Homo udicensis (o melonensis, o salvinensis…)

Quelli che stanno dalla parte di chi pensa che l’emergenza climatica non esiste e che la solidarietà è ormai una parola da anime ingenue, mica da sovranisti, nazionalisti, fascisti, machisti, neoliberisti, tecno-capitalisti, guerrafondai, finanzieri e banchieri 

La crisi climatica? Una fake news spacciata da scienziati al soldo del comunismo o da ecologisti moralizzatori che vogliono toglierci il benessere e il divertimento e che si incollano sull’asfalto togliendoci la libertà di fare quello che vogliamo. 

E se poi non ci sarà più neve sulle montagne svizzere e i ghiacciai si saranno sciolti, volete mettere la straordinaria emozione di sciare sulla neve artificiale con accanto prati e boschi verdi, mescolando sensualmente artificiale e naturale? Qualche genio del marketing e della pubblicità potrebbe anzi sfruttare l’idea e lanciare slogan tipo: Mai vista un’emozione così, oppure: In discesa libera verso il futuro. E se questo non gli sembrasse ancora sufficiente, potrebbe offrire a qualche località turistica spot tipo: Venite da noi a sciare nel metaverso. Qui c’è il futuro… e subito tutti saranno già pronti con scarponi e visore.

E se per sparare neve con i cannoni si consuma energia a quintalate, chi se ne importa, importante è convincerci che sempre di più è comunque meglio e così illuderci che la crisi climatica non esista (un classico processo di rimozione del reale e del vero). E quindi gli ecologisti e i filosofi non ci rompano più con il principio di responsabilità verso le future generazioni: ci penseranno loro a vivere nel pessimo mondo che noi gli stiamo lasciando. 

Dicendo così dimostriamo forse di essere menefreghisti, egoisti, egotisti, narcisisti compulsivi, irresponsabili, un disonore come buoni padri di famiglia? Certo – e ce ne vantiamo, perché a noi importa la ricerca del massimo piacere e del massimo profitto (il massimo dell’auto-eccitazione erotica); e poi, diciamocelo, non sono forse cinquant’anni che il consumismo prima e poi il neoliberalismo e la tecnologia (cioè noi) vi dicono ogni giorno che la società (il noi) non esiste e che esistono solo gli individui con la loro libertà assoluta? Che in realtà è la falsa libertà che noi vi concediamo, la libertà che interessa a noi tecno-capitalisti: quella di produrre e di consumare e sprecare e di godere sempre di più. 

Ora gli ecologisti vogliono forse dirci che abbiamo sbagliato e che dobbiamo avere senso di responsabilità? Ma come si fa – come facciamo – a continuare a fare profitti se si vuole imporre un’etica e una morale all’economia e alla tecnologia – come predica anche quell’altro comunista di Papa Francesco? E infatti, e al contrario, il tecno-capitale (noi) ha recuperato e vi ripete ogni giorno – per farvela entrare bene in testa come nuovo imperativo categorico – la parola resilienza, che è sinonimo di adattamento non solo alle nostre esigenze produttive e consumative e di massimizzazione del nostro plusvalore, ma anche al cambiamento climatico. E se pioverà di più basterà comprare un buon impermeabile e un ombrello più grande e gli stivali più alti – accrescendo i consumi e quindi producendo profitto per chi (noi) produce anche ombrelli e impermeabili e stivali…

Ovvero, ognuno per sé, gli altri si arrangino. La vita è una sola, il regno dei cieli è un’altra fake news, bisogna godersi questa unica vita cercando appunto di viverla al massimo, finché è possibile. Del domani non vi è certezza…

È vero, noi vi abbiamo chiuso da tre secoli nella gabbia d’acciaio del (tecno)capitalismo, come aveva capito Max Weber più di cento anni fa: che pre-determina – noi avendo buttato via la chiave – la vostra vita di oggi e quella futura; gabbia che esisterà e durerà (Weber) fino a quando non sarà consumato l’ultimo quintale di carbone oppure – aggiorniamo a oggi – non cadrà l’ultimo fiocco di neve o non svuoteremo l’ultimo barile di petrolio o non useremo l’ultimo grammo di litio… ma è una gabbia confortevole, piena di merci affascinanti, dove il divertimento e la distrazione di massa (prodotte e industrializzate per voi sempre da noi tecno-capitale per accrescere il nostro profitto) sono massime e vi cullano come bambini per farvi addormentare e credere alle nostre fake news, ai nostri sogni di massa da Hollywood al Metaverso. 

Certo, poi ci sono le guerre, ma anche a questo ci si deve (vi dovete) abituare ed essere anche qui resilienti. D’altra parte, anche la guerra per noi è un lucrosissimo business (ammontano a 2.240 miliardi di dollari le spese militari globali nel 2022, + 3,7% rispetto al 2021) e anche le armi sono una merce e come tutte le merci devono essere consumate – “il potere militare moltiplica le guerre, il capitale commerciale moltiplica gli scambi”, scriveva la filosofa Simone Weil – e quindi deve essere creato il mercato delle guerre perché siano consumate e così garantire la produzione di altre armi e quindi di altre guerre per consumarle, tutto ottenibile con le opportune strategie di marketing – dall’invenzione incessante dei nemici all’escalation militare invece della ricerca della pace… E il tecno-capitale si arricchisce (ci arricchiamo), mentre le persone (voi) muoiono sui campi di battaglia che il tecno-capitale ha pianificato e preparato per gli uomini, voi così stupidi da essere incapaci di dire basta!

Un altro esempio di come noi tecno-capitalisti siamo riusciti a creare l’homo oeconomicus perfetto – e ora anche l’homo udicensis e melonensis e salvinensis… sottospecie del primo, per la continuazione del tecno-capitale con altri mezzi? Ecco le criptovalute. Il Bitcoin è arrivato nei giorni scorsi a valere oltre 34.000 dollari, segnando un aumento del 106% dall’inizio dell’anno. E secondo le agenzie di stampa, che citano “diversi analisti”, “la ritrovata euforia sul Bitcoin è dovuta a molteplici fattori, a cominciare dalla fornitura limitata, per arrivare alle tensioni geopolitiche che rilanciano il suo ruolo di porto sicuro”. Porto sicuro? Sicuro come quelli in Libia dove noi vogliamo respingere i migranti, così che non vengano a togliervi il lavoro – “lo facciamo per voi, non lo avete ancora capito”? E se anche muoiono in mare, non ve ne deve importare nulla, ognuno per sé, nessuno per tutti. E poi, in fondo al mare sono invisibili e così risparmiamo anche le spese per i funerali che, capitalisticamente parlando, sono un costo inutile e uno spreco di tempo; perché la solidarietà è ormai una parola da anime ingenue, da esseri umani, mica da sovranisti, nazionalisti, fascisti, machisti, neoliberisti, tecno-capitalisti, guerrafondai, finanzieri e banchieri come siamo noi… Lasciateci dunque giocare anche con le criptovalute! E che Lugano sia quindi porto sicuro (per noi). E chi se ne importa – ancora – se produrre Bitcoin in realtà “consuma in un anno tre volte l’elettricità usata in Svizzera, l’acqua necessaria a 300 milioni di contadini dell’Africa subsahariana e per bilanciarne le emissioni servirebbero 3,9 miliardi di alberi (fonte news Rsi). Importante è appunto fare affari, arricchirsi – e farlo in fretta, prima che siamo tutti morti. 

