Se a Camorino va bene così…

Mancanza di approfondimenti su alcuni gravi incidenti e discutibile politica verso la Società Navigazione del Lago di Lugano 

Alcuni giorni fa un incendio è divampato a bordo di un’imbarcazione adibita al trasporto professionale di persone di una piccola ditta privata. Il motore, con i passeggeri ancora a bordo, ha cominciato a fumare, ma fortunatamente è riuscita ad attraccare al Grotto Descanso, alle cantine di Gandria. Qui, una volta sbarcati tutti, è divampato un incendio vero e proprio, poi domato rapidamente – pure il gerente del grotto è intervenuto con i propri estintori per contenere le fiamme. Sul posto una mezzora dopo sono giunti i pompieri, per controllare che le fiamme non potessero riprendere vigore.

L’azienda coinvolta, in un comunicato ai clienti in cui annuncia l’interruzione del servizio, anche se ammette che “al momento non è ancora stata individuata con assoluta certezza la causa”, parla di “un principio di incendio verificatosi sull’impianto elettrico di bordo”. Da noi contattato, il proprietario ha confermato la causa (un relais malfunzionante), smentito con fermezza le illazioni sugli estintori a bordo non funzionanti (cosa che appunto avrebbe portato all’intervento del gerente del grotto) e affermato che nessuno ha mai corso un reale pericolo. Inoltre a suo dire la polizia lacuale non avrebbe richiesto una perizia tecnica per approfondire quanto accaduto.

L’azienda coinvolta ha anche confermato un problema simile (fumo a bordo) occorso al motore sinistro della stessa imbarcazione qualche tempo fa, dovuto al surriscaldamento del filtro antiparticolato.

Vari esperti da noi interpellati, visto il precedente incidente, sentiti i testimoni e visionati i filmati – si ode una specie di esplosione, si vede parecchio fumo a poppa e fiamme alte almeno un metro uscire dal vano motore a poppa al momento in cui lo apre il pilota, che dunque almeno lui ha rischiato parecchio – dubitano della versione del guasto elettrico e fanno risalire anche questo episodio a problemi ai filtri antiparticolato, dispositivi che possono raggiungere temperature molto elevate.

Tale caratteristica è particolarmente critica nel settore nautico, dove gli spazi nel vano motore sono ridotti e sono presenti materiali, componenti e impianti che devono essere protetti dalle elevate temperature. Di conseguenza i filtri antiparticolato adeguatamente isolati. Proprio per la sicurezza antincendio queste imbarcazioni devono inoltre essere dotate di sistemi automatici di rilevazione e spegnimento degli incendi nel vano motore. Un sistema che nel caso in oggetto parrebbe non aver funzionato a dovere.

Visti due episodi simili accaduti in poco tempo, si aprono interrogativi che richiederebbero risposte precise da parte delle autorità.

Ci si chiede anzitutto per quale motivo la polizia lacuale non abbia disposto gli approfondimenti tecnici del caso. Tanto più che l’imbarcazione è nuova – progettata dall’ing. Leoni, lunga 14 metri e omologata per una quarantina di passeggeri, è operativa da luglio 2025.

In secondo luogo, visto appunto la scarsa usura del natante, se le procedure di omologazione e collaudo siano state rispettate e gestite con la dovuta attenzione, oppure se siamo di fronte a quella “interpretazione artistica” di leggi e regolamenti che le aziende che operano sul Ceresio contestano al Servizio cantonale della navigazione, in particolare proprio per collaudi e omologazioni (cfr. Naufraghi del 5 ottobre 2025).

In proposito siamo venuti a conoscenza che la Società di Navigazione del lago di Lugano (SNL) ha comperato una zattera, fatta certificare dalla RINA, una delle più rinomate ditte del settore a livello mondiale. Malgrado ciò è tuttora in attesa di poter essere messa in acqua perché i servizi di Camorino hanno chiesto due pagine di ulteriori perizie tecniche e documentazione varia. Tra le cose contestate, oltre al fatto che la documentazione riguarda “i singoli moduli, mentre la domanda concerne l’insieme assemblato dei sei moduli” (questa ce la devono spiegare, perché nessuno tra gli esperti da noi interpellati l’ha capita: se le parti di una zattera vanno bene, per quale motivo non dovrebbero andare bene una volta unite?), il fatto che l’indicazione del peso a vuoto del manufatto (portata di 145.000 kg) “non comprenda chiaramente perni e accessori” – viti, bulloni e sbarre insomma – necessari per il suo montaggio. Peso stimato a un centinaio di chili, ossia lo 0,07% circa della portata, un dato che si commenta da sé.

Sempre nei cantieri della SNL sono fermi diversi battelli per quisquilie simili: uno modificato con motore elettrico che non viene omologato perché in legno (ma quando una batteria prende fuoco non c’è legno o ferro che tenga, come dimostrano episodi avvenuti all’estero. E poi sul Ceresio non circola un battello di linea elettrico, con batterie talmente potenti che se si incendiassero…?, un altro di manifattura olandese che per Camorino non risponderebbe alle esigenze di sicurezza elvetiche pur se lo stesso modello circola senza problemi su altri laghi svizzeri….

