Signor Gobbi, una famiglia non ce l’ha solo lei

Comprensibile che il ministro dica di aver deciso pensando ai suoi cari, ma ci sono anche i diritti di chi è attaccato ogni domenica 

Signor Consigliere di Stato N. G.,

ammetto che, per quanto possa valere la mia parola, apprezzo la sua decisione di autosospendersi dalla responsabilità politica della polizia cantonale. Mi consenta però, da semplice cittadino, di esortarla, nella sua veste di coordinatore della lega dei ticinesi, a riflettere su una delle sue motivazioni a fare un passo indietro: la tutela dei suoi affetti familiari che subirebbero degli attacchi.

Vede da trent’anni a questa parte il settimanale del suo movimento attacca duramente uomini e donne che, spesso e volentieri, si sono limitati ad esprimere semplicemente un’opinione diversa dalla vostra. E gli attacchi sferrati dal Mattino quasi sempre prendono di mira la persona, non le sue idee.

Ecco, mi spiace veramente per i suoi familiari, ma non sarebbe male se, con lo spirito di servizio e il senso dello Stato che la contraddistinguono, facesse tesoro della sua brutta esperienza familiare, per evitare in futuro un trattamento simile agli avversari della lega. Anche loro hanno degli affetti personali da difendere.

Ci rifletta per favore.

Nell’immagine: uno dei molti omaggi floreali della domenica


L’involontaria comicità del male

Comprensibile che il ministro dica di aver deciso pensando ai suoi cari, ma ci sono anche i diritti di chi è attaccato ogni domenica 

Chissà se, prima o poi, la fantasia riuscirà per davvero a distruggere il potere e a seppellirlo con una risata. Probabilmente no, ma a pensarci bene è vero che nei prepotenti si annida spesso un pizzico di comicità involontaria.

Ne “Il grande dittatore”, per esempio, Charlie Chaplin prese per i fondelli alla grande Adolf Hitler. Era il 1940. La cosiddetta “soluzione finale” non era ancora stata messa nero su bianco, ma se ne intravvedevano i primi segnali. I nazisti erano già in guerra e Hitler era già l’immagine della violenza. Eppure Chaplin lo considerava ridicolo; o almeno comico. E aveva assolutamente ragione. C’è “Il grande dittatore” a dimostrarlo, ma ci sono pure i filmati dell’epoca. Certo, guardando le immagini dei comizi di Hitler di primo acchito proviamo orrore, perché sappiamo cosa è stato il nazismo. Poi però ne intuiamo anche il lato comico: quello di un ometto impettito che strilla e arringa la folla, fissandola con due occhi da invasato.

Anche negli atteggiamenti “mascelluti” e “pettoruti” di Benito Mussolini c’è qualcosa di comico. E lo stesso si può dire della mimica di Donald Trump e degli strilli di Giorgia Meloni. Perché in tutte le declinazioni della prepotenza, in tutti i fanatici, in tutti i dittatori e in tutti i bulli e bulletti, c’è una vena di comicità.

Una delle immagini simbolo dell’assalto al Campidoglio, per dirne una, è quella di un uomo a petto nudo con in mano la bandiera statunitense e in testa una pelle di bisonte con le corna. Quell’uomo, vandalizzando il “cuore” della democrazia, ha commesso un delitto assai grave, ma quasi tutti vedendo il suo elmo animale abbiamo pensato: che buffone.

Che dire poi della gerontocrazia russa, cinese e coreana puntualmente schierata, ma pietrificata, durante sfilate delle rispettive forze armate? C’è tutto l’orrore per la pericolosità dell’arsenale che vediamo, ma c’è anche il sorriso amaro per quelle che sono delle mummie messe lì a rappresentare un potere che non hanno.

