La sinistra nella trappola della tecnica

La tecnica si pone come fatto ineluttabile e immodificabile, e mai per scelta e decisione libera e democratica. In questo modo produce un gigantesco deficit tecnico di democrazia  

I marxismi e le sinistre di varia tendenza e storia sembrano avere un grosso problema con le macchine e con la tecnica: si ostinano a non voler vedere (cosa diversa dal non vedere, grave in sé) la potenza (la pluspotenza della sua volontà di potenza, ma anche il suo potere) della tecnica – che è diversa, seppure funzionalmente integrata, con quella del capitale. E da due secoli le sinistre si illudono che la tecnica sia fondamentale per la liberazione del proletariato – una ingenuità epistemica smentita ogni giorno dalla realtà (che però appunto non si vuole vedere) – e che lo sviluppo delle forze produttive porterà al socialismo/comunismo. O che trionferà il general intellect, quando invece, da tempo ma soprattutto oggi con l’IA siamo alla totale alienazione cognitiva dell’uomo e alla sua totale delega esistenziale / cognitiva alle macchine.

Non si tratta di odiare la tecnica – cosa impossibile, l’uomo non vivendo senza tecnica – o di sognare un nuovo luddismo digitale, ma di iniziare finalmente, da sinistra, a esercitare un doveroso pensiero critico e a costruire una doverosa Teoria critica della e sulla tecnica – oltre a ripristinare una altrettanto doverosa critica anti-capitalista/anti-neoliberale – aggiornando la Teoria critica della prima Scuola di Francoforte. Una Teoria critica che riconosca – finalmente e in primo luogo – che le macchine moderne non sono le macchine singole di un tempo, ma sempre più convergono in una mega-macchina – e gli uomini con esse, quindi perdendone il controllo e il governo e la definizione politica dei fini. Un riconoscimento urgente e necessario quanto più cresce la sua pervasività (del sistema tecnico, molto più disciplinante / biopolitico / totalitario del capitalismo), sovraordinandosi sempre più a società, stato, democrazia e individuo. La tecnica (l’innovazione tecnologica) sempre imponendosi cioè come un dato di fatto ineluttabile e immodificabile e mai per scelta e decisione libera e democratica, producendo un gigantesco deficit tecnico di democrazia che però, ugualmente, non si vuole vedere. E l’IA non l’ha inventata il capitalismo, ma discende direttamente da quella che chiamiamo – sviluppandola da Weber e soprattutto dalla prima Scuola di Francoforte (Horkheimer, Marcuse) – razionalità strumentale/calcolante-industriale che è appunto del capitalismo ma che è nell’essenza anche o soprattutto della tecnica.

Perché dunque questo ostinarsi delle sinistre a non voler vedere anche il potere e la pluspotenza della tecnica? Perché continuare a credere che la tecnica sia liberante, intelligente, virtuosa, razionale quando non lo è più da tempo? Perché continuare a non voler vedere che se la tecnica cerca solo l’esattezza, l’efficienza, l’integrazione, l’automatismo, la standardizzazione/omologazione e l’accrescimento illimitato di sé attraverso lo sfruttamento di uomini e biosfera, allora non può che essere anti-umanistica, anti-democratica, irresponsabile verso le future generazioni? Perché non voler vedere che è la tecnica (e non solo il capitalismo, neppure nella sua ultima perversione, il neoliberalismo) – e proprio per gli elementi appena richiamati – ad avere ucciso/dissolto la classe operaia e la lotta di classe – ma poi anche la società, la democrazia, la libertà, l’idea stessa di socialismo, di liberazione e di emancipazione, di fine dell’alienazione? Ovvero, ragionare oggi di crisi della democrazia senza valutare gli effetti prodotti dalla tecnica sulla polis e sul demos, dalla sua episteme, dalla sua ontologia e teleologia significa non voler vederne la causa prima della crisi, ma solo gli effetti (sovranismi, populismi, tecno-fascismi, trumpismi, melonismi, merzismi, negazionismi, riarmi, draghismi…), che comunque (non dimentichiamolo) sono neoliberali, ma soprattutto funzionali all’accrescimento/riproducibilità con altri mezzi politici del sistema tecnico (oltre che capitalistico).

Perché – ancora – non voler vedere che il taylorismo (oggi diventato anche digitale – S. Bellucci) è la forma/norma perfetta con cui si realizza e si impone l’episteme/logos/razionalità strumentale/calcolante-industriale, cioè suddividere-frammentare-individualizzare come primo movimento, per poter poi meglio e più facilmente, cioè senza quasi resistenza, integrare-sussumere-totalizzare le parti suddivise – è il secondo movimento;  e perché non voler vedere che questo è il principio tecnico-politico di tutta la cosiddetta modernità? E ovviamente nessuna libertà e soggettività/autonomia e nessuna democrazia e socialità/solidarietà sono possibili se gli uomini e tutta la realtà è frammentata/scomposta e tutto e tutti sono ridotti a numeri, condizione necessaria per essere meglio calcolabili, meglio integrabili, pianificabili e controllabili. E a questo serve il Big Data – trasformarci in numeri per creare un mondo automatizzato e amministrato dalle macchine (che funzionano solo in base a numeri e calcoli), come temeva sempre la prima Scuola di Francoforte – ed è quella che chiamiamo digitalizzazione delle masse atomizzate/monadizzate, cioè tutti integrati singolarmente e isolatamente, ma massificati nel sistema tecnico.

Questo non voler vedere il potere e la pluspotenza della tecnica (e cioè non solo del capitalismo) è la trappola in cui sono caduti tutti i marxismi (rivoluzionari o riformisti che fossero). Una trappola epistemica e poi diventata ontologica/teleologica. Con le cosiddette sinistre di oggi che hanno accettato senza reagire, se non favorito, l’oligopolio/oligarchia delle tante Silicon Valley del mondo, pellegrinando gioiosamente verso di esse; come ieri hanno creduto che la rete (la tecnica) fosse libera e democratica in sé, o che grazie alle nuove tecnologie si sarebbe arrivati al lavoro cognitivo e immateriale, a lavorare meno e ad avere più tempo libero, quando tutto questo non poteva esserlo proprio per l’essenza/episteme della tecnica, che ha prodotto (non poteva non produrre) l’esatto contrario di quanto propagandisticamente promesso.  

Ma soprattutto, perché non voler capire/vedere che proprio l’organizzazione di fabbrica (quel taylorismo che è tecnica organizzativa razionale e calcolante e centralistica/autocratica, al di là di ogni illusione o parentesi di democrazia del lavoro, sempre parziale perché mai potendo decidere del capitale – Panzieri) – dove sempre vi è qualcuno che organizza, comanda e sorveglia, oggi un algoritmo, mentre gli altri devono solo eseguire il comando oggi digitale – è la causa vera dell’oppressione sociale e non la proprietà privata dei mezzi di produzione, come già aveva capito, con grande lucidità e chiarezza, la filosofa Simone Weil negli stessi anni in cui Lenin e Gramsci magnificavano invece il modello della fabbrica e il taylorismo?

Questioni che riprendiamo dopo la lettura della bella intervista di Giuseppe Molinari a Christian Marazzi, su Machina di qualche mese fa. Dove però – è il nostro punto di differenza – Marazzi immagina una «ricomposizione di classe a partire dalle infrastrutture digitali», che è qualcosa che ci sembra impossibile, sì che non si può usare (o partire da), per ricomporre la classe, la stessa razionalità (supra), la stessa infrastruttura (oggi digitale) che l’ha scomposta, frammentata, dispersa, individualizzata, diffusa. Ovvero, non si può immaginare un uso diverso della tecnica (ieri l’Urss e oggi la Cina lo dimostrano) usando quella stessa razionalità strumentale/calcolante-industriale capace di accrescere causa sui  (cioè a prescindere dall’uomo e dal demos) la propria infrastruttura. E se le macchine oggi apprendono da sole e anche gli sviluppatori non capiscono perché e come lo fanno, non basta cambiare gli sviluppatori (ancora Marazzi), se a monte non si rovescia questa sua epistemica razionalità irrazionale. Come non basta dire, come Anthropic, che ha allenato il suo Claude usando un insieme di tecniche sviluppate per allineare i sistemi di i.a. ai valori umani e renderli utili, innocui e onesti – troppo poco e troppo generico.

Negli ultimi decenni si era scritto molto di post-modernità, post-fordismo e di società post-industriale. In realtà, come scriviamo da molti anni, finalmente con molti altri, nessuna post-modernità e nessun post-fordismo-taylorismo, ma iper-modernità e iper-industrializzazione fordista/taylorista della vita intera dell’uomo e della società (la società intera è diventata una fabbrica, tutti siamo essenzialmente forza-lavoro). La nostra riflessione si spinge però ancora oltre e ridefinisce la modernità con il neologismo di Tecno-archía. Come nel titolo del nostro ultimo saggio, Tecno-archía, o la Nave dei Folli. La banalità digitale del male, pubblicato da DeriveApprodi nella Collana Labirinti.  

E se la critica alla modernità non è ovviamente cosa nuova, radicalmente nuovo è dire che è diventata un potere archico. E cercare di riconoscerlo come tale, per deporlo come deve essere contro tutti i poteri archici. E con Tecno-archía intendiamo sì la combinazione di rivoluzione scientifica e industriale; di Bacone e Cartesio e Taylor; di capitalismo e tecnologie; di colonialismo e imperialismo; di complesso militare-industriale-scientifico; di oligarchie e di élite; di ingiustizia e disuguaglianza; di società repressiva. Ma intendiamo soprattutto la razionalità strumentale / calcolante-industriale occidentale, l’episteme della modernità diventata ormai globale – quella razionalità / episteme archica che governa il mondo dagli inizi della modernità e che ha prodotto l’eclisse della ragione illuministica e umanistica. La Tecno-archía  è quindi il potere archico non di singoli uomini – come monarchia o oligarchia – ma di un sistema di pensiero fatto solo di numeri, calcolo e calcolabilità / razionalità strumentale e industriale.

Certo, il pensiero è anche calcolo, ma non può essere solo calcolo – e ancora Simone Weil, scriveva:  «con il calcolo ci si trova ad avere risolto un problema per una sorta di magia, senza che lo spirito abbia messo in relazione i dati e la soluzione». E oggi calcolano le macchine, noi prendiamo il risultato come esatto, ritenendolo vero e giusto (mentre esatto non sempre è anche giusto), ancora meno mettendo in relazione i dati con la soluzione. E mentre l’uomo calcola credendo di essere intelligente, in realtà obbedisce a schemi generali di adattamento per assecondare i quali deve usare tutta la sua prontezza di riflessi, anzi (secondo Max Horkheimer) la ragione si identifica addirittura con questa facoltà, cioè «la ragione è diventata irrazionale e stupida». E la vita moderna, «sviluppa fino alla perfezione la capacità umana di ubbidire a ogni sorta di segnale e di soddisfare i bisogni immediati a spese della capacità di fare scelte di lungo periodo. Qui sta una delle radici principali della tipica struttura caratteriale moderna» – noi diciamo della Tecno-archía: dominante ma soprattutto egemone e che è prima (ex ante; a priori) del capitalismo e del sistema tecnico, predeterminandoli. Per cui è illusorio pensare (se ancora lo si pensa…) di uscire dal capitalismo se non si esce anche dall’episteme archica della tecnica.

Una Tecno-archía quindi – riassumendo – in conflitto ontologico, teleologico – epistemico:

  • con la libertà dell’uomo – e soprattutto con la sua libertà cognitiva espropriata dalle macchine e ora dall’intelligenza artificiale (ultima forma di taylorismo) – ricordando che quanto più si è integrati in qualcosa che non si controlla, come appunto i sistemi tecnici / infrastrutture digitali, meno si è liberi; e che la tecnica odia l’imprevedibilità, l’errore umano, i tempi morti, l’eccentricità, la creatività e l’immaginazione – proprio ciò che invece rende libero un uomo. 

