L’ONU non minaccia affatto la neutralità svizzera

È una fandonia affermare che la partecipazione al Consiglio di sicurezza compromette la neutralità e i buoni uffici della Svizzera 

«L’obiettivo dell’ONU non è realizzare il paradiso in terra, ma evitare l’inferno”. È l’insegnamento formulato oltre sessant’anni fa dal leggendario segretario generale dell’ONU Dag Hammarskjöld. Ed è più attuale che mai con le 3 ipoteche che sconvolgono il pianeta, la guerra in Ucraina, la pandemia e i cambiamenti climatici con le conseguenti carestie e fame nel mondo.

Gli aiuti umanitari, la cooperazione internazionale e la difesa dei diritti umani diventano ancor più urgenti e indispensabili. Sono i valori fondamentali della tanto cara e decantata tradizione umanitaria della Svizzera. Adesso ha una grande opportunità di scendere in campo e schierarsi in prima fila. È la partecipazione per i prossimi due anni ai lavori del Consiglio di sicurezza. È l’organismo più importante delle nazioni unite di cui fa parte una ristretta cerchia di 15 paesi sui 193 membri dell’ONU.

La Svizzera si ritrova sulla ribalta della politica internazionale a tu per tu con le grandi potenze. Ha voce in capitolo, può sostenere i propri orientamenti politici, i propri valori, può intercedere e far opera di mediazione. Il rovescio della medaglia è l’impasse del Consiglio di sicurezza di fronte al diritto di veto delle 5 potenze con un seggio permanente, Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia.

Un esempio ci viene proprio dalla guerra in Ucraina. Il Consiglio di sicurezza è impotente, è bloccato dal veto della Russia. D’altro canto però la stessa Russia non ha potuto opporsi ai buoni uffici dell’ONU che ha organizzato e sorvegliato, assieme alla Croce Rossa Internazionale, l’evacuazione dei civili dall’acciaieria di Mariupol, un intervento voluto sostenuto dal Consiglio di sicurezza appunto. È proprio in casi come questi che entrano in gioco i piccoli paesi, senza ambizioni egemoniche, neutrali e non, come la Svezia, la Finlandia, la Norvegia, l’Austria o l’Irlanda che hanno già partecipato in passato al Consiglio di sicurezza. Hanno dato impulsi decisivi a diversi negoziati di pace e a operazioni sul fronte come la creazione di corridoi umanitari in Siria.

Sono esempi irrefutabili, dimostrano senza ombra di dubbio che è una fandonia affermare che la neutralità e i buoni uffici della Svizzera sono minacciati dal mandato di due anni nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Certo ci si deve esporre, prendere posizione, accantonare i calcoli opportunistici, avere il coraggio di battersi senza riserve per i valori del diritto internazionale e dei diritti umani, avere il coraggio di assumersi anche dei rischi, di incappare in passi falsi, importante è poi correggerli. In definitiva si tratta, parafrasando Dag Hammarskjöld, di evitare l’inferno globale: il paradiso in terra non esiste.

Nell’immagine: una seduta dell’UNSC (UN Photo/Eskinder Debebe)


Neutralità in poltrona e neutralità sul fronte

È una fandonia affermare che la partecipazione al Consiglio di sicurezza compromette la neutralità e i buoni uffici della Svizzera 

La «neutralità cooperativa»: è l’ultima etichetta estratta da Ignazio Cassis dal cilindro del WEF di Davos. La storia della neutralità svizzera è punteggiata da ingegnosi aggettivi come integrale, differenziale, courant normal o ancora neutralità attiva, diciture usate di volta in volta per modellare la neutralità alle esigenze del momento. Con la nuova definizione il presidente della Confederazione rompe un silenzio istituzionale diventato imbarazzante alla luce delle titubanze e degli equilibrismi retorici sulla guerra in Ucraina.

Il giorno dopo l’invasione, Ignazio Cassis ha accuratamente evitato di pronunciare la parola guerra, preferendo l’espressione più neutrale di intervento militare. Ben diversa la reazione di un altro paese neutrale come, la Finlandia : la giovane prima ministra Sanna Marin, 36 anni, non ha esitato, ha immediatamente parlato di guerra, e il presidente Sauli Niinistö ha detto chiaro e tondo che “la maschera russa è caduta, mettendo allo scoperto un viso brutale”.

