Sergio Rossi – Non si governa senza welfare

Aumentano in Europa le proteste, governi sotto accusa per la mancata soluzione di problemi economico-sociali sempre più pressanti 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Naturalmente vale la presunzione di innocenza

Aumentano in Europa le proteste, governi sotto accusa per la mancata soluzione di problemi economico-sociali sempre più pressanti 

Immagino, anzi, sono certo che a dicembre coloro che avranno il compito ufficioso di comunicare al pubblico qual è stata la parola più usata nel 2026 non indicheranno un singolo lemma, ma un sintagma: presunzione di innocenza.

Il “caso Zali” non solo ci ha fatto riscoprire più poveri in tutto, ma ci ha anche svelato il vero significato di “presunzione di innocenza”. Il mio vicino di casa (che per molti di voi, ça va sans dire, è idealmente anche il vostro vicino) non bazzica le cronache giudiziarie, figuriamoci le aule dei tribunali. Per cui – non potendo fare a meno di leggere gli articoli sul caso Zali che hanno occupato tutti i canali di comunicazione di massa e ancora continueranno ad occuparli – ha creduto e crede tuttavia che il sintagma “presunzione di innocenza” sia una specie di coperta di Linus:  un oggetto importante, rassicurante per chi scrive o parla di una cosa che potrebbe far male, quindi è necessario proteggersi. Secondo Linus è proprio quella copertina a metterlo al riparo dalle difficoltà e a renderlo tranquillo anche nelle situazioni più ruvide.

La nostra attuale classe politica non andrà sicuramente in Paradiso e nemmeno nel consolante Purgatorio. Finirà nell’Antinferno perché, come sappiamo da Dante, lì ci stanno tutti coloro che non hanno mai avuto idee proprie, ma si sono solamente schierati con il più forte o, aggiungo io, col nulla.

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

Invece sarebbe utile «ragionar di loro» e non guardare e passare oltre. Lo dovrebbero fare i responsabili dei partiti, le famose “direttive”, coloro insomma che hanno la responsabilità di allestire le liste dei candidati a occupare seggi negli organi esecutivi e legislativi nelle prossime votazioni cantonali, federali e comunali.

Se “lo stato di salute del Paese” è quello che è, cioè pietoso (basta qui accennare agli ultimi sconcertanti avvenimenti, dall’ “arrocchino” al “caso Zali”, alle remunerazioni paperoniane generosamente elargite ai membri dei consigli di amministrazione delle società “partecipate” o parapubbliche luganesi), non dobbiamo incolpare lo Spirito Santo, ma l’insipienza dei dirigenti di partito, che una volta venivano chiamati i manovratori di Palazzo.

Enrico Berlinguer un giorno disse che « i partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela». Il guaio è che nel nostro ‘oggi’ si sta peggio dell’ ‘oggi’ berlingueriano: come dire che al peggio non c’è fine. E volendo concludere con le citazioni dico, con Platone, che «il prezzo pagato dalla brava gente che non si interessa di politica è di essere governata da persone peggiori di loro».

Naturalmente, per tutti coloro che si sentono toccati leggendo queste righe, vale la presunzione di innocenza.

E ad aprile del 2027 che Dio (o chi per lui) ce la mandi buona!

Nell’immagine: le anime dannate si imbarcano per attraversare l’Acheronte


In governo Piero Marchesi imparerà a conoscere meglio la SSR?

Aumentano in Europa le proteste, governi sotto accusa per la mancata soluzione di problemi economico-sociali sempre più pressanti 

E’ vero che l’utente del servizio Radio-TV pubblico italiano, francese, tedesco e austriaco (per limitarci ai vicini di casa) paga meno, ma è altresì vero che Mamma Elvezia non deve insegnare una sola lingua-base e svezzare un solo figlio maschio; sulle spalle ne ha altri due per un totale di 3, con un pensiero anche alla figlia che ha sposato un contadino di Cinuos-chel, romancio.

