La Fran­cia ‘insou­mise’ della pro­te­sta gio­va­nile

A sette mesi dalle presidenziali si allarga la protesta giovanile: le ragioni degli studenti, i giochi della politica 

Si limita a rac­co­man­dare il dia­logo al governo e a con­dan­nare la vio­lenza dei rivol­tosi. Poco, troppo poco per un capo dello Stato che, per defi­nirne il grande potere garan­ti­to­gli dalla Costi­tu­zione, in Fran­cia viene defi­nito “monarca repub­bli­cano”. Tace dun­que Emma­nuel Macron di fronte all’enne­simo scos­sone, la forte pro­te­sta gio­va­nile, che segna una Fran­cia inquieta a soli sette mesi dalla scelta del suo suc­ces­sore. Silen­zio in realtà elo­quente. Silen­zio di un pre­si­dente quan­to­meno co-respon­sa­bile dello stato di una nazione sem­pre più radi­ca­liz­zata, inca­pace di dia­logo.

Fal­lito l’ini­ziale suo pro­getto di creare un grande cen­tro de-ideo­lo­giz­zato e in grado di sosti­tuirsi ai par­titi tra­di­zio­nali e repub­bli­cani, garanti per oltre mezzo secolo di un’alter­nanza tran­quilla, ecco che oggi il capo dell’Eli­seo deve assi­stere al mas­simo della incat­ti­vita fram­men­ta­zione poli­tica della sua incom­piuta ‘rivo­lu­zione’. Fu Macron, del resto, a scar­tare anti­de­mo­cra­ti­ca­mente l’asse­gna­zione di for­mare un governo al cen­tro­si­ni­stra che, per una volta unito, aveva vinto le ultime ele­zioni poli­ti­che con­vo­cate incom­pren­si­bil­mente due anni fa.

In que­sta pro­te­sta, fatte salve una serie di vio­lenze inac­cet­ta­bili, non hanno certo torto i gio­vani che scen­dono nelle strade per riven­di­care il diritto allo stu­dio. Bastino pochi dati repe­ri­bili anche da rap­porti uffi­ciali: per man­canza di inse­gnanti è andato perso il 10 per cento delle ore di inse­gna­mento; nell’Île-de-France, la regione di Parigi, il 20 per cento degli isti­tuti sco­la­stici è in con­di­zioni fati­scenti; men­tre i tagli al Bilan­cio sta­tale per 48 miliardi di euro esclu­dono nuovi inve­sti­menti nel set­tore sco­la­stico.

Sono ancora le scuole peri­fe­ri­che a subire mag­gior­mente que­ste discri­mi­na­zioni. Si tratta di realtà che né destra né sini­stra hanno mai ten­tato di risol­vere. All’ini­zio della sua seconda pre­si­denza, Macron annunciò un appro­fon­dito stu­dio gover­na­tivo sulle ban­lieue. Enne­simo e impro­dut­tivo. Era comun­que ine­vi­ta­bile che la rivolta stu­den­te­sca diven­tasse subito mate­ria di con­fronto poli­tico. In fun­zione pre-elet­to­rale. Con il lea­der radi­cale de La France Insou­mise, Jean-Luc Mélen­chon, a soste­gno della pro­te­sta stu­den­te­sca (nei gio­vani ha il mag­gior soste­gno poli­tico), ber­sa­gliato da tutti gli altri schie­ra­menti.

Attac­cato anche da quella parte di cen­tro­si­ni­stra il cui appog­gio gli sarebbe indi­spen­sa­bile se, come insi­stono i son­daggi, sarà lui lo sfi­dante di Marine Le Pen nell’ultimo tratto di corsa all’Eli­seo, dun­que al bal­lot­tag­gio finale. Frat­tura che natu­ral­mente, in sin­to­nia con l’avan­zata delle destre euro­pee, favo­ri­sce la rivale Le Pen. Per ora sol­tanto infa­sti­dita dalle rive­la­zioni di “pro­po­siti anti­se­miti” pro­nun­ciati in periodo post-ado­le­scen­ziale dal suo can­di­dato pre­mier, Jor­dan Bar­della. Così la Fran­cia corre incat­ti­vita verso il voto per la con­qui­sta del Palazzo. E per la prima volta (almeno per ora) in uno scon­tro fra i lea­der delle due estreme. Netto e radi­cale duello destra-sini­stra. Spec­chio di una fram­men­ta­zione mai vista e vis­suta dalla Fran­cia in oltre mezzo secolo.

Scritto per laRegione


Dentro o fuori? Meglio fuori!

A sette mesi dalle presidenziali si allarga la protesta giovanile: le ragioni degli studenti, i giochi della politica 

Di Fabio Dozio, Quaderni alternativi

Lanciamo un sasso nello stagno discutendo dello stato del Cantone, e della sinistra, in vista delle elezioni politiche, previste nell’aprile dell’anno prossimo.

Si fa un gran parlare di “storica crisi istituzionale”. Al di là degli ultimi accadimenti, sembra chiaro che ci troviamo confrontati con una crisi politica, una perdita di credibilità del Consiglio di Stato, che ha avuto, già con l’arrocco di un anno fa, un punto culminante e simbolico. Ma anche la Magistratura sta attraversando un periodo travagliato.

Più di un commentatore ha lanciato la provocazione di “mandare tutti a casa” i membri dell’esecutivo. “Tabula rasa”, ha proposto il direttore de laRegione Daniel Ritzer. Giornalisticamente un pungolo appropriato e condivisibile, ma politicamente finisce per essere una proposta vana. Sostituire gli attuali cinque consiglieri con amici di partito papabili cosa cambierebbe? Poco o niente. Non ci sembra di vedere una fila di statisti pronti a salire lo scalone del Palazzo delle Orsoline.

In queste condizioni ha senso che la sinistra stia sul carro sgangherato del Governo, sempre in minoranza e dovendo subire la “trappola della responsabilità”? No, non ha senso. L’unica  vera alternativa è che la sinistra, l’attuale alleanza rosso-verde-MPS, rinunci alla partecipazione al Governo e passi all’opposizione. Vecchia storia che ogni tanto risuscita. A Berna se ne parla da anni, in Ticino meno, anche perché il governo viene eletto dai cittadini e non è condizionato in anticipo da alleanze. Nel 1920, ai primordi, si parlava di “partecipazione anticollaborazionista”, ora la musica governativa socialista è un inno al collaborazionismo.

Cosa si porta a casa?

