Lo spezzatino che impoverisce le pensionate e i pensionati

Tendenza verso rendite di sussistenza. L’alternativa: cambiare il sistema e trovare i soldi laddove si moltiplicano a dismisura 

I progetti per risanare il finanziamento delle pensioni sono dei bricolage. D’un canto i sacrifici, dall’altro le pezze per rattoppare i buchi più vistosi. L’ultimo esempio viene dal consiglio degli stati. Si pronuncia per una compensazione transitoria delle rendite AVS per assorbire l’aumento a 65 anni, dell’età di pensionamento delle donne. Il vero problema è che per molti pensionati le rendite cumulate dell’AVS e delle casse pensioni non bastano per vivere decentemente.

La metà dei pensionati vive con 3.500 franchi al mese e la pensione media delle donne scende ad appena 2900 franchi. Decisamente troppo poco per sbarcare il lunario. L’AVS, basata sul principio della solidarietà redistributiva, garantisce a malapena il minimo vitale. Determinante per una rendita dignitosa è il secondo pilastro, basata sui contributi individuali che vengono investiti sul mercato dei capitali. Il fatto è che i tassi d’interesse nulli o persino negativi non permettono più di finanziare pensioni adeguate.

Le casse pensioni corrono ai ripari, tagliano i tassi d’interesse sui capitali accumulati e riducono il tasso di conversione che fissa le rendite. La conseguenza è una progressiva riduzione delle pensioni. L’obiettivo di garantire il tenore di vita con il 60% dell’ultimo salario è ormai un’illusione. Secondo taluni esperti, la tendenza è verso rendite a livello di sussistenza o poco più. Come uscire da questa spirale, com’è possibile garantire pensioni decorose? Un’idea è di diminuire l’accumulazione individuale del capitale, come avviene con il secondo pilastro, ed aumentare la redistribuzione e la solidarietà come nell’AVS. Ciò significa una fusione almeno parziale fra AVS e previdenza professionale.

Il finanziamento di un tale cambiamento di sistema è pensabile con misure tradizionali, come un aumento dell’IVA e maggiori percentuali salariali, ma anche con nuove entrate come un’imposizione sui rendimenti dei capitali o microtasse sulle transazioni di capitali, attualmente completamente esentate. Insomma prendere i solidi laddove ve ne sono a bizzeffe. Le resistenze sono ovviamente enormi e allora si continuerà fare del bricolage.


Ueli Maurer al suono dei campanacci

Tendenza verso rendite di sussistenza. L’alternativa: cambiare il sistema e trovare i soldi laddove si moltiplicano a dismisura 

La maglietta dei “Freiheitstrychler” indossata da Ueli Maurer fa di un consigliere federale lo sponsor di un gruppo che si oppone a suon di campanacci alle misure del governo per debellare la pandemia, dalla mascherina alle vaccinazioni, fino al certificato Covid. Maurer si toglie di fatto le vesti di consigliere federale per rimettersi i panni di presidente dell’UDC che ha indossato per una decina d’anni durante i quali si è distinto come un maestro delle provocazioni. Adesso provoca e sconfessa il consiglio federale, viola il principio della collegialità e si mette al servizio dell’UDC che sta delineando una nuova strategia.

Vale a dire sfruttare il potenziale elettorale dei corona-scettici e dei no-vax, impedendo nel contempo la formazione di movimenti alla destra dell’UDC. I campanari no vax si identificano poi con le popolazioni conservatrici di campagna, si prestano dunque alle manovre dell’UDC per aizzare le campagne contro le città. In quest’ordine d’idee rientra anche l’opposizione, dopo molti tentennamenti, alla legge che dà una base legale al certificato Covid e sulla quale voteremo in novembre. Ueli Maurer è certamente l’esponente più idoneo per dar visibilità alla nuova strategia dell’UDC, è più popolare del presidente Marco Chiesa e dei falchi irriducibili come Roger Köppel o Thomas Aeschi. È però un esercizio di equilibrismo politico, fra giravolte, contraddizioni e rischi collaterali.

