Cercasi Lisistrata, disperatamente

I maschi meriterebbero uno sciopero del sesso per porre fine a questa nuova era di guerre 

Da Gaza è ormai uno stillicidio quotidiano di violenza e di nostra indifferenza complice, perché da due anni stiamo armando Israele – e giustificandola – per compiere ciò che sta compiendo, cioè siamo anche noi produttori di un genocidio e di una gigantesca banalità/banalizzazione del male (e rinviamo a Umberto Galimberti, su questa Zattera, il 21 luglio), senza ovviamente dimenticare il 7 ottobre di Hamas. E siamo persino felici se i venti di guerra (Ucraina compresa, più le altre 60 guerre che si stanno svolgendo nel mondo, più la guerra ai migranti, più la guerra allo stato sociale e la guerra alla democrazia e ai diritti umani e su tutto la guerra alla Terra con un ecocidio/crisi climatica altrettanto pianificato dal capitale) rilanciano l’industria bellica, anche in Svizzera, che tanti buoni posti di lavoro produce e produrrà (a Zurigo la Rheinmetall intende creare 600 nuovi posti di lavoro – notizia Rsi).

Una nostra indifferenza complice – se non reagiamo a ciò che accade a Gaza, allora siamo complici (e che complici!) – davanti a un assassinio di massa deliberato, come sparare su donne e bambini in coda per un po’ di cibo; davanti alla fame come arma di guerra; davanti a una distruzione compulsiva ma anche pianificata da Israele contro un intero popolo per le proprie paranoie di una Grande Israele; davanti al piacere perverso della distruzione ben rappresentato dalla foto dei soldati israeliani che si fanno un selfie sorridenti con uno sfondo di rovine e di devastazione (ancora, la banalità del male… se non è – e appunto peggio, come sembra essere – il piacere del male e per il male).

Ha scritto il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres: “Non riesco a spiegare il livello di indifferenza e inazione… la mancanza di compassione, la mancanza di verità, la mancanza di umanità”.

Israele e israeliani, dunque vergognatevi, se siete ancora capaci di vergogna – in pochi mesi avete devastato e cancellato anche secoli di grande intelligenza e di altissima cultura ebraica e negate persino la verità della carestia. Occidente, vergognati, se sei ancora capace di vergogna, mentre investi nell’industria bellica, facendo moltiplicare il business della morte per il business del profitto, come a dire: se vuoi profitto, produci la guerra – e tutto mentre, inascoltato, papa Leone invita a fermare il commercio delle armi, che poi significa fermare la produzione delle armi; disarmando anche le parole, aveva detto Bergoglio); europei, vergogniamoci di tanta complicità, di tanta indifferenza, di tanto cinismo, di tanto non voler guardare le nostre mani sporche di sangue.

Europa dove certo è benvenuta – ma comunque ipocrita e oscena dopo 22 mesi di complicità nel genocidio e appunto di lauti profitti per il complesso militare industriale – la lettera ultimativa (ultimativa?) che venticinque paesi, Svizzera e Italia comprese, hanno inviato a Israele: La guerra a Gaza deve finire!

Seguita dalla promessa di Macron di riconoscere lo Stato di Palestina a settembre; e da una dichiarazione congiunta di Francia, Germania e GB per far cessare la guerra per fame in corso a Gaza. Questo mentre secondo le Nazioni Unite, ormai l’88% del territorio di Gaza è coperto da ordini di evacuazione o sotto controllo militare israeliano e il restante 12% concentra 2,1 milioni di persone. Gaza e Cisgiordania contro cui si esercita (come in Ucraina e negli altri conflitti) una guerra militare, una guerra colonialista, ma poi e soprattutto una devastazione fisica e psichica di persone come noi, bambini compresi, una guerra di propaganda, di deportazione, di genocidio appunto, una forma esplicita di volontà di onnipotenza, Israele chiamando terrorista e antisionista chi vi si oppone. Noi chiamando aggressore (è vero e giusto) la Russia (e sanzionandola, ma continuando a farci grandi affari) che invade l’Ucraina, ma non chiamando aggressore Israele che invade Gaza e colonizza la Cisgiordania – e non sanzionandola… e continuando a farci lauti affari.

Come fermare davvero questa guerra e le altre in giro per il mondo, come fermare la deriva bellicista che ha catturato le menti e le azioni dei governi, Svizzera compresa, come smettere di scivolare lungo il piano inclinato della assuefazione alla guerra che verrà, all’indifferenza, al prima di tutto gli affari?

Proviamo allora – è forse una delle ultime speranze che ci restano, ma proviamo a fare uno sforzo di immaginazione, anche se (lo ammettiamo) temerario – a tornare indietro nel tempo, all’antica Grecia e alla commedia Lisistrata di Aristofane – e correva l’anno 411 a. C. – dove si narra delle donne ateniesi che salgono ad occupare l’Acropoli e che – capeggiate appunto da Lisistrata, il cui nome significa colei che dissolve gli eserciti, ma riunendo anche molte donne provenienti dalle principali città in guerra – decidono di interrompere i rapporti sessuali con i mariti fino a quando non sarà posto termine alla guerra. Alla fine, e vincendo anche la tentazione di molte donne di tornare a fare sesso – e per i dettagli della commedia rinviamo in rete – gli uomini cedono, la guerra termina e torna la pace. Mentre sempre Aristofane, nella commedia Ecclesiazuse, narra delle donne ateniesi che, stanche del governo della città da parte degli uomini, decidono di prendere il potere e quindi, travestendosi da uomini, vanno all’assemblea e fanno votare una legge che esclude gli uomini dal comando – e rimandiamo chi ci legge a un libro splendido di Donatella Di Cesare, Democrazia e anarchia (Einaudi, 2024), che consigliamo vivamente a chi vuole ragionare di, e salvare la democrazia.

Ma dov’è oggi, chi è oggi Lisistrata, se anche le donne sono negli eserciti, se alcune donne sono iperbelliciste/machiste, come Ursula von der Leyen, come Kaja Kallas – machiste tranne però che contro il lucidamente folle sovranista/machista/mafioso Trump – come… come porre fine alle guerre, se anche le donne sono state catturate dal complesso militare-industriale e credono che la parità sia anche nel fare la guerra; o fanno di tutto per somigliare agli uomini e applicare la loro logica maschilista/suprematista/patriarcale/capitalistica del potere? Cosa/chi ci resta, a parte papa Leone, le sinistre del mondo capaci ormai solo di balbettare qualcosa di umanistico? Eppure, forse – anche, e soprattutto noi maschi, che uno sciopero del sesso ce lo meriteremmo – dobbiamo dire, riformulando il titolo di un film del 1985: Cercasi Lisistrata, disperatamente. 

Nell’immagine: Lisistrata respinge il guerriero


Guerre, guerre, adorabili guerre!

I maschi meriterebbero uno sciopero del sesso per porre fine a questa nuova era di guerre 

Iniziamo dalla Palestina: sabato, a Roma, 300mila persone sono scese in piazza per chiedere il cessate il fuoco immediato e condannare il governo Netanyahu. Sul palco c’erano molti testimoni e i leader del centrosinistra che hanno promosso l’iniziativa. 300mila persone – ben di più dei 50mila previsti alla vigilia dal Ministro degli interni italiano Piantedosi. Segno che lo sdegno della gente era diventato potente e insopportabile.

Eppure, sono occorsi venti mesi perché finalmente qualche governo e qualche politico (a parte Cassis e Meloni e Trump – e ovviamente Netanyahu che lo sta producendo), si accorgesse che a Gaza si stava compiendo un genocidio con la nostra (di europei e americani) complicità. Sono occorsi venti mesi per aprire almeno un poco gli occhi e finalmente riconoscere che la barbarie era tra noi e soprattutto che era prodotta da noi. Sono occorsi venti mesi perché si iniziasse a sbugiardare la propaganda israeliana e dei governi occidentali per cui se osavi criticare Israele eri ipso facto un antisemita – non lo eri (ovviamente), esercitavi e rivendicavi solo il lume della ragione, il senso di umanità e il rispetto del diritto internazionale. E sono occorsi venti mesi perché si riempisse finalmente la piazza di Roma, dopo quelle di altre città, anche svizzere. Piazza benvenuta comunque.

E sono passati più di tre anni dall’invasione dell’Ucraina senza che il bellicismo occidentale e soprattutto europeo e le sanzioni alla Russia abbiamo – come si dice – cavato un ragno dal buco. Producendo però grandi profitti, ovvero la guerra è più importante della pace.

Già, perché guerre, guerre, adorabili guerre! sembrano dire all’unisono – qui riprendendo e modificando le parole del principe Giovanni (tasse, tasse, adorabili tasse!) nel Robin Hood di Walt Disney, film di animazione del 1973 – i cosiddetti grandi della terra, in realtà piccoli piccoli e soprattutto meschini e irresponsabili. Guerre, guerre, adorabili guerre! – dice soprattutto il complesso militare-industriale occidentale (Svizzera compresa) e quindi armi, armi, adorabili armi e missili e cannoni e droni e intelligenza (sic!) artificiale e bombe atomiche, perché è tanto utile l’industria bellica anche e generare (questo dice l’Europa) posti di lavoro e ricchezza collettiva – ovvero, costruire il benessere attraverso il malessere della guerra, a tanto arrivano l’ipocrisia e il cinismo del sistema e dei suoi oligarchi; guerra che è molto più e molto meglio di quell’ideologica (ideologica, secondo loro) crisi ambientale e climatica che tecnica e capitalismo hanno prodotto e che ora considerano ovviamente un intralcio al loro profitto, mentre l’unica soluzione al problema sarebbe proprio e solo quella di modificare radicalmente il modello economico esistente, cosa che i capitalisti e i loro governi e l’oligarchia vedono ovviamente come un rischio mortale. E quindi ci dicono (con la propaganda): dimenticatevi di Greta Thunberg, di Antonio Guterres che ci definisce non come i dinosauri ma come il meteorite che sta distruggendo la terra, dimenticatevi degli scienziati del clima che lanciano continui allarmi e concentriamoci piuttosto sulla produzione della guerra, anzi delle guerre. Della guerra totale che da tre secoli il capitale muove contro la biosfera e la biodiversità, della guerra militare (le due guerre mondiali) o delle guerre per frammenti (le molte guerre più o meno nascoste di ieri e di oggi) – importante è che sia guerra e ancora guerra, perché più guerre significano più armi (e da subito ma “con ritmi da tempo di guerra”, ha detto il premier laburista – laburista? – inglese Keir Starmer nei giorni scorsi, presentando il Piano di sicurezza strategica per i prossimi dieci anni), quindi più profitto (ed ecco il ReArm Europe e l’aumento al 5% della spesa militare sul Pil come richiesto da Trump). In nome della sicurezza, mentre si produce insicurezza – un altro paradosso. E comunque, dopo la distruzione c’è la ricostruzione e quindi ancora più profitti.