Per di più la Mamma rossocrociata ha deciso di concedere ai 3 eredi (ai loro discendenti) una Radio-TV parificata a quelle delle altre nazioni: una sola delle loro grandi città conta più abitanti della Svizzera, per non citare la Svizzera Italiana con i suoi 380’000 abitanti, includendo le valli italofone grigionesi: poco più di un villaggio rurale per Cina, India, Stati Uniti, Russia ecc. che in giro per il mondo hanno diritto a una sola postazione mentre noi ne abbiamo 3: in lingua tedesca, francese e italiana.

L’abilissima Mamma nostra, approfittando anche delle istituzioni internazionali che ospita e del conseguente prestigio, è riuscita a dare pari dignità (di Euro – e Mondovisione) ai quattro gatti del Sud che coprono i grandi avvenimenti, sportivi specialmente, in tutto il mondo, e che hanno corrispondenti nelle maggiori capitali. Un confronto corretto, onesto con gli altri canoni europei impone una divisione del nostro canone almeno per 3 (senza contare la quota romancia).

I colleghi – qualche svizzero-tedesco compreso, ahinoi – ci guardano con un misto di ammirazione e invidia ma anche come si guarda un figlio unico, ricco e viziato. Come ha fatto un signore accanto a me (per via dell’ordine alfabetico TSI- TSS) in tempi preistorici ­(nel 1972 sui cieli di Monaco di Baviera svolazzava il temibile pterodattilo). Quel signore, tipico apparatchik (uomo di regime) sovietico, scoperto che pur parlando italiano ero svizzero e che commentavo per (allora) 330’000 persone, mi calò la lezione dicendo che se l’URSS avesse avuto i privilegi degli svizzeri, accanto a lui ci sarebbero state le postazioni di 15 repubbliche in rappresentanza di almeno un centinaio di lingue! Debuttante alle prime armi, mi ero persino vergognato. Il collega (Evgeny Yen) mi aveva poi amabilmente assestato la mazzata finale: “la vostra lingua maggioritaria non è il tedesco?” Tradotto: tu e il tuo collega francofono, che ci fate allo Stadio Olimpico?

A questo punto siamo colpiti da una similitudine da brividi: la logica della nostra Destra (Marchesi & Co) è la stessa del collega della TSS (Televizie Sovetsky Soyuz): perché non trasmettete in una sola lingua (la maggioritaria) come fa lui, in russo, per 15 Repubbliche e per un centinaio di lingue?

Dopo aver tentato in un primo tempo di cancellare la SSR dei “fuchi, della Pravda, dei morti che camminano” (Quadri dixit), passando da 335 a 200 franchi, la teoria dell’uomo di Mosca si sarebbe realizzata: il nostro TG confinato a Zurigo, le notizie ridotte (‘tanto le dà il telefonino’, copyright Tettamanti &Pamini) – alle ore 20:00 arrivano loro a commentarle); Olimpiadi, Mondiali, Europei delle varie discipline offerti con un solo commento (tedesco o francese); lo sport si vede, no, basta e avanza. Noè Ponti, Ajla Del Ponte, Kaeslin e Piffaretti (ginnastica), i nazionali di calcio, hockey e sci ecc. intervistati magari in schwiizerdütsch.

Ma il braccio di ferro non è del tutto chiuso: nella prossima primavera il piatto di Rösti (nel senso del ministro UDC) perderà qualche ingrediente e qualche portata. Il parlamento deciderà sul rinnovo della concessione alla SSR, che dovrà rinunciare a parte dell’Intrattenimento (film, musica, teatro, spettacoli vari) e parte dello sport: il calcio nazionale (le dirette del Lugano, ecc), le Coppe Europee, squadre svizzere comprese. Il tutto passerà in mano privata e noi pagheremo come minimo (se vogliamo…) fr. 418.80 l’anno (12 X 34.90) a Swisscom per il calcio, e fr. 178.8 (12 x 14.90) a Netflix per i film ecc.

