Il dolce sorriso e lo sguardo sornione di una voce inconfondibile, di un artista unico

Un affettuoso ricordo di Claudio Taddei a pochi giorni da una serata omaggio a Bellinzona, a tre anni e mezzo dalla sua scomparsa 

Il prossimo giovedì 22 dicembre sarebbe stato il giorno del compleanno di Claudio Taddei, musicista ed artista nato in Uruguay nel 1966, di origine ticinese, che dopo un primo periodo sudamericano in cui è diventato una vera “star”, si è trasferito in Ticino dove ha firmato dischi e concerti memorabili e dove ha ulteriormente sviluppato la sua vitale attività pittorica. Una lunga malattia, che ha sempre affrontato con una forza ed una serenità straordinarie, l’ha portato via nell’estate del 2019. Ma con la sua vulcanica creatività e la sua contagiosa simpatia, Claudio Taddei resta una figura importante e indimenticabile, per tanti amici, musicisti, artisti, appassionati. 

Proprio in occasione del suo compleanno, il prossimo 22 dicembre, al Teatro Sociale di Bellinzona andrà in scena uno spettacolo-omaggio che in nome della presenza e della musica di Claudio Taddei vedrà sul palco cantanti e musicisti nell’esecuzione dei brani più noti del suo repertorio. Sarà una lunga e affettuosa “lettera di compleanno” indirizzatagli dall’amico fraterno Stefano Ferrari a fare da filo conduttore, fra suoni, filmati ed esecuzioni dal vivo, ad un momento unico ed irripetibile, all’insegna di “Taddei, ci sei”.

Lo spettacolo vedrà protagonisti:   

  • i cantanti: Rossana Taddei, Dana e Romeo Taddei, Giua, Raissa Avilés, Iris Moné, coro Goccia di voci, Fiori di Kirghisia
  • band permanente: Gian-Andrea Costa (basso), Italo Pesce, Gustavo Etchenique e David Cuomo (batteria), Flaviano Braga (fisarmonica e bandoneon), Mago (fisarmonica), Mad Mantello (chitarra), Mattia Ballabio (tastiere), Martha Duarte Mustelier (violino), Sandro Schneebeli (chitarra)
  • artisti del movimento: Gabi Lüthi
  • regia e presentazione: Stefano Ferrari

Per l’occasione, Naufraghi/e propone qui un testo originale in ricordo affettuoso di Claudio Taddei firmato da Gianluca Verga.


La sorte mi ha concesso un privilegio, che mi induce, ogni giorno, ad eterna gratitudine: ho incrociato la mia vita con quella di Claudio. Poi, come spesso capita, davanti all’ineluttabile ti interroghi come fai con le persone care che si congedano: potevo creare più momenti di condivisione, potevo alimentare la relazione, ci sono sempre stato? Domande che rimangono sospese  e a cui non c’è risposta.

Agli inizi del nuovo millennio, non ricordo chi, tra colleghi e amici ma probabilmente Stefano Ferrari, mi parla di un artista uruguagio di origini ticinese o ticinese cresciuto a Montevideo, consegnandomi un suo cd: “Para el Sur el Norte está lejos”.  Salutandoci  disse che sarebbe stato bello lo incontrassi;  giusto due chiacchiere, qualche consiglio, un colpo di mano. Ora, vero è che alla luce del lavoro che svolgo da quasi 40, dischi da ascoltare, messaggi e proposte di incontro da evadere sono all’ordine del giorno, ed è normale sia così. 

La Rsi è sempre stata una cassa di risonanza, un veicolo importante per i musicisti che operano nella regione. Così come è normale convivere con le pile di dischi da ascoltare accatastate in ufficio e che, confesso, smaltisco a fatica. Passano i giorni e questo fantomatico artista mi invia un altro messaggio chiedendo se avessi avuto modo di ascoltarlo. Prendo tempo, il cd è ancora intonso. Gli prometto di farlo a breve, sapendo di mentire. Al terzo messaggio, educato e gentile mi impongo di ascoltarlo. Improvvisa, dalle casse in ufficio, mi travolge una voce incredibile che risuona ed ammalia, speziata di uno spagnolo che diventa lingua universale. Meraviglia.

Il giorno successivo scrivendogli e complimentandomi organizziamo l’incontro. Il classico caffè in mensa si trasforma in una maratona di parole, risate, progetti, storie di vita, avventure musicali, scherzi di un destino beffardo, intime e private coincidenze a tratti stupefacenti. L’infinita chiacchierata sancisce il classico feeling, la nascita di un rapporto di affinità che durerà nel tempo.

Claudio era rientrato dall’ Uruguay causa malattia, aveva bisogno di costruirsi una rete di contatti finalizzati alla sua professione. Un divo in patria, un oggetto misterioso sulla sponda europea dell’Atlantico. Mi adoperai, e con grande piacere,  per tesser questa tela prima in seno alla Rsi,  poi sul territorio, anche confederato. Come fecero, e davvero bene, anche altre persone e con ottimi risultati.