Un paio di esempi. Maurer si era vantato che a lui bastava una sola dose del vaccino, in seguito ha ammesso che si è fatto iniettare anche la seconda. “Il certificato Covid è necessario per l’economia” ha sentenziato per poi precisare che “un NO dell’UDC fa da contrappeso”. Da quanto si è appreso proprio i due consiglieri federali UDC, Maurer e Parmelin, si sono battuti con successo per abolire la gratuità dei test Covid per i non vaccinati, compresi i no vax dei campanacci. Vi sono infine delle differenze fra gli stessi consiglieri federali UDC. Parmelin si dice preoccupato per la crescente aggressività dei corona scettici e lancia appelli alla calma, mentre Maurer getta benzina sul fuoco boicottando l’azione del governo. E fa impressione vedere consiglieri federali scortati da agenti di sicurezza. Subiscono spaventose minacce e non possono più muoversi liberamente. Sta insomma cadendo un altro orgoglioso mito svizzero: i ministri che viaggiano indisturbati in treno o sui tram come dei comuni cittadini.


Battaglia aerea sui cieli svizzeri

Tendenza verso rendite di sussistenza. L’alternativa: cambiare il sistema e trovare i soldi laddove si moltiplicano a dismisura 

Era preannunciata da tempo, ma il gruppo per una svizzera senza esercito (GSsE), ha aspettato la fine delle vacanze estive per lanciare ufficialmente, assieme a verdi e socialdemocratici, l’iniziativa popolare per abbattere l’acquisto dei cacciabombardieri americani F-35. Scatta adesso la raccolta delle firme, la votazione avrà luogo al più presto fra un anno, la campagna si è già messa in moto, con largo anticipo dunque. L’iniziativa ha fondate chances di successo anche se dovrà fare i conti con la force de frappe dei piccoli cantoni conservatori, che alle urne possono ribaltare anche una maggioranza popolare. E il popolo ha già bocciato l’acquisto dei Gripen 7 anni fa, mentre il credito di 6 miliardi per la difesa aerea è stato approvato lo scorso settembre con una casuale quanto risicatissima maggioranza del 50,1% dei voti.

La necessità e l’utilità di ben 30 o 40 costosi quanto sofisticati F-35 è poi messa in dubbio, nell’era dei droni e dei ciberattacchi, persino da un ex generale del nostro esercito. A questo si aggiungono le esperienze negative fatte negli Stati Uniti ed in altri paesi sul superamento dei costi e le numerose anche gravi avarie del cacciabombardiere americano. D’altro canto il gruppo per una svizzera senza esercito è diventato, in quasi 40 anni d’esistenza, un’oliata organizzazione di campagne politiche. Non è più isolato come all’inizio, ha agganci nella società civile e in partiti come il PS ed i verdi. Rientra in una tendenza osservata negli scorsi anni con l’avvento di giovani movimenti politici che operano professionalmente, come l’”operazione libero”, e che hanno riservato alcune sonore sconfitte ai partiti tradizionali e persino all’UDC.

Il contesto della campagna contro l’F-35 innervosisce e mette in allarme il dipartimento federale della difesa ed i partiti borghesi. La contromossa è la creazione dell’”alleanza sicurezza svizzera” diretta da Thierry Burkart, il candidato alla presidenza del PLR. Riprende e ricalca proprio lo schema dei movimenti della società civile, vuole raccogliere attorno a sé diverse associazioni, degli ufficiali, di tiro, ecc., con il sostegno beninteso dell’economia e dell’industria degli armamenti. Le scaramucce sono già iniziate. Burkart ha già dichiarato che non crede alla promessa fatta  dai promotori dell’iniziativa secondo cui non si opporranno all’acquisto di un cacciabombardiere europeo se il popolo abbatterà l’americano F-35. Lo scontro politico promette scintille.


La pandemia dei non vaccinati

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Ospedali in allarme, capacità nei reparti di cure intensive al limite, 90% dei ricoverati non vaccinati e più i giovani, anziani risparmiati proprio perché sono vaccinati. Un medico racconta di un paziente no-vax che nega l’esistenza del virus persino sul letto delle cure intensive.

Gli incorreggibili sono casi assai rari. Ben più numerosi sono i corona-scettici, non per principio ma per superficialità, indifferenza o disinformazione. Sono loro che mettono a dura prova il personale medico sanitario, cui cascano le braccia quando si sentono dire “eh sì, avremmo dovuto vaccinarci”. Per taluni è troppo tardi, come quel paziente di 37 anni che paga la sua leggerezza con il long Covid: avrà difficoltà di respirazione per tutto il resto della sua vita.

