Il linguaggio del lavoro – Terza parte

Globalizzazione, povertà laboriosa e monetarizzazione delle parole in un mondo terziarizzato 

L’idea del primato del linguaggio e della comunicazione nell’attuale sistema produttivo di beni e servizi andrebbe estesa al funzionamento del sistema monetario e finanziario. D’altronde, se il linguaggio è oggi una dimensione fondamentale del valore economico, ne consegue che il denaro, che è l’espressione astratta del valore, deve a sua volta avere una valenza linguistica. È quanto sostiene ad esempio Arjun Appadurai nel suo Scommettere sulle parole (2016) analizzando la logica di funzionamento dei mercati dei prodotti derivati che portarono alla crisi del 2007-08. Appadurai non nega che l’avidità e un trattamento irresponsabile del rischio siano stati fattori decisivi della crisi dei subprime, ma sostiene che la condizione di possibilità di quei vizi strutturali vada ricercata nel ruolo nuovo che il linguaggio ha assunto nei mercati finanziari. In effetti, l’analisi dei prodotti derivati[1] come catena di promesse riferite a un futuro incerto, permette di far emergere l’importanza del linguaggio e del concetto di rischio negli attuali mercati finanziari. Per l’Autore, il collasso del sistema finanziario statunitense nel biennio 2007-2008 è così ascrivibile a un cedimento linguistico, alla catena di promesse di guadagno aleatorio non mantenute.

Più in generale, la teoria monetaria ha oggi tutto da guadagnare dal dialogo con la filosofia del linguaggio, in particolare con la teoria degli enunciati performativi di John Austin, autore di un libro il cui titolo è già tutto un programma: Fare cose con le parole, L’idea di questo filosofo del linguaggio è che con le parole si possono fare cose, crearle dicendole, e non solo descriverle[2]. È l’idea secondo cui gli atti linguistici sono in grado di modificare stati di cose. Un’idea ripresa pari pari dalla Federal Reserve, se è vero, come Janet Yellen ebbe a dire appena eletta presidente della Banca centrale, che è dal 2003 che la Fed usa la comunicazione – “mere parole” – come suo principale strumento di politica monetaria[3].

In ogni caso, che la parola sia sempre più simile alla moneta lo si può facilmente dedurre dall’inflazione linguistica (vera e propria escalation delle parole) che caratterizza il tempo presente. Con la proliferazione di parole, con la guerra di narrazioni che ci stordisce, l’aumento quantitativo delle parole in circolazione non può che portare alla perdita di valore delle parole stesse. Sappiamo anche che la velocità di circolazione delle menzogne è di gran lunga più elevata di quella delle verità. Se poi ci si mettono anche i falsari con la lucrosa tosatura delle parole-monete, allora è chiaro come il contenuto di valore, di significato, delle parole si stia assottigliando rapidamente. Insomma, come per la moneta, anche per le parole vale la legge di Gresham, secondo cui “la moneta cattiva scaccia quella buona”[4].

Non ci resta quindi che ascoltare nel più profondo le parole, come suggeriva Heidegger: ascoltare le parole con cura e circospezione per cercare di rintracciare qualcosa che si avvicini alla verità. E ascoltare le parole significa ascoltare il lavoro: qui volevamo arrivare.

Cosa ci dice il lavoro? Il lavoro ci dice che siamo soggetti di diritti, di diritti sociali, e dovremmo esserlo per il sol fatto di esistere. Ma così non è perché per ogni diritto occorre lottare. La ricostruzione della storia dei diritti civili, politici e sociali, la storia dello “sviluppo della cittadinanza” in un’ottica evolutiva come in T.H. Marshall (conferenza del 1949) è stata smentita dalla storia stessa, di sicuro da quando il mercato e la sua presunta capacità di autoregolazione si è imposto al di sopra di tutto, di tutti. Come ha scritto Albert Hirschman: “Non è forse vero che non già soltanto l’ultima, ma ciascuna delle tre spinte in avanti di Marshall è stata seguita da controspinte ideologiche di straordinaria forza? E non è forse vero che queste controspinte sono state all’origine di violentissime lotte politiche e sociali, spesso sfociate in rovesci per i programmi progressisti, oltre che in gravi sofferenze e miserie per gli esseri umani?” Il lavoro ci dice che l’uomo fa per non-fare, lavora per non lavorare. L’uomo produce, esercita le sue virtù utili e pratiche, per potersene stare in ozio. I sistemi politici migliori saranno quelli che riconoscono questo principio del fare, e lo ordinano pertanto in vista dello starsene in pace e in ozio. Il migliore generale lavorerà per la pace; il migliore artigiano per guadagnarsi la possibilità dell’ozio. D’altronde, la radice di necotium, che vuol dire esser dediti ‘ad altro’, è otium[5]. D’altronde, una volta creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, Dio letteralmente smette di lavorare, e si gira dall’altra parte. Shabat (shuh.bat) è il giorno (la festa) della cessazione del lavoro. Il riposo ne è certo un’implicazione, ma non è necessariamente una connotazione della parola stessa. Occorre riappropriarsi di questo tempo non solo per riposarsi, ma per la cura di sé e degli altri, il tempo liberato dal fare deve tornare ad essere il tempo degli affetti, dell’amore, del disinteresse, del non-calcolo, il tempo del ritornare in sé (come titola uno splendido libro di Fabio Merlini).

Il lavoro ci dice che occorre dare senso a ciò che si fa, a maggior ragione alla fine di un tempo durato troppo a lungo durante il quale siamo stati prigionieri di norme e valori iperproduttivisti, un tempo attraversato da frequenti forme di bassi salari e di scarsa considerazione e rispetto per il lavoro e la vita altrui. La Grande dimissione, The Great Resignation, il movimento pandemico che vede milioni di uomini e donne esodare/dimettersi da lavori svalorizzanti, umilianti e massacranti, quel movimento che si è diffuso negli Stati Uniti, come anche in Cina e in Europa, è un movimento di ri-significazione del lavoro, di ricerca di occupazioni più eque, più giuste, più rispettose dei bisogni vitali delle persone.

A suo modo, la ricerca, l’attività scientifica che ci accomuna, è una forma di esodo, un esodo semantico, se si vuole, una uscita (un exit hirschmaniano), una defezione da categorie e significati normativi dati per acquisiti e irreversibili, e proprio per questo opprimenti. “Soltanto chi apre una linea di fuga, può fondare; ma, viceversa, soltanto chi fonda, riesce a trovare il varco per abbandonare l’Egitto”[6].

Questo ancora ci dice il lavoro, e cioè che poter significare e dare senso alla propria attività di ricerca occorre lavorare sul divenire delle cose, dei fenomeni, del mondo. Solo la tendenza è reale, solo la ricerca di ciò che tende al futuro fonda il presente. Per questa ragione il lavoro del ricercatore è destinato/condannato ad essere inattuale, come sospeso nel tempo del non più e non ancora. Ma, come ricorda Wittgenstein: “Chi è soltanto in anticipo sul proprio tempo, dal suo tempo sarà raggiunto”.