La Finlandia ha immediatamente denunciato i massacri di Bucha per quello che sono, dei crimini di guerra, mentre il ministero degli esteri diretto da Cassis usava circonlocuzioni arzigogolate : i massacri erano definiti “avvenimenti che fanno temere gravi violazioni del diritto umanitario internazionale”. Ignazio Cassis ha sottolineato che la neutralità non significa indifferenza, che gli orrori della guerra vanno denunciati. La prima ministra finlandese non si ferma ai proclami, li concretizza ed invia armi all’Ucraina perché non si può rimanere neutrali di fronte ad un aggressore senza scrupoli, se non si aiuta l’Ucraina a difendersi si fa il gioco di Putin.

Anche la Finlandia era orgogliosa della sua neutralità, ma adesso è convinta che non la mette al riparo da un’aggressione russa, che è più sicuro aderire alla Nato. La differenza di fondo è che la neutralità svizzera è interpretata in poltrona, la neutralità finlandese è invece vissuta sul fronte, sul fronte dei suoi 1300 chilometri di confine con la Russia. Le analogie con l’Ucraina sono d’altronde impressionanti. Durante la seconda guerra mondiale anche la Finlandia è stata aggredita dall’Unione sovietica, anche la Finlandia si è strenuamente difesa infliggendo enormi perdite all’armata rossa durante la memorabile guerra d’inverno, la Finlandia ha così preservato la sua indipendenza, ma alla fine ha dovuto cedere gran parte della Carelia, per certi versi una Donbas finlandese.

È questa la tela di fondo della decisione di rinunciare alla neutralità e di aderire alla Nato. Una via impensabile e in Svizzera. Ma anche da noi si sono levate voci influenti per una nuova definizione della neutralità. È in questo contesto che Ignazio Cassis lancia il nuovo concetto di “neutralità cooperativa” che potrebbe preludere una maggiore collaborazione con la Nato e/o con la Pesco, la nuova struttura europea per una difesa integrata.


Miliardi sprecati per l’esercito

È una fandonia affermare che la partecipazione al Consiglio di sicurezza compromette la neutralità e i buoni uffici della Svizzera 

Segnaliamo che sul tema la Gioventù Socialista ha lanciato la petizione Un assegno in bianco di 2 miliardi per l’esercito? No grazie!

È a dir poco sconcertante, sbalorditivo. La guerra nell’Ucraina serve da pretesto per uno spettacolare aumento delle spese militari. Lo scorso 28 febbraio, appena il quarto giorno dell’invasione russa, lo sgomento è universale, ma a palazzo federale vi è già chi ne approfitta e lancia in fretta e furia una mozione per riempire di miliardi le casse dell’esercito. Un ‘operazione lampo. In poco più di 2 mesi passa in commissione e poi nel plenum del Consiglio nazionale. La maggioranza UDC, PLR e dell’Alleanza di centro impone un aumento progressivo del 40% delle spese militari. Ufficialmente si passa grosso modo da 5 a 7 miliardi all’anno, alla fine sarà ancor di più, addirittura 8,7 miliardi secondo i calcoli della NZZ, l’autorevole quotidiano della destra liberale. L’insospettabile Neue Zürcher Zeitung spara alzo zero, è un’irritante cambiale in bianco – scrive – che “non favorisce la sicurezza bensì gli sprechi”.

In effetti la storia degli acquisti dell’esercito è punteggiata da scandali, ritardi e superamenti dei costi. Le ultime disfunzioni riguardano oltre ai sistemi informatici, l’acquisizione dei mortai Cobra per 400 milioni, dei mezzi di trasporto Duro per 550 milioni o ancora dei droni Hermes 900 per 250 milioni. Il rischio di un altro marasma è reale, anche perché le precipitose elargizioni miliardarie all’esercito vengono fatte al buio, senza definire né priorità né strategie. Il dipartimento federale della difesa non è in grado di indicare progetti concreti per il futuro, si limita ad anticipare qualche programma già dato per scontato per l’artiglieria o i mezzi di trasporto. Sono interventi orientati sul passato, su una difesa convenzionale che ha poco o nulla a che fare con le minacce del 21esimo secolo, come gli attacchi cibernetici o i missili a lunga gittata.

