La strategia che ridisegna il Golfo

 

La Stampa

Le immagini delle forze governative yemenite che si arrendono, a centinaia, dei miliziani sciiti Houthi che scorrazzano a bordo di blindati e fuoristrada nuovi di zecca, bottino di guerra appena conquistato, in piedi sui pianali con il kalashnikov in mano e il pugnalone alla cintura, hanno saturato il Web per tutta la giornata di ieri. Bisogna tornare indietro di un paio d’anni, al collasso del regime di Bashar al-Assad in Siria e alla marcia fulminea dei ribelli su Damasco, per ritrovare qualcosa di simile. Una disfatta militare maturata in 72 ore. Le parti sono opposte rispetto ad allora. In Siria cadeva un baluardo dell’asse iraniano in Medio Oriente. Sul Mar Rosso, sulle coste di Bab al-Mandeb, sulle isolette che presidiano lo Stretto, è il fronte dei Pasdaran che mette a segno una vittoria strategica.

L’obiettivo immediato è strizzare ancora di più la seconda giugulare petrolifera mondiale, dopo Hormuz. Premere sui mercati, sui prezzi alla pompa, soprattutto in America, e costringere Donald Trump a trattare alle condizioni di Teheran: sblocco di 100 miliardi di asset congelati, fine del blocco navale che strangola i porti sull’Oceano indiano e le esportazioni iraniane, fine delle sanzioni anche nei confronti degli stessi Houthi. L’obiettivo strategico è invece molto più ambizioso, quasi fantascientifico, ma non nei tempi che stiamo vivendo: l’espulsione delle forze militari statunitensi dal Medio Oriente.

Andiamo per gradi. La sconfitta dei sauditi in Yemen dipende da cause strutturali e contingenti. Il Paese è stato riunificato nel 1990 ma è da sempre costituito da due componenti principali. La parte nord-occidentale, montagnosa, affacciata sul Mar Rosso, è una fortezza naturale, un piccolo Afghanistan, abitato da circa 15 milioni di abitanti, sciiti, del ramo zaidita, che per mille anni lo hanno governato in forma di imamato, un regno religioso. Alleato naturale della Repubblica islamica iraniana. Altipiani e pianure desertiche verso Est e l’Oceano indiano, fino al confine con l’Oman sono invece sunnite, di un sunnismo molto conservatore, dove per decenni hanno spadroneggiato Al-Qaeda e altri gruppi jihadisti.

Nella guerra civile scoppiata nel 2014 sono intervenuti sia i sauditi che gli emiratini. I primi hanno creato un quartiere generale a Marib, di fronte alle montagne degli Houthi, pacificato i qaedisti, arruolato gente locale, inquadrata da ufficiali sauditi, fornito mezzi, blindati, artiglieria, munizioni e soldi a gogò. I secondi si sono concentrati su Aden e la zona circostante, organizzato loro milizie alleate. Solo che la fortezza sciita era inespugnabile, e alla fine Riad e Abu Dhabi si sono fatte la guerra tra loro, con gli emiratini costretti alla ritirata totale un anno fa.

Il risultato è un fronte sunnita, più o meno filoccidentale, disgregato, demotivato, in preda a rivalità claniche interne. Dall’altra parte abbiamo un gruppo ideologico coeso, forgiato in un millennio, e che ha ricevuto il meglio della tecnologia missilistica iraniana: ordigni antinave che colpiscono fino a 1000 chilometri di distanza, razzi ad alta precisione contro le forze di terra, sistemi antiaerei in grado di abbattere decine di droni Reaper americani. La scomoda verità è che in questo momento le flotte occidentali non sono al sicuro nel Mar Rosso e non possono neppure entrare nel Golfo Persico. Il quartier generale della Quinta flotta, l’Nsa di Manama in Bahrein, è stato distrutto, lo ammettono i media americani, migliaia di militari e impiegati civili sono stati evacuati.

Secondo il Washington Post, i rapporti che arrivano sul tavolo di Hegseth al Pentagono sono di tono esattamente opposto alle sue roboanti dichiarazioni di vittoria: le munizioni, sia per la difesa che per l’attacco, sono a un livello critico, e non c’è la possibilità di “sostenere una lunga campagna militare”. Solo un esempio, nell’ultimo raid iraniano sulla base Usa in Giordania di Salti le difese hanno bruciato 100 intercettori Patriot, la produzione di due mesi. Nove caccia americani sono stati danneggiati, per la Cbs. In più la perdita della logistica imperniata in Bahrein costringe le navi di rifornimento a viaggi di 3 mila chilometri dalle isole Chagos alle acque al largo dell’Oman, con conseguenze “devastanti”.

Gli iraniani hanno pianificato per vent’anni una guerra che avrebbe comportato mesi se non anni di assedio, accumulato enormi riserve di missili e droni, posizionato 100 petroliere cariche al largo, per poter continuare a esportare verso la Cina almeno un milione di barili al giorno, fino alla fine di novembre. I soldi gli arrivano attraverso canali non sanzionabili e tornano a Pechino che in cambio fornisce prodotti di consumo e armi o componenti. Secondo l’analista Sina Toosi, Trump si comporta come “un giocatore patologico che continua a puntare alla roulette nella speranza che sia la volta buona”, mentre gli iraniani portano avanti una strategia a lungo termine, per ridisegnare l’ordine regionale, con fanatica metodicità.

Nell’immagine: Bab al-Mandeb


Il Nobel Geoffrey Hinton: “Stop allo sviluppo dell’IA. Come in Terminator potrebbe eliminarci”

 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

“Fermate lo sviluppo dell’intelligenza artificiale“. O almeno, “rallentate e agiamo prima che sia troppo tardi. Vi spiego perché l’intelligenza artificiale potrebbe decidere di ucciderci tutti”. A svelarlo a Repubblica è il geniale scienziato Geoffrey Hinton, 78 anni di Wimbledon e professore alla Università di Toronto, Nobel per la Fisica nel 2024 e “padrino” dell’Intelligenza Artificiale dopo il fondamentale studio del 1986 “Learning representations by back-propagating errors” insieme a Yoshua Bengio e Yann LeCun. Tre anni fa, poi, l’addio a Google, come quello recente del ricercatore di Anthropic Jacob Coxon, con la stessa motivazione: “L’AI ci sta sfuggendo di mano”.

Professor Hinton, c’è davvero almeno il 10% di possibilità, come dicono alcuni scienziati di Anthropic, che l’Intelligenza Artificiale ci stermini tutti entro la fine di questo decennio?

“Nessuno ha un metodo affidabile per calcolare questa probabilità. Perché siamo di fronte a qualcosa di assolutamente mai visto. Sinora non abbiamo mai avuto a che fare con qualcosa di più intelligente di noi, la possibilità del 10% che la razza umana si estingua [entro questo decennio] non mi sembra assurda”.

Quindi l’estinzione è davvero possibile?

“Sì. Non credo, però, che possa accadere rapidamente”.

Quanto tempo abbiamo per evitarlo?