Chi ha lavorato sottotraccia per castrare la SSR e vendere parte dei suoi servizi ai privati? Fra gli altri Piero Marchesi in persona, e l’ha pure dichiarato pubblicamente: ‘non sarà mica illegale accreditare a Berna il rappresentante di ‘Liberty Global’ (una multinazionale statunitense/anglo-olandese che controlla Sunrise). No di certo, ma uno che dichiara (CDT) di “mettere la sua dedizione e le sue energie a creare nuove opportunità per la popolazione e l’economia ticinese” non dovrebbe battersi per licenziare 500 impiegati su un migliaio della RSI, oltre ai 250-300 dell’indotto esterno. E nemmeno uno che afferma: “dobbiamo difendere i nostri interessi scegliendo bene le nostre battaglie”; o anche: “finalmente si faccia qualcosa per favorire i ticinesi nel mercato del lavoro”: secondo la logica della ditta Marchesi/Regazzi & Co, cancellando gran parte delle 74 professioni (molte esclusive per il Ticino) svolte a Lugano-Comano.

In occasione del dibattito sulla nuova Concessione SSR e magari anche di un nuovo referendum, l’UDC di Blocher, ma anche di Chiesa e Marchesi ci proverà ancora? Tenterà ancora di ridurci a poco più del ‘Balcun Tort’ romancio? ‘Sarò collegiale ma fermo sui miei principi’ – afferma Marchesi: come Zali e Gobbi che hanno tradito la collegialità tipicamente elvetica di un esecutivo per i loro principi – bastonare la RSI?

Come si comporterà Marchesi? Difenderà la Svizzera Italiana o Liberty Global?

Forse qualcuno a Bellinzona (magari lo stesso Gobbi?) gli spiegherà il senso di un termine tipicamente nostro: ‘PEREQUAZIONE’, sul quale si direbbe che Marchesi non sia del tutto in chiaro: stranamente, perché sostiene di conoscere bene il Paese: “da Berna porto con me in Ticino un’esperienza molto interessante sotto il profilo umano e conoscitivo del nostro sistema politico svizzero”.

Che in materia di PEREQUAZIONE per i mezzi radiotelevisivi delle 4 etnie nazionali stabilisce quanto segue: la ricca Zurigo (ultimo bilancio) incassa tra canone e pubblicità 930 milioni, ma ne può utilizzare solo 580, perché Mamma Elvezia obbliga il figlio milionario a cederne 235 a Lugano-Comano (che di suo ne incassa 50), 135 a Ginevra (ne incassa 300) e 20 ai romanci che arrivano solo a 5 milioni di entrate.

Un vero esempio di come i “balivi del Nord” (Bignasca dixit) ci trattano.

Ora però incombe la faccia scura della nostra comune Mamma: visto che 60’000 ticinesi (il 48%), seguendo Marchesi & Co., le hanno voltato le spalle sputando addosso a 235 milioni, si sta chiedendo se nel caso di qualche altra perequazione (intercantonale) valga la pena trattare con una certa generosità i ticinesi… Mamma Elvezia ha confidato a una vicina di casa che il figlio del Sud potrebbe avere qualche scompenso mentale per aver battuto la testa in montagna inciampando in una radice in cerca di porcini…

Nell’immagine: Piero Marchesi e gli altri promotori alla presentazione dell’iniziativa


Femminicidi in Sudafrica, il governo intende intervenire

Aumentano in Europa le proteste, governi sotto accusa per la mancata soluzione di problemi economico-sociali sempre più pressanti 

In un discorso alla nazione il Presidente ha ammesso di non aver fatto abbastanza per affrontare questo delicato tema, e ha promesso di intervenire. Ramaphosa, solitamente molto composto, ha parlato con voce commossa e triste. Ciò che mi rimprovero, ha detto, è che sette anni fa mi rivolsi alla nazione promettendo di farlo, e invece – ha detto – ho dovuto assistere ai nuovi episodi di sangue avvenuti nei giorni scorsi.

Le donne non devono vivere nel terrore, ha aggiunto, menzionando gli 11 cadaveri ritrovati a Ekurhuleni (Johannesburg) negli ultimi 3 mesi. Ha fatto i nomi delle vittime, molte giovani donne, e anche delle loro nonne. Nei nostri obitori, ha detto, decine di cadaveri devono ancora essere identificati per poi poterli restituire alle famiglie e sepolte degnamente.

Ramaphosa ha aggiunto che il governo deve porre fine a questa ignobile ingiustizia, rafforzando gli effettivi e i mezzi della polizia investigativa, notoriamente carenti. La violenza inflitta sulle donne del Sudafrica è fonte di profondo dolore ed è una vergogna per tutta la nazione, ha concluso Ramaphosa. Infatti, la rabbia e la paura delle cittadine sono oramai palpabili.

