio in corso a Gaza, alla distruzione sistematica del territorio palestinese e alle gravissime violazioni del diritto internazionale commesse dal governo e dalle autorità israeliane. Di fronte al massacro della popolazione civile, alla fame utilizzata come strumento di guerra, all’occupazione e alla colonizzazione dei territori palestinesi, il silenzio e l’inazione non sono più accettabili. La Svizzera deve assumere una posizione chiara, adottare misure concrete nei confronti del governo israeliano e lavorare per una pace giusta fondata sul riconoscimento dei diritti del popolo palestinese.
In vista della partita di Conference League tra FC Lugano e Maccabi Tel Aviv di giovedì 20 agosto a Cornaredo, il PS Lugano denuncia inoltre l’ipocrisia delle istituzioni calcistiche nazionali e internazionali. Non è accettabile che il mondo del calcio agisca come se nulla stesse accadendo, applicando criteri e sanzioni differenti a seconda dei Paesi coinvolti. Lo sport non è estraneo alla società e non può diventare uno strumento di normalizzazione o di rimozione delle responsabilità politiche. Quando le decisioni delle istituzioni sportive hanno conseguenze concrete sulla sicurezza, sulla convivenza e sulla vita pubblica di una città, la questione non è più soltanto sportiva: la politica ha il dovere di occuparsene e di chiedere che queste conseguenze siano valutate seriamente.
Il PS Lugano sostiene pienamente il diritto di manifestare pacificamente contro le politiche del governo israeliano, l’occupazione e il sionismo inteso come ideologia utilizzata per giustificare la colonizzazione e la negazione dei diritti del popolo palestinese. Solidarizzare con la popolazione palestinese e chiedere giustizia non significa manifestare ostilità verso le persone ebree. Antisemitismo, razzismo e ogni forma di discriminazione devono essere respinti senza ambiguità.
La libertà di manifestazione e di espressione è essenziale in una società democratica e non può essere limitata equiparando genericamente la protesta politica a un pericolo per l’ordine pubblico. Le autorità devono garantire che la mobilitazione annunciata si svolga liberamente, pacificamente e in sicurezza.
Parallelamente, autorità competenti e istituzioni sportive devono prevenire disordini, violenze, provocazioni e manifestazioni razziste da qualsiasi parte provengano. Chiediamo trasparenza sulle valutazioni e sulle misure previste. Qualora vi siano elementi concreti sull’arrivo di persone o gruppi coinvolti in precedenti comportamenti violenti o razzisti, le autorità dovranno adottare misure mirate e proporzionate, fino al divieto d’accesso individuale o, se necessario per garantire la sicurezza, alla limitazione della presenza della tifoseria ospite.
Lugano deve poter accogliere un evento sportivo senza rinunciare alla sicurezza, alla libertà di manifestare e, soprattutto, al dovere morale e politico di non voltarsi dall’altra parte davanti a quanto sta accadendo a Gaza.
Comunicato dei Verdi del Ticino
Se l’UEFA tollera, non lo dobbiamo fare per forza anche noi
Verdi del Ticino manifesta il proprio dissenso sullo svolgimento della partita di calcio Lugano – Maccabi Tel Aviv e invita a disertare la manifestazione sportiva quale gesto di distanziamento dalle politiche del Governo israeliano condivise e sostenute dal Maccabi e dalla sua tifoseria.
Questa sera è in programma all’AIL Arena di Lugano la partita di playoff di Conference League dove il FC Lugano affronta la squadra israeliana del Maccabi Tel Aviv un club che di fatto tollera manifestazioni di aperta violenza della propria tifoseria contro il popolo palestinese, presentatesi in più occasioni in altre partite internazionali.
Verdi del Ticino si unisce a quelle voci che in questi ultimi giorni hanno espresso il proprio dissenso sullo svolgimento della partita e hanno protestato contro UEFA e istanze politiche che di fatto tollerano l’utilizzo degli spalti come megafono di messaggi d’odio contro la popolazione palestinese e di sostengo alla politica genocidaria del Governo di Israele.
L’invito è a manifestare il proprio dissenso non con la protesta fuori dallo stadio che in presenza della tifoseria del Maccabi rischierebbe di innescare pericolose ostilità, bensì con il disertare lo stadio quale spettatore della partita. Si invita inoltre a richiedere che le spese per la sicurezza non vengano addebitate all’Ente pubblico.
Un segno di chiaro civile distanziamento da un club sportivo e dalla sua tifoseria più politicizzata che l’UEFA tollera iniquamente. La società civile è però libera di esprimere il proprio dissenso e Verdi del Ticino in questo caso invita a farlo con l’assenza al campo.