Senza contare che lo stesso dipartimento della difesa osserva che la guerra in Ucraina non ha aumentato le minacce per la Svizzera. Nel bel mezzo dell’Europa approfittiamo dell’ombrello protettivo della Nato e dei paesi dell’Unione europea, anche se non ne facciamo parte. La conclusione è che l’enorme aumento del budget dell’esercito non è necessario, tanto più che si assiste ad un’inversione di tendenza. Dopo la serie di risparmi culminati nel 2006, le spese militari sono costantemente aumentate, complessivamente del 27%. Basta ed avanza se si pensa che negli scorsi anni il dipartimento della difesa non è neppure riuscito a sfruttare tutti i mezzi finanziari a sua disposizione perché i progetti d’armamento non erano maturi.

In conclusione, i 2 miliardi all’anno in più, scaraventati nei cannoni dell’esercito, sono assurdi, grotteschi. Sarebbe molto più sensato investirli nella futura ricostruzione dell’Ucraina, sarebbe perlomeno coerente con la tanto proclamata tradizione umanitaria svizzera.

Nell’immagine: fotografato il buco nero al centro della Svizzera. Si chiama esercito, e ingoia miliardi


La neutralità, una missione impossibile

È una fandonia affermare che la partecipazione al Consiglio di sicurezza compromette la neutralità e i buoni uffici della Svizzera 

La neutralità è come un ombrello. Lo si lascia a casa quando è bel tempo e viviamo in pace, lo tiriamo fuori quando si addensano nubi minacciose come la guerra in Ucraina. La neutralità è un bel principio, ma diventa alla prova dei fatti un rompicapo se viene celebrata come un culto indiscutibile, assoluto. Il famoso sonderfall, il caso speciale svizzero, diventa allora una “mission impossible”. Non si può essere neutrali fra un feroce aggressore, e un tenace aggredito. Sarebbe indegno trattare allo stesso modo Putin e gli ucraini. Da una parte un presidente russo che viola sistematicamente i diritti umani e brandisce la minaccia delle armi atomiche. Dall’altra una popolazione che sopravvive nei bunker, viene massacrata, violentata, ospedali scuole e corridoi umanitari bombardati, bambini bersagliati deliberatamente. Vi è la responsabilità, vi è il dovere, di sostenere gli ucraini nel loro diritto alla vita e alla libertà. E ci si assume una responsabilità anche se non si fa nulla.

Le contraddizioni fra i bei principi e la dura realtà è una costante nella storia della neutralità svizzera. All’indomani della seconda guerra mondiale il consigliere federale Max Petitpierre cantava le lodi della neutralità, ma soltanto in pubblico, nei documenti confidenziali la definiva una finzione, alla luce ovviamente delle connivenze e dei cedimenti, anche se forzati, con il regime nazifascista. La neutralità non è fissata una volta per tutte, è come un elastico che si allunga e si accorcia fra molti silenzi, ambiguità ed ipocrisie. Il dilemma si ripropone con la guerra scatenata dalla Russia. La Svizzera dice SI alle sanzioni, ma dice NO alla fornitura seppur indiretta di munizioni. Non autorizza la Germania a disporre delle munizioni svizzere acquistate tanti anni fa per i carri armati Gepard destinati adesso all’Ucraina. Di fatto si mette sotto tutela il governo tedesco in nome della neutralità.

Il veto di Berna equivale ad una mancata assistenza ad un popolo in pericolo, dichiara il presidente dell’alleanza di centro. Secondo Gerhard Pfister la neutralità può essere interpretata in modo tale da autorizzare anche  la fornitura perlomeno indiretta di munizioni.

Pfister ha innescato un dibattito fra esperti, storici e politici su una nuova definizione della neutralità. La discussione  coinvolge anche il parlamento e il consiglio federale. È auspicabile che venga scrostato il mito di una virtù elvetica assoluta ed immutabile. Sarebbe opportuno riconoscere onestamente i dilemmi della neutralità quand’è confrontata con la terribile realtà di una guerra d’aggressione. Ciò non significa rinunciarvi, ma renderla più umile, meno ipocrita, meno ambigua. Una neutralità più sincera, più degna.

Nell’immagine: Patricia Waller, Willhelm Tell


La guerra in Ucraina infiamma il dibattito sulla neutralità

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L’atroce guerra in Ucraina riaccende le discussioni sulla neutralità. Caso più unico che raro, ben 3 ex consiglieri federali sono ricomparsi contemporaneamente sulla scena politica. Kaspar Villiger scrive sulla NZZ che in Ucraina si scontrano la democrazia e il dispotismo, lo stato di diritto e l’arbitrio, la libertà e la coercizione, noi ci schieriamo per la democrazia, in questo caso non possiamo essere neutrali. Christoph Blocher è di tutt’altro parere, per lui la neutralità è una saga intangibile, dev’essere “perpetua, armata e integrale”. In due confronti diretti con Micheline Calmy-Rey, organizzati da Tamedia, Blocher inveisce contro le sanzioni decise dal Consiglio federale.