  • con la democrazia – sì che se la tecnica obbedisce a leggi proprie, allora sta producendo (causa sui) la morte della democrazia. Perché democrazia significa libertà di scelta, e se non c’è questa libertà anche sull’innovazione tecnica allora non si è neppure solo in un deficit di democrazia, ma in un sistema archico.

  • con la biosfera, come la crisi ambientale dimostra oltre ogni dubbio.

Un neologismo dunque – Tecno-archía – che nasce analizzando l’episteme (il sapere certo, che si impone come verità) della modernità; e quindi la sua ontologia e teleologia: e per ontologia intendendo l’uomo come deve essere-vivere-pensare per essere funzionale al sistema tecnico, stabilendo per lui i criteri, le forme e le norme della sua esistenza (molto più dispositive e disciplinanti di una legge); e per teleologia, le finalità da perseguire per garantirne l’accrescimento incessante secondo l’imperativo del sempre di più, rifiutando ogni limite e ogni responsabilità.

Se dunque la modernità è diventata un potere archico, allora dallaTecno-archía del numero e del calcolo si deve uscire, in nome della libertà, della democrazia, della biosfera, della responsabilità; ma questo è possibile solo prima riconoscendolo come archico e insieme attivando un pensiero anti-archico / an-archico (ma in un senso tutto diverso dall’anarchismo classico) e cioè demo-cratico, umanistico ed ecologico. Cioè attraverso un pensiero destituente che deponga, rottamandola definitivamente perché nichilista ed ecocida, la Tecno-archía, ma che sia insieme un pensiero istituente che generi demo-crazia e auto-nomia (e non più eteronomia tecnica e capitalistica), basandosi su un sapere aude! umano e non macchinico. Come fece il demos dell’antica Grecia quando, prendendo consapevolezza del proprio potere, depose l’oligarchia.

Un pensiero istituente an-archico e quindi davvero demo-cratico (Di Cesare), posto che la democrazia (è la sua bellezza) non ha e non deve avere un’arché, cioè un fondamento chiuso e assoluto (come ieri il Dio della Creazione o le Tavole della Legge, come poi il calcolo con la modernità) – ma principi e valori sì – costruendosi su se stessa e con se stessa (è crazia e non archía).

Per questo serve una rivoluzione epistemica, da sinistra. Serve tornare a pensare e immaginare da sinistra – invece di solo calcolare e delegare alle macchine. Una rivoluzione «con nessun altro obiettivo che il bene della libertà» – come scriveva Hannah Arendt a proposito della rivoluzione ungherese del 1956; ma a cui oggi va aggiunto il bene della Terra / biosfera.

Una tesi radicale, definire la modernità – che molte cose buone ha fatto – come un potere archico? Sì, certo. Ma come altrimenti deporre (se non riconoscendola) la radicalità archica della rivoluzione permanente imposta (a prescindere da uomo e biosfera) dalla tecnica – e dal capitale?

Articolo pubblicato da Machina Rivista
Nell’immagine: illustrazione di Lisa Sheehan (The Guardian, dettaglio)


Rassegnazione ambientale e isteria bellicista

La tecnica si pone come fatto ineluttabile e immodificabile, e mai per scelta e decisione libera e democratica. In questo modo produce un gigantesco deficit tecnico di democrazia  

“È più facile immaginare la fine della Terra che la fine del capitalismo” – è una frase attribuita a Fredric Jameson e che ben fotografa la nostra condizione sociale e politica, ma soprattutto esistenziale / antropologica da tre secoli a questa parte. Detto altrimenti: chi se ne importa della crisi climatica e delle future generazioni (dei nostri figli e nipoti), importante è che il tecno-capitalismo – che è la causa prima e unica della crisi climatica – possa procedere indisturbato a produrre profitto privato sempre di più; importante è che nessuno si ribelli e che si dica anti-capitalista, cioè anti-nichilista e anti-ecocidio.

Causa prima e unica della crisi ambientale, il tecno-capitalismo, sì perché se gli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dicono che l’effetto serra dipende “dalle attività umane”, da tre secoli le attività umane (sfruttamento della Terra e dell’uomo sempre di più, consumismo e produzione sempre di più, competizione sempre di più, l’illimitato e l’irresponsabile essendo nella logica perversa e appunto nichilista / ecocida della tecnica e del capitale) sono promosse e governate dal regime tecno-capitalistico, quindi… la crisi ambientale è conseguenza diretta del capitalismo e del sistema tecnico; è la guerra che hanno dichiarato a uomini e biosfera e pensare di risolverla con più capitalismo e finanza e più tecnologia è impossibile per la contraddizione che non lo consente.

Se poi a questo – far morire la Terra invece del capitalismo –  serve poi anche una guerra mondiale per davvero (e non solo a pezzi, come diceva papa Francesco), ben venga il riarmo, ben venga la propaganda (tipo: Putin ci invaderà e arriverà fino al Portogallo…; l’Iran ha la bomba atomica), ben venga la coscrizione obbligatoria / quasi obbligatoria, ben venga la retorica amico / nemico, che scalda gli animi e mobilita i nazionalismi. Oggi replicandosi quanto accaduto nei dieci / quindici anni che precedettero lo scoppio della prima Guerra mondiale, stessa isteria bellicista – come magistralmente e con il suo stile è descritta dallo storico Alessandro Barbero in un suo recentissimo libretto, dallo stesso titolo.

Che potremmo usare – isteria bellicista – per descrivere sì come si era arrivati allo scoppio della guerra militare di allora, ma appunto anche alla guerra che tutti noi abbiamo dichiarato alla biosfera, come anche alle guerre commerciali in atto, con un nemico (nello specifico, la Cina), pronto a invaderci con la sua finanza, i suoi prodotti, le sue industrie – impoverendoci e uccidendo la nostra civiltà. E se allora il terreno (l’isteria bellicista) era stato preparato da quella che Barbero chiama letteratura dell’invasione, oggi abbiamo i social media e quelli tradizionali e insieme i politici e Rutte Segretario della Nato, che insieme sostengono la favola del si vis pacem para bellum, se vuoi la pace prepara(ti) alla guerra, una deriva mentale che alla fine sembra impossibile fermare, come allora.

E infatti, “non c’è da stupirsi se nei quindici anni precedenti la Grande Guerra tutti cominciarono a pensare di non essere armati abbastanza e che quindi bisognasse armarsi di più” (Barbero); come oggi bisogna armarsi sempre di più per la guerra concorrenziale / commerciale / geopolitica-geoeconomica con la Cina; e armarsi sempre di più (le armi si chiamano digitale, IA, sorveglianza di massa, ritorno al nucleare, repressione del dissenso e del pensare diversamente) per continuare la guerra contro la biosfera e la società umana / umanistica, cercando di arrivare prima degli altri ad innovare tecnologicamente o per conquistare le cosiddette terre rare. Tra la corsa agli armamenti di allora e di oggi (“in armamenti, Russia e Germania spesero nel 1913 il doppio rispetto a ciò che spendevano nel 1900” e oggi l’UE ha messo da parte il Green Deal in nome del riarmo), e la corsa alla IA di oggi (come dice von der Leyen, IA First!) la differenza è solo apparente perché in realtà bisogna preparare l’opinione pubblica a questa guerra e a questo riarmo, bisogna entusiasmare il popolo alla IA e ogni voce critica deve essere spenta sul nascere.

Proviamo allora a legare insieme due fatti solo apparentemente diversi, in realtà strettamente intrecciati tra loro.

Il primo, che riprendiamo dal sito della RSI: “I risultati del 2026 indicano una svolta psicologica per la Svizzera”, secondo Marcus Burke, analista in Svizzera di Ipsos, società di indagini di mercato e sondaggi d’opinione. Paradossalmente, nel momento in cui il Paese è fisicamente più esposto al riscaldamento globale rispetto a molti altri, “si osserva un netto affievolimento del senso di urgenza percepita e una preoccupante crescita del fatalismo climatico”. I risultati del sondaggio – che ha coinvolto 23’704 persone in 31 Paesi in tutto il mondo, di cui 500 in Svizzera – “mostrano che tra i cittadini elvetici c’è un crescente distacco dalla questione climatica, sia in generale sia nel confronto con le medie in Europa e nel mondo. […] “Una quota crescente della popolazione ritiene che sia ormai troppo tardi per agire, un atteggiamento che distingue la Svizzera dai Paesi vicini”, aggiunge Burke.

A questo sentimento d’impotenza si affianca un livello insolitamente elevato di fiducia nel fatto che il Governo svizzero “disponga di un piano chiaro” per affrontare la crisi climatica (32%). La fiducia nelle autorità è minore in Italia (24%), Francia (21%) e Germania (19%). “Questa combinazione – la convinzione che gli sforzi individuali siano inutili e la fiducia che le autorità abbiano la situazione sotto controllo – contribuisce probabilmente a ridurre il senso di urgenza personale e la pressione pubblica per politiche climatiche più ambiziose”.

Altre sono le preoccupazioni: “La gente è più inquieta per l’inflazione, l’aumento del costo della vita e i conflitti geopolitici. Si chiede quanto costerà la benzina e quali saranno le conseguenze della guerra in Iran”, dice Burke. In media il 74% delle persone intervistate nei 31 Paesi dichiara di essere preoccupato per l’incremento dei costi dell’energia. Per circa la metà del campione la priorità è mantenere i prezzi bassi, anche a costo di un aumento delle emissioni di gas serra”. Come a dire, sadomasochismo climatico; importante è non cambiare rotta (cioè modello tecnico ed economico).

Secondo fatto: il discorso di Mario Draghi (ex presidente della Bce, ex premier italiano, neoliberale / ordoliberale ortodosso), ricevendo il Premio Carlo Magno, nei giorni scorsi, ad Aquisgrana. Un discorso à la Draghi, apparentemente pragmatico, che prende atto della irrazionalità americana dopodiché prospetta però alla UE un orizzonte simile: la finanziarizzazione ulteriore dell’Unione, la deregolamentazione a favore delle imprese, la competizione / competitività (il mantra draghiano), il welfare da destrutturare, l’industria bellica come occasione di crescita economica – e su questo anche Draghi, come Trump, di fatto sfida papa Leone che invece ha detto: “Sbagliato è chiamare difesa un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”.

Draghi dunque – oggi visto da molti come il maieuta / levatrice della resurrezione europea contro il suo declino/insignificanza, come il solo oligarca capace di indicare la retta via all’Europa e agli europei, come guida suprema del capitalismo del vecchio continente, tutti ai suoi piedi in adorazione – secondo il quale: “Per l’Europa stessa, assumersi maggiori responsabilità per la difesa significa anche ricostruire la base industriale e tecnologica da cui quella difesa dipende”. Armiamoci, dunque. E poi l’IA, “che non è semplicemente l’ennesimo strumento digitale da adottare. Richiede una mobilitazione industriale su una scala mai vista da generazioni: enormi investimenti in energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e capitale. E qui l’Europa è in ritardo” – e qui noi ricordiamo che mobilitazione è termine bellico per eccellenza, diventato poi anche industriale / capitalistico – curioso…

Ma soprattutto, lo ripetiamo, dire crescita (che è solo quantitativa, invece di sviluppo che è soprattutto qualitativo) significa dire crisi climatica, sempre di più. Perché anche l’IA e i data center sono energivori, ma all’ennesima potenza – e l’IA è tutta dentro al modello nichilista / ecocida del tecno-capitalismo (serve essenzialmente, ancora una volta, ad accrescere la produttività). Ma questo non deve preoccuparci, dicono gli isterici bellicisti, importante è dimenticare la crisi climatica e lasciar fare ai governi.  E che la guerra – anzi, le guerre – continuino.