Così, non troppo causalmente, dopo il dibattito in Gran Consiglio sul Preventivo 2024 mi sono ricordato di Charlie Chaplin e de “Il grande dittatore”. E questo perché le dichiarazioni di Sergio Morisoli mi hanno fatto davvero paura. “Pareggiare i conti, frenare la spesa, evitare i deficit, mantenere basse le imposte, contenere il debito non sono verbi e azioni contabili; sono valori morali, principi di giustizia e garanzie di libertà”, ha detto tutto impettito e scuro in volto, scrutando i colleghi parlamentari con uno sguardo accusatorio. Poi, quasi fosse una sorta di Savonarola nostrano in missione per conto di Dio, si è retoricamente chiesto: “Quale sarebbe la moralità di uno Stato che si arricchisce sulle spalle dei contribuenti e poi sperpera i soldi senza pudore?”

Quasi inconsciamente desideravo intuire qualcosa di comico nel suo atteggiamento, ma non ci sono riuscito. Per certi versi il linguaggio del suo corpo mi ha indotto a ripensare a Girolamo Savonarola e al suo: “Tu vorresti roba: vivi secondo Dio e parcamente e non volere le pompe, e le vanità, ed a questo modo, risparmierai ed avrai più roba”. Savonarola però, tutto sommato, se la prendeva con i fiorentini ricchi. 

Così nell’iconoclastico “Falò della vanità” andarono letteralmente in fumo centinaia di opere d’arte dal valore inestimabile. I ricchi invece Morisoli li difende, proponendo un “Falò dell’austerità” nel quale immolare i poveri, facendo appello alla moralità, alla giustizia e alla libertà. Quella dei ricchi evidentemente. No, nel suo ergersi impettito e scuro in volto a difensore della morale, della giustizia e della libertà, non ci ho visto nulla di anche solo vagamente comico.

Da parte sua Michele Serra consiglia di non mai abbassare la guardia di fronte ai prepotenti e suggerisce di “mai dimenticarsi, nemmeno per un attimo, di prenderli per il c..o; sarebbe un’omissione imperdonabile”.

Forse ha ragione, ma io proprio non ci riesco a seppellire Morisoli con una risata. Quell’uomo mi mette tristezza. Tanta tristezza.

Nell’immagine: statua di Sergiolamo Savonaroli


“Quale bellezza salverà il mondo?”

Comprensibile che il ministro dica di aver deciso pensando ai suoi cari, ma ci sono anche i diritti di chi è attaccato ogni domenica 

“Quale bellezza salverà il mondo?”. A chiederselo, in un dialogo de “L’idiota” di Fëdor Dostoevskij, è il giovane e tormentato Ippolit. E la sua domanda – che da alcuni è stata trasformata in una affermazione – è ancora alla ricerca di una risposta che, francamente, non sarebbe male trovare. Perché ho la netta impressione che il mondo necessiti per davvero di un… riscatto.

Già, la bellezza. È un concetto così opinabile da essere persino divisivo e non mi sembra casuale che una penna arguta come quella di Dostoevskij abbia scelto di chiedersi “quale” sarà la bellezza a salvare il mondo. Perché ognuno misura la bellezza in modo diverso. C’è chi ama i numeri e la scienza. C’è chi preferisce la natura; altri prediligono il cielo e le stelle e altri ancora l’arte e la cultura. Tutti abbiamo qualcosa che ci piace un po’ di più: un’alba, un sorriso, una poesia, una fotografia, un dipinto, un fiore, un animale, una scultura, una canzone, un film…

A volte però la bellezza ci sfiora, ma non riusciamo a coglierla per i motivi più disparati; anche se a me piace pensare che questo succede soprattutto perché siamo imbrigliati dai ritmi di una vita vieppiù frenetica. Ed è un po’ quello che suggerisce Gene Weingarten in un memorabile articolo del 2007 sul Washington Post – “Perle prima di colazione” – che gli è valso il Pulitzer.

