Una mostra particolare

L’arte prodotta sotto le tende e sotto le bombe ci racconta delicatamente ma con grande forza cosa vuol dire vivere l’infanzia a Gaza 

I bambini sentono e dicono ciò che pensano senza filtri. Capiscono sicuramente meglio di noi adulti che la guerra, qualsiasi guerra, non ha senso. Per loro ingiustizia, crudeltà e violenza esercitate da esseri umani su altri esseri umani rimangono inspiegabili. Ma cosa sentono e cosa pensano i bambini e gli adolescenti che le subiscono ogni giorno? Lo esprimono con i loro disegni. Come tutti i bambini anche quelli di Gaza rappresentano il mondo che li circonda disegnando soggetti e scene della loro vita quotidiana. Illustrano luoghi e persone reali, ma attingono anche ai ricordi di momenti belli o a immagini fantastiche che affiorano liberamente nella loro mente o nei loro sogni. Essi raccontano e integrano a loro modo la realtà tragica in cui sono immersi e coi disegni esprimono paure e momenti felici, dolori e angosce, a volte speranze. Disegnano in condizioni difficilissime tra le macerie, sotto le bombe, assistendo alle atrocità della guerra. Provano a rielaborare le esperienze vissute, la catastrofe e la morte dei loro cari attraverso colori, contorni e contrasti, secondo la loro età e la loro maturazione psicologica.

Tutto questo lo si scopre nelle opere esposte in una mostra itinerante attualmente aperta nella sala della Casa parrocchiale Sant’Ilario di Bioggio.

Il progetto “HeART of Gaza”

Il progetto ideato con il nome di «HeART of Gaza» nasce dall’amicizia tra Féile Butler, illustratrice irlandese, e Mohammed Timraz a Deir al-Balah, nel cuore di Gaza. Un’amicizia nata sui social come tante, così importanti per chi è recluso in una brutale prigione e si sente abbandonato dal mondo. I disegni esposti sono nati nella “Tenda degli Artisti” ideata da Mohammed poco tempo dopo l’inizio del conflitto, dove bambini e adolescenti hanno trovato fogli e colori per esprimersi attraverso il disegno, per descrivere ciò che li circonda o li spaventa nel loro percorso di vita. E anche per ritrovare, almeno per qualche ora, dei momenti di condivisione e serenità di cui sono privati nella loro infanzia negata.

Il semplice progetto locale si è in seguito trasformato in un’iniziativa diffusa in altre parti della Striscia di Gaza, anche se in condizioni sempre più difficili. Oggi le tende sono 17, gestite da amici e volontari, e coinvolgono oltre 200 bambini e ragazzi fra i 3 e 17 anni che continuano a non poter frequentare le scuole. Nel frattempo, si è saputo che alcuni tra le autrici e gli autori dei disegni (Reema di 11 anni e Mohammed di 13) sono morti sotto i bombardamenti, degli altri purtroppo non si conosce ancora il destino.

Una volta realizzati i disegni, gli animatori del progetto avevano rivolto ai giovani artisti alcune domande per comprendere cosa la loro opera volesse rappresentare. Sono nati così dei brevi testi che accompagnano i disegni e che riprendono i pensieri e le parole affidate dai bambini e dagli adolescenti ai loro maestri.

Così questi disegni sono un piccolo miracolo, ci obbligano ad ascoltare le loro voci, ci sollecitano a considerare la loro dignità, a fare qualcosa per la loro protezione e per i loro diritti calpestati. Hanno il potere di sollecitare in noi la solidarietà, di non lasciarci indifferenti di fronte all’orrore quotidiano imposto alla popolazione palestinese da un governo criminale con la complicità di molti governi occidentali, a cominciare da quello degli Stati Uniti d’America e compreso anche il nostro. Non illudiamoci, la tregua proclamata e continuamente violata e la pace progettata da Donald Trump senza il popolo palestinese, non cambieranno molto nei disegni che i bambini di Gaza continueranno a fare perché le ferite rimangono aperte.

La mostra è stata allestita dalle curatrici del Gruppo 24 maggio Roberta Castri, Graziella Corti, Claudia Schwarz e Alessandra Ripamonti ed è ospitata nella Casa parrocchiale Sant’Ilario a Bioggio dal 9 al 19 novembre 2025 (v. dettagli nella locandina). Fine ultimo è rendere la mostra “itinerante” e farla girare in tutto il Ticino con l’obiettivo di coinvolgere e sensibilizzare il maggior pubblico possibile riguardo a ciò che sta accadendo a Gaza. Pertanto, per chi fosse interessato ad ospitare la mostra anche sull’arco dei prossimi mesi – che siano scuole, biblioteche, Comuni o altri enti – potrà contattare direttamente il no. 079 659 30 46 (Alessandra) per prenotare gratuitamente l’esposizione di disegni, concordare le date ed allestire la mostra nella propria sede
Cosa vuol dire vivere l’infanzia a Gaza? (dalla presentazione di Graziella Corti)

Lo racconta Francesca Albanese in un capitolo del suo libro (Quando il mondo dorme, Milano, Rizzoli, 2025). I bambini, la metà della popolazione di Gaza, sono privati dell’infanzia, diventano grandi nei loro piccoli corpi gravati da preoccupazioni, paure e responsabilità che non dovrebbero sopportare alla loro età: sotto i loro occhi bombardamenti quotidiani, case, scuole, ospedali e terreni coltivati distrutti, parenti e amici morti, fame, sete, umiliazioni. Moltissimi bambini, rimasti soli, vagano tra le macerie in cerca di cibo e di aiuto, di cure, dei propri parenti scomparsi. Si stima (Save the Children, ottobre 2025) che in due anni circa 20’000 bambini siano morti, tra loro più di mille neonati, ma la conta non si arresta.

Francesca Albanese, cui non è stato dato il permesso di entrare a Gaza, ha condotto da remoto un’indagine su incarico dell’ONU in cui dialoga con i bambini, che mostrano nonostante tutto grande voglia di vivere, di imparare, di andare a scuola. Parlano degli insopportabili soprusi che avvengono sotto i loro occhi e che invadono ogni aspetto della vita quotidiana. Il linguaggio è accurato: paura di morire e di perdere i genitori, irruzione della violenza nei loro spazi più intimi, terrore dei soldati israeliani e degli sgomberi forzati, sentimento di segregazione.

La Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata dall’ONU nel 1989 e sottoscritta dalla Svizzera nel 1997, afferma tra le altre cose il diritto dei bambini alla libertà di espressione, alla sicurezza sanitaria e alimentare, all’accesso alla scuola, ma a Gaza i diritti, anche quelli più elementari, sono negati e per ora rimangono un sogno.

Nell’immagine: bambini/e e animatori/trici del progetto HeART of Gaza 


Flotilla per Gaza: un’armata Brancaleone in mezzo al mare?

L’arte prodotta sotto le tende e sotto le bombe ci racconta delicatamente ma con grande forza cosa vuol dire vivere l’infanzia a Gaza 

Essere idealisti oggi non conviene: non è politico, produce utopie al posto di soluzioni concrete. Lo pensano in molti. I più indulgenti li trattano da ingenui con una punta di commiserazione. I più convinti antidealisti spiegano ad esempio che la Global Sumud Flotilla composta da una cinquantina di barche che navigano disarmate verso Gaza con aiuti umanitari e messaggi di pace, sono solo degli avventurieri in cerca di notorietà e di -meritati- guai. Lo conferma elegantemente il Dipartimento Federale degli Affari Esteri quando sconsiglia il viaggio a Gaza, come un qualsiasi viaggio di piacere, e ricorda a chi non rinuncia a questa missione umanitaria che lo fa a suo rischio e pericolo. Al massimo, quando si troverà in una prigione israeliana per terroristi, potrà sperare che un premuroso funzionario dell’ambasciata lo faccia rimandare presto a casa. Gli idealisti non meritano di meglio. Davvero?

