C’è sempre qualcuno che continua a spostare la soglia del ridicolo

Anche se la pazienza ha un limite 

Il fanciullino è un’opera di Giovanni Pascoli, pubblicata per la prima volta nel 1897, in cui  esprime nel modo più ampio la propria concezione poetica. Estrapolo dal testo questo passaggio: «È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi […] ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia.»

Il passaggio mi viene a taglio per descrivere lo stato… d’incoscienza di molti nostri politici (capirete dopo il perché, ma subito chiedo perdono ai pascoliani). Principalmente dopo aver letto l’articolo intitolato Il Dt ci ha tolto il posteggio? Allora il governo rinunci al suo pubblicato il 18 settembre, su «LaRegione». Una trentina di deputati, cioè un terzo del Parlamento cantonale, con una mozione chiede che i quindici parcheggi riservati a pagamento ai Consiglieri di stato e alle automobili di servizio siano messi a disposizione dei 90 gran consiglieri.

Come mai? Per una infantile, plateale e arrogante ripicca da casta. L’ex capo del Dipartimento del territorio (Dt), il dimissionario Claudio Zali, quest’estate ha deciso di trasformare in un parco pubblico il posteggio in via Ghiringhelli messo gratuitamente a disposizione dei nostri rappresentanti. E per non lasciare sprofondare i colleghi nello sconforto, il “sempre lui” ha proposto loro di parcheggiare (naturalmente “a gratis”) il veicolo non nel cortile del lontano castello di Sasso Corbaro, ma in via Tatti, cioè a qualche minuto in più dal Palazzo delle Orsoline: 3 minuti in più di prima, facciamo anche 5 per esagerare. Ecco perché si dice che “il tempo è denaro”. (Lascio ai miei volonterosi 15 lettori la libertà di leggere l’intero articolo perché  a me non fa nemmeno ridere e non ho il coraggio di riassumerlo).

Il “fanciullino” di cui parla Pascoli ovviamente è una metafora. Ma io credo, dopo aver assistito agli ultimi exploit della nostra classe politica, che il “fanciullino” che è dentro di loro, cioè dentro il loro corpo, si sia materializzato e abbia avuto la meglio, cioè abbia ucciso “l’altro” per darsi alla pazza gioia. Altro che «noi cresciamo, ed egli [il fanciullino] resta piccolo»: è vero tutto il contrario!

Mi vergogno di perdere tempo nello scrivere questi pezzulli, ma dovrebbero vergognarsi soprattutto loro, che trascinano quella che dovrebbe essere l’ arte del governo nelle voragini dell’indecenza, e forse dovrebbero pentirsi un pochino anche le persone che li hanno votati. Il fossato che separa il palazzo dalla piazza è ormai diventato un baratro e, contrariamente a quanto ha scritto ieri l’amico Orazio Martinetti («La mobilitazione che si sta profilando dovrebbe riportare i cittadini al voto e quindi arrestare la curva al ribasso dell’astensionismo»), il numero di chi non voterà ad aprile aumenterà.

Nonostante il Paese sia immerso in una crisi politica mai vista, c’è chi si preoccupa di garantirsi il parcheggio il più vicino possibile alla sala del Gran Consiglio, potendo nel cortile interno del Palazzo delle Orsoline. A questi qui (sarebbe utile conoscere i loro nomi) potrei, come fa il Porta con Fraa Diodatt, augurare un miglior futuro, lontano però dalla politica: «E fôrt foeura di ball, chi ha avuu n’ha avuu».


Da Pico della Mirandola ai polli di casa nostra

Anche se la pazienza ha un limite 

Pico della Mirandola, grande protagonista della civiltà umanistica-rinascimentale, scrisse nel 1486 un celebre testo: De hominis dignitate. La cui tesi è notevole: ogni realtà esistente ha una sua “natura” che condiziona la sua attività per cui il leone vivrà leoninamente, il cane caninamente e l’asino asinamente. L’uomo, invece, non ha una sua “natura” che lo obblighi, una entità che lo influenzi. L’uomo è padre a sé stesso, non ha nessuna condizione: la sua costrizione è quella di essere libero di scegliere il proprio destino, di costruirsi il suo percorso, di costruirsi con le sue mani l’altare della gloria o le catene della condanna.    

Il passo, che qui propongo in traduzione italiana, è famosissimo:  « Il Sommo Padre, Dio creatore, aveva foggiato […] questa dimora del mondo quale ci appare. […]. Recato il lavoro a compimento, l’artefice desiderava che ci fosse qualcuno capace di afferrare la ragione di un’opera sì grande, di amarne la bellezza, di ammirarne la vastità. Perciò, compiuto ormai il tutto, pensò da ultimo a produrre l’uomo. […]. E postolo nel cuore del mondo così gli parlò: « non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto il tuo consiglio ottenga e conservi. […]. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo valore, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine». 

Mi sono ricordato di questo passo osservando quanto sta accadendo da troppo tempo nel nostro mondo, nella nostra Svizzera e nel nostro Ticino. Pico mette l’accento sulla centralità, sulla “dignità” dell’uomo, sulla sua condizione di privilegio rispetto a tutto ciò che è stato creato. 

Qual è la condizione, la sorte scelta dall’uomo oggi? Si è «costruito con le sue mani l’altare della gloria o le catene della condanna?» 