Ricordo ancora, come mi auguro se ne ricordi anche il pubblico, le volte che l’ ho ospitato nei differenti programmi, alcune davvero memorabili e non solo per l’immenso talento che sgorgava dalla sua ugola, dalla sua scrittura, dalla cassa armonica della chitarra e soprattutto dalla sua anima. La sua umanità e simpatia erano contagiose. Programmi, interviste, progetti che spesso, purtroppo, non siamo riusciti a concretizzare sono ancora lì, vividi, conservati in un angolo del cuore. 

Fino a quel meraviglioso concerto-showcase all’Auditorio Rsi affollato da un pubblico avvolto dalla tiepida luce delle candele, immerso in un palco arredato da una manciata di sue opere pittoriche;  ma soprattutto cullato dalla sua voce, dalla sua musica, da un indubbio carisma. Un evento filmato e registrato che vi può ancora emozionare tanto su Youtube quanto in un disco che risponde al nome di “Intuitivo”. Paradossalmente, ma neanche troppo, Claudio era pura “joie de vivre”, positiva e solare nonostante la convivenza con la malattia, della quale, per inciso, col sottoscritto non si è mai lamentato. Quando ci incontravamo il suo “Hola asesino, ¿cómo estás?” irradiava positività, era un balsamo per lo spirito: accogliente, fraterno, commovente. 

Perché  Claudio era quella  “luz”, (quella luce), che spesso cantava e di cui parlava. Tanto a cena, a casa sua a Cassina d’Agno, quanto sulle assolate spiagge della sua amata Formentera. Già, “casualmente” ci incontrammo anche lì… Comprendevo sempre più la sua un’anima che bruciava la candela da entrambi i lati. E queste fiamme erano a dir poco intense, accecanti, di una bellezza abbacinante.  E raccontavano più di mille parole la sua condizione i bilico tra la tensione creativa, che sgorgava come un geyser nella musica, nel gesto pittorico e nelle relazioni, e che tradiva un amore debordante per la vita e l’appuntamento col proprio destino. Vissuto con una dignità a dir poco esemplare, invidiabile, commovente. 

Non vi dirò inoltre di come  e quando lo convincemmo  a scrivere una canzone per i Mondiali di calcio del 2008 o a comporre  un brano per l’Eurovision Song Contest. O dell’intensa e toccante performance per la “Lega contro il cancro” di cui era anche testimonial.  O delle sue performance a Estival Jazz Lugano. O dell’incontro con Finardi; quell’ Eugenio che quando organizzai una serata omaggio sempre all’Auditorio della RSI, a pochi mesi dalla sua dipartita, (“Natural Claudio”), e che fu di un’intensità emotiva indescrivibile, ce lo descrisse con parole semplici ma in modo sublime e veritiero. Parole nelle quali ci e lo riconoscemmo. O ancora quando nel chiedersi come dare senso, anche artistico a quella “nuova” condizione “esistenziale” che lo vedeva una volta ancora in Ticino mi chiese un confronto. Dopo lunghe e appassionanti riflessioni artistiche, antropologiche e familiari lo convinsi  a cavalcare e valorizzare appunto quella condizione di uomo e artista a cavallo tra due mondi, l’Uruguay e il Ticino. Due porti carichi di tradizioni, suoni, musiche e strumenti che attraverso di lui potevano dialogare: nacque così “Puerto Mestizo”, davanti a un ottimo risotto giallo e qualche bicchiere di merlot. 

Come molti di noi, che amiamo la musica ed i suoi interpreti più autentici, potrei parlare a lungo di Claudio;  ho la certezza che ha lasciato tracce significative in ogni persona  che ha incrociato lungo la sua strada. Che lo abbia ammirato  in concerto o che abbia apprezzato la sua travolgente verve pittorica. Ma era sufficiente incrociare il suo dolce sorriso, il suo sguardo sornione o la sua cascata di capelli grigi fasciati dalla bandana per cogliere la profonda bellezza della persona, la bontà e ricchezza di un’ anima che è ancora così presente tra noi. Una bellezza che Claudio ha seminato e della quale ancora possiamo cogliere i frutti. Buen viento y buena mar, Claudio. 


La solita musica: stessa spiaggia, stesso mare (di banalità)

Un affettuoso ricordo di Claudio Taddei a pochi giorni da una serata omaggio a Bellinzona, a tre anni e mezzo dalla sua scomparsa 

“L’estate sta finendo e un anno se ne va”,  recitava un antico motivetto estivo. E la stagione che pigramente volge al termine è stata generosa di argomenti e discussioni social-musicali come da tempo non capitava nella bolla della musica italiana di consumo.  E che grazie alle numerose piattaforme ha offerto la possibilità a tutti di scrivere, commentare, pontificare anche con livore; di distillare e inoculare veleno e frustrazioni in una girandola infinita senza continuità di sorta.

Un’ orgia bulimica di parole e pensieri, tweet e post che si riducono sostanzialmente a dispute da ombrellone per intenderci, sul modello dello sfascio della love story tra Er Pupone e la pettoruta Ilary.