Ramaphosa non ha però menzionato le vittime delle violenze domestiche, frutto di una mentalità maschile nei confronti delle mogli e di altri membri femminili di molte economie domestiche, non certo lusinghiera, a dir poco. Le cifre dicono che negli ultimi due anni si sono registrate decine di omicidi domestici.

Il Presidente non ha mancato di criticare vivamente gli organi investigativi incaricati di far luce sui delitti che – ha detto – non lavorano con competenza e efficacia, subendo tuttavia prontamente le critiche del presidente della commissione parlamentare di polizia, che ha messo il governo di fronte alle proprie responsabilità per questo stato di cose.

Nell’immagine: la polizia indaga sulla scena del crimine dove, il 15 settembre 2026, è stato rinvenuto il cadavere di una donna


La trappola dell’equilibrio inferiore

Aumentano in Europa le proteste, governi sotto accusa per la mancata soluzione di problemi economico-sociali sempre più pressanti 

Riprendo quanto scrissi a proposito della mediocrità della classe politica, che scivola sempre più in basso. Niente di sorprendente: è la conclusione di illustri analisti. Uno ci dice che la mediocrità è ormai elevata a sistema, un altro suggerisce che il sistema assomiglia al regno dell’irrazionalità e dell’ignoranza, un altro ancora segnala che la degenerazione democratica ha aperto le porte al governo dei peggiori. Allo scenario contribuiamo noi cittadini elettori: prima eleggiamo e poi ci lamentiamo che gli eletti non sanno governare. Anche da noi la mediocrità politica è comprovata: forse non siamo ancora al governo dei peggiori, ma il traguardo è vicino. I requisiti negativi abbondano.

In questi anni l’idea di bene collettivo è stata spesso scavalcata da interessi personali, squallide vicende e commistioni disonorevoli e dannose. Vado sull’attualità di giornata: gli emolumenti distribuiti in alcune commissioni di Società più o meno a controllo pubblico. Si definiscono “aziende partecipate”, ma l’impressione è che “la partecipazione” non sia quella del cittadino ai benefici dei servizi, bensì quella dei soliti noti alla spartizione di lucrose prebende di partito. Max Weber ci ricordava che si fa politica per servire una causa, ma qualche volta anche per trarre dalla politica un duraturo sostentamento.

Le mie considerazioni di cittadino indignato non sono piaciute a qualche politico: ritiene ingeneroso parlare di mediocrità generale perché significa fare “di tutta l’erba un fascio”. Vero: ma se il comportamento prevalente degli attori politici è caratterizzato da una buona dose di incompetenza e da scarse capacità, l’azione di uno sparuto gruppo di bravi politici risulta vana. La scienza politica definisce il fenomeno “la trappola dell’equilibrio inferiore”: quando la mediocrità diventa la normalità, non sono i pochi bravi ad attirare verso l’alto i mediocri, ma sono i mediocri a trascinare verso il basso l’intero sistema. È la normalizzazione del peggio: la società e l’elettorato finiscono per abituarsi all’incompetenza al punto da considerarla uno standard accettabile, se non addirittura rassicurante. E allora il sistema non si limita a tollerare gli incompetenti: li produce, li seleziona e li premia automaticamente, bloccando qualsiasi possibilità di autoriforma dall’interno.

I vari “voltar pagina” altro non sono che l’ennesima manifestazione di inefficienza: la frase la sentiamo da anni, ma la pagina è sempre quella. Le squallide vicende di questi ultimi tempi, di varia natura e tipologia, tutte deplorevoli, mi inducono a una riflessione che mi pareva scontata, ma scontata non è: chi assume un ruolo pubblico non è un cittadino qualsiasi; il suo comportamento, sia nella sfera istituzionale sia in quella privata, deve essere doppiamente attento ai valori etici, proprio perché l’autorità morale è il primo presupposto dell’autorevolezza politica. Quando un rappresentante delle istituzioni fallisce sul piano dell’integrità, il danno non riguarda la sua sola persona, ma si riflette pure sull’intera comunità, incrinando la fiducia nelle istituzioni stesse.