Nell’immagine: illustrazione di Alejandro Ospina


Del domani vi è certezza. Eppure…

La tecnica si pone come fatto ineluttabile e immodificabile, e mai per scelta e decisione libera e democratica. In questo modo produce un gigantesco deficit tecnico di democrazia  

Copiamo e incolliamo dal sito della Rsi, che riporta i risultati del primo sondaggio gfs.bern a proposito delle votazioni dell’8 marzo, ma ci concentriamo solo sul quesito sul Fondo per il clima.

Dunque: “I numeri assumono qui una valenza piuttosto inequivocabile: il campo dei contrari si attesta già infatti al 60%, distanziando quello dei favorevoli di ben 25 punti percentuali. […] I pareri sfavorevoli risultano più diffusi nella Svizzera tedesca e, tornando al dato complessivo, fra le fasce d’età più avanzate. Politicamente si riscontra poi una chiara divisione fra schieramenti. Fra coloro che si identificano nell’area di sinistra i consensi sono nettamente in maggioranza. Mentre le opinioni di segno opposto prevalgono invece fra i simpatizzanti del Centro e, in misura ancora più incisiva, fra quelli di PLR e UDC. […] Assai condivisa, mostrano gli esiti del sondaggio, è l’argomentazione secondo cui gli investimenti nelle energie rinnovabili e nell’efficienza energetica già rafforzano la sicurezza dell’approvvigionamento in Svizzera. Risulta però ben diffuso anche il timore di costi, legati al Fondo, che finirebbero per gravare in modo eccessivo sul bilancio della Confederazione”.

Che dire? Che agli svizzeri (due su tre, replicandosi il NO all’iniziativa dei giovani socialisti) non interessa il futuro, quello dei loro figli e nipoti? Eppure, che dovranno vivere in un mondo peggiore di quello attuale lo dicono con certezza scientifica gli scienziati dell’IPCC – ma a quegli svizzeri interessa solo la scienza del pareggio di bilancio, la matematica per accrescere i profitti e gli indici azionari, l’intelligenza artificiale (così possiamo evitare di pensare) e i bitcoin. Godiamoci piuttosto e massimamente il presente, sembrano voler dire, divertiamoci oggi, domani ci divertiremo in altro modo e quando si saranno sciolti anche i ghiacciai qualche capitalista visionario inventerà l’acqua artificiale da bere (già esiste la neve artificiale, ma solo per continuare a sciare…), e sai che profitti per l’industria….

Già, perché i ghiacciai svizzeri si stanno ritirando – un’altra certezza. Nel 2025 (ancora un copia e incolla dal sito della Rsi, ultimi mesi del 2025), “secondo il Servizio Glaciologico Svizzero (GLAMOS), i ghiacciai hanno perso il 3% del loro volume, uno dei maggiori cali registrati finora. Ma soprattutto, il 2025 conclude un decennio particolarmente duro, posto che i ghiacciai si sono ridotti di un quarto negli ultimi dieci anni”. Di un quarto, cioè del 25%. Di più: “L’aumento della temperatura dovuto al cambiamento climatico concerne tutte le regioni del pianeta. Ci sono però Paesi che si riscaldano più di altri e uno di questi è la Svizzera. Nella nazione alpina al centro dell’Europa, il riscaldamento climatico procede a una velocità doppia rispetto alla media globale, indica MeteoSvizzera”. Inevitabilmente, “il rialzo delle temperature in Svizzera ha conseguenze sulla popolazione, sulle attività economiche e sul paesaggio. Ondate di calore sempre più frequenti e intense rappresentano un grave rischio per la salute, soprattutto per le persone anziane, e compromettono i raccolti agricoli. In montagna, i ghiacciai e il permafrost si sciolgono e il rischio di disastri naturali aumenta”. Ma anche di questo non ci dobbiamo preoccupare, dicono due svizzeri su tre. Quindi, no al Fondo per l’ambiente, peserebbe troppo sul bilancio della Confederazione; così però non vedendo che a non fare niente oggi (a non fare prevenzione oggi, a non pensare oggi al domani) i costi saranno ancora maggiori domani, quando si tratterà di risolvere le emergenze. È un ragionamento elementare, eppure…

Irresponsabilità? Incapacità di lungi-miranza (saper guardare lontano e avanti nel tempo)? O peggio, la guerra mondiale che stiamo combattendo contro la biosfera è l’ultimo esempio della distruttività umana? Oppure, è una vocazione perversa ma di massa al cupio dissolvi (“desiderio di annientarsi, di autodistruggersi”)? O ancora: individualizzazione e privatizzazione neoliberista anche del futuro, cioè mettiamo da parte i soldi o ci indebitiamo per fare manutenzione della nostra casa (è il nostro piccolo feudo, guai a chi ce la tocca! – senza capire che con la crisi climatica siamo tutti vassalli del tecno-capitalismo), ma non facciamo nulla o troppo poco per garantire la cura e la manutenzione della casa comune chiamata Terra? Trionfo del nichilismo ontologico capitalistico, per cui davvero è più facile immaginare la fine della Terra che la fine del capitalismo, frase sintetica ma che bene descrive i tempi attuali – e che è riferita a Frederic Jameson e ripresa da Mark Fisher? O siamo davvero nella più perfetta sublimazione capitalistica, usare i fondi delle emergenze per riparare i danni causati dalla stesso capitalismo, così moltiplicando i profitti privati, sempre aspettando il prossimo disastro e la prossima emergenza? – già, perché il sempre di più è l’imperativo categorico del capitalismo e dei sistemi tecnici, importante è non smettere mai, compulsivamente, mentre dovrebbe essere evidente, anche alle talpe che siamo, che il sempre di più è strutturalmente incompatibile con una Terra fisicamente rotonda e quindi limitata. E la Svizzera non aveva deciso nel 2023 di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050?

Contro il Fondo sono massimamente e ovviamente le destre capitaliste, nichiliste / ecocide per loro essenza – Trump docet (e alla Banca Mondiale è vietato parlare di sostenibilità) con il contorno di tecno-fascisti, sovranisti, populisti, tecnocrati, tutti i capitalisti. Eppure ci era nata una domanda: l’UDC reazionaria e iper-capitalista nasceva nel 1971 dalla fusione tra il Partito dei Contadini, degli Artigiani e dei Borghesi e di due partiti moderati della Svizzera tedesca; ma i contadini – ecco la domanda – non sono sempre stati curatori e manutentori della terra, mettendo sempre da parte qualcosa oggi per il domani? E allora perché oggi sono invece contro il Fondo per l’ambiente (domanda ingenua, lo ammettiamo)? Ma anche molti sostenitori del Centro sarebbero contro il Fondo, quel Centro che ha origine anche dal PPD e che aveva una sua forte matrice cristiana / popolare… evidentemente per il Centro la Laudato si’ di Papa Francesco è qualcosa di sconosciuto, o di deliberatamente rimosso.

E dalla Svizzera passiamo all’Italia (rinviando a Gino Banterla su queste pagine).

Tutti abbiamo sotto gli occhi la frana (e la minaccia di ulteriore frana) di Niscemi, in Sicilia. Con il tifone che l’ha provocata / accelerata. Sì, un tifone in Sicilia, dove non sono mai avvenuti. Sempre colpa del cambiamento climatico, prodotto dall’uomo e dalle attività economiche produttive/consumative umane – ancora l’IPCC – cioè dal capitalismo. Eppure sugli eventi franosi del recente passato non si è intervenuti e gli allarmi dei geologi sono passati inosservati – come appunto, nel mondo, quelli sulla crisi climatica – in un cortocircuito / disordine mentale che ha coinvolto governi ed enti locali degli ultimi decenni, ma anche ciascun cittadino rimasto inerme davanti all’aggravarsi della situazione, se non negazionista a prescindere.

Ha scritto Massimo Serafini, ecologista italiano: “Fa impressione vedere quel paese sospeso sul ciglio e che sta per essere inghiottito da una gigantesca frana. Che si intende fare? Il copione è il solito: i presidenti delle regioni chiedono soldi in nome dell’emergenza e il governo Meloni promette di darglieli ovviamente per riparare i danni. Oltre al tifone deve essere sconosciuto a questo governo anche il verbo prevenire che come tutte e tutti sanno è meglio di riparare. […] Non più tardi di una settimana fa Meloni e Merz, rispettivamente presidenti del consiglio d’Italia e Germania, manifestavano il loro giubilo per aver reso la transizione ecologica meno ideologica, parola magica per dire che si continuerà a non far nulla né per adattarsi né per mitigare il cambiamento climatico. […] C’è da chiedersi in quale buco nero sia finita la coscienza di una classe dirigente che dà risorse per le armi e per inseguire una crescita senza benessere e le nega per offrire una prosperità collettiva: educazione, salute, ricerca, cultura, aria pulita, acqua di qualità, terra non più in dissesto e quindi sicura” (il manifesto del 30 gennaio).

Dovremmo allora avere un sogno, a dream – proseguendo quello di M. L. King, ma anche aggiornandolo e cioè: rovesciare la citazione di Jameson e Fisher e finirla con il capitalismo e provare a salvare la Terra. E noi stessi.

Nell’immagine: il ghiacciaio del Basodino. “La superficie e il volume del ghiaccio continueranno a diminuire in maniera rilevante ed il ghiacciaio apparirà sempre più frammentato. Dopo il 2030 potrebbero restare solo pochi residui di ghiaccio a ridosso delle creste più alte” (ticino.ch)


Fantapolitica?

La tecnica si pone come fatto ineluttabile e immodificabile, e mai per scelta e decisione libera e democratica. In questo modo produce un gigantesco deficit tecnico di democrazia  

Per catturare/sequestrare Nicolas Maduro, Trump lo ha accusato di narcotraffico. Poche settimane prima – il 4 dicembre – Trump aveva concesso la grazia a Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras e condannato negli Stati Uniti a 45 anni di carcere per narcotraffico. Evidentemente essere narcotrafficanti di destra è meglio e più vantaggioso che esserlo di sinistra (tra fascisti ci si aiuta sempre, che diamine! – e anche Giorgia Meloni ha legittimato la prova di forza contro Maduro, ma ovviamente nulla ha detto su Hernández). Era una scusa, ovviamente, però ha funzionato. Ora Trump punta alla Colombia – con l’accusa di essere troppo debole contro il  narcotraffico rivolta al suo Presidente Gustavo Petro, di sinistra quindi uno sporco comunista – e alla Groenlandia, dove l’accusa di narcotraffico non può funzionare, ma bisogna conquistarla comunque e allora la scusa è diventata questa: “la Groenlandia è piena di navi russe e di cinesi ovunque”, come ha detto Trump ai giornalisti; Trump a cui invece del Nobel per la pace si potrebbe dare quello della Letteratura, lui scrittore affascinante e incontenibile di fake news e di fantasy 2.0.

A questo punto, cosa possiamo immaginare di ancora di più? Putin ha il via libera per conquistare non solo il Donbass ma l’intera Ucraina – sì perché se Trump si prende con la forza il Venezuela e poi la Colombia e poi Cuba e la Groenlandia, perché Putin, un moderato al confronto, non dovrebbe prendersi almeno tutta l’Ucraina, invece di limitarsi solo a una sua parte? Magari con il contorno delle Repubbliche baltiche? Israele si annetterà formalmente Gaza e la Cisgiordania (di fatto le ha già conquistate) e questo grazie alle armi che l’Occidente gli sta vendendo da anni. La Cina si prenderà Taiwan, riunificando finalmente la Cina. E poi?