Ascoltando i dibattiti di questi giorni in Gran Consiglio e alla RSI, e leggendo gli articoli sui quotidiani e sui social,  pare indiscutibile che l’essere umano abbia scelto le catene, di «degenerare nelle cose inferiori». Vogliamo fare qualche esempio? Dopo un dibattito fiume iniziato già lunedì 14 settembre, il giorno dopo il  Legislativo ha accolto per pochi voti il Piano energetico e climatico cantonale (PECC), ritoccando però alcuni punti importanti rispetto al progetto originale voluto dall’ormai ex direttore del dipartimento del territorio Claudio Zali. In particolare, sono state cassate dalla Legge cantonale sull’energia due importanti imposizioni: «l’obbligo di installare pannelli in caso di rifacimento del tetto della propria abitazione e anche quello che imponeva entro il 2045 la copertura, per almeno metà, di tutti i grandi stabili con superficie superiore a 300 metri quadri con pannelli fotovoltaici» (RSI online, 15 settembre). Insomma, grazie al voto compatto del centro-destra, sono cadute due norme tra le più incisive per affrontare la crisi climatica, come se essa non esistesse, ma fosse una fantasia. Cercansi coraggio e responsabilità verso le future generazioni. 

Altro esempio di alta politica. Sempre di martedì (che non è la trasmissione condotta da Floris sulla 7) una mozione interpartitica (che puzza di manovra elettoralistica) chiede di valutare l’introduzione di una divisa scolastica nella scuola dell’infanzia ed elementare ticinese. La proposta parte dall’idea che la scuola sia anche uno spazio nel quale «i bambini imparano a rispettare regole condivise e ad adeguare il proprio comportamento ai diversi contesti» (CdT, 16 settembre). Secondo i promotori, anche l’abbigliamento rientrerebbe tra gli aspetti educativi. La divisa, si legge nella mozione,  «non avrebbe lo scopo di limitare la personalità degli allievi, ma di trasmettere il principio secondo cui ogni ambiente richiede un modo di presentarsi adeguato». 

Stiamo parlando di bambini che hanno un’età che va dai 5 ai 10 anni. Sono tutti orfani? Per cui lo stato deve fare da patrigno? Tolto dalle mani del bambino l’ iPhone di 800 CHF, si chiede ora a chi fa le veci di genitore di acquistare «una maglietta o una polo, una felpa e pantaloni o gonna in colori prestabiliti, eventualmente personalizzati con il nome o il simbolo della scuola o del Comune». A meno che sia il babbo Cantone ad inventarsi una forma di acquisto centralizzato, «oppure a valutare l’opportunità di una fornitura gratuita dei capi alle famiglie che ne avessero bisogno» (CdT, 16 settembre). 

Ma i genitori possono ancora decidere a che ora mandare a letto i propri figli e cosa dar loro da magiare? O deve pensarci lo Stato?

Siccome le sorprese non hanno scadenze, eccone un’altra. Ieri pomeriggio la maggioranza del Gran Consiglio ha deciso – dopo le risposte agli atti parlamentari – di non aprire la discussione generale sul “caso Zali” (48 voti contrari, 29 favorevoli e 4 astenuti) perché già se ne è parlato assai. Vero, se ne è parlato tutta l’estate nei bar, nei lidi comunali (in  quello di San Domenico no perché si era troppo presi a leggere un paio di cervellotici bandi di concorso sulla futura gestione dello stesso). Persino nel confessionale di don Abbondio, parroco che ogni tanto giunge anche a Rasa con la teleferica. Dappertutto, dunque, tranne che nell’unica sede in cui si sarebbe dovuto parlarne: la sala del Parlamento cantonale, la sede istituzionale in cui si dovrebbe discutere di politica. E il vicino di casa, non senza malizia, mi ha subito informato al mio rientro che anche “i tuoi” hanno votato come  “i miei” per non aprire quella che io ritengo una doverosa discussione generale.  Non si sa più a che santo votarsi. La classe politica deve aspettare che sia la magistratura a svolgere  il suo compito per poi prendere delle decisioni che le competono?    

Per non fare ulteriormente del male ai miei 15 lettori, evito di parlare dei due atti parlamentari (inoltrati a Berna e a Bellinzona) sulla posa di semafori a Cadenazzo.

Siamo di fronte a un paradosso: nella nostra epoca, in cui l’accesso agli studi è per tutti e tutte, il livello culturale è molto basso. Meglio: è soprattutto scarso in coloro che sono stati eletti/elette per amministrare il Paese. Questo in generale. Poi, volendo scendere (ma già l’abbiamo fatto mille volte) nel particolare, possiamo dire che oggi, per molti la politica non è più una scienza, un’ «arte che attiene alla città-Stato», ma un mezzo per acquisire una visibilità difficilmente raggiungibile attraverso la propria professione, con ciò che sappiamo fare nella vita quotidiana. (Un mio amico ama dire che la politica è un taxi che serve solo per farsi trasportare da qua a là). È una realtà che capita anche in molti altri ambiti. Pensiamo al servizio militare, che ha offerto (e forse offre ancora) a molti la possibilità, guadagnandosi i galloni utili per comandare, di essere “qualcuno”.  

Gli uomini e le donne competenti fanno altro. Perché in politica la competenza non serve. Anzi.

Volete una verifica? Per non offendere nessuno in patria, trasferiamoci “nella vicina penisola”: nel Consiglio dei ministri della prima repubblica, 1974 (anno in cui approdavo all’Università di Pavia), presieduto da Aldo Moro, membri Ugo la Malfa, Giovanni Spadolini, Francesco Cossiga, ecc., quanti degli attuali ministri (Salvini, Tajani, Lollobrigida, Nordio, Giuli, Urso, ecc.) ne avrebbero fatto parte? Zero!