Quella che narra quasi in punta di penna Gene Weingarten, è una storia straordinariamente normale. È la storia di un uomo comune che in una fredda mattina invernale si siede su una panchina di una stazione assai frequentata della metropolitana di Washington, imbraccia il violino e si mette a suonare. Quando inizia ad accarezzare con l’archetto le corde del suo strumento, non sono ancora le otto. È l’ora di punta per i pendolari che sfilano a centinaia davanti a lui, forse insensibili alle sue melodie. L’uomo suona per una quarantina di minuti e solo una decina di persone si fermano ad ascoltarlo almeno per un po’. Ad essere sedotti dalla musica ci sono alcuni bambini con i rispettivi genitori però poco propensi ad attardarsi. Di tanto in tanto poi, qualche passante gli lascia un po’ di denaro prima di proseguire il cammino. Così, quando smette di suonare, quel violinista in jeans si ritrova con una trentina di dollari in più in tasca.

Ecco, ridotta ai minimi termini, la storia è tutta qui: una stazione, un uomo, un violino, la musica e centinaia di passanti. Dietro l’apparente normalità di un artista di strada che suona in una stazione, quel giorno c’era però anche altro. Molto altro. Quel violinista era Joshua Bell: uno dei più noti musicisti a livello mondiale che, seduto sulla panchina della stazione, aveva interpretato alcune delle migliori pagine di Bach e di Schubert, facendo vibrare le corde di uno Stradivari dal valore di alcuni milioni di franchi, ma riuscendo a suscitare l’attenzione di poche persone. Solo pochi giorni prima Joshua Bell si era esibito, con quello stesso Stradivari e con un programma simile, in una sala per concerti di Boston stracolma di melomani che a fine concerto gli avevano tributato un lungo applauso.

Quanto basta per chiedersi se la bellezza (perché la musica proposta da Bell era bella e ben suonata, sia a Boston che a Washington) ha bisogno di un contesto particolare per essere intuita, individuata ed apprezzata. Forse sì, ma sono piuttosto propenso a pensare che per intuire la bellezza anche fuori contesto serva soprattutto la… lentezza. Perché se, per un qualsiasi motivo, non si vuole o non si può guardarsi attorno, la bellezza non riuscirà a sorprenderci e resterà celata.

Insomma: e se fosse la nostra incapacità di svincolarci dai veri o presunti impegni improrogabili della quotidianità ad impedire alla bellezza di salvare il mondo?

Nell’immagine: scultura a Lugano


Quel fastidioso rumore della piazza

Comprensibile che il ministro dica di aver deciso pensando ai suoi cari, ma ci sono anche i diritti di chi è attaccato ogni domenica 

Vicedirettore G.R.,

la saggezza popolare narra che anche ai più lenti a capire le cose semplici, dovrebbero bastare tre fette per rendersi conto che la polenta è… polenta. Immagino perciò che lei abbia già capito che il “Decreto Morisoli” non può essere applicato se non facendo a pezzi lo Stato. Così presumo che la sua protervia nel demonizzare la sinistra e le migliaia di cittadini e cittadini scesi in piazza a protestare, sia semplicemente figlia della sua personale visione politica della società [il riferimento è all’articolo di fondo “Il rumore della piazza, il verdetto delle urne”, uscito sul C.d.T. del 23.11.23, ndr].

Lei, proprio come Sergio Morisoli e Paolo Pamini (i due politici ticinesi che, più di altri, desiderano distruggere lo Stato così come lo conosciamo), può fingere di non vedere quali siano i veri effetti dell’imporre il risanamento dei conti del Cantone “agendo prioritariamente sulle spese”. E può anche fingere di credere che sia tutta colpa della “sinistra dogmatica e sognatrice” che avrebbe “trasformato il decreto parlamentare formato topolino in un elefante con l’avallo popolare”. Sono però piuttosto certo che lei abbia capito perfettamente – già dopo la prima fetta peraltro – come i veri dogmatici siano Morisoli e Pamini che perseguono, con una cocciutaggine che rasenta il mulesco, il loro sogno di distruggere l’ente pubblico, emarginando con cinismo una parte consistente della popolazione: quella che ha la colpa di essere povera. Perché i tagli proposti dal Consiglio di Stato non sono altro se non l’applicazione (neppure troppo spinta…) di quello che lei descrive come un “decreto parlamentare formato topolino”. Un decreto, come lei ben sa, approvato dapprima dal Gran Consiglio e poi dai cittadini.