Invece tentano di fare quello che dovrebbero fare i nostri governi, per primo quello svizzero, custode del diritto umanitario. Ossia quanto richiesto nell’ennesimo Appello lanciato all’inizio di luglio al Consiglio federale da una quarantina di personalità dell’ambito sanitario, insieme a docenti universitari, ex consiglieri federali, giuristi, vescovi e artisti.  Chiedeva un intervento deciso e immediato per fermare il massacro in corso e in particolare l’apertura di un corridoio umanitario per, e anche da Gaza. 

Sono passati due mesi, medici e operatori sanitari hanno persino iniziato uno sciopero della fame davanti a palazzo federale, ma il Consiglio Federale e il Parlamento respingono qualsiasi intervento e del corridoio umanitario non c’è traccia. Peggio ancora: a genocidio ormai confermato da una commissione ONU, visti i rapporti con Israele, il nostro governo potrebbe essere accusato di complicità nel genocidio in corso. 

È la prima volta che esponenti della società civile di 45 paesi si uniscono per una missione di solidarietà. Anche se rimarrà un atto simbolico, ha però il valore politico di smascherare l’ipocrisia dei governi passivi davanti al genocidio e agli appelli dell’ONU, ancora condannata all’impotenza. La Global Flotilla ha il merito di rendere più visibile il vero spartiacque in questa guerra, che non è fra mondo civile giudeo-cristiano e mondo islamico antisemita, fra bene e male, come si vorrebbe far credere. Bensì fra il cinico neocolonialismo bianco e il diritto di tutti i popoli all’autodeterminazione. Fra il potere delle armi -anche quelle di Hamas- e chi promuove la convivenza pacifica in Israele e in Palestina.  

Naviganti della Flotilla, operatori sanitari in sciopero, manifestanti che scenderanno ancora in piazza il 27 settembre a Bellinzona: solo ingenui attivisti che ignorano il principio di realtà? Eppure, la storia ci insegna che in politica idealisti e pacifisti sono la migliore garanzia per prevenire la violenza e fermare la barbarie, tanto cara ai mercanti d’armi.

Politici come Gandhi, Mandela o Pepe Mujica, per citare solo i più noti, lo hanno dimostrato realizzando le loro “utopie”. Gli idealisti attivi per Gaza difendono gli stessi valori. Fanno un gesto necessario per ridare senso alla parola “umanità”.

Un gesto che risponde alla domanda posta da Francesca Albanese: “la solidarietà è la declinazione politica dell’amore?” Politica, appunto.  

Scritto per La Regione


Gaza, la devastazione calcolata dei corpi e della psiche di un’intera popolazione richiede tempo!

L’arte prodotta sotto le tende e sotto le bombe ci racconta delicatamente ma con grande forza cosa vuol dire vivere l’infanzia a Gaza 

Nell’interminabile “attacco contro Hamas” dell’esercito israeliano, considerato una legittima risposta al traumatico massacro perpetrato da Hamas in Israele il 7 ottobre, non basta evidenziare l’enorme sproporzione nella conta dei morti da entrambe le parti, regolarmente aggiornata dall’ONU nei suoi bollettini [ad oggi poco meno di 40’000, ndr].

Occorre considerare anche l’intento di costringere gli abitanti di Gaza, anziani, donne e bambini compresi, a vivere costantemente nel degrado e nel terrore, per privarli di ogni dignità e ridurli a disprezzabili “animali” che non meritano di sopravvivere. La pedopsichiatra francese Myriam David, ebrea, reduce dai campi di concentramento nazisti, spiega bene come funziona questo meccanismo.

“Credo che non si è detto, a proposito dei campi come ad esempio Birkenau e altri, ciò che ha funzionato nel senso della distruzione: la lunga durata dell’assenza di cure. Un lungo tempo senza cure significa mancanza di cibo, cibo schifoso, sporcizia schifosa, abbigliamento schifoso, lo sfinimento, la carenza di sonno e tutto ciò che questo fa al corpo. E credo che non si sia detto abbastanza che quando tutto ciò accade al corpo, ebbene l’anima se ne va, ammesso che esista, in ogni caso la psiche se ne va e non si pensa più. Un corpo maltrattato non può più pensare. Diventa abietto! Induce l’altro, che è normale, a disprezzarlo, lo autorizza al disprezzo totale e suscita in lui il desiderio di colpirlo e distruggerlo.”

Conoscere la realtà è possibile e necessario

I nostri media parlano sempre meno di ciò che accade ai civili di Gaza, ma nonostante la sistematica uccisione di giornalisti (113 al 2 agosto scorso), conoscere la dimensione della traumatica strategia di persecuzione, espulsione o sterminio di un intero popolo è possibile. Basta guardare il video “Gaza après le 7 octobre” realizzato dal giornalista Aymeric Caron, deputato ecologista, e presentato al parlamento francese il 29 maggio scorso. Le immagini, forse ancora più insopportabili della terribile sofferenza dei civili, sono quelle dei soldati israeliani in azione, e gli appelli alla distruzione ed espulsione di tutti gli abitanti di Gaza da parte di varie autorità israeliane, di coloni estremisti e dei giornalisti di Channel 14, la TV che sostiene incondizionatamente il primo ministro Netanyahu. Il sito di informazione CinéMutins, che ha pubblicato il documentario, spiega così la sua scelta:

“È un sogno o è la realtà?”, chiede una bambina stordita dalle ferite riportate. È un incubo, senza dubbio, e nulla può giustificarlo, né i crimini del 7 ottobre né la detenzione di ostaggi israeliani da parte di Hamas. Condannare tutti i crimini del 7 ottobre, quelli precedenti e seguenti, condannare l’antisemitismo e tutte le forme di razzismo, è un atto minimo di buon senso. Tuttavia, è necessario precisarlo sempre. Ogni persona normale desidera che gli ostaggi sopravvissuti possano tornare dalle loro famiglie e che il massacro a Gaza cessi immediatamente. Ma per arrivare alla fine di questo processo occorre guardare in faccia le cose, vedere cosa sta succedendo a Gaza dopo il 7 ottobre, cosa sta facendo l’esercito israeliano, cosa non mostrano i canali televisivi.”

Ostacolare sistematicamente l’accesso dei rifornimenti alimentari e sanitari e lasciar cadere bombe su ospedali, ambulanze, scuole-rifugio, fognature e tende dei campi profughi non sono “effetti collaterali” della caccia ai capi di Hamas. Servono a distruggere ogni volontà di resistenza, per rendere desiderabile e accettabile qualsiasi esodo dalla propria terra. Da Gaza chi ha potuto permetterselo è già fuggito all’estero. Intanto nel documentario si vedono i progetti di villette in riva al mare che alcuni imprenditori israeliani propongono per quando Gaza sarà… restituita ai coloni.

Disumanizzare i nemici privandoli di ogni dignità è anche indispensabile per spegnere le coscienze dei soldati che devono imporre brutalità e privazioni inumane ai civili palestinesi. Dopo la strage del 7 ottobre il ministro della guerra israeliano Benny Ganz l’aveva detto chiaramente: “combattiamo animali umani” e da allora il governo di Israele non fa distinzioni fra i responsabili di quel massacro e i civili palestinesi colpevoli solo di vivere sulla “terra promessa”… a un altro popolo. Un popolo che fu a sua volta vittima del più grave genocidio della storia, il cui trauma si tramanda per generazioni.

Per non girare la testa dall’altra parte

Naomi Klein nel suo commento al capolavoro di Jonathan Glazer “La zona d’interesse”, premio Oscar per il miglior film straniero, proprio sul tema dell’indifferenza allo sterminio degli ebrei, chiede: “Quel ‘mai più’ significa mai più per tutti o mai più per gli ebrei? È una promessa che rende Israele intoccabile?” e nel suo articolo ricorda come il regista Glazer (anch’egli ebreo) abbia coraggiosamente preso posizione sulla questione: “Tutte le nostre scelte sono state fatte per riflettere e metterci di fronte al presente, non per dire ‘guardate cos’hanno fatto allora’, ma piuttosto ‘guardate cosa facciamo adesso’ (…) sbarazzandosi dell’idea che paragonare gli orrori di oggi ai crimini nazisti significhi di per sé minimizzare, e non lasciando dubbi sul fatto che fosse sua intenzione tracciare una continuità tra il passato mostruoso e il nostro mostruoso presente”.