Già vent’anni fa Silvano Toppi ci dava la spiegazione della diffusa indifferenza al generale malandazzo e parlava dell’annientamento della “cultura della vergogna” («laRegione», 28.3.2006). Sono d’accordo: la vergogna si è estinta. In un sistema in cui non esiste più la sanzione dell’elettorato per le condotte scorrette, l’etica viene percepita non come un valore, ma come un disincentivo competitivo: rispettare le regole o ammettere un errore significa concedere un vantaggio tattico all’avversario. Di conseguenza, la classe politica ha semplicemente espunto la morale dalle proprie coordinate di azione, sostituendola con il puro calcolo d’opportunità. Più che servitori dello Stato, certi politici mi sembrano servitori di se stessi. Di sicuro non sono un valore aggiunto al servizio del bene pubblico. Qualcuno si salva, per carità!, e merita la patente del politico di buona volontà; ma, come ci indica la logica della “trappola dell’equilibrio inferiore”, il grigiore generale lo isola.

La “trappola dell’equilibrio inferiore” indica un sistema che rimane bloccato in uno stato insoddisfacente perché le forze interne si autoalimentano, e piccoli sforzi isolati non bastano a cambiare le cose (ndr)


La possibilità di una sicurezza non armata

Aumentano in Europa le proteste, governi sotto accusa per la mancata soluzione di problemi economico-sociali sempre più pressanti 

Di Mao Valpiana, il manifesto

In un dibattito pubblico sempre più militarizzato, termini come «sicurezza», «deterrenza» e «protezione» hanno smesso di avere un significato univoco. Prima di progettare nuove architetture difensive, l’Europa deve interrogarsi sul significato delle parole con cui descrive la propria politica estera.

Le parole «difesa», «conflitto» e «pace» non hanno più un significato evidente e condiviso. Il loro valore cambia a seconda della geografia e della storia di chi le pronuncia.

Un sistema d’arma definito «difensivo» da chi lo installa può essere percepito come una minaccia da chi lo subisce. Quella che per una parte è deterrenza, per l’altra può essere escalation.

La militarizzazione del vocabolario è ormai una realtà.

In Italia il confronto politico si è acceso attorno alla parola «diserzione». Per alcuni una vigliaccheria, per altri eroismo. Don Lorenzo Milani, rivolgendosi ai cappellani militari, poneva una domanda destinata a rimanere attuale: «Cesare Battisti era un Patriota o un disertore? È un piccolo particolare che va chiarito se volete parlare di Patria».

Chi lavora con gli obiettori e i disertori russi e ucraini, bielorussi e israeliani, conosce una realtà che spesso sfugge al dibattito pubblico. Sono persone mosse da valori, paure e speranze simili. Da una parte e dall’altra, la loro scelta mette in discussione il dogma che la sicurezza debba fondarsi, in ultima analisi, sull’uso delle armi, e dunque sulla disponibilità a uccidere e a essere uccisi.

La loro disobbedienza rompe uno schema consolidato e costringe a immaginare una sicurezza fondata anche su strumenti diversi dalla forza militare, che divide il mondo in amici e nemici.

La «mediazione nonviolenta», invece, introduce il ruolo attivo di una terza parte, impegnata a favorire la conciliazione attraverso una strategia asimmetrica di pace, capace di utilizzare soprattutto strumenti economici, diplomatici e civili invece di quelli militari.

In questa prospettiva si colloca la proposta, alla quale ho convintamente aderito, di utilizzare come garanzia di pace i 210 miliardi di euro di asset della Banca centrale russa congelati in titoli di Stato europei, tra Bruxelles e Lussemburgo. Una proposta pubblicata su il manifesto e sottoscritta, tra gli altri, da Gigi Riva, Lea Melandri, Gad Lerner, Tomaso Montanari, Tommaso Greco e Marco Tarquinio, e sostenuta da tre leader pacifisti di Russia, Ucraina e Bielorussia.

Bisogna superare la logica binaria di «armi sì» contro «armi no». Una contrapposizione che rischia di schiacciare il primo campo sulla ricerca della vittoria militare e il secondo sull’accettazione della sconfitta. In entrambi i casi resta intatta la logica della guerra: vince l’esercito più forte, perde quello più debole, e tanti saluti ai principi di giustizia del diritto internazionale.