Perché uscire dal governo? Perché si è costretti ad assumere responsabilità politiche di centro destra senza avere gli strumenti e la forza per modificarle. Alla riunione dell’alleanza di sinistra tenuta allo Spazio Aperto di Bellinzona nell’ottobre dell’anno scorso, si è ripetuto che la presenza in Consiglio di Stato è un mezzo e non un fine, si è detto che si tratta di valutare “cosa si porta a casa”. Infatti! Salvo che questo bilancio non è mai stato fatto. La partecipazione al Governo risale all’aprile del 1922 e per anni il dibattito è stato vivo: “Invischiato nelle logiche consociative, e in taluni frangenti alleato dei partiti borghesi alla guida del paese, il consigliere di stato apparve, agli occhi dei più radicali, come l’emblema dell’odiato riformismo socialdemocratico, della collaborazione e del compromesso di classe. Da qui la costante richiesta di una condotta più conforme ai principi ideali del socialismo, di un atteggiamento più duro e intransigente nei confronti della maggioranza borghese e, per i più conseguenti, dell’uscita dei socialisti dal governo cantonale”. (Tobia Bernardi, Giacomo Müller, Tracce di rosso).

Recentemente Marina Carobbio, alla RSI, ha dichiarato: “Sono socialista, sono consapevole che in governo bisogna costruire delle maggioranze. Non si va in governo solo per essere contro, ma cercare di ottenere qualcosa e nei prossimi mesi avrò anche modo di fare un bilancio di quello che ho potuto fare in quattro anni”. In questi tre anni e mezzo non abbiamo notato quali maggioranze sia riuscita a costruire Carobbio né, soprattutto, quali decisioni o misure “socialiste” siano state approvate dall’esecutivo. Ci ricordiamo però, per esempio, il suo appoggio allo sciagurato arrocco e l’approvazione del taglio dei sussidi a Supsi e USI. Ci fermiamo qui e restiamo in attesa del promesso bilancio.

Intanto merita di ricordare che la collegialità, rispettata con devozione dai consiglieri socialisti, non è una prigione. Nel regolamento che disciplina l’attività dell’esecutivo, l’articolo sulla collegialità recita: “Un membro del Consiglio di Stato può, informandone il Collegio, esprimere le proprie divergenze di voto e di opinione”. Forse ai compagni in governo il regolamento è sfuggito. Resta famosa la decisione di Patrizia Pesenti, “sdraiatasi sui binari” con l’intento di rifiutare i tagli imposti dal preventivo del 2004. Sanzionata dai colleghi di governo, la scelta procurò un ottimo risultato alle elezioni nazionali per il partito socialista.

Potrebbe  ancora avere un briciolo di senso la presenza in Consiglio di Stato se il PS dirigesse il Dipartimento della sanità e della socialità, storicamente legato ai socialisti e politicamente più funzionale. Ma nel 2019 Manuele Bertoli ha preferito mantenere il DECS anche dopo l’affossamento, in votazione popolare nel settembre del 2018, della “Scuola che verrà”. Un errore politico madornale!

C’è spazio per l’opposizione

Torniamo all’uscita dal Governo per il 2027. Vien da dire: se non ora, quando?

La situazione istituzionale non è mai stata così critica e quella politica è anche peggio. In Governo entra un esponente dell’Unione democratica di centro che, verosimilmente, sarà riconfermato ad aprile. Quindi non ci sarà più opposizione e il governo accentuerà il suo carattere destrorso. Freno alla spesa, tagli al sociale e alla formazione. Per fortuna non abbiamo un esercito cantonale, sennò finiva anche lì una montagna di milioni. In questa costellazione partitica e politica cosa ci fa la socialista? O la verde? E il combattivo Pronzini, che merita sostegno per il suo lavoro di parlamentare: che ci fa nella lista per il Governo borghese uno che milita per la rivoluzione e contro il capitalismo?

Inoltre, rinunciare al governo può essere una boccata di aria fresca che potrebbe mobilitare i numerosi astensionisti che hanno perso interesse per la politica.

Se si voleva rafforzare la presenza in governo, bisognava organizzare un’alleanza di tutto lo spettro della sinistra. Da Avanti al partito comunista: certo Amalia Mirante è il babau dei socialisti, ma la realpolitik insegna che bisogna pensare alla base dei partiti e non ai vertici. Questa prospettiva è l’unica che poteva far pensare di conquistare due seggi in Consiglio di Stato. Con l’alleanza di oggi non ci sono i numeri. Anche perché l’apertura all’MPS non è certo gradita alla base socialdemocratica, come ha detto chiaramente Renzo Ambrosetti, storico sindacalista ed esponente della prima ora del partito socialista, che sceglierà la lista senza intestazione. E forse non piace nemmeno a tutti i votanti MPS. E anche la presenza in lista di Gysin, presidente di un sindacato d’ispirazione cristiana, secondo Ambrosetti, può creare qualche scontento a sinistra.

D’altra parte la copresidente socialista Laura Riget ha affermato, alla RSI, che “il nostro obiettivo non è massimizzare a tutti i costi i nostri voti elettorali”, ma si accontenta di proporre una politica seria.

Rivendicazioni chiare

Naturalmente deve andare all’opposizione tutto lo schieramento rosso-verde. Per l’MPS non cambia nulla, anzi, evita l’ ipocrisia. La nuova alleanza non ha prodotto dibattito e, infatti, il programma non sembra un granché. L’appello lanciato dall’MPS è stato sottoscritto da 200 persone. Praticamernte gli amici e i famigliari stretti dei promotori. Se pensiamo che nello stesso periodo sono state raccolte 20 mila firme contro i tagli agli aiuti domiciliari o 1900 firme in pochi giorni contro i tagli a USI e SUPSI, si conferma che la società civile reagisce sulle rivendicazioni materiali e poco o niente sui proclami politici superati per contenuto e stile. “La bussola che punta a un Ticino diverso”, che presenta quindici impegni comuni della lista unitaria per il Consiglio di Stato, è assolutamente condivisibile, ma si tratta di una sfilza di rivendicazioni scontate e generiche. Manca solo la “pace nel mondo” auspicata dalle vincitrici dei concorsi di Miss Universo. Bisogna voltar pagina e imparare da chi fa meglio. Per esempio dal nuovo sindaco di New York Mamdani che ha svolto la campagna elettorale con un manifesto di dieci punti principali, molto concreti, ad esempio: blocco degli affitti, asili nido gratuiti, salario minimo, tasse più alte per i ricchi, autobus gratuiti. Dieci punti per smuovere una città di otto milioni di abitanti!

Stare all’opposizione rappresenta l’unica vera alternativa: potrebbe essere un investimento per i prossimi quattro anni e dovrebbe animare l’alleanza a sinistra con più libertà. La “lista pluralista” appare a molti come una forzatura, priva di coerenza (manca solo un liberale!). Stare fuori significa anche rafforzare l’identità della sinistra, rinunciando a un seggio che non porta a casa niente e non ha nemmeno più un valore simbolico. Anzi, per il PS la partecipazione al governo sembra avere un effetto anestetizzante su tutto il partito, che finisce per essere sempre sottomesso ai consiglieri di stato. Si veda, appunto, quanto capitato in occasione dell’arrocco, condannato dalla direzione ma poi velocemente dimenticato.