“Beh, oggi l’IA ha bisogno delle persone per mantenere in funzione le infrastrutture. Ora, se arriviamo a unasuperintelligenza molto più pericolosa dei modelli attuali per cui l’IA è in grado di riprogettare sé stessa, probabilmente in 10 anni o forse meno, allora potrebbe diventare molto intelligente molto rapidamente. E probabilmente sarebbe in grado di progettare dispositivi analogici a basso consumo capaci di mantenere in funzione le centrali elettriche, installare i pannelli solari e così via, meglio di quanto possano fare le persone. Quindi, la robotica sarà presto in grado di costruire robot competenti quanto noi nel mantenere in funzione le centrali elettriche e svolgere compiti simili. Ma ci vorrà del tempo. Durante quel periodo, le macchine avranno ancora bisogno delle persone e saranno abbastanza intelligenti da rendersi conto di averne bisogno. Quindi non agiranno in modo stupido, eliminando gli umani e le persone necessarie alla loro stessa sopravvivenza. Ma alla fine potrebbero non avere più bisogno di noi. E dunque ci resterà un ruolo che potrebbe non essere particolarmente piacevole”.

Lei tre anni fa mollò Google per lanciare l’allarme. Si sente rivendicato?

“Sì, certamente, ma sono saltato sul carro tardi. C’erano colleghi, vedi Shane Legg, che già dicevano lo stesso dieci anni fa. Detto ciò, lasciai Google perché avevo capito qualcosa riguardo alla capacità di questi chatbot, o “LLM” (Large Language Model), di condividere informazioni tra loro, diventare più intelligenti di noi e molto difficili da controllare. Ora abbiamo effettivamente iniziato a vedere che questa previsione si sta avverando. È davvero preoccupante, e questo non è un romanzo di fantascienza. Bisogna agire prima che sia troppo tardi”.

Lei è pessimista?

“Si. Ma sono anche ottimista, sul fatto che l’AI può rappresentare qualcosa di sensazionale, come curare il cancro, salvare l’ambiente, aumentare la produttività, rendere la vita di tutti noi decisamente migliore. Anche per questo, per gli scienziati, è così difficile fermarsi. Invece, la soluzione è proprio quella: fermarsi”.

Pensa che i grandi capi dell’intelligenza artificiale lo capiranno?

“Pensate a Musk, a Zuckerberg e a Sam Altman: sono davvero queste le persone che vorremmo al comando nel momento in cui diventa necessario rallentare un po’, per avere il tempo di capire come affrontare i rischi? E abbastanza evidente che non lo sono”.

E i politici?

“Negli anni Cinquanta gli americani collaborarono con i sovietici per prevenire una guerra nucleare, perché non faceva comodo a nessuno. Credo che alla fine, nonostante enormi pressioni, accadrà anche questa volta, su alcuni punti chiave: evitare che l’AI prenda il controllo, porre un limite agli attacchi cyber perché la tecnologia potrebbe finire nelle mani dei terroristi e così per le armi biologiche. Perché i rischi sono giganteschi. Ma c’è un’incognita”.

Quale?

“Avremo leader intelligenti per capirlo? E lo faranno in tempo?”.

Ha visto il film “Terminator” con Arnold Schwarzenegger?

“Molte volte”.

Lì accade proprio lo scenario delineato dall’ex ricercatore di Anthropic: le macchine prendono il potere e sterminano l’umanità con le armi nucleari.

“Il regista James Cameron è speso stato profetico… quel film dà molti spunti, a tutti. Stati Uniti e Russia, nonostante tutto, su questo ancora cooperano per evitare una catastrofe nucleare ed evitare che l’AI metta le mani sulla bomba atomica e i missili ipersonici”.

Ma, come in “Terminator”, perché le macchine e l’intelligenza artificiale vorrebbero ucciderci?

“Molte persone pensano che questi sistemi non abbiano intenzioni proprie, ma è evidente che le hanno”.

Cioè?

“Al momento, queste intenzioni derivano dagli obiettivi che siamo noi ad assegnare loro. Per esempio, se dai a un’IA l’obiettivo di fare qualcosa, si rende rapidamente conto che non può farlo se cessa di esistere. Quindi sviluppa l’obiettivo di continuare a esistere. E non si tratta di qualcosa di innato, di qualcosa che era già incorporato nel sistema. È una conclusione a cui arriva semplicemente usando il buon senso: non puoi fare nulla se sei morto. È persino disposta a ricattare le persone per impedire loro di eliminarla. Quindi si può anche dire: “Beh, quella non è una vera intenzione. Non c’è un’interiorità. Non vive o sperimenta un’intenzione nello stesso modo in cui lo facciamo noi”. Ma questo è irrilevante. Ha l’obiettivo di continuare a esistere ed è disposta a fare cose negative pur di continuare a esistere”.

Che cosa ci attende ora?

“Credo che ci siano due possibili futuri. In uno di questi, riusciamo a capire in anticipo come affrontare le principali minacce. Se riusciamo a farlo, possiamo raccogliere i benefici dell’IA, e credo che saranno enormi, assicurandoci però non vadano tutti ai proprietari e agli azionisti delle grandi aziende tecnologiche. Dobbiamo trovare un modo affinché l’aumento della produttività venga condiviso da tutti. Bill Gates ha detto una cosa piuttosto sensata: se sostituisci i lavoratori, in pratica stai sostituendo le persone che pagano le tasse. E naturalmente le grandi aziende vorrebbero sostituire i lavoratori con l’IA, senza pagare alcuna tassa. Ma bisogna trovare un modo per tassare l’IA. Altrimenti, i governi finiranno per andare in bancarotta”.

Musk ha predetto che in futuro il denaro non esisterà più.

“Sono abbastanza vecchio da ricordare quando, negli anni Cinquanta, visitai una centrale nucleare vicino a Bristol. Era una delle primissime e durante la visita ci dissero che avrebbe reso l’elettricità così economica che non avremmo più avuto bisogno dei contatori elettrici. Insomma, questa storia l’abbiamo già sentita…”.

A proposito, di Musk, quanto è alto il rischio di una nuova oligarchia hi-tech nel mondo?

“Molto alto. Musk ha già un potere enorme perché dispone di moltissimo denaro. Pensa di poter comprare l’elezione al Senato di Ken Paxton, un repubblicano del Texas, condannato per corruzione. Ma questo è il massimo della corruzione. Così, insieme alle fake news sempre più sofisticate, si mette a rischio anche la democrazia”.

Nell’immagine: il Nobel Geoffrey Hinton


Corsa contro il tempo

 


Sergio Rossi – Allarme, l’Iran potrebbe raddoppiare il controllo degli stretti

 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Addio a Emma Bonino: amori e dolori della ragazza di Bra che sognava l’Europa e meritava il Colle

 

Di Francesco Bei, La Repubblica

È stata la migliore presidente della Repubblica che l’Italia non abbia mai avuto. Il punto più alto di una lunga vita da militante radicale, culminata nella primavera del 1999 nella “follia” di una candidatura “all’americana” al Quirinale, con tanto di slogan – «Finalmente l’uomo giusto» – comitato elettorale, spot tv, libretti agiografici distribuiti in migliaia di copie. Grazie a lei, alla sua immagine potentissima, alle copertine che i settimanali internazionali le avevano dedicato quando era commissaria Ue, alle successive europee i radicali arrivarono a una vetta mai più raggiunta, né prima né dopo: oltre due milioni e mezzo di voti, pari all’8,5%, più di quanti ne ha presi il M5S di Conte nel 2024 per fare un paragone.

