Anche se la pazienza ha un limite
Pico della Mirandola, grande protagonista della civiltà umanistica-rinascimentale, scrisse nel 1486 un celebre testo: De hominis dignitate. La cui tesi è notevole: ogni realtà esistente ha una sua “natura” che condiziona la sua attività per cui il leone vivrà leoninamente, il cane caninamente e l’asino asinamente. L’uomo, invece, non ha una sua “natura” che lo obblighi, una entità che lo influenzi. L’uomo è padre a sé stesso, non ha nessuna condizione: la sua costrizione è quella di essere libero di scegliere il proprio destino, di costruirsi il suo percorso, di costruirsi con le sue mani l’altare della gloria o le catene della condanna.
Il passo, che qui propongo in traduzione italiana, è famosissimo: « Il Sommo Padre, Dio creatore, aveva foggiato […] questa dimora del mondo quale ci appare. […]. Recato il lavoro a compimento, l’artefice desiderava che ci fosse qualcuno capace di afferrare la ragione di un’opera sì grande, di amarne la bellezza, di ammirarne la vastità. Perciò, compiuto ormai il tutto, pensò da ultimo a produrre l’uomo. […]. E postolo nel cuore del mondo così gli parlò: « non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto il tuo consiglio ottenga e conservi. […]. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo valore, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine».
Mi sono ricordato di questo passo osservando quanto sta accadendo da troppo tempo nel nostro mondo, nella nostra Svizzera e nel nostro Ticino. Pico mette l’accento sulla centralità, sulla “dignità” dell’uomo, sulla sua condizione di privilegio rispetto a tutto ciò che è stato creato.
Qual è la condizione, la sorte scelta dall’uomo oggi? Si è «costruito con le sue mani l’altare della gloria o le catene della condanna?»
Ascoltando i dibattiti di questi giorni in Gran Consiglio e alla RSI, e leggendo gli articoli sui quotidiani e sui social, pare indiscutibile che l’essere umano abbia scelto le catene, di «degenerare nelle cose inferiori». Vogliamo fare qualche esempio? Dopo un dibattito fiume iniziato già lunedì 14 settembre, il giorno dopo il Legislativo ha accolto per pochi voti il Piano energetico e climatico cantonale (PECC), ritoccando però alcuni punti importanti rispetto al progetto originale voluto dall’ormai ex direttore del dipartimento del territorio Claudio Zali. In particolare, sono state cassate dalla Legge cantonale sull’energia due importanti imposizioni: «l’obbligo di installare pannelli in caso di rifacimento del tetto della propria abitazione e anche quello che imponeva entro il 2045 la copertura, per almeno metà, di tutti i grandi stabili con superficie superiore a 300 metri quadri con pannelli fotovoltaici» (RSI online, 15 settembre). Insomma, grazie al voto compatto del centro-destra, sono cadute due norme tra le più incisive per affrontare la crisi climatica, come se essa non esistesse, ma fosse una fantasia. Cercansi coraggio e responsabilità verso le future generazioni.
Altro esempio di alta politica. Sempre di martedì (che non è la trasmissione condotta da Floris sulla 7) una mozione interpartitica (che puzza di manovra elettoralistica) chiede di valutare l’introduzione di una divisa scolastica nella scuola dell’infanzia ed elementare ticinese. La proposta parte dall’idea che la scuola sia anche uno spazio nel quale «i bambini imparano a rispettare regole condivise e ad adeguare il proprio comportamento ai diversi contesti» (CdT, 16 settembre). Secondo i promotori, anche l’abbigliamento rientrerebbe tra gli aspetti educativi. La divisa, si legge nella mozione, «non avrebbe lo scopo di limitare la personalità degli allievi, ma di trasmettere il principio secondo cui ogni ambiente richiede un modo di presentarsi adeguato».
Stiamo parlando di bambini che hanno un’età che va dai 5 ai 10 anni. Sono tutti orfani? Per cui lo stato deve fare da patrigno? Tolto dalle mani del bambino l’ iPhone di 800 CHF, si chiede ora a chi fa le veci di genitore di acquistare «una maglietta o una polo, una felpa e pantaloni o gonna in colori prestabiliti, eventualmente personalizzati con il nome o il simbolo della scuola o del Comune». A meno che sia il babbo Cantone ad inventarsi una forma di acquisto centralizzato, «oppure a valutare l’opportunità di una fornitura gratuita dei capi alle famiglie che ne avessero bisogno» (CdT, 16 settembre).