Invece di assistere indifferenti al prolungamento infinito di questa guerra dovremmo forse chiederci quale “mostruoso futuro” ci riserveranno le generazioni di palestinesi traumatizzati nel “mostruoso presente”. Chiederci se il pacifismo promosso anche dal Pontefice non sia la soluzione politica più realistica e vantaggiosa per tutti. Dovremmo esigere dai governi occidentali, da decenni complici indifferenti di una situazione drammatica ed esplosiva, che si attivino efficacemente per far cessare il massacro e per una pace giusta e duratura fra israeliani e palestinesi.

È vero, la distanza fra la Palestina e noi è un po’ più grande rispetto a quella fra le ciminiere del campo di Auschwitz, appena dietro il muro, e la famigliola felice del comandante Rudolf Höss, nel film di Glazer. Ma il meccanismo dell’indifferenza nella psiche umana rimane lo stesso di allora. E come ricorda spesso Liliana Segre citando Primo Levi “l’indifferenza porta alla violenza perché è già violenza”.

Nell’immagine: il fotogramma iniziale del video Gaza après le 7 octobre


Naufraghe – Il più grande esempio di femminismo per me è un uomo

L’arte prodotta sotto le tende e sotto le bombe ci racconta delicatamente ma con grande forza cosa vuol dire vivere l’infanzia a Gaza 

Sembra paradossale rendere omaggio a un uomo come esempio importante di femminismo ma c’è una buona ragione. Quello di cui voglio parlare non è nemmeno l’unico. Già prima di lui, negli anni ‘70 del secolo scorso, quando si lottava per l’emancipazione e per la parità dei diritti in tutti gli ambiti della società, ci fu un pioniere a cui il femminismo deve molto. Allora si lottava anche per riprendere il controllo sulle nostre vite e sul nostro corpo. La maternità era parte integrante del femminismo e si ambiva a un parto dolce, naturale, rispettoso dei bisogni della donna e del nascituro, così come descritto nel 1975 dal medico francese Fédérick Leboyer nel libro “Per una nascita senza violenza”. Per la prima volta un medico, un pioniere, riconosceva pubblicamente quanto, nella pratica ostetrica medicalizzata che si era imposta sin dalla metà del ‘700 a scapito dell’assistenza delle levatrici, la donna e il nascituro subissero vere e proprie violenze durante il parto. Basti pensare all’immobilizzazione nella posizione supina con i piedi nelle staffe, imposta alla donna per comodità del medico, alle ripetute visite vaginali, alla rottura delle acque, alla frequenza dell’episiotomia (quel doloroso “taglietto” che poi si ricuciva stretto abbastanza per garantire il piacere del marito), alla violenta pressione addominale (manovra di Kristeller) e al diffuso uso del forcipe (oggi sostituito con la ventosa)… Ricordiamo tutti la scena del parto nel film “Il senso della vita” dei Monty Python… Quanto al nascituro veniva estratto da mani estranee, subito sculacciato, privato di una parte del suo sangue con il taglio precoce del cordone e portato lontano dalla madre per essere pesato, misurato e poi depositato a piangere da solo in un freddo lettino della nursery. Grazie al dr. Leboyer alcune di queste pratiche di ordinaria violenza ancora comuni a fine ‘900 sono cambiate, ma non sempre, non tutte e non ovunque.

La congiura del silenzio

Siamo tutte grate per i progressi della medicina ostetrica che permettono di salvare molte vite nei casi ad alto rischio (1 su 10 secondo l’UFSP) ma purtroppo la “violenza ostetrica” non appartiene solo al passato. È necessario parlarne ancora oggi visto l’eccesso di interventi chirurgici e chimici su donne sane, senza consenso libero e informato, come denunciato persino dall’ONU, OMS e Consiglio d’Europa. Anche in Svizzera una ricerca recente mostra che il 27% delle donne vive una forma di coercizione durante il parto e un altro studio rivela che circa una donna su tre ha un ricordo traumatico dell’esperienza. Angela Notari, autrice ticinese e attivista per la nascita, nota giustamente che se il 30% dei passeggeri scendessero ogni volta dall’aereo traumatizzati, scoppierebbe subito uno scandalo e l’opinione pubblica esigerebbe dalle autorità un intervento immediato. Per il parto invece non succede, anzi, è difficile parlarne, è una specie di tabù. Secondo Silvia Vegetti Finzi è come se una congiura del silenzio avesse decretato l’irrilevanza dell’evento femminile per eccellenza. I movimenti femministi dal canto loro oggi sembrano avere difficoltà a sviluppare una riflessione sul parto, come se avessero paura di dare valore proprio a quella differenza naturale su cui la società patriarcale ha costruito la superiorità maschile. Eppure la riflessione femminista su questa esperienza è più che mai necessaria allo scopo di introdurre anche nel parto quella prospettiva di genere che si sta affermando in altri ambiti della società. Persino chi difende la natura in ogni ambito dimentica di applicare i principi dell’ecologia alla nascita. E in politica si tace anche sugli enormi risparmi che la sanità potrebbe realizzare a breve e lungo termine applicando alla maternità e al parto un nuovo paradigma basato sulle evidenze scientifiche e la salutogenesi.

Il risultato di tutto questo silenzio è che la delega alla tecnologia medica di una delle esperienze più importanti per il corpo e per la psiche nella vita di una donna e di un bambino produce una pericolosa e costosa sovramedicalizzazione. Oggi in Svizzera più di un parto su due avviene prima del termine (che non è mai una data precisa ma varia fra 37 e 42 settimane) mediante un’induzione o un cesareo programmato. Significa non aspettare che il bambino scateni il travaglio spontaneo quando i suoi polmoni sono pronti. Il risultato è che i cesarei sono di nuovo in aumento (34% in Ticino) e nel 14% dei parti vaginali si estrae il bambino con la ventosa o il forcipe; stessa proporzione per le episiotomie. Non proprio una bella esperienza questo genere di parto malgrado l’anestesia che in queste condizioni diventa indispensabile. Sembra ormai tutto normale e inevitabile anche per un parto vaginale. Vaginale non significa però “naturale” e tantomeno fisiologico… Ecco perché anche la donna finisce col credere che siano il medico o la levatrice ospedaliera (ai suoi ordini) a “far nascere” il suo bambino, e non lei stessa. E pensare che secondo l’OMS e gli studi svizzeri la maggioranza delle donne desidera un “parto naturale” in cui non perda il controllo della propria esperienza.

Spesso la donna di oggi si vive potente socialmente e impotente di fronte alla maternità

Sono dunque molto grata al dottor Leboyer per aver evidenziato già 50 anni fa la sofferenza del bambino durante la nascita medicalizzata e la fatica della mamma aggravata dai rigidi protocolli ospedalieri. Oggi però è di un altro pioniere che voglio parlare… Ferma lì, mi diranno i naufraghi, ti stai occupando di medicina e invece noi ti abbiamo chiesto di parlare di femminismo… Giusto, replico, ma avete forse dimenticato che la maternità e il parto sono l’esperienza più specificamente femminile che ci sia, e che non potrà mai essere omologata al modello di vita maschile in nome dell’uguaglianza? In realtà è proprio su questa fondamentale differenza che si è sempre basato ogni genere di discriminazioni delle donne. Dandole valore invece di viverla come un ostacolo alla parità, potrebbe essere la maggior fonte di empowerment femminile purché la donna rimanga protagonista del proprio parto e possa vivere tutta la potenza del proprio corpo nel dare la vita.