Questa è la terza parte del testo della Lectio magistralis tenuta da Christian Marazzi il 24 maggio 2022, in occasione del commiato dall’insegnamento presso il Dipartimento economia aziendale, sanità e sociale della SUPSI
Nell’immagine: street art di Rizek a Barletta

[1] I prodotti derivati si chiamano in questo modo perché il loro valore deriva dall’andamento del valore di una attività ovvero dal verificarsi nel futuro di un evento osservabile oggettivamente. Le attività, ovvero gli eventi, che possono essere di qualsiasi natura o genere, costituiscono il “sottostante” del prodotto derivato.

[2] Un esempio di speech act: l’espressione “prendo questa donna come mia legittima sposa” non descrive un fatto già dato, ma lo crea mentre si parla, mentre lo si enuncia.

[3] «On that date [August 12 2003, the moment when the Fed started issuing regular statements] the Federal Open Committee started using communication – mere words – as its primary monetary policy tool» (Janet Yellen, neopresidente della Federal Reserve, citata da Gillian Tett, “Central bank chiefs need to master the art of storytelling”, Financial Times, 23 agosto 2013).

[4] Secondo questa relazione, se in un paese circolano due diverse monete aventi lo stesso valore nominale ma un diverso valore intrinseco, il pubblico tenderà a conservare la moneta che ha un maggior valore intrinseco e ad utilizzare, cioè spendere, l’altra.

[5] Massimo Cacciari, Dell’inizio, Adelphi, Milano, 1990, p. 429.

[6] Paolo Virno, L’idea di mondo. Intelletto pubblico e uso della vita, Macerata, Quodlibet, 2015, p.131.


Il linguaggio del lavoro – Seconda parte

Globalizzazione, povertà laboriosa e monetarizzazione delle parole in un mondo terziarizzato 

È dall’inizio degli anni 2000 che diversi studi predittivi hanno tentato di elaborare scenari relativi al destino della composizione del lavoro. L’organizzazione del capitalismo contemporaneo, secondo questi studi, prevede l’assorbimento, da parte delle macchine, dei compiti cognitivi ripetitivi e di tutto il lavoro manuale ripetitivo e non ripetitivo. Per contro, si prevede la crescita, nel lavoro vivo, delle mansioni connesse con le capacità intellettuali e socio-linguistiche più comuni alla specie umana, come appunto pensare astrattamente, reagire in situazioni impreviste, programmare, cooperare. Al netto di questi cambiamenti, molto è stato scritto sulla fine del lavoro causata dai processi di digitalizzazione e dall’affermazione della economia degli algoritmi.

In realtà, negli ultimi decenni, la digitalizzazione, la robotizzazione e l’automazione, l’industria 4.0, non hanno affatto significato la fine del lavoro, né tantomeno del lavoro manuale. Quello che è successo, invece, è una trasformazione del lavoro iscritta nella rete digitale, un processo di piattaformizzazione del lavoro in cui comunicazione e esecuzione, linguaggio e lavoro si rimandano reciprocamente l’un l’altro. Mai come oggi il lavoro è aumentato, specie quello precario-intermittente (si pensi ai lavoretti della gig economy), mai come oggi si lavora tanto. Più che di disoccupazione, occorrerebbe parlare di “piena occupazione precaria”.

Quando si parla di divenire linguistico del lavoro bisogna quindi stare attenti a non dare l’impressione di voler costruire una “meritocrazia cognitiva”, dove il cosiddetto lavoro intellettuale è premiato e funzionale a un falso successo sociale (David Goodhart, Testa, mano, cuore). C’è il rischio di costruire una sorta di “dittatura del modello cognitivo” (con il suo quartier generale nella Silicon Valley) tale da provocare la disaffezione e la marginalità di milioni di persone escluse da un tessuto sociale sempre più a rischio sgretolamento. L’esperienza globale della pandemia ha messo in chiaro a tutti quanto sia importante il lavoro di cura, quello del cuore, quello della fatica fisica, della mano. Lavori come l’infermiere, la cassiera di supermercato, il rider per le consegne a domicilio, il pulitore incaricato di igienizzare gli ambienti, sono tutti lavori essenziali e indispensabili, benché così invisibili (o forse proprio per questo).

Di fatto, il mondo del lavoro contemporaneo vede la netta prevalenza di impiegati/e nel settore dei servizi: in Europa siamo attorno al 74%, negli Stati Uniti all’80% e in Cina, “fabbrica del mondo”, i servizi occupano ben il 45% della popolazione attiva (contro il 27% dell’industria e il 28% dell’agricoltura). Indipendentemente dall’area economica di appartenenza, ai lavoratori dei servizi è sempre più richiesto di intraprendere comportamenti linguistici, cognitivi e relazionali (non routine task). È un mondo in cui la sanità, la socialità, la formazione e la ricerca, la cultura e tutte le attività connesse alla svolta ecologica concorrono a definire il cosiddetto modello antropogenetico, la produzione dell’uomo attraverso l’uomo, dove il lavoro non ha quale finalità prioritaria l’oggetto, bensì il soggetto. È all’interno di questo mondo lavorativo che lo Stato sociale può (deve) ridefinire la sua strategia, una strategia in cui la redistribuzione della ricchezza rafforzi nel medesimo tempo la società della cura, la cura delle relazioni umane, dell’ambiente, del benessere sociale.

Ma come si è arrivati a questa generale laboriosità, perché lo sviluppo delle forze produttive e le continue innovazioni tecnologiche non hanno ridotto il lavoro necessario, ma anzi l’hanno aumentato? Negli anni ’70 sembrava di essere arrivati a un tale sviluppo delle forze produttive da rendere pertinente la previsione di una progressiva liberazione dal lavoro. Secondo il Marx dei Grundrisse (il famoso capitolo Frammento sulle macchine), cioè il Marx più visionario, l’accumulazione nelle macchine del sapere scientifico e delle abilità umane, la cristallizzazione del cervello sociale (l’intelletto generale) nel capitale macchinico, avrebbe ridotto il lavoro vivo necessario al punto da renderlo la “base miserevole” del valore. In altre parole, a fronte della potenza tecnologica incorporata nelle macchine, il lavoro si sarebbe rivelato sempre più superfluo. Non male come previsione, per uno che aveva fatto del lavoro e del tempo di lavoro la base stessa della legge del valore. L’apice dello sviluppo del capitalismo industriale era visto come il prologo della fine del lavoro, l’inizio della liberazione dal lavoro, la possibilità di rovesciare la disoccupazione tecnologica in possibilità di vita oltre il lavoro, una vita magari più frugale ma più felice, una vita, appunto, più dedicata alla cura di sé e degli altri.

Quella di Marx, peraltro, fu la stessa visione profetica di John Maynard Keynes, che nel suo Prospettive economiche per i nostri nipoti (1930), per il poco lavoro che ancora sarebbe rimasto come effetto dello sviluppo tecnologico del capitale, prevedeva in un futuro non lontano “turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore […] più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in noi”.

Eppure, per i “nipoti e i pronipoti di Keynes” il problema economico di “chi suda il pane quotidiano e per il quale il tempo libero è un piacere agognato”, questo problema resta del tutto intatto, anzi è il problema maggiore, con l’aggravante che il capitale si è appropriato in modo esclusivo dei risultati del progresso tecnologico. Siamo imprigionati in una sorta di coazione a consumare senza mai veramente arrivare a soddisfare i reali bisogni, un consumo peraltro stretto nella morsa di una spirale debitoria che ci costringe a lavorare senza tregua. Con la conseguenza che le disuguaglianze aumentano in modo esponenziale e la società si fa sempre meno coesa, sempre più infelice e rancorosa.