Morti voi, ovviamente; noi invece ci salveremo comunque, magari su Marte – e il nostro guru Elon Musk sta lavorando per questo, ci andrà lui e poi anche noi, noi dell’Udc e Meloni e Salvini e Bolsonaro e Trump amico di Musk e Netanyahu e Putin e Biden e Xi e tutti i gigacapitalisti; noi ci salveremo, alla faccia vostra e dei voti che ci avete dato in massa (potenza della nostra propaganda!) per poterci anche ridurre le tasse e poter salvare con i soldi di tutti voi le banche che noi abbiamo lasciato fallire in nome del profitto speculativo, aumentando invece per voi i premi della casse malati in nome del libero mercato. 

Noi che vogliamo il Ponte sullo Stretto di Messina, noi trafficanti di merci che vogliamo il potenziamento del Cargo di Malpensa invece di ridurre le filiere produttive e consumative, noi che investiamo ancora nel fossile, noi che neghiamo la crisi climatica chiedendovi però di essere resilienti. 

Noi che, prima il profitto… 

Nell’immagine: niente paura, nel metaverso il paradiso esiste


Addio alla democrazia?

Quelli che stanno dalla parte di chi pensa che l’emergenza climatica non esiste e che la solidarietà è ormai una parola da anime ingenue, mica da sovranisti, nazionalisti, fascisti, machisti, neoliberisti, tecno-capitalisti, guerrafondai, finanzieri e banchieri 

Siamo all’ultimo atto della democrazia? Sta forse morendo la democrazia? Scriverlo e ragionare di crisi profonda della democrazia in un paese come la Svizzera può sembrare paradossale o surreale. Eppure… Cosa sono populismi, sovranismi, neo/post-fascismi, postdemocrazie, trumpismi, melonismi-salvinismi, udicismi, orbanismi, richieste di autorità e di autoritarismo, neoliberalismi, il potere delle multinazionali hi-tech (e non solo), i lobbisti e gli Stati salvatori di banche – su tutto il totalitarismo della razionalità strumentale/calcolante-industriale – se non i sintomi di una malattia grave e pericolosa (letale?) delle democrazie occidentali, Svizzera compresa?

Democrazia, ultimo atto? è il titolo di un saggio, breve (137 pagine) ma molto importante di Carlo Galli – uno dei maggiori filosofi politici italiani e che per molti anni ha insegnato Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna – uscito da pochissimo per Einaudi. Assolutamente da leggere, se si vuole capire – e l’invito è rivolto soprattutto ai giovani – cosa è successo alla democrazia e perché oggi si parla di postdemocrazia, intendendo con questo neologismo appunto una trasformazione radicale (e non certo in meglio) della democrazia, se non il suo annichilimento progressivo – con lo stravolgimento dello stato di diritto, del bilanciamento tra i poteri, e soprattutto dei tre elementi-base della democrazia ricordati da Galli e cioè libertà, uguaglianza e trasparenza; perché la democrazia cerca infatti (a differenza degli altri sistemi politici) di “far coesistere il potere con l’energia dell’autoaffermazione individuale e collettiva (la libertà), con l’intento di limitarne l’eccesso (l’uguaglianza), e con la finalità di istituire le strutture e le pratiche di una convivenza che le soggettività [individuali e collettive] possano riconoscere come opera propria” (la trasparenza). 

Democrazie che oggi sono in deficit di libertà, perché comanda sempre di più l’impresa/capitale e il lavoro sempre di meno – l’impresa è tornata ad essere libera volpe in libero pollaio, come già scriveva Marx, ripreso da Galli;  è cresciuta la sorveglianza di massa e il controllo; ci sono sempre più diritti individuali e identitari e sempre meno diritti sociali, che a loro volta sono però il presupposto per potere esercitare davvero diritti civili e soprattutto diritti politici di libertà; democrazie che sono pure in deficit di uguaglianza (semmai le disuguaglianze sono state una scelta politica e predeterminata del neoliberismo) e in deficit di trasparenza, non solo perché non sappiamo come funzionano gli algoritmi che ci fanno funzionare, ma il deep state prevale sullo Stato (“l’oscuro, opaco, segreto del potere politico mescolato a quello economico”- altro che trasparenza – e a quello mediatico  e che insieme costituiscono il “triedrio del potere”). 

E cresce così la sfiducia nella democrazia anche o soprattutto davanti “all’enormità del disagio sociale”, forse meno forte in Svizzera, di certo incombente altrove, Europa compresa. La liberaldemocrazia occidentale ed europea nata dopo il 1945, che aveva creato le condizioni, attraverso un compromesso tra capitale e lavoro, per la crescita economica che ha prodotto benessere, per le politiche di ispirazione keynesiana che hanno favorito una redistribuzione dall’alto verso il basso della ricchezza prodotta e l’introduzione di sistemi pubblici e universalistici  di welfare (su questo e su altro la Svizzera ha fatto eccezione) – è stata sostituita da quella che Galli chiama la democrazia liberista – che rappresenta la quarta rivoluzione politica del Novecento, dopo comunismo, fascismo e appunto liberaldemocrazia. E dove tutto, cioè la società e gli individui e soprattutto la loro vita intera oggi ridotta a dati, è mercato e concorrenza, mercificazione e spoliticizzazione radicale e insieme compulsiva. La società non esiste, diceva l’ideologa del neoliberismo, l’ex premier inglese Margaret Thatcher, esistono solo gli individui. Infatti, il capitalismo è andato alla conquista del mondo grazie alla globalizzazione e alla deregolamentazione dei mercati finanziari e del lavoro, imponendo “le proprie logiche produttive, il disciplinamento radicale dell’antropologia”, divenendo appunto una forma di vita individuale e collettiva omologante e ormai egemone (non ci sono alternative!), con individui isolati e privi di legame sociale, apparentemente più liberi ma in realtà sempre più connessi/integrati – quindi meno liberi – nel sistema tecno-capitalista.

Ora anche la democrazia liberista è in crisi o sembra esserlo. E dunque? Certo nessuna democrazia è perfetta, scrive Galli, ricordandoci che, anzi, la democrazia, come la libertà, non è mai garantita per sempre, che sempre occorre farne manutenzione attraverso un pensiero che non sia semplificante (a questo pensano la tecnica e gli algoritmi/IA, il populismo/sovranismo, il neoliberismo, in Svizzera la Lega e l’Udc), ma complesso e consapevole e soprattutto critico. E “la critica – l’autocritica – è la prima àncora di salvezza delle democrazie; che hanno il loro principale nemico non nelle autocrazie esterne, né nelle ideologie anti-democratiche, ma nella mancata riflessione su sé stesse”. 