Utile è allora – per chi ha ancora voglia di confrontare il passato con l’oggi – andare a rileggere cosa scriveva quella rivoluzionaria eretica di Rosa Luxemburg cento anni fa. Certo, era una marxista e questo farà storcere il naso a tanti cosiddetti benpensanti, ma se non ci confrontiamo con il pensiero critico e con il pensiero eretico ben poco capiamo e capiremo del mondo – e solo il pensiero critico/eretico è capace di cambiare il mondo.

Scriveva dunque Rosa Luxemburg ne la Crisi della socialdemocrazia, scritta in carcere nel 1915 e pubblicata agli inizi del 1916 e dove criticava, perché rinnegava l’internazionalismo proletario fondamento del marxismo, la resa della socialdemocrazia tedesca al nazionalismo, votando i crediti di guerra e legittimando l’entrata nella prima guerra mondiale della Germania contro la Russia zarista. E la guerra militare scriveva – così come la guerra alla biosfera, potremmo aggiungere oggi – “è un assassinio metodico, organizzato, gigantesco. Ma per indursi all’assassinio sistematico un uomo normale deve arrivare prima a un’adeguata ubriacatura”, e questo è possibile solo grazie alla propaganda, perché le guerre devono essere fabbricate dentro all’opinione pubblica perché siano da questa accettate con saggia rassegnazione/adattamento all’ineluttabile, e a questo serve appunto la produzione del nemico, dello scontro di civiltà, del noi contro loro, della favola della esportazione della democrazia, della Russia che ci vuole invadere. “E questo è da sempre il metodo ben fondato di coloro che conducono le guerre”, scriveva Rosa Luxemburg – con una prima guerra mondiale preparata in realtà nei decenni precedenti (come oggi la crisi ucraina e stata preparata anche dall’espansione continua della Nato verso la Russia, senza dimenticare ovviamente il nazionalismo russo), con una crescente corsa agli armamenti, con una gara del capitale imperialistico (sempre Luxemburg) verso i paesi e le zone del mondo non ancora capitalistiche per cui “la costruzione della flotta e degli armamenti [nella Germania di allora] divennero di per sé un affare grandioso della grande industria tedesca e aprirono contemporaneamente prospettive illimitate all’ulteriore desiderio di operazioni del capitale dei cartelli e delle banche nel vasto mondo”; esattamente come oggi.

E “la guerra accresce lo sfruttamento capitalistico e la reazione nella politica interna” – ancora esattamente come oggi e come sempre, da quando anche la guerra, industrializzata anch’essa, è diventata un potentissimo business capitalistico. E come scriveva la filosofa non marxista Simone Weil nel 1934 “il potere militare moltiplica le guerre, il capitale commerciale moltiplica gli scambi”. E continuava Rosa Luxemburg: “Per il proletariato europeo nel suo complesso dal punto di vista classista, la vittoria o la sconfitta di ciascuno dei belligeranti è egualmente fatale. È proprio la guerra in sé che rappresenta la maggiore sconfitta che si possa immaginare […]. La politica proletaria non può conquistare il posto che le spetta con consigli e progetti utopistici, come quello di mitigare, ammansire, moderare l’imperialismo nella cornice dello stato borghese, con riforme parziali. Il vero problema […] è tradurre in pratica la vecchia parola d’ordine: guerra alla guerra! […] Niente sarebbe più fatale per il proletariato che salvare dall’attuale guerra mondiale la minima illusione e speranza sulla possibilità di un ulteriore sviluppo idilliaco e pacifico del capitalismo”. Perché “l’impulso espansivo imperialistico del capitalismo [l’accrescimento del mercato e del sistema tecnico], ha come tendenza [deterministica] quella di trasformare tutto il mondo in un mondo di produzione capitalistico e [questa] brutale marcia trionfale del capitale nel mondo [è] spianata e accompagnata da tutti i mezzi della violenza, della rapina e dell’infamia”; e sempre, “i dividendi salgono e i proletari cadono” – e anche se non ci piace ammetterlo, tutti noi siamo sempre più proletari e forza lavoro per il capitale come produttori, consumatori e generatori di dati e anche per la sua industria bellica (oltre che carne da cannone).

Riusciranno ora le piazze a rovesciare l’industria della guerra, a fermare il genocidio a Gaza, a riaccendere il lume della ragione? L’inizio sembra buono.

Nell’immagine: ieri a Roma in 300’000


Non mettiamolo via

I maschi meriterebbero uno sciopero del sesso per porre fine a questa nuova era di guerre 

Un tempo, molti anni fa, nel paese dove viveva mio nonno, finito un funerale la gente diceva: l’hanno messo via. Forse lo si dice ancora e forse non solo nel paese di mio nonno.

E invece di papa Francesco – come di ogni altro – non dobbiamo dire: l’abbiamo messo via. Ma ne dobbiamo conservare la memoria e l’insegnamento e le provocazioni (famoso il suo: chi sono io per giudicare?), il suo gridare per la pace e contro la guerra. Dico questo da laico e da non credente, ma tra lui e me era nata una crescente empatia e sintonia su molte questioni (non su tutte, ovviamente, e Francesco poteva fare di più, ma comunque ha fatto moltissimo – ci servirebbe un secondo Francesco per continuarne l’opera). 

Molte cose di lui sono state ricordate dopo la sua morte. E tra le molte, grande spazio è stato dedicato giustamente alla sua azione a favore della pace e degli ultimi; ma pochi hanno ricordato la sua Enciclica Laudato si’ – una perfetta e lucidissima analisi della società attuale e del suo osceno modello economico e tecnologico e delle disuguaglianze che produce (che troppi cercano di non vedere, per quella che Francesco aveva chiamato la globalizzazione dell’indifferenza, accanto alla guerra mondiale a pezzi). E quindi, anche se dal nostro piccolo, vogliamo invece riprenderne, condividendoli, gli spunti più importanti, lasciando da parte, ovviamente le cose più strettamente religiose. Una Enciclica coraggiosa, radicale (nel senso di andare alla radice del problema) e quindi ovviamente e velocemente rimossa dai cosiddetti grandi, sì che criticava appunto il modello di sviluppo di cui loro sono l’oligarchia o gli amministratori delegati, loro preferendo il bellicismo e la guerra alla difesa della biosfera, della vita e delle future generazioni. Ma rimossa poi anche da tutti noi (chi si preoccupa oggi per il clima, a parte gli scienziati dell’Ipcc?), di fatto diventando anche noi negazionisti della crisi climatica e ambientale, preferendo (con il nostro consenso) salvare una banca in un week-end piuttosto che impegnarci nel tempo per diventare sostenibili e responsabili verso i nostri figli e nipoti.

È dunque scritto nella Laudato si’ – Enciclica del 2015 (i corsivi sono nostri): “La continua accelerazione dei cambiamenti dell’umanità e del pianeta si unisce oggi all’intensificazione dei ritmi di vita e di lavoro, in quella che in spagnolo alcuni chiamano ‘rapidación’. Benché il cambiamento faccia parte della dinamica dei sistemi complessi, la sua velocità contrasta con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica. A ciò si aggiunge il problema che gli obiettivi di questo cambiamento veloce e costante non necessariamente sono orientati al bene comune e allo sviluppo umano, sostenibile e integrale. Il cambiamento è qualcosa di auspicabile, ma diventa preoccupante quando si muta in deterioramento del mondo e della qualità della vita di gran parte dell’umanità”. E quindi: “I cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche e costituiscono una delle principali sfide attuali per l’umanità. […]. Eppure molti di coloro che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi, cercando solo di ridurre alcuni impatti negativi dei cambiamenti climatici. Ma molti sintomi indicano che questi effetti potranno essere sempre peggiori se continuiamo con gli attuali modelli di produzione e di consumo”.

E non solo. “A questo si aggiungono le dinamiche dei media e del mondo digitale, che quando diventano onnipresenti non favoriscono lo sviluppo di una capacità di vivere con sapienza, di pensare in profondità, di amare con generosità. […]. Perché la vera sapienza, frutto della riflessione, del dialogo e dell’incontro generoso fra le persone, non si acquisisce con una mera accumulazione di dati che finisce per saturare e confondere, in una specie di inquinamento mentale” – “E mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli”.

Di più: “l’alleanza tra economia e tecnologia finisce per lasciare fuori tutto ciò che non fa parte dei loro interessi immediati. La sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza si dimostra nel fallimento dei Vertici mondiali sull’ambiente. Ci sono troppi interessi particolari e molto facilmente l’interesse economico arriva a prevalere sul bene comune e a manipolare l’informazione per non vedere colpiti i propri interessi”. E invece è evidente che dobbiamo “porre fine al mito moderno del progresso materiale illimitato”, mentre invece da tre secoli “l’umanità ha assunto la tecnica e il suo sviluppo” come “un paradigma omogeneo e unidimensionale […] che fa della tecnica e del metodo scientifico un sistema di possesso, dominio e trasformazione incessante […], estraendo tutto ciò che è possibile dalle cose attraverso l’imposizione della mano umana, che tende a ignorare o a dimenticare la realtà stessa di ciò che ha dinanzi. […]. Da qui si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. Ciò determina la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a ‘spremerlo’ fino al limite e oltre il limite”. 

E invece “occorre riconoscere che la tecnica non è neutra, perché crea una trama che finisce per condizionare gli stili di vita e orienta le possibilità sociali nella direzione degli interessi di determinati gruppi di potere. Certe scelte, che sembrano puramente strumentali, in realtà sono attinenti al tipo di vita sociale che si intende sviluppare” (come oggi, aggiungiamo, con l’intelligenza artificiale e il capitalismo della sorveglianza), quello (e sempre di più) del capitale e della tecnica.