Altri esempi di altre aziende potrebbero comunque essere portati.

Risultato? Sempre più persone, professionisti o diportisti che siano, portano i loro natanti per collaudo e omologazione in altri cantoni. Se al Servizio navigazione e al Cantone va bene così…


Conservatori sotto scacco dell’estrema destra

Mancanza di approfondimenti su alcuni gravi incidenti e discutibile politica verso la Società Navigazione del Lago di Lugano 

Di Marco Bascetta, il manifesto

C’è Parigi e c’è la Vandea. A voler osservare il presente con le lenti della classica storiografia di sinistra i risultati elettorali a Berlino e nel Mecklenburg -Vorpommern potrebbero essere descritti come segue, senza troppo discostarsi dal vero.

La metropoli-capitale, giovane, cosmopolita, irrequieta e sperimentale, ma preda di potenti appetiti speculativi da una parte e dall’altra una landa dell’estremo est povera, disagiata e risentita, attraversata da paure fantasmatiche e indistinte. Nessuno dei due stereotipi calza però fino in fondo. Tanto è vero che nella Vandea tedesca l’Afd conquista ampiamente il primo posto ma resta lontana dall’accesso al potere e tagliata fuori da qualsiasi alleanza. E anche la Linke a Berlino, nonostante il trionfale successo troverà molti ostacoli sulla strada del governo, nonché l’eterna riproposta, non si sa a questo punto se più ridicola o infame, della dottrina degli opposti estremismi.

Ma su un punto non si dovrebbe infierire troppo. Friedrich Merz sarà anche un algido manager privo di qualunque appeal culturale e talento politico, ma il declino del grande centro democristiano che ha garantito la stabilità tedesca dopo la fine della guerra e ha addomesticato la socialdemocrazia non è in alcun modo colpa sua. Chi lo sostiene, all’interno del suo partito, è solo per personali ambizioni di potere. Quel bisogno di stabilità senza avventure politiche, di grigie abitudini compensate da modeste comodità, di un progresso prevedibile e rassicurante che ha cullato la Germania traumatizzata del dopoguerra ruotando intorno alla Democrazia cristiana si è dissolto e rovesciato in un proliferare di pulsioni revansciste. La promessa cristiano-democratica dell’“economia sociale di mercato” ha perso la sua base materiale e i suoi punti di orientamento sulla mappa del mondo in trasformazione. Ma il fenomeno non è certo solo tedesco.

Il centro conservatore, o i cosiddetti “moderati” sono stati assorbiti o condizionati in tutto il mondo da una destra aggressiva, filofascista capace di capitalizzare i disagi popolari senza ostacolare gli interessi delle oligarchie. L’occupazione trumpiana del Partito repubblicano negli Stati uniti costituisce l’esempio più eclatante di questa metamorfosi nera delle forze politiche conservatrici. In Europa il processo è più lento e frastagliato ma, al fondo, non dissimile. Lo spazio centrista finora occupato dalla Cdu-Csu sta scomparendo. Il caparbio continuismo del cancelliere Merz non poggia ormai su alcuna base che possa dirsi solida. La fine della guerra fredda è stata per i democristiani del Vecchio continente l’asteroide che ha messo fine all’era dei dinosauri. Forza Italia, i gaullisti, il Partito popolare spagnolo, i conservatori dall’Austria ai paesi scandinavi non sono diventati altro che un residuo destinato a confluire nel sistema circolatorio dell’estrema destra o comunque a subirne il ricatto, altro che argine o cordone sanitario!

Se il Cancelliere Merz non fa altro che constatare, un fiasco dopo l’altro, l’avvenuta catastrofe è perché non ha nulla da dire e ancor meno da fare. Le alternative che si trova di fronte sono tutte ulteriormente disastrose: cercare di anticipare l’Afd sul suo terreno, mimandone i temi e le ossessioni, come fatto finora senza alcun risultato, o aprire a una collaborazione con l’estrema destra condannandosi a un destino di sicura subalternità. La via dei centrosinistra a trazione conservatrice risulta preclusa anche dal fatto che i partiti che vi hanno ripetutamente partecipato sono tutti senza eccezione in evidente declino. Nel Mecklenburg come a Berlino la Spd e i Grünen perdono comunque voti. Gli elettori li puniscono per una serie ininterrotta di cedimenti, rinunce e compromessi (eclatante è il caso dei Verdi a Berlino). Ne consegue che continuare sulla strada dei centrosinistra di provata fede neoliberale sarebbe esiziale. Né si può più relativizzare il fatto che l’espansione dell’estrema destra può vantare percentuali impressionanti e dal peso politico crescente. Ma forse è proprio intorno alla Cdu che va sedimentandosi nei fatti un “cordone sanitario” non dichiarato che solo la mano tesa dei neofascisti sarebbe in grado di bucare. Un paradosso davvero inquietante. In questa situazione il “voto utile” antifascista perde nettamente di utilità, condannato come è alla miseria dei minimi denominatori comuni e a sicura indigenza politica.