A meno che non siate trapper della “banlieue milanese”, quelli sì che oltre agli insulti e alle minacce si zorlano pure, ribadendo una volta ancora un disagio sociale acuto, e che c’entra davvero poco con la musica. Anche perché la trap in salsa italiana non è che abbia offerto contenuti edificanti e artistici, per impiegare un eufemismo, se non scimmiottare modelli di importazione.

L’estate 2022 ha sancito inoltre la nascita di uno sport di successo quale è stato lo sparare a zero, spesso senza cognizione di causa, sul “Jova Beach Party”[ne abbiamo parlato anche in questa sede, ndr]. Ho letto tutto e il contrario di tutto tra chi vomitava veleno a prescindere e chi, dopo aver vestito i panni del virologo e dello studioso di slavistica oggi disquisisce di ecosistemi e biotopi con la sicumera di chi ha difficoltà a ricordare la formula chimica dell’acqua. Jova è accusato di distruggere l’ecosistema delle spiagge che ospitano i concerti del suo tour sui litorali italiani, con tanto di replica piccata: “Econazisti, il nostro progetto tiene conto dell’ambiente”. Chi c’è stato invece ne parla come di una sorta di Eldorado, di Shangri-La. Intanto la procura di Lucca ha aperto un’inchiesta. Attendiamo gli sviluppi.

Ma procediamo con ordine al netto dell’evento del Jova, che merita analisi molto più approfondite, riferite soprattutto oltre che al senso, all’impatto  che hanno eventi giganteschi e privati (ricordiamolo) sull’ambiente. Certo la Trident, agenzia dei concerti di Jova, aveva depositato un ponderoso progetto, che forse pochi hanno letto, accettato comunque dalle autorità competenti delle località coinvolte che hanno comunque beneficiato di un indotto economico significativo.

Lo scorso mese il noto critico musicale di “Repubblica” e “L’Espresso”, Gino Castaldo,  ha pubblicato un fondo stigmatizzando la pessima qualità delle produzioni musicali che vanno per la maggiore, i tormentoni estivi per intenderci. Esortando gli “artisti” ad impegnarsi di più. Articolo condivisibile a fronte della banalità imperante e dell’obiettiva pochezza artistica di queste produzioni. Un testo  condivisibile che però necessita a mio avviso di un paio considerazioni. Giusto esercitare un sano spirito critico; la pochezza, il piattume, la banalità della produzione mainstream italiana è spesso sconcertante, ma almeno il buon Gino qualche alternativa la poteva offrire. Di alternative di spessore e qualità ve ne sono assai. Poi, diciamocela tutta: lisciar le penne agli stessi artisti fino al giorno prima dello sfogo…

Ricordo anche il polverone relativo al  concerto “bellinzonese” di Sangiovanni, prodotto partorito da “Amici”, talent televisivo che nel corso di vent’anni ha contribuito a livellare e omologare al basso la produzione artistica, soffocandone la qualità. Performance che ha suscitato un vespaio a fronte della recensione negativa del Corriere del Ticino, con replica piccata del diretto interessato.  Aggiungo che sempre il talent della Maria tricolore, che da tempo indirizza una parte importante dell’industria discografica italiana esangue, spesso priva di idee e prospettive, e a cascata le playlist delle radio, tuona che le vendite dei vincitori quest’anno sono pessime, sotto ogni aspettativa. Potrei inoltre citare anche il “Love Mi” di Fedez e J Ax, ma non lo faccio.  

E torniamo dunque a parlare di quella musica, anzi, mi correggo, di quel “prodotto” che nasce volutamente come “distrazione di massa”, specchio, fra i molti, della filosofia dell’usa e getta, dell’effimero, del decadimento sociale e culturale in cui siamo invischiati da tempo e di cui molti sono complici. Produttori e discografici (non tutti ovviamente, personalmente ne conosco alcuni illuminati), media, piattaforme, ipnotizzati dal facile e rapido guadagno, che trattano la materia musicale come un qualsiasi prodotto svuotato di contenuti artistici, in cui conta esser “influencer” prima che “artista” o “musicista”. 

L’investimento artistico e la progettualità sul medio o lungo periodo è sempre più una chimera; coltivare un giovane talento autoriale non è più una priorità.  Si clonano prodotti, voci e volti omologati, canzoni preconfezionate che hanno una precisa scadenza, un’obsolescenza programmata. E si investe sempre più sull’immagine, gli atteggiamenti ammiccanti e le provocazioni stereotipate. Se Elodie non fosse  statuaria e non si atteggiasse come si atteggia nei video, le ciofeche che ha pubblicato avrebbero avuto lo stesso riscontro? E che dire di quegli artisti d’oltreoceano che si sono ribellati alle proprie case discografiche che li obbligano a pubblicare 30 secondi della propria canzone su Tik Tok, vederne l’efficacia e poi, forse, ma proprio forse, pubblicarla in senso tradizionale? È questa l’ultima frontiera dello svilimento artistico?

