L’UDC estende i suoi attacchi dalla RSI alla SSR

Dai boicottaggi di Marco Chiesa in Ticino alle intimidazioni nella Svizzera tedesca ed ai preparativi di un’iniziativa per dimezzare il canone radiotelevisivo 

Le notizie sul boicottaggio della RSI, da parte di Marco Chiesa, sono rimbalzate a nord delle Alpi dove si profila un attacco frontale dell’UDC contro la SSR per dimezzare il canone radiotelevisivo. È quanto emerge da un’accurata e circostanziata inchiesta pubblicata dai giornali di CH-media, fra cui l’Aargauer Zeitung, il St. Galler Tagblatt e la Luzerner Zeitung. Citano Marco Chiesa che dichiara candidamente che “non so nulla dei contrasti” con la RSI. Un’affermazione in netta contraddizione con 2 comunicati ufficiali dell’UDC Ticino in cui non solo si boicotta la RSI, negando informazioni ed interviste, ma si chiedono persino le dimissioni del capo dell’informazione Reto Ceschi, come abbiamo riferito recentemente. Il boicottaggio è stato tolto dal presidente dell’UDC ticinese Piero Marchesi, ma non da Marco Chiesa. “Non parla più con noi” ha dichiarato Reto Ceschi ai CH-media. Parla però con Othmar von Matt, l’autore dell’inchiesta giornalistica, e preannuncia un’iniziativa popolare per dimezzare il canone radiotelevisivo.

I preparativi sono già in corso e dietro le quinte si stanno attivando dei falchi come il consigliere nazionale UDC Thomas Matter e il direttore dell’USAM Hans-Ulrich Bigler. L’UDC non si limita dunque alla RSI, prende di mira tutta la SSR. Ha inviato a SRF, la radiotelevisione svizzero tedesca, diverse lettere più o meno pretestuose. Comprensibile l’amarezza per un dibattito sull’accordo quadro con l’UE senza un partecipante dell’UDC. È giusto interpellare i responsabili per sentire le loro ragioni e poi giudicare. Pretestuosa invece la reazione a una trasmissione della Rundschau sull’acquisto dei caccia bombardieri F-35. Documenti segreti rivelano scenari in cui i caccia non si limitano ad azioni difensive, ma compiono anche attacchi offensivi all’estero. I giornalisti di SRF fanno correttamente il loro lavoro, intervistano anche un esponente dell’UDC e danno la parola allo stesso comandante dell’aviazione militare il quale sottolinea che gli scenari sono fittizi.

Nonostante ciò, SRF viene denigrata dall’UDC, viene accusata di complicità con il gruppo per una Svizzera senza esercito. È un’accusa gratuita, un tentativo d’intimidazione e quindi una sferzata all’indipendenza della stampa. Ma l’UDC non molla, adesso attende il responso delle urne, il 13 febbraio, all’iniziativa sull’aiuto ai media. Confida in un NO degli elettori per mettere in riga gli editori privati. Dopodiché ripartirà all’arrembaggio del servizio pubblico con l’iniziativa per dimezzare, né più né meno, il canone della SSR.


Gli attacchi dell’UDC ticinese all’indipendenza della stampa

Dai boicottaggi di Marco Chiesa in Ticino alle intimidazioni nella Svizzera tedesca ed ai preparativi di un’iniziativa per dimezzare il canone radiotelevisivo 

Sono tutti d’accordo : l’indipendenza della stampa è importante, a maggior ragione in una democrazia diretta, permette ai cittadini d’informarsi, di farsi un’opinione e votare con cognizione di causa, ad esempio il prossimo 13 febbraio. Il consenso si sbriciola quando si tratta di aiutare concretamente i giornali. Boccheggiano, il crollo della pubblicità e degli abbonamenti sgretola le loro risorse finanziarie. Gli uni dicono che senza sovvenzioni la stampa perde la sua indipendenza perché si ritrova in balia dei più forti sul mercato. Sul fronte opposto invece, le sovvenzioni sono un veleno per la libertà di stampa, perde la sua indipendenza e si ritrova in balia dello stato.

