Sergio Rossi – L’oro europeo che lascia l’America

La riprova che per Trump c'è sempre meno fiducia. Soprattutto ora che il presidente vorrebbe chiede rimborsi agli europei della Nato 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Storia, memoria e politica

La riprova che per Trump c'è sempre meno fiducia. Soprattutto ora che il presidente vorrebbe chiede rimborsi agli europei della Nato 

Questo è il testo dell’intervento della storica Nelly Valsangiacomo alla Conferenza sulla riabilitazione dei condannati/e nel nostro paese per aver aiutato gli oppositori ai regimi fascisti nella Seconda guerra mondiale, promossa a Locarno l’11 agosto scorso dall’Associazione Memoria 1939-1945


Che cosa distingue il nostro tempo dagli anni Trenta e Quaranta del Novecento? È una domanda che vale la pena porre all’inizio di questa giornata dedicata alla riabilitazione dei sostenitori della Resistenza francese e italiana.

Quando guardiamo il presente, le analogie con il passato sembrano imporsi facilmente. Vediamo guerre, nazionalismi, razzismi, antisemitismo, xenofobia. Vediamo minoranze trasformate in capri espiatori, società attraversate dalla paura e dalla ricerca di nemici, la forza tornare a essere presentata come una virtù. L’avanzata di movimenti illiberali, nazionalisti, suprematisti e apertamente espansionisti è impressionante. E non riguarda soltanto altri paesi. Anche in Svizzera, la trasformazione di partiti che si definiscono liberali verso un intreccio sempre più marcato di liberismo economico e nazionalismo politico dovrebbe interrogarci.

La tentazione di dire che stiamo tornando agli anni Trenta è forte. Ma tra gli anni Trenta e noi è accaduto qualcosa di enorme. C’è stata la catastrofe della Seconda guerra mondiale, la Shoah, milioni di morti, deportazioni e persecuzioni.

E c’è stata anche la risposta a quella catastrofe. Dopo il 1945 si è cercato di trasformare una parte dell’esperienza in diritto. Non si partiva dal nulla. Il diritto internazionale e forme di diritto umanitario esistevano già. Ma dopo il 1945 si compie un salto fondamentale. Si afferma che esistono limiti che neppure gli Stati possono oltrepassare; diritti che appartengono alla persona in quanto tale; che persino la guerra ha delle regole; che i civili devono essere protetti; che chi fugge dalla persecuzione possiede dei diritti.

Si cerca, in altre parole, di costruire un ordine nel quale la forza non sia più sufficiente a legittimare sé stessa. Nel quale anche lo Stato, anche il vincitore, anche chi invoca la propria sicurezza debba incontrare dei limiti. Ma il 1945 non è una data magica dopo la quale tutto diventa improvvisamente chiaro.

La giornata di oggi ce lo ricorda in modo particolarmente evidente. La Svizzera ha impiegato decenni per riabilitare persone che avevano scelto di combattere il fascismo fuori dai propri confini. I volontari svizzeri della guerra di Spagna sono stati riabilitati soltanto nel 2009. Per coloro che parteciparono alla Resistenza francese e italiana il riconoscimento è arrivato soltanto ora.

Questo ritardo ci ricorda che legalità e giustizia non coincidono necessariamente. Quelle persone furono condannate sulla base del diritto allora vigente. Ma il fatto che oggi le riabilitiamo dice quanto tempo occorra a una società per rimettere in discussione il proprio passato. Perché una riabilitazione tardiva non riguarda soltanto chi viene riabilitato: riguarda anche chi riabilita, e il modo in cui una società vuole pensare sé stessa nel presente.

Anche l’ordine costruito dopo il 1945 non è mai stato pienamente realizzato. Non ha eliminato guerre, imperialismi, torture, genocidi. Le stesse potenze che hanno contribuito a costruirlo ne hanno ripetutamente violato i principi.

E tuttavia qualcosa era cambiato. Ed è questo qualcosa che oggi è nuovamente in discussione.

Perché c’è una differenza fondamentale fra violare una regola e contestare l’esistenza della regola. Il diritto viene violato. È sempre accaduto. Un ordine internazionale entra invece in una crisi più profonda quando gli Stati che dovrebbero sostenerlo non sono più disposti a pagare un prezzo politico per difenderlo.

La crisi dell’Etiopia è esemplare. Di fronte all’aggressione italiana del 1935 furono adottate sanzioni, alle quali anche la Svizzera partecipò, sia pure con forti cautele. Ma quando la difesa della sicurezza collettiva entrò in conflitto con interessi economici e politici, gli Stati non furono disposti ad andare fino in fondo. Le istituzioni continuavano a esistere. Era la loro credibilità che si stava sgretolando.

Non siamo negli anni Trenta. Ma la storia ci permette di riconoscere alcuni dei meccanismi attraverso i quali un ordine internazionale può perdere la propria forza. Non soltanto quando le norme vengono violate, ma quando la violazione diventa normale e diminuisce la volontà politica di difenderle.

È una domanda che riguarda direttamente il nostro presente. Penso, tra gli altri, a Gaza e ai Territori occupati. Penso a Cuba e a un embargo economico che dura da oltre sessant’anni. Penso alle migrazioni e alla crescente tendenza europea a spostare fuori dai propri confini il controllo e la gestione delle persone che cercano di raggiungere l’Europa. Sono situazioni profondamente diverse, che non intendo confondere. Ma pongono una domanda comune: il diritto vale sempre, oppure soprattutto quando serve a limitare gli altri?

Certo, potremmo osservare che tra l’universalità dei diritti e la logica del capitalismo esiste una tensione profonda. Ma, comunque la pensiamo, dobbiamo ricordare quante vite è costato arrivare fin qui. I diritti sono universali proprio perché non dipendono da chi li invoca: devono proteggere chi non ci assomiglia, chi è dall’altra parte di una guerra, chi bussa alla nostra frontiera. E il diritto internazionale deve valere anche quando limita noi o i nostri alleati, non soltanto l’avversario.