“Partecipiamo ad una guerra economica contro la Russia – dice – non siamo più neutrali”. Come no – replica Micheline Calmy-Rey – la neutralità non è un paravento per rimanere passivi di fronte alle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani che sono l’essenza dei valori della Svizzera. Chi sta a guardare senza intervenire si schiera di fatto dalla parte dell’oppressore e non è neutrale almeno indirettamente, poi Calmy-Rey si rivolge personalmente a Blocher: “tu Christoph ti schieri dalla parte di Putin”. Il fatto è che la neutralità che ci vincola ai trattati internazionali si limita alle implicazioni militari, la cosiddetta neutralità politica è invece molto più flessibile, viene interpretata di volta in volta.

Il ventaglio va dalle attuali severe sanzioni contro la Russia fino al rifiuto di aderire alle sanzioni internazionali contro l’apartheid in Sudafrica che ha contribuito a fare della Svizzera il più grande trafficante d’oro al mondo, anche di oro insanguinato. Christoph Blocher vuole di fatto tornare a queste pratiche, vuole impedire le sanzioni e preannuncia un’iniziativa per una neutralità perpetua e praticamente assoluta.

Di fatto sconfessa il generale Henri Guisan, l’icona della libertà e dell’indipendenza della Svizzera durante la seconda guerra mondiale. Affermava già allora che “la neutralità è uno strumento della politica estera che cambia nel corso degli anni e deve adattarsi ai tempi”. Basti pensare alla recente quanto sorprendente proposta del presidente del PLR Thierry Burkart di intensificare la collaborazione con un’alleanza militare come la Nato. Insomma il concetto di neutralità non rimane fermo ai tempi delle alabarde, si adegua all’era dei droni e dei missili intercontinentali. Non cambia invece il principio morale formulato dallo scrittore e superstite dell’olocausto Elie Wiesel: “Prendi posizione. La neutralità favorisce sempre l’oppressore, non la vittima. Il silenzio incoraggia sempre il torturatore, non il torturato.”


Quei giubbotti anti-proiettile negati ai bambini ucraini

È una fandonia affermare che la partecipazione al Consiglio di sicurezza compromette la neutralità e i buoni uffici della Svizzera 

Le autorità svizzere sono severe con i deboli, esasperante la pignoleria per la fornitura di giubbotti antiproiettile all’Ucraina. Molto indulgenti per contro nell’attuazione delle sanzioni contro politici ed oligarchi miliardari complici della dittatura di Putin che bombarda deliberatamente la popolazione civile. La Svizzera si è dapprima rifiutata di fornire giubbotti antiproiettile per proteggere bambini, soccorritori, medici e pompieri ucraini. Motivo: i giubbotti sono considerati materiale militare che la neutrale Svizzera non può esportare. Ma come, da quando in qua sono “militarmente” pericolosi, non esplodono, non uccidono, servono solo a proteggere vite umane, che senso ha un tale embargo persino per i bambini?

È semplicemente meschino, se n’accorge anche la Seco, la segreteria di stato per l’economia. Si ravvede rifugiandosi però in un indigesto linguaggio tecnico-burocratico. Suona così: i giubbotti del terzo livello, più rigidi e con un maggiore grado di protezione, sono militari, sono dunque vietati all’esportazione, si possono invece autorizzare i giubbotti del livello 3a, più morbidi, meno protettivi, a doppio uso sia militare che civile. Per salvare la faccia, la Seco sprofonda nel cinismo, fa una concessione, ma soltanto per i giubbotti antiproiettile fra virgolette meno “militari”, quelli che proteggono di meno. I bambini, le mamme, i soccorritori e i civili in fuga dalla guerra devono accontentarsi di una protezione made in Switzerland neutralmente limitata, di seconda categoria insomma. È vergognoso, ipocrita.