Siamo in una fase di passaggio in cui soprattutto i giovani non hanno “colpe”. Forse sono semplicemente illusi dalle scorciatoie che gli si propongono, manipolati, sfruttati, utilizzati. In una società accogliente e tollerante come vorremmo che fosse c’è comunque posto per tutti. Mi auguro anche per la qualità, perché c’è, basta cercarla; lo sforzo  merita.  Avrebbe “solo” bisogno di esser promossa la qualità,  di godere di maggior visibilità e sostegno anche mediatico. Perché la sensazione ora è quella che può capitare sotto il tendone del circo: “quando cadono gli acrobati entrano i pagliacci”. Col massimo rispetto per la nobile arte circense.


Un’estate con la musica dei “grandi vecchi”

Un affettuoso ricordo di Claudio Taddei a pochi giorni da una serata omaggio a Bellinzona, a tre anni e mezzo dalla sua scomparsa 

Dopo mesi trascorsi in semi cattività  pare evidente come la voglia di concerti, il bisogno e il piacere di ritrovarsi insieme per  condividere un’esperienza (ci insegnano così oggi) sotto a un palco sia seconda solo al desiderio di partire. Ed è una voglia democratica, che attraversa come una scossa elettrica tanto i giovani, i giovanissimi quanto i boomer e i beneficiari AVS per intenderci.

Il concerto è una categoria dello spirito; un rituale da preparare e vivere con tutti i crismi. Anche a fronte dell’esborso economico che spesso richiede. L’acquisto del biglietto che molti hanno conservato con pervicacia e indiscussa fede neanche fosse una reliquia del Beato Manfredo a fronte dello slittamento degli eventi. E poi la pianificazione del viaggio, la scelta degli amici coi quali scattarsi i selfie da postare, l’arte di agghindarsi e via discorrendo.  E più si avvicina la data più gli ormoni ruggiscono e le sinapsi trillano come fringuelli. E nell’estate 2022 tanto nella nostra regione quanto in Italia e oltre Gottardo l’offerta è a dir poco esagerata, entusiasmante,  capace di blandire i  gusti più disparati;  adiamo con ordine. 

Quest’estate ci sarà spazio per tutti, anche se il classico bagno di sangue per molti è dietro l’angolo tanto è affollato l’orizzonte concertistico. Sono ripartiti tutti o quasi dopo due anni di stallo, con biglietti spesso già venduti, trasformatisi in voucher, con turné più volte rinviate e annesse polemiche. Soprattutto sul versante italiano, meta privilegiata di un turismo musicale che prospera anche in Ticino. 

Notizia delle scorse settimane è la multa inflitta dall’ Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) a Viagogo, agenzia di vendita di biglietti online; più di 23 milioni di euro per aver venduto biglietti per concerti a prezzi fino a sette volte più alti del normale. Per cui occhio! È una speculazione  che si ripete ciclicamente e che fa leva sulla fame di concerti che unitamente all’idolatria foraggiata dalla comunicazione mediatica dedicata – una vera piaga diffusa – offuscano il raziocinio del povero fan, o del genitore ostaggio dei figli. Che sbuffa, s’incazza, da fondo alle proprie finanze sempre più esigue ma alla fine cede.

Perché devi esserci, perché la narrazione mediatica ti assicura che sarà l’evento epocale, imperdibile. E con perseveranza, metodo e rigore plasma le tue convinzioni. Una narrazione furbescamente sapiente, combinata da astuti uffici stampa in combutta con le agenzie e i promoter, la complicità dei social e di un’industria discografica sempre meno visionaria e progettuale. E “last but not least” non scordiamo una buona fetta dei media radiofonici omologati al basso. Una comunicazione mediatica spesso fuorviante che racconta anche di numeri farlocchi di capienze gonfiate omettendo i biglietti omaggio, quelli messi a concorso e quelli sottocosto. Perché alla fine bisogna stipare l’aia per accrescere il trionfo e l’immagine dell’artista stesso, la sua grandezza, il suo “carisma e sintomatico mistero”, oltre che le vendite e il cachet. Che se poi vanta un tormentone estivo in rampa di lancio…

Comunque anche al netto delle gustose polemiche  estive che si susseguono,  la stagione della ripartenza, quella dell’apparente ritrovata normalità registra la discesa degli Dei tra noi comuni mortali. Ma due parole due sulle gustose polemiche sono inevitabili se siete sotto l’ombrellone, visto che ad oggi né il calciomercato, né la politica spicciola accendono ancora gli animi; salvo la conferenza luganese sulla ricostruzione dell’ Ucraina e l’unione civile tra la Turci e l’ex del Berlusca. Il festival “Love Mi” (quello organizzato a Milano dai ritrovati sodali Fedez/J-AX,una serata in Piazza del Duomo dal nobile fine ma dalla resa artistica deprimente) ha innescato la rissa tra “Boomer” e Generazione Z. Generazioni che se le cantano di santa ragione via social. Ed è comunque un tema interessante almeno dal profilo antropologico (ma io sono tecnicamente un boomer, anomalo ma boomer, e non parlo “corsivo”). Un altro paio di gustose baruffe chiozzotte stanno marcando l’avvio dell’estate musicale soprattutto italiana: il “Jova Beach Party” infiamma una parte degli ambientalisti che rilevano la pericolosità dell’impatto ambientale nonostante le rassicurazioni del Jova, che sinceramente sta pubblicando una ciofeca dietro l’altra.  Così come infiamma la presenza di Fabri Fibra sulle sponde del Ceresio.  “Affaire à suivre” come si suol dire. 

