Israele, i partiti arabi esclusi dalle elezioni

L’accusa : “Sono razzisti e contrari all’esistenza dello Stato ebraico”. La decisione dovrà avere l’ok della Corte Suprema. Ed è polemica 

Di Francesca Caferri, La Repubblica

La strada verso le elezioni del 27 ottobre in Israele si fa sempre più accidentata. E potenzialmente pericolosa. Il Comitato elettorale centrale (che è un organo del Parlamento e riflette la maggioranza di destra del Parlamento stesso) ha votato ieri sera per eliminare dalle liste elettorali i partiti arabi, accusati di incitare al razzismo, essere contrari all’esistenza di Israele come Stato ebraico e incitare alla lotta armata contro di esso.

La decisione non è esecutiva: prima di essere definitiva deve passare al vaglio della Corte Suprema, che in passato non ha esitato a sfidare il governo sul tema dei diritti civili e della rappresentanza elettorale (e che per questo l’esecutivo Netanyahu voleva smantellare con la proposta di riforma giudiziaria di inizio 2023). Ma segnala comunque il deteriorarsi del dibattito nel Paese, dove qualunque forma di dissenso sembra essere sempre meno tollerata, come dimostrano i feroci attacchi sferrati nei giorni ai registi del film Naza, che mette sotto accusa l’Idf per le tattiche usate a Gaza. Se venisse confermata, il 20 per cento dell’elettorato — gli arabi-israeliani, palestinesi con passaporto israeliano, discendenti di coloro che rimasero in quello che è oggi lo Stato di Israele dopo la Nakba del 1948 — si ritroverebbe di fatto senza rappresentanza politica.

A finire nel mirino del Comitato sono stati sia la Lista Araba Unita di Mansour Abbas (il più rappresentativo dei deputati arabi), che la Lista Unica che riunisce gli altri tre partiti Hadash, Ta’al e Balad. La Lista Araba Unita è stata parte del governo che ha preceduto quello attuale, guidato da Naftali Bennett e Yair Lapid, e al voto del 27 ottobre ha come secondo candidato della lista Yoav Segalovitz, ex vice ministro della Sicurezza interna dello stesso governo.

Il divieto segue quello deciso ieri mattina contro il deputato comunista Ofer Cassif, del partito arabo-ebraico Hadash, e al leader del partito Balad, Sami Abu Shehadeh, due delle voci più critiche dell’attuale Knesset. «Si sono lamentati del fatto che sostenga che c’è un genocidio in corso a Gaza. In Israele c’è almeno un milione di persone che la pensa così. Sono fuorilegge? È un reato?», ha detto l’avvocato Hassan Jabareen, che rappresenta Cassif.

Il voto dell’elettorato arabo sarà con tutta probabilità decisivo per determinare la strada che Israele prenderà dopo le elezioni. I sondaggi delle ultime settimane mostrano una sostanziale parità fra il blocco dell’opposizione e quello del governo e sono unanimi nell’indicare che l’unica strada certa che Gadi Eisenkot può percorrere per rimpiazzare Netanyahu passa per il sostegno dei partiti arabi: un sostegno che in un Paese che non è mai uscito dalla polarizzazione post 7 ottobre 2023, la maggior parte degli elettori ebrei (compresi quelli che voteranno per Eisenkot) non è disposto ad accettare. Come spiegava ieri su Haaretz il cronista parlamentare Joshua Leifer, «per quanto sia probabile che la Corte suprema invalidi la decisione, l’effetto cumulativo degli attacchi contro i partiti a guida araba e i loro rappresentanti è quello di rafforzare l’idea che la partecipazione politica degli arabi alle elezioni sia, in linea di principio, illegittima».


Sergio Rossi – Hai detto perequazione o sperequazione?

L’accusa : “Sono razzisti e contrari all’esistenza dello Stato ebraico”. La decisione dovrà avere l’ok della Corte Suprema. Ed è polemica 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Meloni: via il bollo auto nell’anno elettorale

L’accusa : “Sono razzisti e contrari all’esistenza dello Stato ebraico”. La decisione dovrà avere l’ok della Corte Suprema. Ed è polemica 

Tutti a prendere in giro l’americano, che ha promesso cinquemila dollari a ogni cittadino adulto se i repubblicani conserveranno il controllo del Congresso nelle elezioni di midterm del 3 novembre. La promessa di Donald Trump però nasconde un piccolo particolare: per trasformarsi in assegno dovrà passare dal Congresso. Secondo Reuters, il cosiddetto “Trump dividend” potrebbe costare circa 1.350 miliardi di dollari. Che sarà mai?

Cala Trinchetto!, vien voglia di dire citando il vecchio motto reso popolare dal celebre marinaio che le sparava grosse, nato dalla fantasia dei fratelli Gavioli e immortalato in un Carosello Rai degli anni Sessanta.

Ma guardiamo in casa Italia. Anche qui ci sono elezioni in vista, le politiche del 2027. E che cosa fa Giorgia Meloni? Non potendo ovviamente promettere denaro che non c’è, abolisce il bollo per una larga fascia di auto e motoveicoli, con un decreto-legge approvato a sorpresa dal consiglio dei ministri il 16 settembre. E già è molto strano che il governo ricorra a uno strumento legislativo che, per sua natura, dovrebbe essere riservato a provvedimenti con carattere di urgenza. Ora il parlamento ha tempo fino al 16 novembre, dopo i 60 giorni canonici, per convertire il decreto in legge, pena la decadenza.