Dietro l’apparente automazione e la digitalizzazione della produzione, studiosi come Antonio Casilli mostrano l’abbondanza di lavoro umano, un lavoro nascosto, spesso poco o per nulla remunerato, svolto senza garanzie né protezioni, generalmente non riconosciuto in quanto tale, non considerato e fondamentalmente svalorizzato. Non è dunque della fine del lavoro che oggi si parla, ma appunto della sua liquidazione e della sua denigrazione. Dietro la facciata asettica e apparentemente immateriale dell’economia digitale appare il lavoro più materiale che ci sia, quello del dito del digitus, occultato dalla distanza geografica, dissimulato negli appartamenti dei paesi sviluppati, nelle cucine delle click farm dei moderatori africani, nelle fabbriche filippine dei cleaners, gli spazzini della rete di cui “i social non dicono”.

Questo stravolgimento del destino, del sogno di una riduzione progressiva del lavoro, di una vera e propria liberazione dal lavoro, è stato in gran parte possibile con lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie della comunicazione e della informazione. Dal lettore ottico dei codici a barra, introdotto per la prima volta in una drogheria americana a metà degli anni ’70, al computer portatile, da Internet allo smartphone, abbiamo assistito ad una proliferazione di dispositivi tecnologici che hanno la propria forza dirompente nella capacità di catturare le nostre vite attraverso la traduzione in dati dei nostri comportamenti, delle nostre scelte, delle nostre interazioni umane. Si tratta di macchine linguistiche, protesi (per oltre quattro miliardi di persone!) che succhiano valore-informazione ovunque noi siamo, che appunto mettono al lavoro la nostra vita, sono “armi di distrazione di massa” che trasformano ogni nostro gesto, ogni nostro pensiero in valore economico. Addirittura l’ozio è “messo al lavoro”, nel senso che laddove crediamo di essere inattivi, distraendoci e giocando in rete, in realtà produciamo dati che saranno puntualmente commercializzati.

Gli economisti americani Eric Posner e Glen Weyl, nel loro Radical Markets sostengono che i dati che forniamo e che vengono sistematicamente accumulati in enormi banche dati sono a tutti gli effetti lavoro (data is labor). Per la felicità delle corporation digitali, che della gratuità della vita messa al lavoro hanno fatto la chiave del loro successo e dei loro enormi profitti. Con la digitalizzazione, ci troviamo in una sorta di tecnofeudalesimo, in cui ad esempio Facebook (oggi Meta) paga annualmente solo l’1% del suo valore in salari ai dipendenti-programmatori perché ottiene gratuitamente il resto del suo lavoro da tutti noi. In contrasto, Wallmart (che pure non brilla per gli stipendi che eroga) versa il 40% del suo valore in salari. Se davvero si volessero ridurre le disuguaglianze di reddito, occorrerebbe cominciare col riconoscere monetariamente tutto questo lavoro gratuito, muovendosi verso un income data labor, un reddito di lavoro-dati. Ed è interessante che Posner e Weyl, economisti neoclassici mainstream, per spiegare la loro teoria dei dati-come-lavoro, facciano riferimento all’esperienza delle donne in ambito domestico-riproduttivo, laddove la cura, l’accudimento, gli stessi affetti sono da sempre all’origine di enormi quantità di lavoro gratuito, di lavoro non riconosciuto. Sono infatti le donne che per prime hanno teorizzato e svelato politicamente lo scandalo del lavoro (riproduttivo) gratuito. È alle donne che si deve la definizione del lavoro gratuito come produttivo di valore economico.

Questa è la seconda parte del testo della Lectio magistralis tenuta da Christian Marazzi il 24 maggio 2022, in occasione del commiato dall’insegnamento presso il Dipartimento economia aziendale, sanità e sociale della SUPSI

Nell’immagine: street art di Rizek a Barletta


Il linguaggio del lavoro – Prima parte

Globalizzazione, povertà laboriosa e monetarizzazione delle parole in un mondo terziarizzato 

Le trasformazioni del lavoro, la sua natura, la sua centralità nelle forme di vita, sono sempre stati al centro delle mie riflessioni e delle mie ricerche. E questo fin da giovane, fin dalle prime esperienze politiche nei movimenti di contestazione degli anni ’60 e ’70, quando per la mia generazione le lotte operaie sembravano incarnare l’istanza del cambiamento sociale e culturale. La fabbrica era vista come luogo di trasformazione sociale e politica, di solidarietà, di organizzazione dal basso, di produzione di valori che oltrepassavano i cancelli di quegli spazi di produzione della ricchezza. La fabbrica noi la vedevamo come laboratorio di cittadinanza.

L’interesse per i cambiamenti del lavoro, in particolare della sua natura, si sono in seguito per così dire professionalizzati a partire dagli studi sulle nuove forme di povertà che stavano emergendo nei primi anni ’80. Nella “nuova povertà” la cosa che più colpiva era il suo essere del tutto interna alle nostre società ricche, consustanziale alla crescita stessa, povertà come forma della ricchezza. In particolare, le ricerche sulla nuova povertà, oltre a mettere in evidenza nuovi soggetti fragilizzati dalla crescita economica, come le donne e le famiglie monoparentali, i giovani, le famiglie numerose, avevano individuato nella povertà laboriosa (i famosi working poor, la categoria sviluppata dal sociologo e militante politico americano Michael Harrington) qualcosa di inedito rispetto alla povertà classica, una sorta di indicatore di qualcosa di più vasto del mero rilievo sociologico. La povertà laboriosa, quell’essere poveri non perché esclusi, non perché emarginati, ma per la ragione esattamente opposta, poveri perché dentro i meccanismi accumulativi, nel cuore stesso dell’economia – per i bassi salari o per le forme d’indebitamento privato che già allora si manifestavano come ricorrenti – quella povertà alludeva a una grande trasformazione sistemica, un cambiamento complessivo dell’economia che a metà degli anni ’80 ancora non si riusciva bene a mettere a fuoco.

Si trattava del cambiamento di paradigma del capitalismo, il passaggio dal capitalismo industriale fordista al nuovo capitalismo: il capitalismo digitale iscritto nei processi della globalizzazione e della finanziarizzazione. Le nuove forme della povertà erano insomma i segnali di questa transizione, di questa rivoluzione capitalistica dall’alto, avviata dalla Lady di ferro, Margaret Thatcher, e da Ronald Reagan, coloro che avviarono la rivoluzione neoliberista, in realtà una controrivoluzione nel senso che, come si è poi visto nei decenni che seguirono, della società e dell’economia novecentesca tutto fu preso di mira: il lavoro e le sue organizzazioni sindacali, lo Stato sociale, l’equità, la solidarietà. Tutto.