Già, ma dove metti il dolore e la sicurezza? Qui risponde l’uomo più femminista che io abbia mai conosciuto e che mi ha aperto gli occhi sulle conseguenze di un massiccio intervento medico nei delicati meccanismi ormonali ed epigenetici del corpo femminile durante la maternità e il parto. Si tratta del medico chirurgo Michel Odent (nato nel 1930), uno dei massimi esperti mondiali di fisiologia della nascita, autore di oltre 20 libri tradotti in tutto il mondo e di numerosi articoli pubblicati sulle più prestigiose riviste internazionali. È comunemente considerato il successore di Leboyer ed è molto conosciuto anche perché per primo nella sua clinica di Pithivier aveva introdotto le vasche in sala parto per alleviare il dolore e la “salle sauvage” dove ogni donna era libera di partorire come a casa propria senza essere disturbata. Evidenze scientifiche alla mano, l’illustre chirurgo elenca le condizioni indispensabili per favorire la fisiologia del parto, ricordando che si tratta di una funzione involontaria del corpo femminile regolata dagli ormoni rilasciati nella parte più arcaica del cervello (gli stessi coinvolti nella sessualità) che attivano in tutti i mammiferi la dimensione istintiva, fisica, psichica e affettiva dell’evento. Dimostra che nel mammifero umano, l’unico dotato di una importante neocorteccia, ogni interferenza esterna con questo complesso e delicato programma biologico, rende il parto più difficile, ostacola l’irripetibile meccanismo ormonale dell’imprinting nella prima ora dopo la nascita e non permette alla donna di vivere pienamente la sacralità dell’evento e la potenza del proprio corpo. Nel contesto attuale l’assistenza medica generalizzata anche nei casi di donne sane con gravidanze a basso rischio può dunque assumere la forma della tutela incentivando un meccanismo di delega che genera ricadute sul benessere femminile e sull’autostima delle donne.

Una scomoda verità: il prezzo dell’impotenza femminile per la società

Michel Odent, risalendo nella storia scopre che da millenni quasi ogni tipo di società patriarcale nel mondo, per preservare il proprio potere ha imposto una forma di controllo su questa esperienza femminile così fondamentale per la riproduzione della specie e per l’umana capacità di amare (o capacità empatica come si usa dire oggi). Secondo la storica Nadia Maria Filippini “La rivelazione della potenza generativa del corpo femminile ha sempre destato nell’uomo emozioni intense e contraddittorie: ammirazione e frustrazione, senso di protezione ma anche di invidia e rivalità.” C’è una scomoda verità in tutto questo: le conseguenze del controllo patriarcale sulla nascita si ritorcono contro la società.

Nel suo ultimo libro Michel Odent si preoccupa di una probabile correlazione fra la sovramedicalizzazione e il calo della natalità comune ai paesi industrializzati dove le donne sono libere di accedere alla contraccezione. Dove il tasso di cesarei e di induzioni del parto è molto elevato la fertilità è crollata ai livelli più preoccupanti. Forse a far desistere le donne dal mettere al mondo più figli non è solo la corsa a ostacoli che la maternità impone alle mamme attive fuori casa e nemmeno solo il costo troppo elevato per i genitori. Potrebbe esserci anche un calo del desiderio dopo un’esperienza negativa di parto. Alcune indagini già lo suggeriscono.

Verificare questa ipotesi significa rompere il silenzio sulla questione cruciale del parto e rendere accessibili e attrattive le alternative sicure e scientificamente provate al parto medicalizzato (che in Svizzera sono già previste nella LaMal e coperte al 100%, ma nessuno lo sa…). Significa comprendere che per le nascite a basso rischio l’assistenza continua durante tutto il percorso, parto compreso, da parte di una levatrice di fiducia è il modello più sicuro. Lo conferma la primaria di ostetricia dell’ospedale cantonale di Aarau Monya Todesco Bernasconi che accanto al suo ospedale ha aperto una casa della nascita di grande successo. La differenza fondamentale sta nell’arte della maieutica: la levatrice accompagna il parto senza imporre protocolli, senza sostituirsi alla donna, ma ne protegge l’intimità e la incoraggia ad attivare le proprie risorse rendendo così il parto più facile e meno doloroso possibile. Un parto da ricordare come il giorno più bello della vita.

Dare il giusto valore politico alla maternità potrebbe cambiare la società

Relegare la maternità nella sfera privata, ridurre il parto a un evento puramente medico comporta un prezzo ormai troppo alto per la società. Un’esperienza di parto positiva invece apporta benefici alle donne, al legame materno e a tutta la società, nella quale le nuove madri faranno ritorno con rinnovata autostima, creatività e intraprendenza e magari un desiderio di maternità intatto.

Lo aveva già intuito la femminista americana Adrienne Rich nel su libro “Nato da donna” pubblicato in Italia nel 1977, in cui ricordava che “Tutta la vita umana sul nostro pianeta nasce da donna. L’unica esperienza unificatrice, incontrovertibile, condivisa da tutti, uomini e donne, è il periodo trascorso a formarci nel grembo di una donna… per tutta la vita e persino nella morte conserviamo l’impronta di questa esperienza”. Di conseguenza, la Rich sosteneva già allora che “Mutare l’esperienza del parto significa mutare la posizione della donna nei confronti della paura e dell’impotenza, nei confronti dei nostri corpi, dei nostri figli”, ossia “…un processo con enormi implicazioni psichiche e politiche”.

Grazie di cuore Michel per aver dedicato tutta la tua vita alla comprensione dei bisogni della donna in maternità e della sua importanza per il futuro dell’umanità. Non è un caso se il titolo del tuo penultimo libro sia proprio “Il futuro di Homo” che in copertina reca un enorme punto interrogativo. Uno spunto su cui potremmo riflettere, donne e uomini, in questo 8 marzo.

  • Guarda anche il video “La prestazione” che non è possibile incorporare nella pagina
Nell’immagine: quando la maternità non era ancora una libera scelta


La 13esima AVS sì che è “la ricchezza che sgocciola”

L’arte prodotta sotto le tende e sotto le bombe ci racconta delicatamente ma con grande forza cosa vuol dire vivere l’infanzia a Gaza 

Il 3 marzo si farà una scelta molto importante, eppure l’informazione nei media sul contenuto dell’iniziativa per la 13esima AVS sembra poco oggettiva e piuttosto scarsa. Sui social invece abbonda quella degli avversari, con tanto di animazioni e calcolatori individualizzati sulle presunte catastrofiche conseguenze per le nostre personali finanze se il popolo svizzero approvasse la 13esima AVS, ossia un aumento dell’8,3% delle pensioni garantite dal 1. pilastro. Per la loro campagna gli avversari (partiti borghesi e associazioni economiche) hanno investito quasi quattro volte quanto i promotori dell’iniziativa pur di condizionare media e politici (spesso disarmati di fronte alla complessità tecnica del nostro sistema pensionistico). Lo scopo è di far cambiare idea soprattutto ai giovani, convincendoli che rischiano di sacrificarsi per gli anziani.

Come mai tanta frenesia? In verità è una strategia di informazione ben studiata allo scopo di bloccare ogni possibile sviluppo del 1. pilastro, l’AVS appunto. Strategia conforme agli accordi segreti fra compagnie private di assicurazioni, rivelati nel documentario “Il protocollo” già diffuso dalle tre reti SSR e ora visibile gratuitamente su Vimeo: una storia incredibile che sarebbe tacciata di “complottismo” se non ci fossero i documenti a dimostrarla!

La vera posta in gioco il 3 marzo è una scelta cruciale: vogliamo rafforzare il 1. pilastro pubblico (l’AVS), ossia un’assicurazione moderna, sicura, solidale, economica e più equa per le donne, oppure vogliamo aumentare i contributi per il 2. pilastro privato (v. la prossima revisione della LPP) che è più costoso per gli assicurati ma molto redditizio per le compagnie di assicurazione e le banche? Sono loro, infatti, a gestire la montagna di risparmi accumulati nelle casse pensioni (oltre 1000 miliardi, non milioni!) che investono sui mercati finanziari e immobiliari realizzando lauti guadagni per i loro azionisti.