Ma ne siamo ancora capaci, ne sono ancora capaci gli intellettuali, ne sono capaci i partiti politici – di fare pensiero critico e autocritica? Soprattutto le sinistre, che hanno invece abbracciato entusiaste la globalizzazione, del tutto incapaci – continua Galli – “di decifrare le contraddizioni socio-economiche” del sistema, prigioniere anch’esse “di uno schema produttivistico condiviso con il capitalismo” e tanto ingenue e arroganti “da pensare di poter piegare e governare a finalità progressiste le potenze del capitalismo scatenato”.

Questo mentre la tecnica – la razionalità strumentale e positivistica – “si pone ora come l’Assoluto, l’incontrovertibile; è il Dio terribile che invochiamo ogni momento, ai cui capricci ci pieghiamo, i cui misteri ci affascinano, la cui onnipotenza e onniscienza accogliamo con timore e speranza”. Ma anche verso la quale dovrebbe essere applicata la democrazia politica, per “contrapporre un diverso potere al potere che si serve della tecnica”. Perché il lato pericoloso della tecnica è il fatto che “non l’AI imita noi, ma che molti di noi sono già come lei”. Cioè siamo automatizzati nei comportamenti e nel pensare per semplificazioni e ripetizioni.

Alla crisi della democrazia liberista occorre rispondere, scrive Galli, con una democrazia politica. Con un popolo – non quello del populismo o del sovranismo – “che rivendichi la propria posizione di titolare della legittimità: che non voglia essere ‘neo-plebe’, ma iniziatore di una azione politica, innescata da minoranze, com’è ovvio […], ma unendo istanze politiche e sociali concrete”. E quindi importante è prendere consapevolezza “che la soluzione non sta in ‘più tecnica’, in ‘più emergenza’, in ‘più guerra’, ma in ‘più politica’: democratica, s’intende”. Ma davvero democratica. Una politica – ancora Galli – che nasca da un sapere critico-pratico, non da una improvvisazione populista”. Ricordando tuttavia – compito a casa che riguarda soprattutto le sinistre – che “per cambiare rotta è necessario uscire dal paradigma economico dominante e dalle sue intrinseche contraddizioni”.


L’etica del viandante, secondo Umberto Galimberti

Quelli che stanno dalla parte di chi pensa che l’emergenza climatica non esiste e che la solidarietà è ormai una parola da anime ingenue, mica da sovranisti, nazionalisti, fascisti, machisti, neoliberisti, tecno-capitalisti, guerrafondai, finanzieri e banchieri 

Perché nessuno pensa più alla rivoluzione e a cambiare il sistema – mentre la rivoluzione industriale oggi digitale ci rivoluziona incessantemente la vita, silenziosamente e a nostra insaputa – e ci adattiamo senza fiatare? Perché è diventato impossibile persino immaginare una semplice riforma (no, non la rivoluzione!) e una democratizzazione della tecnica e del capitalismo? Perché rivoluzionari e riformisti sono stati entrambi sconfitti dal tecno-capitale e la lotta di classe l’hanno vinta i capitalisti e oggi i gigacapitalisti? 

Molte le cause, ma una – che non prendiamo mai in considerazione, tanto siamo ormai assuefatti, pur essendo la causa fondamentale – la ricorda il filosofo Umberto Galimberti nel suo ultimo e magistrale saggio appena uscito per Feltrinelli: L’etica del viandante. Scrive Galimberti – in questa che è una sua ulteriore riflessione sul tema della tecnica e del suo potere sulla vita dell’uomo – e rimandiamo a Psiche e techne, del 1999: “A questo punto nessuna rivoluzione è possibile perché sia il servo sia il signore [cioè, sia il proletario sia il padrone, sia i ceti medi sia il borghese, la destra, per ovvie ragioni e purtroppo anche la sinistra] non sono più la controparte l’uno dell’altro, ma entrambi si trovano dalla stessa parte e hanno come controparte la razionalità del sistema economico e tecnico, che nessuno dei due mette in questione, perché non si dà altro mondo che non sia quello dischiuso da questa razionalità, che essendo da entrambi condivisa, annulla le differenze”. 

E cos’è questa razionalità che ci impedisce di immaginare alternative e che ha accomunato per tutto il Novecento sia il capitalismo sia il comunismo? È quella razionalità che parte con la rivoluzione scientifica del Seicento, con Galilei e con Bacone (scientia est potentia), con la tecnica che è poi l’essenza di questa scienza e che diventa sempre più volontà di potenza, perché si basa sul sempre di più (produzione e consumo), sull’accrescimento illimitato di sé (del mercato e del sistema tecnico e del profitto), dentro la quale razionalità siamo sempre più integrati; e che arriva appunto ad essere la nostra unica forma mentis, la nostra omologante way of life, tutto riducendo a merce e a profitto ma soprattutto a calcolo e a ricerca di una presunta efficienza sul modello delle macchine. 

E non è infatti questa razionalità che pre-determina il sistema produttivo e quello consumativo (oggi con gli algoritmi predittivi che ci portano a desiderare di consumare altro e di più – con il messaggio: potrebbe interessarti anche questo)? Non è questa razionalità che pre-determina i sistemi scolastici e formativi, dove si devono acquisire solo le competenze a fare (efficienza e calcolo e profitto, ancora) e mai invece la conoscenza per capire perché lo facciamo e perché lo dobbiamo fare solo in quel modo, senza cercare alternative, senza soprattutto capire che questa razionalità è del tutto irrazionale – vedi crisi climatica, che il sistema e i capitalisti e gli industriali e la finanza cercano invece di nasconderci? E non siamo forse diventati tutti capitale umano e risorse umane, cioè calcolabili, efficientabili, quindi organizzabili-comandabili-sorvegliabili? 

Razionalità ed efficienza, ma sulla base di quale scopo e di quale obiettivo? Nessuno, perché questa razionalità – continua Galimberti – non ha etica, è assolutamente avalutativa e non si propone alcuno scopo, ma persegue solo il proprio accrescimento. E noi umani, quanto più facciamo nostra – ci identifichiamo – con questa razionalità, sempre meno abbiamo scopi umani e sempre più siamo sussunti in questa razionalità, dove la tecnica non è più un mezzo, come era nel passato, nella libera disponibilità degli umani, ma il suo accrescimento (e quello del capitale) è diventato il nostro unico scopo/fine di vita. E abbiamo fatto nostro il mantra neoliberale del non ci sono alternative; e quello tecnologico per cui l’innovazione non si può e non si deve fermare – e se intanto muore la Terra, nulla ci deve importare e preoccupare, basta aspettare messianicamente che più tecnologia risolva i problemi creati dalla tecnologia (e dal capitale) e prima ancora dalla razionalità del tutto irrazionale che la domina.

E infatti, al punto in cui siamo arrivati, “le leggi di questa razionalità non appaiono più oppressive [come invece sono, perché modellizzano in modo eterodiretto i nostri comportamenti affinché siano funzionali al sistema, a prescindere dalla nostra consapevolezza e dalla nostra responsabilità verso le future generazioni], perché a opprimere” – a negare cioè la soggettività e la volontà e l’immaginazione che un tempo erano umane – “non è una volontà umana, ma una razionalità impersonale che, quando è interiorizzata indistintamente da tutti non viene neppure vissuta come opprimente, esattamente come i pesci nel mare non sentono la pressione dell’acqua. Ne consegue” – continua Galimberti – “che le leggi che presiedono a questa razionalità, per l’universalità con cui si impongono, appaiono non dissimili dalle leggi di natura […]”. E invece, non sono leggi di natura, anche se il sistema tecnico e capitalista – che vive e fa profitti grazie a questa razionalità – cerca di farcelo credere in tutti i modi, facendo ad esempio sembrare naturale ciò che in realtà è del tutto artificiale – esempio: il termine di ecosistema digitale, dimenticando che gli ecosistemi naturali cercano l’equilibrio, mentre quelli digitali producono incessantemente squilibrio.