L’esperienza ci insegna che le pressioni più forti sui media non vengono dalle istituzioni come il consiglio federale, ma dall’economia attraverso la pubblicità o ancora da forze politiche. Un esempio ci viene dall’UDC ticinese, dal presidente cantonale Piero Marchesi e dal presidente nazionale Marco Chiesa. Hanno festeggiato il primo d’agosto in un grotto della Valcolla. La RSI non si è recata sul posto. Apriti cielo, Chiesa e Marchesi si sono offesi. Intendiamoci, hanno tutto il diritto di criticare la RSI, ma non di chiedere, come hanno fatto, le dimissioni del capo dell’informazione Reto Ceschi. È un’ingerenza spropositata ed astiosa con il solito ritornello sulla tendenziosità di sinistra del servizio pubblico. Le cose precipitano poi in dicembre. Chiesa e Marchesi boicottano sistematicamente la RSI per un mese, niente dibattiti, niente interviste, nessuna informazione. Certo nessuno è tenuto a rilasciare interviste, ci sono motivi legittimi, persino quel famoso “non ne ho voglia” di Ueli Maurer. Ma un boicottaggio sistematico, con lo scopo dichiarato di punire e addomesticare un media, è un attacco diretto all’indipendenza della stampa. L’ha fatto l’UDC ticinese e il presidente del partito nazionale, non l’ha di certo fatto lo stato.

Va poi ricordato che il caso più pesante di boicottaggio viene dall’economia. Per vent’anni, avete letto bene, per vent’anni, dal 1979 al 1999, il più grande importatore d’auto ha soppresso ogni forma di pubblicità al Tages Anzeiger. Il titolare, Walter Frey, è stato consigliere nazionale, capogruppo e vice-presidente dell’UDC. Fa parte di un gruppo di industriali e finanzieri miliardari come Christoph Blocher, Tito Tettamanti e Konrad Hummler. Sostengono e finanziano organi d’informazione come la Weltwoche, il Nebelspalter e parecchie decine di giornali locali che impastano il giornalismo con la propaganda politica a favore dell’UDC. Combattono la legge sull’aiuto ai media in nome dell’indipendenza della stampa dalla morsa dello stato. In realtà, il grande capitale vuole indebolire la stampa tradizionale per aumentare la sua presenza nel paesaggio mediatico ed operare una decisa sterzata a destra. Un obiettivo prioritariamente politico e non giornalistico, in barba all’indipendenza dei media.


I ricercatori svizzeri nella morsa dell’UE

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La materia grigia, celebrata come l’unica risorsa naturale della Svizzera, si indebolisce. Il grido d’allarme viene dalle massime istanze della ricerca scientifica vale a dire i politecnici federali, le università e l’industria farmaceutica. In una risoluzione congiunta invitano il consiglio federale a correre ai ripari dopo l’esclusione dal programma Horizon Europe, una conseguenza del secco NO di Berna all’accordo quadro con l’UE.

Horizon Europe è la Champions league della ricerca scientifica con squadre d’eccellenza capitanate finora anche dai migliori ricercatori di casa nostra. Ma adesso hanno perso lo statuto di titolari, sono relegati sulla panchina delle riserve assieme a turchi, macedoni e georgiani. Le conseguenze sono preoccupanti: nel giro di appena otto mesi, una trentina di eminenti ricercatori hanno voltato le spalle alla Svizzera. All’inverso i nostri atenei incontrano crescenti difficoltà nel reclutamento di professori e talenti stranieri.