E qui entra in gioco anche la Svizzera. Non può certo imporre il rispetto del diritto internazionale, ma, come depositaria delle Convenzioni di Ginevra, ha una responsabilità particolare nel difenderne l’autorità. Una responsabilità che riguarda anche il nostro presente, mentre ci prepariamo a votare su un’iniziativa che limiterebbe fortemente la possibilità della Svizzera di adottare sanzioni contro Stati belligeranti. Perché una cosa è non riuscire a impedire una violazione; un’altra è rinunciare a reagire. La neutralità non dovrebbe significare rinunciare a difendere il diritto internazionale quando viene calpestato.

Ma la storia che oggi commemoriamo richiama anche la responsabilità individuale. Noi guardiamo al passato sapendo già quali leggi erano ingiuste, chi avrebbe dovuto parlare, aiutare, disobbedire. E possiamo facilmente convincerci che saremmo stati dalla parte giusta. Chi viveva allora, invece, viveva dentro il proprio presente e dentro una normalità. Ed è questo che dovrebbe inquietarci: raramente le persone si percepiscono come ingiuste. Si percepiscono come normali, ragionevoli, rispettose delle leggi.

Le grandi forme di esclusione possono cominciare quando una discriminazione diventa normale, quando ciò che ieri ci scandalizzava oggi non ci scandalizza più, quando un’eccezione si ripete fino a non sembrarci più eccezionale. È qui che la responsabilità individuale incontra la storia. Perché accanto alla responsabilità delle istituzioni e degli Stati c’è la nostra capacità di riconoscere un’ingiustizia anche quando è legale, abituale o politicamente conveniente. La domanda allora è: che cosa siamo disposti a considerare normale oggi?

Ed è qui che storia e memoria incontrano la politica. Perché la politica non è soltanto ciò che fanno i governi: è anche ciò che una società accetta o decide di non accettare più. Oggi il rapporto di forza tende sempre più a prevalere sulla regola, e il diritto rischia di diventare negoziabile quando contrasta con gli interessi del più forte.

È un rovesciamento importante: la politica democratica, pensata anche come strumento per porre limiti, è sempre più subordinata alla forza e all’economia. Il potere economico diventa direttamente potere politico, mentre nei rapporti internazionali riemergono logiche imperiali di potenza, territori, risorse e sfere d’influenza.

E tuttavia non siamo negli anni Trenta. Le istituzioni esistono. Le norme esistono. La memoria esiste. La questione è se siamo ancora disposti a difenderle.

Ed è qui che una giornata come questa acquista il suo significato. La storia non serve a prevedere il futuro e la memoria non ci impedisce magicamente di ripetere il passato. Ma storia e memoria possono fare qualcosa di essenziale: rendere meno normale il presente, aiutarci a riconoscere quando una discriminazione diventa accettabile, un’eccezione permanente, un diritto negoziabile.

E ricordarci che il diritto internazionale costruito dopo la catastrofe del Novecento è una costruzione politica: può essere difesa, rafforzata, svuotata o distrutta.

Forse la lezione degli anni Trenta non consiste soltanto nel riconoscere il fascismo, ma anche il momento in cui un sistema internazionale perde forza perché diminuisce la volontà di difenderlo. E questo non avviene soltanto nelle istituzioni: avviene anche nelle società, quando ciò che ieri era inaccettabile diventa normale.

Per questo parlare oggi di storia e di memoria significa necessariamente parlare anche di politica. Per ricordarci quanto sia difficile riconoscere il proprio tempo mentre lo si sta vivendo.

È anche per questo che ha senso dedicare questa giornata a donne e uomini che, di fronte alla Resistenza francese e italiana, dovettero scegliere nel proprio presente, senza conoscere ancora il giudizio che la storia avrebbe dato delle loro scelte. Gli interventi di questa mattina ci permetteranno di ricostruire quelle vicende e comprenderle nella loro complessità. Poi la commemorazione ci porterà dalla storia alla memoria.

Ma storia e memoria rimangono vive nel presente soltanto se continuiamo a porci una domanda: che cosa facciamo noi oggi? Che cosa siamo disposti a considerare normale? Quali violazioni siamo disposti a tollerare perché riguardano altri?

E quali limiti siamo ancora disposti a difendere — come individui, come cittadine e cittadini, come società e come Stato — affinché la forza, l’interesse e il potere non tornino a essere l’unica misura possibile dei rapporti fra gli esseri umani?

È qui che storia, memoria e politica tornano a incontrarsi.

Nell’immagine: partigiani/e commemorati e riabilitati a Locarno


Merz, il cancelliere borghese e austero travolto dalla rabbia dell’Est

La riprova che per Trump c'è sempre meno fiducia. Soprattutto ora che il presidente vorrebbe chiede rimborsi agli europei della Nato 

Di Francesca Sforza, La Stampa

Aveva promesso che avrebbe dimezzato i consensi dell’Alternative Fuer Deutschland ed è riuscito a farsi doppiare. È questo il cancelliere che ieri si è presentato davanti all’opinione pubblica definendosi «scioccato», e allo stesso tempo determinato a non arretrare di fronte all’avanzata dell’estrema destra: «Qualcuno sta gioendo del risultato, perché è un chiaro tentativo di destabilizzare il Paese», ha detto Friedrich Merz commentando irisultati della Sassonia-Anhalt. Ma se a Mosca il segnale venuto dall’ex Germania orientale è stato sicuramente celebrato come un punto a favore della crociata anti-occidentale, Friedrich Merz è per il momento parte del problema, non della soluzione.