La crisi del modello industriale fordista si consuma nel corso degli anni ’70 sull’onda della crisi petrolifera del ’73, che combacia con la guerra arabo-israeliana del Kippur, alla quale seguì un lungo periodo di stagflazione, fase finale del capitalismo novecentesco. Le similitudini con il tempo presente sono fin troppo evidenti, purtroppo! È all’interno di queste coordinate che prende avvio la ricerca sulle trasformazioni del lavoro, e questo in due direzioni parallele: la flessibilizzazione del lavoro e, per quanto mi riguardava, il divenire linguistico del lavoro, la svolta linguistica dell’economia, come l’avevamo chiamata prendendo in prestito un’espressione filosofica di allora (the linguistic turn di Richard Rorty) Di nuovo, ma con modalità del tutto diverse, è la fabbrica che si presta all’analisi sociologica dei cambiamenti del lavoro, una fabbrica, quella postfordista, costretta sempre più a “respirare con il mercato”, a rivoluzionare la sua organizzazione, il suo modo di produrre e di lavorare ispirandosi ai modelli del just in time, della produzione snella, dello zero-stock, alla tecnica del kanban, primo vero sistema comunicativo orizzontale tra lavoratori. Si stava affermando un modello di organizzazione dell’impresa già sperimentato in Giappone negli stabilimenti della Toyota, addirittura alla fine degli anni ’40. Anche i distretti industriali italiani, con le loro fabbriche diffuse sul territorio, il lavoro a domicilio e la dimensione locale/vernacolare dei rapporti di lavoro, furono d’ispirazione per l’elaborazione di strategie aziendali post-fordiste.

La globalizzazione, con l’entrata sul mercato globale dei paesi emergenti come nuovi concorrenti, impone di ridurre al minimo i costi – delle materie prime, della forza-lavoro, dello spazio, dei magazzini -, per essere competitivi occorre ridimensionare tutto, “minimizzarsi”, snellire la produzione, addirittura azzerare quella unità spazio-tempo che aveva caratterizzato la fabbrica fordista. Occorre produrre just in time, in tempo reale, all’interno di catene logistiche del valore (di approvvigionamento) globali per evitare di accumulare scorte invendute, un modello che nelle prime settimane della pandemia si è rivelato particolarmente fragile e inadeguato a far fronte a eventi imprevisti, in situazioni emergenziali.

Il rovesciamento del rapporto tra offerta e domanda, produzione e consumo indotto da questo “respirare col mercato”, il fatto di produrre a partire dall’ “a valle”, dal mercato, dai luoghi di distribuzione/vendita, a partire cioè dalla domanda di beni effettivamente espressa dai consumatori, è all’origine della flessibilizzazione del lavoro. Questo è l’aspetto della rivoluzione postfordista maggiormente studiato: si riduce il lavoro fisso a tempo indeterminato, si esternalizzano (outsourcing) interi segmenti di forza-lavoro, si crea in tal modo un bacino di lavoro flessibile a tempo determinato, intermittente, a tempo parziale, a chiamata, di neoindipendenti (i freelance), insomma si dà origine al binomio flessibilizzazione-precarizzazione su cui, giustamente, ancora oggi si continua a studiare, a riflettere e a mobilitarsi.

Ma in questo stesso rovesciamento, in questo stesso just in time, c’è qualcosa di più profondo che avviene e che ha a che fare, appunto, con la natura del lavoro. Quella che un tempo era la catena di montaggio rigida, meccanica, quella catena lungo la quale scorrevano i pezzi di un’auto e o di qualsiasi merce in vista dell’assemblaggio finale, ebbene quella catena che imponeva a tutti di lavorare in silenzio in modo esecutivo e ripetitivo, quella catena si trasforma per diventare una catena lungo la quale scorrono le informazioni, i dati, i segnali che dai luoghi di vendita risalgono ai circuiti produttivi. La catena di montaggio diventa un flusso comunicativo di informazioni che chiamano in essere il linguaggio, che pongono l’agire comunicativo al centro stesso dell’agire strumentale (per usare il linguaggio del filosofo tedesco Jürgen Habermas). Dagli anni Ottanta assistiamo al progressivo transito della parola dal fuori al dentro del lavoro. L’agire comunicativo non si situa più al di là del processo lavorativo, dove si radicano le relazioni affettive e la lotta politica, ma si sovrappone all’agire strumentale, diventando un vero e proprio “fattore di produttività”. È così che il luogo in cui si lavora diventa una “fabbrica loquace”.

Comunicare, informare, interpretare, prescrivere, condividere, verificare, ricordare, argomentare, spiegare, giustificare, rendere ragione, programmare l’azione, decidere, negoziare: sono tutti atti comunicativi, atti linguistici, un tempo attribuibili essenzialmente al settore dei servizi, ma oggi anche alle fabbriche più tradizionali. Anzi, è proprio nelle fabbriche fordiste, come l’auto, che il modello di produzione è stato radicalmente rivoluzionato, è in esse che l’interazione linguistica ha permesso di emanciparsi dai principi tayloristici dell’organizzazione scientifica del lavoro.

È bene distinguere tra uso strumentale del linguaggio, come ad esempio nei call center (qui abbiamo il “linguaggio che lavora”), e il “lavoro che parla”, il lavoro loquace, il lavoro delle fabbriche toyotiste o postfordiste. All’operatore del call center “è richiesto, per esempio, di produrre contratti di compravendita e di accrescere il plusvalore dell’azienda per mezzo di atti comunicativi”. Qui il linguaggio è taylorizzato, il comportamento verbale funziona come una catena mezzi-fini[1]. Il lavoro loquace postfordista, invece, è iscritto in una organizzazione in cui la catena produttiva è una catena comunicativa. Qui si può anche non parlare, ma è l’atto lavorativo che si traduce immediatamente in un atto comunicativo iscritto in uno spazio pubblico.

Questa è la prima parte del testo della Lectio magistralis tenuta da Christian Marazzi il 24 maggio 2022, in occasione del commiato dall’insegnamento presso il Dipartimento economia aziendale, sanità e sociale della SUPSI
Nell’immagine: street art di Rizek a Barletta

[1] Angelo Nizza, Linguaggio e lavoro nel XXI secolo. Natura e storia di una relazione, Mimesis, Milano, 2020,  pp. 104-105


Interregno monetario

Globalizzazione, povertà laboriosa e monetarizzazione delle parole in un mondo terziarizzato 

Secondo la definizione di Gramsci, l’interregno è il tempo “in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere”. È una definizione che ben si attaglia al sistema monetario internazionale alle prese con gli effetti della guerra e delle sanzioni contro la Federazione russa, in particolare il divieto d’accesso alle valute di riserva straniere detenute dalla Banca centrale russa. Una mossa ardita, che mette a rischio il dollaro (ma anche l’euro), la moneta che domina il commercio e gli investimenti globali, se è vero che tutti i paesi che vogliono evitare un destino simile a quello russo cercheranno d’ora in poi di diversificare le loro riserve valutarie, sostituendo il dollaro (e l’euro) con altre valute. C’è il rischio, insomma, che una sanzione che vuole penalizzare economicamente la Russia si ritorca contro tutto ciò che è denominato in dollari e in euro, dunque contro il fronte dei paesi occidentali e delle loro economie.