Bisogna lavorare

Ma c’è un problema. Stare all’opposizione vuol dire lavorare. Essere attivi nella società civile. Creare occasioni di dibattito e di mobilitazione su rivendicazioni concrete. Un esempio positivo in tal senso lo offre ErreDiPi – e il sagace Quaresmini – che in questi anni ha occupato uno spazio lasciato libero da un sindacato addormentato e subordinato alle istanze ministeriali del DECS. ErreDiPi ha seminato bene e ha raccolto frutti.

Bisogna considerare che in Ticino, a differenza della Svizzera, esiste l’iniziativa legislativa, oltre al referendum. Dunque due opportunità di democrazia diretta che permettono di essere presenti ed efficaci politicamente. Si possono proporre leggi e si può cercare di bocciare decisioni contrarie agli interessi della sinistra: le ultime vittorie qualificanti della sinistra sono passate da lì.

Però si deve lavorare, e molto più di quanto i socialisti abbiano fatto in questi quattro anni. Con l’eccezione del capogruppo Ivo Durisch, che merita un plauso per il suo impegno, dov’erano i giovani socialisti eletti nell’ultima tornata in Gran Consiglio?

Bisogna lavorare. I collaboratori di Mamdani a New York hanno bussato a decine di migliaia di case. Anche la Linke, a Berlino, con la Haustürgespräche ha suonato a 60 mila abitazioni.

Che fare ad aprile?

Va riproposto l’uso della scheda bianca. È stata in voga nel 1970 e nel 1974, quando l’allora Partito socialista autonomo decise di non partecipare all’elezione per il governo. Certo, erano altri tempi, ma forse un ritorno al passato per la cultura di sinistra non è da scartare.

“Già nell’agosto del ’70 – ci ricorda Pompeo Macaluso nella sua Storia del PSA – Martinelli e Cavalli erano stati incaricati di stendere una bozza del documento congressuale, che costituirà il nucleo della ‘Relazione preparatoria’ approvata alla fine di ottobre dall’Ufficio Politico ed inviata per il dibattito alle sezioni. Per principio, in quanto ‘semplice organo di gestione – amministrazione degli interessi della borghesia’, ma anche per non compromettere la credibilità dell’appello anticonsociativo, veniva esclusa la presenza in Consiglio di Stato. (…) Per queste ragioni il PSA non avrebbe esibito programmi, non avrebbe fatto promesse, non avrebbe dato garanzie per future realizzazioni. Si sarebbero invece documentate le quotidiane vicissitudini dei cittadini, mostrando come ‘i salari insufficienti, l’aumento degli affitti, l’inquinamento, derivassero direttamente dallo sfruttamento capitalistico’. Una battaglia di minoranza, certo, ma capace di allargarsi a tutti coloro che si rendevano conto che così non si poteva continuare”.

Se si votasse in massa scheda bianca il risultato avrebbe un senso.

Concludiamo con l’osservazione di un grande radicale, Dick Marty che si chiedeva se la partecipazione al governo di tutti i partiti principali fosse ancora attuale: “La collegialità assume così aspetti un po’ grotteschi che a mio parere nuociono alla credibilità della politica”.

Abbiamo lanciato un sasso nello stagno o, forse, solo una voce nel deserto.

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento


Se a Naufraghi/e va bene così…

A sette mesi dalle presidenziali si allarga la protesta giovanile: le ragioni degli studenti, i giochi della politica 

Parafrasando il titolo scelto da Rocco Bianchi, verrebbe da dire: «Se a Naufraghi.ch va bene così…».

Non intendiamo mettere in discussione l’importanza della cronaca né il diritto di un giornalista di porre domande e sollevare interrogativi. Riteniamo però fondamentale distinguere i fatti accertati dalle supposizioni, soprattutto quando si affrontano temi delicati come la sicurezza di un’imbarcazione, la sua conformità e il comportamento di chi vi lavora.

Rocco Bianchi ci ha precisato di non essere un esperto in materia e, nel suo articolo, fa riferimento a «vari esperti» da lui interpellati. A tutti può capitare di prendere un abbaglio; quando però diverse valutazioni contenute nello stesso articolo risultano smentite da elementi oggettivamente verificabili, è legittimo interrogarsi sull’affidabilità delle informazioni tecniche sulle quali esse si fondano.

Gli argomenti sollevati sono numerosi e in alcuni casi complessi. Mi limiterò quindi ai punti principali che riguardano direttamente la nostra imbarcazione e la nostra azienda, senza entrare nel merito di altre vicende citate nell’articolo, che non ci riguardano e sulle quali non disponiamo degli elementi necessari per esprimere valutazioni.

Sistemi antincendio

Rocco Bianchi scrive che queste imbarcazioni devono essere dotate di sistemi automatici di «rilevazione e spegnimento» e aggiunge che, nel nostro caso, tale sistema «parrebbe non aver funzionato a dovere».

Le due funzioni sono invece ben distinte.

Il sistema automatico di rilevazione era presente e ha funzionato correttamente, segnalando il problema all’equipaggio. Quanto allo spegnimento, le disposizioni applicabili vietano espressamente l’impiego di impianti di estinzione incendi con azionamento automatico (art. 39, n. 5.5.1 DE-OCB).

Automatico è il rilevamento, non lo spegnimento

Non può quindi «non aver funzionato a dovere» un automatismo di spegnimento non installato proprio perché espressamente vietato dalla normativa.

Anche gli estintori di bordo hanno funzionato: l’incendio è stato domato con i nostri mezzi. Gli estintori portati dal personale del grotto sono stati messi a disposizione a titolo precauzionale, quale normale e apprezzato gesto di aiuto.

Cause dell’incendio ed esperti

I pompieri, un tecnico specializzato in impianti elettrici nautici e il perito assicurativo, pur avendo avuto accesso diretto al caso, non sono stati in grado di determinare con certezza la causa dell’incendio.

Abbiamo inoltre sottoposto le fotografie a un ingegnere specializzato nella protezione antincendio. Anche la sua valutazione è stata prudente: dalle immagini non è possibile stabilire con certezza l’origine dell’incendio. Ha tuttavia rilevato che un incendio riconducibile al filtro antiparticolato lascia normalmente tracce caratteristiche ed evidenti, che nelle fotografie del nostro caso non risultano visibili.

Rocco Bianchi riferisce invece di avere interpellato «vari esperti» che, sulla base di testimonianze e filmati, ricondurrebbero l’episodio proprio ai filtri antiparticolato. Per quanto ci risulta, nessuno di loro ha ispezionato direttamente l’imbarcazione.