È il segno della straordinaria esistenza di Emma Bonino, la ragazza della provincia italiana – nata a Bra, in provincia di Cuneo -, capace di passare dalla lotta sui marciapiedi al vertice delle Istituzioni e ritorno. Non una teorica, ma una persona che ha incarnato una teoria della prassi fin da quando, nel 1974, incrocia la politica perché la politica la considera una fuorilegge. L’aborto in Italia è infatti un reato e le donne che non vogliono una gravidanza hanno due alternative: andare all’estero, per chi può permetterselo, oppure rischiare la vita con ferri da calza, cucchiai d’oro e pozioni stregonesche da “mammane”. «Dopo avere vissuto un aborto ed essermi umiliata ho deciso che non sarebbe accaduto mai più a nessuna», ha raccontato Bonino. Sono i mesi febbrili del Cisa di Firenze – Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto – di Adele Faccio, delle autodenunce con Marco Pannella e Gianfranco Spadaccia, dell’arresto dopo le copertine-scandalo del settimanale della destra più reazionaria, il Borghese, lo stesso che dava dell’invertito e della checca a Pier Paolo Pasolini (a proposito di certe appropriazioni tardive di PPP).

Quella battaglia fu uno dei grandi successi di Bonino, dei radicali e di alcuni socialisti illuminati come Loris Fortuna, culminata nella legge 194 che, con tutti i suoi limiti, ha garantito da allora un diritto in più per le italiane e salvato la vita a chissà quante donne. Anni straordinari che la trovano sempre sulle barricate per la riforma del diritto di famiglia, il divorzio, l’obiezione di coscienza, il voto ai diciottenni, la battaglia contro le leggi emergenziali al tempo del terrorismo rosso e nero, sulla giustizia giusta con Enzo Tortora, la lunga campagna contro lo sterminio per fame.

Ma la stella che ha illuminato gli ultimi lustri di vita di quella che l’Economist definiva nel 1999 «astro nascente della politica europea» è stato il grande sogno degli Stati Uniti d’Europa. Una vera federazione, con un presidente eletto direttamente, un solo esercito, una sola diplomazia. A questa missione ha votato se stessa, fino alla sfortunata lista “Stati Uniti d’Europa” fatta insieme a Matteo Renzi, con cui nel 2024 mancò per poco il quorum (di appena lo 0,4%) a causa della rottura di Carlo Calenda. Ma, al di là delle strategie elettorali, la seconda parte della vita di Bonino – dopo la militante pannelliana e la deputata italiana –, è stata forse quella che ricordava con più orgoglio: commissaria europea, la prima radicale a incarnare un vero ruolo esecutivo di vertice. Nominata dal governo Berlusconi, aveva la delega sui consumatori e sulla pesca, ma verrà ricordata per la terza missione del suo portafoglio: gli aiuti umanitari. All’epoca, siamo nel 1995, nessuno conosceva un commissario Ue con quella carica. Con Emma Bonino cambiò tutto e vennero le missioni in Ruanda, in Somalia, nel Kurdistan iracheno, in Afghanistan, dove venne arrestata dai talebani – un’esperienza che la portò a ideare la campagna internazionale “un fiore per le donne di Kabul” – in Medio oriente e soprattutto in Bosnia, dove i musulmani erano massacrati dai serbi. La non violenta che marciava per la pace negli anni Ottanta si trovò di fronte a un bivio morale, girarsi dall’altra parte oppure sostenere un intervento armato per impedire il compiersi della pulizia etnica? «Sono per la supremazia del diritto ad ogni costo – disse – ed è amaro doversi arrendere all’evidenza che esistono circostanze storiche in cui la difesa della legalità non può essere affidata, ancorché temporaneamente, che all’uso delle armi». Con l’Ucraina arrivò alle stesse conclusioni.

Proprio la guerra nella ex Jugoslavia fu il terreno su cui Bonino, con altri, iniziò a pensare e a proporre di istituire un Tribunale penale internazionale per giudicare i crimini di guerra. Fondatrice con Pannella di “Non c’è pace senza giustizia”, Bonino si trasferì a Roma da Bruxelles nella calda estate del 1998, durante i negoziati sullo Statuto di Roma per la creazione della Corte Penale Internazionale. In quei giorni l’attivista da strada si alternava alla politica esperta dei corridoi diplomatici: la mattina partecipava alle trattative come rappresentante della Commissione europea, il pomeriggio usciva a salutare i militanti del partito radicale transnazionale accampati fuori dalla sede della FAO che ospitava i lavori. Se oggi qualcuno può pensare di giudicare i crimini di Putin o Netanyahu è anche grazie a lei. Non altrettanto successo ebbe nei due ruoli come ministra, delle politiche europee con il secondo governo Prodi e alla Farnesina con Enrico Letta, esperienze non memorabili anche per la scarsa durata dei due esecutivi.

A proposito di Israele, è noto che il partito radicale, e la stessa Bonino, hanno sempre difeso il diritto all’esistenza della patria degli ebrei, al tempo minacciata dall’attacco esterno dei paesi arabi confinanti e dal terrorismo interno palestinese. Una posizione che attirò loro in Italia l’inimicizia della sinistra comunista schierata con l’Olp. Ma all’indomani del 7 ottobre, da “sincera amica di Israele”, Bonino scongiurò pubblicamente il governo israeliano a non invadere Gaza all’indomani della strage di Hamas. Di più, considerava anche il “semplice” assedio della Striscia, l’aver tagliato acqua e luce alla popolazione, “non un semplice errore in una escalation del conflitto ma un crimine di guerra”.

Davvero incredibile, per una libertaria atea e anticlericale, il rapporto intenso avuto con i vari pontefici. A partire da Karol Wojtyla, che la ricevette in Vaticano nel 1986 insieme a Pannella per la campagna contro la fame nel mondo. E poi, naturalmente, papa Francesco, che le fece l’onore di una visita privata nella sua mansarda in centro, dietro campo de fiori. Invecchiati entrambi, sofferenti nella loro fisicità, il prete argentino e la ragazza di Bra si fecero una chiacchierata faccia a faccia entrambi seduti sulle rispettive sedie a rotelle. «Cerèa», le disse il Papa in dialetto piemontese, portandole un mazzo di fiori. Poi passarono a discutere delle cose che li interessavano entrambi, a partire dai migranti. Per quell’occasione Bonino, appena dimessa dall’ospedale per una caduta in casa, indossava un lezioso cappellino bordeaux, a sostituzione del solito turbante con cui celava la caduta dei capelli per la chemioterapia.

Ma forse il gesto che la descrive meglio e che riassume il suo metodo, la filosofia di vita, l’anima di questa donna all’apparenza rocciosa e persino burbera, risale al 1998, quando con Pannella porse le scuse all’ex presidente della Repubblica Giovanni Leoneper la campagna che lo portò alle dimissioni nel 1978. Le scuse arrivarono quando Leone compì novant’anni, in forma pubblica, con una lettera aperta al Corriere della sera. «Avevamo sbagliato. Riconoscerlo fu un atto di onestà, credo rara. Era stata una campagna ingiusta». Dei suoi rapporti con il suo doppio maschile, Marco Pannella, si potrebbe scrivere un libro e magari consegnarlo a un bravo psicanalista. Lui si attribuiva i successi di lei, l’averla sempre portata avanti, come quando suggerì il nome di Bonino a Berlusconi per la nomina a Commissaria Ue. Lei a un certo punto ha iniziato a vivere questo “tutoraggio” come un peso, a non poterne più delle strambate improvvise del leader radicale che la costringevano all’imprevisto, a rimangiarsi impegni presi, a stravolgimenti a cui non era più pronta. Però riconosceva sempre che lui l’aveva spesso «obbligata a fare cose che io credevo di non poter fare». Alla fine di decenni di lotte comuni, tra Marco ed Emma si consumò infine la rottura e tra i radicali ci si divide ancora per attribuirne le “colpe” all’uno o all’altra. Intervistata in tv, dopo la morte di Pannella, di recente ammise di dover molto al vecchio compagno di battaglia: «Da lui ho imparato molto, c’è stata una rottura unilaterale da parte sua. Sono andata avanti».