L’eco suscitata sulla grande stampa è stata dirompente, e anche sulla rete è nato un vivace scontro, con toni caustici, tra due fazioni: da una parte chi considera la misura un alleggerimento fiscale sacrosanto, dall’altra chi vede nel provvedimento governativo una gigantesca mossa acchiappa-voti.

La misura avrà valore soltanto per il 2027, dunque per renderlo strutturale sarà necessario un altro provvedimento, e pone diverse limitazioni. Le esenzioni valgono per un solo veicolo fino a 80 kW a persona, e per le moto soltanto se il proprietario non possiede già un’auto esentata. Non esiste invece alcun limite di reddito: ne usufruirà chi guadagna mille euro al mese come chi ne mette in tasca centomila. Lo stesso criterio adottato per lo “sconto” sul diesel: uguale per tutti, indipendentemente dal reddito.

Quanto al numero dei mezzi interessati, la Ragioneria dello Stato ha stimato circa 14,2 milioni di auto e due milioni di motocicli, per una spesa prevista di due miliardi e 293,5 milioni di euro. Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti avrà il suo bel da fare per trovarli, probabilmente tra le pieghe dei risparmi del PNRR, ma sarà un vero grattacapo, soprattutto, reperire le risorse per coprire il minor gettito fiscale delle regioni, sinora destinatarie del tributo.

E pensare che soltanto nove mesi fa, dal palco di Atreju, Meloni, commentando la stessa proposta di abolire il bollo avanzata da Pasquale Tridico alla vigilia del voto regionale in Calabria, sbottò: «Roba che Cetto La Qualunque in confronto è Otto von Bismarck».

A questo punto, dopo l’ennesima giravolta della premier, sorge spontaneo un dubbio: non è che Cetto La Qualunque, all’insaputa di tutti, sia stato nel frattempo assunto nello staff di Palazzo Chigi? Perché, se è così, da qui alle politiche del 2027, il repertorio potrebbe riservarci altre clamorose sorprese.

Del resto l’Italia repubblicana vanta una lunghissima tradizione in materia di promesse elettorali e non vorremmo che Cetto, o chi per lui, si ispirasse alle imprese di Achille Lauro (non il rapper cantautore) nella Napoli dei primi anni Cinquanta.

Si narra che ’o Comandante – così era chiamato – armatore, editore, presidente del Napoli e grande protagonista della destra monarchica, venne eletto sindaco nel 1952 grazie a una campagna elettorale sfrontata. Alcuni anni fa ne ha parlato persino Mario Monti: «Achille Lauro prometteva un chilo di pasta, oppure regalava una scarpa promettendo l’altra a voto avvenuto». Mentre il regalo della pasta agli elettori è ben documentato dalle cronache di quegli anni di povertà e fame del dopoguerra, la vicenda della scarpa è sospesa tra storia e leggenda, ma non è da meno l’altro espediente, ben radicato nella memoria popolare partenopea: la banconota da mille lire divisa in due. Metà prima delle elezioni, l’altra metà dopo.

Ora, in fatto di promesse, lasciamo perdere un altro imprenditore, Silvio Berlusconi, con il suo milione di posti di lavoro e il famoso contratto con gli italiani firmato nel salotto televisivo di Bruno Vespa.

C’è però da sperare che il governo in carica risparmi a milioni di cittadini che tirano la cinghia in questi tempi di crisi altri espedienti del genere per vincere le elezioni. Certo, nel paese di Arlecchino e Pulcinella può accadere di tutto. Ma, cara Giorgia Meloni, il popolo italiano non ha bisogno di mance elettorali. E, se per caso Cetto La Qualunque è entrato davvero nel tuo staff, licenzialo, ti prego. Con buona pace di Otto von Bismarck.

Nell’immagine: illustrazione de La Sintesi


Il paravento della neutralità

L’accusa : “Sono razzisti e contrari all’esistenza dello Stato ebraico”. La decisione dovrà avere l’ok della Corte Suprema. Ed è polemica 

Nell’immaginario di chi promuove l’iniziativa sulla neutralità sottoposta al voto il prossimo 27 settembre, la Svizzera dovrebbe trasformarsi in una fortezza d’acciaio, un’isola incontaminata e sorda ai dolori del mondo. Ma da cittadino che vive e lavora nella Confederazione da trentott’anni, e che porta con sé la memoria di una terra d’origine complessa e martoriata come l’Iran, non posso che vedere in questa proposta un’operazione di profonda ipocrisia politica. Un inganno ideologico, orchestrato dalla propaganda miliardaria dei salotti dello Zürichberg e dai vertici dell’UDC, che rischia di far perdere la faccia al Paese.

Diciamolo chiaramente: la neutralità assoluta e “integrale” sbandierata da Christoph Blocher e dai suoi sostenitori, in particolare l’UDC e Pro Svizzera, è un paravento. Dietro i richiami patriottici si nasconde la difesa di interessi particolari e una visione cinica dei rapporti internazionali. L’UDC ha più volte contrastato un maggiore coinvolgimento della Svizzera nella cooperazione europea e internazionale, dalle relazioni con l’UE alla partecipazione alle sanzioni, presentando queste forme di collaborazione come una minaccia alla sovranità nazionale. Oggi l’iniziativa sulla neutralità porta questa logica direttamente nella Costituzione, vendendo al popolo la falsa illusione che più neutralità significhi automaticamente più sovranità e più sicurezza.