Non sembra che, almeno per il momento, questo rischio possa concretizzarsi, per la semplice ragione che, come molti analisti si sono affrettati a dimostrare, non esistono valute in grado di detronizzare il dollaro. Certo, tentativi di “de-dollarizzazione”, di diversificazione delle riserve valutarie fuori dal dollaro (ma anche dall’euro), se ne sono visti nel passato, se solo si pensa alla crisi finanziaria del 2008 che diede un duro colpo all’immagine del sistema finanziario americano, oppure alla crisi del debito sovrano greco, che ebbe il suo apice nel 2012, in cui l’intera architettura monetaria europea sembrò collassare. Nel 2018 la Russia, e in parte la Cina, avevano deciso di passare gradualmente all’euro per sganciarsi dal dollaro e legare maggiormente a sé l’Europa per le forniture energetiche e per espandere gli investimenti in infrastrutture e tecnologia europea. Vedremo se il decreto di Putin, secondo cui da inizio maggio il gas russo andrà pagato in rubli, quindi non più in euro o in dollari come da contratto, cambierà qualcosa sotto il profilo valutario. A tutt’oggi l’80% dei pagamenti per le importazioni di materie energetiche dalla Russia viene già convertito immediatamente in rubli. La mossa di Putin sembra più che altro un’astuzia giuridico-politica, dato che l’operazione di cambio da euro in rubli, che si dovrà effettuare attraverso le banche russe e la Banca centrale quale fornitore finale di rubli, rimettendo così al centro dei giochi la Banca centrale di Mosca sanzionata, costringe gli importatori a violare le stesse sanzioni occidentali.

Sta di fatto che in questo balletto valutario internazionale, in cui anche la minima rivalutazione di una moneta, per quanto minore, sembra preludere ad un aumento del suo ruolo in quanto valuta di riserva, il dollaro la fa sempre da padrone. Certo, dal 1999 al 2021, la quota di riserve valutarie in dollari è passata dal 71% al 59%, il che rappresenta comunque sempre circa il triplo dell’euro, che segue col 20%. Della relativa perdita di peso del dollaro, il renminbi ha beneficiato solo per un quarto, attestandosi a un mero 3% delle riserve mondiali, mentre a beneficiare della uscita dal dollaro quale riserva valutaria sono state valute di economie più piccole, come l’Australia, il Canada, Singapore, la Corea del Sud e la Svezia, tutti paesi che hanno aderito alle sanzioni contro la Russia e quindi non rappresentano un’alternativa al dollaro.

Difficile immaginare, almeno nel medio termine, che il renminbi, peraltro non convertibile fuori dalla Cina, possa rappresentare un pericolo per il dollaro. Basti ricordare che la grande maggioranza delle materie prime importate dalla Russia erano e sono denominate in dollari e in euro. Oltretutto, se la Cina volesse davvero sostituirsi ai paesi europei quale importatore di materie energetiche, potrebbe farlo solo vendendo un bel po’ di Buoni del Tesoro americani, i titoli del debito pubblico statunitense in cui la Cina investe (“sterilizza”) le sue riserve in dollari, provocando in tal modo una notevole perdita del loro valore. Potrebbe stampare moneta, certo, ma col rischio di generare inflazione in un momento in cui il Partito comunista sta cercando di stabilizzare la crescita economica.

Insomma, gira e rigira, anche ipotizzando un ruolo per le criptovalute nel novero delle future riserve valutarie (oggi rappresentano il 15% delle riserve valutarie globali, ma sono poco o punto utilizzabili come mezzi di pagamento internazionali, con un valore assai aleatorio), è difficile immaginare un sistema valutario globale in cui il dollaro non sia più la moneta dominante. Semmai, è l’euro che, dopo essersi conquistato un certo spazio su scala mondiale, corre il rischio di perdere d’importanza. Il grosso delle riserve valutarie in euro risiede nell’area geopolitica rappresentata dalla Russia e dalla Cina. Il suo raggio d’azione, in assenza di una politica monetaria veramente unitaria (che presuppone la mutualizzazione del debito su scala europea) che la rafforzi in quanto moneta internazionale, può quindi venir ridotto di molto, a maggior ragione se dalla guerra in Ucraina si uscirà con un mondo bipolare.

In Europa, la Banca centrale europea deve far fronte a forti rischi recessivi indotti dal rincaro delle materie energetiche e dalle continue strozzature delle catene di rifornimento internazionali. Di conseguenza, non può perseguire una politica monetaria restrittiva, a maggior ragione se, oltre a contrastare la pandemia, è chiamata a finanziare i costi della guerra ai confini orientali. Il rischio di stagflazione in Europa è quindi molto elevato. Negli USA, invece, la Fed da mesi sta alzando i tassi d’interesse per contrastare un’inflazione che non accenna a diminuire. In questo contesto, e con un debito pubblico in aumento, gli Stati Uniti devono a tutti i costi garantirsi la copertura del debito vendendo Buoni del Tesoro al resto del mondo. Insomma, sta esplodendo la divergenza tra politiche monetarie, col rischio reale che l’euro venga schiacciato sotto il peso di un dollaro armato più che mai.

Una guerra monetaria quale “prolungamento della guerra con altri mezzi” è del tutto plausibile, di fatto è già in corso. Nel 1944, prima della fine della Seconda guerra mondiale, le economie alleate si trovarono a Bretton Woods, negli Stati Uniti [nell’immagine], per decidere del futuro assetto del sistema monetario internazionale. Keynes fu sconfitto da Harry White, il rappresentante americano, che riuscì a far passare l’idea di un sistema ruotante attorno al dollaro. Ma la proposta di Keynes di instaurare una moneta sovranazionale (il Bancor) capace di assicurare l’autodeterminazione economica delle economie nazionali, è di estrema attualità. Nessuna moneta nazionale dovrebbe mai fungere contemporaneamente da moneta internazionale. È questo il famoso “privilegio esorbitante” del dollaro denunciato da Valéry Giscard d’Estaing, ministro delle finanze negli anni ’60, poi presidente francese negli anni ’70.

Come ha scritto l’economista Sergio Rossi, “Non si tratta di sostituire il dollaro americano con la moneta cinese oppure con la moneta della Russia, ma di trovare un accordo per l’emissione di una moneta da parte di una istituzione monetaria internazionale – il cui nome potrebbe essere quello della Banca dei regolamenti internazionali con sede a Basilea”. Lottare per la pace significa anche lavorare per la costruzione di “un vero ordine monetario internazionale in quanto nessun paese potrà vivere al di sopra dei propri mezzi”.


Esodare per lottare

Globalizzazione, povertà laboriosa e monetarizzazione delle parole in un mondo terziarizzato 

“Il capitale ha dominato il lavoro per mezzo secolo. Ma la situazione sta cambiando. Datori di lavoro, prendete nota”. Si conclude con queste parole l’editoriale del Financial Times di mercoledì scorso dedicato alla Grande dimissione, The Great Resignation, il movimento di massa che dall’inizio della pandemia vede milioni di cittadini licenziarsi per riconquistare una qualità di vita, un equilibrio tra lavoro e vita, profondamente compromesso da decenni di deriva liberista. Nell’inserto de laRegione (Ticino7) di questa settimana si può leggere un’analisi molto accurata di questa “svolta esistenziale” a cura di Mariella Dal Farra: “È successo qualcosa d’imprevisto, o meglio, sta succedendo. Sì, certo, una pandemia, si dirà. Ma non è solo questo: si tratta delle implicazioni più o meno dirette che tale evento sta generando”. Vivere per lavorare o lavorare per vivere, è questo l’interrogativo che la crisi pandemica suscita nell’immaginario collettivo.