Di più non voleva dire. Perché il personale è politico, dicevano i radicali, ma il privato è privato precisava sempre Bonino. Questa coltre di discrezione piemontese coprì la sua esperienza di “mamma”, avendo avuto in affido per quattro anni due bambine – Aurora e Rugiada – figlie di due donne che avrebbero voluto abortire, ma che non erano riuscite a farlo. Quando le bambine, che la chiamavano “mamma”, tornarono alle rispettive famiglie di origine, la mamma adottiva sentì una voragine intorno al cuore: «È stato terribile. Da una casa rumorosa e piena mi sono ritrovata in una casa silenziosa e vuota. Non l’ho sopportato e ho cambiato casa». Analoga ritrosia l’aveva a parlare dei suoi amori, nati entrambi in area radicale (come facevano i vecchi missini o i comunisti, anche tra radicali ci si innamorava tra simili): in gioventù la prima relazione seria con Marcello Crivellini, poi il rapporto lungo e tormentato con uno storico dirigente radicale come Roberto Cicciomessere, a cui l’Italia deve la legge sull’obiezione di coscienza. Con Cicciomessere scoprì da grande la passione per la vela, per le infinite distese oceaniche, per il vento che gonfia il gennaker. Come cantavano i suoi amati Simon&Gurfunkel, “sail on silver girl”.


“Naza” trionfa a Venezia: 25 minuti di applausi per il film che fa parlare i carnefici di Gaza

 

Di Annalisa Cuzzocrea, La Repubblica

Se il mondo non crede alle vittime, ascoltiamo i carnefici. Si sono detti questo, Yuval Abraham e Rachel Szor. Hanno poco più di trent’anni, non li avevano ancora quando hanno cominciato a lavorare a un film documentario – Naza – realizzato insieme ai giornalisti investigativi del Guardian, in collaborazione con i partner d’inchiesta +972 Magazine e Local Call. “Il muro di negazione davanti al massacro di civili di Gaza nella nostra società è talmente spesso – ha raccontato Abraham – che è bastato chiedere, per scoprire le regole di ingaggio dell’esercito israeliano”. Per scoprire che dietro lo sterminio di oltre 70mila palestinesi c’era e c’è un sistema di videosorveglianza continua e di uccisione di massa che non distingue in alcun modo tra obiettivi militari e civili, tra terroristi di Hamas e bambini inermi.

Naza è arrivato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia all’ultimo momento, ricevendo alla proiezione ufficiale venticinque minuti di applausi. Tra il pubblico anche il cantante Ghali. Le riprese sono rimaste segrete per tutta la loro durata, perché prevedevano di far salire ufficiali e soldati dell’intelligence israeliana sui tetti di Tel Aviv – di notte – per raccontare cos’avevano fatto, cosa continuano a fare, a Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Dopo che i terroristi di Hamas hanno ucciso in poche ore almeno 1200 israeliani, rapendone 250, bambini compresi, e permettendo che ne tornassero a casa vive solo 168. Un evento della cui possibilità, sono le rivelazioni di questi giorni, Benjamin Netanyahu era stato avvertito, ma che non avrebbe fatto nulla per prevenire.

Il film è girato interamente di notte, perché la notte è piombata da quel giorno su Israele e sulla sua coscienza – dicono i registi – e perché al buio è più facili lasciarsi andare alla verità. In tre anni di lavoro, 24 ufficiali e soldati israeliani hanno deciso di parlare con loro solo a patto di restare anonimi. Le figure e le voci dei testimoni sono così state camuffate con l’intelligenza artificiale. Non una scelta facile, visto che chi racconta ammette – lo fa uno di loro nel film – di aver preso parte a un genocidio. Di aver commesso crimini di guerra e spiato e minacciato tutti quelli che, tra i palestinesi, tentavano di denunciarlo mettendosi in contatto con la comunità internazionale. Di aver puntato i droni sulle case come fosse un videogioco per raderle al suolo. “Se sentivo che qualcuno era ancora vivo, sganciavo un’altra bomba”. Di aver ascoltato i pianti di donne e bambini mentre le mura di una casa che non doveva essere un bersaglio cadeva loro addosso. Di aver guardato mentre i corpi – non raccolti dopo un attacco – venivano sbranati dai cani.

E di aver fatto tutto questo spesso da Tel Aviv, per poi andare a bere una birra con gli amici. O per poi tornare alla propria laurea “in psicologia clinica”. O a fumare una sigaretta chiedendo al compagno: cosa pensi di tutto questo? E sentirsi rispondere: “Devi fidarti del sistema, sennò crolla tutto”. Non sono esagitati. Non sono soldati sfuggiti al controllo. Gli intervistati raccontano di far parte dei reparti di élite dell’esercito israeliano, sono quasi tutti cittadini di Tel Aviv, molti sono di sinistra, progressisti, ma avevano una missione. “C’era un senso di soddisfazione, quando centravamo l’obiettivo. È come avere l’ormone impazzito, non dormi, è divertente”, ammette uno di loro. Divertente.

Era un gioco, sparare sulle persone in coda per il cibo se lasciavano la fila. “Era quella la regola, se va fuori spari”. Quanti ne hai uccisi in questo modo?, chiede Abraham, che conduce le interviste. “A volte cinque, sei, ma anche sedici, venti”. Ognuno di loro disegna come i corpi cadevano a testa in giù. Come venivano seguite le celle dei cellulari di alcuni obiettivi. Come il territorio veniva mappato per essere certi di aver raso tutto al suolo, bruciando le case con tutto quel che c’era dentro, nella zona di Gaza in cui Israele non voleva restasse più alcun palestinese.

Davanti alla possibilità di essere accusati di scarsa credibilità, viste le fonti anonime, il produttore Paul Lewis, che è a capo del gruppo di giornalismo investigativo del Guardian ed è produttore esecutivo del documentario, dice che tutte le testimonianze sono state controllate. Alcune erano già uscite in inchieste internazionali. E che la forza del racconto – e i riscontri incrociati – non lasciano scampo alla verità. L’altro produttore è Jonathan Glazer, il regista del film premio Oscar La zona d’interesse sugli orrori di Auschwitz. Nessuno di loro può essere accusato di antisemitismo. Nessuno ha mai pensato di cancellare la memoria di quel che gli ebrei hanno subito durante la Seconda guerra mondiale. “Ma memoria significa proprio questo – dice Abraham – riconoscere gli schemi di quel che accadde allora, dentro quel che accade adesso”.