I non vaccinati sono liberi di correre i rischi che vogliono ma non hanno il diritto di liberamente infettare gli altri e di diffondere il Delta virus, molto più contagioso. Ma è proprio quel che sta succedendo con la quarta ondata, Viene già definita “la pandemia dei non vaccinati”, una definizione ripresa persino da inveterati avversari delle misure anti-Covid come il giornalista e consigliere nazionale dell’Udc Roger Köppel. Ancora qualche mese fa tuonava contro l’isteria delle vaccinazioni. Adesso annuncia candidamente che lui stesso si è vaccinato e invita a fare altrettanto. Un’impressionante capriola, replicata – anche se in altro modo – dal capogruppo sempre dell’Udc Thomas Aeschi. Durante un viaggio turistico nei Balcani si è entusiasmato per le libertà, in quei paesi, di vivere senza mascherine e certificati Covid.

Ha però fatto dietrofront quando si è appreso che parecchi kosovari e macedoni sono finiti in ospedale al loro rientro in Svizzera. Adesso chiede controlli alle frontiere, test obbligatori e quarantene. Aeschi non si oppone più ad una campagna per le vaccinazioni. D’altronde lo stesso capostipite dell’Udc Christoph Blocher raccomanda da tempo di farsi vaccinare, anche se poi accusa il Consiglio federale di tendenze autoritarie. Adesso l’Udc ammorbidisce il suo intransigente nazional-populismo. Si piega alla realtà dei fatti. Eh sì perché al punto in cui ci troviamo vi sono soltanto tre scenari. Il collasso del nostro sistema ospedaliero, un nuovo lock down, o spronare senza esitazioni le vaccinazioni – che sono la chiave di volta contro la pandemia.


Dov’è finita la tradizione umanitaria svizzera?

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Il Canada e il Regno Unito sono gli apripista, sono disposti ad accogliere ciascuno contingenti di 20mila rifugiati afghani quando sarà possibile. E cosa fa la Svizzera sempre così orgogliosa della sua tradizione umanitaria? Si limita allo stretto indispensabile, l’evacuazione del personale afghano che ha lavorato per la cooperazione svizzera, in tutto con i famigliari 230 persone. È il minimo assoluto per un datore di lavoro corretto. Ma niente di più.

Nel corso della conferenza stampa sul disastro in Afghanistan, i consiglieri federali Karin Keller-Sutter e Ignazio Cassis non hanno fatto alcun gesto di riconoscimento o solidarietà nei confronti di cittadini, medici, insegnanti, giornalisti e donne afghane che negli scorsi vent’anni hanno difeso i valori occidentali di libertà e dignità umana. Certo, ha ragione Karin Keller-Sutter quando sottolinea che per il momento non si può fare granché, che è praticamente impossibile uscire dall’Afghanistan, che persino l’evacuazione del personale locale della cooperazione svizzera è molto complicata, è in forse.

Ma cosa farà la Svizzera quando sarà possibile fuggire dall’Afghanistan? Il consiglio federale dà l’impressione di fare tutto il possibile per evitare l’arrivo di profughi nel nostro paese. Karin Keller-Sutter elenca tutte le restrizioni per ottenere un visto umanitario e ignora la disponibilità di città, come Ginevra Zurigo e Berna, ad accogliere dei rifugiati. Keller-Sutter si trincera dietro l’HCR, l’alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati, che viene continuamente citato, ben 14 volte, durante una conferenza stampa di tre quarti d’ora: “siamo in contatto con l’HCR, attendiamo le sue analisi, aspettiamo i suoi programmi d’assistenza” e così di seguito.

Anche Ignazio Cassis rinvia all’HCR per contribuire agli aiuti sul posto, vale a dire nei paesi confinanti con l’Afghanistan, come l’Iran e il Pakistan dove si attendono i flussi dei rifugiati quando sarà possibile sfuggire ai talebani. Vengono insomma rivalutate le agenzie dell’ONU spesso sanzionate finanziariamente con l’accusa di gigantismo burocratico. Basti pensare alle sferzate di Cassis, poi rettificate, contro l’Unrwa, l’organizzazione dell’ONU per l’aiuto ai rifugiati palestinesi. Adesso le organizzazioni onusiane servono a tener lontani i disperati in fuga dall’Afghanistan, con buona pace della tanto decantata tradizione umanitarie svizzera. Forse è soltanto un caso, ma questa volta durante la conferenza stampa di Cassis e Keller-Sutter, non si è fatto neppure un solo riferimento alla tradizione umanitaria svizzera.