Non si tratta di un movimento esclusivamente americano, se è vero che secondo un recente sondaggio di Microsoft il 41 percento della forza-lavoro globale sta considerando di dare le dimissioni perché rifiuta il sovraccarico di lavoro, il lavoro sottopagato, il burnout digitale, la mancanza di rispetto e l’isolamento sociale. Basti ricordare che in Giappone, paese tra i più lavoristi al mondo, il governo ha proposto la settimana lavorativa di quattro giorni. In Cina, altro paese noto per i ritmi di lavoro massacranti, tra i giovani il movimento Tang Ping (sdraiati) si sta espandendo in modo sorprendente e politicamente allarmante per le autorità cinesi.

È certo che il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro venutosi a creare non appena le economie hanno ripreso a crescere (a singhiozzo) dopo mesi di stallo, le misure di contrasto alla pandemia – dal lavoro ridotto nei paesi europei ai sussidi diretti ai lavoratori licenziati negli Stati Uniti – la formazione di un risparmio forzato durante i mesi del confinamento, sono tutti fattori che hanno giocato a favore di quel distanziamento esistenziale e critico dal lavoro che caratterizza il tempo presente. Mentre si sta ritornando rapidamente ai livelli di occupazione pre-pandemici, ovunque i posti di lavoro vacanti sono in aumento, il mercato del lavoro è teso e sempre più spesso i datori di lavoro sono costretti ad aumentare i salari per attirare forza-lavoro. In questo “non più non ancora”, nel tempo sospeso tra la pandemia e quel che seguirà, c’è chi temporeggia prima di accettare un lavoro qualsiasi, chi si mette in proprio e chi manifesta apertamente la propria disaffezione al lavoro senza timore di essere licenziato.

Più che un ”grande sciopero silenzioso”, come l’ha definito Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, sulle colonne del New York Times, la Grande dimissione rappresenta una forma di lotta inedita in queste dimensioni, un Grande esodo, l’uscita da un mondo del lavoro che in questi anni ha distrutto la collettività sostituendola con la connettività, la rete di relazioni impersonali che produce ricchezza a mezzo di solitudine. Esodare per lottare, sottrarsi da contesti lavorativi in cui si può solo perdere perché soli, isolati, non rappresentati. Una forma di lotta che sembra pagante, come dimostra uno studio della Federal Reserve di Atlanta secondo cui, nella seconda metà del 2021, i lavoratori che si sono dimessi hanno conosciuto aumenti salariali superiori a quelli dei lavoratori che sono rimasti fedeli al loro datore di lavoro.

Laddove, come in Svizzera, il lavoro ridotto ha vincolato la forza-lavoro al posto di lavoro, la ripresa economica ha subito riportato il mercato del lavoro alla sua (quasi) piena occupazione. Lo era già prima dell’evento pandemico, benché fosse di fatto una piena occupazione precaria, con percentuali molto elevate di lavoro parziale, sottoccupazione, lavoro a tempo determinato, interinale, lavoro a chiamata, freelance. Un mondo del lavoro attraversato da forme di povertà laboriosa e sempre più precario. Le forme di dimissione, se ci sono, si intravedono parzialmente nell’andamento dei posti vacanti o nell’aumento discreto del lavoro indipendente. Ma occorre orientare meglio lo sguardo.

Remigio Ratti si è chiesto recentemente se “è proprio vero che i frontalieri costituiscono per il Ticino un bacino di manodopera illimitato. Si direbbe di no, o, almeno, siamo invitati a riflettere” (L’Osservatore, 22 gennaio 2022). Le province di Como e Varese si stanno sviluppando piuttosto a sud, per la tradizionale attrazione del motore milanese e per i grandi impulsi, diretti e indiretti, emergenti dagli importanti investimenti in corso. Ne risulta, secondo Ratti, la volontà di trattenere forza-lavoro qualificata al di là della frontiera. “Il tema dell’ineluttabilità della presenza di frontalieri viene ora accelerato dalla fine, analizzando gli ultimi cinque anni, del fenomeno degli immigrati, svizzeri o stranieri. Per la prima volta, risulta come siano più gli italiani partenti che non quelli in arrivo. E, soprattutto, le forze centrifughe ci sono anche da noi, con quasi un migliaio di giovani ticinesi che non rientrano dopo gli studi e chi trova lavoro oltralpe”. Se a queste tendenze si aggiungono i probabili effetti dell’entrata in vigore degli Accordi fiscali (2023?), con l’aumento della pressione fiscale per i frontalieri nei loro comuni di residenza che comporterà una riduzione dell’attrattività salariale del Ticino, è lecito chiedersi se anche da noi la Grande dimissione non si declinerà in modo dirompente.

A meno che in Ticino si esca finalmente da quel modello economico che ha visto molte, troppe imprese parassitare sulla disponibilità di lavoro vivo a buon mercato, migliorando le condizioni di lavoro, innovando i processi produttivi, investendo nella socialità come bene comune, insomma prendendosi cura della vita della comunità. Non è per niente scontato, le priorità politiche stanno altrove. In ogni caso, prendete nota.


Globalismo e sovranismo

Globalizzazione, povertà laboriosa e monetarizzazione delle parole in un mondo terziarizzato 

Lo scoppio della pandemia, con l’immediata chiusura della Cina e la ricerca affannosa di nuove fonti di approvvigionamento di materiale protettivo sanitario, aveva sin da subito portato molti commentatori a parlare di fine della globalizzazione. Il necrologio della globalizzazione, d’altra parte, sembrava la logica conseguenza del nazionalismo economico di Donald Trump, della Brexit e della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Le catene del valore transnazionali, basate sul modello just-in-time delle consegne in tempo reale e a zero scorte, hanno sicuramente messo in evidenza la vulnerabilità di un sistema produttivo e distributivo sbilanciato sulla Cina. Una vulnerabilità che in questi ultimi mesi si è materializzata con lo shock dei prezzi delle materie prime energetiche e l’intasamento dei porti di tutto il mondo.

Eppure, non c’è alcuna evidenza empirica che la pandemia abbia convinto la maggior parte delle aziende straniere ad abbandonare la Cina, men che meno gli agenti della finanza globale. In settembre, il deficit commerciale statunitense ha raggiunto il suo record storico ($288.5 miliardi), mentre il surplus commerciale cinese ha superato i livelli pre-pandemici. D’altra parte, gli investimenti diretti stranieri in Cina stanno aumentando, come pure i flussi di capitali sui mercati finanziari cinesi. Insomma, la metrica della globalizzazione smentisce la narrazione della deglobalizzazione1, se è vero che, secondo un sondaggio della HSBC, il 97% delle imprese afferma che intende continuare ad investire in Cina.

Certamente, la costruzione di nuove catene d’approvvigionamento richiede parecchio tempo e risorse. Per il momento è piuttosto la strategia “China Plus One” che sembra prevalere, con le imprese straniere che, continuando ad operare in Cina, investono in paesi come il Vietnam, la Tailandia e la Malesia per approvvigionarsi. Probabilmente, il sistema just-in-time verrà ridefinito sulla base di una migliore combinazione tra rischio e resilienza. Ma la globalizzazione della produzione è qui per restare, è troppo redditizia.

Anche se profondamente interdipendenti (commercio, finanza e tecnologia), i due poli del capitalismo globale sono bloccati in una competizione strategica intensa e di lunga durata. È la divergenza tra logica del capitale e logica dello Stato che deve preoccupare: un capitale transnazionale tutto teso a sfruttare le condizioni di profittabilità offerte da una Cina nazionalista ma alquanto aperta agli investimenti stranieri, e uno Stato (americano, ma non solo) protezionista e sovranista2. È bene ricordare che fu questa stessa divergenza a interrompere la prima globalizzazione capitalistica all’inizio del XX secolo. E la interruppe assai malamente.