A rischio per i giovani di oggi non è dunque la pensione del 1. pilastro (AVS) perché ci saranno comunque altri giovani a pagare quando loro saranno anziani. A rischio caso mai sono le loro pensioni del 2. pilastro, per l’imprevedibile andamento dei mercati (v. perdita di 105 miliardi nel 2022), per le progressive riduzioni dovute all’invecchiamento della popolazione (v. diminuzione del tasso di conversione) e perché non c’è solidarietà fra giovani e anziani e nemmeno fra ricchi e poveri.

Sostenere che non è giusto pagare una 13esima AVS “a chi non ne ha bisogno” è pura ipocrisia sapendo che d’altra parte gli stessi oppositori all’iniziativa propongono sgravi fiscali proprio per i ricchi, tanto poi la ricchezza sgocciolerebbe verso i poveri… Nell’AVS, grazie al limite minimo e massimo delle rendite, il 90% degli assicurati paga meno di quanto riceverà da pensionato, a provvedere per la differenza sono i super benestanti perché sui loro alti redditi si preleva senza limiti la stessa percentuale di contributo AVS uguale per tutti. Qui sì che sgocciola la ricchezza!

Il 3 marzo votando SÌ, a favore dell’iniziativa per la 13esima AVS, non è vero che si vota “da egoisti” bensì da “altruisti” per rafforzare questo efficace meccanismo svizzero di solidarietà e stabilità sociale.


Pedofilia nella chiesa, cambierà qualcosa?

L’arte prodotta sotto le tende e sotto le bombe ci racconta delicatamente ma con grande forza cosa vuol dire vivere l’infanzia a Gaza 

Finora in Svizzera, quando affiorava qualche caso di abuso – nonostante i sistematici occultamenti – si parlava di eccezioni, di poche mele marce. Invece, malata è proprio la pianta su cui sono cresciuti. Cosa accadrà ora? Si metterà finalmente in discussione la rigida struttura gerarchica, patriarcale e autoreferenziale del potere nella Chiesa? Oppure ancora una volta avrà ragione il Gattopardo? “Perché tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi”?

L’ampiezza dello scandalo emerso con il rapporto dell’Università di Zurigo sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica svizzera sembra suscitare stupore anche in chi sapeva bene da decenni come stanno le cose. Ora si ammette che col rapporto è emersa solo la punta dell’iceberg, però la sua dimensione la si poteva intuire sin dalle prime indagini già svolte in molti altri paesi. Non bastavano questi segnali per cambiare rotta? Si pensava forse che la Chiesa cattolica svizzera fosse diversa dalle altre? 

Prendiamo ad esempio lo scandalo della pedofilia nella Chiesa cattolica americana scoppiato dapprima a Boston già nel 2002. Per anni centinaia di preti pedofili venivano spostati di parrocchia in parrocchia dai loro superiori lasciando uno strascico di traumi e sofferenze nei numerosi bambini abusati. Le piccole vittime hanno raramente la forza di parlare in famiglia delle molestie e violenze subite, e ancor meno di denunciarle alla giustizia. Ma quando i fatti affioravano, le autorità ecclesiastiche proponevano alle famiglie di regolare le cose con discrezione all’interno della Chiesa. Mediante patteggiamenti segreti, la Chiesa le risarciva economicamente a condizione che non parlassero mai a nessuno dei crimini subiti. Ma poi il bubbone scoppiò e vennero a galla le responsabilità della gerarchia ecclesiastica e le sue connivenze “omertose” con autorità giudiziarie, avvocati, politici e polizia. Un meccanismo ben illustrato nel film “Spotlight” di Michael Keaton, Oscar 2016.

Si capisce che la piaga non riguarda solo alcune parrocchie bensì coinvolge le autorità ecclesiastiche fino ai vertici. L’alto rappresentante del Vaticano negli Stati Uniti che era stato incaricato in precedenza di indagare sul fenomeno, quando ne scoprì l’ampiezza e ne denunciò la gravità con un circostanziato rapporto, fu rimosso dall’incarico e degradato a semplice cappellano nell’aviazione militare. Il suo rapporto finì in un cassetto a Roma. Non sorprende dunque che Papa Giovanni Paolo II offrì una carica onorifica in Vaticano al cardinale Bernard Law di Boston, prima che fu costretto a dimettersi perché colpevole di aver sistematicamente coperto gli abusi dei suoi sacerdoti. 

Alla morte di Papa Wojtyla, nel 2005, uno dei primi cardinali chiamati dall’allora cardinale Ratzinger a dire una messa solenne in suo onore fu proprio ancora Law. In quell’occasione a nulla valsero le proteste del New York Times e delle numerose vittime, ormai adulte, accorse a Roma proprio per opporsi a questa discutibile scelta. Papa Ratzinger ha poi avuto il merito di stigmatizzare pubblicamente lo scandalo della pedofilia nella Chiesa, ma per risanare la piaga ci voleva ben altro. Il meccanismo era diffuso, continuava a riprodursi e questo spiega perché nel 2010, a proposito degli abusi sessuali del prete di Gordola (subito spostato in una parrocchia italiana dopo la condanna), il vescovo ticinese invocasse il perdono per quegli “sbagli”… mentre alla famiglia della vittima, una ragazza di 14 anni, rimproverava il fatto di aver denunciato il parroco alla giustizia invece di parlarne prima con lui. Solo “chiacchiere”?

Per comprendere le radici profonde del fenomeno è interessante la testimonianza di un parroco americano recidivo: sosteneva, a sua discolpa, che nei seminari la pedofilia si riproduceva di generazione in generazione come avviene nelle famiglie. In effetti è noto che sovente gli adulti autori di abusi sessuali in qualsiasi ambito, sono stati vittime a loro volta di ripetute molestie da bambini. Il celibato, che da secoli condanna i preti alla “miseria sessuale”, non è quindi l’unica spiegazione degli abusi. La pedofilia si riproduce nel tempo, nella società e anche nella Chiesa cattolica, perché è un crimine con un forte carattere patologico che comporta molto spesso ripetute recidive e proprio per questo, nei casi più gravi, porta all’internamento a vita. 

Difficilmente basta dunque un ammonimento o una condanna, per far sparire le fantasie perverse che spingono i pedofili a cercare nuove prede. Nascondere, perdonare e spostare i pedofili in altre parrocchie serviva forse a salvaguardare la facciata dell’istituzione religiosa e la rigida struttura del potere ecclesiastico, ma non è mai bastato per sradicare la pedofilia e prevenire ulteriori crimini a danno dei bambini. 

Non c’è dubbio che in tutti gli ambiti della società gli autori di questi reati, ma anche i superiori che ad ogni livello li hanno coperti, vadano sempre denunciati alla giustizia, quella terrena s’intende, che è uguale per tutti ed è un diritto sacrosanto delle vittime. E vanno poi allontanati da qualsiasi possibile occupazione a contatto con bambini e semmai curati con adeguate terapie. 

Il fenomeno degli abusi ha dunque radici profonde e coinvolge a tutti i livelli la responsabilità di chi sapeva e non agiva. Le prime misure adottate oggi sono un primo segnale, ma basteranno  per estirpare alla radice la piaga della pedofilia? Per proteggere i bambini dal rischio di subire ulteriori abusi e il devastante trauma che ne consegue? Per salvaguardare la dignità e la fiducia di tutti quei religiosi (e per fortuna sono davvero tanti) che sanno occuparsi dell’infanzia e dei fedeli con vero amore e con autentico rispetto?  