Le risorse russe oggi congelate potrebbero diventare una leva concreta per costruire un accordo fondato su tre passaggi: cessate il fuoco immediato, apertura di un negoziato e sviluppo di una reale capacità europea di sicurezza condivisa. L’Ue, in accordo con l’Ucraina, dovrebbe avanzare alla Federazione Russa un’offerta formale di pace, aperta al coinvolgimento degli Stati Uniti e delle istituzioni internazionali.

Se Mosca accettasse, il capitale potrebbe restare immobilizzato in un fondo fiduciario internazionale e diventare la garanzia dell’intesa per un periodo pluriennale. La Russia avrebbe così un interesse concreto al mantenimento della tregua: non perderebbe il proprio patrimonio, ma potrebbe recuperarne progressivamente la disponibilità rispettando gli impegni assunti. La pace, in questo modo, assumerebbe un valore economico concreto.

Lasciare esclusivamente agli attori militari il compito di definire ciò che rende sicura una società significa restringere il campo delle soluzioni possibili. Ripensare la sicurezza, invece, significa allargare quel campo alla capacità di costruire alternative alla guerra. La Campagna «Un’altra difesa è possibile», che ha raccolto 57000 firme per la Legge sulla Difesa civile non armata e nonviolenta depositata al Senato, va in questa direzione.


Addio a Barbara Spinelli la figlia dell’Europa che vide arrivare la crisi

Aumentano in Europa le proteste, governi sotto accusa per la mancata soluzione di problemi economico-sociali sempre più pressanti 

Di Maria Novella De Luca, La Repubblica

L’aveva vista arrivare prima di molti la grande crisi dell’Europa Barbara Spinelli, lei che dell’Europa era figlia, non solo per la straordinaria biografia familiare, ma soprattutto perché all’Europa immaginata e disegnata da suo padre Altiero con il Manifesto di Ventotene, aveva dedicato tutta la sua vita di giornalista – a Repubblica per lunghi anni fin dalla fondazione nel 1976 – poi saggista, politica, europarlamentare. E oggi che Barbara Spinelli non c’è più, scomparsa ieri a 80 anni a Roma nell’abbraccio della sua grande famiglia, davanti allo sfaldamento del sogno europeista e ai muri che sempre più alti si ergono tra gli Stati, alla guerra che si è annidata nel cuore dell’Europa stessa, ci sono due suoi saggi che tornano alla mente, lucidamente profetici: Il sonno della memoria: l’Europa dei totalitarismi (Mondadori) e Ricordati che ero straniero (Qiqajon).

Aveva fatto parte della nascita di Repubblica Barbara Spinelli, figlia di Altiero Spinelli e Ursula Hirschmann – che si erano innamorati a Ventotene, quando Spinelli e il primo marito di Hirschmann, Eugenio Colorni erano stati lì mandati al confino dal fascismo – nella storica sede di Piazza Indipendenza, casa del nostro giornale dagli albori ai trent’anni. Erano i mesi dell’inizio dell’avventura, (la famosa “nave corsara”) quando le donne nel giornale fondato da Eugenio Scalfari erano ancora pochissime, “le pioniere”, tutte rimaste poi nella storia del giornalismo: Miriam Mafai, Natalia Aspesi, Rosellina Balbi e Barbara Spinelli che arrivava dal Globo.

Sguardo acutissimo sulla politica interna e internazionale, pensiero scomodo e affilato, la determinazione strenua nella difesa dei diritti civili, memoria ed eredità proprio dell’Europa federalista, Barbara Spinelli resta a Repubblica per otto anni, per poi approdare a Parigi, dove ha vissuto gran parte della vita, corrispondente per il Corriere della Sera e per La Stampa. Ma nel nostro giornale Barbara Spinelli – in un rapporto dialettico di amore e conflitto, famoso il suo scontro con Eugenio Scalfari sul ruolo dei Cinquestelle – sarebbe poi tornata durante la direzione di Ezio Mauro, nel 2010, prima di scegliere di candidarsi – è il 2014 – alle elezioni europee nella lista “L’Altra Europa con Tsipras”, unendosi all’ondata di entusiasmo di parte della sinistra italiana per il leader di Syriza. Uscirà dalla lista nel 2015, definendola un progetto fallito, restando a Strasburgo come indipendente diSinistra unitaria europea fino al 2019. Quando Spinelli nel 2014 entra nell’edificio del Parlamento europeo dedicato a suo padre Altiero – hanno ricordato i suoi colleghi di allora – ammette di essere emozionata: «Battersi lì dove l’Unione si fa è una bella avventura».