Ma i genitori possono ancora decidere a che ora mandare a letto i propri figli e cosa dar loro da magiare? O deve pensarci lo Stato?
Siccome le sorprese non hanno scadenze, eccone un’altra. Ieri pomeriggio la maggioranza del Gran Consiglio ha deciso – dopo le risposte agli atti parlamentari – di non aprire la discussione generale sul “caso Zali” (48 voti contrari, 29 favorevoli e 4 astenuti) perché già se ne è parlato assai. Vero, se ne è parlato tutta l’estate nei bar, nei lidi comunali (in quello di San Domenico no perché si era troppo presi a leggere un paio di cervellotici bandi di concorso sulla futura gestione dello stesso). Persino nel confessionale di don Abbondio, parroco che ogni tanto giunge anche a Rasa con la teleferica. Dappertutto, dunque, tranne che nell’unica sede in cui si sarebbe dovuto parlarne: la sala del Parlamento cantonale, la sede istituzionale in cui si dovrebbe discutere di politica. E il vicino di casa, non senza malizia, mi ha subito informato al mio rientro che anche “i tuoi” hanno votato come “i miei” per non aprire quella che io ritengo una doverosa discussione generale. Non si sa più a che santo votarsi. La classe politica deve aspettare che sia la magistratura a svolgere il suo compito per poi prendere delle decisioni che le competono?
Per non fare ulteriormente del male ai miei 15 lettori, evito di parlare dei due atti parlamentari (inoltrati a Berna e a Bellinzona) sulla posa di semafori a Cadenazzo.
Siamo di fronte a un paradosso: nella nostra epoca, in cui l’accesso agli studi è per tutti e tutte, il livello culturale è molto basso. Meglio: è soprattutto scarso in coloro che sono stati eletti/elette per amministrare il Paese. Questo in generale. Poi, volendo scendere (ma già l’abbiamo fatto mille volte) nel particolare, possiamo dire che oggi, per molti la politica non è più una scienza, un’ «arte che attiene alla città-Stato», ma un mezzo per acquisire una visibilità difficilmente raggiungibile attraverso la propria professione, con ciò che sappiamo fare nella vita quotidiana. (Un mio amico ama dire che la politica è un taxi che serve solo per farsi trasportare da qua a là). È una realtà che capita anche in molti altri ambiti. Pensiamo al servizio militare, che ha offerto (e forse offre ancora) a molti la possibilità, guadagnandosi i galloni utili per comandare, di essere “qualcuno”.
Gli uomini e le donne competenti fanno altro. Perché in politica la competenza non serve. Anzi.
Volete una verifica? Per non offendere nessuno in patria, trasferiamoci “nella vicina penisola”: nel Consiglio dei ministri della prima repubblica, 1974 (anno in cui approdavo all’Università di Pavia), presieduto da Aldo Moro, membri Ugo la Malfa, Giovanni Spadolini, Francesco Cossiga, ecc., quanti degli attuali ministri (Salvini, Tajani, Lollobrigida, Nordio, Giuli, Urso, ecc.) ne avrebbero fatto parte? Zero!
Tiriamoci su. Abbiamo la possibilità tra pochi mesi di dire la nostra. Ma davvero? E votando chi? Non vedo all’orizzonte, fatte le debite eccezioni e parafrasando Montale, falchi che volano alti nel cielo, ma solo galline e galli che fanno piccoli balzi in avanti, ma anche indietro.
Ma un appello ai partiti (se esistono ancora) lo possiamo fare: non mettete in lista candidati che guardano solo alle prossime elezioni, ma persone che guardino alla prossima generazione. Che abbiano competenza, senso dello stato, onestà morale e intellettuale, senso di responsabilità verso il bene comune. Non gente in cerca di visibilità, di pubblicità perché «quanto piace al mondo è breve sogno» (Petrarca).