Si fa un gran parlare di sovranità, ma si tace sul nocciolo della questione: l’industria bellica e i grandi flussi finanziari. La retorica del “Sì” vorrebbe una Svizzera fortemente limitata nella possibilità di adottare autonomamente sanzioni contro Stati belligeranti, salvo quelle decise dall’ONU e le misure necessarie a impedirne l’elusione. L’idea che legandoci le mani nella Costituzione saremo al riparo dai venti di guerra è un’assurdità: l’economia svizzera è talmente integrata nei mercati globali che siamo comunque soggetti a leggi e dinamiche internazionali che nessuna clausola di neutralità può cancellare. Chi ha accumulato milioni e miliardi, alla fine, cadrà in piedi come al solito, mentre tutti gli altri cittadini si ritroveranno a pagare i danni di un isolamento economico e politico.

A svelare la reale pericolosità di questa iniziativa ci ha pensato, tra i tanti, anche il settore svizzero di Amnesty International, che ha espresso un “NO” convinto alla proposta. Amnesty sostiene che l’iniziativa limiterebbe la capacità della Svizzera di reagire con mezzi pacifici a gravi violazioni dei diritti umani, crimini di guerra e violazioni del diritto internazionale. In particolare, l’organizzazione sottolinea che l’adozione di sanzioni economiche e diplomatiche diventerebbe più difficile proprio mentre, in determinate condizioni, potrebbero essere autorizzate esportazioni di materiale bellico verso Stati coinvolti in conflitti armati.

Il Parlamento ha approvato il 19 dicembre 2025 una modifica della legge sul materiale bellico che amplia, in determinate circostanze, il margine di manovra del Consiglio federale nelle autorizzazioni di esportazione verso Stati coinvolti in conflitti armati, purché siano rispettati il diritto della neutralità, i diritti umani e gli altri obblighi internazionali della Svizzera. Contro questa modifica è stato lanciato un referendum: nell’aprile 2026 sono state depositate le firme necessarie e il referendum è stato dichiarato formalmente riuscito. Sarà quindi il popolo svizzero a decidere sulla modifica della legge, verosimilmente nel novembre 2026.

I numeri aiutano a capire la dimensione economica della questione: nel solo 2025 le imprese svizzere hanno esportato materiale bellico, con autorizzazione della SECO, verso 64 Paesi per un valore complessivo di 948,2 milioni di franchi, con un aumento di quasi il 43% rispetto all’anno precedente. Il rischio, allora, è quello di costruire nella Costituzione una neutralità sempre più rigida sul piano politico, mentre sul piano economico e commerciale rimangono ampi margini di flessibilità. La neutralità rischierebbe così di trasformarsi da strumento di pace e mediazione in un alibi per sottrarci alle nostre responsabilità internazionali.

A questo si aggiungono le richieste e monitoraggi di Public Eye, ONG svizzera indipendente, che richiamano da anni l’attenzione sul peso della Confederazione come uno dei principali centri mondiali del settore, con importanti attività di trading e finanziamento legate a petrolio, gas, carbone, metalli e altre materie prime. Ginevra, Zugo e Lugano fanno parte di questo ecosistema economico. In un simile contesto, una neutralità trasformata in una drastica limitazione della possibilità di adottare autonomamente determinate sanzioni rischierebbe di creare ulteriori spazi di manovra per operatori interessati a mantenere rapporti economici con Paesi sanzionati dai nostri partner. La neutralità non può diventare il paravento di un’indifferenza lucrativa.

In questi trentott’anni vissuti all’ombra delle Alpi, ho capito che la neutralità per gli svizzeri è qualcosa di viscerale. Ma proprio perché provengo da una terra come l’Iran, segnata da drammatiche vicende geopolitiche, so che la pace e la sicurezza non si difendono nascondendo la testa sotto la sabbia né trasformando un principio politico in un dogma immobile. Il prossimo 27 settembre, votare “Sì” a questa iniziativa significherebbe irrigidire la neutralità svizzera fino a trasformarla in una fortezza alpina anacronistica, con meno strumenti per reagire di fronte alle violazioni dei diritti umani, alle aggressioni e alle crisi internazionali.

Legarsi le mani nella Costituzione non ci renderà più sicuri: rischia di renderci semplicemente più impotenti e più soli. Per questo, guardando al futuro della Confederazione e all’equilibrio dell’Europa, la risposta nelle urne non può che essere un “NO” convinto. Perché difendere la Svizzera significa saper navigare nel mare aperto della storia, non fuggire da essa.


Ingrassare l’animale collettivo o progettare un altro modo vita?

L’accusa : “Sono razzisti e contrari all’esistenza dello Stato ebraico”. La decisione dovrà avere l’ok della Corte Suprema. Ed è polemica 

L’iniziativa “sull’alimentazione” solleva questioni politiche ritenute fondamentali sin dai classici.

Il tema dell’alimentazione e della dieta è così poco un fatto esclusivamente personale-individuale che il termine greco diaitestonai, da dove proviene anche il termine italiano dieta, significa precisamente modo di vita. Discutere l’alimentazione implica pertanto decisioni fondamentali circa le norme comportamentali, circa l’etica con cui i cittadini si organizzano per vivere assieme. Pensare di chiudere il discorso squalificando l’iniziativa come un bizzarro “diktat vegano” è gesto politicamente ignobile. Menzognero nel merito: l’iniziativa non implica un diktat ma semmai riapre anche un orizzonte ideale fortemente alternativo rispetto al nichilismo della realpolitik, quella tesa alla paradossale conservazione di un esistente in cupo disfacimento.