Un decreto, perdoni la franchezza, che era già un elefante al momento della sua elaborazione. La sinistra si è limitata a dire, sin da subito, che “agire prioritariamente sulle spese” si sarebbe tradotto in una serie di tagli ai servizi e alla socialità. Ed è proprio ciò che sta succedendo. In barba anche a tutte le rassicurazioni di Morisoli e Pamini, che persino al momento del voto hanno spudoratamente fatto credere ai cittadini che di tagli alla socialità non ce ne sarebbero stati.

Certo, politicamente può apparire pagante accusare il Consiglio di Stato e la sinistra. Il problema, per lei, Morisoli e Pamini, è che ad aver imposto i tagli è chi ha concepito il “Decreto Morisoli”, chi lo ha difeso e chi lo ha approvato e nessun altro. E fra chi lo ha approvato ci sono anche delle cittadine e dei cittadini volutamente ingannati proprio dai promotori del decreto. Cittadine e cittadini che, in un futuro non troppo distante, se si dovessero trovare in difficoltà e tentassero di chiedere aiuto allo Stato, si sentiranno rispondere: purtroppo non possiamo fare nulla perché per effetto del “Decreto Morisoli” lei è troppo benestante per ottenere degli aiuti pubblici.

Già, perché nella visione dello Stato di Sergio Morisoli e Paolo Pamini, ci sono anche dei meno abbienti benestanti che in nome del risanamento dei conti del Cantone possono fare dei sacrifici. E magari anche contribuire a garantire degli sgravi fiscali favorevoli ai benestanti più benestanti che di sacrifici non ne vogliono proprio fare.


Un monumento identitario che si chiama NOI

Comprensibile che il ministro dica di aver deciso pensando ai suoi cari, ma ci sono anche i diritti di chi è attaccato ogni domenica 

Lo sappiamo un po’ tutti, eppure ogni volta la cosa ci sorprende: la destra vince quando dice al suo popolo ciò che quel popolo desidera sentirsi dire. Ed ecco allora che i poveri non stanno poi così male e possono contribuire anche loro al risanamento dei conti pubblici. Oppure che i dipendenti statali sono dei privilegiati e possono rinunciare ad una parte sostanziosa della loro cassa pensione. Senza dimenticare che “il clima è sempre cambiato” e che gli omosessuali e gli stranieri non sono come noi.

Già: “noi”. Eccolo il piedistallo su cui si erge il monumento identitario. Un monumento che prospera solo se si contrappone a “loro” e si forgia sulle diseguaglianze, perciò: “prima i nostri”. E a salvare i nostri c’è l’eroica destra che vuole proteggere le vittime designate del cattivo di turno. Perché c’è l’invasione dei migranti da arginare. C’è la religione climatista da contrastare. C’è da fermare lo Stato famelico che insiste nel voler mettere le mani nelle tasche dei cittadini. C’è la famiglia tradizionale da difendere. C’è la dittatura delle minoranze da debellare. C’è la neutralità da restaurare. Ci sono i poteri forti da fermare.

L’elenco dei colpevoli secondo la destra è piuttosto lungo. A far difetto semmai, è la mancanza di una logica o di un’analisi a sostanziare le accuse. Ci sono solo gli slogan che, per natura, non presuppongono alcuna verifica, perché servono solo ad alimentare i pregiudizi della “maggioranza silenziosa” di cui la destra si fa interprete. Una maggioranza silenziosa che ha davvero bisogno di sicurezza, mentre la destra a questo bisogno non risponde in termini economici e sociali (che sarebbero quelli corretti), ma solo identitari. Detto in altre parole: il populismo esalta la volontà del popolo quale fonte di potere assoluto che, di riflesso, non può essere messo in forse da minoranze, opposizioni e media indipendenti.