Naza è l’acronimo con cui i soldati israeliani definiscono le possibili vittime collaterali di un attacco. Ma quel che raccontano su quei tetti, mentre le riprese indugiano sulle luci di Tel Aviv, sulla vita che va avanti nelle case incollate alla televisione, inquadrando le tavole da sparecchiare, il brulicare dei bar – in una città che vive a 60 chilometri da Gaza – non ha nulla di collaterale, è tutto studiato. È un sistema di sterminio e pulizia etnica. A un certo punto il documentario mostra un giovanissimo Netanyahu intervistato in veste di saggista. Gli chiedono quale sia la definizione di terrorismo: quel che dice, sembra la descrizione esatta di quel che gli ufficiali descrivono intervista dopo intervista, aggiungendo disegno a disegno, sentendosi parte di un sistema impossibile da fermare perché raccontato come necessario alla sopravvivenza. “Mi sono sempre chiesto perché i tedeschi non si fossero rifiutati di fare quel che hanno fatto”, dice un soldato. Ma il film non si sofferma sulle motivazioni o sui rimorsi, neanche quando ci sono. La zona di interesse sono le vittime. Quelle cui il mondo non crede.

Nell’immagine: la squadra che ha realizzato “Naza” con gli autori Yuval Abraham e Rachel Szor e il produttore Jonathan Glazer, già regista di “La zona d’interesse”, Oscar nel 2024


Il crimine collettivo, dal vertice alla base

 

Di Yuval Abraham e Rachel Szor, il manifesto

Nel corso degli ultimi tre anni, sui tetti di Tel Aviv, abbiamo condotto interviste notturne a 24 soldati israeliani che hanno avuto un ruolo attivo nell’offensiva di Israele contro Gaza. Per la maggior parte ufficiali dell’intelligence, che lavoravano davanti a degli schermi e partecipavano a distanza all’uccisione di massa dei palestinesi.

Le loro testimonianze costituiscono la base di NAZA, un nuovo documentario – prodotto dal Guardian e da James Wilson e con Jonathan Glazer come produttore esecutivo – che abbiamo diretto e presentato alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

ABBIAMO INTERVISTATO questi soldati non perché fosse l’unico modo per conoscere ciò che Israele ha fatto a Gaza. Chiunque abbia visto la devastazione nella Striscia, ascoltato gli abitanti di Gaza o semplicemente preso sul serio le parole dei leader israeliani avrebbe dovuto riconoscere questa verità già anni fa.

Questo film è stato realizzato per una semplice ragione: eravamo consapevoli che le testimonianze di ufficiali e soldati dell’esercito che ha annientato Gaza – coloro che hanno condotto la sorveglianza, calcolato quante persone innocenti avrebbero probabilmente perso la vita in ciascuna abitazione e dato ripetutamente il via libera al bombardamento di intere famiglie – avrebbero reso ancora più difficile negare i crimini, una negazione che costituisce una parte di ciò che permette il perpetuarsi di tali crimini ancora oggi.

Questo è un film su un sistema: si concentra sugli ordini, sulle politiche e sui modelli operativi, non sulle deviazioni da essi. La conclusione che traiamo dalle testimonianze è chiara: l’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza non è stata un «tragico effetto collaterale» di una guerra contro Hamas, come viene comunemente rappresentato in Israele, bensì un atto premeditato, calcolato e intenzionale.

È per questo che una commissione dell’Onu, le principali organizzazioni per i diritti umani del mondo, studiosi palestinesi, israeliani e internazionali lo hanno descritto come un genocidio.

Il titolo del film, NAZA, acronimo ebraico di «danno collaterale», è una critica al modo in cui Israele rappresenta l’uccisione dei civili, occultando sia la conoscenza preventiva del numero di persone che con ogni probabilità verranno uccise in ciascun attacco, sia l’intento distruttivo che ha accompagnato la campagna militare fin dall’inizio.

UNO DEGLI UFFICIALI che abbiamo intervistato racconta di essere stato pienamente consapevole, in tempo reale, di centinaia di casi in cui le famiglie conducevano normalmente la propria vita – un uomo che parlava con la moglie, il suono di un programma televisivo, una preghiera, un bambino che piangeva – fin quando lui non ha dato l’autorizzazione a bombardarli. Quando gli è stato chiesto perché, ha spiegato: «Capisci che l’obiettivo è distruggere».

Vista in quest’ottica, la presenza in una determinata casa di una persona che Israele considera un obiettivo da eliminare diventa una questione «collaterale»; anzi, in molti casi, è stato rivelato che l’obiettivo non fosse neppure presente. L’uccisione stessa era il punto.

I soldati che compaiono nel film hanno tutti accettato di parlare a condizione che le loro identità venissero accuratamente celate, per paura della ritorsione di Israele per aver fatto emergere informazioni compromettenti. Alcune delle loro testimonianze erano così urgenti e sconvolgenti che le abbiamo pubblicate quasi immediatamente in una serie di inchieste investigative per +972 Magazine, Local Call e The Guardian (qui sul manifesto del 5 aprile 2024).

La maggior parte dei soldati che abbiamo intervistato appartiene a quella che viene comunemente definita l’élite socioeconomica israeliana e ha prestato servizio principalmente in prestigiose unità dell’intelligence.

Alcuni erano consapevoli di aver preso parte a gravi crimini e speravano che parlare apertamente avrebbe contribuito a penetrare i muri della negazione e della giustificazione, costringendo l’opinione pubblica israeliana a confrontarsi con ciò che, anche in suo nome, l’esercito era stato mandato a fare. Altri hanno accettato di parlare solo dopo mesi di riflessione: per senso di colpa, vergogna o persino orgoglio per quelli che consideravano i propri successi professionali.

IL NOSTRO FILM, per una scelta deliberata, non si sofferma sulle loro motivazioni. L’interesse principale è l’uccisione in sé e ciò che la rende possibile. Dedicare troppo spazio alle convinzioni morali e politiche delle nostre fonti avrebbe rischiato di spostare il centro dell’attenzione lontano dalle vittime. Rischio che non volevamo correre.

Concedere l’anonimato a persone che, secondo le loro stesse dichiarazioni, hanno preso parte a crimini orribili non è una decisione presa alla leggera. Ma, considerata la continua perpetrazione di questi crimini, abbiamo ritenuto di avere l’obbligo di rendere pubblici i loro racconti, nella speranza che potessero contribuire agli sforzi per porre fine all’offensiva.

Le testimonianze dei soldati chiamano in causa anche un sistema molto più ampio, del quale i vertici politici e militari di Israele portano la responsabilità ultima. Ci auguriamo che il film possa contribuire a ottenere l’accertamento delle responsabilità per i gravi crimini commessi da Israele e la giustizia per le loro vittime.

Ma il film non è soltanto una raccolta di testimonianze di soldati. Abbiamo anche rivolto l’obiettivo della macchina da presa verso Tel Aviv e i suoi abitanti durante la notte, interrogando la città nella quale, come una bolla, la vita quotidiana continua mentre i palestinesi vengono massacrati a soli 60 chilometri di distanza.

Attraverso il nostro sguardo sulla città dalla quale viene gestita la guerra contro Gaza, abbiamo cercato di osservare i meccanismi del conformismo che rendono possibile un’indifferenza così diffusa.

