Viviamo i tempi dell’ “ipocognizione”, cioè l’assenza di un’idea di cui si avrebbe invece urgente bisogno
Dal nostro corrispondente dall’Italia
Chi è che dìs che ‘l vin el fa mal
l’è tutta gente, l’è tutta gente
Chi è che dìs che ‘l vin el fa mal
l’è tutta gente de l’ospedal.
Io ne ho bevuto tanto
e non mi ha fatto male.
L’acqua sì che fa male
il vino fa cantàr…
Se non fosse che il popolare canto, diffuso in molte varianti nel Nord Italia – e rilanciato da Nanni Svampa – lo cantavano i nostri nonni e bisnonni all’osteria, lo diremmo scritto oggi (a parte le sfumature vernacolari) dal ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida, ovvero Lollo, sia per gli amici sia per i detrattori, com’era chiamata anche la sua lontana parente Gina Lollobrigida.
Memorabile l’uscita del ministro quando l’Organizzazione mondiale della Sanità mise in guardia gli abitanti del pianeta dall’abuso di alcol, caldeggiando che sulle etichette delle bottiglie venissero indicati i rischi rappresentati dal contenuto. Come per le sigarette. L’OMS non si riferiva soltanto al vino, ma anche alla birra e ai distillati.
La proposta è da tempo al centro del confronto europeo, ma non si è ancora tradotta in un obbligo comune. L’Irlanda, invece, ha deciso di fare da apripista, ma senza fretta: dal settembre 2028 sulle etichette delle bevande alcoliche dovrà comparire la scritta There is a direct link between alcohol and fatal cancers («Esiste un legame diretto tra il consumo di alcol e i tumori mortali»).
Il ministro italico, noto frequentatore di fiere e sagre del tartufo, evidentemente contrariato alla equiparazione vino uguale veleno, partì all’attacco con una girandola di dichiarazioni: «Il vino fa bene alla salute, ovviamente senza abusarne. Del resto, anche l’abuso di acqua fa male, può addirittura portare alla morte».
Come dargli torto? Peccato che poi si sia lasciato andare a una delle sue gaffes. Per difendere il vino ha chiamato in soccorso perfino le Sacre scritture, confondendo la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana, raccontata nel Vangelo di Giovanni, con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, avvenuta sul lago di Tiberiade, in Galilea, quasi a elaborare un terzo miracolo: la «moltiplicazione del vino». Secondo la frase diventata rapidamente virale, il vino «non può essere un veleno» perché, altrimenti, ci sarebbe un problema con chi lo aveva moltiplicato.
Ora, lasciamo perdere i miracoli e, sul piano tossicologico, affidiamo la disputa a medici, epidemiologi e burocrati di Bruxelles. Sul piano politico e comunicativo, invece, Lollobrigida tocca un punto serio, sospeso tra orgoglio e preoccupazione, perché l’Italia il vino lo ha davvero moltiplicato, fino a diventare primo produttore mondiale.
La vera forza del Vigneto Italia è la sua frammentazione, che in altri settori sarebbe un difetto e qui diventa identità. La vite è coltivata in tutte le venti regioni e cambia lingua ogni poche decine di chilometri, secondo una geografia che non ha equivalenti.
L’elenco è lunghissimo: dal Barolo piemontese al Brunello di Montalcino, dal Chianti classico all’Amarone della Valpolicella, dal Prosecco veneto al Franciacorta lombardo, dal Verdicchio marchigiano all’Aglianico del Sud, dal Primitivo pugliese ai grandi vini dell’Etna e di Donnafugata, è tutto un susseguirsi di produzioni d’eccellenza che attraversano l’Italia dalle Alpi alla Sicilia.
Senza addentrarci nella giungla delle sigle, che meriterebbero un trattato con la consulenza di uno psichiatra (vini DOCG, Denominazione di origine controllata e garantita, il grado più alto; DOC, Denominazione di origine controllata; IGT, Indicazione geografica tipica; IGP, Indicazione geografica protetta) sono ben 411 i vini italiani che rientrano nella categoria europea DOP, Denominazione di origine protetta. Ai quali vanno aggiunti quelli comuni, cioè il vino che vai a comprare con la tanica di plastica direttamente dal contadino amico.
Ebbene sì: l’Italietta che si arrovella sul woke, sul futuro di Report e sulle dispute riguardanti la leadership della sinistra, dài e ridài, è riuscita almeno qui a mettere in riga i francesi, scalzandone lo storico primato e conquistandosi il titolo di superpotenza mondiale. Vitivinicola, s’intende. Ma sono pur sempre soddisfazioni.
I dati più recenti dell’OIV, Organizzazione internazionale della vigna e del vino, pubblicati nel maggio 2026, indicano una produzione di 44,4 milioni di ettolitri contro i 36,1 milioni della Francia. Sono 8,3 milioni di ettolitri di vantaggio, quasi un quarto in più.
Il palmarès quantitativo è dunque italiano, ma, ahimè. quello del valore commerciale continua a parlare francese. I cugini d’oltralpe, infatti, sono più furbi, perché conservano il primato mondiale dell’export in valore. Una distinzione importante: una cosa è riempire più bottiglie, un’altra è riuscire a farle pagare di più. Nel 2025 l’Italia ha esportato vino per 7,8 miliardi di euro, in calo del 3,4 per cento sull’anno precedente, mentre la Francia, pur esportando molti meno ettolitri, ha raggiunto 11,2 miliardi.
Ma produrre più vino degli altri è positivo se la gente ha sete e compra. Diventa un vero problema se beve sempre meno, compra meno e di conseguenza le botti restano piene in cantina. Il Sole-24 Ore del 27 agosto 2026 ha fotografato un paradosso: mentre la siccità di questa tremenda estate e la conseguente disidratazione delle uve riducono il peso dei grappoli, molti produttori italiani arrivano quasi a sperare che la vendemmia 2026 produca meno, non di più.