Più modestamente, ma rivendicando comunque la legittimità delle loro azioni (Trump docet) l’Italia conquisterà San Marino (trasformandolo in un magnifico resort per riccastri globali – vuoi mettere il panorama da lassù… e insieme poter controllare meglio dall’alto, senza bisogno di droni, quei comunisti dei romagnoli) e completerà finalmente l’unità d’Italia conquistando insieme anche la Città del Vaticano e imprigionando quel comunista nonché pacifista e mollaccione (vuoi mettere la virilità bellicista dei fascisti!) di Papa Leone. E perché  – per delirio di potenza – non anche la Libia (lasciando fare all’Eni) e poi l’Etiopia, ripristinando l’Impero fascista – la storia si ripete da un fascismo all’altro? E perché non anche il Canton Ticino, un tempo parte del Ducato di Milano? E magari anche la Corsica, unendola poi alla Sardegna con un magnifico ponte a campata unica sulle Bocche di Bonifacio – nel punto più breve le due coste distano circa 11 km, si supererebbe in lunghezza quello sullo Stretto di Messina (che sarà lungo appena 3,3 km!) e a Salvini brillerebbero gli occhi di felicità.

Da parte sua la Francia conquisterà – attraverso il blocco navale degli yacht nel porto e la cattura di tutti i croupier – il Principato di Monaco (però genovese in origine); e poi magari, già che c’è, si riprenderà anche l’Algeria. E la Svizzera? Potrebbe rapire  il principe del Liechtenstein – uno degli uomini più ricchi del mondo – far finta di chiedere un riscatto e poi invadere comunque il paese, bastano pochi soldati e con poca spesa si conquista un popolo che pare detenere il più alto reddito pro-capite del mondo – così aiutando il bilancio della Confederazione.

E poi cosa accadde? Accadde che l’Europa – fino ad allora indecisa se stare dalla parte degli aggrediti (ucraini, palestinesi e venezuelani) e quindi fare la guerra anche a Trump dopo quella a Putin; oppure stare dalla parte degli aggressori e quindi comprare ancora più armi dall’America e sostenere ancora di più il genocidio israeliano a Gaza – ebbe un incredibile e imprevedibile scatto di orgoglio e di cultura (gli psichiatri stanno ancora cercando di capire come sia potuto accadere). Alla fine, infatti, anche se nascoste sotto il tappeto, l’Europa si ricordò di avere fatto nascere l’Illuminismo, la democrazia moderna, lo stato di diritto e i diritti umani, di avere gridato mai più! dopo la fine della seconda guerra mondiale e tutta la Commissione UE, con Cassis, compì un velocissimo blitz a Washington, entrò alla Casa Bianca, arrestò Trump e tutta la sua banda/cricca di fascisti, tecnofascisti, immobiliaristi e trafficanti di fake news e li trasportò in Groenlandia (facendo loro credere di averla conquistata, avendoci messo piede davvero anche se in altro modo); e analogamente e sempre in simultanea fece con Putin a Mosca, trasferito prima a Kiev; e con Xi a Pechino, trasferito a Taiwan; e con Netanyahu preso a Gerusalemme e trasferito poi in un villaggio palestinese – e li portò tutti, come criminali di guerra e negatori dei diritti umani e del diritto internazionale davanti alla Corte penale internazionale; insieme però – sempre per quello scatto di orgoglio europeo detto prima – auto-accusandosi dei propri crimini e della propria negazione dei diritti umani (vedi migranti, ma non solo).

E così – incredibilmente – il mondo tornò in pace, diventò un mondo civile, senza più guerre e violenza. E tutti vissero felici e contenti. Finalmente…

Nell’immagine: “La Liberté guidant le peuple”, d’après Eugène Delacroix (1830-2026, dettaglio)


Come far rinsavire gli umani. Una ‘modesta’ proposta

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Come rinsavire questo mondo di folli che ci vogliono portare alla guerra, insieme facendoci dimenticare la crisi climatica e sociale – è un classico della politica: la guerra per dimenticare il resto, il nemico per rafforzare la comunità e cancellare e reprimere il dissenso e la critica?

Come far rinsavire quei tanti, troppi, sempre di più che votano neo-fascisti, tecno-fascisti, fascio-populisti, fascio-conservatori, fascio-sovranisti, MAGA-fascisti, fascio-capitalisti?

Come non lasciare solo Papa Leone (lo dico, con imbarazzo, da non credente: solo il papa si oppone alla tendenza bellicista, ricordandoci che si vis pacem para pacem)?

E come gridare: basta follia, basta giocare col fuoco, basta con un capitalismo che preferisce lucrare sul riarmo (gli è in realtà perfettamente funzionale e congeniale) invece di impegnarsi sulla transizione ecologica e nella cura della biosfera e della società?

Chi ha qualche anno sulle spalle, forse si ricorderà del Tribunale Russell. Mentre i giovani probabilmente non sanno neppure chi sia stato Bertrand Russell (filosofo, logico, matematico, attivista e saggista britannico – 1872-1970). Meno che meno ricorderanno Lelio Basso (politico e fine intellettuale italiano – 1903-1978).

Ecco allora una modesta proposta, che sappiamo quasi-impossibile, ma ci proviamo ugualmente. Riconvocare un nuovo Tribunale Russell. Riconvocarlo noi tutti società civile; noi tutti che cerchiamo ancora di essere sapiens; noi tutti che crediamo nel sapere aude! kantiano e ripudiamo l’intelligenza artificiale e vogliamo conservare la nostra libertà, soprattutto cognitiva; noi che crediamo in libertà, uguaglianza e fraternità; noi tutti che abbiamo letto la prima Scuola di Francoforte e L’uomo a una dimensione di Marcuse (oggi ancora più attuale); noi tutti che abbiamo letto la Laudato si’ e la Fratelli tutti di Papa Bergoglio; noi tutti che ci sentiamo responsabili verso i nostri figli e nipoti e verso coloro che verranno dopo di loro; noi tutti che non ci rassegniamo ai crimini delle oligarchie/pifferai magici e delle masse digitalizzate che le seguono; noi tutti che non accettiamo di vivere nell’alveare di Mandeville, oggi digitale, pieno di vizi e però apparentemente molto ricco; noi tutti che sosteniamo che la crisi climatica (che il sistema non vuole risolvere, vedi fallimento anche della COP 30) è un crimine contro l’umanità, come una guerra; noi tutti che ci opponiamo a chi pretende di essere sovrano assoluto del mondo (con la correità ancora di chi li vota) e gridiamo che deve essere deposto, detronizzato, rottamato. Ovvero, noi-tutti-richiamati-qui-sopra dobbiamo essere capaci (come una volta nella Grecia antica) di deporre l’oligarchia e di attuare la demo-crazia.

Un Tribunale che era senza un reale potere giuridico e sanzionatorio (oggi ci sarebbe la Corte penale internazionale, certo, ma sappiamo che fine sta facendo – e ci serve altro), ma con un potentissimo potere morale/etico/umanistico capace di portare anche oggi nella gabbia degli accusati, davanti appunto a un Tribunale plurale e indipendente che li giudichi, personaggi come Trump, Putin, Netanyahu – e poi tutti coloro che a loro non sono capaci di opporsi o anzi sono complici delle loro follie/crimini, dei loro genocidi, delle loro guerre, della loro predicazione dell’odio e del riarmo, della loro crisi climatica sempre più drammatica e veloce, dei migranti lasciati annegare nel Mediterraneo, dei rimpatri forzati, della loro società sempre più repressiva. E quindi, dopo i tre boss richiamati sopra, convocare e giudicare – e l’ordine è casuale: Ursula von der Leyen, Macron, Merz, Bin Salman, Meloni & Salvini, Mattarella (che invoca anche lui il riarmo), Musk-Bezos-Altman & la Silicon Valley (oligopolio-oligarchia), il governo e le banche svizzere, la finanza, BlackRock e simili, Modi, Starmer, l’industria del fossile e dell’agroalimentare, le lobbies, la manosfera, gli economisti (poche le eccezioni), Mario Draghi, il management e il marketing, il Fondo monetario, il complesso militare-industriale-scientifico, l’industria della distrazione di massa, i meccanismi di governance, tutta la struttura e la sovrastruttura tecno-capitalista, eccetera eccetera (e aggiungete voi…).

Ma cos’era il Tribunale Russell? “L’International war crimes tribunal venne presentato da Bertrand Russell (già promotore della Bertrand Russell Peace Foundation) in una conferenza organizzata a Londra nel novembre 1966; il Tribunale nacque per giudicare i crimini commessi dagli Stati Uniti durante il conflitto in Vietnam. Nella Conferenza di Londra venne redatto uno statuto per rendere formali le modalità di svolgimento dei lavori del Tribunale e i suoi scopi, soprattutto quello di creare un mezzo di diffusione imparziale della verità da rendere nota all’opinione pubblica mondiale. Il Tribunale era presieduto, oltre che dallo stesso Russell, da Jean-Paul Sartre e Vladimir Dedijer; tra i membri della giuria comparivano Wolfgang Abendroth, Günter Anders, Lelio Basso, Simone de Beauvoir, Laurent Schwartz, et al. […]

La prima Sessione del Tribunale si tenne a Stoccolma dal 2 al 10 maggio 1967. […]. La seconda Sessione a Copenaghen (21-30 novembre 1967) […]. Al termine delle due Sessioni il Tribunale arrivò alla conclusione che “la guerra portata avanti dagli americani era stata svolta secondo modalità contrarie al diritto internazionale e ai principi fondamentali dei diritti dei popoli: la politica americana nel Vietnam venne giudicata come genocidio (secondo la definizione della Convenzione per la prevenzione e repressione del delitto di genocidio del 1948), per il fatto di aver scelto una politica di aggressione nei confronti di una popolazione che si ribellava all’oppressione, senza aver tentato una politica di pace”.

Fu seguito dal Tribunale Russell II, fondato e presieduto da Lelio Basso nel novembre 1973 allo scopo di affrontare le violazioni dei diritti umani, dell’uso della repressione e della tortura nelle dittature dell’America centro-meridionale.

Ora esiste il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP), ma è quasi sconosciuto, “competente a pronunciarsi su ogni grave crimine commesso a danno di popoli e minoranze. Nasce a Bologna nel 1979 nel contesto della Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli (1976) e sulla scia dell’intuizione del giurista e politico Lelio Basso, il quale trasformò le esperienze dei Tribunali Russell […] in un’istituzione permanentemente all’ascolto di popoli costretti a misurarsi con l’assenza del diritto e l’impunità. Il TPP è composto da una rete esperti e personalità riconosciute a livello internazionale, di volta in volta convocati per la composizione della giuria di ciascuna Sessione. Ha sede a Roma e rappresenta una delle espressioni della Fondazione Lelio e Lisli Basso”.

Ripristinare e affermare la verità – questo era dunque l’obiettivo principale del Tribunale Russell. Ma oggi, a parte i noi tutti di cui sopra (ma quanti siamo?) chi cerca la verità, chi persegue il giusto, chi crede davvero nella libertà-uguaglianza-fraternità, nel sapere aude!, chi invoca oggi un nuovo Tribunale Russell o rivaluta e potenzia il TPP, dov’è l’umanità e dov’è l’umanesimo, dov’è l’utopia (e senza utopia si resta catturati nel labirinto/alveare), dove sono l’indignazione e una coscienza critica collettiva che accomuni le troppe proteste autoreferenziali e settoriali (che non danno fastidio al potere, spegnendosi rapidamente) e le faccia diventare una vera lotta internazionale di liberazione e di emancipazione, come cercava di attivare la prima Scuola di Francoforte?

Oppure, per sentirci emancipati e liberi ci è bastato usare l’intelligenza artificiale per mandare video di Auguri per Natale?

Nell’immagine: una seduta del Tribunale Russell II


Usa-UE – E che sia finalmente Secessione!