Tiriamoci su. Abbiamo la possibilità tra pochi mesi di dire la nostra. Ma davvero? E votando chi? Non vedo all’orizzonte, fatte le debite eccezioni e parafrasando Montale, falchi che volano alti nel cielo, ma solo galline e galli che fanno piccoli balzi in avanti, ma anche indietro. 

Ma un appello ai partiti (se esistono ancora) lo possiamo fare: non mettete in lista candidati che guardano solo alle prossime elezioni, ma persone che guardino alla prossima generazione. Che abbiano competenza, senso dello stato, onestà morale e intellettuale, senso di responsabilità verso il bene comune. Non gente in cerca di visibilità, di pubblicità perché  «quanto piace al mondo è breve sogno» (Petrarca). 


Si abbia il coraggio di andare fino in fondo

Anche se la pazienza ha un limite 

«Quanto abbiamo visto in questi mesi non è nient’altro che il risultato del degrado che per decenni ha sdoganato quasi senza ostacolo l’insulto, il dileggio e l’arroganza muscolosa nell’esercizio del potere quale metodo “normale” e sistematico nel dibattito politico e nella condizione della cosa pubblica, oggi spudoratamente gestita da alcuni come se fosse cosa propria. In questi anni si è permesso per paura, quieto vivere e persino torna conto personale, al malandazzo e alla sguaiataggine di attecchire, dilagare e prender casa all’interno delle istituzioni. […]. Questo ha finito per abbassare ampiamente l’asticella del tollerabile; ha reso accettabile e normale, nell’opinione pubblica e nelle istituzioni, l’inaccettabile e l’anormale. In questo modo abbiamo abbassato le difese nel paese, che è stato anestetizzato e che ha finito per non sentire più il dolore- […]. Le responsabilità principali di preoccupante degrado le hanno coloro che hanno promosso e continuano a promuovere queste modalità da quarto mondo, che non hanno nulla a che fare con la nostra cultura e con i valori che ci hanno trasmesso i nostri antenati. Queste persone hanno nome e cognome; alcune sono conosciute, sono vive e altre defunte. […]. Proprio coloro che promettevano urbi et orbi di voler combattere il tavolo di sasso, hanno finito per confondere lo Stato (che è esclusivamente proprietà dei cittadini) con la propria credenza di casa, dalla quale servirsi a piacimento, loro e i loro amici» («laRegione», 3 settembre).

Queste sono le dure, ma giuste parole dette ieri (2 settembre) da Fiorenzo Dadò al Comitato cantonale del Centro riunito a Bellinzona. Parole che condivido, una per una. Mancano però i nomi «delle persone» responsabili di questo «preoccupante degrado», i nomi di coloro che «hanno promosso e continuano a promuovere queste modalità da quarto mondo».

È facile immaginare che il presidente Dadò parlasse della Lega e del “Mattino della Domenica”. Perché non dirlo apertamente? Anche questo ‘tacere’ contribuisce al degrado culturale o, se vogliamo essere terre à terre , alla maleducazione, alla villania, alla insolenza in cui è precipitato il nostro Paese. Il quale forse potrà consolarsi, visto il sito che ospita questo mio breve scritto, con l’espressione latina Commune naufragium omnibus solacium, cioè “Un naufragio collettivo è un sollievo per tutti”.

Insomma: giusto denunciare, anzi è sacrosanto, ma si abbia anche il coraggio di farlo bene, andando fino in fondo (intendo: fino in fondo alla decenza, non alla indecenza). Come ci ricordava Max Frisch ci vuole Zivilcourage.

Nell’immagine: Fiorenzo Dadò in una recente apparizione al Quotidiano (RSI)


Venghino venghino signori, il circo dell’impossibile vi attende

Anche se la pazienza ha un limite 

Confesso: sono un alieno, un estraneo a questo esercizio della politica. Soprattutto quando essa si nutre di frasi tipo «Le persone ci chiedono di occuparci dei loro problemi e non dei problemi della politica», o delle solite promesse di chi – parcheggiato il fondo schiena sulle poltrone del Gran Consiglio grazie a una smilza percentuale di 3 virgola qualcosa – crede di poter entrare, col prossimo giro di giostra, nell’esecutivo cantonale per risolvere i  «problemi che incidono ogni giorno sulla vita delle persone».

Promettere non costa niente (ricordate il signore che promise solennemente “un milione di posti di lavoro” se eletto?), e con le promesse si può (politicamente) campare, specialmente di questi tempi, dove nani e ballerine animano i tendoni da circo.

Oggi, molto più di ieri, l’unica preoccupazione degli aspiranti politici è quella di candidarsi per esistere. Se poi, senza speranza alcuna, certuni riescono anche a mettere in piedi una listarella con cinque candidati/e per il Consiglio di Stato, ecco che il gaudio è al sommo grado perché assicurerà tante comparsate alla tv che certificheranno la loro esistenza. Applausi!

Viviamo nel tempo della comunicazione, certificato da numerosi canali radiotelevisivi, giornali online. Basta spedire dieci righe sgarrupate a un portale web per diventare qualcuno con un nome e un cognome. In fondo siamo pur sempre debitori del detto “L’ho letto sul giornale”, quindi è vero.