Nell’immagine: un momento degli scontri ad Amsterdam nel 2024
Berna rispedisce i migranti in Italia, la Svizzera apre un altro fronte. Meloni spiazzata dalla nuova crisi
Incontro con l'ex Presidente della Confederazione e Consigliera federale PS, parlando di antifascismo, neutralità, impegno e… felicità
Di Ilario Lombardo, La Stampa
Filtra molto poco dal governo, perché la linea che Palazzo Chigi e il Viminale si sono autoimposti è di commentare il meno possibile. Ma da quel poco che trapela, in un’ennesima giornata di trattative silenziose, affiora comunque l’irritazione verso la decisione della Svizzera, pronta a rimandare indietro i richiedenti asilo che si sono spostati dall’Italia, i cosiddetti “dublinanti”.
Giorgia Meloni è rimasta spiazzata e deve fare fronte a un nuovo caso, dopo quello ancora in fase di soluzione con la Germania. La Federazione elvetica non fa parte dell’Unione europea ma aderisce comunque agli accordi di Schengen sulla libera circolazione, dunque anche alle regole che impongono al Paese di primo approdo, come l’Italia, di assumersi la responsabilità della gestione dei migranti arrivati sul proprio suolo. Dopo quasi quattro anni di blocco, il governo di Berna ha annunciato che riprenderà i trasferimenti oltreconfine già a fine agosto. Lo ha fatto alle telecamere della tv svizzera Magdalena Baker, portavoce della Segreteria di Stato per la migrazione, spiegando che «i primi voli sono stati già prenotati» ma che si procederà con gradualità, in accordo con le autorità italiane. Dunque, i trasferimenti ripartiranno tra dieci giorni con numeri esigui, ma aumenteranno più avanti. Il totale, secondo le cifre fornite dalla Segreteria per la migrazione, si aggira attorno ai 650. Non sono pochi, per chi ha eletto il respingimento a dottrina e si ritrova alla propria destra un leader politico, Roberto Vannacci, che rilancia e parla di remigrazione. Meloni si ritrova a vivere il paradosso di subire l’irrigidimento delle politiche migratorie dei Paesi confinanti e alleati che l’accusano di essere inadempiente rispetto all’obbligo di esaminare le richieste di asilo (come prevede il Trattato di Dublino).
La Svizzera approfitta del fatto che non ha siglato alcuna intesa bilaterale con l’Italia per gestire i casi dei “dublinanti” precedenti al 12 giugno, data in cui è entrato in vigore il Patto Ue su migrazione e asilo che introduce altre forme di solidarietà tra Stati, anche attraverso un contributo finanziario, una sorta di compensazione per il mancato ricollocamento dei richiedenti asilo che hanno attraversato la frontiera. L’Italia però deve dimostrare di rispettare gli accordi sul primo approdo sicuro nell’Ue. Questo è invece il punto su cui danno una diversa interpretazione Roma e Berlino: secondo gli italiani, i casi precedenti al 12 giugno verrebbero azzerati automaticamente. Secondo i tedeschi non è così.
I due Paesi stanno trattando, con l’obiettivo di scongiurare una frattura diplomatica, che Meloni vuole assolutamente evitare. I “dublinanti” che sulla carta la Germania chiede all’Italia di riaccogliere sono potenzialmente migliaia. Per il momento ci si concentra su tre casi, diventati il simbolo di questo braccio di ferro agostano. Ieri è stata trovata una soluzione momentanea per la ventiduenne somala Faduma Abdirisaq Warsame che ha raggiunto madre e fratelli in Germania dopo essere sbarcata a Lampedusa a marzo, in fuga da un matrimonio combinato. Il volo per il suo trasferimento in Italia era gia stato predisposto per le 4.30 di questa mattina, 19 agosto. In attesa dell’esito del negoziato tra Roma e Berlino, il governo tedesco ha concesso che Faduma venisse accolta in una struttura di Norimberga, messa a disposizione da una comunità evangelica. La sua procedura di espulsione resta in atto, come rimane la contrarietà del governo italiano a riprendere i tre migranti. Toccherà ai ministri degli Interni formalizzare, in un bilaterale, il compromesso a cui si sta arrivando. Una delle ipotesi è che Faduma potrebbe continuare a vivere in Germania, e gli altri due tornare in Italia.