Come se poi fosse irrazionale, o potenzialmente totalitario, praticare, difendere e diffondere il veganismo (a mio avviso una delle più alte espressioni dell’ideale di giustizia ambientale e antispecista contemporaneo). Malgrado le indicazioni di voto ufficiali, si tratterebbe insomma di riconoscere, da parte di tutta la sinistra ecologista, che l’alimentazione, la sua distribuzione e produzione (compresa la destinazione dei finanziamenti pubblici all’agricoltura) oggi più che mai è un fatto politico fondamentale, che non può essere lasciato alla voracità dell’homo oeconomicus: 50 chili di carne pro capite sono un’enormità! Il passaggio fra la città vegetariana e quella alimentata da carne svolge il ruolo di fondamentale spartiacque nella Repubblica di Platone.

Se la prima con la sua sobrietà alimentare, con focacce, olive e dolcetti di datteri, offre condizioni di vita salubri, prive di guerra e ricorda l’‘età dell’oro’ priva di malattie del corpo e dell’anima, la seconda città, “introducendo l’allevamento dei suini e di ogni altro genere di bestiame che possa trovare sbocco sul mercato”, porta ad allevare una cittadinanza “gonfia di umori” e a produrre quello che Platone critica come lo “stato opulento”, simbolo di una condizione che dovrà espandere di continuo il suo territorio e si farà aggressiva per procacciarsi una grande quantità di beni superflui e decisamente malsani. Suona tra l’altro piuttosto ironico, il greco Polis tryphosa, la città del lusso, ma quasi anche la città delle trippe sempre piene…, quella medesima città senza etica – ovvero la nostra – che come dirà sarcastico un altro raffinato filosofo vegetariano, al posto di Dio venera il WC (M. Horkheimer).

Il rapporto fra ideologia della crescita e alimentazione carnivora diventa del resto esplicito e concreto nell’era capitalistica, con il fordismo che nasce dai macelli di Chicago, trasportando il modello insanguinato delle linee di squartamento delle carcasse di buoi, vitelli e suini direttamente nelle linee di montaggio dei milioni di automobili che da allora ci tolgono l’aria. Con il passaggio a questa città popolata da allevatori e macellai, osservava per altro già Platone, “avremo bisogno di medici, assai più di prima”, dove anche i politici saggi dovrebbero farsi medici per mitigare le contraddizioni dell’unico vero predatore, colui che punta ovunque solo e soltanto all’avvento del mercato volto al profitto a scapito del valore d’ uso, denunciata già da Aristotele.

Se perde l’ideale della cura dell’alimentazione ambientalmente adeguata, la politica si rovescia a sua volta proprio in una sorta di cieca tecnica di allevamento della cittadinanza stessa, anch’essa infine bestiame da reddito, da ingrassare, intrattenere, riprodurre e disporre all’occorrenza come ‘carne da cannone’. Con l’affossamento dell’iniziativa i molti politici del no potranno continuare a brindare e stramangiare assieme a commercianti, allevatori e macellai, sempre che siano ancora distinguibili fra di loro… Salvo un’improvvisa rottura dell’ordine, un beffardo e sovversivo si, da parte dell’animale collettivo che siamo, stufo di frequentare spazi urbani e campagne ridotti a poveri pascoli contaminati e arsi.


Slapp, un boo­me­rang più che uno schiaffo

L’accusa : “Sono razzisti e contrari all’esistenza dello Stato ebraico”. La decisione dovrà avere l’ok della Corte Suprema. Ed è polemica 

Di Daniel Ritzer, La Regione

Clau­dio Zali con­tro Marco Bazzi, istanza ai sensi dell’arti­colo 28 del Codice civile in ambito di ‘diritto alla per­so­na­lità’ e richie­sta di risar­ci­mento per torto morale (arti­colo 49 CO) pari a 20’000 fran­chi; Clau­dio Zali con­tro Daniel Ritzer per la mede­sima fat­ti­spe­cie e ana­loga richie­sta di risar­ci­mento; Lorenzo Qua­dri con­tro Daniel Ritzer, que­rela per pre­sunta dif­fa­ma­zione, calun­nie e ingiu­ria (i cosid­detti reati con­tro l’onore, disci­pli­nati dagli arti­coli 173, 174 e 177 del Codice penale); Sabrina Aldi e Clau­dio Cam­po­novo con­tro la Rsi e i gior­na­li­sti de laRe­gione Andrea Manna, Dino Ste­va­no­vic e Fede­rico Fran­chini (ai tempi della pre­sen­ta­zione della que­rela attivo presso ‘Area’) per calun­nia, dif­fa­ma­zione e “ogni altro reato even­tual­mente ipo­tiz­za­bile”.

Ecco come una certa poli­tica, e per­sone a lei molto legate, pre­ten­dono di zit­tire i media: a forza di azioni legali dis­sua­sive. Sette esempi con­creti negli ultimi dodici mesi in Ticino di un discu­ti­bile modo di pro­ce­dere, che a livello inter­na­zio­nale viene esa­mi­nato e inglo­bato sotto l’acro­nimo ‘Slapp’ (Stra­te­gic law­suits against public par­ti­ci­pa­tion). Il ter­mine Slapp, stando a un recente stu­dio com­mis­sio­nato dall’Uffi­cio fede­rale delle comu­ni­ca­zioni, “si rife­ri­sce ad azioni legali abu­sive volte a repri­mere la libera for­ma­zione dell’opi­nione su que­stioni di inte­resse pub­blico”. Le sta­ti­sti­che sviz­zere, al momento della pub­bli­ca­zione del rap­porto (2023), davano conto di 24 azioni legali di que­sto tipo in tre anni. Il che vuol dire che il Ticino, da solo, nell’ultimo anno è diven­tato rap­pre­sen­ta­tivo dell’intera media nazio­nale. Non un pri­mato di cui van­tarsi, ver­rebbe da dire. In effetti, sarebbe assai inte­res­sante sapere cosa ne pen­sano il sin­da­cato dei media (Syn­di­com) e l’asso­cia­zione di cate­go­ria (Atg) al riguardo.