Non sosteniamo quindi di conoscere la causa dell’incendio: rileviamo semplicemente che, allo stato attuale, non è stato possibile determinarla con certezza.

Ci chiediamo pertanto su quali elementi tecnici esperti che non hanno esaminato l’imbarcazione possano formulare una ricostruzione più precisa di quella di chi ha avuto accesso diretto al caso.

La presunta «esplosione»

Merita una precisazione anche quella che Rocco Bianchi descrive come «una specie di esplosione» visibile nel filmato.

Ciò che si vede e si sente è il sottoscritto che, con un calcio deciso, rompe intenzionalmente il vetro di protezione dell’impianto fisso di estinzione, per renderlo immediatamente disponibile qualora gli estintori portatili non fossero stati sufficienti.

Non si tratta quindi di un’esplosione proveniente dal vano motore, ma di un’azione volontaria e precauzionale. Anche questo sarebbe stato facilmente verificabile chiedendo spiegazioni a chi era presente.

Collaudi e conformità

Nell’articolo si fa inoltre riferimento a presunti collaudi o interpretazioni «artistiche» delle norme. Non siamo a conoscenza delle situazioni alle quali Rocco Bianchi si riferisce e non ci riguardano.

La nostra imbarcazione è stata pianificata e costruita nel rispetto delle prescrizioni applicabili ed è stata sottoposta alle previste procedure di omologazione e collaudo. Non vediamo pertanto su quali elementi concreti possa fondarsi un collegamento fra quelle vicende e la nostra imbarcazione.

L’invito a Rocco Bianchi

Proprio perché preferiamo la verifica diretta alle supposizioni, abbiamo invitato per iscritto Rocco Bianchi a salire a bordo e a indicarci concretamente, sulla base delle norme applicabili, quali parti dell’imbarcazione o quali impianti presenterebbero le carenze che potrebbero giustificare i dubbi espressi nell’articolo.

Abbiamo messo a disposizione l’imbarcazione e la relativa documentazione affinché quanto scritto potesse essere verificato direttamente.

Nel successivo colloquio telefonico Rocco Bianchi ha declinato l’invito, precisando di non essere un esperto in materia. Ne prendiamo atto.

L’invito resta valido

Un giornalista non è tenuto a essere uno specialista della materia di cui scrive. Proprio per questo, quando si affrontano questioni tecniche e di sicurezza, la verifica delle fonti assume particolare importanza.

Quando si parla pubblicamente della sicurezza di un’imbarcazione e di chi vi lavora, riteniamo che una verifica in più e una supposizione in meno rendano un servizio migliore a tutti, a cominciare dai lettori.


La risposta di Rocco Bianchi

“Prendo atto delle precisazioni del signor Schmidt, titolare dell’azienda e proprietario della barca cui è bruciato il motore, informazioni che per tutelare la sua attività abbiamo taciuto nel nostro articolo.

Noto con piacere che, al di là degli aspetti tecnici che stiamo verificando, quanto esposto non aggiunge nulla ai fatti riportati: la sua imbarcazione, varata nel luglio 2025, nel giro di un anno ha subito due avarie ad entrambi i motori. Da ciò si può ipotizzare che o il signor Schmidt è un uomo molto sfortunato, nel qual caso a lui va tutta la nostra umana solidarietà, oppure a suo evidente danno l’imbarcazione è stata progettata e/o costruita non rispettando appieno le regole dell’arte (in questo caso gli consigliamo di rivolgersi a chi di dovere per le dovute spiegazioni ed eventuali risarcimenti).

Corollario a quest’ultima ipotesi, che vedrebbe il signor Schmidt nel poco simpatico ruolo di doppia vittima, da chiedersi come mai i servizi preposti all’omologazione e al collaudo non se ne siano accorti, ennesimo sintomo che al Servizio della navigazione qualcosa non funziona a dovere.

Nel frattempo, altro fatto incontestabile, sempre più utenti, se possono, portano a collaudare le loro imbarcazioni in altri cantoni. Ribadiamo: se a Camorino va bene così…”.


Lula punta tutto sulla rimonta al ballottaggio, ma Bolsonaro è sicuro: “Il cambio è già iniziato”

A sette mesi dalle presidenziali si allarga la protesta giovanile: le ragioni degli studenti, i giochi della politica 

Di Emiliano Guanella, La Stampa

«Sinceramente, pensavo che avrei vinto già nel primo turno e invece dobbiamo disputare un ballottaggio. Ma non è un problema, è già successo altre volte e alla fine ho vinto, ce la faremo anche questa volta». Lula da Silva cerca di sdrammatizzare la mezza batosta che ha ricevuto dalle urne. I sondaggi della vigilia lo davano in leggero vantaggio, è finito invece indietro di due milioni di voti rispetto a Flavio Bolsonaro. Il presidente in carica ha preso il 45% dei voti, il suo sfidante il 47%, la differenza non è enorme ma a pesare c’è lo smacco del secondo posto e soprattutto la difficoltà di catturare nuovi consensi; gli altri quattro candidati outsider che hanno preso insieme 9 milioni di voti sono tutti di destra o di centrodestra, i loro elettori difficilmente propenderanno verso il leader di sinistra. Lula lo sa e allora parte alla carica degli astenuti, che sono stati tanti, nonostante in Brasile il voto sia obbligatorio.

Calcolatrice in mano, in effetti, ci sono parecchi elettori da inseguire. Su un bacino di 158 milioni di aventi diritto si sono presentati alle urne solo 125 milioni e cinque di questi hanno votato bianco o nullo.«Domani inizia una nuova campagna, ci impegneremo ancora di più, non possiamo regalare il paese ai bolsonaristi. La biografia dei nostri avversari è tenebrosa, è una famiglia da un passato terribile, contatti con la milizia, tentativi di colpo di Stato, corruzione ai massimi livelli. Li batteremo, sono sicuro che li batteremo».

Più tranquillo e meno belligerante, invece, Flavio Bolsonaro, vincitore a sorpresa del primo turno. Non aveva un comitato di campagna, ha parlato ai giornalisti dal giardino di casa sua a Brasilia, uno stile che ricorda quello del padre Jair Messias, oggi agli arresti domiciliari dopo la condanna a 26 anni per il tentato colpo di Stato del 2022. Sorridente, con la moglie a fianco e un gruppo di collaboratori e bodyguard con la maglietta della seleção brasiliana. «Il cambio è già iniziato, il Brasile ha detto chiaramente che non vuole più questo signore. Lula è alla sua settima elezione, vuole un quarto mandato presidenziale ma la gente non lo sopporta più, non vuole più vedere la corruzione e il mal governo. Ci manca poco, questa rivoluzione non la ferma più nessuno». Bolsonaro ha stravinto nel Sud del paese, è primo nel Sudovest industriale di San Paolo e Rio de Janeiro, trionfa nelle regioni agricole del centro del Paese. Ha perso solo nel Nordest, la tradizionale roccaforte della sinistra, dove si sente di più il peso dei sussidi statali alle famiglie povere.