Le «dimenticanze» di Marco Chiesa

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L’UDC vuole recuperare i 12 seggi persi in parlamento nelle ultime elezioni federali e si inventa un nuovo nemico da dare in pasto ai potenziali elettori di destra. I classici bersagli, Unione europea e migranti, si sono appannati, i nuovi nemici vengono scovati nelle città. Il presidente dell’UDC, Marco Chiesa, si è fatto il portavoce dei falchi dell’UDC riprendendo un linguaggio barricadiero : “la politica parassitaria” delle città rosso-verdi, “sinistra di lusso”, “verdi estremisti” che mettono sotto tutela le campagne.

Il terreno è stato spianato dall’economista di destra Reiner Eichenberger. In un’intervista alla SonntagsZeitung ha dichiarato che nelle città si è perso il senso della realtà, ha sparato alzo zero sui costi dei traporti pubblici ed ha avuto la faccia tosta d’affermare che i ciclisti costano alla comunità più degli automobilisti. Una narrazione esacerbata da Marco Chiesa in combutta con il capogruppo Thomas Aeschi e il banchiere privato Thomas Matter. I condottieri dell’UDC scendono sul sentiero di guerra per trasformare in un baratro il fosso fra città e campagna.

Hanno però ignorato le agglomerazioni, ed è imperdonabile se si pensa che la maggioranza della popolazione, ben il 60%, vive proprio nelle agglomerazioni (24% città, 16% campagna). Sono territori ambivalenti, un po’ città e un po’ campagna, dove vivono ricchi e poveri, svizzeri e stranieri e persino qualche contadino sopravvissuto all’urbanizzazione. Un quadro per nulla omogeneo che non si presta agli slogan sbrigativi dei nazionalpopulisti.

Secondo i sondaggi del politologo Michael Hermann, nelle agglomerazioni si assiste ad un ri-orientamento degli elettori da destra verso sinistra. Vi è da scommettere che l’UDC tenterà di recuperare le agglomerazioni per assimilarle indebitamente alle campagne.

Certo, vi è un fossato città-campagna, da sempre, da quando esiste la Confederazione, ma non l’ha sfaldata, anzi è un’espressione della coesistenza multiculturale di cui andiamo così fieri. Esasperare le diversità, soffiare sulla brace delle divisioni è pericoloso. Ci servano da lezione le ribellioni dei gilets jaunes in Francia dove le popolazioni rurali vivono in una precarietà incomparabile da noi. Ma poco importa: l’UDC appare disposta ad aizzare i risentimenti per puro calcolo elettorale.


Democrazia diretta in vendita

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Volete lanciare un’iniziativa tutta vostra, senza impegolarvi con partiti o gruppi d’interesse? Nessun problema, vi sono agenzie che raccolgono per voi le l00.000 firme necessarie. Unica condizione, dovete disporre di un capitale fino a 700.000 franchi.

Sette franchi per ogni firma è infatti il nuovo primato stabilito da un’agenzia specializzata nella raccolta di firme per conto dei più disparati comitati d’iniziativa e referendum.

Di questo passo la democrazia diretta sarà accessibile soltanto ai ricchi, avverte Oswald Sigg, ex vicecancelliere della Confederazione. È uno dei pochi ad avere il coraggio di lanciare il sasso nello stagno di una pratica assai diffusa quanto   inconfessabile. Il primo fu il turbolento patron della Denner, Karl Schweri. 25 anni fa pagò 1 franco per ogni firma sollevando un putiferio, si gridò allo scandalo. Tempi passati, adesso sono in molti farlo, ma un po’ di nascosto. Parecchie organizzazioni e partiti come il PS, il PLR o l’UDC comperano almeno una parte delle firme necessarie, in particolare se l’esito è incerto. Ma guai a parlarne, lo fanno nella più grande discrezione che fa da paravento all’ipocrisia. Nessuno vuol prestare il fianco all’accusa di comperare la democrazia diretta. Senza contare l’imbarazzo dei partiti che spesso non trovano volontari nei loro ranghi disposti a scendere in piazza per raccogliere le firme su temi che pure considerano importanti tanto da lanciare un’iniziativa popolare.