La tecnica (e il capitalismo) dunque funziona e ci fa funzionare secondo le proprie logiche illogiche di accrescimento illimitato. E davanti a questa razionalità, l’etica – che era forma e senso dell’agire in vista di un obiettivo – diventa impotente. Predomina il fare per il fare, ed è “una pura produzione di risultati”.  E la tecnica “non è più un mezzo, ma un mondo”, cioè “la tecnica si è sostituita all’uomo, che ormai può scegliere solo all’interno delle possibilità che la tecnica rende disponibili” – e oggi siamo al machine learning, all’intelligenza artificiale che significano la totale alienazione e reificazione dell’uomo.

L’unica etica possibile, scrive allora Galimberti, è quella del viandante. Che si oppone al dominio sulla Terra perseguito dall’antropocentrismo (l’uomo appunto come signore e dominatore della Terra – qualcosa in realtà di antico e si riguardi Genesi), antropocentrismo che si conclude non troppo paradossalmente – essendo l’effetto della ragione strumentale – con l’annullamento totale dell’uomo stesso, ridotto appunto a mezzo al servizio della tecnica (e del capitalismo), vero soggetto della storia in quella età della tecnica (Galimberti) che noi chiamiamo Tecnocene. Una razionalità “la cui diffusione all’intero mondo equivale alla fine della biosfera”. Ci serve dunque passare dall’antropocentrismo al biocentrismo, come lo chiama Galimberti, capace di creare una etica planetaria “dove non l’uomo ma la vita della Terra diventi la misura ultima di tutte le cose”.

Un libro filosofico, forse non sempre facile e di cui ci siamo limitati a richiamare alcuni dei moltissimi spunti di riflessione. Ma assolutamente da leggere e rileggere, senza fretta, domani, dopodomani e dopo ancora, se vogliamo davvero capire chi siamo (uomini o macchine?) e dove siamo arrivati nella storia umana. Un invito che rivolgiamo soprattutto ai giovani, essendo Galimberti uno degli ultimi grandi saggi rimasti accanto a noi.

Nell’immagine: Umberto Galimberti


Domenico De Masi e l’ozio creativo

Quelli che stanno dalla parte di chi pensa che l’emergenza climatica non esiste e che la solidarietà è ormai una parola da anime ingenue, mica da sovranisti, nazionalisti, fascisti, machisti, neoliberisti, tecno-capitalisti, guerrafondai, finanzieri e banchieri 

Il mio incontro fisico con il sociologo italiano Domenico De Masi – Docente emerito di Sociologia del lavoro all’Università La Sapienza di Roma morto lo scorso 9 settembre, a 85 anni – risale a molti anni fa, quando venne intervistato per la puntata del 14 marzo 2005 del programma RSI di Fabrizio Fazioli microMACRO ed io, allora, oltre all’Università, ero apprendista di bottega che cercava di imparare come fare programmi di approfondimento in televisione.

Titolo della puntata di microMACRO: Lavorare con lentezza – e De Masi rifletteva da tempo su questi temi. Paradossalmente, ma non troppo, anche oggi si torna a parlare di grandi dimissioni, di insofferenza per un lavoro spesso pessimo, molti non sopportando più i ritmi sempre più densi e sempre più alienanti imposti alla propria vita dal capitale e dalla tecnologia per il proprio esclusivo profitto, e cercano un modo umano e umanistico di vivere la propria esistenza, mentre si riparla di settimana lavorativa di quattro giorni, a parità di salario.

Non dimentichiamo poi che negli anni ’90 economisti, politici, tecnofili in servizio permanente effettivo e intellettuali organici del capitale promettevano che con le nuove tecnologie di rete avremmo lavorato meno, fatto meno fatica, avuto molto tempo libero da dedicare alle cose belle della vita e che saremmo entrati in una new era di crescita economica infinita, dimenticando – sempre grazie alle nuove tecnologie – i fastidiosi cicli economici del passato in cronica alternanza tra crescita e recessione. Poi è accaduto esattamente il contrario di quanto promesso (lavoro h 24, tempi e ritmi di lavoro appesantiti, stagnazione economica…) ma ci siamo adattati nuovamente e senza fiatare alle nuove esigenze del capitalismo iperindustriale, di piattaforma (la nuova forma della fabbrica) e della sorveglianza.

E De Masi non ha mai smesso di proporci – ma con ben diversa credibilità e passione rispetto ai tanti maître à (non) penser/venditori di auto usate degli anni ’90 – un altro modello di organizzazione del lavoro e della vita. Non lesinando ovviamente critiche al neoliberalismo, come nel libro La felicità negata (Einaudi, 2022) e qui recensito tempo fa – dove De Masi scriveva che “non c’è progresso senza felicità e non ci può essere felicità in un mondo segnato dalla distribuzione iniqua della ricchezza, del lavoro, del potere, del sapere, delle opportunità e delle tutele. Questa inumana disuguaglianza non avviene a caso, ma è lo scopo intenzionale e l’esito raggiunto di una politica economica [il neoliberismo, appunto] che ha come base l’egoismo, come metodo la concorrenza e come obiettivo l’infelicità”. E allora De Masi proponeva, come possibile soluzione al problema della felicità negata, quello che chiamava l’ozio creativo – “la soave capacità di coniugare il lavoro per produrre ricchezza con lo studio per produrre conoscenza e con il gioco per produrre allegria”.

E Ozio creativo era il titolo di un libro famoso di De Masi uscito nel 2002. Dove distingueva tra un ozio dissipativo, alienante, che fa sentire ciascuno come vuoto e inutile; e un ozio attivo, creativo, che faccia sentire bene, felici, che produca idee perché le idee sono necessarie allo sviluppo della società. Certo, anche De Masi forse rifletteva l’ottimismo degli anni ’90 – “marciamo a grandi passi verso un futuro in cui si lavorerà meno e meglio, in cui, grazie alla tecnologia, potremo gestire nel modo più efficace lo spazio e il tempo […]; una rivoluzione copernicana che toccherà da vicino la vita di tutti noi” – ma la sua proposta di ozio creativo – perché non crederci davvero e non solo con riferimento al lavoro? – resta valida sempre, nonostante le smentite della realtà tecnologica e capitalistica/neoliberale.