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Permettete qualche piccola integrazione – controcorrente – al gran parlare che si sta facendo dopo la pubblicazione delle linee guida strategiche di Trump – che maltrattano l’Europa, la danno per morta o comunque in declino – con un giro surreale di farneticazioni.

Prima considerazione. Che alla Casa Bianca sieda una lucida follia dovrebbe essere ormai cosa nota a tutti coloro che ancora sono usi a pensare e a ragionare secondo Ragione. Non evidentemente alle destre reazionarie europee (tra fascisti/sfascisti ci si intende sempre), visto che quello di Trump è un poderoso assist alla loro azione di demolizione dell’Europa e ai suoi valori di libertà, democrazia, autonomia, stato di diritto – e che poi questi valori siano stati traditi dalla stessa Europa e non da oggi è un altro discorso, che non inficia l’importanza di quei valori.

Seconda considerazione. Trump è un ingrato ma certo la sua azione dopo il ritorno al potere ha davvero dimostrato, purtroppo, che l’Europa non esiste: dopo i dazi di Trump in Europa è stato un coro assordante di oddio e adesso cosa facciamo? ma da subito è stato soprattutto un indecoroso e servile pellegrinaggio, un corriamo da Trump, inginocchiamoci davanti alla sua scrivania, imploriamo pietà facendoci ancora più vassalli e fedeli, promettiamogli tutto purché continui a proteggerci sotto la sua ala e sotto i suoi artigli imperiali. Indecorosa Ursula, indecorosi gli imprenditori svizzeri che hanno portato doni al signore (oro certamente – e poi Rolex invece di incenso e mirra, seguendo la stella cometa del capitalismo che indicava la via verso Washington). E gli europei (svizzeri compresi) hanno poi promesso di aiutare l’America a reindustrializzarsi, investendo miliardi anche a costo di deindustrializzare e impoverire l’Europa (ovvero: sadomasochismo e servilismo insieme). E hanno promesso di comprare armi a volontà dall’America alzando la spesa militare al 5% del Pil, spingendo al rialzo i profitti del complesso militare-industriale soprattutto statunitense e per questo alimentando un crescendo di retoriche belliciste / guerrafondaie surreali (la Russia ci invaderà entro il 2030!); e questo dopo che per anni la Nato – un’altra lucida follia – è andata ad abbaiare (definizione di papa Francesco) sempre più vicino ai confini della Russia, invece di sciogliersi come il Patto di Varsavia e creare in Europa una zona di pace e di dialogo.

E sempre gli europei stanno rivedendo al ribasso, fin quasi al negazionismo climatico (Meloni docet) – in perfetta servitù volontaria – le politiche ambientali e quelle sociali, in nome del riarmo, come chiesto e ottenuto sempre da Trump. E anche sulle politiche migratorie in Europa cresce il razzismo dei respingimenti e delle remigrazioni, in perfetto stile trumpista da parte delle nostrane destre fasciste / tecnofasciste / sovraniste. E sempre in Europa cresce la deriva verso destra anche delle sinistre, ammesso che Starmer possa ancora dirsi laburista, ammesso lo sia mai stato, i peggiori essendo però forse i democristiani tedeschi, in Germania e al Parlamento europeo, sempre pronti ad allearsi persino con i neonazisti dell’AfD purché contro socialità e ambiente – che è esattamente quello che vuole Trump.

Perché dunque Trump critica l’Europa, se l’Europa sta facendo esattamente quanto richiesto dal signore America ai suoi vassalli europei – deregolamentazione digitale compresa, riducendo i diritti alla privacy e alla libertà cognitiva, per non danneggiare i profitti e il totalitarismo digitalizzato dell’hi-tech americano? Ingratitudine, cinismo, oppure un gigantesco sfottò, oppure un messaggio criptato per dire agli europei: quanto siete stupidi, non capite che quanto vi dico (sulla decadenza, sulla irrilevanza europea) è solo un modo per imporvi di fare di più, di più ma secondo quanto io Re/King-Trump voglio da voi? Non a caso, quindi oggi si parla di rifeudalizzazione del mondo (ultimo, il libro di Massimo De Carolis, uscito per Gramma-Feltrinelli), ma il processo è in realtà non di oggi.

Terza considerazione. Il neoliberalismo (il neoliberismo in particolare) nasce in Europa (von Hayek e correligionari), emigra a Chicago alla Scuola di Milton Friedman, viene testato per vedere l’effetto che fa sulla carne viva dei cileni dopo il golpe americano-fascista di Pinochet del 1973 (e tra fascismo/antidemocrazia e neoliberismo/capitalismo/sistemi tecnici à la Silicon Valley l’empatia/affinità elettiva è antica e strutturale/ontologica), per essere quindi applicato nella Gran Bretagna della Thatcher e negli Usa di Reagan e poi dilagare ovunque nel mondo. E anche sovranismi, populismi, democrature, autocrazie sono neoliberiste e filocapitaliste (dietro la maschera o il velo ideologico del nazionalismo, dell’essere contro le caste, dell’UDCismo e del MAGA si nasconde un filo-capitalismo strutturale e reciprocamente funzionale) – e in proposito consigliamo di leggere l’ottimo Tecnofascismo di Donatella Di Cesare, Einaudi. Quindi, diffidiamo di tutti quelli che dicono che il neoliberismo è morto – non è morto, non è mai stato così bene, la sua egemonia ideologica è totale e totalitaria, soprattutto in Europa e negli Usa – si è piuttosto radicalizzato grazie alla tecnologia digitale, ma questo era nella sua essenza e tendenza, nella sua natura intrinsecamente autoritaria e repressiva; e la crisi della demo-crazia che stiamo oggi vivendo in Occidente – con il consenso crescente delle masse (anche giovanili), consenso attivo o passivo che sia – non è un accidente/incidente della storia, ma l’effetto pianificato e combinato di neoliberalismo e di tecnica – anch’essa infatti, per sua essenza e tendenza, è anti-democratica / auto-cratica / reazionaria, im-ponendosi sempre sulla società con la violenza anti-democratica di un dato di fatto immodificabile, a cui ci si deve solo adattare. Anche in questo, Stati Uniti ed Europa sono (ahimè) fatti della medesima modernità nichilista e sfruttatrice di uomini e ambiente (e rimandiamo, per chi volesse, al nostro Tecno-archía, o la Nave dei folli – DeriveApprodi).

Quarta considerazione. Gli Stati Uniti sono figli dell’Europa ma l’Europa è stata colonizzata poi dagli Stati Uniti. Vecchia storia, certo. Colonizzata da Hollywood e dall’industria culturale americana, dal consumismo e dall’american way of life, dalla Coca Cola e da Halloween (che ormai qualcuno considera una vera e propria festività); colonizzata nel (non)pensare e nel fare; nel modello industriale (organizzazione, comando e sorveglianza nelle mani sempre del capitale); nelle tecnocrazie; nell’organizzazione sociale. Colonizzata oggi attraverso il digitale e la digitalizzazione delle masse; colonizzata da una ragione totalmente irrazionale e nichilista (vedi i  Rapporti di Mario Draghi sulla competitività europea da recuperare; o la crisi climatica figlia diretta del modello tecno-capitalista, che porta gli svizzeri – un esempio a caso – a bocciare l’Iniziativa per il futuro, perché – neoliberisticamente, capitalisticamente, nichilisticamente – chi se ne importa del futuro di figli e nipoti, chi se ne importa se i ghiacciai si sciolgono e se l’aumento della temperatura è in Svizzera il doppio che nel resto del mondo, importante è lasciare che i ricchi vengano a noi. Appunto, assecondando la lucida follia nichilista ed ecocida trumpiana, ma diventata ormai anche di massa – in realtà capitalistica/tecnologica.

Nessuna secessione dunque tra America ed Europa, semmai un gioco di ruolo tra potenza ed egemonia, ma sempre e comunque una perfetta sintonia di teoria e di prassi. Da qui forse il silenzio dei leader europei – per affinità appunto elettiva. Europa che rivendica per l’Ucraina (ma non per Gaza e la Cisgiordania – è il cinico doppio standard dell’Occidente), la distinzione tra aggressore e aggredito, permettendo invece a Israele di fare (la Grande Israele) ciò che vorrebbe negare alla Russia (l’Ucraina come culla sacra delle origini della Rus’) – mentre Trump ha forse capito, da buon affarista, che non si può negare a Putin ciò che si permette di fare a Israele; e che se si vuole lasciar fare a Israele non si può non lasciar fare a Putin.

E se invece cogliessimo l’occasione e facessimo davvero, ma noi europei tutti, una battaglia culturale di secessione e di de-colonizzazione – ma anche di de-colonizzazione di noi europei dalla nostra modernità che ha promesso il Progresso producendo invece il Regresso alla sola potenza della forza? Battaglia dove – con un richiamo alla Guerra di Secessione americana, ma rovesciata – se i sudisti/confederati schiavisti sono ovviamente le destre americane ed europee, i nordisti secessionisti dal tecnofascismo / fascioliberalismo potrebbero essere le sinistre europee. Potrebbero, ma solo se ritrovassero se stesse e il senso di concetti e valori come uguaglianza, fraternità, responsabilità, democrazia e libertà. E quindi recidessero il rapporto di vassallaggio con gli Stati Uniti. Trump o non Trump.


UE e Svizzera: tutti negazionisti della crisi ambientale?

La tecnica si pone come fatto ineluttabile e immodificabile, e mai per scelta e decisione libera e democratica. In questo modo produce un gigantesco deficit tecnico di democrazia  

Allineamento totale. Nessun conflitto. Tutti spingono sull’acceleratore del negazionismo climatico: l’Europa con il peso delle destre fasciste e popolari pro-capitale che stanno scardinando, passo dopo passo e non da oggi, quello che era un virtuoso Green Deal (ma neanche troppo, in verità, comunque necessario e come si dice: meglio di niente), mentre gli svizzeri bocceranno il 30 novembre l’Iniziativa per il futuro con il 62% dei voti, contro un 35% di favorevoli, secondo il primo sondaggio realizzato dall’istituto gfs di Berna per conto della SSR. Di questo 62%, il 49% si dice decisamente contrario, il 13% piuttosto contrario. Concentrati a destra, ovviamente.

L’Europa e la Svizzera preferiscono dunque il nero del fossile al verde della transizione ecologica – facendosi cortigiane del negazionista Trump. E se ieri e per molti anni sostenibilità e responsabilità sociale delle imprese sono state le parole-mantra non solo dei governi, dei teorici del management ma anche di alcuni imprenditori – e le Università sono ancora piene di corsi sulla sostenibilità e sulla Rsi (Responsabilità sociale, appunto, che ovviamente presuppone anche una Responsabilità ambientale delle imprese) – oggi la parola chiave è competitività, come emerso al recente Consiglio Europeo, grazie anche ai due assist dell’oligarca tecno-capitalista Mario Draghi e dei suoi Rapporti offerti alla UE. E in Europa si saldano appunto tra loro contro l’ambiente Meloni e Salvini ma anche Macron e Popolari tedeschi come Merz (nel passato, un lobbista per il capitale), sempre più filofascista su ambiente e migranti per cercare di recuperare voti dalla fascio-nazista AfD – tutti pensando di salvare l’automotive allungando la vita dei motori termici, ripristinando il classico e sempre falso ricatto o lavoro o ecologia. Certo, restano posizioni avanzate e non reazionarie – tutto è rinviato al Consiglio straordinario sul clima del 4 novembre – ma l’Unione, un tempo tentata dalla transizione verde, ora sembra ridisegnare i confini del Green Deal in chiave industriale e industrialista.