Certo, anche a sinistra vi è una politica dell’identità, che intende promuovere l’identità di genere, l’identità sessuale e quella etnica. Questa politica però, si rivolge e mobilita le minoranze; quelle sociologiche e pure quelle politiche, come le donne. Una politica dell’identità, in definitiva, che si propone di includere.

La destra preferisce invece mobilitare le maggioranze etniche, religiose e di genere (nel senso che caldeggia un modello di famiglia patriarcale che piace anche a molte donne) e, soprattutto, le orienta contro quelle minoranze che, in un modo oppure in un altro, possono minacciare l’ordine sociale gerarchico che consente ai vertici della destra di escludere chi più le aggrada.

Al che uno si chiede: perché elettrici ed elettori prediligono partiti che danno risposte identitarie, invece che politiche, all’insicurezza economica e sociale? Beh, di risposte ce ne sono diverse e non ho la più pallida idea di quale sia la più corretta. Tendenzialmente preferisco escludere la dabbenaggine degli elettori che non possono non rendersi conto che alla destra delle loro difficoltà in realtà interessa assai poco. Temo perciò che lo scopo di questi elettori sia semplicemente quello di ritrovarsi prima o poi in una posizione sociale almeno di un gradino superiore rispetto alle minoranze che la destra relega nelle parti più basse della sua scala gerarchica: quelle escluse dai diritti.

Così, per essere al penultimo posto della scala sociale, rafforzano il potere di chi, tutto sommato, di loro non si preoccupa se non al momento del voto “per sconfiggere la dittatura delle minoranze”. Che poi, a pensarci bene, in uno Stato di diritto come la Svizzera quella dittatura in realtà si chiama democrazia diretta e, finora, è stata l’antidoto contro tutte le derive autoritarie. Resta il fatto che, oggettivamente, la sinistra fatica maledettamente a contrastare la destra populista e pure l’astensionismo. E allora potrebbe non essere fuori posto rispolverare le tesi della politologa belga Chantal Mouffe che nel suo libro “Per un populismo di sinistra” raccoglie la sfida della destra populista, opponendole un populismo di sinistra che, dal suo punto di vista, potrebbe anche condurre ad una riaffermazione ed estensione dei valori democratici. Valori democratici che il populismo tende a ridurre; come dimostrano le politiche perseguite da Viktor Orbán, Recep Tayyip Erdoğan o Giorgia Meloni.

E poi, onestamente, sarei anche un po’ stufo di continuare a farmi aggredire verbalmente da politici maleducati ed arroganti e dai loro sostenitori ancora più maleducati.


Quel razzismo fra le righe

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Su un annuncio pubblicitario politico è posta in evidenza una notizia di cronaca intitolata: “Tunisino violenta una donna”. In poche righe è riassunto un fatto di cronaca corredato da una foto. E sulla foto è impressa un’avvertenza: “Allarme censura: la commissione antirazzismo non vuole che leggete questa inserzione”.

Al netto dell’italiano un po’ così (non fosse che per tentare di scongiurarne la morte, avrei optato per il congiuntivo presente “leggiate” invece del presente “leggete”), il messaggio che tenta di veicolare l’Udc è, nella migliore delle ipotesi, pura propaganda. Intanto perché il fatto di cronaca è già stato pubblicato, senza alcuna censura, sui giornali (e a dimostrarlo è proprio l’annuncio pubblicitario Udc) e poi perché la Commissione federale contro il razzismo e la xenofobia non ha nulla, ma proprio nulla, contro la pubblicazione della notizia in quanto tale.