Dove a dominare è piuttosto – ancora e sempre, nonostante i continui tentativi del management di riciclare le sue vecchie tecniche di modificazione comportamentale, riverniciandole e riducendo i chilometri sul proprio contachilometri per farle sembrare sempre nuove e diverse – l’immagine della gazzella e del leone nella savana (ripresa da De Masi ad esempio ne Il futuro del lavoro, del 1999), per cui non importa se tu sei leone o gazzella, importante è correre sempre più velocemente; che era, per De Masi, una autentica “istigazione a delinquere”, una “disgustosa esaltazione di quella barbara guerra di tutti contro tutti che le imprese chiamano competitività e che attizzano giorno e notte, dentro e fuori, a livello locale e globale”. De Masi invece cercava – con determinazione – di armonizzare il lavoro con la vita, per essere liberi di cercare la propria felicità e non quella indotta (e quindi falsa, ma molto accattivante) dalla sua offerta capitalistica. E aveva alla fine compreso – onore a De Masi – che “dopo avere sostituito con i robot e i computer molta manodopera operaia e impiegatizia, ora il progresso tecnologico sta dando l’assalto anche al lavoro creativo con l’intelligenza artificiale”. Con il che però sembra venire meno anche l’idea/possibilità di un ozio creativo umano – e creativo nel senso di De Masi – tanto ci basta e avanza la creatività dell’IA, che ci evita la fatica di dover pensare e immaginare. Dobbiamo quindi resistere – aggiungiamo – alla tentazione tecnologica.

E De Masi non era solo un teorico, perché sua, di fatto, è stata ad esempio l’idea di un reddito di cittadinanza anche in Italia. Amava sporcarsi le mani. E si era molto avvicinato al Movimento 5 Stelle – o veniva etichettato come molto vicino ai 5S – ma il suo pensiero era soprattutto di sinistra; ma non era un intellettuale organico, come troppi nel passato e come troppi oggi. Era uno spirito libero, con un forte – forse troppo – ottimismo della volontà.

Certo, come abbiamo scritto nella nostra recensione al suo libro, “con De Masi molte cose ci accomunano, ma anche ci dividono: lui scrivendo ad esempio di società postindustriale, noi affermando invece che mai la società e la vita dell’uomo sono state tanto industrializzate come oggi [organizzate, comandate e sorvegliate sul modello della fabbrica]; lui scrivendo che se nella società industriale era il lavoro ‘a egemonizzare la vita, oggi è sempre più vero il contrario’, noi sostenendo invece che, proprio grazie alle nuove tecnologie il lavoro egemonizza ancora di più la vita facendo sfumare i confini tra lavoro e vita”. Ma queste differenze arricchiscono, generano appunto idee, fanno pensiero critico, e senza pensiero critico non esistono la sociologia e la filosofia (e non solo).

Nell’immagine: Domenico De Masi alla RSI


Il neoliberismo è morto? No, mai stato meglio!

Quelli che stanno dalla parte di chi pensa che l’emergenza climatica non esiste e che la solidarietà è ormai una parola da anime ingenue, mica da sovranisti, nazionalisti, fascisti, machisti, neoliberisti, tecno-capitalisti, guerrafondai, finanzieri e banchieri 

Javier Milei – economista anarco-capitalista, ultra-liberista e populisticamente anti-casta – ha sbancato alle primarie di domenica in Argentina, superando il 30% delle preferenze in vista delle presidenziali di ottobre. 

Il suo programma è inquietante in sé, ma pare abbia raccolto l’entusiasmo soprattutto dei giovani argentini (rendendo tutto ancora più inquietante): liberalizzare il mercato di organi, abolire la Banca centrale, abolire il welfare, adottare il dollaro come moneta nazionale; e poi ancora: privatizzazione di sanità ed educazione, soppressione dei ministeri di Cultura, Ambiente, Donne e diversità, Lavori Pubblici, Educazione, Lavoro e sicurezza sociale, Trasporti, Salute, Scienze e Tecnologia, Sviluppo sociale, con un contorno – che non guasta mai, per rafforzare il populismo – di lotta contro l’ideologia di genere. 

È un mix di proposte letale per socialità, democrazia e libertà individuale, paradossale in una Argentina in cui il cupio dissolvi sembra diventato compulsivo – e certo, in campagna elettorale se ne dicono e se ne fanno di tutti i colori, vedi Meloni e Salvini in Italia, Trump negli Usa o Lega e Udc in Svizzera, però… Già, perché populismo & neoliberalismo sono oggi un’accoppiata che piace alla gente. 

Dunque, prima riflessione: non è vero che il neoliberismo è morto, che lo Stato sta tornando a svolgere un ruolo di governo dell’economia – se lo fa è sempre e ancora al servizio del capitale e del mercato, vedi caso UBS/CS, vedi l’inazione di fatto davanti alla crisi climatica. In realtà, il neoliberismo è sempre più anarco-capitalismo: “noi anarco-capitalisti crediamo che il capitalismo sia la piena espressione dell’anarchismo e che l’anarchismo sia la piena espressione del capitalismo”, scriveva il filosofo Murray Rothbard, però confondendo anarchismo con assenza di regole, di moralità, di responsabilità. 

Il neoliberismo non è mai stato così bene, colonizza sempre nuovi mercati e la vita intera dell’uomo e delle società posto che la sua ideologia aveva appunto l’obiettivo dichiarato di fare mercato anche dell’anima della gente, secondo la definizione della ultraconservatrice e ultraneoliberista Margaret Thatcher negli anni ’70 del ‘900: “Economics are the method. The object is to change the soul”. Appunto l’anima della gente; che ha infatti felicemente venduto la sua anima e la sua libertà al mercato e alla concorrenza e all’ideologa neoliberista in cambio di una illusione di libertà individuale.  Ancora Margaret Thatcher: “La società [cioè il noi, la solidarietà, la cura, la responsabilità e l’uguaglianza] non esiste, esistono solo gli individui – e al più la famiglia”. Producendosi conseguentemente non più libertà, ma il totalitarismo del capitale e del mercato. Ed è quindi tempo di ricominciare a usare questa parola, perché totalitarismo significa: “sistema tendente alla totalità”- e oggi la totalità è quella del mercato e del tecno-capitale; e in cui “tutti i poteri sono concentrati in un unico partito politico”, secondo la sua ideologia [ieri fascismo, nazismo, comunismo] e oggi secondo un pensiero unico neoliberale altrettanto ideologico, ma non politico, bensì economico. Neoliberalismo che quindi non muore – e per riformarlo radicalmente avremmo invece molte e urgenti ragioni, su tutte la crisi climatica – e come la mitica Fenice è capace di risorgere ogni volta dalle proprie ceneri. 

Di più – seconda riflessione: il neoliberalismo ha ucciso anche il liberalismo classico (no, non è un paradosso), che almeno formalmente era basato sulla distinzione tra società e mercato, sullo stato di diritto, sulla libertà individuale, sul diritto alla privacy e sul controllo reciproco dei poteri di uno Stato. Oggi la società si è fatta invece mercato e il tecno-capitale detta l’agenda allo Stato, compreso salvare se stesso anche quando la fa troppo grossa.

Terza riflessione o meglio urgenza: capire perché le sinistre – e torniamo su questo tema – si sono fatte anch’esse colonizzare dal neoliberalismo, convincendosi che non ci sono alternative al mercato e a una società basata solo sulla concorrenza, vendendo anche se stesse, cioè la loro anima politica e culturale, appunto al capitale e al mercato. E dimenticando ciò che invece scriveva un altro liberale, però intelligente, come l’economista John M. Keynes, cento anni fa: “Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni davvero necessari”. Inoltre, spreca deliberatamente una quantità enorme di risorse nella lotta per la concorrenza. 