Oggi, continuava Francesco, diventa quindi difficile – ma anche sempre più urgente e necessario – attivare e insegnare “un diverso paradigma culturale”, perché “il paradigma tecnocratico è diventato così dominante che è molto difficile prescindere dalle sue risorse e ancora più difficile è utilizzarle senza essere dominati dalla sua […] ferrea logica. Si riducono così la capacità di decisione, la libertà più autentica e lo spazio per una creatività alternativa degli individui. La vita diventa un mero abbandonarsi alle circostanze condizionate dalla tecnica”. Invece, deve essere “ancora possibile ampliare lo sguardo e limitare e orientare la tecnica e metterla al servizio di un altro tipo di progresso, più umano, più sociale e più integrale”. Perché non si tratta di fermare il progresso ,“ma dobbiamo convincerci che rallentare un determinato ritmo di produzione e di consumo può dare luogo a un’altra modalità di progresso e di sviluppo”. E quindi, e diversamente da ciò che potrebbe forse accettare il sistema, “non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un ritardo nel disastro. Semplicemente si tratta invece di ridefinire il progresso”.

E la politica? “La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. […] Ancora una volta dobbiamo evitare una concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti delle imprese o degli individui” – ed è quindi del tutto irrealistico aspettarsi che chi è ossessionato dalla massimizzazione dei profitti “si fermi a pensare agli effetti ambientali che lascerà alle prossime generazioni”. Per questo occorre mettere in discussione la causa prima della crisi ecologica e sociale, cioè “la logica soggiacente alla cultura attuale” che impedisce di avere “coscienza di una origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso”.

Ne siamo capaci? Siamo capaci di recuperare anche il messaggio di Francesco nella sua Laudato si’? Siamo capaci di ricordarlo a Berna, a Roma, a Bruxelles… – adesso, non fra altri dieci anni, perché fra altri dieci anni perduti non potremo più dire a figli e nipoti: ah, se lo avessi saputo!


IA: conoscenza o potere? Giusta la seconda

I maschi meriterebbero uno sciopero del sesso per porre fine a questa nuova era di guerre 

Perché sul mio pc mi ritrovo l’Assistente IA senza averlo mai richiesto? Ovvio, perché per addestrare la cosiddetta intelligenza artificiale servono dati, dati e ancora dati; e cosa di meglio che intrufolarsi sul mio pc (senza appunto chiedermi il permesso di farlo, cioè il mio pc non è in realtà davvero mio) per rubare dati e informazioni? Sì, rubare – come altro chiamare questa pratica di estrazione di valore se non usando il verbo rubare? Un rubare certo con destrezza ma anche sempre più compulsivo. Dice di farlo per noi, per il nostro benessere, per renderci felici, per aiutarci, per socializzare e formare gruppi e community. E noi gli crediamo. E ci adattiamo anche alla crisi climatica e ambientale – che è la negazione del benessere –  che ha prodotto.

E quella per addestrare anche l’IA è la stessa tecnica usata da tutto il capitalismo digitale/della sorveglianza, dove la materia prima fondamentale sono appunto i nostri dati, ottenuti attraverso la nostra trasformazione in numeri per essere meglio calcolabili, misurati, governati dal capitale e dalle sue tecnologie. E noi glieli diamo, i nostri dati, cioè la nostra vita, felici di essere profilati, cioè spiati come e peggio di come spiavano tutti e tutto i totalitarismi politici del ‘900. E non ci opponiamo, anzi accettiamo tutte le tecniche manageriali pensate dal capitale per accrescere la nostra dipendenza oggi dal digitale (dal capitalismo) attraverso la dopamina che produce in noi e utile per farci produrre sempre più dati quanto più tempo siamo connessi; e attraverso il feticismo che viene indotto in noi per tutte le innovazioni tecnologiche che il capitale inventa per accrescere in realtà la nostra produttività (per i suoi profitti). Nella produzione, nel consumare, nel generare appunto sempre più dati. Facendoci credere – la tecnologia come il neoliberalismo – di essere così più liberi, creativi, di aiutarci a risolvere i problemi, mentre ci stiamo costruendo addosso l’habitus del perfetto suddito integrato in quello che Marcuse già chiamava il totalitarismo della società tecnologica avanzata. Oggi ancora più avanzata, appunto digitale, cioè totalitaria, rispetto ai tempi di Marcuse.

Ma allora, cos’è questa IA? È conoscenza / sapere, offrendosi a tutti noi appunto come intelligenza; oppure è l’ultima forma in ordine di tempo con cui il capitalismo industriale / industrialista / positivista si sovra-ordina e si integra alla nostra vita e così divenendo la forma di vita unica per tutti noi e a cui non ci sono alternative V e non solo come sistema economico, anche se il suo obiettivo è sempre e comunque quello di accrescere la nostra produttività, risparmiandoci anche la fatica di pensare? La risposta giusta è la seconda. E anche l’IA è una forma di taylorismo, di quella organizzazione scientifica del lavoro (e della vita) inventata da Taylor più di cento anni fa appunto per accrescere sempre di più la produttività dei lavoratori e soprattutto il loro pluslavoro – che è quella parte di lavoro che ciascuno compie senza un corrispondente aumento di salario; e celebre è l’esempio dello stesso Taylor, ottenendo dall’operaio Schmidt un incremento di produttività del 280% ma riconoscendogli un aumento salariale solo del 60% e la differenza è appunto pluslavoro per la massimizzazione del plusvalore dell’impresa. Un processo che continua a produrre i suoi effetti anche oggi (produciamo dati gratuitamente e h24, cioè a pluslavoro totale) diventando taylorismo digitale o meglio digitalizzato.

Che sia sempre capitalismo e taylorismo lo ha spiegato come meglio non si poteva uno dei padri della IA, il Ceo di OpenAI, Sam Altman dalle pagine di Le Monde del 9 febbraio 2025 in occasione dell’AI Summit promosso da Macron a Parigi, ripetendo per l’ennesima volta le retoriche – sempre uguali, sempre da noi credute, ma sempre smentite dalla realtà – per cui l’IA sarebbe “una tecnologia che sviluppa la produttività [e questo è vero, essendo appunto il profitto il fine unico del capitale], mettendo gli strumenti [oggi l’IA] nelle mani della gente per aiutarla a risolvere problemi difficili”; ma questa, che era la propaganda anche degli anni ’90 per farci accettare la rete (compreso uno spudorato slogan pubblicitario di Apple, Think different), è sempre falso, espropriandola (la gente) invece e ancora di più di conoscenza. Appunto, l’IA replica il modello tayloristico.

I dirigenti, scriveva infatti Taylor cento anni fa spiegando la sua Organizzazione scientifica del lavoro, “si assumono nuovi compiti, oneri nuovi e responsabilità mai sognate nel passato. Chi ha mansioni direttive si assume, ad esempio, l’incarico di raccogliere tutte le nozioni tradizionali possedute in precedenza dalla mano d’opera, e di classificarle, ordinarle in tabelle e sintetizzarle in prescrizioni, leggi e formule, che riescono immensamente utili al lavoratore nella sua attività quotidiana” – e questo era il contesto di dati di allora, oggi diventato algoritmico e automatico nel taylorismo digitale, dove la conoscenza viene appunto incorporata nelle macchine/algoritmi. 

E come funziona infatti l’IA? Come viene addestrata? Esattamente con lo stesso processo tayloristico (capitalistico) di espropriazione del sapere, della conoscenza, dell’esperienza umane. Con macchine, ha scritto Pietro Montani, “che vengono nutrite da immensi database di carattere linguistico, cioè da innumerevoli testi di diversa natura e lunghezza, oltre che di immagini e video. Da questi enormi repertori esse ricavano una competenza semantica integralmente intra-sistemica, nel senso che nella loro routine generativa il significato delle espressioni viene gestito in modo esclusivamente statistico e predittivo. Immaginate – e potenziatelo in modo esponenziale – il lavoro che fa il processore testuale del vostro smartphone quando, mentre scrivete, corregge le parole sbagliate e anticipa quelle che state per digitare. Cioè tutto si fonda su un repertorio pregresso che può dar voce e immagine solo allo status quo di un assetto culturale acquisito – quello archiviato nei diversi database – ma non dispone di alcuno strumento per metterlo in contatto con l’imprevedibilità delle cose mondane. Può solo ripeterlo e riassortirlo all’infinito dall’interno” (Montani, Macchine loquaci). Ovvero e appunto, ma oltre Montani, anche l’IA è taylorismo, è industrializzazione e standardizzazione, è capitalismo, è semplificazione (tra le prime cose che mi offre l’Assistente IA sul pc è appunto semplificare un documento o riassumerlo – cioè gentilmente mi aiuta a non perdere tempo, quindi ad essere più efficiente, cioè più produttivo – come appunto scritto da Altman). Ma semplificare e riassumere sono la negazione dell’approfondimento, della riflessione, cioè della conoscenza e dell’intelligenza; soprattutto è replica, anche se sempre apparentemente diversa, dell’esistente, dello status quo. Perché il modo industriale di organizzare il lavoro si basa sempre su standardizzazione, ripetizione, abitudine, appunto semplificazione, insegnando competenze a fare invece di conoscenza e pensiero critico per pensare prima di fare. Il lavoro industriale – la ricerca del profitto per il capitalista – chiede velocità, non riflessione; vuole efficientare tutto e tutti e pensare è appunto un tempo morto da eliminare o ridurre al minimo, meglio accentrare e centralizzare in una macchina anche la conoscenza e ripetere solo lo status quo, impedendo anche così che si possa immaginare altro. E il taylorismo è sempre stupido, anche quando si fa digitale. Altro che Think different!

“Uno spettro si aggira tra noi”: inizia così La rivoluzione della speranza, da poco ripubblicata per Mimesis, del filosofo e psicoanalista Erich Fromm (1900-1980) richiamando il Manifesto di Marx ed Engels, “ma solo pochi lo vedono con chiarezza. Non si tratta del vecchio fantasma del comunismo o del fascismo. È qualcosa di nuovo: una società completamente meccanizzata [oggi digitalizzata], che ha per scopo la massima produzione materiale e il massimo di consumo e che è diretta da calcolatori” – ed era il 1968 quando Fromm lo scriveva, ma è la realtà ancor di più di oggi. E aggiungeva: “In questo processo sociale l’uomo, ridotto a una parte della macchina complessiva […] è passivo [e oggi aspettiamo appunto che sia un algoritmo a dirci cosa fare e come e l’IA a dirci cosa pensare o scrivere]. Il suo aspetto attuale più sinistro [cinquant’anni fa] consiste nel fatto che noi abbiamo perso il controllo del nostro stesso sistema. Eseguiamo le decisioni che il calcolatore elabora per noi [oggi accettiamo ciò che l’IA fa al posto nostro]. In quanto esseri umani, miriamo solo a produrre e a consumare sempre di più”. E si domandava: “Come è potuto accadere tutto ciò?”