In realtà è l’Udc che ama criminalizzare gli stranieri in modo sfrontato, ma lucido. Perché poi, quando qualcuno le fa notare che ha passato il segno, indossa immediatamente i panni di vittima della censura. E invece no, non vi è alcuna censura: è l’Udc a confondere la libertà di opinione e di espressione, con la pretesa di dire tutto ciò che le pare e piace. Non è così e non perché lo dico io (anche perché non sono nessuno). A dirlo è la Dichiarazione universale dei diritti umani, nonché il diritto svizzero. Perché la libertà di espressione e la lotta al razzismo poggiano sulla stessa identica base. Insomma: il diritto alla libertà di espressione non può essere invocato per diffondere messaggi razzisti. Detto in altre parole: poiché tutti i diritti umani funzionano insieme e interagiscono tra di loro, ognuno di questi diritti dipende dagli altri.

“Per garantire la coesistenza di tutti i diritti – annota Peter Kirschläger, professore di etica all’Università di Lucerna – è essenziale che nessun diritto specifico ne violi un altro o violi quelli di un’altra persona. In pratica ciò significa che i discorsi offensivi sono protetti dalla libertà di espressione, purché non violino altri diritti fondamentali. D’altro canto, la libertà di espressione non può giustificare i discorsi d’odio o d’incitamento all’odio razziale, poiché questi sono incompatibili con il diritto fondamentale alla protezione contro la discriminazione”.

Può anche non piacere all’Udc, ma non è la Commissione federale contro il razzismo a ledere la sua libertà di espressione. È piuttosto l’Udc a non rispettare la norma penale che si propone di arginare la discriminazione razziale.


“Sa mola mia!”

Comprensibile che il ministro dica di aver deciso pensando ai suoi cari, ma ci sono anche i diritti di chi è attaccato ogni domenica 

“Sa mola mia!” mi ammonisce dal suo manifesto con un sorriso sornione Lorenzo Quadri.

Già, “sa mola mia!” perché intende tenersi ben stretta la poltroncina in Consiglio nazionale. È lì dal 2011 e vuole restarci per almeno altri quattro anni; anche se non riesco bene a capire perché… “Sa mola mia!”

Quadri è, da dodici anni consecutivi, uno dei parlamentari meno influenti e, di riflesso, dei meno ascoltati delle Camere federali. Stando alla classifica più recente, elaborata dalla multinazionale di pubbliche relazioni BCW, il leghista è al 188.esimo posto fra i 246 parlamentari svizzeri. È anche l’ultimo fra i rappresentanti ticinesi; superato di poco da Piero Marchesi che è al 185.esimo posto. E che il suo peso politico a Berna sia minimo, sembra confermarlo il fatto che nessuno dei suoi 26 atti parlamentari della legislatura che sta per concludersi è stato approvato: sedici sono stati respinti e dieci non sono ancora stati evasi. Però “Sa mola mia!” Perché?

Qualcuno una volta disse che “a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”. E allora ci provo a pensare male. E penso che ogni parlamentare svizzero ha diritto a 26’000.- franchi annui quale indennità perdita di guadagno per preparare le sessioni. Penso che i gettoni di presenza ad ogni seduta delle Camere federali e ad ogni seduta commissionale sono di 440.- franchi  (stando al sito del Parlamento mediamente ognuno del 246 parlamentari ha incassato 43’237.- franchi di gettoni). Penso che l’indennità perdita di guadagno riconosciuta per ogni quarto d’ora di viaggio è di 22 franchi e 50 centesimi (466.- franchi in media). Penso che l’indennità per i pasti versata per ogni seduta è di 115.- franchi (10’651.- franchi in media). Penso che l’indennità di alloggio per ogni seduta è di 180.- franchi (9’839.- franchi in media). Penso anche che ogni parlamentare riceve un abbonamento generale di prima classe (6’300.- franchi). E penso, infine, che ogni parlamentare ha diritto ad un versamento di 14’122.- franchi all’anno, quale compensazione di perdita di guadagno per la previdenza professionale.