Berlino resta per la Germania un luogo piuttosto esotico. Ma la scelta della Linke di portare in primo piano i conflitti di interessi, lo scontro tra le strategie speculative, la rendita finanziaria e i bisogni e le aspirazioni dei cittadini ha sicuramente vinto. E non si tratta di una scelta esotica, né di un fenomeno di polarizzazione ideologica. Ma forse di qualcosa che ha concrete possibilità di battere la destra.


La crisi esistenziale degli Stati disuniti d’America

Mancanza di approfondimenti su alcuni gravi incidenti e discutibile politica verso la Società Navigazione del Lago di Lugano 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Per qualche ora l’America è tornata a essere unita. A venticinque anni dalla tragedia dell’11 settembre, bandiere a mezz’asta e minuti di silenzio hanno restituito agli Stati Uniti un sentimento unitario che ormai si ritrova soltanto nelle commemorazioni: americani che si riconoscono reciprocamente. Esaurito il raccoglimento, sono tornati puntualmente a detestarsi. A novembre si vota per il rinnovo del Congresso e l’unità nazionale non avrà diritto di cittadinanza in quella che ormai è vissuta come una guerra di religione. Democratici e repubblicani arriveranno alle urne convinti che la vittoria dell’avversario coincida con la rovina della Repubblica e la cancellazione di tutto ciò che di buono rappresenta.

Eppure, l’America è più unita di quanto sembri. Non sulle soluzioni, naturalmente, ma nella consapevolezza di avere un problema. Destra e sinistra, Maga e socialisti democratici, moderati e rivoluzionari condividono una sensazione oltre alla loro reciproca antipatia: a essere guasto non è più soltanto un pezzo della macchina, ma il meccanismo stesso che dovrebbe ripararla. Il 77% degli americani ritiene che il sistema politico vada rifondato o cambiato radicalmente, ma solo il 27% crede che possa davvero accadere; e ben il 59% pensa che gli anni migliori della storia nazionale siano ormai irrimediabilmente alle spalle. Li chiamano i “riformatori pessimisti”, convinti che la casa vada ricostruita, ma tutt’altro che certi che le fondamenta riusciranno a reggere il restauro.

Non è una novità che gli americani siano impaludati in una crisi esistenziale: lo sono, depressi e smarriti, da almeno quindici anni, da quando la globalizzazione ha smesso di sembrare un regalo e ha iniziato a presentare il suo salatissimo conto. Per tre lustri, però, la disillusione si era concentrata sull’additare i presunti colpevoli — le élite, gli immigrati, la Cina, il presidente di turno. Era, a suo modo, una forma di ottimismo: finché esiste un colpevole, la soluzione è liberarsene. La novità è che oggi quella convinzione vacilla, facendo affiorare il sospetto crescente che, dietro i colpevoli, ci sia un meccanismo talmente inceppato da non poter essere rimesso in moto attraverso una vittoria elettorale — e che ogni intervento, buono o cattivo che sia, finisca soltanto per innescare un effetto domino di problemi ulteriori. Si impongono dazi per proteggere l’industria, e i costi si riversano sui produttori stessi.Si sfrutta il dominio finanziario per imporre sanzioni, e si regala al mondo un motivo per cercare alternative. Si dispone della macchina militare più formidabile del pianeta e si scopre che vincere una battaglia è tutt’altra cosa dal trasformarla in un risultato politico.

Il tutto a costi sempre più difficili da sostenere: il debito federale ha oltrepassato i quarantamila miliardi, gli interessi già superano la spesa per la difesa e, con l’inevitabile resa dei conti che rischia di abbattersi su pensioni e sanità, non potrà che lievitare. Quando ogni toppa scopre una crepa nuova, la manutenzione smette di essere ordinaria e comincia a somigliare sempre più a un vero e proprio collasso sistemico.

Ed è questo a rendere il voto di novembre inedito. Gli americani andranno alle urne ferocemente divisi su chi debba governare e sorprendentemente accomunati dal sospetto che nulla basterà a invertire la rotta del declino, tantomeno la semplice sconfitta dell’avversario. Persino le alternative più radicali sembrano portarsi dietro il dubbio di non essere comunque risolutive. La nuova sinistra promette di rifondare il sistema senza avere ancora chiaro con cosa sostituirlo. Trump continua a promettere una nuova età dell’oro, ma, dopo quasi due anni di seconda rivoluzione, anche i suoi elettori più fedeli si sono accorti che demolire è un mestiere molto più facile che ricostruire.

Gli Stati Uniti restano così sospesi in un limbo: troppo instabili per una riforma ordinata, non ancora abbastanza disperati per una vera rivoluzione. Almeno per ora. Pronosticare quale scenario prevarrà sarebbe temerario, anche perché il funerale dell’America viene annunciato con cadenza rituale e, finora, altrettanto puntualmente rinviato. Preso pezzo per pezzo, il sistema resta formidabile su tutti i fronti — economico, finanziario, tecnologico, militare — e, soprattutto, rimane la sua unicità: saper trasformare crisi apparentemente terminali in nuovi inizi. Potrebbe riuscirci ancora.