Già, come è potuto accadere tutto ciò? 


Povera Europa, e poveri noi…

I maschi meriterebbero uno sciopero del sesso per porre fine a questa nuova era di guerre 

Un bullo che ama essere bullo? Uno psicopatico / sociopatico compulsivo, con contorno di follia e imbecillità morale? Un egolatra / egotista / egoista (Make America Great Again) e un narcisista altrettanto compulsivo (chi è il più bello del reame)? Uno che ama spararle sempre più grosse, dove il principio di non contraddizione diventa un intralcio da rimuovere, divertendosi a contraddire se stesso e la realtà? Oppure, un fine stratega che ama confondere gli avversari ma anche gli alleati – ancora, l’abolizione del principio di non contraddizione – spiazzandoli e portandoli non a mandarlo a quel paese ma a rincorrere le sue paturnie, anzi cercando di contenere la (o peggio, di rispondere alla) sua logorrea irrazionale e schizofrenica, intendendo per schizofrenia la dissociazione in parti reciprocamente indipendenti, quindi sconnesse tra loro, della vita psichica del soggetto? Oppure, un oligarca fascista / machista / sovranista / suprematista bianco e Teo-con, che vuole salvare la civiltà occidentale dai pericolosi comunisti e ambientalisti nascosti da ogni parte, cancellando finalmente la democrazia (da bravo oligarca e da bravo golpista) e insieme accelerando l’ecocidio globale pur di salvare l’essenza (appunto antisociale, antidemocratica ed ecocida) del capitalismo, cioè lo sfruttamento dell’uomo e della terra per la massimizzazione del profitto privato? Oppure, tutte queste cose insieme?

Stiamo parlando di Trump, ovviamente. Ma anche, ovviamente, del tecno-fascista Elon Musk e di tutta l’Amministrazione trumpiana / trumpista. E l’Europa?

Povera Europa, costretta a (cercare di) mendicare un posto al tavolo delle trattative sull’Ucraina. Povera Ucraina, costretta a mendicare un posto al tavolo delle trattative tra Trump e Putin (ma non ora, forse più avanti…) che devono decidere sul suo destino. Mentre l’oligarca Trump preferisce decidere ovviamente da solo con l’oligarca Putin – tra oligarchi ci si intende bene, soprattutto se già immaginano la pace come fonte di ulteriori profitti economici, ma anche politici, per entrambi; mentre delle 560 imprese occidentali che avevano lasciato la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina già 235 sono rientrare e altre 100 si apprestano a farlo, perché il capitalismo è sempre amorale e cinico per sua essenza.

Povera Europa, con lo sceriffo Trump che si allea con il bandito Putin (o viceversa, scegliete voi, tanto cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia) – entrambi ospiti in Arabia Saudita dell’oligarca / principe Bin Salman, che ha molti soldi in cassaforte, ma che è stato anche il quasi certo mandante dell’assassinio del giornalista e scrittore oppositore Jamal Khashoggi. Povera Europa – politicamente povera perché incapace di darsi una soggettività politica – lasciata fuori dalla porta con il cappello per terra sperando che poi gli oligarchi le lascino almeno qualche moneta, giusto per poter dire di contare ancora qualcosa. Povera Europa, incapace di avere la schiena diritta e che al recente vertice di Monaco sulla sicurezza accoglie con scroscianti applausi il vice-oligarca statunitense Vance, invece che con una bordata travolgente di fischi (è vero, era chiedere troppo…). Povera Europa, che per tre anni ha cercato di essere (di dimostrare di essere) più bellicista del bellicista Biden, giocando ad alzare sempre di più l’asticella della guerra (e dei profitti dell’industria militare soprattutto americana), insieme tacendo sul genocidio a Gaza, surrealmente reiterando oggi le sanzioni economiche contro la Russia mentre Trump e Putin vanno d’amore e d’accordo (tra oligarchi ci si ama sempre…). E povera Ucraina, mobilitata da Biden e che ora si ritrova non solo abbandonata da Trump e a rischio di perdere quella guerra che avrebbe invece dovuto vincere, pedina di un gioco più grande di lei, ma anche a dover ripagare la armi ottenute, svendendo oggi le sue risorse e soprattutto quelle terre rare che tanto interessano all’oligarca tecno-fascista Elon Musk.

Molto si parla e si scrive oggi di neoliberalismo fascista, di tecno-fascismo, di autocrazia trumpista imperiale e imperialista, di morte della democrazia, di dittatura oligarchica del capitale e della IA. Come se Trump e Musk fossero un incidente della storia e non, invece, l’involuzione ulteriore dei processi neoliberali e tecnologici attivi da quarant’anni e più – non solo in occidente – che appunto avevano e hanno nella loro ideologia il fine di rimuovere la democrazia. Perché il neoliberalismo vuole sovra-ordinare il mercato a stato e società (quindi è profondamente illiberale e anti-democratico), che deve diventare una società basata non sulla socialità / solidarietà / uguaglianza, ma sulla concorrenza di mercato e alle esigenze dell’industria e del capitale deve solo adattarsi. Analogamente procedendo il sistema tecnico (dalle macchine di ieri agli algoritmi / IA di oggi), sovra-ordinandosi a stato e società per arrivare a un mondo amministrato e automatizzato tecnicamente (quindi profondamente illiberale e anti-democratico). Il neoliberalismo e la tecnologia promettendo però e paradossalmente (ma propagandisticamente, come tutte le ideologie) più libertà individuale – compreso l’anarco-capitalismo di Trump e soprattutto di Musk – quando invece la negano: sì che quanto più ciascuno è integrato in un sistema organizzato, comandato e sorvegliato da altri (il mercato per il capitalismo o la rete / digitale / IA per il sistema tecnico), meno ovviamente è libero. E giustamente si parla oggi di tecno-capitalismo come di un sistema totalitario tecnico, più e peggio dei totalitarismi politici del Novecento.

Ma il neoliberalismo e la tecnica non sono solo questo. Anche il neoliberalismo e la tecnica amano, cercano, invocano la dittatura se appunto viene ritenuta necessaria a salvare – o a potenziare sempre di più – il mercato (il capitalismo) e il sistema tecnico, come oggi per sostenere l’IA. E perché dunque stupirsi se oggi il neoliberalismo, l’anarco-capitalismo e la tecnica stanno uccidendo la democrazia portandoci a democrature ed ecocidio e a tecno-fascismi e alla dittatura / totalitarismo del mercato (e della tecnica), se questa era appunto una possibilità o una opportunità prevista / auspicata dagli stessi ideologi del neoliberalismo novecentesco? Con von Hayek per il quale è meglio una dittatura favorevole al mercato che una democrazia contraria; con Müller-Armack, per il quale il nazismo è una nuova forma di democrazia, la democrazia plebiscitaria e lo stato deve tutelare gli interessi privati del capitale e dell’impresa, il Volk rigenerandosi nella volontà statale di un ordine imprenditoriale, cioè uno stato totale che agisce sovranamente per la libertà imprenditoriale e che sopprime la lotta di classe. Con Röpke – che invocava la restaurazione dei valori tradizionali delle comunità e valorizzava le piccole imprese, mescolando capitalismo e tradizione (come oggi il neoliberalismo / tecno-fascismo alleatosi con le sette religiose che sostengono Trump; o con l’aberrazione della Teologia della prosperità, corrente teologica neo-pentecostale evangelica basata sulla convinzione che Dio vuole che i suoi fedeli siano ricchi dal punto di vista economico e individualmente felici – Röpke che nel 1942 affermava la necessità di una autentica dittatura per combattere i governi collettivisti o quando, in caso di estrema emergenza “una direzione più o meno autoritaria dello Stato diventa inevitabile”, pur cercando di applicarla entro i limiti di “mandati temporanei”; mentre nel 1940 sosteneva che “le persone devono abituarsi al fatto che esistono anche democrazie presidenziali, autoritarie e sì, e persino – horribile dictu – una democrazia dittatoriale”, senza rendersi conto della contraddizione.

O con von Mises, che affidava al fascismo il ruolo di guardiano della civiltà occidentale basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione – una propaganda ripresa appunto oggi da Trump e da Musk – un postulato che “non ha bisogno di alcuna difesa, giustificazione, motivazione o spiegazione” essendo vero in sé. E tuttavia, a differenza del fascismo storico, il neoliberalismo cerca piuttosto il sostegno della maggioranza dell’opinione pubblica mediante le “armi dell’intelletto”, o le elezioni e oggi i social media, cioè costruendo il consenso all’oligarchia e all’anti-democrazia e quindi l’egemonia; anche se non si può negare, ancora von Mises, che “il fascismo e tutte le tendenze dittatoriali analoghe sono animate dalle migliori intenzioni, e che il loro intervento ha salvato la civiltà europea. I meriti acquisiti dal fascismo con la sua azione rimarranno in eterno nella storia”.

E dunque, dittatura e oligarchia neoliberale e tecnica hanno una lunga storia. Perché quando si tratta di salvare il tecno-capitalismo (il profitto privato e la potenza del sistema tecnico) dai suoi nemici reali (ieri i socialismi e lo stato sociale, oggi l’ambientalismo) o immaginari (quel che resta delle sinistre, mai realmente anti-capitaliste), ogni mezzo è necessario e doveroso.