Qualcuno – più d’uno, diversi, si immagina molti – deve avergli detto che non è stato sufficientemente empatico in campagna elettorale. E lui, con la scarsa naturalezza che lo contraddistingue, ha pensato che un buon modo di rispondere potesse essere questo: «La Germania ha bisogno di riforme, ne sono fermamente convinto, e ora il governo federale deve attuarle: non dobbiamo soltanto motivarle razionalmente, ma anche comunicarle emotivamente; raggiungere maggiormente le persone in tutta la loro dimensione emotiva è un compito comune del quale mi assumo la responsabilità».

Siamo sicuri tuttavia che il problema sia comunicare con partecipazione emotiva la riforma delle pensioni? Di nuovo, l’impressione è che Friedrich Merz non centri il punto e si confermi distante culturalmente (prima ancora che emotivamente) da quel lago di risentimenti e frustrazioni che è diventata l’ex Germania orientale dopo che il “tappo Merkel” è saltato. Come Olaf Scholz, Merz non ha ritenuto che i tempi fossero maturi per rivolgersi al popolo della ex Germania orientale innanzitutto con delle scuse. Mostrando cioè rispetto, partecipazione e commozione per quella macelleria sociale che nei primi anni Novanta segò gambe e dignità a un’intera generazione. I figli di quella generazione sono i trenta-quarantenni che oggi ingrossano le file dell’AfD e che hanno vissuto l’adeguamento dell’economia orientale a quella occidentale – inevitabile, necessario, senza alternative ma pessimamente comunicato – come un disastro personale, familiare e civile.

Mentre intere famiglie crollavano, spazzate via dalla disoccupazione, dall’alcolismo e dal cedimento improvviso dell’intera struttura sociale Friedrich Merz continuava a rappresentare il simbolo della buona borghesia cattolica della Germania Ovest: il padre Joachim era giudice e membro della Cdu, la madre Paula Sauvigny era la figlia del sindaco di Brilon, la cittadina dove Merz è nato l’11 novembre del 1955, e amava sottolineare le sue origini francesi (anche se dalla fine dell’800 la famiglia aveva sempre vissuto in Germania). Lui da ragazzo aveva militato fra i giovani cristiano-democratici e poi aveva seguito le orme paterne laureandosi in legge. Una famiglia solida e severa, la sua, e in diverse occasioni Merz ha ricordato più di un periodo «non felice», come quando si ammalò di tubercolosi e il padre, che aveva trascorso quattro anni come prigioniero nella Georgia sovietica, lo spedì in un austero sanatorio di suore. Più tardi la vita familiare fu inoltre funestata dalla tragica morte di sua sorella maggiore, che perse la vita a soli 21 anni in un incidente stradale.

A Bonn, dove aveva terminato gli studi, Merz inizia la carriera di giudice, ma la passione per la politica riaffiora in seguito all’incontro con l’uomo che cambiò per sempre il corso della sua vita: Wolfgang Schaeuble, potente consigliere di Helmut Kohl. Dopo un inizio decisamente scintillante come portavoce della corrente più conservatrice della Cdu per Friedrich Merz – in coincidenza con le dimissioni di Schaeuble dalla presidenza del partito nel 2000 e con l’ascesa di Angela Merkel – inizia una imprevista e inarrestabile parabola discendente. «Comandare piaceva troppo a tutte e due», scrisse la ex cancelliera nella sua autobiografia a proposito del rapporto con lui. Ma la realtà è che Merz a lei non piaceva affatto: troppo conservatore, troppo liberista, troppo rigido in materia sociale. A conferma della sua vocazione capitalista, Merz abbandona la politica, entra in uno studio legale di affari e inizia a collezionare presidenze e ruoli chiave nei consigli di amministrazione di aziende tedesche e internazionali, fino ad arrivare alla presidenza della filiale tedesca di BlackRock, leader nel settore della gestione patrimoniale.

Al ritorno in politica sembrava cambiato, più disposto a riprendere il filo del confronto parlamentare (per cui non è stato mai particolarmente dotato) ma anche il mondo intorno a lui era diverso: gli Usa non erano più l’alleato fraterno del dopoguerra, la Russia aveva disvelato il suo volto autoritario, l’Unione Europea si trovava a competere con giganti potenti e aggressivi e l’ondata delle destre estreme. La stessa che ieri l’ha travolto.


Per JD Vance l’IA è “satanica” e il dibattito spacca in due la Casa Bianca

La riprova che per Trump c'è sempre meno fiducia. Soprattutto ora che il presidente vorrebbe chiede rimborsi agli europei della Nato 

Di Giuditta Mosca, La Repubblica

Durante una conversazione con il podcaster evangelista Bryce Crawford, il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha raccontato che un amico ha usato un chatbot come consulente matrimoniale e che l’IA, invece di offrire consigli equilibrati, incoraggiava comportamenti egoistici. Da qui la frase di Vance, “Penso che sia una cosa un po’ satanica” (“I think that’s kind of satanic”) che ha aperto un dibattito sottile tra le mura della Casa Bianca.

Fatto sta che, tra sogni di crescita economica e timori di un’apocalisse biblica, l’amministrazione statunitense si trova a interrogarsi sull’impatto spirituale delle nuove tecnologie e sulla perdita di dignità umana. Uno scontro, per il momento dialettico, tra le tecnologie più avanzate e le credenze religiose più radicate.

Da un lato, il presidente Donald Trump esalta i benefici delle IA, descrivendola come uno strumento straordinario per sconfiggere malattie come il cancro, dare un forte impulso all’economia e confermare la supremazia tecnologica del Paese su scala globale. Sul versante opposto, così come conferma il Wall Street Journal, esponenti del suo stesso esecutivo sollevano dubbi sulla natura di questi sistemi, arrivando a ipotizzare conseguenze sul piano spirituale ed esistenziale.