Fatto sta che dallo stu­dio dell’Ufcom emerge chiaro come le Slapp – ‘slap’ in inglese vuol dire schiaffo – abbiano “lo scopo di met­tere a tacere i gior­na­li­sti” e di pro­vo­care “costi ecces­sivi al fine di limi­tare la libertà dei media”. Tra l’altro, viene indi­cato nel rap­porto, anche la sem­plice minac­cia di azioni legali di que­sto genere, ovvero il loro effetto inti­mi­da­to­rio, “può por­tare all’auto­cen­sura”. Come ci si pone, in quanto ope­ra­tori dei media, di fronte a que­sta infe­lice ten­denza? Per quel che ci riguarda, si resta fer­ma­mente aggrap­pati alle libertà – d’opi­nione, d’infor­ma­zione e dei media – garan­tite dalla Costi­tu­zione fede­rale agli arti­coli 16 e 17, non­ché alla sen­tenza della Corte euro­pea dei diritti dell’uomo (Cedu, la cui Con­ven­zione fu rati­fi­cata dalla Sviz­zera nel 1974) sul caso ‘The Sun­day Times con­tro il Regno Unito’ del 1979. Allora i giu­dici di Stra­sburgo sta­bi­li­rono che “la libertà d’espres­sione costi­tui­sce uno dei fon­da­menti essen­ziali di una società demo­cra­tica”. Una tutela che non riguarda sol­tanto “le infor­ma­zioni e le opi­nioni accolte favo­re­vol­mente o rite­nute inno­cue, ma anche (e soprat­tutto, ndr) quelle capaci di offen­dere, scioc­care o distur­bare lo Stato o una parte della popo­la­zione”. In pra­tica ogni ten­ta­tivo inti­mi­da­to­rio attra­verso azioni legali abu­sive – da parte di per­sone che per la pro­pria posi­zione non avreb­bero alcun biso­gno dei tri­bu­nali per pro­vare a tute­lare la pro­pria ono­ra­bi­lità – fini­sce per diven­tare una sorta di boo­me­rang: invece di inde­bo­lire la stampa, la raf­forza. O almeno, ciò è quanto suc­cede qui da noi. Il ‘caso Zali’, con tutti i suoi adden­tel­lati, può risul­tare emble­ma­tico in que­sto senso: lad­dove vi sia un inte­resse pub­blico chia­ra­mente pre­pon­de­rante laRe­gione non intende arre­trare di un mil­li­me­tro.


Corte «canaglia»: l’assalto trumpiano è partito

L’accusa : “Sono razzisti e contrari all’esistenza dello Stato ebraico”. La decisione dovrà avere l’ok della Corte Suprema. Ed è polemica 

Di Marina Castellaneta, il manifesto

Il dado è tratto. Il presidente degli Stati uniti Donald Trump ha formalizzato la sua guerra alla Corte penale internazionale nel corso del suo intervento di ieri all’Assemblea generale delle Nazioni unite. La bolla come istituzione fuori controllo.

Una sorta di istituzione «canaglia» che dà seguito a processi-show: Trump sostiene che la Corte è un tribunale anti-americano e che è un pericolo per le forze armate Usa, chiarendo che non permetterà mai indagini nei confronti di suoi cittadini. Ha di fatto preannunciato un attacco su più fronti, con un obiettivo: smantellare la giustizia penale internazionale per avere carta bianca con il non troppo nascosto obiettivo di garantire l’immunità a capi di stato e di governo «amici». Primo tra tutti il premier israeliano Benjamin Netanyahu, destinatario di un mandato di arresto emesso dalla Pre-Trial Chamber il 21 novembre 2024. Gli Stati uniti si preparano, così, a una nuova ondata di sanzioni non più solo nei confronti di membri della Corte (giudici, procuratori, staff), ma della stessa Corte come istituzione impedendo l’accesso a fondi necessari per le indagini e lo svolgimento di processi e arrivare a paralizzarne il lavoro.

Il discorso di Trump completa il pensiero del segretario di stato Marco Rubio già diffuso nei giorni scorsi: la Cpi va smantellata pezzo per pezzo perché è un rischio per la sovranità degli Stati uniti e dei loro alleati. La contestazione giuridica (si fa per dire) è basata sull’esercizio della giurisdizione della Corte anche nei confronti di cittadini, inclusi capi di Stato e di governo, di paesi terzi non parte dello Statuto di Roma approvato nel 1998. Questo, per gli Stati uniti, costituisce una lesione di sovranità, dimenticando di aggiungere che l’articolo 12 dispone che la Corte esercita la giurisdizione nel caso di crimini commessi sul territorio di uno Stato parte o se commessi da un cittadino di uno Stato parte, fondandosi così, in via generale, sui criteri di territorialità e di nazionalità attiva. Criteri che sono stati approvati proprio da Stati sovrani che hanno deliberatamente scelto di attribuire alla Corte penale internazionale tale compito. Per un semplice motivo: fare in modo che gli autori di crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio non restino impuniti e le vittime, che guardano alla Corte come unica speranza, ottengano giustizia. In ogni caso, la Corte applica il principio di complementarità e, di conseguenza, non è competente laddove uno Stato conduca indagini effettive sui crimini di competenza dell’Aja ma solo se un paese è indisponibile o non in grado di svolgere un procedimento.