E se domani, mettiamo il caso che Trump e Musk…

I maschi meriterebbero uno sciopero del sesso per porre fine a questa nuova era di guerre 

Iniziamo da Trump. In una conferenza stampa tenutasi nella sua residenza di Mar-a-Lago, il presidente eletto Donald Trump non ha escluso l’uso della forza militare per riprendere il controllo del Canale di Panama e per annettere la Groenlandia, minacciando dazi alla Danimarca e a Panama in caso di resistenza ai voleri di sé come Imperatore pro-tempore dell’Impero americano (ma forse la sua egolatria smisurata non ammette limiti di tempo…). Il tycoon ha poi promesso di cambiare (ammesso lo possa fare) il nome del Golfo del Messico in Golfo d’America e ha affermato che i Paesi della Nato dovrebbero portare la spesa per la difesa al 5% del loro Pil (qualche settimana fa aveva detto 2%). In risposta, la premier danese Mette Frederiksen ha ribadito che la Groenlandia “è della Danimarca e non è in vendita”, essendo paese costitutivo del regno di Danimarca pur godendo di un’indipendenza totale, fatta eccezione per la difesa e gli affari esteri che restano prerogative di Copenaghen; mentre il primo ministro dimissionario canadese Justin Trudeau – che Trump aveva definito il Governatore del Canada, equiparandolo agli altri Governatori degli stati degli Stati Uniti – ha respinto le minacce di Trump, secondo cui il Canada dovrebbe diventare il cinquantunesimo Stato degli Usa – Trump sostenendo che “saremmo un grande stato”. Il fatto che alle prossime elezioni canadesi possa vincere il candidato trumpista rende l’idea meno farlocca di quanto potrebbe sembrare.

Sulla Groenlandia ha poi aggiunto: “Per la sicurezza nazionale e la libertà in tutto il mondo, gli Stati Uniti ritengono che la proprietà e il controllo della Groenlandia siano una necessità assoluta”. Che è un tipico atteggiamento imperiale / imperialistico e proprietario ma anche paranoico (delirio di grandezza / onnipotenza, a struttura profondamente narcisistica), o infantile verso quello che è o sembra un giocattolo: la voglio, la voglio – la Groenlandia. Comunque, psicopatico.

Mettiamo quindi il caso che la piccola Danimarca resista al gigante / Imperatore Trump. Come la mettiamo? Usa e Danimarca sono stati tra i fondatori della NATO, nel 1949, in funzione antisovietica e anticomunista (oggi è composta da 32 paesi). Creando un sistema di difesa finalizzato ad accrescere i propri legami, a preservare la pace e la democrazia (sic!), a proteggere le proprie istituzioni e i propri valori liberali e democratici (sic!) unendo gli sforzi per la difesa collettiva. Ben spiegati dall’art. 5 del Trattato: “Le parti concordano che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o in America settentrionale, deve essere considerato come un attacco contro tutte e di conseguenza concordano che, se tale attacco armato avviene, ognuna di esse, in esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva, riconosciuto dall’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti attaccate prendendo immediatamente, individualmente o in concerto con le altre parti, tutte le azioni che ritiene necessarie, incluso l’uso della forza armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza dell’area Nord Atlantica”. Ma nella controversia tra Usa/Trump e Danimarca il nemico invasore non proverrebbe dall’esterno dell’Alleanza ma dal suo interno, con gli Usa che invadono un altro paese NATO. Da che parte starebbero a quel punto i paesi membri, da che parte si schiererebbe il suo attuale Segretario, Mark Rutte, iper-bellicista tra i bellicisti? Dalla parte del paese invaso, la Danimarca – come la NATO ha fatto con l’Ucraina (che pure non è nella NATO, e per fortuna!) – contro l’invasore-oligarca Putin; oppure starebbe dalla parte dell’invasore-oligarca Trump, contraddicendo la sua azione a difesa dell’Ucraina? E contro chi Rutte chiederebbe l’aumento della spesa militare, contro gli Stati Uniti? Domande che sembrano banali o fantapolitica. Ma se domani Trump volesse passare dalle parole ai fatti…

E riguardo al Canale di Panama, Trump ha usato parole non troppo diverse: “Ne abbiamo bisogno per la nostra sicurezza economica. È stato costruito per i nostri militari”. Quindi è nostro. Panama? Una piccola nazione sulla carta geografica. Ed è ancora la protervia della forza, ora verbale, domani forse anche militare. L’Impero si costruisce – si accresce sempre di più – anche così.

E veniamo a Musk e a Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook e amministratore delegato di Meta, che sale (da bravo capitalista opportunista) sul carro del vincitore, cioè di  Trump ma soprattutto di Elon Musk, dando libero sfogo ai più biechi animal spirits capitalistici che lo pervadono – e non dimentichiamo che ogni volta che è stato scoperto a violare qualche regola a tutela della privacy, cioè della libertà individuale, rubando e vendendo dati in modo compulsivo / capitalistico, ha sempre promesso (come i bambini bugiardi): non lo faccio più, il giorno seguente però ricominciando più e peggio di prima; i dati sono infatti la sua fonte di profitto, se gli si limita l’accesso ai dati personali della gente (è il capitalismo della sorveglianza, un totalitarismo aziendale più e peggio di tutti i totalitarismi politici del passato) invoca il diritto alla libertà (la sua, di fare profitto) e accusa gli altri di censura. Lo ha spiegato in un video in cui ha annunciato una svolta nella politica editoriale e nel campo politico di appartenenza dei suoi social, in nome del trumpismo e del muskismo e quindi della ritrovata (finalmente!) libertà assoluta per l’impresa di fare di noi utenti quello che la ricerca dei profitto capitalistico richiede: Meta quindi smantellerà il reparto aziendale incaricato di impedire la diffusione di notizie false sulle piattaforme. Ovvero, libertà di odio per tutti, libertà di profitto per me Zuckerberg.

Con grande gioia di Trump, ovviamente, e di tutta l’Internazionale reazionaria in giro per il mondo che vive e si accresce producendo odio (prossimi passaggi quasi certi: Austria, Canada, Germania, Francia, dopo avere conquistato l’Italia e Giorgia Meloni che ama farsi fotografare adorante tra le braccia di Musk). Ad oggi, per spacciare (nel senso di spaccio di droga ideologica) i suoi messaggi, Trump e tutta l’Internazionale  tecno-fascista potevano contare sul social personale di Trump – Truth – poi su X di Musk, mentre ora, dopo l’endorsement di Zuckerberg avranno disponibili (condividendone l’ideologia) anche Facebook (tre miliardi di utenti) e Instagram (due miliardi). E la svolta a destra di Meta è completata dalla nomina nel Cda del trumpiano Dana White, capo dell’organizzazione di arti marziali Ultimate Fighting Championship (ebbene sì, anche questo è tecno-fascismo) e di John Elkann, presidente di Stellantis (che ha portato al quasi fallimento) nonché a.d. di Exor che è l’editore, in Italia di La Stampa e di Repubblica e del settimanale internazionale nonché Bibbia a dispense del neoliberismo, The Economist.

E questo ci porta a una ultima riflessione sui processi in atto, che riguarda anche la Svizzera. Ha scritto Juan Carlos De Martin, professore di ingegneria informatica al Politecnico di Torino: “Tra tutti, quello che mi sembra di gran lunga il più importante è il processo che ha portato tutti i principali Paesi europei, con l’Italia in prima fila, a consegnare a una manciata di imprese statunitensi il controllo di tre infrastrutture essenziali, ovvero, le infrastrutture di comunicazione, archiviazione ed elaborazione delle informazioni. Stati che non controllino, anche fisicamente, queste infrastrutture sono, per dirla in maniera delicata, a sovranità limitata. Trent’anni fa la consapevolezza dell’importanza del controllo della rete telefonica e radio, delle torri e dei cavi, degli archivi, dei server, la materialità insomma delle infrastrutture dell’informazione, era diffusa nella classe dirigente. Negli ultimi vent’anni questa consapevolezza si è grandemente indebolita, come dimostra l’enorme ruolo assunto da aziende come Microsoft, Google, Amazon e, potenzialmente, SpaceX […]. Come è stato possibile? Forse la classe dirigente europea, non capendo le implicazioni strategiche della rivoluzione digitale, prima si è fatta sedurre dai vantaggi economici di breve termine dell’affidarsi alle big tech, non coltivando e anzi lasciando deperire le risorse interne, e poi si è sostanzialmente rassegnata a stare sotto l’ombrello digitale statunitense. […] Ci si chiede, però, quale prezzo pagheranno i Paesi europei per aver ceduto agli Usa buona parte del sistema nervoso delle loro società, delle loro economie e dei loro apparati statali” (il manifesto dell’8 gennaio).

Che fare dunque per impedire a degli psicopatici di prendersi il mondo e uccidere la libertà e la democrazia – perché questo è ciò che stanno cercando di fare? Forse è utile riflettere su questo pensiero attribuito al teologo luterano Dietrich Bonhoeffer (1906-1945, ucciso nel campo di concentramento nazista di Flossenbürg): “Di fronte a un pazzo alla guida di una macchina, non bisogna limitarsi a curare chi viene investito, ma impedire al pazzo di guidare”. Boicottare i social preferendo leggere un buon libro, sarebbe già un bel modo di iniziare a impedire ai pazzi di guidare il mondo. E il piacere della libertà tornerà, e crescerà poi naturalmente.

Nell’immagine: illustrazione generata da DeepAI


La nave dei folli: Trump, Musk, Putin, Netanyahu, Lagarde, Rutte, Macron…

I maschi meriterebbero uno sciopero del sesso per porre fine a questa nuova era di guerre 

Una nave alla deriva, senza vele e senza timone, che naviga portando con sé un carico di umanità appunto impazzita, del tutto inconsapevole della sua condizione e della natura della nave e intenta solo a soddisfare la propria incontenibile voracità. È la Nave dei folli, opera del 1494 dal pittore fiammingo Hieronymus Bosch e conservato al Louvre – un tema, la follia, che allora prese molto arte, letteratura e politica. Un’opera a olio piccola (meno di 60 centimetri per 30 di legno dipinto). E molti sono i significati che le sono stati attribuiti, che qui, con qualche libertà, proviamo anche noi a usare come metafora o come rappresentazione del mondo attuale.