Insomma, ogni parlamentare “costa” ai contribuenti (che sono sì cittadini svizzeri, ma pure cittadini stranieri) 110’615.- franchi all’anno. E Lorenzo Quadri per essere da dodici anni uno dei parlamentari meno influenti è “costato” complessivamente 1’370’380.- franchi a quelli che sul suo giornale definirebbe “sfigatissimi contribuenti”. Ed aggiungendo i 33’000.- franchi annui che si possono ricevere per indennizzare i propri collaboratori personali, la cifra sale a 1’723’380.- franchi.
Tanti? Pochi? È per questo che “Sa mola mia!”? Fate voi.

Io lo so di aver commesso un peccato e non so se ci ho azzeccato, ma come dice lui: “Sa mola mia!”

Nell’immagine: lo diceva anche la regina del Rabadan (2021)


200 franchi bastano a coprire di ridicolo molte tesi di un’iniziativa propagandistica e demagogica

Comprensibile che il ministro dica di aver deciso pensando ai suoi cari, ma ci sono anche i diritti di chi è attaccato ogni domenica 

Signor L.Q.,
ho letto le sue considerazioni trionfalistiche dopo la consegna delle firme a sostengo dell’iniziativa popolare “200 franchi bastano” che si propone di ridurre da 335 a 200 franchi il canone radiotelevisivo in Svizzera.

Io la capisco: sono trent’anni che, domenica dopo domenica, massacra la RSI, e per lei l’esser riuscito a raccogliere oltre trentamila firme in Ticino (all’incirca un quarto del totale di quelle consegnate a Berna), è una sorta di vittoria personale.

Onestamente se il suo odio, perché di odio si tratta, non mettesse pericolosamente in bilico uno dei cardini attorno al quale ruota la coesione nazionale, potrei anche ammirare il suo impegno costante nel perseguitare la SSR. Dico davvero: la dedizione con cui lei si applica a sbertucciare la RSI, spesso armato solo dei suoi pregiudizi, meriterebbe uno studio approfondito. Presumo che solo Joseph Goebbels sia riuscito a fare meglio quanto a propaganda; perché appoggiandosi solo alla radio e ad un pugno di giornali è riuscito a far amare dalla popolazione tedesca un regime sanguinario e liberticida come quello nazista. Vabbè.

Volevo però farle notare come nel suo scritto ci siano almeno un paio di cose davvero ridicole.

Francamente a me fa sorridere che lei, che è il direttore di un settimanale di partito che distribuisce a piene mani odio e razzismo, si prenda la libertà di accusare la SSR di praticare “il lavaggio del cervello agli utenti nel segno del pensiero unico mainstream rossoverde”. La sua, perdoni la franchezza, è un’accusa risibile ed immagino che ne sia perfettamente conscio, ma, cinicamente, lei preferisce mentire ai suoi stessi elettori pur di perseguire i suoi obiettivi politici. Senza privarsi, per l’ennesima volta, di evidenziare i suoi neppure troppo vaghi istinti razzisti, annotando che gli introiti del canone sono comunque in aumento “a seguito dell’immigrazione incontrollata”. E pure questa, mi perdoni, è un’accusa ridicola.

Può anche non piacerle, ma quella che propone la SSR non è un’informazione di parte, anzi. In generale fa il possibile per offrire più di una opinione; compresa quella della lega. È possibile fare di meglio? Sì, ma la strada da seguire non è quella che lei propone sul suo settimanale. Perché l’informazione truccata, e la sua lo è, può accarezzare la pancia agli arrabbiati, a volte riesce a strappare un sorriso, ma raramente convince. L’informazione, quella vera, è quella del Telegiornale della RSI; non quella di TeleBlocher.

Ammetto però che fra le sue manipolazioni politiche c’è una cosa che condivido; nel senso che è vero che ci sono cittadini costretti a “tirare la cinghia”. Ad iniziare dagli anziani a cui lei, come consigliere nazionale, ha negato la compensazione integrale del rincaro: se ne saranno già scordati oppure se ne ricorderanno in ottobre?