Esattamente come per i suoi saggi, ci sono alcuni pezzi degli anni del ritorno a Repubblica che delineano nettamente l’analisi politica del futuro prossimo. «La destra dei Camaleonti» è – ad esempio – la descrizione della nuova destra che, nascendo dallo sfaldamento del berlusconismo, vorrebbe proclamarsi normale e invece normale, dice Spinelli, non sarà mai. «Non se per normale intendiamo l’adeguazione alle norme della democrazia, alle sue leggi, alle sue forme costituzionali». E in una applauditissima e affollatissima lectio magistralis nell’edizione di Repubblica delle Idee del 2013, poco prima di scendere in campo, racconta dolorosamente, con un duro j’accuse, l’inizio della fine dell’Europa, così come era nata dal Manifesto di Ventotene. Una crisi, dice, figlia non soltanto della crisi finanziaria ma di un’irreversibile crisi della democrazia interna agli Stati.

Ma è là dove tutto è cominciato che bisogna tornare per capirel’impegno radicale di Barbara Spinelli nel difendere l’Europainsieme a un radicato pacifismo. Perché l’Europa entra nella sua vita anche per via “matrilineare”. Fu Ursula a portare fuori da Ventotene il Manifesto scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni e a diffonderlo clandestinamente nell’Italia occupata. E cresce con cinque sorelle, Diana e Sara nate dall’amore di Ursula e Altiero Spinelli – si sposeranno alla morte di Colorni – e Silvia, Renata ed Eva figlie del primo matrimonio (e Altiero, come il nonno, si chiama anche il figlio di Barbara). Un lessico familiare dove si intrecciano tra Altiero e Ursula l’antifascismo, il confino, la memoria materna di ebrea tedescasegnata dall’esilio, il ripudio della guerra.

Ma l’Europa fa parte anche di quella che è stata la relazione della sua vita, il legame con Tommaso Padoa-Schioppa, tra i fondatori della moneta unica, dopo il lungo amore con Mario Pirani, editorialista di Repubblica. Negli ultimi anni Barbara Spinelli scriveva per il Fatto, al centro della sua analisi – ancora – la guerra: le responsabilità di Trump, il martirio di Gaza, il futuro dell’Ucraina e «le menzogne europee sulle due guerre». Il sogno tradito del Manifesto di Ventotene.

Nell’immagine: Barbara Spinelli


L’anno elettorale che rischia di disfare l’Unione Europea

Aumentano in Europa le proteste, governi sotto accusa per la mancata soluzione di problemi economico-sociali sempre più pressanti 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Con l’annuncio a sorpresa delle elezioni anticipate in Spagna il 29 novembre, si apre un anno elettorale che minaccia di disfare l’integrazione europea. Sono otto gli appuntamenti elettorali nazionali previsti nei Paesi Ue nel prossimo anno, quattro dei quali – Francia, Italia, Polonia e Spagna – riguardano alcuni dei più grandi Stati membri. A questi si aggiungono Finlandia, Grecia, Estonia e Slovacchia. Tra i grandi Paesi europei, solo in Germania non si voterà prima del 2029, sempre che la grande coalizione guidata dal cancelliere Friedrich Merz arrivi a fine mandato. Se in tutti questi Paesi il voto dovesse virare verso l’estrema destra, il progetto europeo potrebbe implodere.