Il suo partito liberale ha fatto ancora meglio, aumentando considerevolmente i seggi alla Camera e al Senato ed eleggendo una mezza dozzina di governatori. La destra la farà da padrona nel prossimo Parlamento relegando la sinistra e ridimensionando il potere di contrattazione dei partiti di centro, tradizionale ago della bilancia della politica brasiliana, capace di schierarsi con chiunque in cambio di lauti compensi e ministeri. Saranno altre tre settimane di fuoco e si spera che i due rivali si degneranno di partecipare finalmente ad almeno un dibattito televisivo. Finora si sono evitati, ognuno preoccupato a coltivare la propria nicchia elettorale. Ora si giocano il tutto per tutto e un confronto è vitale per convincere gli indecisi.

Dalla parte di Bolsonaro è schierato apertamente Donald Trump anche se i consiglieri della Casa Bianca gli hanno consigliato di non esporsi troppo. I brasiliani sono nazionalisti e patriottici, troppa ingerenza da parte americana potrebbe fare il gioco di Lula. I Bolsonaro sono ad un passo dal ritorno al potere, meglio evitare passi falsi che potrebbero far risuscitare la sinistra.

Nell’immagine:il presidente del Brasile Lula e il suo contendente Flavio Bolsonaro


Sánchez pronto alle elezioni cavalcando la piazza. La sfida alla destra spagnola

A sette mesi dalle presidenziali si allarga la protesta giovanile: le ragioni degli studenti, i giochi della politica 

Di Benedetta Perilli, La Repubblica

Tutto pronto per l’annuncio delle elezioni anticipate in Spagna, che potrebbe arrivare già oggi. Per tutto il fine settimana Pedro Sánchez ha continuato a sentire il Partito socialista, i ministri, i consiglieri in consultazioni private nelle quali, come ricostruisce la stampa spagnola, non ha mai espresso la sua posizione. Il presidente socialista ha abituato i suoi a colpi di scena ed è soltanto lui a prendere la decisione finale, nonostante le pressioni degli interlocutori a sciogliere le camere: non ci sarebbe secondo i più una finestra migliore, dopo la bocciatura del decreto casa, per capitalizzare il malcontento popolare, soprattutto dell’elettorato di sinistra contro il voto del Partito Popolare, Vox e Junts. Per questo l’esecutivo studia la formula giuridica per cercare di recuperare parte dei decreti decaduti: anche in caso di voto anticipato il governo Sánchez continuerebbe ad avere pieni poteri e potrebbe presentare nuovamente i provvedimenti. Ad approvarli però non sarebbero le Cortes, che sarebbero sciolte, ma la Deputazione permanente, organo costituzionale più ristretto nella rappresentanza dove i voti di Junts non servirebbero.

Il voto subito, nella prima data utile del 29 novembre, è una delle opzioni. Nella tarda serata di ieri gli analisti la davano possibile al 70%. Resta aperta l’ipotesi di portare avanti la legislatura. Di sicuro si sa che il leader socialista sarà in mattinata all’inaugurazione del Congresso nazionale dell’Impresa familiare, a Madrid, appuntamento che potrebbe essere cancellato anche all’ultimo, mentre da fonti della Moncloa trapela che il segnale streaming è stato richiesto per l’intera giornata di oggi. Cosa che farebbe pensare che una dichiarazione istituzionale del presidente è contemplata per oggi.

Intanto ieri, e poi ancora oggi, la sinistra alternativa di Sumar si è riunita per definire il nuovo corso con il nuovo candidato, tutto lascia indicare che correrà con il nome di “Frente amplio” e un primo atto è convocato per il 17 ottobre. Resta ai margini Podemos che ha annunciato una propria candidatura ma ha proposto primarie aperte.

Dalle opposizioni il Partito Popolare è pronto al voto e pensa già di avere in tasca la vittoria al punto che tutto sarebbe pronto per il Governo Feijóo: i nomi dei ministri guidati dal leader del partito sarebbero già al vaglio. Ma un governo popolare senza l’appoggio dell’estrema destra di Vox – data in crescita negli ultimi sondaggi in quasi tutto il Paese – sembra impossibile. Ultimo tassello del puzzle politico restano i catalani di Junts, pietra dello scandalo della sconfitta del decreto casa in Parlamento: gli indipendentisti suggeriscono che lo spazio per nuove contrattazioni è ancora possibile. Con l’avversario locale, l’estrema destra di Aliança Catalana data in ascesa, il voto subito non converrebbe al partito. Meglio attendere il pronunciamento di domani della Corte costituzionale sul via libera all’amnistia per Carles Puigdemont che permetterebbe al leader di tornare in patria e rilanciare il partito.


Proteggere i cittadini dalla paura, la ricetta che manca alla sinistra

A sette mesi dalle presidenziali si allarga la protesta giovanile: le ragioni degli studenti, i giochi della politica 

Di Alessandro De Angelis, La Stampa

Guardiamoci attorno. In Francia il cuore della protesta è la scuola, vero centro ordinatore dell’ideologia repubblicana. È l’ultimo sintomo di un malessere di lungo periodo: dai gilet gialli agli infiniti scioperi contro Macron, che, alla fine del suo ciclo, con ogni evidenza non ha la forza per rispondere alla piazza come Pompidou nel ’68.

Allora, da primo ministro, garantì riforme e un accordo coi manifestanti per riaprire la Sorbona.

Nella Spagna socialista il cuore è la casa e l’aumento incontrollato dei canoni di locazione, come effetto del proliferare degli affitti turistici. E quanto pesi il mercato sulla politica lo si è visto anche nel voto in Parlamento che ha travolto Pedro Sánchez. L’Italia non ha una tradizione di proteste spontanee, ma legate alla forza delle organizzazioni del movimento operaio, quando c’era. Ovunque però sono ravvisabili i segni di una sofferenza sociale dal carrello della spesa, alle bollette, alla capacità di soddisfare le esigenze essenziali.

Case, scuole, aggiungiamo anche ospedali. In definitiva, Stato sociale. Sono le parole d’ordine della socialdemocrazia novecentesca. In assenza di una politica che rappresenti il bisogno, riappaiono come disagio o rivolta. Contro la globalizzazione che ha tradito le sue promesse ma anche contro la politica tradizionale che si è illusa, anche a sinistra, sulle “magnifiche sorti e progressive” del mercato.