Tanto le dovevo.


Dio, patria e famiglia

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È la trinità dei populisti di mezzo mondo; svizzeri compresi. Ed è ideologia pura. Perché tratteggia i contorni di un modello sociale identitario, tanto forte quanto esclusivo e, soprattutto, escludente.

Gli atei, gli agnostici e i non cristiani, per esempio, non possono farne parte anche se sono dei patrioti convinti. Anche un cristiano praticante, ma cosmopolita, ne è escluso. Così come i concubini, ma pure gli omosessuali e, più in generale, chi privilegia le scelte individuali al modello di famiglia tradizionale.

Al “Dio, patria e famiglia” non c’è alternativa: ti adegui oppure sei escluso dalla vita della comunità. E magari, accanto all’esclusione, devi pure scontare la discriminazione. Perché per i populisti, per tutti i populisti, chi non sta con loro è contro di loro. È un nemico.

A loro poco importa che la patria che tanto dicono di amare si regga da almeno un paio di secoli su concetti diametralmente opposti come, per esempio, quello dell’uguaglianza e dell’inclusione. “Nessuno – si può leggere nella Costituzione federale che proprio quest’anno festeggia il suo centosettantacinquesimo compleanno – può essere discriminato, in particolare a causa dell’origine, della razza, del sesso, dell’età, della lingua, della posizione sociale, del modo di vita, delle convinzioni religiose, filosofiche o politiche, e di menomazioni fisiche, mentali e psichiche”. Senza dimenticare che pure “la libertà e di coscienza è garantita” e che “tutti sono uguali davanti alla legge”.

Insomma, non sono gli “Heimatmüde” (gli “stanchi della patria” come li definisce l’Udc blocheriana) ad essere i nemici della patria, è piuttosto la Costituzione a contraddire i populisti. Perché dice a chiare lettere che per essere cittadino svizzero non ha alcuna importanza il nome del dio in cui credi oppure non credi. Non importano neppure le tue preferenze sessuali o affettive. E ancor meno la pigmentazione della tua pelle.

No, semmai i nemici della patria sono proprio quelli di “Dio, patria e famiglia”, perché 175 anni fa “il Popolo svizzero e i Cantoni […], determinati a vivere la loro molteplicità nell’unità, nella comprensione e nel rispetto reciproci”, si sono dati una Costituzione che spinge in direzione contraria “in uno spirito di solidarietà e di apertura al mondo”.

E l’esclusivo club di “Dio, patria e famiglia” di rispetto, di comprensione e di apertura al mondo non vuol neppure sentir parlare.


Aiutatemi a capire per favore

Comprensibile che il ministro dica di aver deciso pensando ai suoi cari, ma ci sono anche i diritti di chi è attaccato ogni domenica 

Signora C.M. e presidente A.S.,
ho letto la vostra accorata difesa del progetto di revisione della fiscalità appena proposto dal Consiglio di Stato.

Da voi, francamente, non mi aspettavo nulla di meno, ma quando vi soffermate sui cosiddetti “globalisti”, c’è qualcosa che mi sfugge.

Certo, si tratta di persone molto ricche che, proprio per questa ragione, pagano molte imposte, ma è altrettanto vero che lo Stato non li sta derubando e il loro tenore di vita non ne risente. 

È anche vero che, quasi sempre, sono persone che amano la vita agiata: acquistano o costruiscono case costose, guidano auto lussuose, indossano gioielli luccicanti e abiti firmati, mangiano in ristoranti stellati, vanno a teatro solo per le prime e organizzano feste con decine e decine di invitati. 

Insomma è gente che, oltre a guadagnare cifre notevoli, spende.

Ecco, è proprio questo che mi sfugge nel vostro ragionamento: perché una persona disposta a spendere decine di migliaia di franchi per acquistare un orologio, diventa improvvisamente tirchia al momento di pagare le imposte?

Mi aiutate a capire, per favore?