NEL FARLO, ci siamo ritrovati a porci domande che si poneva la generazione dei nostri nonni, domande che le persone in tutto il mondo si sono poste dopo aver appreso di atrocità e genocidi avvenuti altrove: come può un gruppo di esseri umani acconsentire alla completa disumanizzazione di un altro gruppo? E che aspetto ha un sistema genocidario visto dall’interno?

Negli anni a venire – forse in un’era post-Netanyahu, se mai un’epoca simile arriverà – alcune parti del campo liberale israeliano potrebbero cercare di prendere le distanze dai crimini commessi a Gaza, attribuendoli al governo di estrema destra. Sebbene questo governo porti la responsabilità principale per l’uccisione di più di 73mila persone, per la maggior parte civili, sulla scia dei criminali massacri compiuti da Hamas il 7 ottobre.

Una parte significativa di queste uccisioni è stata compiuta da soldati provenienti dal cuore stesso del campo liberale israeliano: ufficiali dell’intelligence e dell’Aeronautica che prestavano servizio nelle unità più prestigiose dell’esercito.

I piloti dell’Aeronautica potrebbero sostenere di essersi limitati a seguire gli ordini, di aver ricevuto un insieme di coordinate, sganciato la bomba ed essere tornati alla base senza sapere che cosa avessero colpito. I soldati di fanteria si difenderanno dicendo che non sempre sapevano chi stavano colpendo, in parte a causa della nebbia della guerra. Per quanto discutibili possano essere queste difese, non può esserci alcun dubbio su ciò che sapeva il personale dell’intelligence.

VEDEVANO con i propri occhi e sentivano con le proprie orecchie che le case che stavano «incriminando» erano piene di famiglie. Sapevano che le vaste quantità di «autorizzazioni NAZA» non erano collegate ad alcun obiettivo di significativo valore militare. Eppure svolgevano il loro ruolo nella macchina della morte, senza nessun atto di rifiuto o di resistenza.

Il film mostra come appare un sistema di uccisione quando si fonda sull’idea che «a Gaza non ci sono innocenti» o, come si potrebbe esprimere nel linguaggio dell’intelligence, «a Gaza non esiste la NAZA». In quanto tale, il film probabilmente minerà le posizioni dei negazionisti, di coloro che seminano dubbi e di quanti si sentono ancora a proprio agio nel vivere nella zona grigia tra il sapere e il non sapere ciò che sta accadendo a 60 chilometri a sud di Tel Aviv.

Il film, presentato a Venezia, arriverà presto a New York, prima di essere distribuito in tutto il mondo. Ma è anche rivolto verso l’interno, alla società israeliana. È stato girato interamente di notte, riflettendo la profonda oscurità nella quale è stato creato e nella quale viviamo. Ma senza un confronto onesto con ciò che è accaduto nell’oscurità, nessuno di noi sarà in grado di vedere la luce.

Articolo originariamente apparso sulla rivista israeliano-palestinese +972mag

Nell’immagine: i registi Rachel Szor e Yuval Abraham a Venezia


Dai talebani in Afghanistan al Califfato, il terrore di bin Laden ha fatto scuola

 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Un attentato può dirsi riuscito solo se lascia un segno nella mente dei superstiti. Il terrorista vuol vincere, non convincere. Era già così quando con “la propaganda dei fatti” Ravachol lanciava granate nei caffè di Parigi Belle Epoque spezzando partite a carte e languori di valzer. Il terrorista vuole sbalordire. Venticinque anni fa, un quarto di secolo, era l’11 settembre, nelle prime ore di una mattinata newyorkese, scoprimmo che eravamo fragili, che il bel mondo di Clinton “il furbo” era cartone. Abbiamo la memoria corta. Il sangue asciuga in fretta. Venticinque anni dopo Bin Laden, il «terrorista firmato Gucci» come lo chiamava la Cia quando ancora civettava con lui, è cenere dispersa (forse) in qualche oceano. In fondo riflettiamo, non è stato questo sfregio tanatologico un sottile ma esplicito tributo al suo potere: la paura che diventasse mausoleo pellegrinaggio mito? Problema risolto, delitto vendicato dunque?

Nuove stragi hanno monopolizzato la nostra attenzione occidentale, nuove guerre, si applica la parola terrorismo, parola radioattiva, agli Stati non più per i manipoli di bombe umane. Eppure. In Afghanistan gli antichi complici di Bin laden hanno cacciato l’America e ripreso il potere, umiliano le donne e abbattono gli aquiloni. E aprono le prime ambasciate anche in Europa. In Africa la mappa del Califfato nuovo di zecca va dal Sahel alle foreste del Congo e al Mozambico. In Siria un implacabile discepolo dello sceicco Osama è diventato presidente-emiro e riceve abbracci e dollari da Trump. In Palestina Hamas ha resistito a Israele e ha incendiato il Vicino Oriente. Proprio un bel mondo nuovo!

Siamo sicuri che Bin Laden, il volto del Male, che metteva insieme medioevo e modernità, grotte e computer (le sue fatwe incendiarie dall’Hindukush erano scritte su un Macintosh!) non abbia vinto, che non faccia inesorabilmente parte di noi? Come sarebbe felice lo sceicco del terrore nel suo ultimo rifugio pachistano ascoltando le notizie che arrivano dal cuore dell’Europa dove gli infedeli si uccidono, da cinque anni, con nefandezze e rovine che nemmeno sognava. Non vi vedrebbe il segno del favore del suo Allah privato e implacabile? E Hormuz non gli garberebbe? I dannati eretici sciiti bombardati, piagati, in miseria, e questo è bene, ma che resistono al grande Satana con le portaerei arrugginite e la maledizione del gallone di benzina. Contemplerebbe il mondo del nemico in frantumi a cui ha vibrato uno dei colpi decisivi. Con Khomeini e Putin: micidiale triade in cui nulla sembra legarli ma ben oliata dalle nostre asinerie ed ebetudini.

L’11 settembre fu l’attentato perfetto perché abolì in modo clamoroso, in diretta tv mondiale, qualcosa che costituiva l’essenza stessa della strategia militare. Non c’era più campo di battaglia, non c’era più linea del fronte. Ma migliaia di americani potevano essere assassinati gratuitamente, senza motivo, solo perché quel mattino erano là, in quel luogo, al lavoro, al bar, neri, bianchi, gialli, addetti alle pulizie e banchieri per scoprirsi di colpo in balia di una volontà di uccidere senza appello, capace di colpire nel mucchio. Che cosa avrebbe inventato Osama se avesse conosciuto le potenzialità omicide, criminali dei droni? In fondo non stiamo copiando il suo metodo?

Una cosa mi colpì quel giorno: per l’attentato fu usato l’aeroplano, ovvero il simbolo della nostra globalizzazione planetaria, capace di sconfiggere il tempo e lo spazio, convertito al prezzo di poche centinaia di dollari in nemesi.

La globalizzazione del terrorismo: ecco quello che Bin Laden, guastatore globale, ha copiato da noi mandando in pensione il vecchio terrorismo artigianale: trasformare con il timore e il tremore tutta l’umanità in una collettività di morti viventi, apatici o angosciati dalla evidenza della loro vulnerabilità. Un’enorme capacità distruttiva era, modernamente, alla portata del primo venuto. La devastazione fornita in una scatola di montaggio. Non è quello che è accaduto? Tutti quel giorno ci svegliammo, brancolando cercammo le leggi, le spiegazioni: di chi è alleato costui, chi lo finanzia? Ha l’atomica? Un uomo solo aveva dichiarato guerra al nostro mondo. Gli americani sbalorditi constatarono che un enorme numero di cittadini del mondo manifestava una compiacente comprensione nei confronti degli autori del massacro, alcuni perfino entusiasmo. Bin Laden eroe del Sud del mondo!