Ucraina: domande scomode

L’arte prodotta sotto le tende e sotto le bombe ci racconta delicatamente ma con grande forza cosa vuol dire vivere l’infanzia a Gaza 

Niente può giustificare la devastante aggressione allo stato ucraino voluta da Putin, tantomeno un referendum-farsa sotto occupazione militare. Ma niente stupore. In tempi non sospetti avevo diffuso dei documentari sui metodi criminali usati da Putin per arrivare al potere, in Cecenia e contro gli oppositori. Allora c’era chi preferiva voltarsi dall’altra parte per correre in Russia a fare affari e salamelecchi a Putin e ai suoi oligarchi. Oggi quei diplomatici, politici, manager e giornalisti fanno un tifo viscerale per la guerra e fingono di stupirsi: chi l’avrebbe mai detto che il gentile Putin…? 

Ovviamente anch’io ammiro l’eroica resistenza del popolo ucraino ma promuovere l’escalation militare sulla sua pelle e su quella dei soldati mandati al macello su entrambi i fronti è proprio l’unica via d’uscita dal conflitto? O forse era solo l’unica che potesse soddisfare i deliranti sogni imperiali di Putin e anche generare profitti miliardari per i produttori di armi e di energia (compreso il gas estratto mediante il devastante fracking)?

Ora finalmente si comincia a parlare di negoziati di pace, ma l’unica pace possibile è davvero solo un compromesso per spartirsi pezzi di territorio, proporzionalmente al rapporto di forza militare conquistato sul terreno? Spartizioni imposte agli abitanti senza un’autentica consultazione e quindi foriera di futuri conflitti. 

Non sono l’unica a chiedermi perché, oltre al diritto all’integrità territoriale, non si consideri anche il diritto umano fondamentale all’autodeterminazione dei popoli sancito dalla Carta delle Nazioni Unite al Capitolo I, articolo 1, paragrafo 2 sulle finalità dell’ONU: “Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-determinazione dei popoli…”  

Certo, dare la precedenza a questo diritto umano, prima ancora o all’inizio dell’aggressione, avrebbe richiesto (e richiederebbe tutt’ora) che un organismo internazionale riconosciuto da entrambe le parti come l’ONU o l’OSCE ottenesse un cessate il fuoco immediato per organizzare un autentico referendum nei territori contestati. 

Sarebbe stato ancora possibile quando si parlava di ripartire dagli accordi di Minsk II e Zelensky sembrava pronto a offrire una forma di neutralità rispetto alla NATO? Forse si sarebbe “disarmato” Putin vanificando la sua delirante narrazione sui referendum. Forse si risparmierebbero ancora tante vite definendo forme di autonomia e frontiere condivise dagli abitanti per garantire una pace più duratura. Il nostro governo non potrebbe proporre questa via in nome della neutralità e del modello svizzero?

In sostanza mi chiedo se il diritto all’autodeterminazione dei popoli e quello all’integrità territoriale siano incompatibili, oppure se per ottenere una vera pace il rispetto del primo non dovrebbe precedere il secondo. Oppure pace e diritti umani rimangono utopie da relegare nei preamboli? 

Nell’immagine: nel nostro piccolo… (manifestazione per la separazione del Giura dal Canton Berna)


Un documentario svela le truffe del Secondo pilastro

L’arte prodotta sotto le tende e sotto le bombe ci racconta delicatamente ma con grande forza cosa vuol dire vivere l’infanzia a Gaza 

Il documentario “Protokoll”, coprodotto dalla RSI e diffuso nella rubrica DOC lo scorso 27 ottobre con il titolo “Il protocollo” è così presentato nel sito RSI: “Alcuni economisti prevedono un calo delle nostre pensioni nei prossimi anni. Ma perché saranno più basse? Di chi è la colpa? Molto prima della creazione dell’AVS nel 1947, gli assicuratori vita avevano già compreso l’enorme potenziale commerciale del mercato dei fondi pensione privati. Si sono organizzati e hanno sviluppato il concetto dei tre pilastri, che è stato accettato a larga maggioranza in una votazione nel 1972. Questo è un ottimo esempio di lobbismo politico che ha permesso loro di modellare il secondo pilastro in base ai loro interessi privati. Oggi ne stiamo pagando le conseguenze.”

I protocolli segreti

Poco prima della votazione sull’aumento dell’età di pensionamento delle donne ho provato a descrivere i più importanti svantaggi per gli assicurati della Previdenza Professionale (PPP o Casse Pensioni o 2° Pilastro). Ho simulato una partita in 9 round in cui si confrontavano i due pilastri obbligatori del nostro sistema pensionistico. Il risultato AVS batte PPP per 9 a 0 era inequivocabile e lo confermano le rivelazioni di “Protokoll”. Il documentario cita i protocolli segreti concordati nelle riunioni fra le maggiori compagnie di assicurazione vita già negli anni ’70 e fornisce le prove schiaccianti delle loro manipolazioni politiche, delle false promesse e dei furti perpetrati a danno degli assicurati in tutti questi anni.

Si racconta nel documentario come, sotto la pressione delle lobby assicurative, le nostre autorità politiche hanno progressivamente tradito la promessa fatta al momento della votazione sul sistema dei tre pilastri nel 1972, cioè che le rendite dei due pilastri assieme (AVS+PPP) avrebbero “garantito il tenore di vita precedente” con almeno il 60% dell’ultimo salario. Per grantire questo obiettivo nella legge era prevista la “priorità delle prestazioni”, indipendentemente dai contributi versati pariteticamente (che sono un salario differito). Invece dopo pochi anni il sistema è stato riconvertito in “priorità dei contributi”. In altre parole la pensione del 2° Pilastro è limitata a quanto accumulato con i cospicui contributi versati da ogni singolo assicurato e dai suoi datori di lavoro per costituire il suo “capitale di vecchiaia”. Risultato: oggi una pensione del 60% dell’ultimo salario rimane una chimera per molti salariati e soprattutto per le salariate. Mediante la ben nota “Salamitaktik”, come la chiamano oltr’alpe, fetta dopo fetta la legge viene progressivamente svuotata del suo scopo sociale per salvaguardare le esigenze di guadagno delle assicurazioni private e dei loro azionisti. Un esempio?

Il furto di 20 miliardi

Si narra nel documentario come nel 2002 scoppiò lo scandalo dei 20 miliardi di eccedenze appartenenti agli assicurati, mai comparsi sui conti delle Casse Pensioni. Un vero e proprio furto ai danni dei salariati, denunciarono allora numerosi parlamentari di vari partiti. Un prelievo inammissibile secondo la liberale Christine Egerszegi, allora consigliera nazionale e presidente della Commissione parlamentare LPP, scandalizzata ancora oggi perché quei 20 miliardi sono spariti nelle tasche degli azionisti invece di arrivare sui conti degli assicurati.

Anche i socialisti allora gridarono allo scandalo ma il documentario rivela che purtroppo il Partito Socialista Svizzero e i sindacati hanno una grande responsabilità in questo disastro perché già nel 1972 sostennero il sistema studiato dalle assicurazioni private. Avrebbero invece potuto sostenere la proposta di sviluppare il primo pilastro (l’AVS, più sociale, economica ed efficiente!) per garantire delle vere pensioni popolari che “mantengano il livello di vita precedente” almeno per i redditi bassi e medi. Oppure avrebbero almeno potuto proporre un 2° Pilastro in mano pubblica e non privata, per preservare lo scopo di assicurazione sociale e l’uso corretto dei risparmi accumulati (oggi più di 1000 miliardi!). Un’idea che già circolava nel PSS.

La prossima “riforma” della legge PPP

Il documentario non ne parla ma già si vede che la “Salamitaktik” continua. La prossima fetta, che più preme alle assicurazioni private, è l’ulteriore riduzione dell’”aliquota di conversione”, già approvata dal Consiglio Nazionale, cioè una diminuzione delle pensioni del 12%! Per mandar giù la pillola si propone lo zuccherino delle compensazioni durante i primi anni che seguiranno la “riforma”, ma per i giovani di oggi la frittata è fatta: pagheranno di più per ricevere di meno. Si prevede infatti anche l’aumento dei contributi dedotti dallo stipendio: sia iniziando a pagarli già da 20 anni (e non da 25 come oggi), sia riscuotendoli in % su una parte maggiore dello stipendio mediante la diminuzione della “deduzione di coordinamento”.