Ma veniamo agli “Dei” dunque, quelli veri, i grandi nomi che saranno sempre più incanutiti, rugosi con le cicatrici inferte loro dalla vita in evidenza. I Rolling Stones come sappiamo sono prossimi agli 80, e sono tornati in Italia,  a San Siro dopo 40 anni dal leggendario concerto di Torino del luglio dell’ 82, nel giorno in cui gli “azzurri” di Bearzot si laurearono campioni del mondo. In oltre due ore hanno semplicemente affermato che non sono soltanto la più grande rock band dell’orbe, ma sono il Rock stesso! Con un Jagger che canta e si dimena come un ossesso a una settimana da quel tampone che gli ha impedito di assaggiare l’erba del Wankdorf; con un Richards che vomita riffs chitarristici taglienti e leggendari e quegli accordi e assoli fradici di blues che hanno edificato la storia della musica. Pubblico in visibilio, condotto mano nella mano al parossismo a cui impartire l’ennesima lezione di musica definitiva. 

La stessa che ha offerto Elton John  anche a Zurigo e quella che con classe e una naturalezza sconcertante ha ribadito Sir Paul McCartney, fresco ottuagenario, sul palco del Glastonbury Festival in camicia e gillet con Springsteen, David Grohl e una marea umana in venerazione nel duetto virtuale con Lennon. Trovate tutto su youtube!  

E che dire dei quasi centomila che il settantenne Vasco raccoglie a Imola dopo aver già riempito una manciata di stadi? O la meravigliosa performance dei Pearl Jam sempre a Imola, Autodromo Enzo Ferrari a cui fanno da “pendant” per carica emotiva, adrenalina, poesia e coinvolgimento Metallica e Red Hot Chili Peppers tanto a Firenze quanto in giro per l’Europa? 

Sempre osannati da folle oceaniche come è successo anche al Campovolo di Ligabue, che ha nuovamente intrecciato le generazioni festeggiando 30 anni di carriera. Quelle emozioni che unitamente alla qualità artistica, alla perfezione formale  e alla poesia intrisa di rock’nroll ha dispensato  Nick Cave nell’avvio del Festival di Monterux.  Artisti quest’ultimi, che hanno tutti passato il capo della sessantina, incanutiti certo, con qualche riga a solcargli  i volti  e qualcuno pure imbolsito dal tempo. Rimane una generazione che spazza con la veemenza di un uragano tonnellate di musica liquida che si nutre di like e di stories, di ridicole ostentazioni e talent show. Long live to rock’n’roll!   


Ticino, terra di eventi musicali

Un affettuoso ricordo di Claudio Taddei a pochi giorni da una serata omaggio a Bellinzona, a tre anni e mezzo dalla sua scomparsa 

Ce ne stiamo accorgendo tutti: dopo un’interminabile stagione di confinamenti e distanziamenti, immersi in un tempo sospeso tra mascherine, gel igienizzanti, Dad e tamponi, un’era scandita da un rosario mediatico infinito di cifre, percentuali e previsioni, c’è davvero una voglia incontenibile e contagiosa di “piazze” brulicanti. Di sciamare in quell’ umanità colorata, festosa, sudata a cui eravamo avvezzi prima dell’anno zero. Un bestiario umano che torna a popolare piazze, stadi, spiagge, cave, “quai” lacustri, prati e radure; un’umanità che ha vissuto in semi cattività per due anni necessita di esplodere nell’arte dello strusciamento, di flirtare con “bionde” refrigeranti alla spina, condividere pietanze speziate dai nomi esotici, farcite di caciara, incontri di sguardi, corpi e sorrisi e, soprattutto e finalmente di musica dal vivo.

È l’ennesimo termometro di quel ritorno alla normalità auspicato da molti. Me ne sono accorto già agli inizi di giugno a San Pietro di Stabio, teatro del prologo di “Festate”. Una corte suggestiva, quella di Pro Specie Rara, presa d’assalto da una folla eterogenea e golosa di musica e di vita. Quella “Festate” che ha replicato in grande stile il week-end successivo a Chiasso sancendo in modo inequivocabile quest’urgenza dello spirito. Che ho rivissuto sulla mia pelle a Caslano in seno al festival votato al blues ostaggio come non mai di un pubblico numeroso che sciamava tra le corti con una ritrovata e a tratti commovente “joie de vivre”.

E che la “nostra” Regione sia generosa di manifestazioni musicali è un fatto assodato. Lo era e lo riconferma anche nell’estate 2022, la stagione dell’agognata ripartenza. Poi chissenefrega se siamo “la repubblica dell’iperbole” anche sul versante dell’intrattenimento musicale, ben venga! O che la scienza ci metta comunque in guardia prevedendo un autunno forse complicato da nuove varianti. Abbiamo girovagato tra il dedalo di viuzze di Ascona per goderci il jazz in molte delle sue gioiose declinazioni e applaudire il patto di fraterna amicizia che lega il borgo a New Orleans, suggellato dalla presenza della sindaca.