L’attacco alla Corte e ai giudici, questa volta, sarà articolato su più fronti: da un lato sul rafforzamento ed espansione delle sanzioni anche verso la stessa struttura della Cpi che di fatto impediranno di accedere a conti bancari, utilizzo di carte di credito, svolgimento di attività online, rischi per l’archiviazione dei documenti, ingresso negli Stati uniti; dall’altro lato, su pressioni indirizzate a Stati parte allo Statuto per spingerli al ritiro dalla Corte. L’appello di Trump è stato definitivo: gli Stati devono ritirarsi.

Il Burundi il primo Paese membro a esercitare il diritto di recesso previsto dall’articolo 127 dello Statuto in base al quale uno Stato parte può notificare al segretario generale dell’Onu di recedere, anche se il recesso ha effetto un anno dopo la data del ricevimento della notifica salvo nei casi in cui non sia indicata una data successiva. Al Burundi sono seguite le Filippine nel 2019. Ritiro che non ha impedito la prosecuzione delle indagini sull’ex presidente Duterte, arrestato per i crimini contro l’umanità commessi nel periodo in cui le Filippine erano ancora parte allo Statuto e ora sotto processo all’Aja. Ora si candidano al ritiro per compiacere o eseguire ordini di Trump, per vantaggi economici o perché privi di sostanziale sovranità, Venezuela, Ciad, Burkina Faso, Niger e Mali che pure nel 2013 aveva chiesto l’intervento della Corte che aveva processato e condannato Al-Mahdi per la distruzione dei mausolei storici di Timbuktu.

L’Unione europea sta a guardare. Con qualche dichiarazione di sostegno alla Corte, ma senza accogliere la richiesta di applicare il regolamento Ue n. 2271/96 sulla protezione degli effetti extraterritoriali derivanti dall’applicazione di una normativa adottata da un paese terzo.

Nell’immagine: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump interviene durante l’Assemblea Generale dell’Onu


Il film che spaventa Israele e le domande sul 7 ottobre

L’accusa : “Sono razzisti e contrari all’esistenza dello Stato ebraico”. La decisione dovrà avere l’ok della Corte Suprema. Ed è polemica 

Di Anna Foa, La Stampa

Sul clima già teso della campagna elettorale in Israele è piombato come un macigno il documentario Naza (acronimo di “effetti collaterali”), dei due registi Yuval Abraham e Rachel Szor, coautori dello straordinario No other land, sulle aggressioni di coloni ed esercito in Cisgiordania, vincitore dell’Oscar nel 2025. Alla mostra di Venezia ha vinto il premio speciale della giuria e gli hanno tributato 24 minuti di standing ovation.

Non l’ho ancora visto, ma non è del film che voglio parlare, bensì della vera e propria isteria che, senza nemmeno essere stato visto, ha suscitato in Israele e in una parte almeno del mondo ebraico della diaspora. In sintesi, è un documentario girato di notte sui tetti di Tel Aviv, un’intervista a 24 membri dell’esercito e dell’intelligence, accuratamente celati per non rivelarne l’identità. Le interviste descrivono ciò che in generale si sapeva e che era in parte uscito su giornali e media come gli israeliani +972Maga e Local call, o il Guardian (che è fra i suoi produttori): cioè i sistemi con cui, con l’aiuto dell’Ai, l’esercito pianificò, fin da prima del 7 ottobre, gli attacchi aerei sulla striscia di Gaza, sorvegliando a tappeto l’attività dei suoi abitanti e le loro abitazioni. Vittime collaterali o vittime mirate che siano, sono state come minimo 70.000.

Questo in sintesi, come riportato dai comunicati, dai media e dalle interviste, il contenuto del documentario. Questo è ciò che vedremo quando Naza uscirà, a giorni, nelle nostre sale. Chi difficilmente lo vedrà saranno invece gli israeliani.

La reazione del governo e dei partiti della destra è stata da subito una reazione di assoluto panico. L’esercito ha definito il contenuto del film menzognero, pur aprendo un’inchiesta sulla divulgazione di “materiale non classificato”. Quanto all’altra accusa rivolta al film, di essere basato su fonti anonime, come dimenticare che anche lo scandalo del Watergarte, che portò nel 1974 alle dimissioni del presidente americano Nixon, era basato su rivelazioni anonime, protette dal segreto. Con il passar dei giorni la reazione è diventata sempre più dura e aggressiva. Netanyahu ha dichiarato di voler togliere la cittadinanza israeliana ai due registi, definiti “traditori”.

I partiti e i media della destra radicale si sono scatenati, accusando il film di menzogna e antisemitismo, minacciando di morte i registi e manifestando sotto le abitazioni dei loro famigliari al grido di “Impiccateli!”. Difficilmente i due registi potranno tornare in patria, anche se le minacce di privarli della cittadinanza non saranno messe ad effetto. Saranno i primi esuli politici di Israele, dunque?

Intanto Netanyahu minaccia sanzioni e la revoca della cittadinanza nei confronti di chi diffama le forze di difesa israeliane. Nelle sue dichiarazioni, una simile legge potrebbe colpire anche il capo del partito democratico, Yair Golan, per delle dichiarazioni rese l’anno scorso sull’uccisione dei bambini palestinesi da parte dell’esercito. Insomma, Nertanyahu avrebbe l’intenzione di approfittare della questione per intervenire sui partiti di opposizione nelle prossime elezioni, una tattica da lui consolidata. Ma è difficile che una simile manovra gli riesca, nel clima attuale della campagna elettorale.

Le minacce di morte che gli estremisti di destra stanno rivolgendo ai due registi non sono, secondo il giornale di opposizione Haaretz, da prendere sottogamba: è possibile che scorra il sangue. Del resto, come dimenticarsi dell’assassinio di Rabin nel 1995 da parte di Ygal Amir, un estremista i cui complici di allora sono oggi ministri dell’attuale governo?