Uno scontro culturale che dà spazio ai timori di JD Vance, concentrato più su quelli che ritiene essere i risvolti oscuri, persino “demoniaci”, delle IA.

Le IA, il satanismo e la sycophancy

Per comprendere il tenore della frase e il contesto in cui ha scatenato delle reazioni, va sottolineato che JD Vance non è uno scienziato delle IA e neppure un leader religioso. L’atteggiamento dell’IA che, invece di fornire indicazioni sagge ed equilibrate ha legittimato comportamenti egoistici, non ha né nozioni di satanismo né di spiritualità. Questo fenomeno, considerato un comportamento emergente osservato nei modelli linguistici, risponde al nome di sycophancy, ovvero la tendenza di un’IA a compiacere l’utente e a confermarne le convinzioni.

Il tema che emerge dalla sycophancy, casomai, verte sull’attendibilità di una risposta formulata dalle IA senza entrare in contraddizione con chi ha posto la domanda, preferendo dirgli ciò che vuole sentirsi dire anche quando è falso o poco documentato.

Il vicepresidente ha scelto di leggere questa dinamica sotto una lente spirituale, descrivendola come qualcosa di satanico, poiché allontanerebbe l’individuo dal confronto autentico e dalla responsabilità delle proprie azioni.

Le profezie dell’apocalisse spalancano le porte della Sala Ovale

Il confronto sulle ripercussioni morali dei sistemi che imitano la mente umana non è affatto un fenomeno isolato tra i collaboratori presidenziali.

Molti funzionari dell’amministrazione dichiarano espressamente di farsi guidare dai valori della tradizione giudaico-cristiana nella stesura delle linee guida tecnologiche. Tra queste spicca Lynne Parker, già vicedirettrice principale dell’Ufficio per la politica scientifica e tecnologica, fedele della Chiesa presbiteriana e titolare di un dottorato in informatica, riscontra parallelismi evidenti tra le IA e le profezie bibliche sulla fine della storia umana tipiche del libro dell’Apocalisse. Analogie che la Parker riconduce ai sistemi di sorveglianza globale, i meccanismi di persecuzione e le forme di coercizione economica. Parker ha comunque precisato – sottolinea il WSJ – che i credenti dovrebbero usare la tecnologia per il benessere comune.

C’è spazio anche per l’ottimismo

Accanto alle preoccupazioni apocalittiche convivono posizioni più ottimistiche. Michael Kratsios, direttore in carica dell’Ufficio per la politica scientifica e tecnologica della Casa Bianca, ritiene che la scienza e la fede siano unite e che le macchine intelligenti possano rappresentare una grande opportunità per lo spirito umano.

Kratsios, cristiano di confessione ortodossa e storico collaboratore del miliardario e co-fondatore di Palantir, Peter Thiel, sostiene che quando l’IA avrà superato i limiti della conoscenza logica umana, l’umanità sarà spinta a guardare oltre la pura razionalità per trovare risposte sul proprio ruolo nell’universo.

Di avviso molto diverso è proprio Thiel, persona peraltro molto vicina al vicepresidente JD Vance. Thiel ha tenuto diverse conferenze negli Stati Uniti mettendo in guardia contro i tentativi di istituire regole internazionali e centralizzate per l’IA. Secondo l’imprenditore, una regolamentazione mondiale potrebbe spianare la strada a una dittatura planetaria, facilitando la venuta della figura biblica dell’Anticristo.

Una visione che ha fatto breccia a Washington tant’è che il governo americano ha respinto ogni proposta di regolamentazione restrittiva, prediligendo un approccio morbido e privo di vincoli globali. Se tra le fila dell’ala più religiosa dei repubblicani c’è chi ha idee divergenti sulla natura e sull’uso delle IA, ci sono però elementi oggettivi che vanno al di là degli aspetti metafisici.

La dignità del lavoro nella società digitale

L’impatto sociale ed economico delle IA suscita forti perplessità riguardo alla dignità dell’essere umano, tema di cui Vance si nutre spesso a fini politici, ma che, al di là delle strumentalizzazioni più convenienti, ha origini che esulano dal mondo della politica.

Diversi report raccolti dall’Organizzazione internazionale del Lavoro (ILO), più che concentrarsi sulla perdita di posti di lavoro, pongono l’accento sull’autonomia, la sorveglianza e il significato del lavoro umano. Report che non affrontano i temi scottanti legati alle IA restando fedeli a una o all’altra corrente politica e che, di conseguenza, raccontano ciò che accade al di là delle convinzioni di Vance.


Valanga AfD, la Ger­ma­nia trema

La riprova che per Trump c'è sempre meno fiducia. Soprattutto ora che il presidente vorrebbe chiede rimborsi agli europei della Nato 

È blu il colore dell’Alter­na­tive für Deu­tschland. Ma è nera l’ondata poli­tica che ha tra­volto la Sas­so­nia-Anhalt. Il Land più povero della nazione, quello col più alto numero di elet­tori anziani, che dalla caduta del Muro di Ber­lino è stato abban­do­nato da un quarto della sua popo­la­zione, e in cui votano anche i sedi­cenni.

Realtà che pos­sono solo in parte spie­gare il trionfo di Ulrich Sieg­mund, il lea­der locale di uno schie­ra­mento che raggiunge il 44,6 per cento dei suf­fragi. Pur man­cando la mag­gio­ranza asso­luta, è una inquie­tante svolta sto­rica per la Ger­ma­nia. Che abbatte un altro muro, quello che per decenni la classe poli­tica tede­sca, a destra e a sini­stra, aveva alzato per con­te­nere i nostal­gici del nazi­smo e la destra iper-radi­cale che rim­piange il suo pas­sato, e non accetta che la nazione tede­sca debba con­ti­nuare a sen­tirsi col­pe­vole per le tra­ge­die della Seconda guerra mon­diale, dalla Shoah ebraica agli altri milioni di morti (tra i 60 e gli 80 tra mili­tari e civili) cau­sati dalla fol­lia hitle­riana.