Mentre ancora a Bruxelles non hanno chiaro quando l’Italia revocherà la sospensione di Schengen con la Spagna, imposta dopo l’esodo su Ceuta di fine luglio, il cortocircuito con Berna e Berlino viene rilevato anche dalle opposizioni: «La dimostrazione di forza è tornata indietro come un boomerang» secondo Osvaldo Napoli, di Azione. Per Francesco Boccia, capogruppo Pd in Senato, «il governo populista di Meloni ha trasformato una crisi alla frontiera esterna dell’Europa in una crisi interna». Germania e Svizzera, sostiene sarcastico il leader di Più Europa Riccardo Magi, «hanno preso alla lettera il modello Meloni sui migranti, una ricetta che può portare tutta l’Europa alla disgregazione».
Emergenza clima, quante scuse per non parlarne
Incontro con l'ex Presidente della Confederazione e Consigliera federale PS, parlando di antifascismo, neutralità, impegno e… felicità
Di Stefano Mancuso, La Repubblica
Il riscaldamento globale interessa solo quando fa caldo. Ora, sembra che nei prossimi giorni le temperature medie in Italia e in gran parte dell’Europa diminuiranno. Certo, rimarranno sempre ben sopra la media del mese di agosto, ma non saranno più le stesse di quell’altoforno in cui abbiamo vissute, con piccole pause, da fine maggio. Urge, quindi, che se c’è qualcosa ancora da dire riguardo al caldo e all’inferno in cui siamo precipitati, la si scriva oggi, che dalla prossima settimana l’argomento potrebbe non interessare più nessuno. E di cose da dire ce ne sono ancora moltissime — anche limitandosi a citare le sole manifestazioni più abnormi — riguardo a un problema che interessa ogni singola manifestazione della vita del pianeta. Non possiamo, ad esempio, non ricordare, ancora una volta, che secondo il programma Copernicus dell’Ue e l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), le temperature annuali della superficie del mare in Europa hanno raggiunto i livelli più alti mai registrati, mentre la copertura nevosa è diminuita del 31% e la massa nevosa del 45% rispetto alla media degli ultimi decenni. Non possiamo non ricordare che dalla metà degli anni ’90 la temperatura media in Europa è aumentata di 0,56 °C per decennio, un ritmo molto più rapido di qualsiasi altro continente del pianeta, e che le conseguenze di questi numeri siano inimmaginabili.
Non possiamo non ricordare che è incomprensibile come a fronte di una catastrofe che sta cambiando la storia della nostra specie, la politica rimanga nel più imbarazzante silenzio. Come se ogni parola spesa anche soltanto per commentare l’inaudita cronaca di quanto accade, possa in qualche maniera essere considerata un’ammissione di colpa. Meglio non dire nulla e lasciare che l’inverno raffreddi. E intanto per il caldo le persone muoiono, tante e in tutta Europa. Quante? In Italia non abbiamo ancora stime attendibili, ma in Gran Bretagna ci dice l’Imperial College di Londra che l’ondata di calore che ha colpito l’Inghilterra e il Galles a giugno ha causato circa 440 morti al giorno durante il suo picco di tre giorni. E questo è quanto per la cronaca locale della recente ondata di calore che ha colpito il nostro continente.
Ma è allargando lo sguardo al resto del pianeta e cercando di prevedere cosa accadrà nei prossimi decenni che il riscaldamento globale mostra i suoi lati più aspri. Nei prossimi anni, infatti, le temperature estreme e la siccità non permetteranno a una buona fetta di pianeta di essere abitabile. Non c’è una maniera più carina per dirlo: secondo la maggior parte dei modelli, una percentuale significativa di pianeta non sarà più abitabile, perché troppo caldo, nei prossimi 30-50 anni. Non si tratta dell’ennesima profezia apocalittica, ma di seri studi, il cui numero ormai si moltiplica. Anche la nostra specie, infatti, come ogni specie, ha dei limiti ambientali all’interno dei quali può sopravvivere. Nonostante i nostri progressi tecnologici, questi limiti continuano a esistere e non possono essere superati. Fra questi, l’intervallo di temperatura nel quale è possibile la nostra sopravvivenza, è decisivo.
Per millenni l’uomo ha potuto godere di una temperatura media annuale compresa fra circa 11 e 15 °C. All’interno di questa temperatura media, non solo noi esseri umani, ma anche le nostre colture e gli animali che alleviamo si trovano in uno stato ottimale per la crescita e lo sviluppo. Questa nicchia di temperatura all’interno della quale l’umanità ha vissuto agevolmente per migliaia di anni senza che vi fosse mai alcuna variazione significativa è definitivamente scomparsa. Studi recenti dimostrano che con uno scenario di riscaldamento globale invariato (si intende, se continuiamo a non fare nulla), nei prossimi pochi decenni si assisterà a un riscaldamento tale per cui aree che oggi ospitano all’incirca un terzo della popolazione mondiale sperimenteranno temperature medie annuali superiori a 29 °C. Si tratta di valori di temperatura al momento presenti solo nello 0,8% della superficie terrestre e concentrati principalmente nel Sahara. A queste temperature, oltre a essere impossibile condurre alcuna attività agricola o di allevamento del bestiame, è spesso impossibile sopravvivere; letteralmente. Poiché le regioni più colpite saranno inevitabilmente le più povere del mondo, ossia quelle in cui la capacità di adattamento è bassa, possiamo ragionevolmente attenderci che grandi masse migratorie provenienti da queste aree del pianeta si sposteranno verso settentrione.