Nell’immagine: la sede centrale di JPMorgan Chase  illuminata con i colori della bandiera statunitense in occasione del 25° anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001 a New York


Yurii Colombo – Putin, come Stalin, preferisce ancora e sempre il voto sicuro

Mancanza di approfondimenti su alcuni gravi incidenti e discutibile politica verso la Società Navigazione del Lago di Lugano 

Yurii Colombo è il nostro corrispondente da Mosca


Se Trump tra­di­sce anche il regno sau­dita

Mancanza di approfondimenti su alcuni gravi incidenti e discutibile politica verso la Società Navigazione del Lago di Lugano 

Diceva Chur­chill che “con gli ame­ri­cani biso­gna avere pazienza, dopo molti errori alla fine fanno la cosa giu­sta”. Forse. Non sem­bra comun­que il caso di Donald Trump, il pre­si­dente che si ostina a per­se­guire la sua “poli­tica del caos”. Met­tendo nei guai il resto del mondo occi­den­tale, se ancora esi­ste un mondo occi­den­tale, trat­tato dal tycoon non come alleato (soprat­tutto la parte euro­pea) ma piut­to­sto come fasti­diosa zavorra.

Così il capo della Casa Bianca pro­cede testardo nella sua “diplo­ma­zia del caos”. Che impre­ve­di­bil­mente fini­sce per col­pire anche amici soli­dis­simi. Ora per­sino l’Ara­bia Sau­dita. Nazione chiave della stra­te­gia medio­rien­tale della Casa Bianca e di que­gli “Accordi di Abramo” (cioè il rico­no­sci­mento di Israele da parte di tutto il mondo arabo sun­nita, pale­sti­nesi esclusi) che nell’otto­bre 2023 sca­te­na­rono l’attacco ter­ro­ri­stico di Hamas nel Negev israe­liano, gra­zie al soste­gno e alla regia dell’Iran sciita. Pro memo­ria. Messo sotto pres­sione, il regime degli aya­tol­lah ha sfo­de­rato la sua ultima arma. Che tutti ave­vano dimen­ti­cato o sot­to­va­lu­tato: gli Houti yeme­niti, anch’essi mano­vra­bili dalla teo­cra­zia di Tehe­ran.

Houti in pas­sato fre­quente ber­sa­glio del regno sau­dita. Bom­bar­da­menti e stragi. Ma oggi que­sti “proxy” dell’Iran sono in grado di met­tere in atto una con­trof­fen­siva assai minac­ciosa per Riad. In un’avan­zata stra­na­mente irre­si­sti­bile sono infatti riu­sciti ad avvi­ci­narsi allo stretto di Bab el Man­deb (lo “Stretto del lamento fune­bre”), fino a con­trol­lare que­sta seconda porta del petro­lio del Golfo, vena giu­gu­lare di vitale impor­tanza per le merci desti­nate al canale di Suez, soprat­tutto dopo il blocco di Hor­muz. Tehe­ran ha così il con­trollo dei due stretti.

Tanto da spin­gere l’Ita­lia a una mossa impen­sa­bile, l’invio di una mini flotta per garan­tire il libero pas­sag­gio alle navi con ban­diera tri­co­lore: il tutto senza pre­av­viso all’Ue, chia­mata in soc­corso solo a cose fatte. Ma, prima ancora di que­sto peri­co­loso svi­luppo, il fatto più sor­pren­dente è stata la rispo­sta net­ta­mente nega­tiva di Trump alla richie­sta di aiuto dell’Ara­bia Sau­dita. Cioè alla nazione rite­nuta indi­spen­sa­bile a Washing­ton per por­tare a ter­mine con suc­cesso l’ope­ra­zione “Accordi di Abramo”. E ora, per tran­quil­liz­zare i sau­diti, non basterà certo l’acqui­sto di una man­ciata di aerei da cac­cia ame­ri­cani, per un’Ara­bia Sau­dita che dispone di pochi e scar­sa­mente for­mati piloti.

Gli aru­spici di geo-poli­tica si inter­ro­gano ancora sui motivi di que­sto sgar­bato “nyet” alla Casa reale di Riad. Forse non è nem­meno un gran rom­pi­capo, visto come Trump ha stra­volto il decen­nale rap­porto fra Usa e alleati euro­pei della Nato. Qui il motivo è quan­to­meno evi­dente (l’attacco e lo sman­tel­la­mento dell’Ue), assai meno quello del vol­ta­fac­cia o tra­di­mento nei con­fronti del prin­ci­pale alleato medioo­rien­tale. Con l’Ara­bia Sau­dita che, con i due stretti chiusi, ha già annun­ciato il blocco dell’espor­ta­zione del suo greg­gio il pros­simo mese. Deci­sione che, ancora una volta, cree­rebbe più pro­blemi a noi euro­pei che agli ame­ri­cani. È que­sto l’obiet­tivo?