Mi auguro che i/le parlamentari impegnati/e nella “riforma” del 2° Pilastro diano prima un’occhiata a “Protokoll” e cerchino soluzioni che pongano un freno al costante dirottamento del risparmio degli assicurati verso l’opaca e costosa gestione delle assicurazioni private. Sono società anonime (o simili) il cui scopo principale rimane la realizzazione di utili e non il benessere sociale degli svizzeri. Dovrebbero accontentarsi di fare affari col 3. Pilastro: il risparmio privato, appunto… per chi se lo può permettere.

Offrire ad esempio a tutti i cittadini la possibilità di trasferire i loro “capitali di vecchiaia” in una Cassa Pensioni federale, in concorrenza con quelle private, converrebbe già solo perché si eliminerebbe il problema del “libero passaggio” e vari inutili costi di gestione. Sarebbe un primo passo nella buona direzione.

Il documentario “Il Protocollo” è visibile sul sito della RSI fino al 27 novembre


Meno AVS e più PP? Non siamo allodole

L’arte prodotta sotto le tende e sotto le bombe ci racconta delicatamente ma con grande forza cosa vuol dire vivere l’infanzia a Gaza 

Fra omissioni, bugie e mezze verità messe in campo per convincere il popolo ad accettare il progetto AVS21 il prossimo 25 settembre, ossia per far inghiottire alle donne la pillola amara della pensione a 65 anni, c’è un altro stratagemma. Far credere di poter compensare gli svantaggi facilitando il loro accesso al Secondo pilastro, ossia abbassando il limite di salario a partire dal quale scatta l’obbligo di versare i contributi anche per la PP (Previdenza Professionale o Casse pensioni), ma è uno specchietto per le allodole. 

Pagare ancora più contributi per avere quanta pensione? In realtà un dettagliato studio dell’Unione Sindacale Svizzera dimostra che per ottenere dalle Casse pensioni un importo equivalente a quello ricevuto dall’AVS, le/i salariate/i (e i datori di lavoro) devono pagare quasi il doppio di contributi. Inoltre, nella Previdenza Professionale non si tiene conto degli anni dedicati alla cura dei figli e nemmeno del carovita. Aumenta poi anche per le donne il rischio di disoccupazione perché i contributi paritetici prelevati sui salari crescono con l’età (in media dal 12 al 25%) e le over 60 diventerebbero “troppo care” per i datori di lavoro. 

Infine, le donne sarebbero penalizzate perché le future rendite delle Casse pensioni saranno ulteriormente ridotte (abbassando il tasso di conversione) visto che aumenta la loro speranza di vita. Non è un caso che il Parlamento non sia riuscito a trovare soluzioni accettabili e abbia rimandato a dopo la votazione su AVS21 la revisione della legge sul Secondo pilastro (LPP), che rischia di essere un’altra stangata.

Il miraggio dell’accesso alla Previdenza Professionale per le donne (e i bassi salari in generale) è però anche una pericolosa trappola politica in cui cade facilmente anche chi è contrario ad AVS21. Il vero scopo (inconfessabile) di spingere più donne nella PP è di bloccare lo sviluppo del Primo pilastro, ossia dell’AVS, l’assicurazione più sicura, flessibile, economica e sociale… che però non produce business per banche e assicurazioni. 

La soluzione per migliorare davvero le pensioni delle donne e di tutta la popolazione è di aumentare le rendite AVS dirottando nelle sue casse una parte dei contributi ora assorbiti dalla Previdenza Professionale, ossia di rafforzare il Primo pilastro a scapito del Secondo. Intanto è già sul tavolo un’iniziativa per una 13esima AVS. 

Inoltre, si potrebbe creare in via transitoria nella PP una cassa pensione pubblica, liberamente accessibile a chiunque, con un sistema di capitalizzazione parziale grazie alla perennità garantita dalla Confederazione: avrebbe meno costi e problemi di libero passaggio… È vero, non si tratta di soluzioni immediate, ma per difendere l’AVS è importante cambiare la rotta da subito votando due NO a AVS21 e IVA, perché una volta cadute/i in trappola sarà assai più difficile tornare indietro. 

Pubblicato da “laRegione”
Nell’immagine: non è solo un modo di dire. Ecco un vero specchietto per le allodole
(modello antico, prezzo 95 euro)


AVS21: quello che non si dice

L’arte prodotta sotto le tende e sotto le bombe ci racconta delicatamente ma con grande forza cosa vuol dire vivere l’infanzia a Gaza 

Sembrerebbe che l’unico modo per garantire le nostre pensioni e quelle dei nostri figli sia di diminuire le prestazioni dell’AVS innalzando l’età del pensionamento a cominciare dalle donne, anche se già penalizzate perché guadagnano di meno. È ciò che si propone con la votazione “AVS21” del 25 settembre.

Ma ci sarebbero soluzioni alternative? Sì! Per capire come si potrebbero aumentare le risorse dell’AVS (il Primo pilastro) senza punire le donne, è però inevitabile considerare l’insieme del sistema pensionistico, correndo il rischio di confrontarsi con gli interessi di banche e assicurazioni coinvolte nella gestione della montagna di miliardi accumulati nelle Casse pensioni (il Secondo pilastro) mediante il risparmio obbligatorio imposto dalla legge per la Previdenza Professionale (PP).

Proviamo a mettere a confronto i primi due pilastri in una un’immaginaria partita in 9 round.