Detta così sembra una semplice enunciazione di fatti che avverranno, con ordine, in un prossimo futuro. In realtà si tratterà di eventi difficili anche soltanto da immaginare. L’intero mondo ricco sta chiudendo i propri confini anche ai ridicoli numeri odierni di migranti. Cosa accadrà quando miliardi di persone si muoveranno per sopravvivere? In un mondo non dico ideale, ma anche soltanto vagamente razionale, dovremmo fin d’ora organizzarci per gestire questi eventi. Spero sempre che alla fine dimostreremo di essere una specie intelligente, perché questo sarà il secolo in cui per sopravvivere al riscaldamento globale assisteremo a migrazioni e rimescolamenti della popolazione umana di dimensioni mai viste prime. E sarebbe meglio pensarci per tempo.
Attualità del colonialismo, 73 anni dopo Mossadeq
Incontro con l'ex Presidente della Confederazione e Consigliera federale PS, parlando di antifascismo, neutralità, impegno e… felicità
Di Mario Ricciardi, il manifesto
L’anniversario del colpo di stato che nel 1953 ha portato alla destituzione di Mohammad Mosaddegh, primo ministro democraticamente eletto dell’Iran, riceve scarsa attenzione da parte dei mezzi di informazione europei e statunitensi.
A occuparsene sono soprattutto le testate che hanno una forte sensibilità per la storia del colonialismo occidentale, in particolare quelle di sinistra, che vedono giustamente in quell’evento un passaggio cruciale nel processo di destabilizzazione del Medio oriente che accompagna la guerra fredda. Riflettere oggi sull’operazione Ajax, gestita congiuntamente dai servizi segreti britannici e statunitensi, e sulle sue conseguenze, non ha un interesse esclusivamente storico. L’attuale regime iraniano è il risultato di una reazione politica a catena innescata dal colpo di stato dell’agosto 1953. Fare i conti con l’eredità tossica del colonialismo è dunque una questione politica cruciale, e sarà sempre più un tema di scontro con la destra.
Leggendo le ricostruzioni storiche dell’operazione Ajax si riconoscono immediatamente modalità di azione che sono state messe a punto all’inizio della guerra fredda, e riemergono ancora ogni volta che gli interessi degli Stati uniti e dei loro alleati entrano in conflitto con le aspirazioni democratiche di popolazioni che vivono in aree che per qualche ragione sono considerate strategiche.
Un modulo simile a quello usato per liberarsi di Mosaddegh viene riproposto l’anno dopo per liquidare Jacobo Arbenz in Guatemala, e poi diverse altre volte nei decenni seguenti. Ricordiamone gli aspetti principali. In primo luogo si prepara il terreno. Le rivendicazioni legittime dei «nativi» – nel caso dell’Iran la nazionalizzazione dei giacimenti petroliferi – vengono presentate dalla stampa compiacente con i governi occidentali come ingiuste, irragionevoli, inaccettabili. Si invoca il rispetto del diritto e dei contratti, tacendo sul fatto che essi sono stati conclusi normalmente in situazioni nella quali non c’era piena libertà di scelta.
Mentre si mette in discussione la legittimità delle pretese si cerca di screditare chi le ha avanzate. Vari stereotipi vengono mobilitati per erodere la credibilità degli interlocutori locali (esemplare sotto questo profilo il modo in cui viene distorta l’immagine di Mosaddegh, un anziano giurista che era stato tra i protagonisti della «rivoluzione costituzionale» persiana dei primi del secolo, il cui scopo era instaurare una monarchia costituzionale modellata su quella britannica). Mentre si lavora a distruggere la reputazione dei governanti locali, se ne prepara la rimozione dal potere, che avviene con la regia dei servizi segreti, nel 1953 sono Cia e MI6, e la collaborazione di interlocutori locali disposti a fare (almeno in parte) il lavoro sporco. In Iran un contributo, ben retribuito, alla destabilizzazione venne anche da fondamentalisti ostili al processo di modernizzazione democratica immaginato da Mosaddegh. Una strategia replicata altrove, ad esempio in Afghanistan, con risultati disastrosi.