Scioperi, occupazioni, oppure rabbia che trova sfogo nelle sirene del sovranismo oppure disincanto che si esprime nel non voto. La perdita di egemonia della democrazia come modello universale ha a che fare col restringimento della sua capacità di inclusione sociale. La turbolenza parte davvero da molto lontano. Nel grande treno dello sviluppo, i vagoni di testa hanno accelerato e i vagoni di coda si sono staccati per strada. È l’immagine che usò il subcomandante Marcos nel lontano 1994 ponendosi alla guida di un piccolo esercito di indios armati di frecce per occupare i comuni di alcune città del Chiapas. La prima rivolta contro la globalizzazione, considerata, con un po’ di paternalismo, come un segno di un mondo che scompariva. Da allora, oltre agli indios, sono stati piegati anche gli operai e la classe media. Hanno perso reddito, prestigio, dunque “sovranità”. Ed ecco l’elezione del primo Trump, la vittoria della Brexit, la crisi delle idee europee, il nuovo culto degli uomini forti trainato dalla rabbia delle tante periferie geografiche ed esistenziali.

Da tempo è tutto squadernato sotto i nostri occhi. La trasformazione tecnologica ha mutato il modo di lavorare e pensare, la globalizzazione ha allargato la forbice delle disuguaglianze, il lavoro si è fatto precario. C’è un “mondo di sopra” che vive il cambiamento come opportunità di crescita. Ma c’è una maggioranza di cittadini che tutto ciò lo subisce e lo vive come una minaccia. Ha paura di perdere le sue certezze e chiede protezione, finita l’era della redistribuzione. Qui le radici del richiamo revanscista della destra, che ha risposto alla crisi dello Stato nazione col nazionalismo, alla perdita di sovranità col sovranismo, alla rabbia del popolo col populismo.

Forse è anche utile, quantomeno per sollecitare la discussione, il contributo di prosperità proposto da Gianrico Carofiglio. Prima, però, di una tassa è necessaria una politica che si misuri con questo senso comune: la paura. Sentimento piuttosto comprensibile, visto quello che è successo: la più lunga crisi economica della storia contemporanea, poi la pandemia, riconquistata la normalità, ecco le guerre. Ci mancano solo le cavallette. In compenso si sciolgono i ghiacciai (anche il clima è politica). Da anni il mondo entra in casa come ansia.

Non basterà agitare le nobili bandiere della Costituzione contro ibarbari, o la denuncia moralisteggiante o qualche misura di buongoverno se non ci si misura con le radici storiche di quelle paure, dalla sicurezza dei confini alla nuova fase del capitalismo. Il dogma per cui il mercato, lasciato a sé stesso, distribuisce da solo i frutti del progresso è caduto. La partita vera, semmai, oggi è quale ruolo dello Stato: quello che entra nel capitale per potere o quello che governa la trasformazione per il bene comune. Uno Stato muscolare e verticale, che si allea con i monopoli tecnologici o quello democratico che programma lo sviluppo nell’interesse generale. Non tamponi, ma politica.

C’era una volta la globalizzazione. La differenza tra destra e sinistra è sul “come” si garantisce “protezione”. Se, dopo questa transizione tra un mondo che non c’è più e un altro che non c’è ancora, il mercato tornerà sovrano o se la politica saprà riprendersi il compito di dirigerne lo sviluppo. La storia continua. Non è finita nell’89 quando ci si illuse che avremmo vissuto in un mondo più ricco e pacificato.

Nell’immagine: 2 ottobre, manifestazioni studentesche a Tolosa


Sergio Rossi – Tredicesima AVS? Finanziamola con l’Intelligenza Artificiale

A sette mesi dalle presidenziali si allarga la protesta giovanile: le ragioni degli studenti, i giochi della politica 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


“Il sospetto”, quando l’intelligenza artificiale denuncia la realtà

A sette mesi dalle presidenziali si allarga la protesta giovanile: le ragioni degli studenti, i giochi della politica 

Si fa un gran parlare di intelligenza artificiale che inonda tutti i campi. Al Festival dei diritti umani, previsto a Lugano, verrà presentato il 14 ottobre al cinema Iride, un reportage d’inchiesta molto particolare, realizzato grazie all’uso dell’IA. Si intitola “Il sospetto – Dalla banca al bancone”: si interroga sulla presenza mafiosa negli esercizi pubblici di una città, Cerate, che non esiste. È una città immaginaria ma che fa pensare facilmente e ineluttabilmente a Lugano.

Il documentario invita a ragionare sul senso dell’utilizzo dell’IA a scopi giornalistici. In parte il discorso vale anche per le realizzazioni cinematografiche. Alla recente Mostra di Venezia ha aperto un forte dibattito il film “Be Brave”, che ha usato l’IA per ricreare parti della vita del fondatore di Diesel, Renzo Rosso. Qual è il confine tra l’algoritmo e il lavoro umano? Il direttore della rassegna Barbera ha definito l’opera “ un esperimento sul supporto tecnologico”. Anche il film di Nanni Moretti presentato a Venezia ha contenuti di IA, che sono stati dichiarati nei titoli di coda, come impongono le nuove regole dell’AI Act europeo.

“Il sospetto” indaga su un tema conosciuto da anni a Lugano, ma che rimane tabù. La presenza in città e nella regione di esercizi pubblici legati alla mafia e alla n’drangheta, come confermato da inchieste italiane. Anche il Consiglio federale, cinque anni fa, – spiega Annamaria Astrologo, responsabile dell’Osservatorio ticinese sulla criminalità dell’USI – “ha riconosciuto che, negli ultimi anni, la presenza e le attività delle organizzazioni di stampo mafioso in Svizzera sono state sottovalutate, ma che in realtà vi sono infiltrazioni mafiose in tutto il Paese e non possono essere limitate a una specifica regione”.

Il tema è delicato e per questo motivo l’autore dell’inchiesta, Piero Martinis, si cela dietro a uno pseudonimo e ha deciso di utilizzare l’IA come strumento per poter indagare, proteggendo le proprie fonti. “Questo non significa – afferma Martinis – che si sia inventata l’inchiesta che sta dietro al film. Il lavoro nasce da una ricerca giornalistica, da documenti, atti giudiziari, testimonianze reali. Le fonti esistono. Le persone hanno parlato. Le informazioni hanno una provenienza verificabile”. Un testimone è l’avvocato Paolo Bernasconi, ex procuratore pubblico, facilmente riconoscibile e indicato nei ringraziamenti finali.

“Se non possiamo mostrare direttamente una realtà, possiamo comunque raccontarla?” si chiede il regista.

Per gli aspetti giornalistici, il documentario realizzato grazie all’IA fa pensare alle ricostruzioni che venivano e vengono proposte quando nella documentaristica è indispensabile proteggere i testimoni. In quel caso si fa ricorso ad attori, con l’IA a figure create artificialmente.