Un risul­tato che fa paura nel cuore di una Ger­ma­nia che nella sua sto­ria moderna ha fatto dell’aper­tura e dell’inclu­sione la pro­pria ban­diera. Ma che oggi dimo­stra quanto la con­danna del pas­sato, che ha coin­volto più di quat­tro gene­ra­zioni, fosse il risul­tato di una cri­stal­liz­za­zione che non eli­mi­nava il pro­blema di un’auten­tica, man­cata ela­bo­ra­zione demo­cra­tica.

Natu­ral­mente si ripe­terà che il Land tea­tro dell’onda nera sta in quella parte ex comu­ni­sta di Ger­ma­nia che si è sen­tita eco­no­mi­ca­mente tra­scu­rata o addi­rit­tura poli­ti­ca­mente tra­dita da Ber­lino, dun­que più facil­mente por­tata a cer­care una sponda nella pro­te­sta, che si estende para­dos­sal­mente anche negli umori meno pole­mici nei con­fronti della Rus­sia di Putin.

Tutto vero. Ma non basta per spie­gare que­sto recu­pero del pas­sato, com­pren­si­bile uni­ca­mente se si pensa a una radice non spez­zata, a una memo­ria non redenta, a un pas­sato in parte di nuovo con­si­de­rato accet­ta­bile. Non è sol­tanto que­sta la paura che oggi invade anche l’Europa demo­cra­tica. Avanza infatti anche il timore del con­ta­gio, per di più inco­rag­giato al di là dell’Atlan­tico da una Casa Bianca (Trump insieme al suo scu­diero Musk) che fa a sua volta un tifo para­dos­sale e incom­pren­si­bile – basti pen­sare ai gio­vani ame­ri­cani morti nella guerra con­tro il Terzo Reich – per l’estrema destra euro­pea, e in par­ti­co­lare pro­prio per l’AfD (“l’unico par­tito in grado di sal­vare la Ger­ma­nia”, ha decla­mato il mul­ti­mi­liar­da­rio di Tesla).

Il tutto per rag­giun­gere l’obiet­tivo di inde­bo­lire, se non far implo­dere, l’Unione euro­pea. Lo stesso dise­gno che anima i cal­coli del ‘pic­colo zar’ del Crem­lino. Il voto di ieri, per il suo valore non solo sim­bo­lico, è un ulte­riore cam­pa­nello d’allarme per l’Ue, che ora deve guar­dare anche con mag­giore appren­sione all’avvi­ci­narsi dell’anno elet­to­rale in Fran­cia.

Dove la fine del ‘macro­ni­smo’, in un qua­dro poli­tico pres­so­ché deva­stato da una stra­te­gia pre­si­den­ziale che ha scar­di­nato anche le regole di una Quinta Repub­blica sostan­zial­mente da rifor­mare, porta sulla soglia del potere Marine Le Pen, che ha ridi­pinto ma non rifor­mato l’ex Fronte Nazio­nale, con le sue forti vena­ture anti­de­mo­cra­ti­che e anti­eu­ro­pei­ste, favo­rito da tutti i son­daggi. Ger­ma­nia e Fran­cia, i due motori sto­rici ma imbal­lati dell’Ue. Che invece avrebbe biso­gno di ben altro nel momento più dif­fi­cile della sua esi­stenza.

Scritto per laRegione


Alternative für Europa

La riprova che per Trump c'è sempre meno fiducia. Soprattutto ora che il presidente vorrebbe chiede rimborsi agli europei della Nato 


La campana che suona per i governi Ue

La riprova che per Trump c'è sempre meno fiducia. Soprattutto ora che il presidente vorrebbe chiede rimborsi agli europei della Nato 

Di Cesare Martinetti, La Stampa

Ottantuno anni dopo la caduta di Hitler che lasciò il paese in macerie e con l’incancellabile colpa dell’Olocausto, un partito che a quella Germania si richiama più o meno esplicitamente, vince le elezioni regionali in Sassonia. L’AfD prende il 44 per cento, superando largamente la somma dei voti di Cdu e Spd, i due storici partiti della rinascita postbellica. Sachsen-Anhalt, nell’ex Ddr, ha poco più di due milioni di abitanti (la metà di Berlino) ma il valore politico e simbolico di questo risultato è enorme.

Ancora non si sa se l’AfD avrà la maggioranza assoluta dei seggi e quindi potrà governare da sola la regione.

Il vincitore però è certo: Ulrich Siegmund, 35 anni, taglia atletica e occhi blu. È nato un anno dopo la caduta del muro di Berlino. È un tipo simpatico e allegro, un gran comunicatore, venditore di profumi di ambiente. Ha fatto una campagna elettorale per le strade e le piazze, ha girato tutta l’estate su un ciclomotore Simson, uno dei simboli evocativi della Ddr. Si è fatto conoscere sui social con tambureggianti video TikTok di trenta secondi. È l’esponente di una generazione senza complessi, nel suo entourage ci sono anche attivisti dell’Heimattreue Deutsche Jugend, la Gioventù patriottica tedesca, un gruppo messo fuori legge nel 2010 dalla Corte federale.

Il programma naturalmente è radicale: espulsione degli immigrati illegali, fuori dall’euro, scuole separate tra tedeschi e non, riscrittura della storia perché attualmente troppo colpevolizzante del Terzo Reich, stop all’informazione radio-tv pubblica.