L’omertà stende poi un velo sugli inganni. Lo scorso anno la televisione svizzero romanda ha documentato con la camera nascosta alcuni tranelli tesi ad ignari cittadini. Due donne ricorrevano a menzogne e mezze verità per dar l’impressione che raccoglievano le firme per rafforzare il congedo paternità. In realtà era esattamente il contrario, raccoglievano firme per il referendum contro il congedo paternità e si davano da fare per nascondere l’intestazione del formulario. Una di loro ha detto candidamente che era stata istruita a far così. A lei come al suo datore di lavoro importava ben poco il tema in votazione, l’interesse era prettamente finanziario.

E tutto ciò è perfettamente legale, mentire non è punibile e finora soltanto il canton Ginevra ha vietato la raccolta di firme a pagamento. Le autorità federali non vogliono intervenire per garantire, dicono, la più ampia libertà possibile nell’esercizio dei diritti politici. Eh si, è un tema che scotta, meglio sorvolare. E così la democrazia diretta viene data in pasto alla libertà di mercanteggiare le firme, i diritti popolari vengono consegnati al potere dei soldi.


I buchi neri della reputazione svizzera

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Nestlé, Roche, Novartis sono i grandi marchi della forza e della reputazione dell’economia svizzera, ma è una distorsione della realtà. Nella classifica delle multinazionali più grandi e redditizie, i primi 5 posti sono occupati nell’ordine da Trafigura, Glencore, Vitol, Cargill e Mercuria, i colossi delle materie prime con sede principalmente a Ginevra o nel Canton Zugo. Sono molto discrete anche perché hanno molto da nascondere: corruzione, condizioni di lavoro indegne nelle miniere, inquinamenti che mettono a repentaglio la salute delle popolazioni locali in Africa o Sudamerica.

La società mineraria più nota al grande pubblico è Glencore, che torna alla ribalta dell’attualità. Un suo dipendente di lunga data ha ammesso d’aver corrotto per anni le autorità nigeriane in cambio di lucrativi contratti petroliferi. La confessione avviene dopo un’inchiesta di 3 anni negli Stati Uniti che coinvolge altri 7 dipendenti della Glencore. Inchieste analoghe sono avviate in Brasile, Gran Bretagna ed anche in Svizzera dove il ministero pubblico indaga su un caso di corruzione miliardario in Congo.

Tutte queste informazioni fanno il giro del mondo grazie alle agenzie stampa specializzate come la Reuters e Bloomberg che vengono riprese dai media internazionali. Una nuova botta alla reputazione della Svizzera, tanto più che in molti non hanno dimenticato lo spot pubblicitario di Ignazio Cassis a favore di Glencore, quando ha visitato una miniera della multinazionale svizzera in Zambia.

Il capo del dipartimento degli esteri ha per contro strigliato in globo le organizzazioni umanitarie svizzere per il loro impegno a favore dell’iniziativa sulle imprese responsabili, iniziativa approvata da una maggioranza del popolo, ma respinta dalla coalizione dei piccoli cantoni più conservatori. Ma alla fine, chi contribuisce di più alla buona reputazione della Svizzera? Le varie Glencore o Trafigura che sfruttano senza tanti riguardi le risorse minerarie nel terzo mondo o le ONG come Caritas, Swissaid o Helvetas che si battono per lenire povertà e ingiustizie in quelle stesse sventurate regioni? La risposta, ne converrete, è chiara, evidente.


I crucci di Ignazio Cassis con l’Unione europea

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“Ignazio Cassis arriva o troppo tardi o troppo presto”. La battuta rispecchia l’accoglienza di Cassis all’Unione europea per la sua prima vista ufficiale in assoluto da quando dirige il dipartimento degli esteri, da ben 4 anni insomma. Troppo tardi, perché i cocci dell’accordo quadro sono finiti nella spazzatura. Troppo presto perché la spaccatura è troppo brusca per riattivare una trattativa affossata dopo ben 7 anni di discussioni. L’UE è irritata e affila l’arma delle ritorsioni. La Svizzera vuole calmare le acque, salvare il salvabile. Francia e Germania le voltano le spalle, soltanto l’Austria mostra comprensione.