“Il sospetto” è un lavoro interessante, sperimentale. Utilizza uno strumento relativamente nuovo per proporre un giornalismo investigativo. Il contenuto del documentario è allarmante. A Lugano, ma anche in Ticino e nel resto della Svizzera, esercizi pubblici “storici” vengono soffocati da una concorrenza sleale legata alla criminalità.

Il documentario si conclude con la voce narrante che sintetizza: “Tutte le cose dette mi sono state raccontate da persone reali in una città reale. È vero, sono solo sospetti, voci che corrono e fino a quando non si spara, sembra che il problema non ci sia… E così anche i giornalisti, del problema, se ne occupano poco. Avevo pensato di fare questa inchiesta già 15 anni fa, ma nessun editore a cui ho chiesto sembrava interessato, forse perché pericoloso, non evidente o forse perché va bene così…”

No, non va bene così! Il documentario è stato rifiutato da RSI, SRF, RTS, perché l’IA desta ancora ritrosia alla SSR. È evidente che può indurre qualche timore: mafia e n’drangheta non scherzano. Ma il giornalismo d’inchiesta “è una forma di informazione approfondita e critica che mira a scoprire e portare alla luce fatti, verità nascoste o illeciti di interesse pubblico”. Se qualche giornalista volesse occuparsi del tema svolgendo un’inchiesta con metodi tradizionali, “Il sospetto” offre un’utilissima base di partenza.

Nell’immagine: una scena del documentario


La rivolta della società senza welfare

A sette mesi dalle presidenziali si allarga la protesta giovanile: le ragioni degli studenti, i giochi della politica 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Dopo aver dominato la scena pubblica per quarant’anni, il politico si trova oggi a dover fare i conti con un nuovo attore che gli contende il campo: il sociale. L’ideologia estenuata dai conflitti del Novecento non riesce a infiammare il secolo e in America si consuma nell’autocombustione perpetua della controrivoluzione Maga, sufficiente a mettere in crisi il vecchio ordine mondiale, ma incapace di costruire il nuovo. La politica non ha gli strumenti per governare la dimensione sovranazionale delle crisi, è disarmata.

Così è la vita stessa delle persone a venire in primo piano senza filtri e deformazioni, a mostrarsi e rivelarsi conquistando attenzione, chiedendo tutela, pretendendo riscatto: cioè facendosi politica, direttamente. Il discorso pubblico si concretizza e si materializza come alla fine dell’Ottocento, quando le culture politiche nascevano dalle cose che si scoprivano vivendo, i diritti scaturivano dai bisogni, il lavoro trasmetteva identità e favoriva una presa di coscienza.

Vediamo movimenti di protesta che tornano a mobilitare le piazze, gli studenti in Francia tra incendi, violenze e richieste di un’istruzione migliore, le tende di centinaia di persone a Madridper protestare contro lo sfratto di una donna di 87 anni portata via in barella dalla casa dove viveva dal 1956 e diventata il simbolo del diritto ad abitare, gli scioperi e le agitazioni negli ospedali italiani, con i medici che fuggono ovunque dal sistema sanitario pubblico (le dimissioni sono aumentate del 150 per cento in un anno) per la forbice tra le condizioni di lavoro critiche e gli stipendi non allineati all’Europa.

Guardiamo queste tre ultime esplosioni del sociale con uno sguardo d’insieme, cercando il loro significato generale. Casa, salute, scuola: sono i tre cardini di quel sistema di tutele chiamato welfare che ha protetto la nostra crescita nel dopoguerra e che oggi rivela tutti gli strappi nella sua rete, incapace di garantire quel che ha promesso negli anni del benessere.

Logorato dai tagli, inaridito dal calo di natalità, svuotato dall’allungamento della vita, ciò che resta di quel grande compromesso tra il capitale e il lavoro sembra ormai giunto al capolinea. È esattamente un welfare a pezzi quello che ci presenta il conto delle disfunzioni che si trasformano in rabbia, annunciando il vero pericolo che ci attende, cioè la rottura della coesione sociale che in Italia ha retto miracolosamente, mentre è già venuta meno la coesione culturale e quella istituzionale vacilla.

Un welfare a piccole porzioni residuali, scollegate tra di loro, senza più un disegno comune capace di tenerle insieme non soltanto in funzione di ammortizzatore sociale, ma come conferma di una cultura europea, addirittura espressione di una civiltà capace di superare la compassione nella condivisione e di trasformare la beneficenza in solidarietà.

La sensazione è d’impoverimento, di sottrazione, di indebolimento di una rete di tutela che credevamo naturale, dunque eterna. Il lavoro si è polverizzato nel vortice della mondializzazione, sfuggendo a ogni organizzazione di sé in forma sindacale o politica. Il capitale si è autonomizzato nell’accelerazione dell’innovazione, fino alla tentazione vertiginosa di attraversare il campo, in un’inedita fusione tra tecnica e politica nel nuovo mondo dischiuso dall’intelligenza artificiale.

Anzi, è successo qualcosa di più: capitalismo e managerialità si associano e mettono in comune la difesa del patrimonio e della competenza, saldandoli per dare forma ad una nuova élite che non ha più bisogno di collegarsi con le altre categorie sociali perché basta a sé stessa.

Questa autosufficienza degli interessi scioglie i vincoli di società nati nel dopoguerra e ancora attivi fino all’inizio del secolo, liberando una nuova superclasse in alto e lasciando alla deriva in basso una sottoclasse sganciata da qualsiasi destino comune del Paese, già sospinta sul margine della società, più fuori che dentro: esclusa.

La novità è che nel mezzo della scala sociale oggi galleggia un ceto medio che non trova più ascensori per i piani superiori, mentre teme di essere risucchiato dal basso. È su questo ceto, infatti, che si scaricano direttamente gli effetti della nuova insicurezza addirittura mondiale, con le guerre, la rottura degli equilibri internazionali, la scomparsa degli organismi di garanzia: tutti elementi che insieme con la rottura del rapporto tra lavoro e sicurezza sottraggono al ceto medio il futuro, cioè il vero orizzonte da conquistare per migliorare la condizione della propria famiglia, proiettando i figli oltre sé stessi nella fiducia di un approdo possibile, attraverso il lavoro, la scuola e la conoscenza, il risparmio, in una tensione al traguardo che dava un senso all’esistenza e alla trasmissione generazionale.

Mobile per definizione, il ceto medio sente di essersi fermato, arenato, come davanti ad un blocco sociale. Avverte che la crescita non lo riguarda, che il progresso lo sollecita come consumatore ma non lo interpella come persona, che l’istruzione non lo garantisce, che la sua competenza rischia la svalutazione davanti ai nuovi saperi, che il posto di lavoro non sostiene più una vita. Smarrisce la fiducia e perde l’orizzonte.