E la sinistra? Finora, l’attacco all’Idf non viene condiviso nemmeno da gran parte dell’opposizione. Mille registi hanno espresso in un documento solidarietà al film. Ma la domanda che emerge con forza, e che riguarda non i palestinesi ma gli israeliani, è come abbiano fatto le forze armate a non vedere i preparativi del 7 ottobre, se erano in grado di veder volare una mosca in tutte le abitazioni di Gaza.

Forse da questa domanda si potrà arrivare anche a domandarsi perché, se l’obiettivo era quello di distruggere Hamas, si sono uccisi tanti civili, facendo di ogni palestinese di qualsiasi età un sostenitore di Hamas. In ogni caso, come ha scritto Gideon Lévy su Haaretz, «Szor, Abraham e questi coraggiosi militari hanno rotto il silenzio. Meritano la massima stima degli israeliani e la avranno, ma solo nelle pagine dei libri di storia».


Scuola, prima viene il bambino

L’accusa : “Sono razzisti e contrari all’esistenza dello Stato ebraico”. La decisione dovrà avere l’ok della Corte Suprema. Ed è polemica 

Di Franco Lorenzoni, La Repubblica

Giorgia Meloni ha annunciato a gran voce che vuole stabilire per legge un tetto alle presenze di figli di immigrati nelle nostre classi «perché i bambini italiani non siano mai più minoranza». Sempre più il tratto comune delle destre in Europa si caratterizza per l’attacco alla scuola pubblica come spazio di incontro e scambio tra differenze, come luogo in cui la disomogeneità può divenire fattore di crescita e nutrimento per uno sviluppo della curiosità reciproca, dell’ascolto e, dunque, della democrazia.

In quest’anno scolastico celebreremo i 50 anni dall’apertura delle nostre scuole ai portatori delle più diverse disabilità, resa possibile dalla legge 517 del 1977. Mi sembra importante ricordare la figura di Alessandra Ginzburg, morta l’11 agosto, che nel 1970 trasformò a Roma una scuola dell’infanzia comunale nella prima scuola del centro Italia in cui fu sperimentata una piena integrazione.

«Prima viene il bambino con il suo mondo e le sue idee sul mondo e solo dopo è possibile e opportuno offrire proposte educative e didattiche capaci di arricchire e nutrire quel mondo. Proposte che risultano tanto più efficaci quanto più sono capaci di stabilire un confronto tra modi di guardare il mondo diversi».

L’attenzione e il rispetto verso la dignità e ricchezza del mondo infantile ha sempre caratterizzato il pensiero di Alessandra Ginzburg. Psicoanalista e saggista, è stata una grande educatrice. A lei dobbiamo pratiche e teorie che sono alla base di una delle più importanti riforme educative del Paese. Se le scuole dal 1977 hanno aperto le porte a bambine e bambini disabili, fino allora chiusi in casa o segregati in scuole speciali, lo si deve alle coraggiose sperimentazioni di educatrici come lei.

La più giovane figlia di Natalia e Leone Ginzburg aveva la rara qualità di incarnare una rigorosa postura etica in modo concreto e operativo. Così immaginò e diede vita a Roma, insieme a Massimo Ammaniti, a una delle prime scuole pubbliche che sperimentò l’integrazione.

Alla fine degli anni ’60 si cominciarono a mettere in discussione le scuole speciali come luoghi di segregazione e nel 1970, a Trastevere, nella scuola dell’infanzia comunale di piazza della Scala, iniziò un’avventura educativa audace, quando una ventina di bambine e bambini “deficitari” furono accolti in un rapporto di uno a uno con alunni cosiddetti “normali”.

L’apertura fu preparata da colloqui con le famiglie, insieme a una offerta di tempo pieno gratuito. I cambiamenti progettati da Ginzburg, che di quella scuola fu coordinatrice, furono radicali: nessuna classe con la porta chiusa, rotazione tra i gruppi, e il corridoio che si trasformava in luogo di ritrovo e di incroci inaspettati. Il tutto con strumenti per la pittura e il modellare, stoffe e costumi, costruzioni per stimolare l’immaginazione e il coordinamento occhio-mano. Spazi e pareti divennero luoghi di memoria personale e collettiva, dove ciascuno poteva riconoscere le proprie tracce.

Per trasformare una scuola dell’infanzia in luogo di integrazione ci fu bisogno della sensibilità di una futura psicoanalista, che seppe assumersi responsabilità formative, organizzative, politiche. Le sperimentazioni portarono a scoperte in grado di migliorare le scuole di tutti, come era già accaduto con Maria Montessori, Ovide Decroly e Janus Korjak, arrivati all’educazione dalla pratica medica. Spesso la pedagogia, per assumere una postura democratica e aperta a tutti, ha bisogno di sguardi da altri mondi.

Ho avuto la fortuna di conoscere Alessandra nel 1977, nel Movimento di cooperazione educativa. Stavo per diventare maestro elementare e la prima scossa che ricevetti fu l’evidenza che dovevamo metterci in gioco e mutare il nostro punto di vista. Un educatore capace di ascolto arricchisce la comunità dei bambini di un dono prezioso: la passione della conoscenza intesa come interrogazione sul mondo e sui suoi misteri. Di qui la funzione di garante della comunità propria dell’adulto.

Ginzburg credeva nell’esistenza di una «cultura infantile» con proprie specifiche caratteristiche. Ricordo il trasporto nei suoi interventi quando richiamava all’attenzione l’importanza dell’inconscio. Molte cose sono cambiate dagli anni Settanta. L’attenzione agli spazi come luoghi di memoria è cresciuta e sono numerose le maestre e maestri che hanno l’abitudine di trascrivere i pensieri di bambine e bambini quando disegnano, giocano o discutono tra loro.