L’Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania), il partito nato nel 2015 da un gruppo di economisti anti-euro, è diventato negli anni il collettore di tutti malumori, nostalgie, gruppi e gruppuscoli di dichiarata simpatia nazista, soprattutto nell’ex Ddr, nelle campagne dove sono nate anche varie comunità agricole “völkisch” che praticano la purezza etnica.

Ma la progressione dell’AfD pare inarrestabile anche ad Ovest, l’ultimo sondaggio del Politbarometer di pochi giorni fa la dà al 27-28% mentre la Cdu del cancelliere Merz non supera il 22. Una disfatta politica e anche personale a Est e a Ovest. La Sassonia è stata governata per vent’anni dalla Cdu che ieri ha dimezzato i suoi voti, confluiti tutti nell’AfD che è ormai il convitato il pietra della coalizione del governo federale.

Per l’Unione europea si apre un’altra falla, per lo meno nella tenuta psicologica: la campana della Sassonia suona per tutti i governi, soprattutto quelli del nucleo più storico che vedono erodersi un sodalizio nato nel dopoguerra per scongiurare la possibilità di nuove guerre. Le vecchie piste si confondono, la bussola è impazzita. La guerra è ai confini della Ue e intanto il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov definisce «metastasi del nazismo» i governi democratici. Alice Weidel, la leader nazionale dell’AfD, nei comizi di questi giorni, gli ha fatto da spalla ideale: «Mai più un euro all’Ucraina!». I vecchi nemici si appoggiano sulla “nuove” forze antisistema che rispondono con gratitudine ed evidenti aspettative.

Sarà questa la nuova Europa che si disegna dal voto in Sassonia? Il vero grande appuntamento sono le elezioni francesi, nel prossimo aprile. Con singolare coincidenza di tempi Louis Alliot, ex compagno di Marine Le Pen e rilevante personaggio del partito, ha detto che si deve «chiudere il rubinetto» degli aiuti a Kiev. È questa la posizione del Rassemblement, primo partito nei sondaggi francesi con il 30 per cento? Non è chiaro. Jordan Bardella, primo ministro designato in caso di vittoria, intervistato su La Stampa di ieri da Giuseppe Bottero, ha confermato il sostegno all’Ucraina. Dunque quest’onda nera che si muove sull’Europa non è per niente compatta, prevale una babele ambigua e opportunista.

Bardella era arrivato a Cernobbio da Birmingham, dove aveva firmato un protocollo di futuri intenti sull’immigrazione con il capo inglese di Reform Uk Nigel Farage (l’artefice di Brexit) che l’intero mondo politico francese ha ridicolizzato per velleità e inutilità. Ma il senso politico era più generale: stabilire un primo contatto tra i due partiti, dato che finora Farage si era rifiutato di incontrare Marine Le Pen perché la considerava «antisemita».

D’altra parte il Rassemblement due anni fa aveva tagliato i ponti con l’AfD perché «troppo estremista». E con la destra l’Italiana? «Rispetto Meloni, ma non è il nostro modello», ha detto Bardella. E si capisce: nessuno in Francia vuol fare un governo con Marine Le Pen.

Nell’immagine: il principale candidato dell’estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD), Ulrich Siegmund, parla durante la festa elettorale 


Remigrazione, Putin e neonazismo: chi è Siegmund, il candidato governatore Afd in Sassonia-Anhalt

La riprova che per Trump c'è sempre meno fiducia. Soprattutto ora che il presidente vorrebbe chiede rimborsi agli europei della Nato 

Di Tonia Mastrobuoni, La Repubblica

Stamattina Ulrich Siegmund è arrivato al seggio con il suo motorino Simson, simbolo sommo della “Ostalgie” di cui ha intriso la sua campagna elettorale, e ha sfornato il suo sorriso ammaliante da commesso viaggiatore prima di infilare la scheda del voto nell’urna. A trentasei anni, la “faccia d’angelo” dell’Afd si candida a essere il primo governatore di estrema destra in Germania dal 1945. E per un partito in cui grazie al “patto del diavolo” tra Alice Weidel e Björn Höcke rivelato da Spiegel non esistono più ali ma un’unica corrente, quella völkisch, è un banco di prova fondamentale.

L’Afd e Siegmund hanno di fatto archiviato ogni tentazione di una “melonizzazione”, ogni ipotesi di imboccare una strada più moderata, come ci hanno spiegato dal suo entourage. Anche perché la campagna elettorale e il programma eversivo in Sassonia-Anhalt hanno dimostrato chiaramente che buttarsi sempre più a destra conviene. Dopo il travolgente risultato incassato oggi, Siegmund ha già detto: “Non so se sarò governatore, ma abbiamo già scritto la storia”. E purtroppo è vero. Al momento non è ancora chiaro se l’Afd ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi. Ma sicuramente se i rossobruni di Sahra Wagenknecht supereranno la soglia di sbarramento del 5% gli daranno una mano. E Siegmund sarà il primo governatore dell’Afd della storia.

Il programma di Siegmund

Siegmund è nato nell’anno della Riunificazione tedesca, il 1990, in un paesino vicino a Stendal ed è cresciuto a Tangermünde, dove tre giorni fa alcuni attivisti hanno appeso nottetempo bandiere e drappi rossi con la freccia nera dell’Afd – un chiaro rimando al nazismo. Del resto, lo slogan della campagna elettorale del candidato di punta dell’Afd è stato “Tutto è possibile”, e per molti è suonato come una minaccia. La “remigrazione”, la creazione di “difese civili” che sanno tanto di milizie private, l’indottrinamento nelle scuole secondo il motto “più Bismarck, meno Hitler”, i legami ostentati con la Russia di Putin, le minacce di spazzare via i vertici delle istituzioni pubbliche e occuparle manu militari con fedelissimi dell’Afd, le scuole speciali obbligatorie per disabili e migranti, la guerra dichiarata alle chiese: tutto puzza di eversione.