In un mondo sempre più confuso, incerto e mutevole la visibilità è diventata un’ossessione. Molto più del “contestato” ieri, quando la politica era un sano confronto sostenuto da una dialettica anche robusta, ma vera, sincera, appassionata.

E sorrido al pensiero che noi studenti, negli anni Settanta del secolo scorso, contestavamo un Argante Righetti, un Flavio Cotti. Oggi sarebbero dei giganti (vedete un po’ a che profondità mi tocca scendere!); uomini che sono arrivati alla politica per il loro saper fare e non per provare, attraverso la politica, a fare qualcosa.

L’esempio vien dall’alto, si diceva un tempo. Infatti basta guardarsi attorno, di qua e di là dell’Oceano, per trovare esempi nefandi.

Certo, sono rivoli queste listarelle ticinesi; parentesi folcloristiche, specchietti per le allodole, tanto «per fà adoss ai picch la gibigianna» (“per fare la gibigianna in faccia ai contadini”, scrive il Porta). I giochi veri sono di pertinenza delle altre liste, quelle dei ‘partiti di governo’, sperando che alla fine dei divertimenti la celebre frase gattopardesca «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» venga smentita, almeno per questa volta.

Tiriamoci su: la canicola sembra essere un brutto ricordo, la vendemmia in Ticino è da tempo avviata, l’umidità dovrebbe favorire la crescita dei funghi e gli scolari sono ormai pronti ad affrontare un nuovo anno scolastico. Lasciatemi vivere questo breve tempo sospeso, questo «gradito giorno pien di speme e di gioia»,  prima dell’arrivo della delusione del presente e delle difficoltà di questa vita spericolata per mancanza di virtù.


«L’estate sta finendo e un anno se ne va» e noi non impariamo niente

Anche se la pazienza ha un limite 

Ripetersi non è sempre bello, ma spesso è utile. Principalmente quando c’è un vuoto cosmico di idee, di intelligenza, di sensibilità, di visione in chi ha delle responsabilità governative.

Considerato che i cambiamenti climatici stanno causando un aumento significativo delle temperature globali, con estati sempre più calde (pare che nei prossimi anni ricorderemo l’estate 2026 come una delle più fresche!),  nei centri urbani spesso si verifica un fenomeno detto ‘effetto isola di calore urbana’, che influenza negativamente la qualità della vita, la salute pubblica e il consumo energetico. Infatti, sono numerose le città che riconoscono il verde urbano come un servizio pubblico essenziale, fondamentale per la nostra vita quotidiana, per il nostro benessere e per lottare contro l’inquinamento atmosferico.

A corollario di questa considerazione, il 16 settembre dello scorso anno (quasi un anno fa), su questa stessa zattera, invitavo i miei quindici lettori luganesi ad immaginare una progettazione per l’area verde che si situa a sud di quello che, in un futuro (molto remoto), sarà il nuovo Polo congressuale di Campo Marzio Nord;  una pianificazione che tenesse conto del bisogno dei cittadini, siano essi indigeni o di passaggio. Vale a dire l’ampliamento del Lido di Lugano, oggi diventato troppo piccolo, e la creazione di «un grande parco urbano continuo collegato idealmente al Parco Ciani. Un vero e proprio polmone verde a ridosso del lago e del centro, che aumenta la fruibilità, migliora la qualità dello spazio pubblico e risponde alla richiesta di una città più fruibile da parte di tutti» (Karin Valenzano Rossi, municipale, sul «Corriere del Ticino» del 12 settembre 2025).

Questa mia riflessione (mio figlio, bontà sua, la battezza come una giusta ossessione) è riaffiorata ieri, domenica 16 agosto, uscendo da un Lido strapieno, dove mi sono recato unicamente per un dovere famigliare. Lì accanto, gli otto campi da tennis desolatamente ma comprensibilmente vuoti: quale pazzo giocherebbe sotto un sole cocente? (Il mio vicino di casa, che ama usare espressioni immaginifiche, avrebbe detto con “un sole che spacca il culo ai passeri”).

Ma non mi voglio dilungare, né dileguare. Guardate l’immagine qui pubblicata e confrontate lo spazio occupato dal Lido e quello occupato dai campi da tennis. È tutta un’ampia area comunale. La differenza sta nel fatto che il Lido è per tutti, mentre i campi da tennis per pochi.

Il caldo aumenta e la città soffoca. Abbiamo bisogno di aree verdi come il pane per cui è necessario ampliare il Lido e prolungare il Parco Ciani spostando i campi da tennis fuori città (lanciamo una petizione?).

Lugano la Grande si distingue dalle altre città occupando il suo centro con otto campi da tennis, uno nuovo stadio calcistico, una pista di ghiaccio, un nuovo palasport e con tutte le conseguenze che questi generatori di traffico provocano. Le altre città, invece, hanno collocato i centri sportivi nelle periferie (come hanno fatto con i centri commerciali). Del resto, anche le autorità comunali della Lugano di metà ‘900, ampliandosi il centro città, spostarono per due volte lo stadio in periferia: prima al Campo Marzio poi a Cornaredo.

Lugano è una cittadina lacuale, che dovrebbe avere un rapporto privilegiato con il suo lago, le cui rive però sono quelle, in Svizzera, maggiormente in mano ai privati (cfr. i dati cartografati pubblicati sulla «Neue Zürcher Zeitung» del 27 febbraio 2024).