Il numero che spiega tutto è 45,6 milioni di ettolitri. Tanti erano, secondo il ministero dell’Agricoltura, i vini e i mosti presenti nelle cantine italiane al 31 luglio 2026: l’8,2 per cento in più rispetto a un anno prima. In pratica, osserva il quotidiano economico, una vendemmia intera risulta già parcheggiata in magazzino prima ancora che la nuova vendemmia sia terminata.
E se il vino si moltiplica ma i bevitori no, le leggi del mercato sono meno misericordiose di quelle del Vangelo: i prezzi scendono e a farne le spese sono i viticoltori. A giugno i vini sfusi di qualità DOP erano quotati all’ingrosso in media 1,57 euro al litro, il 7 per cento in meno rispetto all’anno precedente; per i vini comuni la caduta arrivava al 19 per cento. Nei primi cinque mesi del 2026 anche l’export aveva complessivamente perso quasi il 7 per cento, fermandosi intorno ai tre miliardi di euro, con gli Stati Uniti a meno 15 per cento a causa dei dazi di Trump.
Così, il Paese che ha battuto la Francia nella gara a chi produce di più, si trova davanti a una domanda meno gloriosa: quanto conviene produrre?
Paolo Castelletti, segretario generale dell’Unione italiana vini, indica come sostenibile, alle attuali condizioni di mercato, una vendemmia che produca fra 35 e 38 milioni di ettolitri. Il problema, a questo punto, è il crollo del reddito del vigneto: una produzione lorda vendibile è in media, oggi, di quattro-cinquemila euro per ettaro a fronte di costi che possono arrivare fino a settemila. Tradotto dal burocratese agricolo: si può essere campioni del mondo e perdere soldi a ogni ettaro.
Di fronte a una situazione in rapida evoluzione e, per molti versi, imprevedibile, molti consorzi hanno infatti tirato il freno sulle rese dei vigneti. Alcuni esempi: il Brunello di Montalcino è sceso a 70 quintali per ettaro, meno 12,5 per cento; il Chianti classico a 65, meno 13,3 per cento; il Valpolicella a 100, meno 16,7; il Soave a 130, meno 10; il Pinot grigio delle Venezie a 160, meno 11,1; l’Asti DOCG a 85 quintali, meno 15; il Verdicchio di Jesi ha operato un taglio addirittura del 21,4 per cento.
Il punto, però, è che ridurre la resa destinata alle singole DOP non significa necessariamente ridurre tutto il vino prodotto: parte dell’uva può scendere di categoria e diventare vino comune. Da qui la proposta di Castelletti di trasformare la resa in un tetto produttivo complessivo per ettaro, sul modello francese, in modo da evitare che il mercato continui a essere appesantito da una produzione in eccesso.
C’è però un altro problema, tutt’altro che secondario. Le passate annate d’oro del vino hanno indirizzato molti produttori verso una specializzazione sempre più esasperata, fino a imporre in alcune zone una vera e propria monocoltura della vite.
Nel Veneto del Prosecco l’espansione dei vigneti – sotto la spinta del “doge” Luca Zaia durante 15 anni di presidenza della Regione – ha sottratto spazio a seminativi, prati e perfino boschi montani: uno studio sull’area di Conegliano-Valdobbiadene ha calcolato oltre mille ettari di nuovi vigneti in appena cinque anni, quasi un terzo dei quali ricavati da prati. Monocoltura significa meno biodiversità, maggiore vulnerabilità degli ecosistemi e, sui pendii, un rischio più elevato di erosione del suolo, problema documentato proprio nelle colline del Prosecco e anche nell’Oltrepò pavese.
La monocoltura è anche economica. La corsa alle rese, agli investimenti e ai mercati internazionali ha favorito economicamente negli anni aziende e cantine capaci di concentrare trasformazione e commercializzazione, mentre la piccola azienda familiare che vende soltanto l’uva si trova all’estremità più debole della filiera, esposta alle oscillazioni dei prezzi e a un potere contrattuale assai inferiore a quello dei grandi acquirenti.
A questo si aggiunge una burocrazia europea sempre più ondivaga che trasforma regole nate per tutelare qualità e consumatori in una ragnatela di adempimenti a volte assurdi, in costi e vincoli impossibili da reggere dai piccoli produttori, schiacciati dai grandi gruppi.
Saranno purtroppo loro a subire le conseguenze causate dalle enormi giacenze 2025, mentre gli italiani hanno progressivamente perso l’antica consuetudine a bere vino. Secondo le statistiche, nel 1980 il consumo sfiorava i 93 litri pro capite l’anno; dieci anni dopo era già sceso a 62,5, e nel 2000 si era fermato poco sopra i 50. Oggi l’OIV stima per il 2025 un consumo di 38,6 litri per abitante sopra i 15 anni.
Un tempo il vino usciva dalla botte per finire quasi naturalmente sulla tavola; oggi deve conquistarsi ogni singolo bicchiere, in concorrenza con birra, cocktail, bevande analcoliche, nuove abitudini alimentari e una crescente attenzione alla salute.
Allora, diciamolo a gran voce con i nostri nonni: il vino non è veleno, bisogna tornare a berne qualche bicchiere in più perché fa bene alla salute e anche all’economia. E dunque, pur non auspicando un popolo di ubriaconi e senza più scomodare Lollo da Tivoli, bensì il Maestro di Busseto, uniamoci ad Alfredo e Violetta nella Traviata e cantiamo in coro «Libiam ne’ lieti calici».
Nell’immagine: la Traviata al Metropolitan