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz sollecita l’Unione europea a proseguire la collaborazione scientifica con la Confederazione. Era in giugno, ma appena un mese dopo l’UE esclude la Svizzera dalla champions league della ricerca scientifica. A farne le spese i politecnici, le università, ma anche piccole e medie imprese che non sono più associate ai progetti più promettenti di Horizon Europe.

Un’altra ritorsione penalizza le imprese di apparecchiature mediche. I loro prodotti non sono più certificati automaticamente in Europa, soggiacciono ad una trafila burocratica, i costi aumentano le esportazioni diminuiscono. Come se non bastasse Swissmedic non ha più accesso alle banche dati europee. E’ tagliata fuori dalle informazioni sulla sicurezza di centinaia di migliaia di medicamenti e tecnologie mediche. Riuscirà a fare tutto da sé? Di certo il carico di lavoro aumenterà notevolmente, con un’impennata dei costi che si ripercuoterà inevitabilmente sui premi delle casse malati.

L’Unione europea esaminerà in autunno il futuro delle relazioni con la Svizzera. Le prime avvisaglie vengono da parlamentari europei come il tedesco Andreas Schwaab : accusa la Svizzera di non accettare compromessi, di rinchiudersi su posizioni massimaliste. Più conciliante l’austriaco Lukas Mandl, invita a valorizzare ciò che accomuna e non ciò che divide. Determinanti saranno però la commissione e il consiglio dei ministri. Risoluzioni concrete slitteranno probabilmente all’anno prossimo, sotto la presidenza francese. E proprio la Francia ha il dente avvelenato contro la Svizzera, considera un affronto la bocciatura degli aerei da combattimento europei a favore dell’americano F-35. I nodi da sciogliere sono molti, dunque per di più in una costellazione decisamente ingarbugliata.


Anche per la Svizzera nubifragi annunciati

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“La protezione dalle alluvioni diventerà un problema gigantesco. Le catastrofi naturali estreme si ripetono ormai a scadenze regolari, i danni sono molto più gravi ed ingenti rispetto ai decenni precedenti”. Sono le testuali parole del consigliere federale Moritz Leuenberger quando lo intervistai una decina d’anni fa. Presentava un piano d’azione miliardario per contenere disastri come quelli subiti dalla Svizzera centrale nel 2005 e dal Vallese nel 2000.

Molto tempo prima, ben 30 anni fa, si erano già levati i moniti di scienziati e ricercatori. Basta rispolverare un approfondito studio sulle cause delle ancor più disastrose alluvioni che hanno sconvolto il canton Uri nel lontano 1987. Vi si legge che le eccezionali precipitazioni sono riconducibili “d’un canto ai cambiamenti naturali, dall’altro all’impatto dell’uomo”. Il riscaldamento climatico – precisa – intensifica le evaporazioni, l’umidità si accumula nell’atmosfera e si scarica sotto forma di piogge sempre più intense e prolungate.

Nel frattempo la ricerca è sulle tracce degli effetti dei gas serra sul Jetstream, i venti d’alta quota che influenzano il tempo del pianeta. A causa del riscaldamento climatico, le correnti a 10 km d’altitudine si mettono a serpeggiare e si rallentano. La conseguenza, un ristagno delle condizioni meteorologiche con prolungate siccità o all’inverso piogge torrenziali. E’ quanto succede attualmente con le canicole in Canadà, nel nord degli Stati Uniti e in Scandinavia e nel contempo le devastanti intemperie nell’Europa centrale, in Germania, Belgio, Svizzera.

Questi fenomeni sono destinati ad intensificarsi di fronte ai considerevoli ritardi nella lotta al riscaldamento climatico sia a livello internazionale sia in Svizzera, in particolare dopo il no popolare alla legge sul CO2. Il punto di non ritorno si avvicina pericolosamente. Lo studio di 30 anni fa illustrava i suoi moniti con l’immagine di un beduino accampatosi in un uadi, un canale desertico ed asciutto che viene improvvisamente inondato durante la stagione delle piogge ed altrettanto rapidamente prosciugato. Quando il nostro beduino vede in lontananza l’arrivo di un forte temporale può speculare e sperare che non inonderà il suo uadi. Ma se si sbaglia non avrà più il tempo per fare i bagagli.