Le dinamiche politiche di un Paese europeo contagiano, almeno in parte, anche gli altri. A livello europeo – a partire dalla composizione del Consiglio europeo – si è già visto un netto spostamento a destra. Così come è chiaro che non esiste più, se non nell’immaginario collettivo, una maggioranza europeista al Parlamento europeo formata da popolari, socialisti, liberali e verdi. La maggioranza reale, che si manifesta sempre più spesso in orientamenti politici e decisioni legislative comuni, è palesemente euroscettica e unisce il Partito popolare europeo e le estreme destre. È nell’interesse politico del Ppe negare che questo sia accaduto, continuando a trarre legittimità dall’involucro di una coalizione europeista e vantaggio politico da una maggioranza euroscettica. Le decisioni di questa maggioranza alternativa – sulla deregolamentazione, sull’arretramento climatico, sullo stallo nella governance digitale, mascherate dallo slogan della “competitività” – sono il sintomo di una lenta erosione del progetto di integrazione europea.

Seppur indebolita, l’Unione europea si è salvata fino ad ora grazie all’asincronia dei trend politici al suo interno. Lo abbiamo visto negli ultimi mesi. Prima le elezioni nei Paesi Bassi, l’anno scorso, con la sconfitta dell’estrema destra e l’ascesa dei liberali. Poi la storica elezione ungherese, con la sconfitta di Viktor Orbán, che ha dimostrato quanto sbagliasse chi, come me, temeva che l’Ungheria avesse superato il punto di non ritorno nella deriva autoritaria. E, di recente, il voto in Svezia, anche qui con il declino dell’estrema destra, che appoggiava esternamente il governo di centrodestra, e il ritorno dei socialdemocratici. Se c’è un’unica, magrissima consolazione nel non essere ancora gli Stati Uniti d’Europa, è che, a differenza degli Stati Uniti d’America, l’Europa conserva un’eterogeneità politica che milita contro cambiamenti repentini e radicali. Questo ha rappresentato un limite all’ambizione di integrazione europea, ma negli ultimi anni è stato anche un argine contro la disintegrazione.

È un argine che potrebbe cedere. È plausibile, se non addirittura probabile, che tutti e quattro i grandi Paesi europei chiamati alle urne nei prossimi mesi registrino un netto spostamento verso l’estrema destra. Questo rappresenterebbe anzitutto un problema numerico per l’Ue. Se tutti e otto i Paesi al voto l’anno prossimo dovessero passare nelle mani dell’estrema destra, sommandosi a quelli in cui l’estrema destra è già al potere, non si arriverebbe a una maggioranza qualificata di estrema destra nel Consiglio Ue, ma si formerebbe una minoranza di blocco capace di spazzare via del tutto l’ambizione di integrazione europea delineata nei rapporti Draghi e Letta, già in affanno.

Ma il problema non sarebbe solo quantitativo: sarebbe anche, se non soprattutto, qualitativo. L’approccio di Giorgia Meloni all’Ue sarebbe probabilmente molto diverso se a circondarla fossero Marine Le Pen, Jarosław Kaczyński e Alberto Núñez Feijóo, sostenuto dal leader di Vox Santiago Abascal, anziché Emmanuel Macron, Donald Tusk e Pedro Sánchez, accanto ai quali ha seduto in questi anni. Un effetto galvanizzante e radicalizzante a destra sarebbe probabile, per non dire scontato. Potremmo vedere non più solo la lenta erosione del progetto di integrazione, a cui assistiamo inermi da anni, ma qualcosa di molto più rapido e radicale: un’implosione, seppur silenziosa. Magari continueremmo a fare spallucce, sbiadito com’è il ricordo del nostro passato, fatto di nazionalismi, violenza e distruzione. Paradossale che a prendere atto dell’autolesionismo antipatriottico dei nazionalismi sia proprio il Regno Unito, il primo a cedere alle sirene del sovranismo farlocco, che oggi inizia lentamente a riconoscere quel colossale errore proprio mentre altri grandi Paesi europei rischiano di cadere nello stesso micidiale tranello.


Lorenzo Cremonesi – Nulla di imprevedibile

Aumentano in Europa le proteste, governi sotto accusa per la mancata soluzione di problemi economico-sociali sempre più pressanti 

Lorenzo Cremonesi è inviato di guerra del Corriere della Sera

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Sarah Parenzo – Caduta e ripresa di “Bibi”

Aumentano in Europa le proteste, governi sotto accusa per la mancata soluzione di problemi economico-sociali sempre più pressanti 

Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music