  1. Negan Greene, “We should not believe the deglobalisation narrative”, in Financial Times, 16 novembre 2021
  2. Philip S. Golub, “Pechino scommette sulla finanza”, in Le Monde diplomatique, novembre 2021


Se lavorare non conviene più

Globalizzazione, povertà laboriosa e monetarizzazione delle parole in un mondo terziarizzato 

“Una nuova era di scarsità minaccia la prosperità globale”, così titolava qualche giorno fa l’Economist. Secondo il settimanale economico, l’evento pandemico ha segnato il passaggio da un decennio, quello che ha fatto seguito alla crisi finanziaria del 2008, di scarsità della domanda, ad un periodo, quello attuale, in cui è la scarsità dell’offerta a dominare la scena. Nel primo periodo, le politiche austeritarie, la riduzione dei debiti accumulati dalle economie domestiche, gli scarsi investimenti delle imprese e l’uso abbondante di lavoro a buon mercato, avevano contribuito a deprimere la domanda di beni e servizi, dando origine alla famosa “stagnazione secolare”. Oggi, invece, dopo i mesi di risparmio forzato causato dal lockdown e dai confinamenti, la domanda pubblica e privata è in aumento, un aumento tale che l’offerta non ce la fa a starle dietro: mancano i camionisti per distribuire le merci, i porti di tutto il mondo sono intasati dai container, i prezzi dell’energia e delle materie prime schizzano verso l’alto. Col risultato che l’accelerazione inflazionistica sta spaventando gli investitori, proprio in questa fase di ripresa post-pandemica, che potrebbe arrestarsi qualora le banche centrali dovessero porre termine alle loro politiche monetarie espansive.

L’esito di questo drastico passaggio all’economia della scarsità potrebbe essere, secondo un numero crescente di economisti, l’inizio di un periodo di stagflazione, quella combinazione di crescita lenta e inflazione già sperimentata nel corso degli anni Settanta. Anche allora la stagflazione era stata inaugurata dalla crisi energetica del 1973, con l’aumento del prezzo del petrolio che aveva innescato una spirale inflazionistica in cui prezzi e salari si rincorrevano senza tregua. La domanda che ci si pone oggi è, appunto, se l’inflazione sia destinata a durare nel tempo o se invece si tratti di un fenomeno passeggero che scomparirà non appena le catene del valore e della distribuzione si saranno rimesse a funzionare a pieno regime. Difficile rispondere in modo categorico, salvo osservare che, a differenza degli anni Settanta in cui il movimento sindacale era forte e il lavoro salariato più omogeneo e coeso, oggi il mondo del lavoro è assai più frammentato e precarizzato, con un potere contrattuale decisamente più debole. Il che significa che le probabilità che l’aumento dei prezzi causato dal disallineamento tra domanda e offerta si traduca in un ciclo di aumento inflazionistico dei salari sono minori.

In una situazione in cui i posti vacanti sono molti, i salari stagnano e i prezzi aumentano, i sussidi e le misure di sostegno del lavoro stanno terminando, ci si aspetterebbe un aumento dell’offerta del lavoro, un aumento cioè della disponibilità delle persone a lavorare. E invece veniamo a sapere che negli Stati Uniti quattro milioni di lavoratori (il 3% della forza lavoro) si sono licenziati “senza ragione” nell’ultimo anno. Si parla nientemeno che di rifiuto del lavoro causato da burnout o da condizioni salariali e occupazionali inaccettabili. Vien da chiedersi se nell’economia della scarsità la sopportazione e la pazienza siano anch’esse diventati dei beni scarsi.

Testo dell’intervento nella rubrica Plusvalore di Rete Due del 21 ottobre
Titoli della redazione


Il nostro caro Debito Globale

Globalizzazione, povertà laboriosa e monetarizzazione delle parole in un mondo terziarizzato 

Nei giorni scorsi sono stati resi noti i dati relativi all’indebitamento globale [mondiale, ndr], la somma dei debiti pubblici, di quelli privati (imprese e economie domestiche) e dei debiti del settore finanziario. Secondo l’Institute of International Finance (Washington), nel terzo trimestre del 2021 il debito globale ammontava a 296 mila miliardi di dollari, il che equivale al 353% del prodotto interno lordo globale. Cifre inquietanti, specie se si ricorda che dalla Grande crisi finanziaria del 2008, malgrado l’allarmismo sul debito eccessivo e le politiche austeritarie che ne seguirono, l’indebitamento globale è cresciuto di oltre un terzo. Visto l’andamento della crisi pandemica, è lecito prevedere ulteriori aumenti del debito globale, aumenti a fronte dei quali solo tassi di crescita economica fenomenali con tassi d’inflazione alle stelle potranno – forse – rallentarne l’evoluzione. Secondo alcuni, c’è il rischio di andare incontro a crisi d’insolvenza generalizzate. Altri evocano la remissione del debito, addirittura il Giubileo di antichissima memoria, per evitare esplosioni politiche o sociali.

Visti i discorsi ricorrenti sul debito, con la colpa associata all’indebitamento e la virtù rappresentata dal risparmio, è facile aspettarsi un’ondata di critiche al lassismo dei poteri pubblici, accompagnate da tesi allarmiste sul debito e sulla necessità di destare la “fiducia” dei creditori. A farne le spese sarà, manco a dirlo, lo stato sociale e tutte quelle voci di spesa che sono necessariamente aumentate a causa della crisi pandemica (ma non solo).

In realtà, da quarant’anni il debito pubblico riveste un ruolo fondamentale per creditori e investitori, al punto che è lecito sostenere che sono i mercati a dipendere fortemente dal debito pubblico. Chiediamoci: non è forse la finanza a stimolare l’esplosione del debito, assai più delle presunte spese pubbliche eccessive? Solo il fatto che paesi come la Francia, la Germania o la Svizzera riescano a indebitarsi a tassi negativi, ossia guadagnano prendendo soldi in prestito, e, cosa ancor più sorprendente, ci siano investitori che accettano di perdere soldi per prestarglieli, dovrebbe suscitare qualche interrogativo. 

Da quando, a metà anni Ottanta, gli Stati ricorrono direttamente ai mercati finanziari per coprire i propri debiti, l’indebitamento dei paesi ricchi è aumentato in modo impressionante. Gli sgravi fiscali ai più ricchi hanno fatto la loro parte, favorendo l’investimento del risparmio fiscale nel debito pubblico (generato dagli sgravi fiscali). L’aumento del volume dei Buoni del Tesoro, considerati particolarmente sicuri, ha permesso agli investitori di compensare investimenti molto più rischiosi, tant’è vero che la crescita dei mercati azionari e l’impennata del debito pubblico seguono la stessa traiettoria. Anche per le banche, che usano i titoli di Stato come collaterali per procurarsi liquidità da investire a breve (transazioni “repo”, repurchase agreement), il debito pubblico rappresenta il lubrificante indispensabile per realizzare profitti.

Insomma, l’aumento del debito globale va visto come un effetto della finanziarizzazione dell’economia. Il rischio è che gli Stati si sottomettano al volere degli investitori che, confrontati con la possibilità di un’esplosione del debito pubblico, impongono misure d’austerità sociale per non compromettere i propri profitti.