Sostenitore tipico dell’ordinamento sociale quando pensava di poterlo scalare, comincia a rifiutarlo oggi che si sente confinato nella medietà: da strumento cosciente del consenso al sistema diventa un soggetto critico e instabile, sospettoso perché esposto, geloso di ciò che ha, egoista di quel che c’è, guardingo nei confronti di chi arriva nel suo spazio, che sente ristretto. C’è da stupirsi se ascolta la voce delle sirene anti-sistema, dell’antipolitica, del populismo, del sovranismo, della chiusura nazionalistica?

In cambio della sua rabbia ingegnerizzata in politica gli offrono un colpevole (le élite), un nemico (lo straniero), una vendetta (la rottura del sistema). Non lo emancipano, anzi coltivano il suo rancore, perpetuandolo: ma gli trasmettono un segno di riconoscimento, che è ciò che più oggi gli manca. Perché l’impoverimento che lo inquieta non è solo economico, ma sociale, culturale, morale e dunque politico: l’offerta di cittadinanza che gli arriva dallo Stato è così bassa che lo spinge a non accettarla, rifugiandosi nell’astensione o vendicandosi con l’illusione dell’antipolitica.

Certo, politicamente tocca alla sinistra andarsi a riprendere questi cittadini declassati: ma nella società, intanto, non tocca al ceto più fortunato, più innovatore, più dotato di risorse, riannodare il filo che lega l’élite al resto del Paese, ristabilendo il vincolo perduto e l’equilibrio sociale?

Capace di accelerazioni straordinarie e immaginifiche il tecno-capitalismo rischia di non accorgersi che la prova più importante che ha davanti a sé è proprio questa: ricostruire una democrazia sociale che tenga insieme il Paese, mentre la democrazia politica è in crisi. Ma il capitalismo sente una responsabilità nei confronti della democrazia? Essere classe dominante è più facile che essere classe dirigente.

Nell’immagine: Lione, 2 ottobre: il corteo dei liceali


L’Iran ha fatto più danni nelle basi statunitensi di quanto Trump abbia ammesso

A sette mesi dalle presidenziali si allarga la protesta giovanile: le ragioni degli studenti, i giochi della politica 

Di upg, Infosperber

Il 15 settembre scorso l’emittente statunitense CBS ha riferito: «Nuove foto, in esclusiva per CBS News, mostrano per la prima volta l’entità dei danni e delle distruzioni subiti da edifici e veicoli in diverse basi statunitensi in Medio Oriente, causati dagli attacchi iraniani con missili e droni.

Le immagini sono state fornite alla CBS News da militari in servizio attivo a condizione di rimanere anonimi, poiché all’interno delle forze armate vigono rigide restrizioni sui media.

«Si tratta di danni ingenti alle nostre basi, di cui l’opinione pubblica americana non è stata finora informata», ha dichiarato alla CBS News un soldato in missione. «Stiamo lì con gli occhi chiusi e ci lasciamo prendere a schiaffi in faccia.»»

La CBS cita un nuovo rapporto del Dipartimento della Guerra sulla guerra in Iran. I costi della guerra in Iran avrebbero raggiunto i 33,4 miliardi di dollari alla fine di giugno. Di questi, 3,7 miliardi riguarderebbero «perdite di equipaggiamento» – senza contare i costi di riparazione. In un rapporto obbligatorio presentato per la prima volta in questa forma al Congresso, l’ispettore generale del Dipartimento della Guerra ha aggiunto che il Comando Centrale degli Stati Uniti ha segnalato attacchi iraniani contro basi statunitensi in Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq, Oman e Giordania.

Ecco due immagini pubblicate dalla CBS:

Sulle guerre aleggia una fitta nebbia di disinformazione

Estratti dal commento dell’editorialista del «New York Times» David French

«L’amministrazione Trump ha condotto questa guerra in modo diverso rispetto a quanto era consuetudine per i precedenti presidenti. Non solo ha attaccato l’Iran senza un vero dibattito pubblico, senza l’approvazione del Congresso e senza una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, ma ha anche condotto la guerra nel bel mezzo di una campagna contro i media come non si era mai vista nella storia recente degli Stati Uniti.

Come riportato la scorsa estate dalla «Columbia Journalism Review»: «Le conferenze stampa sono rare. Pete Hegseth, il cosiddetto “ministro della guerra”, risponde solo alle domande dei media a lui favorevoli. Nessuna delle grandi testate giornalistiche ha giornalisti integrati nelle unità militari statunitensi in Medio Oriente. Le fonti del Pentagono parlano sempre meno con i giornalisti, per paura di ritorsioni da parte del governo.»

Di conseguenza, nelle prime settimane di guerra gli americani non hanno avuto modo di valutare l’andamento dei combattimenti, se non attraverso comunicati stampa contraddittori e dichiarazioni delle due parti in conflitto. Data la propensione del governo statunitense a mentire, non avevamo alcuna possibilità di informarci sull’andamento delle operazioni belliche.

La nebbia della guerra è sempre fitta, e diventa ancora più densa a causa della segretezza necessaria per occultare le operazioni belliche.

Tuttavia, in questo conflitto abbiamo assistito a un livello di segretezza, inganno e vera e propria propaganda tale da rendere praticamente impossibile scoprire la verità – finché, alla fine, la combinazione di informazioni trapelate e foto satellitari commerciali non ha reso impossibile per il governo mantenere la propria versione dei fatti.

È una questione di buon senso – e qualcosa che forse il presidente Trump imparerà già nel novembre di quest’anno: iniziare una guerra senza il sostegno dell’opinione pubblica (per non parlare poi di condurla dietro un velo di segretezza e menzogne) rende molto meno probabile che la nazione trovi la volontà di vincere.

Perché vincere le guerre richiede sacrifici. Se non si prepara la popolazione a compiere sacrifici (per non parlare poi di convincerla che tali sacrifici sono necessari), allora si rischia di perdere la guerra.

La guerra di Trump sta vacillando e fallendo, almeno in parte, proprio perché ha aggirato il processo costituzionale. Una nazione indignata (e alleati indignati) non è disposta a sopportare il peso di una battaglia che non ha voluto e che le è stata imposta senza il suo consenso.

«60 Minutes» ha mandato in onda un’intervista con il pilota americano abbattuto, che è stato salvato insieme ad altri dal cuore dell’Iran. È una storia straordinaria di coraggio ed eccellenza professionale.

Ma questa non è affatto l’unica storia della guerra in Iran. Quando vedo immagini di basi distrutte e aerei ridotti in pezzi, so che altri americani hanno vissuto esperienze completamente diverse. Dobbiamo essere informati anche su queste.»

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: la coda distrutta di un Boeing E-3 Sentry, su cui era installato un radar rotante indispensabile per la raccolta di dati di ricognizione aerea