La convergenza di interessi tra gli Stati uniti e il Regno unito, che era stato a lungo la potenza coloniale egemone nell’area del golfo, segna una discontinuità significativa con gli impegni che l’amministrazione statunitense aveva assunto nel corso della seconda guerra mondiale. Dopo la morte di Roosevelt la difesa della libertà si sgancia dal principio di autodeterminazione dei popoli, e diventa sempre più un privilegio occidentale, con una sempre più evidente coloritura razziale. Una distorsione i cui effetti si avvertono ancora oggi nel modo in cui gli Stati uniti e l’Europa affrontano la questione dell’autodeterminazione dei palestinesi. La libertà, per gli abitanti delle ex colonie, non è un diritto, ma una concessione subordinata a requisiti stabiliti dagli ex colonizzatori.
Se dopo la fine del blocco sovietico c’è stata una stagione in cui sembrava che una visione genuinamente paritaria delle relazioni internazionali fosse destinata a prevalere, grazie al consolidamento di un sistema di regole giuridiche applicate in modo imparziale, le prime avvisaglie di crisi del ruolo egemone degli Stati uniti hanno condotto alla riemersione dei vecchi modi di fare e di pensare (mai del tutto superati). Oggi una mentalità neocoloniale viene difesa dalle destre senza alcun tentativo di nobilitarla, come faceva Kipling, evocando un presunto «fardello dell’uomo bianco».
Quello di oggi è un suprematismo bianco senza assunzione di responsabilità, neppure fittizia. Per Trump e i suoi alleati è la nuda forza a fare la differenza: «Ci prendiamo ciò che vogliamo, perché possiamo farlo». A più di settanta anni dalla caduta di Mosaddegh la tensione tra forma democratica e sostanza coloniale rimane cruciale per capire dove vanno gli Stati uniti e l’Europa.
L’ascesa di Natalie Harp: la prediletta di Trump tra fughe, segreti e veleni
Incontro con l'ex Presidente della Confederazione e Consigliera federale PS, parlando di antifascismo, neutralità, impegno e… felicità
Di Simona Siri, La Stampa
L’ultimo episodio è forse quello che racconta più di tutti. Nell’ormai famoso tranello alla James Bond con cui Donald Trump, nascosto nel carrello del cibo, ha lasciato la Turchia dopo il vertice Nato dello scorso 8 luglio, imbarcandosi su un aereo diverso dall’Air Force One – mentre su quello erano, ignari, la stampa e altri funzionari della sua amministrazione – ecco, su quell’aereo segreto insieme a lui c’erano solo altre tre persone: il vicecapo di gabinetto Dan Scavino, il direttore delle operazioni dell’Ufficio Ovale Walt Nauta e Natalie Harp, la 34enne assistente esecutiva soprannominata “la stampante umana”.
Sull’aereo-esca, quello potenziale vittima di un attentato da parte degli iraniani, si trovavano invece il capo della diplomazia Marco Rubio, il segretario al Tesoro e l’intera delegazione della stampa al seguito. Detto altrimenti: tra tutte le persone che Trump ha quindi scelto di salvare, in uno scenario ipotetico di attentato, c’era lei, la giovane bionda, fino a pochi giorni fa nota solo a chi si occupa di politica. Da oggi non più. Volente o nolente, oggi Natalie Harp è il nome sulla bocca di tutti, e la sua relazione con Trump è sotto la lente d’ingrandimento del gossip, anche alla luce della prolungata assenza di Melania, la First Lady sfuggente che non vive alla Casa Bianca e la cui ultima apparizione pubblica accanto al marito risale al 19 luglio, in occasione della finale dei mondiali di calcio.
La strada che ha portato Harp al fianco di Trump passa, come per altri suoi collaboratori, da un’apparizione televisiva. È il 2019 e la giovane è ospite di Fox News per raccontare la sua storia di malattia: colpita da un cancro alle ossa di secondo stadio, è stata vittima di un errore medico tanto che, dopo due chemioterapie fallite e il rifiuto da parte dei protocolli di sperimentazione clinica, i medici le offrirono oppioidi, marijuana terapeutica e persino assistenza nel fine vita. In quella trasmissione tv, Harp non solo racconta le sue avventure mediche a buon fine, ma ringrazia anche pubblicamente Trump per la firma del “Right to Try Act”, la legge che consente ai malati terminali di accedere a trattamenti sperimentali non ancora approvati dalla Fda, affermando che quella norma le aveva salvato la vita. Trump, che è davanti alla tv, non perde tempo e posta sui suoi social: «Proud of Natalie».