Una scappata fuori porta, a Roveredo (Gr) per il “Grin Festival” era inevitabile come bazzicare il Long Lake a Lugano che inizia a far girar le macchine delle sue innumerevoli declinazioni soniche e non. Senza scordare il Càvea di Arzo allestito nella suggestiva cornice naturale delle cave vere e proprie e ci sarà pure un’offerta dedicata a chi “parla in corsivo”: il “Castle on air” a Bellinzona risulterà un’ottima palestra a cielo aperto per chi volesse affinare l’ idioma in questione; i docenti sono di prim’ordine: Sangiovanni, Mahmood, Achile Lauro… mica pizzi e fichi!

Se invece la vostra missione è perfezionare  il berner o lo züri dütsch e sbertucciare il “Polentagraben” il “Moon and Stars” di Locarno è la vostra destinazione. Per proseguire con l’itinerante “Vallemaggia Magic Blues” che celebra il proprio storico ventennale; e credetemi è un traguardo a dir poco storico! L’elenco e le occasioni son davvero infinite, distribuite a geometria variabile sul territorio tra Sotto e Sopraceneri, tra pop, rock, musica da camera e sinfonica, elettronica, canzone, jazz, blues.

Il nostro borsellino un poco ne risentirà come il fegato in apnea, a macerare tra le differenti  gradazioni alcoliche. Perché al netto  del Locarno Film Festival (che comunque offrirà intrattenimento musicale alla Rotonda) all’appello mancano ancora, oltre allo “Spartyto” di Biasca,  il “Blues to Bop” ed “Estival Jazz Lugano” (risorto come Lazzaro per un’unica serata). Quest’anno le due kermesse andranno a  braccetto nello stesso week-end di fine agosto a cui idealmente affidiamo il ruolo di congedare la ricca estate musicale regionale. Ricchissima, ipertrofica perché non c’è una landa che non vanti un concerto, una festa, una rassegna o un santo patrono da onorare con tutti i crismi. Un’offerta che permetterà alla macchina produttiva di rialzar la testa e iniziare a sperare e respirare. E parlo dei tecnici, dei fonici, dei facchini, in sostanza della filiera produttiva da tempo in ginocchio. E se questa non è un’ottima notizia…


Un mare profondo e infinito che non si potrà mai recintare

Un affettuoso ricordo di Claudio Taddei a pochi giorni da una serata omaggio a Bellinzona, a tre anni e mezzo dalla sua scomparsa 

Il primo marzo di dieci anni fa, in una camera d’albergo di Montreux e a poche ore dall’aver dispensato canzoni memorabili, estro artistico e numeri d’alta scuola tra le mura dell’ Auditorio Stravinsky concludeva la sua parabola terrena un geniale folletto, anarcoide e peloso, goloso di vita e ricco di umanità le cui molecole, credetemi, sprizzavano musica, intelligenza anche emotiva e profonda leggerezza. Congedandosi gonfiò i nostri cuori di poesia. Quella di una data ormai iconica (4 marzo ’43) o di una Piazza, certo Grande che appartiene a tutti noi come è giusto che sia, randagi compresi. E poi c’è quel canto antico, fradicio di nostalgia e rimpianti che la sera, alzandosi da una terrazza avvolta dal crepuscolo fa vibrare il golfo di Sorrento.

Ma la poesia di Lucio Dalla è tanto, tanto altro ancora come l’iridescente creatura immaginata al Check point Charlie di Berlino e a cui affidare speranzosi squarci di futuro, anzi di Futura, “un nome che questa notte mette già paura”. E come non emozionarsi gustando l’umanità gioiosa e schiamazzante che galleggia tra i vicoli di Roma nella Notte dei miracoli, “talmente nera che sporca le lenzuola”?

Unico Lucio Dalla, geniale, a dir poco, irriverente, curioso, eclettico sperimentatore che amava giocare nel senso più nobile del termine. Uno che non aveva bisogno di scrivere parole ricercate perché già intense di loro, che era stato a bottega dal poeta bolognese Roberto Roversi, ex partigiano, collaboratore di Pasolini, già co-direttore di Lotta Continua. E proprio con lui il nostro Lucio, in cerca di nuovi stimoli creativi, formò un sodalizio a dir poco epico per la qualità e le innovazioni nell’ambito della canzone italiana allora stretta, ricordiamo, tra la morsa del cantautorato e di un festival di Sanremo esangue, moribondo.

Erano gli anni ’70 della contestazione e di una politica offerta da partiti moribondi a loro volta, che si sciolsero di lì a poco. E lui clarinettista autodidatta, appassionato di Jazz già collaboratore di Chet Baker, che amava i Beatles, Dylan e il rock, grazie alle “parole” di Roversi, e al loro costante incontro-scontro liberò tutto il suo estro vocale, musicale e artistico regalandoci un trittico da urlo: Il giorno aveva cinque teste (1973), Anidride solforosa (1975) e Automobili (1976). Dischi che invito a scoprire o riscoprire anche se più ostici rispetto ai precedenti e ai successivi; ricchi di una musicalità debordante e spesso affrancati dalla forma canzone tradizionale.