Le autorità federali e cantonali diventano per contro sbrigative e noncuranti quando si tratta di bloccare i patrimoni miliardari degli oligarchi e dei fedeli di Putin finiti sulla lista delle sanzioni internazionali. Finora sono stati congelati in Svizzera poco meno di 6 miliardi di franchi, poca cosa rispetto ai 150 fino a 200 miliardi di beni russi custoditi nel nostro paese. Gli importi bloccati “sono ridicoli” secondo Mark Pieth, il grande esperto di corruzione e riciclaggio. Il fatto è che la Svizzera rimane passiva, non cerca attivamente i beni degli oligarchi russi come fa la task-force creata da Stati Uniti, EU, Gran Bretagna, Canada ed Australia. Il lassismo elvetico è confermato dal direttore delle finanze del canton Zugo, Heinz Tännler, secondo cui “non spetta a noi fare i poliziotti”. In realtà occorrerebbe eccome una polizia finanziaria per scovare i patrimoni degli oligarchi russi nascosti dietro complicati costrutti di consorzi e società bucalettere. Tanto più che la Svizzera è una piattaforma finanziaria e del commercio di materie prime estremamente importante per la Russia. Secondo il noto economista russo Vladislav Inosemzev parecchi oligarchi sono i finanzieri di Putin. Sovvenzionano anche dalla Svizzera l’orribile guerra in Ucraina e sponsorizzano un regime sempre più dittatoriale e di stampo mafioso. Tanto che Catherine Belton, ex corrispondente a Mosca del Financial Times, cita un ex ufficiale dei servizi segreti russi che paragona la Svizzera a un ristorante di lusso dove i boss mafiosi si ritrovano a cena per discutere i loro loschi affari. Un campanello d’allarme per la reputazione e l’onore della Svizzera.


La cinica faccia tosta dei tifosi rossocrociati di Putin

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Ventimila a Berna, quarantamila a Zurigo, migliaia di altri dimostranti in parecchie altre città svizzere: protestano contro Putin e la sua orribile guerra d’aggressione contro l’Ucraina. Ma ci sono anche i sostenitori di Putin. Sono meno numerosi, ma sono influenti, applaudono l’aguzzino della popolazione civile, ma non dalla curva dei tifosi, bensì dalla tribuna VIP dell’UDC, il più grande partito svizzero. Fra di loro la consigliera nazionale Yvette Estermann: è tutta colpa delle democrazie occidentali, dice. Vi è persino il presidente della commissione parlamentare degli esteri, Franz Grüter, che pende letteralmente dalle labbra di Putin affermando che l’Ucraina non dovrà mai aderire alla Nato. Non poteva poi mancare Roger Köppel, consigliere nazionale UDC, editore, direttore e redattore capo UDC della Weltwoche.

Il suo settimanale è uscito proprio il primo giorno dell’invasione dell’Ucraina con un omaggio in prima pagina a Putin, designato come “l’incompreso”. La colpa, scrive Köppel, è dell’occidente, che ha umiliato la Russia quando è crollata l’Unione sovietica. Adesso l’autocrate si vendica.

Una scempiaggine, secondo Vladimir Sorokin, uno dei maggiori scrittori contemporanei russi. Adesso – scrive – è caduta la maschera, l’autocrate illuminato, come veniva definito dai suoi simpatizzanti, è diventato con il tempo un mostro inebriato dal potere assoluto, dai risentimenti per la fine dell’Unione sovietica e dall’odio per le democrazie occidentali. La difesa di Köppel è delirante: Putin è odiato, afferma, perché rappresenta la mascolinità, un termine che vuole essere meno becero di machismo. Ma è zuppa e pan bagnato.

È il fascino per l’uomo forte, osserva Sorokin, e ciò nonostante la corruzione imperante in Russia dove le elezioni sono falsificate, dove i media e i tribunali sono soggiogati, dove l’opposizione viene liquidata. Ma il deputato e giornalista UDC resta impassibile. Oltre alla mascolinità esalta i valori putiniani come la tradizione, il patriottismo, la religione, il militare, la guerra (sì, la guerra), il potere, gli interessi nazionali. La celebrazione di questi valori smaschera, secondo Köppel, la decadenza dell’occidente. Non ci resta che immaginare la smorfia dell’intrepido scrittore russo. Sottolinea che se la Russia si stava rialzando, come sostenevano taluni, adesso si ritrova sulle quattro zampe, schiavizzata dalla corruzione, dell’autoritarismo, dai soprusi e dalla miseria.

La conclusione di Vladimir Sorokin è che il putinismo è condannato, perché è il nemico della libertà e della democrazia. Putin è l’oscurantismo, è il passato.