Avanti qualche mese e Trump la invita sul palco alla conferenza della Faith & Freedom Coalition a Washington, presentandola con le parole: «Ha illuminato lo schermo televisivo». Il resto è storia: nel 2020 inizia a lavorare come conduttrice per One America News Network (Oan), il canale televisivo di estrema destra, dove promuove narrative filo-Trump, incluse accuse infondate di brogli nelle elezioni del 2020. Nel 2022 si aggiunge al team per la rielezione, inizialmente senza un incarico ufficiale.
Nel gennaio 2025, con il ritorno alla Casa Bianca, viene nominata assistente esecutiva del Presidente, con delega alla gestione dei suoi canali social: è lei che ha accesso all’account Truth ed è lei la responsabile di diversi post controversi pubblicati a suo nome. Nata in una famiglia cristiana devota della California, laureata alla Point Loma Nazarene University nel 2012 e con master in marketing alla Liberty University – l’ateneo evangelico fondato da Jerry Falwell – Harp sarebbe forse rimasta ancora volentieri nell’ombra se non fosse per la storia dell’aereo e per il libro “Regime. I segreti della presidenza imperiale di Donald Trump” di Maggie Haberman e Jonathan Swan del New York Times appena pubblicato in cui raccontano molto di lei. È dalle loro pagine infatti che sappiamo del soprannome con cui tutti la conoscono a Washington, la “stampante umana”, perché segue ovunque Trump con una stampante portatile, fornendogli copie cartacee di articoli, email e commenti sui social media anziché costringerlo a leggerli su uno schermo. Sappiamo che Trump la chiama con pronuncia alla francese e che avrebbe detto che è l’unica che lo ama «quanto sua moglie e i suoi figli».
Sappiamo anche dei messaggi che lei gli avrebbe scritto e lasciato sulla scrivania, biglietti con le parole «Sei tutto ciò che conta per me», «Non voglio mai deluderti» e «Voglio portarti gioia». Il giornalista Michael Wolff già anni fa avrebbe descritto la situazione Harp come «una bomba ad orologeria» all’interno dell’amministrazione, affermando che per i Servizi Segreti la sua presenza costante al fianco di Trump era diventata «una questione di sicurezza».
A rendere tutto una commedia, più che una tragedia, ci ha però pensato il fratello della ragazza: in una intervista al Daily Mail, Preston, fratello maggiore con cui lei non ha più rapporti, ha definito il tutto come «una relazione malsana», facendo anche riferimento a un possibile complesso di Edipo mai risolto. Trump come il padre che Natalie avrebbe sempre sognato. Mentre il senatore della Georgia Jon Ossoff, in corsa per la rielezione a novembre, l’ha citata durante un discorso tenuto ad Atlanta: Trump «non ha voglia di fare il suo lavoro. Vuole costruire la sua sala da ballo e viaggiare con Natalie sul loro palazzo volante apparentemente indifeso, regalato dall’Emirato del Qatar». Una domanda su questo episodio è costata alla giornalista della Cnn Kristen Holmes una stizzita reazione del presidente: «Sei rumorosa e produci fake news».
Harp intanto tace, se non per una vecchia intervista rilasciata a Fox News nel 2024 in cui, parlando del suo rapporto con Trump diceva: «Condividiamo una profonda fede in Dio».
Nell’immagine: Natalie e Donald
Nenad Stojanović – A sinistra lista unitaria con Greta Gysin per il raddoppio in Consiglio di Stato
Incontro con l'ex Presidente della Confederazione e Consigliera federale PS, parlando di antifascismo, neutralità, impegno e… felicità
Nenad Stojanović, politologo, è professore associato al Dipartimento di scienze politiche dell’Università di Ginevra
Gita fuori porta
Incontro con l'ex Presidente della Confederazione e Consigliera federale PS, parlando di antifascismo, neutralità, impegno e… felicità
La canicola rallenta il cervello, meglio evitare discorsi troppo impegnativi. Una passeggiata di un paio di giorni sulle rive del lago di Costanza (Bodensee), è rinfrescante e permette di fare alcuni confronti con il Ticino e con Lugano in particolare.
Per esempio la cittadina di Bregenz, in Austria, conta meno di 30 mila abitanti e tutto il centro è zona pedonale. L’offerta culturale è ricca con le Bregenzer Festspiele che culminano, da fine luglio a fine agosto, con l’opera sull’eccezionale palcoscenico a lago, la Seebühne. Quest’anno è la volta della Traviata di Giuseppe Verdi che, come dice Julia Roberts in Pretty Woman, fa aggrovigliare le budella. In centro città non manca un prestigioso museo: “Il Kunsthaus – sostiene Peter Zumthor, l’architetto grigionese che l’ha progettato – si trova alla luce del Lago di Costanza. Il suo corpo è costruito con lastre di vetro, acciaio e una massa di pietra di cemento fuso che forma struttura e spazio all’interno della casa. Visto dall’esterno, l’edificio sembra un corpo luminoso. Assorbe la luce mutevole del cielo, la luce della nebbia del lago, irradia luce e colore e lascia intuire qualcosa del suo interno, a seconda dell’angolo di visione, dell’ora del giorno e del tempo”.