  1. A parità di contributi versati l’AVS offre rendite più elevate delle Casse pensioni (PP)
    Con l’AVS, a parità di contributi versati, la maggioranza (80-90%) della popolazione (compresi i redditi medi), riceve una rendita superiore rispetto alla Previdenza Professionale, lo dimostra un recente studio sindacale.[1] Prendiamo ad esempio una giovane donna sola di oggi con un reddito mediano: per ottenere dalla PP una rendita equivalente a quella che le garantisce l’AVS, sull’arco di una vita dovrebbe versare nelle Casse pensioni quasi il doppio dei contributi, ossia ca. fr. 250’000 in più!
    Risultato: AVS 1, PP 0
  2. L’AVS garantisce mobilità e flessibilità del lavoro, la PP le frena
    Basta avere un numero AVS e indipendentemente dal posto e dal tempo di lavoro verrà sempre prelevato lo stesso contributo. In caso di pausa (per es. per gli studi) si rimane assicurati versando un contributo minimo. Oggi il mercato del lavoro impone frequenti cambiamenti di posto, periodi di disoccupazione o di riqualificazione, di lavoro precario o a percentuali ridotte, con relative fluttuazioni del livello del reddito. Quasi la metà degli assicurati attivi lavora ormai a tempo parziale: per l’AVS non è un problema. La Previdenza Professionale (il Secondo pilastro) richiede invece pratiche particolari per il passaggio da una Cassa pensioni all’altra e la percentuale del prelievo sul salario può variare. Nei periodi di “magra” non c’è nemmeno più accesso alla PP… Anche Avenir Suisse, il think tank dell’economia svizzera, critica questa mancanza di flessibilità del Secondo pilastro.[2]
    Risultato: AVS 2, PP 0
  3. L’AVS non discrimina gli over 60, la PP ne incentiva la disoccupazione
    Nell’AVS il contributo paritetico (datori di lavoro e salariati) prelevato sullo stipendio è sempre uguale per tutti dai 18 ai 65 anni, in qualsiasi posto di lavoro: attualmente 10,6% del reddito. Quello per la Previdenza Professionale invece (datori di lavoro e salariati) aumenta progressivamente con l’età e in media si situa fra il 12 e il 25%. Anche questo rende gli over 55-60 molto più cari sul mercato del lavoro, perciò si preferisce licenziarli e assumere giovani con stipendi inferiori e meno oneri per la PP.
    Risultato: AVS 3, PP 0
  4. L’AVS riconosce la cura dei figli, nella PP rimane un buco assicurativo
    Nel Primo pilastro le donne sono meno discriminate. Se si astengono dal lavoro per gli anni necessari alla cura dei figli l’AVS calcola un accredito per compiti educativi affinché non ci siano buchi che diminuirebbero poi la rendita. Nella PP per non diminuire la rendita negli anni senza salario le donne dovrebbero versare onerosi contributi volontari alla Cassa pensione. Conseguenza: nel 2020 la rendita mediana delle donne era di fr. 1167, quella degli uomini di fr. 2081 e per i prelievi in capitale la disparità è più del doppio.
    Risultato: AVS 4, PP 0
  5. La gestione dell’AVS costa 4 volte meno di quella della PP
    L’AVS è un’istituzione nazionale unica e quindi comporta poca burocrazia. Per assicurare tutta la popolazione i costi di gestione ammontano a 220 milioni di fr. all’anno (2021) ossia lo 0,46% delle uscite. La PP ci costa più di quattro volte tanto, ossia 960 milioni (2020) perché ci sono ben 1434 Casse pensioni grandi o piccole (2020) da gestire e ognuna ha una propria amministrazione con le relative spese di gestione.
    Risultato: AVS 5, PP 0
  6. L’AVS può adeguare le pensioni al carovita, nella PP non è possibile
    L’AVS finanzia le pensioni di un anno con le entrate dell’anno precedente senza bisogno di accumulare grandi capitali (sistema di ripartizione), perciò se i salari aumentano perché aumenta la produttività o sono stati adeguati al carovita anche le pensioni possono essere adeguate. Il Consiglio Federale ne esamina ogni due anni la necessità. Nella PP questo non è possibile perché col sistema di capitalizzazione il valore del risparmio accumulato nelle Casse pensioni è fisso e in caso di inflazione perde valore, e la rendita futura perderà potere d’acquisto.
    Risultato: AVS 6, PP 0
  7. Le pensioni dell’AVS ci saranno sempre, quelle della PP sono meno sicure
    L’AVS è un’istituzione pubblica, quindi è perenne quanto lo Stato svizzero e potrà sempre contare sui contributi di tutti i cittadini attivi per versare pensioni ad anziani e superstiti. Siccome assicura tutta la popolazione c’è un’automatica compensazione dei rischi e si può facilmente calcolare quanto serve per adeguare progressivamente le entrate all’invecchiamento e al calo demografico. Comunque, l’AVS gode della garanzia della Confederazione e per fluttuazioni temporanee dispone di un capitale di 50 miliardi.
    Le Casse pensioni invece sono legate alle aziende e all’andamento economico e finanziario che in caso di crisi potrebbe compromettere la loro esistenza o il valore e il rendimento dei risparmi accumulati. Per compensare l’invecchiamento della popolazione nella PP si riduce l’”aliquota di conversione”. In chiare parole: si diminuiscono le pensioni spalmando su più anni la quantità di capitale da erogare ogni anno durante il pensionamento. Da quando esiste, l’AVS non ha mai ridotto le pensioni. Le Casse pensioni invece si, e lo faranno ancora.
    Risultato: AVS 7, PP 0
  8. L’AVS non incide sull’economia, la PP subisce l’andamento economico
    L’impatto dell’AVS sull’economia è neutro perché grazie al “sistema di ripartizione” da un lato incassa i contributi e dall’altro ridistribuisce una somma equivalente. In caso di rallentamento economico contribuisce a mantenere il livello dei consumi dei pensionati. Nella PP invece, con il “sistema della capitalizzazione” si impone un risparmio forzato che da un lato agisce come un freno all’inflazione perché limita i consumi ma in caso di crisi e disoccupazione frena la domanda. Congelare una montagna di risparmi nella PP (ormai 1063 miliardi nel 2020, e sono in rapido aumento) significa che le Casse pensioni devono cercare investimenti sicuri, ma anche redditizi. Siccome nel mercato finanziario il rendimento aumenta quando le aziende riducono i costi (soprattutto per il personale), paradossalmente i risparmi dei salariati accumulati nelle Casse pensioni contribuiscono a peggiorare occupazione e salari. Un effetto perverso che equivale a tagliarsi l’erba sotto i piedi.
    Risultato: AVS 8, PP 0
  9. Con l’AVS c’è solidarietà fra ricchi e poveri, nella PP ciascuno per sé
    Con l’AVS tutta la popolazione è assicurata ed è quindi tenuta a pagare i contributi di legge proporzionalmente al proprio reddito da lavoro, senza limite minimo o massimo. Le rendite mensili invece hanno per persone sole, nel 2021, un minimo (fr. 1195) e un massimo (fr. 2390). Quindi chi guadagna poco riceve più di quanto ha versato all’AVS durante la sua vita e chi guadagna molto riceve di meno. È anche per sottrarsi a questo meccanismo di solidarietà che diversi liberi professionisti benestanti convogliano i loro guadagni in società anonime dalle quali riscuotono salari modesti (soggetti all’AVS) e sostanziosi dividendi (esenti da contributi per l’AVS). Dalle Casse pensioni invece, a causa del sistema di capitalizzazione, al momento della pensione si riceve solo una rendita o un capitale equivalente a quanto ognuno ha versato (salariato e datore di lavoro) durante la vita attiva. L’unica solidarietà è fra chi muore prima e chi vive a lungo rispetto alla media della popolazione e fra chi ha molti o pochi figli a carico.
    Risultato: AVS 9, PP 0 
Quello che invece si dovrebbe dire e si potrebbe fare

Da anni la politica semina allarmismo su presunte “gravi difficoltà” per l’AVS (mai avverate) al punto che molti giovani sono ormai convinti che con l’AVS dovranno pagare tutta la vita per gli anziani ma quando andranno in pensione non rimarrà più nulla per loro. Non sanno invece che dopo aver versato tutta la vita somme importanti nelle Casse pensioni (che forse non ci saranno più) rischiano di ritrovarsi con un misero gruzzolo.

Allargando la prospettiva all’insieme del sistema pensionistico si scopre che il continuo sviluppo del Secondo pilastro a scapito del Primo genera enormi costi e svantaggi per i/le futuri/e pensionati/e anche per molti datori di lavoro. Ciononostante, si presenta l’aumento dell’età di pensionamento delle donne (AVS21) come un sacrificio indispensabile, mentre è solo un ennesimo cerotto escogitato per non cambiare nulla.

Quando non c’era ancora l’AVS e si lavorava tutta la vita in un solo posto le Casse pensioni erano una benedizione ma oggi sono un sistema antiquato, troppo costoso e complicato. L’AVS è invece un’assicurazione moderna, flessibile, solidale e sicura (vedi grafico qui sotto) e non c’è stato mai bisogno di ridurre le sue rendite!

Perciò è proprio dirottando verso l’AVS almeno una parte dei contributi che ora confluiscono nelle Casse pensioni che si potrebbe migliorare la previdenza per la vecchiaia di donne e uomini. Una soluzione invisa alle lobby di banche e assicurazioni che con il sistema attuale fanno molti affari e non piace nemmeno ai partiti borghesi tradizionalmente contrari alla solidarietà sociale dell’AVS.

In via transitoria si potrebbe pensare almeno a un Secondo pilastro con un’unica Cassa pensione pubblica, più sicura, con meno sprechi, meno discriminazioni per le donne e meno complicazioni per chi cambia posto di lavoro.

Intanto però cominciamo a votare NO alla proposta AVS21 il prossimo 25 settembre!

[1] Comparaison prix-prestations pour les jeunes actifs: L’AVS l’emporte haut la main sur la prévoyance privée, Extrait en français du dossier de l’Union syndicale suisse, octobre 2021

[2] Diego Taboada, Déridons la prévoyance vieillesse! Réformes oubliées – réformes à oublier Une cure de flexibilisation des trois piliers est nécessaire