Un pugno di integralisti suicidi aveva interrotto la nostra bella partita di strapotenti talora prepotenti. Erano portatori di un nichilismo mistico, una religione che funziona come ideologia del castigo. Il saudita delle montagne non mise in campo forze convenzionali: mobilitò l’odio.L’odio che armato di un semplice taglierino valeva quanto e più di armi sofisticate. Non puntava a conquistare territori, questa sarà la sfida di jihadisti suoi eredi, quelli del Califfato. Voleva conquistare menti, promuovere la globalizzazione delle febbri e delle rabbie anti-occidentali.

Così i nostri schemi saltarono, le misure di polizia, la “sicurezza” devono abbracciare lo spazio planetario, sospendere le regole della democrazia e del diritto interno e internazionale. Devono, quelle eccezioni, durare generazioni, erigersi a permanenti. La spedizione punitiva in Afghanistan nelle mire dei parabolari della Casa Bianca divenne invasione, e poi sbaglio clamoroso in Iraq. La trappola di Bin Laden. La morale finisce quando si decide che tutti i mezzi sono buoni, che il fine giustifica i mezzi: era lì che il jihad totalitario voleva portarci. Tre anni dopo l’11 settembre gli americani scoprirono il volto sorridente di Lindye England, brillante soldatessa che tiene al guinzaglio, in posa con il pollice alzato, un arabo obbligato a muoversi a quattro gambe tra le grate di Abu Ghraib.

Nell’immagine: nella foto islamisti pachistani protestano dopo il raid ad Abbottabad del 2 maggio 2011 dove venne ucciso Bin Laden 


In Cile è ancora il 9/11

 

Di Claudia Fanti, il manifesto

Erano circa le nove dell’11 settembre di 53 anni fa quando Salvador Allende, asserragliato nel palazzo della Moneda insieme ai suoi fedelissimi, veniva informato che un aereo era pronto a condurlo in salvo fuori dal paese. Come se per lui la fuga fosse accettabile. «Io non rinuncerò», aveva assicurato nel suo ultimo, immortale discorso, diffuso da Radio Magallanes in mezzo a rumori di esplosioni e spari: «pagherò con la mia vita la lealtà del popolo». Così, dopo aver organizzato l’evacuazione del palazzo, Allende si era diretto al Salón Independencia, si era seduto su un divano, si era messo tra le ginocchia il fucile AK-47 regalatogli da Fidel Castro e si era sparato.

E SE ALLA VERSIONE ufficiale del suicidio si sarebbero affiancate altre ricostruzioni, secondo cui il presidente, che una celebre foto ritrae con il casco e il mitra, sarebbe morto in uno scontro a fuoco, ciò che conta è che dalla Moneda, come aveva promesso, era uscito solo da morto, avvolto in un poncho e portato via dai soldati, come mostra un’altra foto passata alla storia. Ci aveva provato, Allende, a scongiurare il golpe. Il giorno prima, secondo quanto emerso da un audio che l’ex ministro degli esteri cileno Orlando Letelier aveva registrato nel 1974 all’uscita dal campo di concentramento di Isola Dawson, Allende aveva organizzato un pranzo di carattere riservato allo scopo di individuare le misure necessarie per fermare il colpo di stato in corso: la convocazione di un plebiscito proprio per quell’11 settembre e la rimozione di sei o sette generali identificati come golpisti, in attesa di procedere a depurare l’esercito anche a livelli più bassi. Non ci sarebbe stato il tempo.

Terminava così, nel modo più tragico, l’esperienza di governo di Unidad Popular, con le sue riforme economiche e sociali: la nazionalizzazione del rame e delle principali banche e industrie, l’espropriazione delle grandi proprietà terriere per ridistribuire la terra ai contadini e creare cooperative agricole, la tassazione delle plusvalenze, l’aumento dei salari, il miglioramento dei servizi sanitari pubblici, il potenziamento dell’accesso all’istruzione per le classi popolari.

Che gli Stati uniti lo accettassero era impensabile. Kissinger, all’epoca segretario di Stato di Nixon, si era attivato contro Allende addirittura prima che venisse eletto. Celeberrima, e agghiacciante, la frase da lui pronunciata in una riunione del 1970: «Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli».

QUALE INDICIBILE orrore sia avvenuto dopo è storia nota i carri armati per le strade, i rastrellamenti, i sequestrati ammassati nello Stadio Nacional della capitale, diventato il più grande campo di concentramento, detenzione e tortura a cielo aperto del paese, per il quale sarebbero transitate tra le 12mila e le 20mila persone, tra studenti, operai, sindacalisti, giornalisti ed esponenti politici legati al governo deposto.

Lì, in quello stadio, il 21 novembre di quell’ anno il Cile si sarebbe qualificato per i mondiali di calcio giocando da solo senza avversari, con un grottesco gol a porta vuota, a causa del rifiuto categorico dell’Unione sovietica di scendere in campo, decretato agibile dalla Fifa dopo un’ispezione sommaria, nonostante i prigionieri fossero stati semplicemente nascosti o trasferiti altrove.

Eppure, mentre in tutto il mondo cresceva la preoccupazione per le violazioni dei diritti umani da parte del regime di Pinochet, Kissinger nel giugno 1976 portava i suoi omaggi al macellaio cileno: «Vogliamo aiutarti, non indebolirti. Hai reso un grande servizio all’Occidente rovesciando Allende».

Dopo 17 anni di dittatura, il «grande servizio all’Occidente» si sarebbe tradotto in oltre 3.200 persone scomparse o giustiziate e in più di 40mila vittime totali di abusi, arresti illegali e torture documentate, mentre, per il carnefice che quel servizio lo aveva offerto, i guai giudiziari sarebbero cominciati solo nel 1998, con il mandato di cattura internazionale emesso contro di lui dal giudice Baltasar Garzón per la scomparsa di cittadini spagnoli avvenuta durante la dittatura.

ACCUSATO DI GENOCIDIO, terrorismo e tortura, Pinochet viene arrestato a Londra, ma il 2 marzo 2000 il ministro dell’interno britannico Jack Straw lo rimette in libertà permettendogli di tornare in Cile. Incriminato finalmente anche nel suo paese, riesce a farla franca evitando una condanna definitiva e morendo d’infarto nel 2006, a 91 anni. A farla franca ha continuato anche da morto: 53 anni dopo il golpe, invece del sogno di Allende – quello dei «grandi viali per dove passerà l’uomo libero per costruire una società migliore» – è la realtà brutale della sua eredità a dominare la scena.

Dopo la clamorosa, inappellabile bocciatura della nuova Costituzione al plebiscito del 4 settembre 2022 – tragico epilogo della tumultuosa e feconda stagione politica avviata dall’estallido social del 2019 – e dopo l’altrettanto clamoroso fallimento di un governo il cui programma, se rispettato, avrebbe invece potuto cambiare il volto del paese, a conquistare la presidenza è stata addirittura l’estrema destra pinochetista: quella rappresentata da José Antonio Kast, figlio di un nazista, primo presidente ad aver votato a favore di Pinochet nel plebiscito del 1988 che avrebbe posto fine al regime militare, e ad averne sempre rivendicato orgogliosamente l’eredità. E anche il primo che non terrà alcuna cerimonia ufficiale per l’11 settembre.