Ma la vera rivelazione, che pare un sogno per un turista luganese, è la passeggiata a lago che collega Bregenz a Lindau, in Germania, senza alcuna dogana. Sono meno di nove chilometri ed è un piacere percorrerla. Non ci sono balaustre o recinzioni, il lago è lì a due passi, puoi fare il bagno a ogni istante. Ogni cinquanta metri c’è una doccia e non mancano frequenti toilette. Panchine, sdraio, tutto liberamente fruibile. E, altro particolare, la pista ciclabile separata da un’aiuola dal percorso pedonale. Un paradiso per ciclisti e pedoni.
A Meersburg, sulla costa nord del lago, in Germania, si scopre un villaggio medievale assolutamente intatto, interamente pedonalizzato, una parte a bordo lago (Unterstadt) e un altro nucleo rialzato, dietro al castello (Oberstadt). Un paio di scalinate e una strada pedonale collegano i due centri. Poco più di seimila abitanti, il villaggio, denominato ambiziosamente “borgo sul mare”, è nato attorno al castello fatto costruire nel 680 dal re merovingio Dagoberto.
La strada ciclopedonale che collega Meersburg a Hagnau è accompagnata da chilometri di vigneti: “Lo Staatsweingut Meersburg, – si legge nel sito dell’azienda – è considerato la più antica cantina statale della Germania e, allo stesso tempo, uno degli indirizzi di riferimento per il vino del comprensorio di Bodensee. Su circa 60 ettari distribuiti in tre siti molto diversi produce bianchi e pinot secchi, eleganti Pinot Nero e il classico Weißherbst. Il proprietario è il land del Baden-Württemberg e le sue radici risalgono al 1324. A renderlo speciale è questa combinazione di tradizione secolare, spettacolari pendii ripidi e un chiaro impegno per una viticoltura sostenibile, dalla soleggiata riva del lago fino al vigneto più alto della Germania, sull’Hohentwiel”.
Priorità ai pedoni, ai ciclisti e al territorio, sempre. La riva del lago è libera e accessibile. Camminando verso Hagnau, il comune a circa cinque chilometri di distanza, si scopre un’altra perla. Prima di arrivare in paese ci sono decine di case o ville, massimo due piani, edificate a una cinquantina di metri dalla riva del lago. Alcune case sono nascoste dalle siepi, altre stanno in bella vista. Davanti a loro il percorso ciclopedonale. Nessuna privatizzazione delle rive lacuali, sempre usufruibili dai cittadini. Il litorale è un bene comune.
Così si doveva e poteva fare anche in Ticino!
Nell’immagine: uno scorcio della Bregenz Promenad
La pax americana nel pantano
Incontro con l'ex Presidente della Confederazione e Consigliera federale PS, parlando di antifascismo, neutralità, impegno e… felicità
Di Alberto Negri, il manifesto
Come va la guerra del Golfo? Nessuno davvero lo sa, forse neppure Trump, che un momento si inventa negoziati segreti con Teheran, smentiti dagli iraniani, e quello dopo minaccia di bombardare persino l’Oman. Quindi chiede a Israele di non colpire Gaza ma il suo inviato Jared Kushner riceve da Netanyahu, in piena campagna elettorale, un secco no: niente ritiro israeliano senza prima il disarmo di Hamas.
Secondo Haaretz Israele continuerà ad attaccare (e a uccidere) a Gaza, pur dichiarando di voler portare avanti un piano per la ricostruzione. Un capolavoro di ipocrisia e doppiezza.
Procede a tentoni Donald Trump, da Occidente a Oriente, come dimostra la sua decisione di ridurre le esercitazioni militari con la Corea del Sud, citando i suoi «ottimi rapporti» con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un, alleato stretto della Cina e di Putin.
Trump – e a questo punto nemmeno noi – non ha ben chiaro chi siano gli amici e i nemici, o quanto meno gli avversari: sono tutti in una sorta di frullatore.
E nello Stretto di Hormuz il capo degli Stati uniti resta sempre più impantanato. Scadevano ieri i 60 giorni per raggiungere un accordo per limitare il programma nucleare iraniano come previsto dal cessate il fuoco concordato a giugno tra Usa e Iran, un’intesa sostanzialmente defunta. Non sono stati segnalati attacchi Usa contro obiettivi iraniani dalla fine di luglio ma Hormuz intanto rimane chiuso e Trump ha detto di volerlo dichiarare «territorio degli Stati Uniti».