E quindi, via libera alle semplificazioni normative; via i lacci e lacciuoli (come li chiamava anni fa in Italia un altro oligarca come Guido Carli) che frenerebbero l’attività e la libertà delle imprese, gli investimenti e i profitti. Con il paradosso per cui, in nome della competitività si dà un colpo pesante anche a quelle imprese invece virtuose (e ce ne sono, e molte, non tutte le imprese fanno greenwashing), che proprio sulla ricerca della sostenibilità hanno concentrato molti dei loro investimenti.

Ancora semplificazioni delle normative ambientali e sociali, dunque, tutti dimenticando che da decenni il neoliberalismo invoca e impone appunto più competitività, più privatizzazioni, più produttività (e anche l’IA – energivora ed ecocida alla massima potenza – serve in primo luogo per accrescere la produttività, come ha ammesso Sam Altman di OpenAI – altro che intelligente…), appunto  più de-regolamentazioni e più libertà ai mercati del lavoro e della finanza (crisi del 2007/8, do you remember?), eccetera eccetera, tutte cose che dovremmo sapere e che invece dimentichiamo.

Con il risultato che la crisi climatica si è aggravata, che la Terra si scalda sempre di più, che i ghiacciai si riducono (compresi quelli svizzeri, che si sono sciolti enormemente nel 2025, segnando il quarto calo annuale più consistente mai registrato). Noi tutti dimenticando – tranne ovviamente gli oligarchi del tecno-capitalismo (Udc compresa, ma non solo) che stanno facendo egregiamente il lavoro che gli chiede di fare il capitale, con la nostra complicità, noi confondendo un apparente benessere economico (in realtà per sempre meno) con il malessere climatico e i disastri che aumentano – noi tutti dimenticando che questa crisi climatica inizia con la rivoluzione industriale-capitalistica, che tra questa e la crisi climatica vi è un rapporto di causa-effetto e che quindi, se non si esce dal tecno-capitalismo, se non si pongono vincoli stringenti alla libertà d’impresa e del capitale, cioè se non si modifica radicalmente il sistema economico e produttivo-consumativo vigente da tre secoli non si risolve e neppure si governa il riscaldamento della Terra.

Sono passati più di 50 anni dai primi allarmi ecologici, sono passati dieci anni dall’Accordo sul clima di Parigi e dalla Laudato si’ di papa Francesco e nulla è veramente cambiato – e di COP in COP (a breve, inizierà la COP 30) gli oligarchi del fossile, dell’industria, del nucleare, dell’Hi-Tech, dell’avanti così, mica vorrete limitare i nostri profitti e cambiare modello di crescita quantitativa che tanto bene fa a noi oligarchi…), molto semmai è peggiorato. Sicuramente abbiamo perso tempo – e ne abbiamo sempre meno. E ora si torna addirittura indietro, con la vittoria di fatto dei negazionisti (sarebbe come se tutti diventassimo terrapiattisti), anche se dicono di farlo in nome del pragmatismo, della difesa dei posti di lavoro, accusando gli altri di essere portatori di una ideologia ecologista quando sono loro gli ideologi dell’industrialismo e del capitalismo e oggi della digitalizzazione di tutti e di tutto, di fatto preferendo l’investimento nell’industria bellica che in quella davvero green. E gli svizzeri si appresterebbero a bocciare l’Iniziativa per il futuro – bastano le misure già presenti, dicono i senza futuro, dimenticando che da tempo la Svizzera è inadempiente su questo fronte (e torniamo alle Nonne svizzere per il clima, con la CEDU che nel 2024 ha condannato la Svizzera per non avere adottato misure sufficienti contro il cambiamento climatico).

Di più: non pensando al futuro, rifiutando i ripetuti allarmi – dati alla mano – degli scienziati dell’IPCC (una delle poche certezze che ci sono rimaste, ma che preferiamo non vedere/ascoltare, nascondendo la testa sotto la sabbia e appunto votando sempre più a destra) – cosa stiamo dimostrando di essere?

Egoisti cronici/compulsivi, se dopo mezzo secolo di neoliberalismo (la società non esiste, esistono solo gli individui…) e di capitalismo radicalizzato, pensiamo solo all’oggi – a tanto il capitale e la tecnica hanno colonizzato il nostro pensare e i nostri immaginari collettivi – e ai nostri interessi particolari e particolaristici. Quelli grandi: chi se ne importa del riscaldamento climatico, a me interessano i bitcoin, la piazza finanziaria, andare a sciare e divertirmi, attirare i ricchi che sono così gentili da venire a pagare le tasse da noi… mica vorrete farli scappare…; e quelli piccoli: i luganesi che negano le zone a 30 km/h. Oppure siamo diventati padri e nonni degeneri e cinici, che non si preoccupano del futuro dei loro figli e nipoti, ci pensino poi loro a risolvere i problemi che gli lasciamo, trascurando il fatto che anche l’IA ne farà dei disoccupati e vivranno in un clima pessimo. Oppure e insieme siamo diventati tutti sadomasochisti: ci piace fare del male a noi stessi (i disastri ambientali) e fare del male agli altri, non solo ai migranti, ma anche ai nostri figli e nipoti (il clima peggiorato, le disuguaglianze che crescono…).

Su tutto, riassumendo i punti precedenti, siamo irresponsabili, incapaci di senso di responsabilità e di lungi-miranza (cioè saper guardare lontano, prevedere, immaginare e costruire il futuro…). Applichiamo una logica economica del tutto irrazionale basata sul sempre di più (più produzione, più consumo, più profitti privati, più disuguaglianze, più riscaldamento climatico) e quindi agiamo irresponsabilmente.

Sulla responsabilità come principio del pensare (prima) e dell’agire (poi) c’è un libro fondamentale (del 1979, in italiano dal 1990) del filosofo Hans Jonas (1903-1993) – appunto, Il principio responsabilità. Qui riprendiamo un libro appena uscito e altrettanto importante – e che caldamente consigliamo – di Donatella Di Cesare, Tecnofascismo (anche questo Einaudi) che ci ricorda come “le nostre anime siano ormai solo monetarie, fondate sullo scambio universale, sul calcolo perpetuo” e abbiano appunto perduto il senso della responsabilità verso gli altri uomini – e verso quell’Altro che è la biosfera.

Ma senza responsabilità – continua Di Cesare – non vi può essere libertà. E quindi, “la responsabilità precede la libertà”. Che è qualcosa di umano, non esiste e mai esisterà una app per essere responsabili e neppure l’IA ce lo dirà mai, perché sono prodotti del capitalismo per il capitalismo (salvo qualche eccezione). L’Europa nata come mercato muore oggi in nome del mercato e della competitività che uccidono responsabilità e sostenibilità. Che almeno la Svizzera (che è sempre un po’ anche mia), il 30 novembre, dimostri di essere responsabile e di avere un’anima non solo monetaria.

Nell’immagine: Banksy (2009), “Non credo al riscaldamento globale”


Fabio Merlini, meditazioni su una conquista mai definitiva

La tecnica si pone come fatto ineluttabile e immodificabile, e mai per scelta e decisione libera e democratica. In questo modo produce un gigantesco deficit tecnico di democrazia  

Che la libertà non stia molto bene è cosa sotto gli occhi di molti, di tutti coloro che hanno occhi aperti e spirito critico. Molti altri preferiscono invece rinunciare alla democrazia e alla libertà e rancorosamente e nichilisticamente cercano protezione e una apparente sicurezza egoistica con autocrati, populisti, negazionisti della crisi climatica, sovranisti, oligarchi – offerti abbondantemente dal mercato. Curare  e guarire la democrazia e la libertà malate diventa allora – tranne per chi le vuole demolire del tutto, à la Trump per intenderci – un’opera urgente e doverosa, che però presuppone un noi ampio e consapevole e determinato a compierla.

Una cura della libertà e della democrazia che deve partire dunque da quel principio esistenziale che si chiama meditazione, quel pensiero che riflette sul mondo e su di sé come soggetto che pensa, anzi: che vuole pensare, rifiutandosi di subire il mondo così com’è o come sta diventando, adattandosi e rassegnandosi per quieto vivere e magari avendo introiettato quella distopia nichilista neoliberale per cui la società non esiste, esistono solo gli individui.

Per avviare questa cura della libertà e della democrazia malate occorre però anche confrontare l’oggi con il passato e analizzare i processi che sono accaduti nel tempo fino a oggi e così scoprire che altri, nel passato, hanno analizzato i rischi che possono correre libertà e democrazia nella società di massa. Ecco allora questo magistrale saggio del filosofo Fabio Merlini che ha un titolo che può sembrare strano e invece contiene un messaggio forte rivolto a ciascuno: Venire a capo di sé. Con il sottotitolo – appunto – di Meditazioni sulla libertà: Nietzsche, Tocqueville e Leopardi. Pubblicato da Aragno. Che segue e prosegue il precedente Ritornare in sé. L’interiorità smarrita e l’infinita distrazione, del 2022 (di cui Naufraghi/e ha scritto in “Chi è dappertutto non è mai da nessuna parte”).

Meditazioni sulla libertà, cioè riflessioni, approfondimenti – un viaggio da fare (come quello con il libro precedente) con lentezza, dopo avere spento lo smartphone, ritagliandoci uno spazio e un tempo nostri, con noi e per noi (e conseguentemente anche per gli altri e per quell’altro che è la biosfera), in silenzio (se non c’è silenzio, non ci può essere meditazione e pensiero – per questo il potere ci riempie la vita di rumore e di distrazioni…), accompagnati da tre autori fondamentali del passato, diversi ma vicini in molte cose, e utili ancora oggi in un mondo che sembra lontano dal loro; appunto il filosofo Friedrich Nietzsche (1844-1900), lo storico, magistrato e sociologo Alexis de Tocqueville (1805-1859) e Giacomo Leopardi (1798-1837), poeta e pensatore. Che Merlini legge e interpreta e commenta legandoli al nostro presente per “aiutarci a capire  che cosa è andato storto, o che cosa è stato solo un inganno, nel processo di civilizzazione di cui siamo eredi.  Ma rispetto al quale, per un certo verso (proprio in relazione al tema della libertà) dovremmo poter continuare comunque ad andare fieri”. Curando la libertà, senza fuggire da essa.

Meditazioni che hanno come fil rouge le domande: “quale libertà, rivendicata da chi e perché? E ancora: liberi per che cosa, liberi da che cosa?”- domande da porci davanti a una libertà oggi nuovamente sotto assedio da parte del potere, sia esso politico ma soprattutto economico e tecnologico e da una razionalità irrazionale (e dalla paura della libertà da parte degli stessi uomini). E questo (Merlini): “Vuoi in ragione di una politica tanto impotente quanto autoritaria, attivamente impegnata a eroderne i margini in tutta risposta alla sua stessa incapacità di gestire gli effetti di processi ormai completamente sfuggiti di mano e sempre altrove rispetto al suo circoscritto luogo di esercizio. Vuoi per una ossessiva quanto immatura rivendicazione della libertà, in cui si esprime più il narcisismo sfrenato di individualità incapaci di guardare oltre l’affermazione della loro particolarità interessata [il proprio egoismo], che non il desiderio” di maggiori diritti (“e relativi doveri”) per tutti.

E quindi, bisogna anche proteggere la libertà da se stessa, perché la libertà “è una conquista mai definitiva” – soprattutto in questa nostra epoca “collocata su un crinale dove non la crisi (quale epoca non ne ha fatto l’esperienza?), bensì la stessa catastrofe (ambientale e sociale) è la forma del tempo con cui dobbiamo confrontarci” –  e solo in questo confronto “la libertà può ritrovare la sua strada”. Sempre ricordando che “libertà, solidarietà, equità non sono promesse indipendenti l’una dall’altra, ma sono l’una la condizione dell’altra”, qualcosa che quarant’anni di neoliberalismo e di quello che Merlini chiama tele-tecnocapitalismo (“novello re Mida, ossessionato e insieme fragilizzato dalla sua stessa ossessione di convertire tutto in una occasione di profitto”), ci hanno fatto dimenticare, oggi lasciandoci con un potere basato solo sulla forza e non più sul diritto e sui diritti.