Bisogna riagganciarsi alla ricerca europea rapidamente, entro la fine dell’anno, ammoniscono in coro i dirigenti universitari e dell’industria farmaceutica. Ma sembra un miraggio. L’UE dice chiaro e tondo che la reintegrazione in Horizon Europe dipende dalla ripresa dei negoziati sull’accordo quadro. Dal canto suo, il consiglio federale temporeggia, è disorientato. Le soluzioni di ripiego sono incentivi finanziari supplementari o ipotesi di partenariati alternativi ad esempio con Stati Uniti, Gran Bretagna o Israele. Sono auspicabili – dicono i rappresentanti della ricerca – ma sono molto costosi e non colmano il vuoto lasciato dai programmi europei.

Un altro settore in difficoltà, come l’industria medica, ha trovato una scappatoia stipulando un accordo separato con la Germania per la certificazione dei propri prodotti. Ma si applica ad un solo paese, per quanto importante, dell’UE e soltanto agli apparecchi già in commercio e non ai nuovi prodotti.

Le difficoltà nella ricerca e nel settore delle tecnologie mediche sono altrettante avvisaglie. L’Unione europea ha perso la pazienza, vuole mettere la Svizzera alle corde. Il consiglio federale non sa che pesci pigliare ed è assordato dalla cacofonia dei partiti. E così si tira a campare, tanto più che i vantaggi sul mercato unico europeo superano ancora di gran lunga gli svantaggi delle prime rappresaglie dell’UE. Si può scommettere che la Svizzera scenderà a compromessi o cederà di schianto soltanto quando le perdite economiche e le pressioni esterne diventeranno insostenibili. Ce lo insegna l’indegno funerale del segreto bancario. E allora sorge il dubbio, che questa sia la strategia dell’Unione europea.

Nell’immagine: la Georgia aderisce a Horizon Europe. La Svizzera no


Lo strapotere dell’industria del tabacco

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Swiss cheese, swiss chocolate, un nome e una garanzia di qualità in tutto il mondo. E swiss tobacco? Un nome, una garanzia, ma vergognosa. La Svizzera esporta sigarette quasi quanto Emmental, Gruyère ed Appenzeller, ma non è di certo un vanto, anzi è persino cinico. Pensate: da noi si producono, ma attenzione, soltanto per l’esportazione, sigarette con un tenore di nicotina e catrame che viola le norme svizzere ed europee. La loro vendita è insomma vietata nelle nostre edicole, sono troppo nocive, troppo pericolose. Ma poco importa, vengono esportate in Africa, nel Vicino Oriente o in Asia. La salute di marocchini, palestinesi e sudafricani conta di meno, e poi vi sono in ballo gli interessi superiori dell’industria del tabacco.

La Svizzera è una pacchia per la Philip Morris (Marlboro, Chesterfield, Muratti), per la British American Tobacco (Parisienne, Pall Mall, Lucky Strike) e per la Japan Tobacco International (Camel, Winston, American Spirit). Le tre grandi multinazionali del tabacco hanno i loro quartier generali e tre fabbriche in Svizzera. Oltre ai privilegi fiscali, godono di agevolazioni in materia di prevenzione, pubblicità, produzione e vendita di sigarette. È il risultato dell’accondiscendenza della politica e di un intenso lobbismo che fa leva su organizzazioni padronali come l’USAM, e su uno stuolo di parlamentari borghesi.

Nel corso dei decenni l’industria del tabacco ha in questo modo ostacolato i vari tentativi di prevenire e frenare il consumo di sigarette. La Svizzera figura, d’altronde, in fondo alla classifica dei paesi che contrastano il potere delle multinazionali del tabacco. La loro strategia si riassume nel mollare soltanto il minimo indispensabile, ammettere le evidenze soltanto quando sono inconfutabili, per poi relativizzare e insistere su qualche passo in avanti.

Ancora 5 anni fa la lobby del tabacco ha contribuito a bloccare alcune restrizioni legislative, ha mollato qualcosina soltanto sotto la pressione dell’iniziativa contro la pubblicità del tabacco rivolta ai giovani su cui voteremo il 13 febbraio. È nato così un controprogetto all’acqua di rose, una versione edulcorata del progetto iniziale del Consiglio federale. Rimane nettamente al disotto degli standard dell’OMS, l’organizzazione mondiale della sanità. Se alle urne l’iniziativa sarà bocciata a favore del controprogetto, la Svizzera resterà una mosca bianca incapace di ratificare la convenzione sul tabacco dell’OMS adottata da ben 179 paesi.