Perché folli sono oggi Trump, Putin, Netanyahu, Lagarde, Rutte, Macron – e la lista non si ferma qui perché potremmo aggiungere i negazionisti della crisi climatica; l’Udc; la nuova Commissione europea; l’Europa e la Svizzera che sospendono le procedure e le decisioni per i richiedenti l’asilo siriani; l’ungherese Orban; l’argentino Milei che va in giro con una motosega in mano a impoverire il suo paese; l’italiano Salvini, con le sue paranoie prima contro i migranti e le navi delle Ong e ora contro i magistrati e i sindacati; i cosiddetti tecnocrati; i populisti e sovranisti / autocrati; il capitalismo e il neoliberismo (ma sono la stessa cosa); la Silicon Valley e le imprese del Big Tech che ci impongono le loro volontà (e i loro prodotti per i loro profitti, dicendo che lo fanno per aiutarci e per facilitarci la vita, mentre ce la rubano, la vita, rubando i nostri dati), a prescindere da qualsiasi processo democratico che governi l’innovazione.

Ma folli siamo anche tutti noi che li lasciamo fare: la guerra sempre di più, la crisi climatica sempre di più, il capitalismo e lo sfruttamento degli umani e della biosfera sempre di più, le disuguaglianze sociali e i poveri sempre di più, la caccia ai migranti sempre di più, il profitto di pochi sempre di più, la violazione della privacy e della libertà individuale sempre di più, le motoseghe sociali (ma non sulla spesa militare, anzi) – anche in Svizzera – sempre di più…. Ovvero, la nave è stracarica ma ogni giorno qualcuno cerca di salire a bordo e la nave si inclina, si appesantisce ma non affonda, è la nave dei folli appunto, impegnati nella loro guerra di tutti contro tutti a chi accumula sempre di più – perché in realtà il timone c’è e si chiama profitto, e basterebbe la crisi climatica sempre più grave a dimostrarlo. Ma noi ci consoliamo con le cuffiette nelle orecchie o vivendo su TikTok, o infarcendoci di serie televisive su Netflix, o sciando felici sulla neve (approfittiamone, finché c’è; chi vuol esser lieto, sia, del domani non vi è certezza…; o comunque saremo tutti morti, quindi…).

E quindi e ancora – cercando di ricomporre il puzzle. Biden che grazia il figlio; Biden (con l’Europa) che con la mano destra si oppone all’invasione dell’Ucraina da parte dei russi, armando Zelensky, mentre con la sinistra sostiene e contribuisce all’invasione, alla colonizzazione e al genocidio israeliano a Gaza e Cisgiordania con forniture miliardarie di armi (il complesso militare-industriale-digitale sarà eternamente riconoscente…); il golpista fascista Trump che grazierà sé stesso (se lo ha fatto Biden, lo faccio anch’io…) e pure i barbari folli golpisti che assaltarono il Congresso in suo nome e da lui fomentati, quasi quattro anni fa; e poi Elon Musk e la sua lucida follia e che, super-indebitato com’è, cerca sponde in politica aspirando a commesse pubbliche e alla compiacenza di banche e fondi e somiglia tanto a Berlusconi, anche lui sceso in campo per salvare le sue aziende, ma nessuno o pochi osano fare il paragone; e di nuovo il folle Rutte, Segretario della Nato che vuole far entrare anche l’Ucraina (guerre, guerre, adorabili guerre…; soldi, soldi, adorabili soldi…), ultimo tassello di una strategia bellicista e offensiva dell’Alleanza atlantica che pure aveva garantito a Gorbaciov che mai si sarebbe allargata verso est e verso il confine diretto con la Russia (garanzie non codificate in trattati, ma basate su memorandum scritti ai massimi livelli dai governi occidentali), così confermandosi ancora una volta il pensiero di Carl von Clausewitz, generale prussiano, scrittore e teorico militare (il suo Della guerra è stato pubblicato, postumo e incompleto nel 1832), che scriveva: “La guerra non è mai un atto isolato, non scoppia mai in modo del tutto improvviso, la sua propagazione non è l’opera di un istante”. Ma appunto, follia pianificata.

E ancora la folle Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea e secondo la quale “Bisogna comprare americano per convincere Trump a evitare di porre dazi contro l’Europa”, tutto ovviamente per la gioia dei produttori europei. E il folle Macron, che prima non rispetta il voto alle elezioni (che aveva dato la maggioranza relativa al Nuovo Fronte Popolare) e che ora si appropria della riapertura di Notre Dame per farne un evento per la sua grandeur, usando la religione (vecchia pratica del potere, ma sempre nuova) come supporto per sé – mentre bene ha fatto papa Francesco, molto più laico di Macron, a disertare la cerimonia e a non farsi catturare/usare dalla politica spettacolo; mentre in Italia Giorgia Meloni ha dovuto accontentarsi, alla festa giovanile di Atreju, di un presepe vivente, di Babbo Natale con gli elfi  – un giusto mix pluri-identitario – e poi una grande pista di pattinaggio per i bambini e la musica di Mariah Carey in sottofondo. Mentre grandi cartelloni esponevano il Pantheon di Fratelli d’Italia: Oriana Fallaci, don Bosco, Maria Montessori e Cristoforo Colombo. E il pubblico ha dedicato una standing ovation al motoseghista Milei che incitava a una rivoluzione culturale mondiale delle destre fasciste.

Una nave/mondo davvero di folli. Certo, questo dei folli non è l’unico mondo; nascosti esistono altri mondi fatti di solidarietà, giustizia sociale, sostenibilità, cultura, approfondimento, pensiero critico, Naufraghi/e. Ma certo, quello dei folli sembra il mondo dominante.

Si dice che siamo in una poli-crisi, cioè con molte crisi (militari, politiche, ecologiche, sociali, antropologiche, valoriali…) tutte insieme e contemporaneamente. Forse però è più corretto usare – prendendolo dall’economia e dall’aziendalismo (in fondo, anche gli stati non sono ormai governati come imprese…? E il mondo non è forse ormai ridotto a un grande mercato…?) – forse è più corretto usare il concetto di disruption e applicarlo anche alla terza guerra mondiale per frammenti e alla morte del diritto internazionale e alla crisi climatica e ambientale. Disruption il cui meccanismo “è sempre lo stesso: prendete un settore regolamentato con precisione; proponete un dispositivo digitale qualsiasi che consenta agli utenti di ottenere lo stesso servizio (o quasi), più rapidamente, a costi inferiori e senza lungaggini burocratiche. L’architettura della piattaforma si occuperà di definire quali sono le norme relazionali vigenti, quali le regole di scambio. Aggiungete la possibilità di guadagnare qualcosa, in un modo o nell’altro. Osservate la competizione prendere piede; in caso di necessità, se la concorrenza non è sufficientemente spietata, procedete a incoraggiarla a colpi di gamificazione. Non dimenticate di prelevare la vostra commissione, intanto che ci siete. Otterrete così un mercato liberato da tutte le pastoie istituzionali, o quasi, e nel frattempo accumulerete lauti profitti. Quando e se i governi si immischieranno nei vostri affari, innovate con il capitale che avete accumulato e proponete una nuova disruption. Privatizzate, privatizzate, senza risparmiare nessuna filiera: trasporti, turismo, educazione, cultura. La ricetta è semplice, funziona in qualsiasi ambito” (Ippolita, Tecnologie del dominio, Meltemi).

Appunto, la nave dei folli. Disruptiva all’ennesima potenza – nel mercato come nelle relazioni internazionali e verso la Terra (e l’eterno ritorno del cupio dissolvi) – ma molto profittevole in termini capitalistici.

“Perché non si ribellano?” – scriveva Karl Marx ne Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte (Editori Riuniti), riflettendo sulla sconfitta del proletariato nella Parigi del colpo di stato di Luigi Bonaparte del 1851. Già, perché nessuno si ribella? Ed anzi, sempre di più votano per i folli della nave?

Nell’immagine: Hieronymus Bosch, “La nave dei folli” (dettaglio, ca. 1494-1510, libera interpretazione)


Un ecosocialismo vado cercando (mentre stravincono Trump & Musk)

I maschi meriterebbero uno sciopero del sesso per porre fine a questa nuova era di guerre 

Nelle classifiche dei libri più venduti in Italia è nella top ten. Segno che il tema interessa. E questo mentre Trump – componente massimamente potente di quella variegata ma ideologicamente uniforme Internazionale fascio / tecnoliberista / machista / suprematista / bellicista e genocidaria che raggruppa Milei, Orban, Musk, Le Pen, Rutte, l’UDC, l’Afd, von der Leyen e i Popolari europei, Netanyahu, Meloni e Salvini – trionfa alle elezioni americane. È un piccolo segno. Marx non è diventato sconosciuto al sistema sociale e culturale (ma a quasi tutte le sinistre del mondo invece sì), anche se conosciuto lo è per piccole minoranze, quelle che ancora leggono libri e cercano conoscenza e approfondimenti e non vivono di fake-news e di propaganda da bar / social.

Minoranze che riflettono criticamente sul capitale, sul capitalismo e la tecnologia, proprio ora che con la coppia Trump-Musk (e a 102 anni dalla Marcia su Roma, Mussolini celebra il suo trionfo postumo conquistando anche quell’America che lo aveva sconfitto poi nella seconda guerra mondiale, 80 anni fa), questa Internazionale si prende tutto il potere sul mondo: politico, tecnologico, capitalistico, soprattutto e peggio, antropologico e ontologico. Facendo stracci della democrazia con la correità sadomasochistica, ancora una volta, del demos. Marx ha dunque ancora un senso e una utilità, anche per ragionare di ecosocialismo. O almeno lo si deve sperare, proprio per la crisi climatica e ambientale in cui il capitalismo ci ha cacciati dopo tre secoli di faccio quello che mi pare e nessuno osi intralciare la libertà dei mercati e degli oligarchi, per i quali, come è stato detto, è più facile immaginare la fine della Terra che la fine del capitalismo.