Pochi, infatti, sono i luoghi dove la balneazione pubblica è autorizzata (il Lido cittadino, il Lido di San Domenico e Paradiso) e, forse anche per questo (lo dico per antifrasi), il Municipio non riapre la piscina di Carona, una delle principali infrastrutture balneari pubbliche della città. Ottomila firme non sono state sufficienti a far tornare il municipio sui propri passi, così privando il Luganese di una struttura invidiabile e invidiata. E poi parlano di… democrazia dal basso.

Un conto è amministrare, un conto governare. E per governare ci vogliono uomini e donne che abbiano visioni politiche.  E si sa che il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni.

Siamo qui, sempre a scrivere le stesse cose. Il treno verso la stupidità è da tempo lanciato, possiamo solo rallentarlo, ma per farlo ci vogliono altri macchinisti. Ricordiamocelo il prossimo aprile.

Nell’immagine: era già affollato nel 1929, figuriamoci oggi


Caro Francesco, quelle volte in Ticino tra sorbetti e discussioni

Anche se la pazienza ha un limite 

Cosa posso ancora dire dopo il molto che si è già scritto, si è già detto e si è già visto di Francesco Guccini, scomparso nei giorni scorsi a 86 anni? Una grande icona della musica contemporanea, il paradigma stesso dell’essere cantautori, «il più colto dei cantautori in circolazione» (come lo definì Umberto Eco)? Forse che la sua poesia prende il volo con la spinta siderale della musica (per prendere in prestito le parole del giallista, e compagnon de plume, Loriano Macchiavelli)? O che la vena di malinconia, che spesso accompagna i suoi versi, ha il sapore del vino in cui li bagna (come faceva mio padre con il pane raffermo) perché abbiano la consistenza delle cose più autentiche? Oppure, ancora, che la forza poetica che esprime ha le radici affondate nella sua Pàvana, da dove getta uno sguardo critico e innamorato al tempo stesso su Bologna, città prototipo della varia umanità del mondo, che egli da sempre ha celebrato e fustigato? 

Noi conosciamo bene il Guccini cantautore: bastano i titoli delle sue più celebri canzoni per evocare tutto un universo di poesia straordinariamente fascinoso, ma anche ben radicato nel presente, nella vita reale, nella storia: Auschwitz, Dio è morto, La locomotiva, Cirano, Il vecchio e il bambino …. Ma Francesco Guccini è anche uno scrittore: dal 1989, anno delle Cròniche epafàniche, ha pubblicato libri che hanno commosso, che hanno descritto – con soluzioni linguistico-stilistiche molto originali – un mondo e un tempo perduti, usando le corde della malinconia e della passione, della amarezza e del dolore, restituendoci  profumi perduti.

Ho usato il tempo verbale del presente perché chi ha scritto con parole e musica la colonna sonora della nostra angoscia, della nostra preoccupazione, della nostra debolezza di uomini e donne di questo mondo, non muore mai; è e sarà sempre presente nella vita nostra, quella di tutti i giorni, con le sue canzoni (lui che amava dire «conosco la musica un tanto al braccio, conosco le note grosse»), con i suoi libri (lui che amava molto «un libro inquietante e misterioso e bellissimo come Pinocchio») e con le sue sapienti interviste  («Più che chieder cosa manca alla politica, io mi chiederei: cosa manca alla gente? Perché certe forze politiche basano le loro azioni su ciò che pensa la gente: se da un’analisi demoscopica emerge che la gente la pensa in un certo modo, loro agiscono di conseguenza, ma questa non è politica, è populismo. La gente a volte si professa anche fortemente cattolica, ma poi quando si parla di migranti mostra di avere dei dubbi, e soprattutto non legge quasi più e non approfondisce, consentendo a certa politica di fare leva su questa ignoranza. E questo è l’aspetto più grave. Alla politica, ma soprattutto alla gente, oggi manca la cultura»).

È stato un onore averti invitato e conosciuto, anche qui, in Ticino: oh, quanto amasti il sorbetto all’uva americana, preparato dall’ Antonio del “Grotto dell’Ortiga”, e la caccia in Via Nassa ai sigari di Brissago (citando i versi di Montale «nel volubile fumo dei miei sigari / di Brissago») e le discussioni all’imbrunire sul terrazzino di casa dei cari amici gemelli Luca e Massimo Danzi (il quale ci ha lasciati poco prima di te). 

Le tue canzoni hanno accompagnato la mia crescita, la mia formazione. Mi hai regalato emozioni, passioni, pensieri e tanta civiltà. Le tue note e le tue parole fortunatamente rimarranno con me, con noi. Fosti allievo di Ezio Raimondi e amasti Gadda e le osterie. Nelle tue poesie/canzoni c’erano (e ancora ci sono) i motivi dell’incertezza della condizione umana, del trascorrere del tempo da te indagati con forza o accarezzati con nostalgia. «L’eterno gocciolare del tempo», come amavi ripetere.

Ineluttabilmente diventiamo sempre più vecchi («la vecchiaia è già una malattia», mi dicesti), ma anche e, purtroppo, sempre più poveri e il nostro tempo sempre più rozzo. «La bussola va impazzita all’avventura e il calcolo dei dadi più non torna». E adesso che stai nell’aldilà la bussola non impazzisce più, ma l’avventura continua. 