La saga senza fine dello scandalo Maudet

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De jure è assolto, de facto è immorale. L’ex consigliere di stato ginevrino e quasi consigliere federale Pierre Maudet è l’indegno personaggio prosciolto in seconda istanza dall’accusa d’aver accettato vantaggi per 50mila franchi alla corte dell’emiro di Abu Dhabi. Un soggiorno con la famiglia in uno degli alberghi più cari al mondo con ricevimenti e poltrone d’onore ad un gran premio di formula 1, tutto completamente spesato.

Contrariamente al tribunale di prima istanza i giudici d’appello non considerano il lussuoso regalo accettato da Maudet come un’infrazione di rilevanza penale. Secondo loro non è dimostrato che il generoso emiro si attendesse una contropartita. Ma come, non basta il rischio reale di esporsi alla corruzione, tanto più che è praticamente impossibile provare l’intenzione di corrompere. Il tribunale d’appello deve però ammettere che l’ex vedette della politica ginevrina si è goduto un vantaggio che definisce indebito di 50.000 franchi. Un importo immensamente superiore ai 150 franchi consentiti dal canton Ginevra per gli omaggi ai suoi funzionari e magistrati. Senza contare che Maudet ha più volte mentito e ostacolato la giustizia.

Insomma, una sentenza d’appello ambigua che ridà una verginità, almeno per il momento, ad un uomo politico di grande talento, ma anche megalomane, che ha perso il senso della realtà. D’altronde lo stesso Maudet ha ammesso in un’intervista di qualche anno fa che pensava di poter permettersi tutto o quasi. “Il potere -ha detto testualmente – mi ha portato a rinchiudermi in una corazza a tenuta stagna”. Un presuntuoso egocentrismo che da tre anni getta lo scompiglio nella vita politica ginevrina. E non è finita.

Due tribunali interpretano in modo completamente diverso il concetto di “accettazione di un vantaggio”. Un termine giuridico molto vago che permette di eludere la nozione di corruzione. A questo punto è auspicabile e assai probabile che anche il tribunale federale si pronunci sullo scandalo Maudet. I cittadini hanno il diritto di sapere senza ambiguità quali sono gli argini contro gli intrallazzi e le collusioni dei politici e se in definitiva è necessario estendere le norme anti-corruzione.


Contro il giornalismo onesto

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È una brutta storia. Un ceffone in faccia a tutti i giornalisti onesti che rispettano la verità e la dignità umana. Uno dei più influenti editori svizzeri calpesta il fondamentale principio dell’indipendenza redazionale. Lo rivela un enigmatico giornalista. La sua è una denuncia sacrosanta, ma i suoi motivi sono perlomeno ambigui.