Per capire come le sinistre e la gente si sono fatte dunque colonizzare l’anima ci aiuta un libro di Wendy Brown, filosofa e politologa statunitense, dal titolo più che esplicito di Il disfacimento del demos, edito da Luiss UP. Sottotitolo: La rivoluzione silenziosa del neoliberismo. Un libro del 2015 – Undoing the Demos – ma attualissimo anche o soprattutto oggi. Libro non facile, ma che le sinistre dovrebbero leggere se vogliono provare a capire perché hanno deciso di arrendersi al nemico di classe (come si diceva una volta), rinunciando a immaginare e poi a costruire un altro mondo possibile, secondo principi di emancipazione.

Dissoluzione del demos. Perché se il mercato, secondo la pianificazione neoliberale, deve sostituirsi alla società e sovrapporsi allo Stato, se la competizione/concorrenza deve sostituirsi alla socialità, se trionfa l’anarco-capitalismo e il tecno-capitale è la totalità che non ammette dissenso, allora anche il demos – ciò che permette la demo-crazia, appunto il potere del demos, cioè dei cittadini – diventa inutile, un intralcio al mercato e al profitto. Quindi, anche il demos non deve più esistere, semmai solo la sua degradazione tecnocratica o populista; perché popolo non è demos, il popolo è passivo e la cittadinanza deve essere invece attiva e partecipativa – e non basta la moltiplicazione dei referendum e votare, come in Svizzera, se l’anima è già tutta neoliberale. 

Ovvero, scrive Wendy Brown, “il neoliberismo genera una condizione di politica privata delle istituzioni democratiche che sosterrebbero una cittadinanza democratica e di tutto ciò che essa rappresenta: una passione informata, un dibattito rispettoso, una sovranità ambiziosa, un deciso contenimento dei poteri che potrebbero indebolirla”. Invece, il successo di quella che Brown chiama razionalità neoliberista, riprendendo ma anche discutendo le tesi di Michel Foucault, “è indicato dall’assenza di reazioni scandalizzate. L’economizzazione di ogni cosa e di ogni sfera sociale e umana, compresa la politica – sostenendo il capitale e facendo retrocedere la giustizia e il benessere dei cittadini – ci rende cioè insensibili alla netta contraddizione tra una presunta economia di mercato e uno Stato sotto il suo controllo e a suo completo servizio. Perché lo Stato stesso viene privatizzato, avvolto e animato dalla razionalità di mercato in tutte le sue funzioni” – con in più il “potere crescente delle grandi corporation di plasmare leggi e decisioni per i propri scopi”. Tutti credendo che “il mercato sia vero in sé”. 

E certamente ciò è stato facilitato da una rivoluzione semantica (ogni totalitarismo deve infatti produrre la sua neolingua), introducendo termini come capitale umano al posto di persone; impresa invece di Stato; governance e devolution e management invece di government; buone pratiche e benchmarking come tecniche di omologazione e di standardizzazione invece di creatività e intelligenza; competenze tecniche invece di conoscenza umanistica. Tutto per sostituire l’homo politicus della democrazia con l’homo oeconomicus del neoliber(al)ismo, dove i cittadini sono ridotti a meri fattori della produzione, del consumo e della finanziarizzazione del mondo, organizzati, comandati e sorvegliati dal tecno-capitale ma convinti davvero che capitalismo e democrazia siano la stessa cosa, così però allontanandoci sempre più dalla democrazia. E da qui, inevitabili, ecco i populismi/sovranismi con cui il neoliberalismo si traveste e si offre oggi al popolo come merce anti-politica per continuare a fare ciò che unicamente gli interessa fare: il profitto. Trasformando il mondo – e noi – nel suo mondo.  

Sempre di più. Perché la soluzione neoliberista ai problemi che esso stesso crea è sempre più mercato, più finanziarizzazione, più tecnologie, più nuovi modi per estrarre profitto. “Tutto fuorché la pianificazione responsabile del futuro, tutto fuorché una costruzione deliberata e consapevole dell’esistenza attraverso il dibattito democratico e una linea politica”; tutto, continua Wendy Brown, “fuorché la giustizia”. Il tecno-capitale ci ha ridotti quindi – vecchia metafora, sempre vera – a criceti dentro la gabbia di una economia capitalista “che non può fermarsi senza crollare”, obbligandoci a correre sempre più velocemente nella ruota dentro alla gabbia. Noi illusi di essere liberi dentro a una gabbia: qualcosa di davvero surreale. 

Un libro importante, dunque, quello di Wendy Brown. Ancora più importante però se oltre al neoliberalismo avesse affrontato anche il problema della tecnica, perché il disfacimento del demos è un effetto sì della razionalità neoliberale, ma anche o soprattutto della razionalità tecnica. Ma quello di Wendy Brown è comunque un ottimo inizio.

Nell’immagine: l’AI lo vede così (neural.love)


Le parole non dette (dalla sinistra)

Quelli che stanno dalla parte di chi pensa che l’emergenza climatica non esiste e che la solidarietà è ormai una parola da anime ingenue, mica da sovranisti, nazionalisti, fascisti, machisti, neoliberisti, tecno-capitalisti, guerrafondai, finanzieri e banchieri 

Il mondo ha bisogno dell’Europa, ma di “una vera Europa”. Fondata su “tre cantieri di speranza che sono l’ambiente, il futuro e la fraternità”. Ma per questo, le istituzioni europee, i singoli Stati (quindi, Svizzera compresa) e la società civile dovrebbero immaginare “un impulso di apertura universale”, invocando per il Vecchio continente “il ruolo di pontiere e di paciere” sia nella sua parte orientale (con la guerra in Ucraina), ma anche nel Mediterraneo, in Africa e in Medio Oriente. 

Certo, la realtà non ispira ottimismo e viene quindi da chiedere con urgenza all’Europa, rovesciandone i disvalori che la accompagnano da troppo tempo: “verso dove navighi, se non offri percorsi di pace, vie creative per porre fine alla guerra in Ucraina e ai tanti conflitti che insanguinano il mondo?” E di domandare ancora – pensando alla politica, ormai incapace di proporre una visione per il domani, se non quella neoliberale che pianifica una società sempre più darwiniana, basata solo sulla competizione di mercato, quindi antisociale e antidemocratica e profondamente illiberale: “quale rotta segui, Occidente? La tua tecnologia, che ha segnato il progresso e globalizzato il mondo, da sola non basta; tanto meno bastano le armi più sofisticate, che non rappresentano investimenti per il futuro, ma impoverimenti del vero capitale umano, quello dell’educazione, della sanità, dello stato sociale” e non quello a cui pensano economicisticamente e utilitaristicamente i neoliberali. 