Ed è in quegli anni che Dalla muta pelle, si trasforma: la crisalide mette le ali. Era inquieto e in crisi perché non sopportava i cliché che gli avevano appiccicato addosso e si rifiutava di riscrivere la copia infinita di “Piazza Grande” giusto per compiacere pubblico e discografici. Annusava il presente e ne coglieva il cambiamento sociale, politico e culturale in atto. E dunque temi caldi e urgenti quali l’occupazione, l’alienazione della fabbrica, il femminismo, l’inquinamento o la lotta al capitalismo sono nelle sue corde, anche artistiche.

Grazie a Roversi l’artista bolognese si mise in gioco. Con sofferenza certo e coraggio. Vincendo! Perché quell’intensa esperienza ci consegna un artista tra i più geniali, innovativi e poetici della storia della canzone italiana. Rescisso il cordone ombelicale, Lucio Dalla inizia a scrivere e cesellare parole, ed è come se questa pratica non avesse mai avuto segreti per lui. E fa saltare il banco inanellando dischi e canzoni da applausi incondizionati che lo proiettano oltre le stelle, consegnandogli fama, successo e gloria sempiterna.

“Come è profondo il mare” del 1977 racconta con immagini cupe e disordinate non tanto una delle sue grandi passioni / ossessioni: quel mare che spesso e volentieri invade la sua poetica. È il mare dell’inconscio, quello dei pesci filosofi, delle mosche che non fanno dormire e della chirurgia sperimentale. Quello, come qualcuno scrisse “delle domande senza risposta o delle risposte che fanno paura”. Ma a far bella mostra di sé in questo album c’è quel “Disperato erotico stomp” che a sua volta segna un’epoca col suo apparente incedere scanzonato, rivelando invece un contributo al dialogo allora complicato con le femministe, per le quali il maschio era un essere meschino e sciagurato.

In quegli anni Dalla è in uno stato di grazia. Nel ’79 pubblica “Lucio Dalla”, che è il disco di “Stella di mare”, di “Anna e Marco” – poche mirabili pennellate per descrivere la realtà e i sogni dei due adolescenti emblematici di tante giovani vite che dalla mediocrità che le avvilisce non trovano il coraggio di uscirne -, di “Cosa sarà” o “L’anno che verrà” per sceglierne giusto quattro. Un album che ridisegna per ricchezza e raffinatezza i confini della musica cantautorale italiana, mortificando al contempo i suoi colleghi. Lucio è incontenibile, un fuoco d’artificio. L’estate la vive scolpendo un’altra pagina epocale: “Banana Republic”, il tour con Francesco De Gregori, anch’esso entrato nella memoria collettiva di un paese come le sue canzoni.

L’anno successivo “Dalla” conferma la forma strepitosa in cui versa. Anche qui una manciata di fuochi d’artificio che dipingono la meraviglia sul volto del pubblico. E così su su, attraversando gli anni ’80 e ’90 perdendo forse qualche colpo, sperimentando altri linguaggi nella “sua” canzone (dall’elettronica, al fado, dalla romanza al rap) mantenendo una qualità invidiabile e un’ispirazione assai rara che gli permette di cesellare comunque altri capolavori. E come scordare la tournée e il relativo disco Dalla-Morandi che si rivelano un’operazione e soprattutto un connubio esplosivi, divertenti, acclamati?

O quando nel 1991 sotto l’egida della RSI in occasione dei festeggiamenti per il 700° della Confederazione, e nell’ambito della Festa federale della Musica che si svolse a Lugano, Lucio si innamorò della poesia di Giorgio Orelli? Sotto lo sguardo compiacente del “vate leventinese”, Dalla, anzi: “il Dalla” come ripeteva Orelli, musicò una manciata di sue liriche tra cui “Kawasaki” e “Calmo mare”. Anche questa è una testimonianza, l’ennesima, di come e quanto Domenico Sputo (pseudonimo affisso sul citofono della casa nel cuore di Bologna) fosse sempre stato oltre che uno spirito libero un uomo e un artista curioso, originale, voglioso di sperimentare e comunicare, di esplorare e unire linguaggi, che non si è mai crogiolato nel successo o nel glorioso passato. E questa, ancora oggi, soprattutto oggi, è una grande lezione oltre a esser “merce rara”.

Un uomo che dal profilo artistico ha avuto molti figli – Ron, Carboni, Bersani, Carone – ma nessun vero erede. Un uomo di cultura e passioni extra musicali: dall’amore per la cultura mitteleuropea e la pittura espressionista tedesca alla poesia, e alla letteratura più in generale, senza scordare altri piaceri. Il basket e la sua amata Virtus, il calcio dell’altrettanto amato Bologna che andava a tifare assiduamente al Dall’Ara con Morandi, Mingardi ed altri compagni di merenda. E poi il cinema e il mare, possibilmente delle Tremiti, col canto delle diomedee che si annidano tra le rocce, e il vino che produsse pure, lo “Stronzetto dell’Etna”, quando in visita a casa Battiato, a Milo, sulle pendici del vulcano, si innamorò di quei luoghi acquistando una proprietà con annesso vigneto.