L’editore, Marc Walder è il CEO e co-proprietario della Ringier che pubblica quotidiani e periodici influenti come il Blick, il Sonntagsblick, la Schweizer Illustrierte o l’Illustré. In un video che lo vede in compagnia di alcuni manager dice in sostanza che per sua iniziativa le redazioni del suo gruppo editoriale devono sostenere la politica del governo per lottare contro la pandemia. È un tradimento dell’indipendenza e della credibilità del giornalismo. Ringalluzzisce i detrattori dei media tradizionali, accusati in blocco, senza alcuna distinzione, di tessere menzogne e complotti. Tutto ciò ad un mese dalla votazione sugli aiuti ai media, attanagliati da una soffocante crisi finanziaria. Ed è proprio in questo contesto che entra in scena l’autore dello scoop sullo scandalo Ringier. Philipp Gut è un giornalista attivo nella nebulosa dei media filo UDC, come la Weltwoche o il Nebelspalter, che combattono la legge sul sostegno alla stampa insinuando genericamente che diventerebbe ancor più filo governativa. Ma non basta, è anche il titolare di un’agenzia di comunicazione, con dei mandati per l’UDC, e dirige dulcis in fundo il comitato contro gli aiuti alla stampa. Un tale concentrato di conflitti d’interesse è rivelatore dei moventi propagandistici delle rivelazioni sulle malefatte della Ringier che rimangono imperdonabili, ma che emergono ad un anno di distanza, guarda caso proprio adesso come il cacio sui maccheroni per alimentare la campagna contro gli aiuti alla stampa. Va poi detto che i media della destra pura e cruda, che si avvalgono di giornalisti PR come Philipp Gut, non hanno bisogno di aiuti pubblici, sono finanziati dai contributi spesso mimetizzati dietro le quinte di ricchi politici, imprenditori e finanzieri. Lo scandalo Ringier e l’ambiguità di personaggi come Philipp Gut sono altrettanti attentati all’etica e alla deontologia dei giornalisti. Una brutta, veramente una brutta storia.


La Piovra mafiosa conquista la Svizzera

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La ‘ndrangheta fa ormai parte dell’economia e della società svizzera. Lo rivelano documenti della FedPol, l’ufficio federale di polizia La mafia si è installata in Svizzera, la ‘ndrangheta ha creato strutture permanenti, ha infiltrato la nostra economia. Per decenni autorità e opinione pubblica hanno sdrammatizzato, se già sono casi isolati, da noi certe cose non succedono, “la Svizzera non è uno stato mafioso” aveva proclamato l’ex procuratore pubblico della Confederazione, Michael Lauber. Ma adesso lo stesso consiglio federale confessa d’aver sottovalutato l’infiltrazione mafiosa rispondendo ad un’interpellanza del consigliere nazionale Marco Romano. Un brusco risveglio amplificato da documenti della Fedpol pubblicati in una serie di articoli dell’Aargauerzeitung e dai giornali del gruppo CH-media. La polizia federale rileva che la mafia è presente in tutte le regioni dal Ticino a Zurigo, dai Grigioni a Basilea, dal Vallese a Losanna. I membri della ‘ndrangheta vivono da noi da decenni, sono integrati, conducono una vita apparentemente normale, come quel dipendente comunale di Grancia, come gli impiegati di una pizzeria argoviese, o il clan della bocciofila di Frauenfeld. Figli di mafiosi hanno studiato, sono diventati esperti finanziari, parlano lo schwizerdütsch. Gestiscono, con fiduciarie e commercialisti svizzeri, gli enormi guadagni criminali accumulati in Italia e in Svizzera ad esempio con il traffico di droga o il commercio d’armi. Il denaro sporco viene poi riciclato e investito in particolare nell’edilizia e la gastronomia, infiltrando così la nostra economia. Certo nelle nostre città non vi sono stati agguati e sparatorie, eppure anche da noi la mafia ammazza per vendetta e i suoi regolamenti di conti. Sono omicidi camuffati da suicidi, com’è avvenuto ad un avvocato ticinese, o attribuiti a delitti passionali come in un triplice assassinio a Basilea.

La mafia made in Switzerland non è un fenomeno nuovo, si è organizzata negli scorsi decenni, ma è passata inosservata o meglio abbiamo chiuso gli occhi, le orecchie e la bocca. Come mai? Beh, giocano un ruolo il nostro autocompiacimento, da noi certe cose non succedono, e poi la cultura del segreto e della discrezione che avvolge interessi finanziari talvolta inconfessabili. “I magistrati antimafia erano accusati di danneggiare l’immagine delle piazza finanziaria” ricorda Dick Marty che ha scoperchiato, negli anni ’80, la pizza e poi la Lebanon connection. Ancor oggi non abbiamo una legislazione rigorosa per la confisca dei patrimoni del crimine organizzato, senza contare che avvocati, commercialisti e fiduciarie non soggiacciono ancora alla legge contro il riciclaggio di denaro sporco. E sono solo due settori in cui si può e si deve intervenire per contrastare la piovra mafiosa, per impedire che diventi parte integrante o meglio disintegrante della nostra società.