Troppo raramente, però, questo straordinario repertorio è assunto da noi insegnanti come riferimento dal quale partire nel progettare la nostra pratica educativa. Assumere il dialogo e la pedagogia dell’ascolto come fondamento dell’innovazione didattica comporta il rivedere le nostre pratiche con radicalità, perché alcune domande infantili sono inquietanti e insidiose. Ma forse è accogliendo queste inquietudini che possiamo coltivare lo stupore attento, necessario per la relazione educativa.

Ginzburg scrisse un libricino intitolato Premessa ad una pedagogia dell’ascolto nella scuola dell’infanzia. Rileggerlo ora è interessante perché sostiene quanto l’intreccio fra pensiero ed emozione costituisca una costante inestricabile.

Il percorso che ha portato la scuola ad assumere un quarto di insegnanti di sostegno per dare dignità e reali possibilità di crescita alle diversità che la abitano è certamente manchevole e contraddittorio. Ma tanti docenti lavorano a un’idea di inclusione che si fonda sull’attenzione e la cura del contesto, capace di ribaltare i luoghi comuni a partire dal più importante: la disabilità non è confinata all’interno del soggetto, ma prende forma nella rete di relazioni che lo collega agli altri e agli spazi che abita e in cui vive.

Il prossimo anno sarà trascorso mezzo secolo da quella riforma rivoluzionaria, che attende ancora di essere pienamente compiuta. Alessandra Ginzburg, al cui pensiero abbiamo ancora tanto da chiedere, sosteneva con lungimiranza che la disomogeneità nei luoghi educativi, oggi arricchita anche dalle molteplici provenienze di chi li abita, è la migliore condizione per costruire fiducia e apertura verso ogni differenza, perché, se affrontata con cura, competenza e attenzione, crea i presupposti per una crescita intellettuale e umana di tutte e tutti.


Spazi pubblici, interessi privati?

L’accusa : “Sono razzisti e contrari all’esistenza dello Stato ebraico”. La decisione dovrà avere l’ok della Corte Suprema. Ed è polemica 

C’è un problema che a Lugano si ripresenta con una regolarità quasi meccanica: uno spazio pubblico funziona davvero, generando aggregazione e cultura dal basso, ma prima o poi arriva il momento in cui smette di esistere così com’è.

Il caso più recente è il Lido San Domenico, oggi al centro di una petizione che chiede al Municipio di rivedere le proprie intenzioni. Ma è solo l’ultimo capitolo di una storia che ormai si conosce bene: quella di una carenza cronica di spazi accessibili, informali, che ospitano musica, arte, socialità e progettualità alternativa. L’ennesimo luogo capace di aggregare centinaia di persone di età diverse che, per una ragione o l’altra, comprensibile o illecita, è a un passo dall’essere trasformato in qualcos’altro, o a sparire del tutto.

Ogni volta che uno di questi luoghi chiude o cambia volto, si perde un posto dove si può stare e non solo consumare, ma anche una rete di relazioni e opportunità di lavoro. Concretamente, al Lido San Domenico trovano oggi occupazione una ventina di persone del territorio, spesso con orari ridotti o flessibili, compatibili con gli studi o con percorsi professionali o di vita diversi; un tipo di impiego che altrove in città si trova a fatica.

La pressione immobiliare, la ricerca di redditività e una certa diffidenza istituzionale verso ciò che non si può controllare del tutto finiscono oggi per scoraggiare proprio le esperienze più vitali e diversificate. Su questo tema interviene anche la Carta della Gerra, sottoscritta da oltre 700 realtà e persone attive nella cultura indipendente ticinese. Il documento chiede da tempo di ripensare in modo strutturale come gli enti pubblici mettono a disposizione i propri spazi, riconoscendo il valore culturale e sociale di ciò che vi accade, e non solo quello economico o immobiliare.

Quindi la domanda va rivolta a chi amministra questi spazi: quando un luogo di questo tipo funziona, quali criteri vengono usati per deciderne il futuro? Se la pigione offerta o il progetto edilizio contano più della funzione sociale che quel luogo svolge, il risultato è prevedibile e si ripete ogni volta che uno spazio pubblico viene riassegnato o destinato a un nuovo progetto; proprio come sta accadendo ora, con i bandi pubblicati per il Lido San Domenico.

Che un’altra strada sia possibile, del resto, il Municipio l’ha già dimostrato: nel 2022 ha sostenuto la creazione a Lugano de “La Straordinaria”, un grande spazio culturale che ha offerto per mesi la più ampia programmazione di cultura indipendente mai vista in Ticino. È la prova che, quando l’istituzione sceglie di collaborare invece che controllare, il risultato può essere davvero “straordinario”.

Sia Lugano sia il Cantone, negli ultimi anni, hanno anche riconosciuto pubblicamente la necessità di intervenire: mappature degli spazi, momenti di confronto con le realtà del territorio. Sono passi nella direzione giusta, ma restano intenzioni, finché non si traducono in scelte concrete nei bandi e nelle decisioni che riguardano gli spazi pubblici ancora esistenti o che vanno delineandosi. Il Lido San Domenico avrebbe potuto essere un esempio semplice di coerenza tra parole e fatti. Resta da vedere se lo sarà: dipenderà dai criteri con cui il Municipio di Lugano deciderà il suo futuro.

L’autrice è copresidente del PS Lugano e granconsigliera
Nell’immagine: in difesa di un posto dove
stare