Innamorato della modernità pur non rinnegando mai le radici, a dieci anni dalla scomparsa la sua opera, la sua arte, i suoi incontri sono ancora lì, ben impressi nel nostro vissuto e immaginario e dovrebbero ricordare, soprattutto a chi “maneggia” l’arte della forma canzone, che l’estro, la fantasia, il coraggio di sperimentare, se espressi con ricerca e seria applicazione, non devono farsi ingabbiare dagli steccati, quelli della mente in primis. Perché sono o dovrebbero essere espressione di un pensiero che “come l’oceano non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare”.


Un camper in Piazza Grande

Un affettuoso ricordo di Claudio Taddei a pochi giorni da una serata omaggio a Bellinzona, a tre anni e mezzo dalla sua scomparsa 

Arrivò anche in Piazza Grande a Locarno Fabrizio de André, arrivò l’8 settembre del ’91 nell’ambito del tour dedicato a un album meraviglioso: “Le Nuvole”. Qualche anno prima lo ricordo anche all’Espocentro di Bellinzona, ma più spigoloso e in lotta con le sue ombre e i suoi demoni. Il contesto scenografico della Piazza Grande invece toglieva il fiato anche per il suggestivo allestimento teatrale e la regia di Pepi Morgia.

E con Faber sul palco un vero “dream team”: da Mauro Pagani a Michele Ascolese, dal compianto Naco alle percussioni a Ellade Bandini e Giancarlo Parisi che avevo conosciuto qualche mese prima anche a fronte di un suo lavoro sospeso tra world music, popolare e etnica che stava per pubblicare: “L’otre di Eolo”. Grazie a lui nel tardo pomeriggio mi intrufolai ovunque respirando l’atmosfera del back stage e chiacchierando soprattutto con Pagani e Ascolese.

Le nuvole… ho un ricordo di una giornata coperta, che minacciava pioggia ma appena Fabrizio salì sul palco il cielo quasi per malia si fece terso. Il cielo plumbeo e minaccioso fece posto per rispetto e deferenza alle sue nuvole, a quelle di Faber.

Avevo chiesto un’intervista al maestro ligure, e me la concessero. Oltre al sottoscritto e alla mia amica Cristina di Biasca, furono accreditati altri due colleghi, uno proveniente d’oltre Gottardo, l’altro era Umberto Savolini, sodale di molte avventure tra concerti, festival e interviste.

L’appuntamento era al termine del concerto, nel suo camper. Già perché Faber si spostava in camper durante quel tour, quasi per ricreare una sorta di “aia” contadina in movimento. Ci accolsero, Dori in testa, con la preghiera di esser brevi e ci fecero accomodare praticamente a tavola, sotto la veranda del mezzo di locomozione.

Una tavolata imbandita: tovaglia a quadrettoni bianca e rossa, fiasco di vino, scaglie di parmigiano, qualche grappolo d’uva. Pochi minuti e il “maestro” si manifesta. È accogliente e sorridente anche sotto gli immancabili occhiali scuri. Ci invita a versarci un bicchiere di rosso, a spiluccare a metterci comodi. Vede il mio registratore, uno Stellavox a bobine di 10 kg. Mi chiede gentilmente di non registrare la sua voce. Ed io: “Fabrizio, lavorando per la radio devo registrare”. “Mi dispiace” replica, spiegandomi che gli era successo, a lui come ad altri, che la sua voce venisse campionata, editata e montata da terzi per deformare idee, concetti o sovrapporla a basi dance di pessima qualità.

“Non è per mancanza di fiducia nei tuoi confronti”, sentenziò, “ma se qualcuno poi registrasse dalla radio l’intervista…”. Compresi e riposi lo Stellavox sotto la tavola, lasciandolo “indebitamente” acceso.

Parlammo con Fabrizio, chiacchierammo a lungo (altro che stanchezza o scarsa voglia di comunicare!) tra un bicchiere che tirava l’altro, sigarette sempre accese, dolci acini di uva bionda come la sua voce, il parmigiano e una lucidità di pensiero abbacinante. Parlammo a ruota libera della necessità di eternarsi, di musica, del senso delle canzoni, delle operazioni musicali e culturali di cui era motore, della bellezza che le minoranze, anche linguistiche, vantano, dell’Agnata, dei poteri forti e deviati che ancora erano attivi e di spiritualità: “Sono un animista come i nativi americani e altre popolazioni africane. Credo che la divinità, l’essenza divina si manifesti soprattutto nella natura”.

Non ho idea di quanto parlammo ma parecchio, anche perché, ogni tanto, con la scusa di allacciarmi le scarpe o raccogliere oggetti cambiavo la bobina al registratore; ne ho cambiate due se non tre e ognuna durava 20 minuti circa! Anni dopo, credo nell’ambito del Tenco, glielo ricordai, confessando di averlo registrato ma mai di aver utilizzato quell’intervista per radio (l’audio da sotto il tavolo non era neppure un granché, anzi).

Dolcemente sorrise.

Nell’immagine: De André intervistato dalla RSI a Chiasso nel 1984