Nell’immagine: luogo di residenza di mafiosi catturati secondo “Mafie italiane in Svizzera” di Madeleine Rossi


Pollice verso per Ignazio Cassis

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La presenza ticinese in consiglio federale scricchiola. Il barometro elettorale di metà legislatura della SSR è un campanello d’allarme per il secondo seggio del PLR occupato da Ignazio Cassis. Certo, il sondaggio è soltanto un’istantanea e molte cose possono ancora succedere nei due anni che ci separano dalle elezioni federali del 2023. È probabile ad esempio che nel frattempo la pandemia scompaia e non figuri più fra i temi della campagna elettorale. Ma aldilà dei fattori contingenti, il barometro indica alcune tendenze di fondo più costanti. L’UDC rimane di gran lunga il primo partito svizzero. Il PLR prosegue nel suo costante declino. L’onda verde si conferma, le preoccupazioni ecologiche non vengono offuscate dalla pandemia. Il risultato è che nei sondaggi il PLR è ormai tallonato dai verdi il cui distacco sull’ex partitone si riduce allo 0,4%. Sono praticamente alla pari, ma i liberali radicali hanno due seggi in governo, i verdi nessuno. Una situazione insostenibile secondo il presidente dei verdi Balthasar Glättli che rivendica con forza un seggio in consiglio federale se le tendenze del barometro saranno confermate alle urne. Gli fa eco il presidente dei verdi liberali, Jürg Grossen. È ancora cauto, ma il suo partito ha il vento in poppa, rasenta ormai la barriera del 10% delle preferenze rosicchiando voti al PLR. In queste condizioni diventa sempre più difficile difendere il secondo seggio liberal-radicale in consiglio federale ed a farne le spese sarebbe Ignazio Cassis e non la sua collega di partito Karin Keller-Sutter. Nell’indice di popolarità, il ministro ticinese figura nettamente battuto da tutti i suoi colleghi. È relegato all’ultimo posto sia per la sua influenza in governo, sia per la sua simpatia. L’ancora di salvezza per Ignazio Cassis potrebbe venire dall’alleanza di centro (ex PPD) che riesce a mantenere il suo impatto elettorale grazie alla fusione con il PBD, l’ex partito borghese democratico. La scadenza delle elezioni federali del 2023 sarà comunque cruciale e tutt’altro che scontata per la presenza del Ticino in consiglio federale.


Milioni da evadere? Vieni da noi

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600 giornalisti di 117 paesi hanno aperto un nuovo vaso di pandora che nascondeva 12 milioni di documenti su evasioni fiscali e riciclaggio di denaro sporco. Nel mirino 35 capi di stato, 330 politici, alti dignitari e parecchie altre celebrità. E la Svizzera è di nuovo nella mischia. Questa volta nell’occhio del ciclone non vi sono le banche, diventate più prudenti e guardinghe in materia di conti e transazioni finanziarie sospette. Questa volta nell’occhio del ciclone vi sono studi d’avvocatura, commercialisti e fiduciarie che non gestiscono i capitali, ma consigliano e architettano sistemi incrociati di consorzi e società bucalettere che approdano poi nei vari paradisi fiscali.

Cinque giornalisti del gruppo Tamedia hanno partecipato alle complesse ricerche dei Pandora papers. Fra i vari esempi delle implicazioni svizzere citano una tabella Excel dove figurano due dozzine di società fiduciarie e legali elvetiche che hanno gestito una sessantina di società più che sospette. Un altro esempio riguarda la mediazione di avvocati e fiduciari svizzeri nella creazione di ben 7000 società offshore che confluiscono in un grande studio legale nei Caraibi. I baricentri di queste oscure attività sono come sempre i centri finanziari di Zugo, Zurigo, Ginevra, ma anche di Lugano.