Dunque: “Io sogno un’Europa, cuore d’Occidente, che metta a frutto il suo ingegno per spegnere focolai di guerra e accendere luci di speranza; un’Europa che sappia ritrovare il suo animo giovane, sognando la grandezza dell’insieme e andando oltre i bisogni dell’immediato; un’Europa che includa popoli e persone, senza rincorrere teorie e colonizzazioni ideologiche”. E ancora: “Verso dove navigate, Europa e Occidente, con lo scarto dei vecchi, i muri col filo spinato e le stragi in mare?” 

Serve dunque aprire i tre cantieri citati all’inizio. L’ambiente, con “gli oceani che si surriscaldano e con i loro fondali che portano a galla la bruttezza con cui abbiamo inquinato la casa comune. L’oceano ci ricorda che la vita dell’uomo è chiamata ad armonizzarsi con un ambiente più grande di noi, che va custodito con premura, pensando alle giovani generazioni. Come possiamo dire di credere nei giovani, se non diamo loro uno spazio sano per costruire il futuro?”. E quindi il secondo cantiere, appunto il futuro, con tanti fattori che invece scoraggiano i giovani “come la mancanza di lavoro, i ritmi frenetici in cui sono immersi, l’aumento del costo della vita, la fatica a trovare un’abitazione e, ancora più preoccupante, la paura di formare una famiglia”. Servirebbe una “buona politica”, totalmente diversa da quella neoliberale e tecno-capitalista egemone ormai da 50 anni e che trasforma lo stato in un’impresa e la società umana in mero mercato. Una buona politica “chiamata non a detenere il potere, ma a dare alla gente il potere di sperare. E quindi chiamata, oggi più che mai, a correggere gli squilibri economici di un mercato che produce ricchezze, ma non le distribuisce, impoverendo di risorse e certezze gli animi. Chiamata a riscoprirsi generatrice di vita e di cura, a investire con lungimiranza sull’avvenire, sulle famiglie e sui figli, a promuovere alleanze intergenerazionali, dove non si cancelli con un colpo di spugna il passato, ma si favoriscano i legami tra giovani e anziani”.

Infine, il terzo cantiere di speranza, quello fondato sulla fraternità e sulla solidarietà”. Senza le quali è impossibile avere speranza di futuro e tutela dell’ambiente. Senza dimenticare la tecnologia, pensando soprattutto ai giovani: “Tanti oggi sanno il tuo nome, ma non ti chiamano per nome. Il tuo nome infatti è noto, appare sui social, viene elaborato da algoritmi che gli associano gusti e preferenze. Tutto questo però non interpella la tua unicità, ma la tua utilità per le indagini di mercato”. Dietro e dentro ai social “si nascondono  sorrisi di falsa bontà, dicendo di conoscere chi sei ma non volendoti bene, insinuando di credere in te e promettendoti che diventerai qualcuno, per poi lasciarti solo quando non interessi più. Sono le illusioni del virtuale e dobbiamo stare attenti a non lasciarci ingannare”.

E ora la domanda (anche se qualcuno avrà già capito di chi sono le frasi virgolettate – e solo quelle, il resto è commento nostro – citate fin qui): chi ha pronunciato queste parole – ambiente, futuro, speranza, solidarietà, governo dell’innovazione tecnologica e dei mercati? La risposta dovrebbe essere facile, se le parole avessero ancora un senso e fossero piene di contenuti: la sinistra, quella europea (e quindi anche svizzera) – e non solo. La speranza di un mondo migliore – quindi di una società migliore, quindi di un futuro umano e non capitalistico, quindi nuovamente migliore e da costruire tutti insieme – non era infatti un elemento fondativo del socialismo e del pensiero illuministico? Uscire dal mercato e dallo sfruttamento dell’uomo e della Terra da parte del capitale non dovrebbe essere un altro obiettivo/cantiere del socialismo, comunque di tutti quelli che si dicono di sinistra? E la solidarietà non dovrebbe essere un’altra delle parole-chiave delle sinistre, di ieri e di oggi?

Tutti progetti / cantieri / obiettivi che appunto dovrebbero essere di sinistra. E invece, chi ha pronunciato quelle frasi? Papa Francesco, a Lisbona per la ‘Giornata mondiale della gioventù’. Questo significa che hanno dunque ragione i suoi oppositori e i fascisti cattolici integralisti, che lo accusano di essere di sinistra? Certo che no, Francesco è un papa finalmente e splendidamente umanista (e lo diciamo da non credenti). Le sue encicliche Fratelli tutti e Laudato si’ sono dense di critica sociale ma anche e appunto di umanesimo e di speranza. 

È la sinistra che invece dovrebbe profondamente vergognarsi di non sapere più dire parole simili a quelle – umanistiche – pronunciate da Francesco. Una sinistra che si è fatta più neoliberale dei neoliberali, più antisociale delle destre, totalmente incapace di generare speranza in un cambiamento, ormai accettando il capitale e la tecnica come dati di fatto immodificabili – e quando, aggiungiamo, le sinistre saranno capaci di fare una critica simile anche dei social, strumenti essenzialmente di propaganda e di manipolazione delle coscienze, oltre che iper-capitalistici e mercificanti, che stanno distruggendo intere generazioni di giovani, uccidendo insieme democrazia e libertà e speranza e responsabilità? 

Francesco sembra rimasta la sola coscienza critica del mondo di oggi. Propone una visione umanistica, ma comunque legata a valori religiosi (pensiamo alla sua insistenza sui temi della natalità in un mondo già troppo sovrappopolato), anche se di un cattolicesimo radicalmente diverso da quello integralista di un Ratzinger e di un Giovanni Paolo II (che sostenne indecorosamente il regime fascista del cileno Pinochet e il pensiero antisociale neoliberale). 

La sinistra è capace di dire qualcosa di analogo a Francesco, ma partendo da un umanesimo laico e illuminista e progressista?


Il fascismo globale

Quelli che stanno dalla parte di chi pensa che l’emergenza climatica non esiste e che la solidarietà è ormai una parola da anime ingenue, mica da sovranisti, nazionalisti, fascisti, machisti, neoliberisti, tecno-capitalisti, guerrafondai, finanzieri e banchieri 

Cosa lega tra loro le dichiarazioni di Biden a proposito dell’intelligenza artificiale e il dilagare delle destre in Europa e nel mondo, con la parziale eccezione delle elezioni in Spagna, dove si registra la tenuta e anzi i guadagni in termini di seggi dei socialisti e della coalizione di sinistra (di una sinistra che ha saputo fare la sinistra), il tonfo dei franchisti / fascisti di Vox, ma con i Popolari primo partito, sempre più a destra e sempre più falsi moderati? Apparentemente nulla, in realtà tutto. E ci obbliga a tornare a un secolo fa, quando il capitale (capitalisti e industriali) sostennero, favorirono, finanziarono la nascita e poi l’avvento del fascismo in Italia, prima, e del nazismo in Germania, poi. Con lo scopo di impedire in ogni modo – anche con la violenza degli squadristi fascisti – il rafforzamento dei movimenti socialisti e così di ristabilire l’ordine capitalistico e borghese dopo il Biennio rosso 1919-1920 in Italia (ma anche in altri paesi d’Europa), che caratterizzò il periodo con scioperi e occupazioni di fabbriche. 