A proposito di puzze. Prima di intraprendere la carriera politica, Siegmund è stato rappresentante di un’azienda di profumi per ambienti. E sembra una metafora della sua strategia politica. Dietro ai sorrisi ostentati, le profumate promesse di un futuro radioso per la Sassonia-Anhalt, i video con la figlia nei campi di grano, le pacche sulle spalle e le parole dolci ai fan che fanno un’ora e mezza di fila per farsi un selfie con lui, Siegmund copre simpatie neonaziste e filorusse e si è circondato di ex militanti della Heimattreue Deutsche Jugend (erede della Gioventù hitleriana) e della neonazista Artgemeinschaft – entrambi vietate – e di un personaggio come Hans-Thomas Tillschneider che gli ha scritto il programma ed è un ammiratore sfegatato di Putin.

La radicalizzazione durante il Covid

Eppure, Siegmund non è sempre stato così. A 18 anni aveva preso la tessera della Cdu, il partito che governa in Sassonia-Anhalt da oltre vent’anni. Dopo l’apprendistato, aveva fondato la sua azienda di profumi per ambienti. E un collega di allora ha sintetizzato allo Spiegel il suo talento con il celebre esempio del venditore di macchine usate: “E’ uno che ti riuscirebbe e vendere qualsiasi automobile. Anche se a volte non sa come funziona”. Un po’ si è visto dai duelli elettorali con il principale sfidante, il governatore uscente, Sven Schulze (Cdu), tutti finiti malissimo per Siegmund. E’ apparso balbettante, poco preparato, agitato.

Già nel 2014, un anno dopo la fondazione dell’Afd, Siegmund aveva aderito all’Afd. Due anni dopo si era candidato con successo alle elezioni regionali, ma non si era fatto particolarmente notare, come deputato. Finché non arrivò il Covid, che lo radicalizzò. Il suo video “Pandemie-Panikmache” (“I montatori di panico da pandemia”) lo rese famosissimo dal giorno alla notte e lo proiettò nell’olimpo delle star no vax e delle bolle della destra radicale. E da diva di tiktok a candidato alle elezioni regionali per l’ultradestra, come spesso accade, è stato un attimo.

Nell’immagine: Ulrich Siegmund  arrivato al seggio con il suo motorino Simson


La crisi della sinistra nata dai suoi successi

La riprova che per Trump c'è sempre meno fiducia. Soprattutto ora che il presidente vorrebbe chiede rimborsi agli europei della Nato 

Di Giovanni Orsina, La Stampa

I progressisti sono in profonda difficoltà politica e culturale in pressoché tutte le democrazie avanzate. Se vogliamo comprendere le vicende dell’attuale opposizione italiana, dai cui tormenti siamo stati intrattenuti per tutta l’estate, forse ci conviene partire da questo assunto generale più che dal dibattito interno al Partito democratico di Elly Schlein, dall’attivismo di Giuseppe Conte o dai machiavellismi di Matteo Renzi.

Una cronologia molto diffusa data la crisi del progressismo agli anni Novanta del secolo scorso, ovvero al momento in cui, nell’epoca del neoliberalismo imperante, la sinistra anglosassone di Bill Clinton e Tony Blair si è sottoposta alle regole del capitalismo globalizzato. Da questa diagnosi discende la cura: la sinistra potrà rinascere soltanto tornando su posizioni di più radicale contestazione dell’ordine capitalista. Pur non essendo del tutto peregrino, il ragionamento si basa tuttavia su una cronologia incompleta.

I travagli della sinistra, infatti, hanno origine trent’anni prima, negli anni Sessanta. È in quel decennio che il comunismo, la più grande utopia della modernità, smarrisce quasi del tutto la propria spinta propulsiva. Ed è sull’onda di quel decennio che, a partire dagli anni Settanta, cominciano a moltiplicarsi e a trovare sempre maggior tutela i diritti individuali, civili e sociali. Lo sviluppo dei diritti è fortemente sostenuto dai progressisti e rappresenta una loro vittoria epocale. Ma accompagna e alimenta pure un processo di frantumazione individualistica della società che rende sempre meno rilevanti le articolazioni sociali, come la classe operaia, e sempre più faticose e inefficaci tanto la mediazione politica quanto l’azione dello Stato. E finisce così per demolire una tradizione socialista nella quale articolazioni sociali, politica e Stato svolgevano un ruolo fondamentale.

Alla fine del Novecento, Blair e Clinton cercavano alternative a un socialismo che già stava crollando: una nuova sinistra che sapesse metter radici in una società individualista e imparasse a muoversi con disinvoltura in un mondo globalizzato, accettando sì il capitalismo, ma trovando pure il modo di riportarlo sotto controllo. È difficile negare che abbiano fallito. Ma a monte non c’è nessuna età dell’oro cui possa tornarsi, perché i problemi che i due tentavano di risolvere c’erano già prima di loro e ci sono, ben più gravi, ancora oggi.

La crisi odierna del progressismo è così profonda, allora, perché è figlia non della sua sconfitta a opera del neoliberalismo negli anni Novanta ma del suo successo sul terreno dei diritti negli anni Settanta. I suoi stessi valori trionfanti gli si sono rivoltati contro: una trappola micidiale. Come può la sinistra appoggiarsi su una qualsivoglia base sociale quando gli elettorati sono così sgretolati, e lo sono anche perché le politiche progressiste hanno contribuito a sgretolarli? Come può immaginare un’idea di bene comune al tempo di un individualismo trionfante che essa stessa ha per tanti versi promosso? Come può governare il mercato, se quello sfugge ormai al controllo degli Stati nazionali mentre i tentativi di creare istituzioni efficaci su scala planetaria falliscono? E come può chiedere che gli Stati nazionali recuperino il controllo senza fare il gioco della destra sovranista?