Nei Pandora papers spunta parecchie volte il nome della Fidinam, in particolare in relazione con lo scandalo della brasiliana Petrobras, il cui direttore ha confessato d’aver nascosto 23 milioni, frutto di corruzioni. La Fidinam sottolinea che rispetta scrupolosamente le leggi vigenti. Ed ha ragione. Ma soltanto perché non soggiace alla legge contro il riciclaggio se si occupa delle società paravento senza però gestire direttamente i capitali sporchi. Un’evidente lacuna legislativa, il consiglio federale voleva colmarla, ma il parlamento non ha voluto saperne. Avvocati e fiduciari, ben rappresentati in parlamento, hanno gridato ai quattro venti che la legislazione svizzera contro il riciclaggio è perfetta, è un esempio a livello internazionale.

I Panama papers dimostrano esattamente il contrario. Daniel Telesklaf, fino allo scorso anno attivo sul fronte della lotta al riciclaggio, afferma senza esitazioni che lo strumentario svizzero non funziona. Lo stesso ministro delle finanze Ueli Maurer ha detto che non siamo affatto un modello e che prima o poi tornerà sul tappeto l’estensione della legge contro il riciclaggio anche ad avvocati e fiduciari. Se la pressione esterna aumenterà com’è prevedibile, il parlamento s’inchinerà com’è già avvenuto con il segreto bancario. Farà dietrofront con una nuova legge, e potremo chiamarla la lex Pandora.


Il fossato che rimane

Dai boicottaggi di Marco Chiesa in Ticino alle intimidazioni nella Svizzera tedesca ed ai preparativi di un’iniziativa per dimezzare il canone radiotelevisivo 

La bocciatura è secca, due terzi degli elettori hanno affondato l’iniziativa del 99% per maggiori imposte sui capitali ed una più equa ridistribuzione fra ricchi poveri. Ancora una volta i sostenitori dell’iniziativa non sono andati oltre al serbatoio di voti della sinistra e dei verdi. Un fenomeno che ha parecchi precedenti anche su riforme fiscali che avrebbero favorito una chiara maggioranza della popolazione. Due esempi : l’iniziativa per eliminare i privilegi degli stranieri super-ricchi, che godono di una tassazione forfettaria, e l’iniziativa a favore dell’imposta di successione ovvero la tassa più equa se si pensa che i due terzi del patrimonio dei più ricchi in Svizzera non lo è per merito loro, ma è ereditato, così esentasse. 

Queste riforme sono state seccamente bocciate dal popolo con più meno le stesse proporzioni di quelle odierne. Assai differenziati i motivi analizzati dai politologi. Molti cittadini anche della classe medio-bassa sono abbastanza soddisfatti delle loro condizioni di vita e sotto sotto sperano, per sé o per i propri figli, di accedere alla classe medio-alta. D’altro canto molti lavoratori con bassi salari o sottopagati non vanno alle urne o non possono andarci perché sono stranieri. Un altro fattore determinante è l’argomento economico sbandierato dai partiti borghesi e del padronato, secondo cui tassare i ricchi significa frenare gli investimenti e indebolire le piccole e medie imprese. 

Un argomento che ha colto nel segno anche questa volta. 

Le PMI godono di un’ottima reputazione contrariamente alle grandi multinazionali. E così economiesuisse ha ignorato completamente le grandi aziende per concentrarsi sulle piccole e medie imprese. Ha sfruttato i termini assai vaghi dell’iniziativa del 99% per predire un danno alle PMI anche se in realtà sarebbe stato il parlamento a definire le modalità d’applicazione dell’iniziativa e l’attuale maggioranza borghese avrebbe certamente varato una variante minimalista risparmiando le PMI. Rimane comunque un fatto : le disuguaglianze fra ricchi e meno abbienti si sono ancora accentuate con la pandemia, l’iniziativa per sgravare i salari tassando maggiormente i capitali è fallita, il problema delle crescenti disparità fra ricchi e poveri rimane.