Così, la “diplo­ma­zia del caos” ame­ri­cana rag­giunge il suo apice. Giran­dola di guerra all’Iran e di ricerca del dia­logo con gli Houti yeme­niti alleati dell’Iran. Infrut­tuoso para­dosso o colpi di genio? Que­sti ultimi, finora, non sono certo la cifra carat­te­ri­stica del pre­si­dente ame­ri­cano.

Scritto per laRegione


Il Cancelliere non riemerge dall’uragano

Mancanza di approfondimenti su alcuni gravi incidenti e discutibile politica verso la Società Navigazione del Lago di Lugano 

Di Francesca Sforza, La Stampa

Se c’è una cosa che bisogna riconoscere ai tedeschi è che di fronte alla disfatta non minimizzano, non edulcorano, non danno la colpa ai social, al meteo o altre avversità: la chiamano con il loro nome e la guardano in faccia. Così ha fatto ieri il cancelliere Friedrich Merz, quando di fronte a un risultato pessimo in Meclemburgo-Pomerania e così così a Berlino non ha esitato a usare la parola “disastro”, che è subito rimbalzata in tutti i titoli di giornale della Bundesrepublik dando il senso della giornata politica appena trascorsa (poco male che lui si riferisse solo al risultato peggiore, la percezione del disastro ha spazzato via la realtà dei numeri).

Il fatto che le due tornate elettorali non abbiano espresso una direzione univoca è un buon segno: l’AfD è andata benissimo in Meclemburgo, abbastanza bene a Berlino, ma in entrambi i casi non governerà. Governeranno invece formazioni composite ma solidamente democratiche. La Linke, che a Berlino ha la possibilità di governare insieme all’Spd e ai Verdi, non appartiene a quella corrente reazionaria della sinistra estrema che abbiamo visto mietere consensi in Sassonia-Anhalt. È un partito di stampo socialista, che guarda al rafforzamento dello stato sociale e a una società aperta: non ha la remigrazione nel suo vocabolario e ha la lotta all’antisemitismo iscritta a caratteri cubitali nella sua storia politica. Allo stesso tempo il denominatore comune tra le diverse forze più votate esiste, ed è il fattore “locale”: a Berlino ha vinto chi ha sollevato la questione del caro-affitti (Linke) e chi ha fatto campagna elettorale sullo scontento elettorale della parte Est, dove vivono cittadini che vengono dall’Europa orientale, e dove la presenza di profughi ucraini ha creato squilibri sociali tra le classi più disagiate (AfD). In Meclemburgo la situazione non è stata molto diversa da quella del Sassonia-Anhalt: ha vinto chi ha parlato all’Est frustrato e impoverito, non dagli stranieri (da quelle parti ce ne sono pochissimi), ma dagli effetti collaterali delle transizioni digitale e climatica che si sono innestate su un terreno già traumatizzato dalle riconversioni forzate degli anni 90.

Resta l’interrogativo su come mai i due maggiori partiti tedeschi, Spd e Cdu, non riescano a tirarsi su dal tappeto in cui finiscono a ogni nuovo round elettorale. Sbaglieranno persone, questo è molto probabile (succede ai partiti che vivono di incrostazioni e non scommettono sulle competenze, come dimostra la vittoria della Linke a Berlino), ma anche obiettivi, interlocutori, messaggi. E fanno scelte guidate dalla paura di perdere, più che dalla voglia di vincere. Un esempio la decisione di Merz di disertare il discorso all’Onu per restare a occuparsi degli affari interni: sicuri che sia il momento giusto per sottrarsi al confronto con gli alleati internazionali e evitare di rassicurarli sulla tenuta democratica della Germania? La sua strategia è abbastanza chiara: portare avanti le riforme e sperare che inizino a mostrare degli effetti positivi prima della fine del secondo mandato. Gli analisti economici citano lo scenario Schroeder come il più probabile: le riforme ingranarono ma il cancelliere perse le elezioni e il merito se lo prese Frau Merkel. In questo caso però, i dubbi che riescano a funzionare sono maggiori, perché maggiori sono le variabili (la crisi energetica, la guerra in Ucraina, l’avanzata dei cinesi, la cyberguerra che non conosce confini territoriali e inquina i dibattiti democratici). Se va male, in definitiva, non sarebbe neanche tutta colpa sua. In ogni caso il cancelliere – dimostrando una determinazione che gli va riconosciuta, anche se non si sa se si tratti di coraggio o di incoscienza – non intende dimettersi e ha chiesto agli uomini della Cdu di stringerglisi intorno. Lo hanno fatto, ma non è ancora chiaro se per sostenerlo o per mettersi in fila in vista di una successione.