Sul tema segnaliamo l’articolo di Frédéric Lemaire “Cette dette dont les créanciers raffolent” apparso su “Le Monde diplomatique” e in italiano su “il manifesto”, settembre 2021

Testo dell’intervento nella rubrica Plusvalore di Rete Due


Just-in-time

Globalizzazione, povertà laboriosa e monetarizzazione delle parole in un mondo terziarizzato 

Il just-in-time, la filosofia industriale della produzione in tempo reale o “appena in tempo”, secondo cui occorre produrre solo ciò che è già stato venduto o che si prevede di vendere in tempi brevi, è stata una delle meraviglie della globalizzazione degli ultimi trent’anni.

Inventato dai giapponesi negli stabilimenti della Toyota subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale per far fronte ad una domanda interna e esterna contenuta (embargo americano), il just-in-time ha permesso di gestire con precisione quasi cronometrica materie prime e forza-lavoro per evitare di accumulare nei magazzini scorte invendute e quindi sprechi costosi (produzione snella). Per meglio respirare con il mercato, l’organizzazione della produzione secondo i principi del just-in-time ha flessibilizzato il lavoro, dando avvio a quella trasformazione del mondo del lavoro all’insegna della precarizzazione.

In Occidente, il just-in-time è stato adottato a partire dai primi anni Ottanta per superare il modello industriale fordista e le sue rigidità, ma anche per far fronte alla concorrenza dell’economie dei paesi emergenti sempre più protagonisti all’interno dell’economia mondiale. Il risultato è stata la creazione di un’economia globale fortemente interconnessi da catene del valore e della fornitura sincronizzate in tempo reale, un gioiello di razionalità industriale che avrebbe entusiasmato Max Weber.

Dei limiti del modello just-in-time si era parlato subito all’inizio della pandemia di fronte alla carenza di mascherine e di respiratori, un collo di bottiglia poi superato con la rilocalizzazione puntuale della produzione. Oggi si torna a parlarne a proposito della mancanza di semiconduttori e dei suoi effetti sulla produzione di automobili, di apparecchiature elettroniche e di altri beni digitalizzati. L’industria automobilistica, per evitare un aumento delle scorte, durante la pandemia aveva ridotto di molto le ordinazioni di semiconduttori, ma oggi che la domanda sta riprendendo velocemente grazie alle vaccinazioni e agli stimoli pubblici, l’industria dell’auto non riesce a far fronte all’aumento delle ordinazioni. Col risultato che la domanda di automobili si è spostata sull’usato, ciò che, curiosamente, ha provocato l’aumento dei prezzi in questo settore.

Insomma, un bell’esempio di disallineamento tra domanda e offerta causato da un modo di produrre che, per ridurre i costi ai minimi termini, ha privilegiato l’immediato a scapito del futuro (il just-in-time invece del just-in-case). Ma anche il riflesso di una crisi di tipo geopolitico, se è vero che l’origine dell’intoppo dei semiconduttori va ricercato a Taiwan e
in Corea del Sud, produttori del 90% dei semiconduttori brevettati dagli Stati Uniti: le restrizioni del governo statunitense di esportare tecnologia verso la Cina, iniziate da Trump e destinate ad acuirsi con Biden, ha indotto i cinesi ad accumulare scorte a più non posso in vista di ulteriori restrizioni, lasciando a mani vuote il resto del mondo.

La pandemia ha costretto a ridefinire geopoliticamente le catene del valore e delle forniture. Trovare il punto di equilibrio tra interessi economici nazionali e natura internazionale della produzione non sarà affatto semplice.

Testo dell’intervento nella rubrica Plusvalore di Rete Due


La guerra delle tasse

Globalizzazione, povertà laboriosa e monetarizzazione delle parole in un mondo terziarizzato 

Siamo ancora al prologo, ma la guerra delle tasse sembra davvero iniziata. Negli Stati Uniti, l’amministrazione Biden intende aumentare la pressione fiscale sulle società e sui più ricchi per finanziare il piano delle infrastrutture e quello a sostegno delle famiglie americane più povere. La strategia fiscale di Biden, diametralmente opposta a quella del suo predecessore Donald Trump (che aveva abbassato le imposte societarie dal 35 al 21%, mentre Biden intende aumentare l’aliquota al 28%), prevede anche un accordo internazionale per stabilire un’aliquota minima del 21% per le grandi multinazionali che dovrebbe disincentivare le società americane dal cercare ospitalità in altri lidi – come la Svizzera – per sfuggire al fisco statunitense. In Italia, il leader del PD Gianni Letta ha lanciato la proposta di una tassa sull’eredità dei più ricchi (oltre 5 milioni di euro) per finanziare un assegno di 10 mila euro da dare ai diciottenni quale forma di risarcimento per le difficoltà subite durante la pandemia. Una proposta che il primo ministro Mario Draghi non ha esitato un secondo a rimandare al mittente: “L’economia è ancora in recessione – ha detto il premier – non è il momento di prendere i soldi, ma di darli”. Sono segnali politici contrastanti a fronte di un medesimo problema: come finanziare lo Stato sociale per promuovere in un modo o nell’altro la riduzione delle disuguaglianze. Visto l’aumento generale dei debiti pubblici, visto il rischio di inflazione ventilato dai mercati, è necessario ripensare il sistema fiscale per sostenere una ripresa economica robusta e soprattutto duratura.

Bene ha fatto Samuele Vorpe, responsabile del Centro di competenze tributarie della Supsi, ad intervenire su quelle che potrebbero essere le conseguenze per la Svizzera di questo cambiamento di paradigma fiscale, almeno per quanto riguarda l’introduzione dell’aliquota minima mondiale del 21% per le grandi multinazionali (Verso una nuova realtà fiscale, “la Regione”, 8 maggio 2021). Premesso che una simile riforma fiscale su scala mondiale può solo essere attuata da un organismo sovranazionale come l’OCSE, per un paese come la Svizzera in cui il tasso medio intercantonale delle imposte societarie è pari al 15% (con una tendenza al ribasso nei prossimi anni) rispetto a una media del 24% per i paesi OCSE, è chiaro che l’implementazione di un’aliquota superiore a quella svizzera avrà come effetto quello di costringere il nostro Paese a decidere se accettare la nuova situazione o rischiare di restare “isolati”, subendo le conseguenti ritorsioni economiche. In uno scenario isolazionista, l’esodo di non poche multinazionali (o il non arrivo di nuove) sarebbe altamente probabile. In tal caso, secondo il Consigliere federale Ueli Maurer, le mancate entrate per Confederazione e Cantoni potrebbero ammontare fino a 5 miliardi di franchi. Visto il precedente del segreto bancario, “letteralmente frantumato attraverso l’implementazione a livello globale dello scambio automatico di informazioni”, sarebbe bene affrontare in modo nuovo questo cambio di passo fiscale internazionale.

Comunque vada, una cosa è evidente: non è, non sarà più possibile ricorrere alla mera strategia della concorrenza fiscale, né a livello internazionale né tantomeno a quello intercantonale. Invece di attirare le imprese con privilegi fiscali, sarà assai più pagante investire nelle infrastrutture e nella formazione della forza-lavoro.

Testo dell’intervento nella rubrica Plusvalore di Rete Due