Stiamo parlando del nuovo libro di Kōhei Saitō – Il capitale nell’Antropocene (Einaudi) – che riprendiamo dopo che su queste pagine ne ha scritto Luciana Castellina. Dove anche Saitō distingue tra un giovane Marx (quello del Manifesto del partito comunista e di parte del Libro primo del Capitale) e un ultimo Marx che avrebbe in parte modificato le sue precedenti interpretazioni del capitalismo. Per Saitō, infatti Marx, negli ultimi vent’anni della sua vita si sarebbe avvicinato progressivamente al tema ambientale, analizzando in particolare la riduzione della fertilità dei terreni agricoli seguita all’avvento dell’agricoltura capitalistica. L’interpretazione di Saitō si basa in particolare sulla lettura dei quaderni di scienze naturali di Marx degli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento, nei quali Marx sarebbe giunto a considerare le crisi ecologiche del tempo (e negli anni ’80 dell’Ottocento, sui giardini di Londra si depositava la neve nera, uno strato di fuliggine così denso che non si riusciva più a distinguere dove finiva l’erba e iniziava la ghiaia), “come la contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico, abbandonando la sua precedente valutazione ottimistica del potenziale emancipatorio del capitalismo”. Tesi criticata da molti “per i suoi ingenui presupposti tecnocratici” – e questo è stato, aggiungiamo, uno dei più tragici errori di Marx e soprattutto dei marxismi novecenteschi: pensare di arrivare al socialismo potenziando al massimo il capitalismo e sviluppando al massimo le forze produttive, con Marx e poi con Gramsci che pensavano alla società socialista organizzata come una fabbrica ma senza il capitalismo. E una lettura attenta dei quaderni naturali, secondo Saitō rivelerebbe che Marx “in realtà non concepisse una visione utopica del futuro socialista basata sull’aumento infinito delle forze produttive e sulla libera manipolazione della natura. Al contrario, riconobbe seriamente i limiti naturali, trattando il complesso e intenso rapporto tra capitale e natura come una contraddizione [appunto] centrale del capitalismo. […] Arrivando anzi a prevedere [la necessità di] una regolazione consapevole e sostenibile del metabolismo fra uomo e natura come compito essenziale del socialismo”. Saitō spingendosi quindi all’idea di un comunismo della decrescita, rileggendo / interpretando (secondo noi con troppa libertà), anche il Marx della Critica al programma di Gotha e la risposta di Marx alla lettera dell’attivista russa Vera Zasulič, del 1881.

È soprattutto in questa lettera famosa “che si troverebbe il punto di arrivo del pensiero di Marx”, secondo Saitō. Perché il problema posto da Vera Zasulič (e non solo per la Russia), era capire se la previsione di Marx – Il paese industrialmente più avanzato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire – e da qui appunto, la necessità di sviluppare al massimo le forze produttive per arrivare al socialismo – fosse applicabile anche alla Russia arretrata delle comunità contadine. Marx rispondeva di no, sostenendo che anzi tali comunità erano da intendersi “come un’efficace barriera contro l’espansione costante di un capitalismo che punta a inglobare il mondo intero”. Tesi che Marx confermava nella sua Introduzione alla seconda edizione in russo del Manifesto del Partito comunista (1882) dove anzi aggiungeva che “se la rivoluzione russa servirà da segnale a una rivoluzione operaia in Occidente, in modo che entrambe si completino, allora l’odierna proprietà comune russa potrà servire da punto di partenza per una evoluzione comunista”.

E tuttavia, basta tutto questo – i quaderni naturali e la lettera a Zasulič – per dire che Marx aveva mutato opinione, immaginando vie diverse al comunismo, se non un ecosocialismo? Al momento, in attesa di leggere altre carte e altri quaderni dell’ultimo Marx – auguri a Saitō per le sue ricerche – a noi non sembra ancora abbastanza. Ci aiuta forse Engels, che scriveva: “[…] siamo sempre più in condizione di conoscere e quindi di imparare a dominare anche gli effetti naturali più remoti, perlomeno per quel che riguarda le nostre abituali attività produttive. Ma quanto più ciò accada, tanto più gli uomini non solo sentiranno ma anche sapranno di formare un’unità con la natura, e tanto più insostenibile si farà il concetto, assurdo e innaturale, di una contrapposizione tra spirito e materia, tra uomo e natura […]”. Ma per controllare gli effetti anche più remoti, continuava Engels, “occorre più che non la sola conoscenza. Occorre un completo capovolgimento del modo di produzione da noi seguito fino a oggi e con esso di tutto il nostro attuale ordinamento sociale nel suo complesso”.

E tuttavia, invece di cercare l’ecologia in Marx (che comunque aiuterebbe a costruire un’alternativa al tecno-capitalismo) guardiamo ad autori più vicini a noi. Ad esempio, a Dario Paccino – siamo nella sinistra critica e radicale che cercava di unire ecologia e lotta di classe – e al suo saggio L’imbroglio ecologico del 1972 (allora fu un best-seller, ristampato più volte da Einaudi e ora da Ombre Corte), che scriveva: se vi è un primato della natura perché noi le apparteniamo, allora “il suo primato è anche il nostro, cosicché […] non potrà più darsi leviathan socioeconomico che imponga la subordinazione dell’uomo (della sua salute, della sua felicità, della sua lotta di liberazione) alle istanze produttive”. E chiudeva il suo saggio ricordando che “il padrone (capitalista o burocrate)” è diventato ormai un fossile vivente – capitalisticamente impossibilitato a capire che la crescita infinita è impossibile in un mondo finito. Ma che tuttavia, aggiungiamo e aggiorniamo Paccino, come oligarca / fossile vivente, continua a regnare indisturbato (Trump e Musk e il capitale che fa fallire tutte le COP sul clima, compresa quella recente sulla tutela della biodiversità – a proposito, il popolo svizzero…), anzi con il consenso delle masse. Continuando a produrre imbrogli ecologici oggi chiamati adattamento, resilienza, transizione digitale per la transizione ecologica…; essendo altrettanto chiaro che “nessun partito del sistema accetterebbe un’ecologia che, in armonia con la proposta rivoluzionaria marxista, ponga l’imperativo di ristabilire il prius naturale, sempre posposto dalla cultura del padrone”.

E quindi – Paccino – vi è “un unico criterio infallibile per distinguere l’ideologia ecologica [oggi ben rappresentata dal green-washing o dalla finanza green o cosiddetta etica, aggiungiamo] dalla lotta rivoluzionaria per l’ambiente, ed è la conflittualità”. Che non basta, ma almeno si “spunterebbe un’arma ideologica, mostrando chi sia l’unico vero responsabile della quotidiana strage ecologica” (il padrone, il capitale, la tecnologia, l’i.a. che vuole il nucleare), “rimettendo la filosofia marxista sulle proprie gambe, ponendo quale prius di tutto (anche dell’essere sociale), l’essere naturale. […] Il che generalmente non è”. Soprattutto – ahimè – a sinistra. Anche se i giovani dei Fridays For Future – Cambiamo il sistema, non il clima! – lo hanno forse capito.

E per legare L’imbroglio ecologico di allora a quelli di oggi (ancora le COP tutte fallite, mentre è in corso la numero 29 a Baku, in Azerbaigian, paese petrolifero, ovvero l’imbroglio ecologico si fa spudorato), utilissimo è un piccolo ma importante volume a più voci dal titolo: Dario Paccino. Dall’imbroglio ecologico alla crisi climatica, edito dal Centro di documentazione Pistoia Editrice che ripercorre la storia politica e culturale di Paccino (ambientalista tra i primi in Italia), ricostruisce la nascita dell’ecologismo negli anni ’70 (e dell’imbroglio ecologico), rilegge e attualizza a oggi il suo saggio di allora e prova a immaginare come fare oggi quella conflittualità politica e ambientale di cui appunto scriveva Paccino.

Perché delle due l’una: o il capitalismo o la biosfera e la vita. Una terza via sarebbe sempre un imbroglio.


Chiamatelo come volete, ma è comunque qualcosa di orrendo

I maschi meriterebbero uno sciopero del sesso per porre fine a questa nuova era di guerre 

In realtà questo articolo non dovrebbe portare la mia firma ma quella di Oxfam. Perché ci limitiamo a riproporre parti dell’ultimo Rapporto dedicato, dalla meritoria Organizzazione internazionale, alla situazione in Medio Oriente. Le riproduciamo di seguito.

“In un solo anno, nella Striscia di Gaza l’esercito israeliano ha ucciso almeno 6.000 donne e 11.000 bambini, un numero che rappresenta il più alto bilancio mai registrato in un conflitto nella storia recente. Questo dato, già drammatico, non include le circa 20 mila persone non identificate, disperse o ancora sepolte sotto le macerie.

A questa drammatica situazione si aggiungono oltre 25.000 bambini rimasti orfani di almeno un genitore, molti dei quali hanno subito lesioni fisiche, spesso permanenti. È la denuncia che diffondiamo oggi, di fronte all’espansione delle violenze in Libano, Cisgiordania e Gerusalemme Est che hanno ulteriormente aggravato il bilancio delle vittime, colpendo in modo devastante soprattutto i civili innocenti.

Gli orribili attentati del 7 ottobre di un anno fa compiuti dai gruppi armati palestinesi, che hanno causato 1.200 vittime tra cittadini israeliani e stranieri – tra cui 282 donne e 36 bambini, con 250 persone prese in ostaggio – si configurano come crimini di guerra, ma niente giustifica la morte violenta di innocenti. A questo si aggiunge la complicità dei paesi più influenti nel contesto internazionale, che hanno continuato a rifornire Israele di armi, senza chiedere conto del massacro di civili – Paolo Pezzati – portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia.

A Gaza in media ogni tre ore i bombardamenti colpiscono un’infrastruttura civile, tra cui scuole, ospedali e punti di distribuzione degli aiuti. Le violazioni del diritto internazionale umanitario compiute da Israele nell’ultimo anno sono di una gravità tale da poter essere considerate come crimini contro l’umanità. Il livello di devastazione causata a Gaza è indicativo di un uso del tutto sproporzionato della forza in relazione agli obiettivi militari, e della sistematica assenza di discriminazione tra obiettivi militari e popolazione civile.

A parte la pausa umanitaria di sei giorni lo scorso novembre, i bombardamenti si sono interrotti soltanto per due giorni. In media i bombardamenti dell’esercito israeliano colpiscono:

  • una o più abitazioni ogni quattro ore
  • tende e rifugi temporanei ogni diciassette ore
  • scuole e ospedali ogni quattro giorni
  • punti di distribuzione degli aiuti e magazzini ogni quindici giorni.

In Cisgiordania, dallo scorso ottobre, l’esercito israeliano ha ordinato la demolizione di oltre 2.000 abitazioni palestinesi, provocando gravi danni alle infrastrutture pubbliche e alle reti di comunicazione. Nello stesso periodo, più di 680 palestinesi sono stati uccisi da coloni israeliani o durante operazioni militari. Sono stati inoltre registrati oltre 1.000 attacchi da parte dei coloni contro la popolazione palestinese, che hanno devastato coltivazioni, distrutto sistemi di irrigazione e serre.