Elif Eralp, chi è l’anticapitalista, musulmana e di origine turca ha portato Berlino a sinistra

Mancanza di approfondimenti su alcuni gravi incidenti e discutibile politica verso la Società Navigazione del Lago di Lugano 

Di Francesca Paci, La Stampa

Da giorni quello di Elif Eralp, 45 anni, candidata della Linke a Berlino, è nome più evocato, più apprezzato, più carico d’aspettative e più atteso. La capitale, impaziente di mettersi alle spalle l’esperienza del cristiano-sociale Kai Wegner travolto dagli scandali, aveva già avuto sindaci socialdemocratici ma mai una donna di sinistra anticapitalista, di origine turca e di fede musulmana.

La Mamdani tedesca, come tanto i sostenitori entusiasti del primo cittadino di New York e dei suoi simili politici quanto gli acerrimi denigratori, chiamano Eralp, è in realtà assai poco incasellabile. Figlia di genitori turchi immigrati in Germania non in cerca di lavoro ma perché dissidenti politici perseguitati dopo il colpo di stato del 1980 per la loro attività sindacale, è nata a Monaco ed è cresciuta a Dortumund, dove il padre esercitava la professione dottore. Laureata in legge e specializzata in diritto all’asilo ha scelto la politica e la Linke con modalità secchiona, fino a ieri dietro le quinte, senza nulla concedere alla superficiale comunicazione social. Al collo non porta simboli religiosi bensì una catenina con la scritta «Mietendeckel», «tetto agli affitti».

E’ la battaglia per la casa, oltre ai consigli dello stratega di Mamdani che ad aprile è venuto a Berlino per aiutarla ad impostare la campagna elettorale, ad aver spinto Elif Eralp scavalcando il concorrente della Cdu, Stefan Evers, e la minaccia, ancora contenibile nella capitale, di AfD. La Linke vuole imporre un tetto agli affitti che, lievitati in pochi anni del 77% in una città in cui l’85% delle persone non ha un appartamento di proprietà – toglie il sonno ai berlinesi abituati a dormire poco ma per via della movida. Il piano per calmierare la situazione è espropriare i grandi gruppi immobiliari come Vonovia, che possiede 130 mila abitazioni, e attuare il referendum del 2021, quello in cui il 57,6% dei cittadini promosse la «socializzazione» dei colossi del real estate.

I critici di centro-sinistra le rimproverano l’estremo radicalismo della Linke, a partire dalle battaglie per Gaza lanciate per la pace e sfociate a volte in piazze inneggianti all’intifada, ma la polarizzazione è il segno dei tempi. Così molti elettori, sia pur più moderati, hanno scelto Eralp contro il candidato di un partito socialista usurato e soprattutto contro la montata dell’estrema destra di AfD.

Nell’immagine: Elif Eralp


Soliti stracci domenicali

Mancanza di approfondimenti su alcuni gravi incidenti e discutibile politica verso la Società Navigazione del Lago di Lugano 


Sergio Rossi – Intelligenza artificiale, è l’ora del debito

Mancanza di approfondimenti su alcuni gravi incidenti e discutibile politica verso la Società Navigazione del Lago di Lugano 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Immigrazione e decreto flussi, la lotteria della vergogna

Mancanza di approfondimenti su alcuni gravi incidenti e discutibile politica verso la Società Navigazione del Lago di Lugano 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Il governo Meloni ha fatto della lotta all’immigrazione clandestina uno dei punti centrali della propria politica. Come lo abbia portato avanti, è sotto gli occhi di tutti. L’ultimo capitolo è la decisione di Roma, prorogata fino al 1° ottobre, di ripristinare i controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna dopo la crisi migratoria di Ceuta. Quasi che l’exclave spagnola sulla costa marocchina confinasse con l’Italia e da lì partisse un’invasione diretta verso il nostro Paese. Madrid ha risposto applicando il principio di reciprocità e prorogando, a sua volta, i controlli sui viaggiatori provenienti dall’Italia fino all’8 ottobre.

La gestione dell’immigrazione clandestina – non è una novità – continua ad essere fallimentare. Il capolavoro della politica meloniana sono i ben noti e inutili centri per il rimpatrio realizzati in Albania, costati ai contribuenti quasi un miliardo di euro.

Ma, pochi lo sanno se non coloro che ne subiscono le conseguenze, altrettanto accade sul versante opposto: quello della immigrazione regolare. Ad essere messo sotto accusa è il sistema con cui l’Italia dovrebbe far entrare legalmente i lavoratori non comunitari, cioè la pianificazione prevista dai cosiddetti “decreti flussi”. La prima programmazione triennale si è conclusa il 31 dicembre 2025; la seconda, relativa al periodo 2026-2028, è in corso.

Una macchina burocratica infernale

Per capire come funzioni davvero questo meccanismo basta cercare i numeri. O, meglio, provare a cercarli. Nella ricerca sono partito dal portale del ministero dell’Interno. Inutilmente. Da vecchio cronista ho quindi fatto quello che si fa in questi casi: ho chiesto all’ufficio stampa del Viminale pochi, elementari dati. Quante domande di ingresso sono state presentate complessivamente nel 2025? Quante sono riuscite a superare l’intero percorso burocratico, trasformandosi in un contratto e in un permesso di soggiorno per lavoro?  Nessuna risposta, anche dopo aver sollecitato l’ufficio stampa.