Caro Francesco, mentre scrivo [la mattina del 9 agosto, ndr], nel cortile di casa tua, a Pàvana, tua moglie Raffaella, tua figlia Teresa e gli amici tuoi più cari, quelli di tutta una vita, ti stanno salutando. «Le domande non sono mai riuscita a fartele tutte. Il più grande regalo che mi hai fatto è sapere dove andare a cercare. Oppure non smettere mai di porsele, quelle domande, senza avere per forza una risposta. È questo che volevi insegnarmi?» si interroga Teresa nel congedarti da te, nel cortile di casa tua. «La casa come topos, luogo di memorie, centro di affetti, meta di un percorso interiore alla ricerca di un’identità. […], la casa dell’anima che per Guccini è sempre stato il mulino pavanese dei nonni paterni, da lui ampiamente e felicemente descritto, con la vivacità del suo plurilinguismo in prosa, in Cròniche epafàniche» (dal bellissimo libro Francesco Guccini, Canzoni, Introduzione e commento di Gabriella Fenocchio, p.34). 

Sì, Francesco, «certe volte sei in cielo come un aquilone al vento», ma stavolta non ricadrai a terra. E ciò «è difficile a spiegare, è difficile capire se non hai capito già…».

Buon viaggio, caro Francesco, magari su una locomotiva, fra la via Emilia e il West.

Nell’immagine: Guccini a Lugano nel 2017 con la moglie e l’autore dell’articolo


Il quasi dimissionario Zali riesce a sorprendere ancor più del celebre Arturo Brachetti

Anche se la pazienza ha un limite 

In questi tempi incertissimi, una cosa sicura c’è: la non banalità di Claudio Zali.

L’ormai quasi già Consigliere di Stato riesce a scompigliare le carte ogni giorno; a rendere duro, per non dire impossibile, il lavoro dei politologi nostrani. Insomma un Brachetti della politica, perenne trasformista.

In aggiunta alla canicola (ritornata al grado 4: pericolo forte), queste giornate estive sono rese ancor più faticose dalla politica cantonale. Naturalmente per chi la segue, ma sono pronto a scommettere che l’auditel sia cresciuto di ora in ora perché il tema formalmente politico si è vieppiù fatto casereccio.

Giorni fa, nel mio piccolo credevo che, tolto l’inciampo Zali, Lega e UDC ritornassero a baciarsi e a presentarsi agli elettori come un corpo unico; ieri sera, dopo il comunicato firmato dal povero ‘Picca’, che comunicava un bel niente, mi sono ricreduto perché:

a) l’attendismo della Lega, oltre a logorarla, non poteva fare altro che favorire i cugini uddicì, i quali avrebbero affrontato la corsa all’esecutivo cantonali da soli, certi del sorpasso;

b) perché Zali non si sarebbe dimesso per non fare un favore all’odiato Marchesi, sapendo che non c’è legge che lo possa destituire, e che potrebbe minacciare elettoralmente il suo partito con una sua ipotetica lista (vedi gli esempi a Ginevra, con il Consigliere di stato Pierre Maudet, esponente del PLR estromesso dal governo nel 2021 in seguito alla crisi politica legata a un controverso viaggio ad Abu Dhabi, e poi rientrato con un il suo movimento LJS nel 2023; e qui da noi, con Amalia Mirante, che non ha avuto la fortuna del collega ginevrino, ma qualche fastidio a sinistra lo ha dato).

Come disse il grande campione di ciclismo Gino Bartali, «è tutto sbagliato, tutto da rifare!». Già. 

Ecco, infatti, la lettera di Claudio Zali inviata stamattina in esclusiva a «Radio Ticino», l’unica emittente che, a suo dire, non si sarebbe accanita contro di lui: «Rimango in Consiglio di Stato solo il tempo necessario a completare alcuni lavori in corso e ad evadere delle pendenze. Fatto ciò, alla data che ho indicato lascerò serenamente il mio posto in Governo per gli ultimi mesi della legislatura ad un subentrante che da tanto scalpita per scendere in campo e che ha assicurato di avere le soluzioni per tutti i problemi del Paese».

Ieri sera il suo partito, il partito a cui Zali deve tutto, non ha saputo o non ha potuto dire nulla; oggi, poche ore dopo il comunicato andreottiano – fantastico o umoristico – una procedura comunque discutibile per un presidente in carica del Consiglio di Stato, che in primis dovrebbe informare il collegio governativo come vuole la grammatica istituzionale, e poi chi diavolo vuole. Comunque, «Radio Ticino» fa lo “sgub” (o, se preferite, lo scoop). Dai, provate ad immaginarvi la faccia del direttore del «Mattino della Domenica», lui che di “sgub” leghisti è il re. 

Insomma, care lettrici e cari lettori di Naufraghi/e (di questi tempi titolo appropriatissimo), Claudio Zali riesce sempre a sorprendere tutti, e tra i primissimi i suoi correligionari, ma forse anche sé stesso.

 P.S. Nel paese dell’Iperbole può anche succedere che nel momento in cui leggete questo pezzullo (scritto sul mezzogiorno), le cose siano di nuovo cambiate. Per esempio che Zali abbia già annunciato che lascerà il suo incarico a fine settembre. E che la sua uscita sia stata concordata con la Lega. 

Nell’immagine: il “trasformista” stile Brachetti


Burattini, burattinai e bombe esplose.

Anche se la pazienza ha un limite 

È stata una bomba a orologeria, congegnata per farla esplodere una manciata di giorni prima dell’Assemblea della Lega che si terrà il 31 luglio e che verosimilmente in quel giorno avrebbe dovuto prendere atto della disponibilità del consigliere di stato Claudio Zali a ricandidarsi e della decisione dell’UDC di correre da sola nella prossima elezione cantonale (aprile 2027). 