Prima di arrivare a Nietzsche – il primo degli autori letti e commentati da Merlini – ci sono due incipit. Il primo è dedicato al libro della Genesi, all’albero della conoscenza del bene e del male, al suo essere mito/archetipo del rapporto tra libertà e soggezione al potere, in quel caso di Dio e alla libertà intesa come colpa/peccato, che però poi diventa, con l’Illuminismo e con Kant, libertà (e autonomia, invece dell’eteronomia) come diritto naturale e indisponibile dell’uomo, mentre per altri diventa volontà di onnipotenza credendosi come Dio e per altri ancora puro desiderio di trasgressione e di superamento di ogni limite, come il capitalismo.

Il secondo incipit è invece dedicato a una analisi del concetto di libertà, iniziando con una domanda che definiremmo socratica, cioè: “siamo mai veramente liberi?”, e possiamo/sappiamo “essere pienamente ciò che si è in diritto di essere”? – ovvero, quanto vogliamo essere liberi e quanto siamo disposti a lottare per la libertà nostra e degli altri e quanto invece siamo formattati dai contesti in cui viviamo, dalle obbligazioni sociali, dai mass media, dai social, da uno smartphone, dall’indifferenza egoistica e conformistica davanti a chi sta distruggendo la libertà degli altri, illudendoci che la sola libertà possibile sia quella del mercato o della tecnica – quando è vero il contrario? Perché la libertà, ricorda Merlini, è anche una conquista politica, che nasce da un desiderio di libertà che a sua volta può nascere solo se esistono le condizioni perché questo accada; ma se non esiste più la politica e si perde il desiderio della libertà allora si può perdere anche il senso di quella conquista. Ovvero, la libertà è vulnerabile sempre, non è mai ineluttabile, ma va sempre conquistata e curata e protetta. E rivendicata e accresciuta sempre, mai repressa come invece oggi accade troppo spesso. E “non c’è libertà senza reciprocità e non c’è libertà senza responsabilità” – relazione che invece sempre più dimentichiamo perché questo chiede e impone il sistema economico e tecnologico, che sta smantellando welfare e diritti umani (la reciprocità) e ci vuole irresponsabili rispetto alla crisi ambientale. Sistema che pure si offre a noi (è la più subdola delle tecniche di potere) come il massimo della libertà, progressivamente però togliendoci le condizioni per cercare (desiderare) una libertà che non sia appunto solo quella offerta (una falsa libertà, diciamo), dal sistema. Ovvero, “non necessariamente libertà è il nome di una virtù” e si può togliere la libertà – lo ricordiamo – anche in nome della libertà (ancora Trump e il neoliberalismo o la tecnologia, come esempi).

Da qui inizia il viaggio attorno alla libertà moderna – le meditazioni – di Merlini con Nietzsche, Tocqueville e Leopardi. Che per ovvie ragioni di spazio dobbiamo trascurare, rinviando i lettori – che speriamo siano molti, perché la malattia della libertà ci riguarda tutti – alle pagine del libro. Non senza ammettere di avere però amato soprattutto, per nostra deformazione sociologica, quelle dedicate a Tocqueville e al suo La democrazia in America e alle potenzialità ma anche ai rischi della libertà (e della democrazia) nelle società di massa, masse fisiche ieri, masse digitalizzate oggi. Tocqueville vedendo già allora in America “l’affermarsi di una libertà indifferente, priva di qualsiasi sentimento della responsabilità, una libertà che quindi si capovolge nel suo contrario, per il progressivo diffondersi dell’individualismo come rivendicazione di una libertà di movimento addestrata a distogliere lo sguardo dai suoi effetti reali sull’insieme sociale […] facendo precipitare nella illibertà del dispotismo demagogico, della servitù volontaria […] e nel regno dell’impolitica […] e di una frenesia insensata” ma che genera in realtà un immobilismo iperattivo, che non produce più un pensiero nuovo ma solo la replica dell’esistente, però così veloce da farlo apparire sempre nuovo, cosa che non è.

E arriviamo alla parte conclusiva del saggio e alla critica che Merlini, con Leopardi fa della ragione strumentale che definisce e determina da più di tre secoli e in modo assolutistico la modernità. Quella razionalità che per Leopardi è vera madre e cagione del nulla, e che “oggi lo è soprattutto per l’evidenza di un collasso ecologico senza pari che costringe a interrogarsi radicalmente sul modo stesso in cui abbiamo pensato, tra alti e bassi, la gloria della nostra civiltà” e sui modi con cui abbiamo fatto “della natura una riserva di caccia”. Cioè anche la libertà deve “trovare una sua nuova misura”. E deve farlo appunto radicalmente.

Nell’immagine: street art a Lipsia


La sinistra smarrita e la potenza della tecno-archía

La tecnica si pone come fatto ineluttabile e immodificabile, e mai per scelta e decisione libera e democratica. In questo modo produce un gigantesco deficit tecnico di democrazia  

Proviamo ad aggiungere qualche riflessione, dopo quelle già apparse su Naufraghi/e [vedi in calce], al dibattito in corso sulla crisi delle sinistre. Partiamo da un elenco di cose e di processi che ci riguardano in realtà tutti e non solo la sinistra: crisi sociale e crisi climatica / ambientale sempre più gravi e in accelerazione; venti di guerra sempre più forti con grande godimento (profitti) dell’industria bellica; governo del mondo da parte di oligarchie economiche e industriali e di imprese private che decidono a loro piacimento e senza democrazia (e sempre per il loro profitto) come dobbiamo vivere, cosa dobbiamo desiderare e consumare, come e quanto dobbiamo lavorare e divertirci (perché tutto è industria e industrializzato e tutto è merce e tutto è capitalismo, uomini e IA compresi – cioè il tecno-capitalismo non è solo un sistema economico ma un regime politico e sociale); democrazie sempre meno democratiche e sempre più autoritarie / auto-cratiche / populiste / repressive / securitarie, sempre più razziste e sempre più identitarie (cioè: i confini da difendere a ogni costo contro le presunte invasioni dei nuovi barbari-migranti, non certo dalle invasioni barbariche del denaro e dell’IA, invece benvenute e sostenute). Ovvero, dovremmo riconoscere che non siamo in una vera democrazia, neppure formale, ma in una tecno-archía (infra), che decide per noi, a prescindere da noi e non sulla base di valori, di progetti, di responsabilità per il futuro e per le future generazioni, ma solo sulla base di  numeri, calcolo, utilitarismo, produttività, profitto a breve termine, competizione e guerra.

E anche le sinistre si sono sempre più integrate nel sistema, ormai accettato – hanno accettato il neoliberalismo e poi la Silicon Valley e il digitale e oggi l’intelligenza artificiale – come un dato di fatto immutabile e neppure governabile e riformabile (per non parlare di rivoluzione), ma solo qualcosa a cui adattarsi – senza chiedersi perché dovremmo adattarci ai voleri dell’industria. Perché tutti, anche a sinistra, da Marx in poi, hanno invocato e lavorato per lo sviluppo delle forze produttive capitalistiche come via per arrivare al socialismo / comunismo. Immaginando magari un uso socialista della tecnica / tecnologia, qualcosa però di impossibile, perché la tecnica non è democratica e non è neutra (per cui tutto dipenderebbe dall’uso che vogliamo farne), ma ha una sua essenza e una sua razionalità che la fa crescere sempre di più, cioè è auto-telica causa sui. Come il capitalismo, ma a prescindere dal capitalismo, anche se soprattutto grazie al capitalismo. 

E le sinistre non vedono che non esistono più macchine singole, ma tutte le macchine convergono in macchine sempre più grandi e integrate tra loro, mega-macchine che prescindono appunto da una decisione democratica e dal controllo umano (rete e IA come esempi paradigmatici). E l’accettazione del capitalismo e (da subito) della tecnica come ineluttabili è alla base della successiva accettazione del neoliberalismo (e del suo mantra: non ci sono alternative!) e dell’innovazione tecnologica (e del suo mantra: l’innovazione non si può e non si deve fermare!  – neppure se minaccia la vita della biosfera, se ci toglie la libertà cognitiva o ci vuole portare verso il transumanesimo); senza capire, le sinistre, che digitalizzazione delle masse e capitalismo della sorveglianza sono nell’essenza di ogni sistema tecnico (e capitalista), dove la regola ferrea è: organizzazione, comando e sorveglianza (ieri nei luoghi di lavoro, poi sull’intera società) oggi attraverso quelle piattaforme digitali che sono i nostri nuovi luoghi di lavoro e di sfruttamento h24 da parte dei padroni dei mezzi di produzione, quella classe dominante che oggi si incarna non solo negli oligarchi dell’industria e della finanza e nelle tecnocrazie, ma anche nella nuova classe delle macchine. E quanto più siamo integrati / sussunti con macchine sempre più in machine learning e integrate tra loro – e l’integrazione di tutto e tutti nel tutto di un apparato è la forma e la norma di funzionamento della tecnica – ovviamente meno siamo liberi, meno siamo soggetti umani e meno sappiamo / possiamo conservare soprattutto una nostra libertà cognitiva, cioè la libertà di pensare liberamente e autonomamente. La sinistra, tutto questo non lo vede, non lo vuole vedere: il suo dramma, la causa della sua crisi è qui, nel non vedere che la lotta di classe l’ha stravinta il capitale ma soprattutto l’ha stravinta la tecnica. Grazie anche alla sinistra e al suo feticismo per la tecnica.

E anche la crisi della democrazia che viviamo oggi – e il trionfo della tecno-archía – è l’esito inevitabile di un capitalismo e di un sistema tecnico che da sempre rifiutano la democrazia, anche se a volte devono cercare forme di convivenza: perché il capitale aggira da sempre ogni regola e ogni principio di democrazia per massimizzare il profitto per sé (e nei giorni scorsi si ricordava giusto la tragedia del Mattmark); oppure le impedisce, le regole, ad esempio facendo fallire i negoziati contro l’inquinamento da plastica e lo varie COP ambientali; mentre le macchine si basano sull’efficientamento, sulla accelerazione, sulla ricerca della massima produttività, sui propri automatismi – sulle proprie regole e norme di funzionamento – che prescindono dalla democrazia, dalla legge e dalla libera volontà degli uomini, imponendosi come dati di fatto. 

Ma allora, la causa prima della malattia del mondo non sono capitalismo e tecnica ma una modernità impazzita e irrazionale fin dai suoi inizi e diventata oggi iper-modernità (nessuna post-modernità, dunque), che non ha mai avuto il senso del limite e della responsabilità, della moralità e della giustizia sociale e ambientale. La causa è cioè nei fondamenti – nell’arché, nell’inizio (in realtà, molti inizi e incessanti re-inizi – si pensi alle continue rivoluzioni industriali e ai processi di disruption) – della modernità, in ciò che ne ha determinato la nascita: numeri, calcolo, individualismo egoista, positivismo, irresponsabilità per il lungo termine e la biosfera, eccetera; e che è diventata un potere archico – se l’oligarchia è il governo di pochi, la tecno-archía è il potere e il governo auto-cratico di un sistema di pensiero, di una ideologia (e di cui capitalismo e sistema tecnico sono parti derivate) – che ha negato ragione illuministica e libertà-uguaglianza e fraternità, pur illudendoci di una massima libertà. Un potere archico difficile da destituire e da cui uscire in nome della democrazia e della libertà – proprio per questa illusione di libertà che produce in noi (consumare, divertirsi, straparlare sui social…) – nonostante il fallimento della sua irrazionalità – e che sia irrazionale lo dimostra, oltre ogni possibile dubbio, proprio la crisi ambientale.