Eppure quei numeri esistono. E circolano, tanto da essere stati richiamati anche alla Camera, il 3 agosto scorso, dal deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Filiberto Zaratti. Ma non sono emersi grazie alla trasparenza delle amministrazioni. A portarli alla luce è stato il paziente lavoro di “Ero straniero”, campagna informativa promossa da una rete di associazioni e organizzazioni della società civile.

Per ricostruire ciò che le statistiche ufficiali non permettono di vedere, i promotori della campagna hanno presentato una serie di richieste di accesso agli atti alle amministrazioni coinvolte nella gestione del decreto flussi. Hanno così potuto seguire il percorso delle pratiche: dalle domande ai nulla osta, dai visti fino alla sottoscrizione dei contratti e alla richiesta dei permessi di soggiorno.

Dopo tre anni di decreti, circolari ministeriali, click day che hanno costretto a umilianti corse contro il tempo, precompilazioni, controlli preventivi, nulla osta, verifiche, emerge un quadro sconcertante.

I risultati relativi al 2025 sono la testimonianza di una macchina burocratica infernale che coinvolge ministero dell’Interno, prefetture, questure, ispettorati del lavoro, consolati, e anche i comuni per i certificati di idoneità abitativa. I numeri parlano chiaro: a fronte di 181.450 posti di lavoro complessivi programmati, sono state presentate 222.617 domande. Ma, alla rilevazione di fine dicembre 2025, soltanto 49.762 pratiche avevano ottenuto il nulla osta, e di queste appena 14.349 il rilascio del permesso di lavoro e la sottoscrizione del contratto, in pratica il 7,9 per cento dei posti previsti.

Il risultato cambia a seconda del settore, ma resta impietoso. Nell’assistenza alla persona, a fronte di 9.500 posti previsti e ben 52.018 domande, le pratiche andate a buon fine sono state 2.954, il 31,1 per cento delle quote. Nel lavoro subordinato non stagionale, 3.933 su 61.950 posti, appena il 6,3 per cento. Nel lavoro stagionale agricolo e turistico-alberghiero, 7.462 su 110.000, il 6,8 per cento.

Si potrebbe obiettare che le percentuali elaborate sui dati al dicembre 2025 sarebbero da considerarsi ancora provvisorie, perché la lavorazione di molte pratiche risultavano ancora in corso nel 2026. Ma è proprio il confronto con l’anno precedente a rendere più difficile attribuire tutto ai tempi tecnici. Per il decreto flussi 2024, a due anni dai click day, su 146.850 posti programmati soltanto 24.858 erano arrivati alla sottoscrizione del contratto e alla richiesta del permesso di soggiorno. Il tasso di successo si ferma così al 16,9 per cento: appena 17 lavoratori regolarmente assunti ogni 100 ingressi programmati.

Così migliaia di pratiche rimangono sospese

È questa la fotografia delle “forche caudine” del decreto flussi, rivelatosi una vera e propria lotteria della vergogna. A ogni passaggio l’imbuto si restringe e decine di migliaia di pratiche si fermano o rimangono sospese. Non siamo dunque davanti a qualche pratica andata storta. Siamo di fronte a un evidente problema strutturale.

Ed è qui che comincia il paradosso. L’Italia ha bisogno di lavoratori stranieri. Le imprese dichiarano di non trovare personale. L’agricoltura chiede manodopera regolare. Il turismo ne chiede altra. Migliaia di famiglie cercano disperatamente assistenti familiari. Lo Stato stabilisce le quote. I datori di lavoro presentano le domande. E poi la macchina burocratica s’inceppa.

Esiste un capitolo che racconta, meglio di qualsiasi convegno, il cortocircuito tra le regole e la realtà. Per il 2025 il governo aveva introdotto, su richiesta delle associazioni datoriali, in particolare Assindatcolf, una misura sperimentale ragionevole, almeno sulla carta: 10.000 ingressi fuori quota per lavoratori e lavoratrici da destinare all’assistenza a invalidi e grandi anziani, cioè ultraottantenni.

Ebbene, le domande, precompilate sul portale dell’Interno con largo anticipo, addirittura nel novembre 2024, tenute a bagnomaria per oltre due mesi e presentate nel click day del 7 febbraio 2025, sono state soltanto 734. Significa che, nella fase iniziale, oltre il 92 della capacità prevista dalla misura era rimasto inutilizzato.

Perché quelle 10.000 opportunità non sono state prese d’assalto?

Una prima risposta sta nella procedura complicatissima. Le famiglie, oltretutto, non potevano presentare direttamente la domanda. La richiesta doveva passare obbligatoriamente attraverso agenzie per il lavoro autorizzate oppure associazioni datoriali firmatarie del contratto collettivo del settore domestico.