“Avrebbe”, appunto. Ma ora tutto è cambiato. Non è un mistero che parte della Lega “che conta” (per esempio il settimanale «Il Mattino della Domenica», che non è l’organo del movimento politico, ma solo il suo portavoce) voleva Zali fuori dalla lista per l’elezione del Consiglio di Stato («Il Mattino» avrebbe scritto foeura di ball ), sapendo che Claudio (come lo chiamano gli amici che ancora gli restano fedeli) era l’unico motivo che avrebbe messo fine al matrimonio utilitaristico Lega-UDC. Come in effetti è successo.

Adesso però che la bomba è esplosa tutto cambia: spazzato via Zali (mi scuso per la crudeltà delle espressioni, ma il vocabolario leghista mi sovrasta) si può tornare a ragionare (verbo impegnativo) sulla lista unica Lega-UDC per l’elezione del futuro Consiglio di Stato di questo malconcio paese. E sono certo che la maggioranza dell’Assemblea leghista sarà felice di ragionare per poter di nuovo riabbracciare i cugini uddicì. 

Ormai lo sanno anche i passerotti di Piazza della Riforma e i loro pennuti cugini di Piazza della Foca, che la regia di questo triste carnevale è nelle mani di chi più di tutti se la ride, cioè nelle mani di esponenti (per ora ignoti, come ignota rimane la voce della donna che chiedeva consigli a Claudio) della ‘destra destra’: UDC e parte della Lega. Fate voi. 

Questo gioco di cercare subdolamente degli scheletri negli armadi dei cosiddetti potenti per fini puramente partitici è certamente esecrabile, ma questa volta ha sortito almeno un risultato “positivo” per chi ancora ha la forza di indignarsi: quello di portare alla luce tre episodi affatto inaccettabili, soprattutto se il protagonista è un ministro ed ex giudice. Ce lo dirà la magistratura.

Da ieri Claudio Zali è un ministro dimezzato per aver deglutito l’auspicio dei colleghi, ma che a tutt’oggi rimane il Presidente del nostro Consiglio di Stato, cioè di tutti noi, anche perché gli altri quattro non hanno preteso (sarebbe stato troppo ?) le sue dimissioni.  

E torno a chiedermi: ma in che Paese viviamo? 


Un’altra tegola su Claudio Zali

Anche se la pazienza ha un limite 

Ma in che Paese viviamo? C’è da vergognarsi.

Mi metto nei panni di un o una docente che deve insegnare “civica” ai suoi discenti. Ci vuole coraggio, tanto. Oggi più di ieri. Basterebbe la notizia appena giunta (22 luglio) sul mio cellulare, per capire la mia forte preoccupazione.

Vediamola.

Ore 13.32, il portale online della RSI titola: «Zali e quegli audio diffusi online: riempila di botte, io l’ho pestata». E subito dopo: «File pubblicati in rete gettano un’ombra sul presidente del Governo ticinese – La politica chiede chiarimenti – Il ministro annuncia denunce: violazione strumentale della mia sfera privata».

A parlare non è una persona qualsiasi ma, appunto, il presidente del Governo ticinese, il ministro leghista Claudio Zali, già al centro di un’altra imbarazzante e non ancora chiarita vicenda: il suo interessamento alle condizioni di salute di un quattordicenne detenuto nel carcere Farera, figlio di una sua conoscente. Per cui ha voluto incontrare la direttrice della Divisione giustizia, il direttore delle strutture carcerarie, la direttrice medica del Servizio di medicina penitenziaria dell’EOC e la Magistrata dei minorenni: persone e servizi che fanno capo al collega di Governo Norman Gobbi e non a lui: un’invasione di campo, dunque, cui si aggiunge il mettere le mani sull’esercizio della giustizia.

La notizia giunta oggi è ancora più grave, se fosse vera. Lasciano sgomenti le parole pronunciate da Zali e rese pubbliche su un profilo Instagram anonimo che – dice la RSI – «coinvolge appunto il direttore del Dipartimento del Territorio e una seconda persona: una donna che, da nostre verifiche, Zali conosce bene. File che quest’ultima ha registrato all’insaputa del ministro. Audio diventati ora di dominio pubblico, che la RSI ritiene autentici, avendoli anche potuti inserire nel contesto di una conoscenza prolungata tra i due. Zali parla in questi termini di un’altra donna, che avrebbe stalkerizzato la sua interlocutrice». Dopo la pubblicazione online di questi audio, i presidenti di Centro, PLR e Partito socialista hanno chiesto chiarimenti allo stesso Zali, con copia agli altri membri del Consiglio di Stato.

Ma tutto ciò sarà vero? Ma è mai possibile? Eppure “l’ha dii la radio”.

E se, come è probabile, la storiaccia fosse vera,  Lega e UDC possono di nuovo mettere su casa insieme, riponendo gli stracci fin qui volati nella stessa cesta. La pietra d’inciampo Zali è tolta. Con conseguenze non liete, anche per gli altri partiti: PLRT in primis.

A mortificare ancora di più il sottoscritto, ecco che arriva dalla «Regione» una notizia che riguarda la mia città, Lugano. Titolo: «Filippo Lombardi resta nel CdA di AIL. Malgrado il municipale abbia già compiuto 70 anni e l’articolo 19 dello statuto societario che prevede la sua estromissione, la Città non intende sostituirlo».