La svolta di Berna contro Putin e la ‘nuova’ neutralità svizzera

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“Fare il gioco di un aggressore non è neutrale”. La dichiarazione di Ignazio Cassis segna la spettacolare virata del presidente della Confederazione e del Consiglio federale che si allineano senza alcuna eccezione alle sanzioni dell’Unione europea contro la Russia e contro Vladimir Putin che ha scatenato la guerra d’aggressione nell’Ucraina. Appena quattro giorni prima il dipartimento degli esteri diretto dallo stesso Cassis aveva giustificato, sempre in nome della neutralità, un dispositivo che si limitava ad evitare che la Svizzera diventasse una piattaforma per aggirare le sanzioni internazionali.

Cosa è successo nei quattro giorni che hanno preceduto la brusca sterzata del Consiglio federale? Un’imponente manifestazione a Berna dove ventimila persone hanno espresso la loro indignazione contro la guerra e un dittatore che mente spudoratamente farneticando un genocidio e una denazificazione dell’Ucraina, un paese talmente “nazista” d’aver eletto un presidente ebreo. Un paese che difende i nostri valori di libertà e democrazia opponendo una strenua resistenza all’aggressore guerrafondaio. In questo contesto una neutralità rigida, perentoria, incondizionata diventa un paravento, una vergogna come hanno scandito molti manifestanti. Alla pressione della società civile nelle piazze e nelle numerose lettere al Consiglio federale si sono aggiunti una commissione parlamentare e tutti i partiti che hanno chiesto, ad eccezione dell’UDC, di applicare integralmente le sanzioni dell’UE.

Le reticenze iniziali del Consiglio federale sono state aspramente criticate anche all’estero, dalla stampa e da rappresentati dell’UE e degli Stati Uniti. La posta in gioco era insomma la reputazione e l’isolamento della Svizzera. Sono così cadute le reticenze in Consiglio federale attribuite da diverse indiscrezioni proprio ai due dipartimenti titolari del dossier delle sanzioni. Vale a dire il ministero degli esteri di Ignazio Cassis e quello dell’economia di Guy Parmelin. Alla fine, ed è ciò che conta, anche la Svizzera blocca i conti di circa 400 personalità russe fra cui il presidente Putin, ministri, deputati ed oligarchi. Tutto bene quel che finisce bene anche se resta l’amaro in bocca per un Consiglio federale al traino, impastoiato da tensioni interne, cui manca l’intraprendenza e la risolutezza proprio nei momenti storici dell’umanità.


In Svizzera il segreto bancario è più importante della libertà di stampa

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Suisse secrets riapre il dossier degli scandali bancari. La bufera che investe il Credit Suisse ha di nuovo scoperchiato preoccupanti magagne, dalle negligenze nel riciclaggio di denaro sporco fino alla museruola imposta ai giornalisti d’inchiesta. Uno scandalo nello scandalo. Rivela un atteggiamento ambiguo dopo la forzata rinuncia al segreto bancario. Sul palcoscenico internazionale la Svizzera si atteggia ad allievo modello, ma quando cala il sipario non se ne fa una ragione, riaffiorano i risentimenti o semplicemente il nostalgico latinismo di “pecunia non olet”, il denaro non puzza. Certo, la Svizzera ha fatto dei progressi e non tutte le banche sono scriteriate, l’UBS si è ravveduta è più accorta. Catastrofico invece il bilancio del Credit Suisse, da anni passa da uno scandalo all’altro, almeno una decina, collezionando multe per oltre 10 miliardi di dollari. Un consorzio di giornalisti d’investigazione di testate prestigiose come il Guardian, il New York Times, Le Monde o la Süddeutsche Zeitung hanno analizzato per un anno una colossale fuga di dati.

Conclusione: il Credit Suisse ha accolto i capitali più che sospetti di dittatori corrotti, criminali di guerra, mafiosi, trafficanti di droga e di esseri umani. Il Credit Suisse si difende dichiarando che il 90% di questi conti sono chiusi, archiviati. Ne rimane dunque un 10%, vale a dire 1800 conti eventualmente sospetti, ma non vi sono prove, non si sa. La sentenza di Monika Roth, giudice e professoressa specializzata nella criminalità economica, è senza appello: “fa rizzare i capelli, è ingiustificabile, è un fallimento totale”. Gli scandali del Credit Suisse sono fra i più impressionanti, ma non sono gli unici. Basti ricordare le calamità della Julius Bär, della filiale ginevrina della HSBC o dell’ex banca della Svizzera italiana. Fra le cause vi sono anche disfunzioni del dispositivo legislativo e qui bisogna fare una distinzione.