Il dramma dell’assistenza a invalidi e grandi anziani

Ma c’è una contraddizione ancora più profonda. Il bisogno di assistenza a persone non autonome non conosce il calendario dei decreti flussi. Una persona di novant’anni che improvvisamente non riesce più ad alzarsi dal letto non può programmare la sua necessità in base alle scadenze fissate dal ministero dell’Interno.

Una famiglia nella quale un genitore viene dimesso dall’ospedale dopo un ictus non può pensare: bene, presentiamo la domanda oggi e fra molti mesi vedremo se una lavoratrice che si trova a Lima, a San Salvador o a Manila riuscirà a ottenere nulla osta, visto, ingresso in Italia e permesso di soggiorno.

Ed ecco il gigantesco elefante nella stanza, come direbbe Pier Luigi Bersani. In molti casi il lavoratore o la lavoratrice di cui la famiglia ha bisogno non si trova affatto a migliaia di chilometri di distanza: è già in Italia e lavora senza un contratto regolare proprio perché, in assenza di un titolo di soggiorno adeguato, la famiglia non può assumerlo legalmente.

Magari quel lavoratore è arrivato nella famiglia attraverso il prezioso passaparola di amici e parenti. Conosce l’anziano, la casa, le sue abitudini. Sa quali medicine deve prendere, conosce i suoi problemi, il medico, i figli. Si è costruito nel tempo quel rapporto di fiducia, diventando insostituibile.

E qui il sistema va letteralmente in tilt. La famiglia vorrebbe regolarizzare quella persona e assumerla. Ma la normativa continua a essere costruita attorno a un altro modello: quello di un lavoratore che si trova all’estero e che viene chiamato in Italia da un datore di lavoro, con una procedura pensata per l’ingresso nel Paese.

È una delle contraddizioni più evidenti del sistema italiano: il lavoro c’è, il lavoratore c’è, il datore di lavoro disposto ad assumerlo c’è. Ma manca il canale ordinario che consenta a queste tre realtà, già presenti nello stesso luogo, di incontrarsi legalmente. Il meccanismo dei flussi continua a presupporre un incontro tra domanda e offerta a distanza, con tempi incompatibili con il bisogno immediato di assistenza a una persona fragile.

Poche decine di contratti su 10.000 ingressi disponibili

In una situazione a dir poco kafkiana, qualcuno ha tentato di percorrere la strada dei 10.000 posti extra quota: fare domanda, ottenere il nulla osta, interrompere temporaneamente l’assistenza all’anziano, lasciare l’Italia, affrontare i controlli alla frontiera, con il rischio di essere bloccato ed espulso, mettersi in coda al consolato, e infine, se tutto va bene, rientrare nel Paese. Uscire dall’Italia sperando di poter tornare in Italia e continuare, questa volta regolarmente, a svolgere lo stesso lavoro per la stessa famiglia. Augurandosi che l’assistito in condizioni di salute precarie, dopo mesi di attesa, sia ancora vivo. Un percorso impossibile. Secondo alcune stime, delle 734 domande presentate nel famigerato click day del 7 febbraio, soltanto una quota vicina al 5 per cento sarebbe arrivata alla sottoscrizione di un contratto di lavoro. Poche decine di casi, a fronte dei 10.000 ingressi che la misura avrebbe consentito.

Una sperimentazione nata per rispondere a uno dei bisogni più delicati delle famiglie italiane si è così scontrata con una procedura inconciliabile con la natura stessa di quel bisogno. Tuttavia il canale dei 10.000 ingressi fuori quota non è stato abbandonato, essendo riproposto per il triennio 2026-2028. Vedremo con quali risultati.

I governanti sono ben consapevoli di questa situazione. Nell’autunno 2025 sembrava che si fosse vicini a una deroga per gli extra quota, tanto che il Corriere della Sera aveva annunciato il 6 settembre che le domande «verranno regolarizzate in Italia». Invece il decreto-legge che avrebbe consentito questa soluzione si è arenato per un mese, dal 3 settembre al 2 ottobre, all’ufficio legislativo del Quirinale, il quale ha chiesto a Palazzo Chigi alcune correzioni. Nessuna deroga avrebbe potuto essere concessa, per una questione di equiparazione dei diritti rispetto ad altre categorie di lavoratori.

Resta così irrisolto il problema più grande: una vasta popolazione di cittadini extra UE è già presente in Italia, lavora e produce reddito e paga le tasse. Assiste gli anziani, raccoglie frutta e verdura, lavora nei cantieri, nelle cucine, negli alberghi e nelle case. Una parte considerevole di queste persone, però, continua a vivere e lavorare in una condizione di irregolarità amministrativa.

La Spagna, intanto, ha scelto un’altra strada. Il governo di Pedro Sánchez ha regolarizzato in via straordinaria oltre 600.000 stranieri, in maggioranza latinoamericani. Ma Giorgia Meloni sembra non avere nulla di meglio a cui pensare che continuare la ridicola sospensione del trattato di Schengen con la Spagna. Il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha puntato il dito contro Meloni e Tajani accusandoli di «non comportarsi come leader europei all’altezza della situazione». Come dargli torto?.