Nel pezzo, Alfonso Reggiani scrive che nella seduta del Consiglio comunale del 12 maggio scorso il sindaco Michele Foletti – rispondendo all’ interpellanza intitolata Governance e nomine AIL  (primo firmatario Giovanni Albertini) in cui, tra l’altro, chiedeva il pieno rispetto dell’ art 19 dello statuto delle Aziende Industriali Luganesi  (I consiglieri restano in carica quattro anni e sono sempre rieleggibili per un massimo di tre mandati, fino al compimento del settantesimo anno di età)» –   così rispose: «Il Municipio, come è suo dovere, si attiene e si atterrà al quadro legale vigente, e ribadisce questo principio anche in sede di risposta al presente atto parlamentare. Non credo che questo Municipio abbia mai dimostrato di aver violato Leggi, regolamenti e decisioni». Appunto! Lo crede soltanto lui.

Una doppia notizia da far allibire, non solo l’immaturo (qualità che forse oggi sarebbe da rivalutare) allievo, ma chiunque abbia ancora il bene dell’indignazione.

Ma in che Paese viviamo? Ma nel mondo là fuori, esiste ancora qualcuno/a che abbia un minimamente il senso del dovere? Che sappia ancora cos’è l’educazione? Cose semplici, veh, che ci hanno insegnato da bambini, magari con qualche sberla in appoggio.

Ciò succede quando si vive in Paese culturalmente sempre più povero, dove le grida di ciarlatani si fanno sempre più forti.

C’è da vergognarsi.


Una spiacevole notizia

Anche se la pazienza ha un limite 

La novità politica della settimana, si sa, è la decisione presa dall’uddicì di non riproporre una lista unica con la Lega per il Consiglio di Stato alle elezioni cantonali 2027: decisione non di poco conto,  che scompiglierà le carte politiche non solo all’interno della destra, ma anche negli altri partiti, e che terrà banco fino al prossimo mese di aprile, quando si andrà a votare per il rinnovo dell’esecutivo ticinese. Ricordo che la lista comune Lega-UDC per il Consiglio di Stato risale alle elezioni cantonali del 2019, e che l’alleanza elettorale tra i due partiti data dalle elezioni federali del 2003.

Pietra d’inciampo è la quasi certa ricandidatura dell’uscente consigliere di stato leghista Claudio Zali, considerato dal presidente dell’UDC Marchesi e compagnia un po’ «troppo verde», e più amico dei lupi che dei «nulli» gran consiglieri uddicì (cit.). Il Nano avrebbe detto: El bell l’è anmò da vegnì. È probabile che la direzione dell’ex partito agrario abbia incaricato qualche ‘politologo’ di analizzare – ovviamente dal suo osservatorio – l’esito delle votazioni comunali, cantonali e nazionali dell’ultimo quinquennio, e abbia capito che facilmente supererà la Lega e di conseguenza avrà il suo consigliere di stato (Marchesi o Chiesa non si sa). Tutto ciò in barba ai possibili risultati che una destra unita possa ottenere, cioè la conferma dei due consiglieri di stato. Ma si sa, il Ticino è un cantone fortemente egotico e dunque poco importa il bene degli altri: importa solo il proprio.

Oggi, giorno in cui scrivo queste righe, è un’ afosa domenica, e ingenuamente mi chiedo: chissà come il signor direttore, nonché municipale e consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri, avrà commentato la sorprendente (fino a un certo punto) rottura nella destra, che – come detto – per i due partiti avrà una serie importante di conseguenze nazionali e comunali?  Nemm a vedee.

A pag. 3 leggo il titolo: «Spiace per la mancata lista unica  – Ai cittadini non interessano gli asili Mariuccia. Contano i temi ed i risultati». Il dispiacere leghista viene “spiegato” in una sola mezza pagina, a fronte delle paginate dedicate ai danni negli alloggi affittati a rifugiati,  alle abituali sparate contro gli immigrati – che perlopiù saranno dei delinquenti e che quando si ammalano (ma guarda un po’) vanno dal medico – e ai sinistrosi considerati degli «utili idioti» degli islamisti.

Una povera, magra riflessione (lo dico per eleganza) nemmeno firmata da Lui, dal direttore Quadri, ma da un sedicente MDD (che sia un parente di Cip&Ciop?); una notizia partiticamente importante e gravida di non poche conseguenze politiche per tutta l’area della destra cantonale, miseramente ridimensionata e commentata anonimamente dal settimanale politico di destra. Ci sarebbe da rimanere basiti, se il periodico in questione non fosse, appunto, «Il Mattino della Domenica». Si potrebbe poi facilmente chiosare che i maestri e le maestre dell’asilo Mariuccia sono proprio loro, probabili protagonisti di risultati negativi, negativi anche per i loro elettori, che improvvisamente dovranno abbandonare la casa unica per ritornare faticosamente all’ovile.

La rottura nella destra offre però agli altri partiti la possibilità di far meglio del passato, a patto che si lavori per il bene del Paese e non per titillare il proprio ombelico.

Volendo concludere e trovare un motivo che possa  giustificare l’imboscarsi del soldato L. Q.,  direttore – municipale – consigliere nazionale che vien da Corticiasca, debbo necessariamente rischiare e spingermi nelle profondità del Ridicolo: per Lui, e non diversamente da molti altri, importa salvare la ‘cadrega’, anzi: le ‘cadreghe’. Meglio allora firmare l’articolessa «Su via Nano Bignasca a Lugano non si molla» e continuare con belle speranze la rubrica «Posteggi azzurri abusivi».

Tutte cose che danno maggiori frutti.