Tutto questo mentre ci si continua a raccontare la favoletta dei “mari liberi” prescritti da trattati internazionali non rispettati e neppure sottoscritti dalle maggiori potenze. L’amministrazione Trump ha revocato le deroghe alle sanzioni sul petrolio iraniano, concesse durante la breve tregua, e le forze americane hanno reintrodotto il blocco navale dei porti iraniani, nella speranza che la pressione economica sull’Iran lo costringa a concessioni. Ma i leader iraniani scommettono di poter sopportare maggiori difficoltà economiche rispetto agli Usa, soprattutto in vista delle elezioni americane di medio termine di novembre.
In realtà Usa e Iran sembrano prepararsi a una prolungata campagna di logoramento economico che potrebbe anche sfociare in una ripresa del conflitto iniziato da americani e israeliani il 28 febbraio scorso, sei mesi fa.«La repubblica islamica sta cercando di imporre una crisi economica all’America e l’America sta cercando di imporre una crisi economica alla repubblica islamica», afferma sul New York Times Behnam Ben Taleblu, esperto di Iran della Foundation for Defense of Democracies di Washington.
Dov’è la vittoria che Trump proclamava con la fine del nucleare iraniano e del regime di Teheran? Per lui c’è un’aria di “deja vu” nella regione dei fallimenti.
La cosiddetta pax americana non decolla a Gaza, sempre più devastata, e tanto meno in Libano. Qui le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno preparando nuove fortificazioni in un’area che si estende dal Monte Hermon a Est fino alla costa mediterranea a Ovest, distruggendo sistematicamente i villaggi sciiti per impedire ai civili di tornarci per anni. E tutto avviene nell’indifferenza dell’Europa e dell’Italia che però rivendicano un ruolo da pacificatori. Ridicolo, se non fosse tragico.
Intorno al Golfo e a Hormuz tutti stanno facendo patti e accordi tranne Trump. Arabia saudita, Turchia e Pakistan hanno stretto un’intesa di reciproca assistenza militare in caso di attacco, Teheran sbandiera un accordo con l’Oman per riscuotere tariffe sul passaggio delle navi e ora Trump vorrebbe persino bombardare il Sultanato che secondo lui «si mette in mezzo». Ma forse è Trump colui che ha più bisogno di un accordo per tirarsi fuori dal pantano, proclamare vittoria, ritirarsi e chiudere una guerra voluta da lui e da Netanyahu che si sta rivelando un fallimento anche per l’economia globale. Il fatto più significativo è che le potenze in gioco in questi accordi hanno un denominatore comune: nessuno si fida più della protezione americana. Come non si fidano dell’Iran, e forse ancora meno di Israele, ma anche di loro stessi, in balìa di eventi che incrinano la loro stabilità e l’immagine di monarchie assolute assai ricche ma vulnerabili.
Siamo davanti agli effetti diplomatici e di riallineamento inevitabili di un conflitto che gli Usa con Israele hanno scatenato umiliando i loro alleati arabi (come se la loro opinione non contasse nulla) ed esponendoli a conseguenze militari ed economiche devastanti. Persino gli europei, di solito volonterosi sonnambuli di Trump (Crosetto stava, ignaro, a Dubai quando è iniziata la guerra il 28 febbraio), sono accorsi nel Golfo per dare una mano ai sauditi, come ha fatto l’Italia inviando militari e mezzi in Arabia saudita nascondendo la mano, cioè ignorando con dei sotterfugi di comunicarlo al Parlamento: eppure quel che accade nel Golfo non si riverbera solo sui prezzi energetici e noi cittadini ma anche sugli equilibri strategici nel Mediterraneo. Come dimostra il caso di Ceuta basta agire su un tasto dolente e doloroso, quello migratorio, per innescare un terremoto diplomatico.
Alle porte del Mediterraneo si sta trasferendo, quando si presenta l’occasione, una serie di conflitti di potenze e interessi che va dal Golfo all’Atlantico: da Israele alla Turchia, dalla Grecia a Cipro, agli Stretti _ Hormuz, Bab el Mandeb, Gibilterra, il canale di Suez, il Bosforo – il passaggio obbligato di merci, energia, cavi sottomarini, che oggi si presentano con tutto il loro peso strategico.
Trump rivendica ogni giorno con veemenza la conquista del Venezuela e accarezza quella di Cuba ma se lo mettessero di fronte a una mappa del mondo potrebbe vacillare: è più grande e assai diverso della sua immaginazione.
Nell’immagine: dorme anche in piedi