Siamo fermamente convinti che la pace e la libertà per palestinesi e israeliani possano arrivare solo attraverso una soluzione politica. Gli attacchi contro i civili non sono mai giustificabili, e chiediamo a tutte le parti coinvolte di rispettare il diritto umanitario internazionale e cessare le ostilità. Finché non si affrontano le cause profonde di questo conflitto, il ciclo di violenza continuerà”.

Fin qui Oxfam. Cos’altro aggiungere, se non condividere totalmente le sue considerazioni? 

Chiamatelo come volete – genocidio, massacro, strage, rappresaglia – comunque, è qualcosa di inimmaginabile, se i numeri non ci dicessero che è la spietata realtà. Di cui Stati Uniti ed Europa (anche la Svizzera)  – che armano Israele per compiere chiamatelo come volete, sapendo che Israele non vuole la pace ma solo la guerra (e rimandiamo allo splendido articolo di Domenico Quirico uscito su questo sito e all’agghiacciante intervista allo storico israeliano Benny Morris, sempre su naufraghi.ch) – sono complici: senza vergogna, senza un minimo senso del pudore, vantando una impunità del tutto immeritata, tutti insieme facendo strame dei diritti umani, del diritto internazionale, delle risoluzioni dell’Onu. 

Qualcosa di sconcertante soprattutto per una Europa che ancora pochi anni fa vantava orgogliosamente le sue radici cristiane e illuministiche.

Nell’immagine: un ragazzo tra le rovine della sua casa a Rafah, distrutta durante un bombardamento dello scorso febbraio che in una sola notte ha causato la morte di 100 persone. Foto: Alef Multimedia/ Oxfam


Oligarchie über alles

I maschi meriterebbero uno sciopero del sesso per porre fine a questa nuova era di guerre 

Proviamo a mettere insieme alcune notizie degli ultimi giorni. Che danno il quadro di un (apparente) grande disordine sotto il cielo, ma sotto il quale cielo si conferma l’ordine del governo del mondo da parte delle oligarchie – di sempre, come sempre. E ricordiamo che oligarchia definisce un “regime politico o amministrativo caratterizzato dalla concentrazione del potere effettivo nelle mani di una minoranza, per lo più operante a proprio vantaggio e contro gli interessi della maggioranza”. O, detto altrimenti: “ristretta cerchia di persone che occupa una posizione di potere in seno a istituzioni, organizzazioni e simili, o che gioca un ruolo di preminenza in determinati ambienti sociali o culturali o economici”, e oggi soprattutto tecnologici. E non stiamo pensando ai cattivi oligarchi putiniani, ma a quelli dell’occidente cosiddetto democratico e liberale.

Dunque: in Francia, le sinistre vincono le elezioni, salvando il paese dal fascismo lepenista, ma l’oligarca neoliberale Macron rovescia il risultato elettorale e produce un governo che più a destra non si potrebbe e che, soprattutto, ha bisogno della benevolenza interessata di Marine Le Pen. Ovvero, il neoliberalismo – l’ideologia delle oligarchie capitaliste – salva nuovamente se stesso dal rischio di dover subire le politiche redistributive e sociali delle sinistre del Nuovo Fronte Popolare. Un neoliberalismo impersonato e personificato da Macron, che pur di non allentare o modificare le sue politiche neoliberali e pro-ricchi e pro-business – ma bocciate dalla maggioranza dei francesi – non esita ad allearsi (ma non lo si deve dire esplicitamente, meglio farlo in modo soft) appunto con i neo-fascisti. Nessuna novità, in realtà, in questo comportamento di Macron: questo sono stati (pro-capitalismo) il fascismo e il nazismo, il golpe di Pinochet in Cile, il Washington Consensus, le riforme strutturali del Fondo monetario, il Wto e la nuova Commissione europea. Il capitalismo, con le sue oligarchie, appena ha potuto ha tirato fuori da sotto il tappeto la polvere lì nascosta – nei decenni dal 1945 agli anni Settanta, quando il compromesso tra capitale e lavoro aveva illuso di una democratizzazione del capitalismo – del suo strutturale fascismo o autoritarismo, perché – come sosteneva l’oligarchia capitalista della Trilaterale negli anni Settanta – la democrazia era diventata troppa e andava ridotta con ogni mezzo, legale e/o illegale, importante era l’obiettivo da raggiungere, appunto contenere la democrazia, svuotarne la sostanza senza cancellarne la forma – e soprattutto garantire il potere dell’oligarchia capitalista.

A sua volta, l’oligarca ordoliberale Mario Draghi ha presentato recentemente un Rapporto sulla competitività dell’Europa che paventa il declino (l’agonia, addirittura) dell’Europa – ma non per la crisi climatica e ambientale, bensì perché poco competitiva capitalisticamente; e quindi ha predisposto un piano (smentendo ancora una volta la tesi per cui il capitalismo si baserebbe sul libero mercato, in realtà è pianificatore come pochi altri regimi politici), finalizzato a rilanciare appunto la produttività (non la sostenibilità) dell’economia del vecchio continente, insieme nascondendo il green sotto gli imperativi della competitività industriale globale e della urgenza della transizione digitale (non di quella ambientale, che sarebbe da porre invece come priorità assoluta e a cui tutto il resto dovrebbe essere semmai sub-ordinato), dicendo nulla o quasi sulle fonti alternative e chiedendo ancora più mercato e soprattutto chiedendo che “tutte le politiche siano allineate: le politiche climatiche con le politiche industriali, quelle industriali con quelle commerciali, e così via” – allineate e cioè funzionali – questo è il neoliberalismo – al capitale, come sostiene l’economia mainstream e tutti i governi del mondo.

E ricordiamo che l’oligarca del mercato e della finanza Mario Draghi è anche l’autore nel 2011, con Claude Trichet , della famosa lettera al governo italiano con cui, in nome dei mercati, si dettava/imponeva l’agenda politica ed economica al paese. A dimostrazione ulteriore che un banchiere oligarca è più potente della democrazia. E oggi si replica, posto che l’Europa ha chiesto all’oligarca Draghi di delineare appunto il suo futuro, non lo ha chiesto certo a papa Francesco con la sua Laudato si’ e meno che meno agli scienziati del clima, che devono essere anzi silenziati in ogni modo, altrimenti addio produttività e profitti sempre di più per l’oligarchia. Per la quale – utile ricordarlo – è più facile immaginare la fine della Terra che la fine del capitalismo. E la oligarchica Svizzera ne sa qualcosa, se andiamo al salvataggio del Credit Suisse deciso in un week-end, mentre si contesta la sentenza della Corte europea per i diritti umani (Cedu) sulla denuncia delle Anziane per il clima, che sanziona la Svizzera per inadempienze nel contrasto alla crisi climatica – e il popolo vota contro la tutela della biodiversità, perché sempre prima viene l’economia capitalistica, mai l’ecologia.

Ancora due notizie. Le Nazioni Unite hanno approvato nei giorni scorsi un apparentemente ambizioso Patto per il Futuro che vuole agire su aree e ambiti decisivi come lo sviluppo sostenibile, la pace e la sicurezza, la tecnologia e la cooperazione digitale (colmando “il vuoto morale e regolatorio in cui avanza l’intelligenza artificiale”), con la governance globale da ripensare insieme con la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali e dello stesso Consiglio di Sicurezza. Il Patto chiudendosi con una Dichiarazione sulle Generazioni Future, che non dovranno più essere escluse dai processi decisionali nazionali e internazionali. Tutto ottimo.

Peccato che poi il Patto – come ha ricordato Nicoletta Dentico sul manifesto del 24 settembre – “riesuma la crescita economica come traguardo, l’esaltazione della proprietà intellettuale contro ogni evidenza empirica, il rilancio della finanza privata e del settore privato tout court, con i suoi soluzionismi di mercato privi di regole del gioco. Il Patto somministra per l’ennesima volta le sgualcite formule neoliberali, con il solo correttivo di superare la logica del Pil per misurare la performance economica, senza intaccare le insostenibili meccaniche di potere in un’economia che produce disuguaglianza e insicurezza”. L’oligarchia capitalistica e neoliberale ha cioè vinto ancora una volta, come si appresta a vincere (anche) alla prossima COP sul clima.

E poi: Amazon, Tesla, Meta, ExxonMobil, Blackstone, Vanguard e Glencore sono le multinazionali messe sotto accusa da un Report della Ituc (Confederazione di sindacati che rappresenta oltre 190 milioni di lavoratori in 170 nazioni del mondo) in quanto considerate delle minacce per la democrazia, per la libertà e per la tutela della biosfera (cioè della casa comune di tutti noi). Messe sotto accusa per le emissioni di CO2, per le pessime condizioni di lavoro e per attività antisindacali e anti-democratiche, per il sostegno a leader autoritari (da Trump a Milei e Modi), e per l’ostruzionismo e il lobbismo praticato contro i regolamenti sulla privacy e sulla tutela dell’ambiente. Imprese che stanno cercando di “svuotare a ogni livello il potere della democrazia”, perché il loro interesse è “massimizzare la propria influenza, il loro potere estrattivo e i profitti”.

E svuotare la democrazia in nome dell’oligarchia era appunto l’obiettivo della Trilaterale. Cui si aggiunge ora l’obiettivo – il neoliberalismo ponendo l’impresa auto-cratica come modello virtuoso non solo economico ma anche politico – di sostituire lo stato con il governo diretto da parte delle imprese; qualcosa in realtà di già compiuto se pensiamo al potere pervasivo che le multinazionali del Big Tech (ma non solo loro) hanno ed esercitano per modificare, influenzare, orientare, guidare, la nostra vita h24, senza lasciarci mai soli a pensare – e a prescindere da ogni valutazione e decisione democratica sul loro operato.

Last but not least: l’oligarca Elon Musk – sodale dell’oligarca Trump – ha conferito a Giorgia Meloni il premio annuale dell’Atlantic Council, un think tank statunitense di ultra-destra, il cui scopo è “promuovere la leadership americana e promuovere accordi internazionali basati sul ruolo centrale della comunità atlantica nell’affrontare le sfide del XXI secolo”. Come a dire: tra oligarchi e fascisti…

Nell’immagine: Come a dire: tra oligarchi e fascisti…