Tecno-archía che analizziamo nel nostro nuovo libro – Tecno-archía, o la Nave dei folli. La banalità digitale del male (DeriveApprodi, in libreria e online dal 12 settembre). E tecno-archía “è il nome che diamo alla modernità / iper-modernità come combinazione di rivoluzione scientifica e industriale; di capitalismo e di sistema tecnico; di positivismo e pragmatismo; di complesso militare-industriale-scientifico; di illibertà mascherata da libertà; di ingiustizia e disuguaglianza come scelta politica; di finzioni di democrazia e di governo reale del mondo da parte di imprenditori e capitalisti; di ecocidio compulsivo; di razionalità strumentale / calcolante-industriale che ha prodotto l’eclisse della ragione illuministica”. Tecno-archía che andrebbe urgentemente destituita – come ogni potere archico – in nome della demo-crazia, perché solo la democrazia è in sé e per sé anti-archica. “Ma per destituirla va prima appunto riconosciuta come potere archico e totalitario” – e per questo rinviamo al libro chi volesse approfondire la nostra tesi, libro che comprende molte cose (su tutto, appunto una critica radicale alla modernità / iper-modernità, cercando di immaginare una modernità diversa), ma anche una critica alla cecità della sinistra davanti a capitalismo e tecnica – alla tecno-archía. Che in parte abbiamo già richiamato più sopra e che nel libro richiamiamo sotto forma di domande, ma con una su tutte: perché la sinistra non capisce che tra biosfera e società-libertà-demo-crazia e uomo / umanità, da un lato, e tecno-archía dall’altro, vi è un conflitto strutturale e insanabile e che quindi, se si vuole salvare la biosfera, la società, la libertà e la demo-crazia bisogna essere radicalmente anti-archici, anti-tecno-archía? E solo così uscire dalla tecno-archía.

E siamo capaci – è capace la sinistra – di riconoscere la verità di ciò che scriveva molti anni fa un ecologista italiano di sinistra come Dario Paccino, richiamando Jean Fallot? Cioè che “per fare ecologia (risparmiare l’uomo e la natura), bisogna distruggere il sistema, che per sopravvivere deve sfruttare, inquinare, fare la guerra”. È allora capace la sinistra di immaginare e costruire una modernità radicalmente diversa da questa  – nichilista ed ecocida – in cui viviamo più o meno da tre secoli, uscendo dall’ideologia dello sviluppo delle forze produttive e dall’industrialismo? Ci aveva provato Enrico Berlinguer nel 1977, in un suo discorso sulla necessità di cercare un diverso modello di sviluppo basato sull’austerità (ma tutta diversa da quella reazionaria ed ecocida e tecno-archica imposta poi dal neoliberismo delle destre e – ahimè – anche delle sinistre) e non sul sempre di più. 

Allora, quel discorso venne subito rimosso dal Pci, perché troppo rivoluzionario, troppo poco marxista. Perché non riprovarci, ma andando oltre?

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento 

 


CL, Mario Draghi e la miseria del pensiero

La tecnica si pone come fatto ineluttabile e immodificabile, e mai per scelta e decisione libera e democratica. In questo modo produce un gigantesco deficit tecnico di democrazia  

“Draghi sferza l’Europa pavida e incapace di opporsi ai dazi di Trump”.
“Draghi dà uno schiaffo a von der Leyen”.
“Lezione di europeismo di Draghi contro un’Europa solo spettatrice degli eventi”.

Questo di fatto e nei resoconti è quanto ha detto Mario Draghi inaugurando il Meeting 2025 di Comunione e Liberazione a Rimini.

Ma è stato davvero così? E che nuovo europeismo ha proposto Mario Draghi e quale politica per il futuro? E perché il popolo di CL ha chiamato proprio Draghi a inaugurare i lavori della nuova edizione del Meeting, evento mediatico-annuale, accogliendolo con scroscianti applausi? E ancora: perché CL sempre – da sempre (se la memoria non ci inganna; ma nel caso, sono state eccezioni alla regola) – applaude il potere, si conforma e si inchina al potere e a chi lo rappresenta pro tempore di anno in anno (e per questo è amata e ricercata dal potere come vetrina buonista), cioè è perfettamente nel sistema e ne permette la riproducibilità? E perché da CL mai è venuta (e mai viene) una critica, un pensiero complesso, un distanziarsi dal sistema? Hanno applaudito Draghi, ma qualcuno in quella sala ha mai letto davvero la Laudato si’ di Bergoglio? – perché se l’avessero letta e capita nella sua radicalità necessaria e urgente non avrebbero invitato Draghi e gli altri potenti di turno e d’occasione… E di ragioni per contestare / criticare radicalmente il potere dell’economia e della tecnica capitalistiche – soprattutto da parte di chi si vanta o millanta di essere cristiano / cattolico – ce ne sarebbero, eccome.

Qualche dato, giusto per dire, citando dalla Fondazione Feltrinelli di Milano: “Nel 2024, secondo il rapporto Takers Not Makers, la ricchezza dei circa tremila miliardari globali è aumentata di 2’000 miliardi di dollari rispetto all’anno precedente, mentre l’intera fascia più ricca dell’1% ha accumulato più di 33’900 miliardi di dollari dal 2015 (secondo The Guardian). L’1% più ricco genera in media il doppio delle emissioni di CO₂ rispetto alla metà più povera della popolazione globale, con il 15, 9% delle emissioni mondiali attribuibili all’élite, contro il 7,7% prodotto dal 50% più povero (secondo Oxfam). Questo mentre in Germania, a poche settimane dalla vittoria elettorale di Friedrich Merz, per la prima volta un partito di estrema destra – Alternative fur Deutschland (AfD) – è arrivato in testa ai sondaggi nelle intenzioni di voto, superando gli altri partiti”.

Ma torniamo a Draghi. Cosa ha detto di così eclatante e di così critico nel suo discorso – e critica per cambiare cosa e come, per quale Europa? Intanto, nel suo discorso non c’è traccia della questione climatica e ambientale. Poteva esserci? In realtà doveva esserci vista la gravità crescente della questione; ma Draghi è un neoliberale fatto e finito e per un neoliberale – per tutti i neoliberali e per tutte le destre, per tutti i negazionisti al servizio di fatto del capitale – la crisi ambientale non deve esistere nell’agenda politica, perché obbligherebbe a mettere in discussione radicalmente il modello di crescita quantitativa imposta dal capitale nel suo delirio di sempre maggiore produttività per sempre maggiori profitti.

Draghi ha intonato il suo discorso pensando al futuro dei giovani presenti in sala, ma ha dimenticato proprio la cosa fondamentale per garantire loro un futuro: la soluzione della crisi climatica e ambientale, che essendo il prodotto di tre secoli di rivoluzione industriale capitalistica presuppone una modifica appunto radicale (non pannicelli caldi e non le retoriche sulla resilienza e meno che meno quelle che dicono: transizione digitale per la transizione ecologica, posto che la prima è energivora all’ennesima potenza e quindi cercare la seconda attraverso la prima è una evidente contraddizione in termini – ma questo non si deve dire), una modifica del modello irrazionale ed ecocida in cui viviamo.

Ha detto Draghi, criticando un’Europa diventata ininfluente: “Questi eventi hanno fatto giustizia di qualunque illusione che la dimensione economica da sola assicurasse una qualche forma di potere geopolitico. Non è quindi sorprendente che lo scetticismo nei confronti dell’Europa abbia raggiunto nuovi picchi. Ma è importante chiedersi quale sia veramente l’oggetto di questo scetticismo. Non è a mio avviso uno scetticismo nei confronti dei valori su cui l’Unione Europea era stata fondata: democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità. […] Credo piuttosto che lo scetticismo riguardi la capacità dell’Unione europea di difendere questi valori”.

In verità, per l’Europa neoliberale – di cui Draghi è uno dei massimi esponenti / oligarchi – questi valori non sono mai stati importanti, semmai sono stati un ostacolo (e quindi da rimuovere) al pieno dispiegarsi del mercato e alla mercificazione della vita umana. E non è forse vero – sì, è vero, è nella sua ideologia – che il neoliberalismo è considerata dai suoi ideologi l’unica filosofia politica capace di far adattare la società (cioè tutti noi) alle esigenze del capitale; e che il mercato deve sovraordinarsi alla stato e alla società? E questo obiettivo non è in sé e per sé totalmente e intrinsecamente antidemocratico, posto che non sono libero se mi devo solo adattare alle esigenze del sistema? E non è stato forse il neoliberalismo a negare, imponendo per anni le sue politiche di austerità e di disuguaglianza come scelta politica, ogni principio di equità?

E così come ci siamo dovuti adattare alle esigenze del capitale, veicolate dal neoliberalismo, così oggi, continua Draghi, “la nostra organizzazione politica [dell’Europa] deve adattarsi alle esigenze del tempo di oggi e noi europei dobbiamo arrivare a un consenso su ciò che questo comporta”. Perché se “adattarsi all’ordine neoliberale era stato in confronto un compito relativamente facile […] per affrontare le sfide di oggi l’Unione europea deve trasformarsi da spettatore o al più comprimario in attore protagonista.

Deve mutare anche la sua organizzazione politica che è inseparabile dalla sua capacità di raggiungere i suoi obiettivi economici e strategici. E le riforme in campo economico restano condizione necessaria in questo percorso di consapevolezza” – ma attenzione, quando i neoliberali (sempre secondo i fondamenti della sua ideologia visti sopra) parlano di riforme in realtà pensano a controriforme.

E Draghi continua: “La sfida è ora essere capaci di agire con la stessa decisione in tempi ordinari per confrontarci con i nuovi contorni nel mondo in cui stiamo entrando. […]. È un mondo che pretende da parte nostra una discontinuità negli obbiettivi, nei tempi e nei modi di lavoro”, che è un altro modo (ma sovrapponibile a quanto si diceva negli anni ’80 per farci accettare allora la flessibilità nel lavoro) per dire di nuovo che dobbiamo adattarci alle esigenze del capitale e delle imprese hi-tech, perché digitalizzazione / algoritmi / IA / Big Data / criptovalute possono essere molte cose ma sono soprattutto, se non esclusivamente, l’ultima fase (ultima in ordine di tempo, altre ne seguiranno se non imponiamo democraticamente dei limiti alla libertà d’impresa, in nome di una nostra libertà) della ricerca compulsiva del profitto da parte del capitale. E l’IA non può ovviamente essere (non è) democratica, né equa, né per la pace (vedi le guerre nascoste per la conquista coloniale delle terre rare), né per la libertà: perché togliendoci la libertà cognitiva per pensare – e con una conoscenza e un sapere e un pensare che sempre più deleghiamo alle macchine / IA – non possiamo ovviamente essere liberi, per la contraddizione, di nuovo, che non lo consente.

Il tutto – sempre IA / digitalizzazione eccetera eccetera – essendo però vissuto (essendo fatto vivere dai tanti Draghi di turno sulla scena del capitale e della tecnologia) appunto come un dato di fatto che non si può cambiare. Ma essendo un dato di fatto impostoci antidemocraticamente / autocraticamente dall’industria (e dagli stati) per il proprio profitto, questo esclude ovviamente ogni democrazia, al di là delle tante volte che Draghi dice democrazia. La crisi della democrazia e della libertà – in Europa e nel mondo – nasce in realtà da qui, dalle esigenze del capitale e dal funzionamento dei sistemi tecnici.

Che Draghi non lo dica è perfettamente ovvio (perché capitalistico). Che noi si creda a Draghi, questo invece sì è preoccupante.

Nell’immagine: Draghi al termine del suo intervento a Rimini