Le cose funzionano egregiamente nella lotta all’evasione fiscale, dopo l’entrata in vigore dello scambio automatico delle informazioni bancarie. Vi sono per contro carenze nella lotta al riciclaggio di denaro sporco. Lacunosi i controlli, anche perché la FINMA non ha le competenze per sanzionare adeguatamente gli abusi. La maggioranza borghese in parlamento si rifiuta poi di estendere la legge contro il riciclaggio anche ad avvocati, notai e fiduciarie, sconfessando persino un esponente di primo piano dell’UDC come il ministro delle finanze Ueli Maurer. Le resistenze diventano poi assurde e insensate quando si vieta ai giornalisti d’inchiesta di utilizzare dati trafugati da whistleblower, da insider delle banche insomma. Pena, fino a tre anni di carcere. E così i giornalisti di Tamedia non hanno partecipato all’inchiesta di Suisse secrets, come avevano fatto in passato per operazioni analoghe. Hanno però pubblicato numerosi ed estesi articoli basandosi sulle informazioni dei colleghi di 46 testate in tutto il mondo.

E questo è legale persino nell’oppressiva Svizzera, perché i giornalisti internazionali di Suisse secrets non sono insider, non sono whistelblower, sono dunque fonti autorizzate anche dai censori della nostra libertà di stampa. È contorto, persino ridicolo, comunque astruso. Bisogna arrampicarsi sui vetri per conciliare l’orgogliosa ambizione di difensori delle libertà fondamentali per poi zittire i media, violando in modo così pacchiano le libertà di stampa e d’espressione. I commenti all’estero sono sferzanti, forse sbrigativi, ma meritati: “in Svizzera il segreto bancario è più importante della libertà di stampa”.

Immagine dal sito di Organized Crime and Corruption Reporting Project


La sconfitta del neoliberismo alle urne

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I risultati delle votazioni popolari vengono analizzati a caldo secondo i soliti schemi, destra – sinistra, vittoria o sconfitta del Consiglio federale, fossato città – campagna, röstigraben fra svizzero tedeschi e romandi. Questa volta dalle urne esce una tendenza più profonda e significativa. Gli elettori diffidano sempre più di un sistema economico in cui i ricchi diventano sempre più ricchi anche in barba alla pandemia. Il secco NO all’abolizione della tassa di bollo è un veto agli sconti fiscali per le grandi aziende. Sconti che assottigliano le finanze federali già prosciugate dalle misure per combattere la pandemia, fra cui anche gli aiuti ad imprese che poi hanno spudoratamente distribuito boni e dividendi. È un voto di sfiducia insomma al neoliberismo globalizzato che predica il meno stato per poi aggrapparvisi quando entrano in crisi. Questa volta l’argomento, quasi sempre imparabile, dei posti di lavoro è caduto nel vuoto.

Lo stesso è avvenuto con il chiaro e netto SI popolare all’iniziativa sul divieto della pubblicità del tabacco. Una cocente sconfitta della potente lobby delle grandi multinazionali del tabacco, coadiuvate e sostenute dai partiti borghesi. In passato avevano rintuzzato iniziative analoghe, adesso incassano una cocente sconfitta in votazione popolare. Diversi i motivi contingenti di questo capovolgimento. Sullo sfondo si intravede però la crescente avversione per i metodi senza scrupoli di multinazionali e grandi aziende che procurano enormi profitti ad una piccola minoranza, senza troppo curarsi dell’ambiente, della salute e del benessere della stragrande maggioranza della popolazione.

Questa chiave di lettura diventa più incerta per la legge sugli aiuti ai media, bocciata anche per le sue pecche e contraddizioni. Molto dipende dai motivi del NO popolare, se prevale come appare l’insofferenza nei confronti dei grandi editori privati piuttosto che i timori sull’indipendenza dei media dallo stato. Dobbiamo attendere le ben più approfondite analisi dei politologi. In qualsiasi caso rimangono i due cartellini gialli ai grandi boss dell’economia, il NO alla tassa di bollo e il Si al divieto della pubblicità per il tabacco. Sono le avvisaglie di scossoni politici che si manifestano dopo gravi crisi, come la pandemia da corona virus o la crisi finanziaria del 2008.