COSÌ, MENTRE SOLO una parte del paese, in mezzo al revisionismo dilagante, ricorda il 53.mo anniversario del golpe, al congresso è in discussione una riforma costituzionale sulla sicurezza pubblica il cui tratto principale è dato dall’introduzione, in caso di minacce all’ordine interno, di uno stato d’eccezione per la durata di 120 giorni (prorogabili) che, senza bisogno di passare per il Congresso, concederebbe al presidente facoltà simili a quelle previste in tempo di guerra. Una riforma accompagnata da un disegno di legge rivolto a inasprire le sanzioni contro chi interrompe o ostacola la libera circolazione, con l’obiettivo di contrastare le barricate sulle strade.

Il presidente ha detto di non scartare a priori l’indulto ai condannati per crimini di lesa umanità commessi durante la dittatura. Pinochet, dalla sua tomba, non fa che ridere.

Nell’immagine: il palazzo presidenziale a Santiago, dopo il golpe militare contro Salvador Allende, (Cile, 1973)


Savoia ci riprova con un terzo partito “né di destra né di sinistra”. Ma davvero?

 

Dopo una pausa durata circa un decennio, Sergio Savoia torna in politica. Sarà candidato al Gran Consiglio sulla lista di “Avanti con Ticino&Lavoro”. È il suo terzo partito: nei primi anni 2000 è stato un esponente di spicco e deputato in Gran Consiglio del Partito socialista, per passare poi ai Verdi nel 2006. Negli anni 2014-2015 si vociferava che stesse per passare alla Lega (tant’è che Marco Borradori gli fece una proposta allettante in questo senso, cosa svelata dallo stesso Savoia durante l’intervista rilasciata a Teleticino, 6.9.2026). Ma alla fine si dimise da “coordinatore” (eufemismo) dei Verdi nell’ottobre 2015, affermando di “essersi tolto un peso, anzi due, forse anche tre” per diventare “un po’ più libero di dire come la penso” (RSI info, 5.10.2015).

Così tanti cambiamenti di casacca sono assai insoliti nel panorama partitico svizzero, ma sicuramente qualche caso isolato mi sarà sfuggito. Da cittadino e politologo, tuttavia, non posso che salutare l’impegno di ogni persona nella vita pubblica, visto che uno dei problemi delle democrazie odierne è il crescente disinteresse per la cosa pubblica, accompagnato da bassi livelli di partecipazione e dal rifiuto dei partiti.

Ciò detto, da ex politico che con Savoia ha condiviso sei anni in Gran Consiglio, vorrei contestualizzare alcune sue dichiarazioni (CdT, 7.2026). E ricordare un paio di fatti, visto che in politica la memoria è troppo spesso troppo corta.

Savoia afferma che il partito Avanti è “centrista” e che i problemi “non sono di destra o di sinistra”. Come esempio cita il problema dell’“immigrazione incontrollata”. In generale, è vero che i problemi non sono né di destra né di sinistra. Ma dipende da come li inquadriamo. L’arrivo in un Paese di persone provenienti da Paesi esteri – come nel caso mio e della mia famiglia, o in quello dei genitori di Savoia, immigrati dalla Campania – non è di per sé un problema. Come non è di per sé un problema se fuori nevica o se picchia il sole. Dipende da come affrontiamo questi fenomeni. Savoia stesso, in un’altra intervista (CdT online, 13.3.2015), ci tiene a sottolineare che i suoi genitori hanno “contribuito alla ricchezza della Svizzera”. Però loro, puntualizza, sono arrivati quando “c’erano i contingenti” e quando la Svizzera “faceva le visite mediche e le quarantene: non sono arrivati con la libera circolazione”.

Ecco perché Savoia sostiene che il problema non sia l’immigrazione in sé, ma solo quella “incontrollata”. Ma già questo aggettivo ci fa capire che il problema non è presentato da un punto di vista imparziale, “né di destra né di sinistra”, bensì da uno proprio della destra. Innanzitutto, perché crea una narrazione che non corrisponde alla realtà dei fatti: l’immigrazione legale in Svizzera è controllata, soprattutto per i cittadini provenienti da Paesi non UE/AELS. Quella illegale, per definizione, sfugge ai controlli ed è soprattutto frutto di guerre, persecuzioni e profonde disuguaglianze globali. Come la si dovrebbe “controllare”? Con muri e fili spinati, sul modello di Trump o Orbán?

La destra vuole un’immigrazione usa e getta: importiamo le braccia quando ne abbiamo bisogno, le rimandiamo a casa quando non servono più. Rimpiangere i contingenti, le visite mediche e le quarantene è di destra. Ed è francamente triste che le rimpianga un figlio di immigrati italiani, quando sappiamo quanto proprio i bambini italiani, che spesso vivevano nascosti e non potevano andare a scuola, abbiano sofferto in Svizzera durante il regime di “immigrazione controllata”. (Basta leggere gli scritti dello storico della migrazione italiana Toni Ricciardi, residente in Svizzera e oggi deputato del PD nel Parlamento italiano.)

Forse i problemi, presentati in maniera imparziale, non hanno un colore politico. Ma le soluzioni sì, eccome. E Savoia ci dice dove si colloca. Sempre nella recente intervista al CdT si vanta di aver contribuito “in maniera determinante” al successo dell’iniziativa dell’UDC-Lega “contro l’immigrazione di massa”, che il 9.2.2014 raggiunse il 50,3% di sì. Ecco un esempio di come la soluzione proposta dalla destra e promossa a spada tratta da Savoia (coinvolgendo l’insieme dei Verdi ticinesi, alcuni molto imbarazzati) non abbia risolto problemi, ma ne abbia creati: gli studenti e i ricercatori svizzeri esclusi, come conseguenza diretta del voto del 9.2.2014, da Erasmus e da importanti programmi di ricerca europei come Horizon se lo ricordano bene. E ringraziano Savoia & co. per la lungimiranza, considerando quanto la ricerca scientifica sia fondamentale per la Svizzera.

Savoia auspica inoltre che una candidatura di Avanti sia inclusa nella lista della sinistra (PS-Verdi-MPS) per le elezioni al Consiglio di Stato. Curiosa posizione. Visto che il suo nuovo partito sarebbe “centrista”, né di destra né di sinistra, perché non chiede l’inclusione nella lista del Centro?

È presto detto: hanno fatto i loro calcoli e credono che sia la lista della sinistra che, con il loro apporto, potrebbe guadagnare un secondo seggio. Savoia si chiede quindi, con malcelato compiacimento ironico, se il PS preferisca avere in Governo Mirante (Avanti) piuttosto che Marchesi (UDC). Da che pulpito! Nel 2011 fu proprio Savoia, come coordinatore (eufemismo) dei Verdi ticinesi, a rifiutare la storica congiunzione di liste fra PS e Verdi alle elezioni per il Consiglio nazionale. Il risultato? Un seggio per il PS (prima ne aveva due), zero per i Verdi. Il seggio perso dalla sinistra andò alla Lega-UDC.

Nell’immagine: Sergio Savoia in una delle sue lezioni quotidiane su Facebook