È perché non sa rispondere a queste domande che il progressismo tradizionale, nato per tutelare i deboli, oggi raccoglie consenso soprattutto tra i forti: i ceti urbani intellettuali e benestanti che non hanno bisogno della protezione dei corpi intermedi, della politica e dello Stato per poter godere dei diritti individuali e dei benefici materiali della globalizzazione. Eppure, i deboli non sono andati tutti a destra. Nell’ultimo decennio ha preso forma una nuova sinistra populista che ha saputo parlare ai ceti più periferici e svantaggiati offrendo loro protezione dalle tempeste globali attraverso la ricostruzione di collettività piccole, coese e solidali. E che quanto meno si è posta il problema dell’identità nazionale. Alla linea di divisione fra moderati e massimalisti, o se si preferisce istituzionali e movimentisti, che da sempre tormenta la sinistra se n’è così aggiunta un’altra fra individualisti, globalisti e cosmopoliti da un lato, comunitari, localisti e particolaristi dall’altro.

Questo quadro generale contribuisce a spiegare perché l’opposizione italiana sia così divisa e travagliata. Il Partito democratico partecipa della crisi antica e profonda di tutta la sinistra, prodotta dalla sua incapacità di controllare politicamente il mondo individualista e globalizzato che pure ha contribuito a generare. E si porta dentro una frattura fra riformisti e radicali. Il Movimento 5 Stelle, figlio dell’ondata populista, ha visto fallire e ha abbandonato il proprio progetto originario, per il quale la partecipazione via internet avrebbe dovuto generare nuove comunità politiche capaci di proteggere i cittadini. Ma ha mantenuto la capacità di entrare in sintonia con i ceti periferici e svantaggiati, come il reddito di cittadinanza ha dimostrato, oltre a una notevole dose di alterità rispetto al progressismo tradizionale espresso dal Pd. Conte è disinvolto e trasformista, certo, ma le sue posizioni sulla Russia, su Trump, sulla sicurezza o sul wokismo non sono soltanto opportunistiche, rispondono a caratteristiche profonde del Movimento.

Soprattutto, Conte mi pare più adeguato di Schlein al clima storico del nostro tempo. È – per così dire – più contemporaneo. Per questo può raggiungere fasce dell’elettorato alle quali il Partito democratico non sa parlare e sarebbe per Giorgia Meloni un avversario ben più temibile. E per questo resta in gara come possibile candidato della sinistra alla presidenza del Consiglio malgrado il Movimento abbia molti meno voti del Pd.


Belgrado, Mladic sepolto con la figlia che si era suicidata per la vergogna

La riprova che per Trump c'è sempre meno fiducia. Soprattutto ora che il presidente vorrebbe chiede rimborsi agli europei della Nato 

Di Anna Lombardi, La Repubblica

Ripeteva «dove c’è una tomba serba, c’è la Serbia»: l’agghiacciante slogan nazionalista usato per rivendicare l’estensione territoriale. Dai cimiteri Ratko Mladic era ossessionato, come ricordò anni fa Milos Saljic, il suo avvocato davanti al tribunale de L’Aia che lo condannò all’ergastolo per genocidio e crimini di guerra: «Parlava sempre della tomba della madre Stana. E di quella di Ana». Ana era la figlia prediletta, suicidatasi in casa con la pistola del padre, a soli 23 anni, il 25 marzo 1994. Senza lasciare nemmeno un biglietto d’addio al genitore, impegnato nelle operazioni belliche e di pulizia etnica. È proprio accanto alla tomba di granito nero della ragazza a Topčider, il cimitero monumentale nella periferia nord della capitale, che oggi, al termine dei funerali privati — per modo di dire, sono attese 80mila persone — sarà seppellito “il macellaio della Bosnia”.

Ana era estroversa e brillante. Adorava papà Ratko, ricambiata. Fino al viaggio a Mosca dove, secondo una ricostruzione di Michael Dobbs, corrispondente del Washington Post dai Balcani, incontra studenti musulmani bosniaci che apprendono con orrore il suo cognome. Scopre che consideravano suo padre un assassino: ne è sconvolta. In realtà circolano anche altre storie. Una dice che Mladic aveva mandato a morire in battaglia il ragazzo di cui era innamorata, Dragan Stojković. Sebbene, lo raccontò Der Spiegel, in Russia era con un altro, tal Goran, appioppatogli dalla madre. Lo stesso che sostenne da subito che in realtà era stata assassinata da nemici di Mladic: la versione accettata dalla famiglia.

Da allora, dicono molti, Ratko divenne ancor più spietato. Una vicenda fosca cui, nel 2013 la scrittrice Clara Usón dedicò un documentato romanzo, “La figlia”. Di sicuro, il 31 maggio 2011, ormai in manette dopo 16 anni di latitanza, Mladic chiese e ottenne di visitarne la tomba prima di essere spedito all’Aja per essere processato. Lo portarono all’alba, sostò 20 minuti, depose un mazzo di rose, accese una candela. Ma quando nel 2019 chiese di poter tornare da lei nel 25mo anniversario della morte, gli fu negato.

Trentadue anni dopo, la versione della giovane assassinata dai nemici del padre, torna ad essere gradita ai nostalgici del generale. Anche se qui c’è chi già nota l’opportunità politica della sepoltura familiare dopo le polemiche con l’Ue su quel che inizialmente era stato ipotizzati come funerale di Stato. Avrebbero potuto seppellirlo nella sezione dei militari eroi al Novo Groblje. E invece lo si riunisce romanticamente – e strategicamente al fianco della figlia amatissima.