Ma il fascismo fu anche l’esito di una storia che affonda nell’Ottocento, in quella che lo storico George L. Mosse aveva chiamato nazionalizzazione delle masse per incorporare le masse di allora nella nazione intesa come mito e come narrazione identitaria, il tutto creando una serie di riti e di simbologie collettive (una pedagogia per le masse) funzionali a produrre e poi a rafforzare questa incorporazione di ciascuno nel corpo politico della nazione. L’obiettivo per il capitalismo e i conservatori borghesi di allora, scriveva Mosse, era quello di contrastare le masse proletarie che esso stesso stava producendo attraverso l’industrialismo, evitando che acquisissero una coscienza di classe e che lo abbattessero secondo l’ipotesi di Marx ed Engels; e poi governarle in modo capitalistico, rendendole funzionali al proprio funzionamento e adattandole alle esigenze del capitale. E questo appunto furono fascismo e nazismo: forme politiche totalitarie, non certo anticapitaliste, ma di sostegno attivo del capitalismo di allora (compreso il dirigismo, lo statalismo e il neocorporativismo e un certo welfare), forze che il capitale sostenne per salvare se stesso e i suoi profitti. E questo, analogamente, furono il neoliberalismo e poi le tecnologie di rete avviate dai primi anni ’80 in America e in GB per dilagare poi ovunque, una risposta/reazione capitalistica alle lotte operaie degli anni ’60 e a quelle studentesche del Sessantotto e del post-Sessantotto.

Oggi il processo si replica – quasi come un copia e incolla – davanti alla crisi climatica: con il capitale che favorisce, sostiene, finanzia i nazionalismi (detti oggi sovranismi) e i populismi (le forme aggiornate del fascismo di ieri) perché tutti negano di fatto – da Meloni & Salvini a Orbán, da Trump a Macron, dalla Svezia alla spagnola Vox e ai Popolari di vari paesi, arrivando alla svizzera Udc – il riscaldamento climatico e chiamano terroristi e radicali/estremisti gli ambientalisti e non invece chi finanzia il fossile, chi rallenta lo sviluppo delle energie rinnovabili, chi vuole rilanciare questo modello irrazionale ed ecocida di produzione e di consumismo. La realtà e la verità scientifica vengono cioè rovesciate, si costruisce una contro-narrazione del tutto falsa ma utile al capitale almeno per guadagnare tempo; importante è non cambiare mai e davvero il capitalismo (che è la causa prima e unica del riscaldamento climatico). Nemico è infatti – per il tecno-capitalismo – chiunque cerchi di metterne in crisi il modello di accumulazione e di sfruttamento dell’uomo e della Terra. E cerca quindi di annientarlo, anche oggi, con ogni mezzo e in ogni modo.

Detto altrimenti: non potendo più nascondere il riscaldamento climatico come invece hanno fatto per trent’anni ad esempio le compagnie petrolifere, contro l’ambientalismo e la scienza si sta scatenando quello che non possiamo non chiamare un fascismo globale digitale. E quindi, se l’antifascista liberale italiano Piero Gobetti (1901-1926) definiva il fascismo, cento anni fa, come l’autobiografia della nazione (cioè dell’Italia e degli italiani), oggi dovremmo aggiornare il suo pensiero e dire che il fascismo è l’autobiografia del tecno-capitalismo globale, che sempre nega, ovunque può, democrazia e libertà dell’individuo se deve difendere i suoi interessi. Vecchia storia, certo. Di un tecno-capitalismo ormai tri-secolare, apparentemente sempre diverso, in realtà sempre uguale nella sua essenza fin dall’avvio della rivoluzione industriale, essenza che sembra diventata il nostro destino e insieme un dato di fatto immodificabile. 

E non era stato forse uno degli ideologi più cinici del neoliberalismo, Friedrich von Hayek (1899-1992), a dire che è meglio una dittatura favorevole al mercato che una democrazia contraria al mercato – e si riferiva al neoliberismo testato nel Cile della dittatura, appunto fascista, di Augusto Pinochet dopo il golpe del 1973, sostenuto e finanziato dagli Stati Uniti, che abbatté e uccise il presidente democraticamente eletto, Salvador Allende – golpe di cui a breve (11 settembre) ricorrono i 50 anni? E non sono forse passati 22 anni dalla macelleria poliziesca-fascista – tortura compresa – attivata dall’Italia a Genova nel 2001 pur di stroncare quel movimento globale che chiedeva un’altra globalizzazione e non quella del capitale? E allora è facile immaginare che von Hayek guarderebbe con grande favore ed entusiasmo ai sovranismi / populismi / fascismi e alle autocrazie di oggi – che sono ben oltre e ben peggio dei neoliberisti Margaret Thatcher e Ronald Reagan – perché sono appunto tutte a favore del capitale e quindi negazioniste della crisi climatica. Ieri il nemico era il proletariato, poi i no-global e oggi lo è appunto l’ambientalismo. Importante è che l’ordine, la gerarchia sociale e i profitti del capitale non vengano intaccati e neppure messi, sia pure timidamente, in discussione. La lotta di classe l’abbiamo vinta noi, sosteneva anni fa il miliardario americano Warren Buffett. E il capitale continua a vincerla, ogni giorno di più.

E veniamo a Biden e all’intelligenza artificiale, l’altra faccia della stessa medaglia. Nei giorni scorsi il presidente americano ha incontrato i colossi del settore per invitarli a spianare la strada a “un’innovazione responsabile”. E Amazon, Google, Meta, Microsoft e OpenAI (a cui fa capo ChatGpt) si sono impegnate “a consentire a esperti di sicurezza indipendenti di testare i loro sistemi prima del lancio al pubblico e a condividere dati sulla sicurezza con Governi e accademici. Ma anche a sviluppare sistemi di allerta per il pubblico in grado di segnalare quando immagini, video o testi sono stati creati dall’intelligenza artificiale”. Di più: “Siamo lieti di assumerci questi impegni volontari. Sono un importante primo passo per assicurare paletti responsabili che possano essere un modello da seguire anche per altri Governi”, ha detto il presidente dei global affairs di Meta, Nick Clegg. 

Impegni volontari? Una risata ci nasce, spontanea e diventa irrefrenabile. Non è stata forse proprio Meta, cioè Facebook, cioè Mark Zuckerberg a violare per anni tutte le regole in materia di privacy, salvo poi dire, dopo essere stato scoperto, non lo faccio più! Mi impegno volontariamente! – ricominciando a farlo dal giorno seguente? E di cosa vive anche l’intelligenza artificiale se non dei dati che noi produciamo? E come vengono presi questi dati se non nascondendosi dietro a un algoritmo e alla favola del condividere? E non si tratta quindi di un furto ai nostri danni, per il profitto dei giganti hi-tech? Ma chiedere a chi ci rapina dei nostri dati (della nostra vita) – e ne vuole e ne cerca sempre di più, in ogni modo e con ogni mezzo – di avere comportamenti responsabili e di assumere impegni volontari, non è come chiedere impegni volontari di autoregolazione alla mafia e alla criminalità organizzata – qualcosa di oggettivamente impossibile?

Dovremmo allora capire che è il tecno-capitalismo – in sé e per sé – ad essere la minaccia per l’ambiente, la democrazia e la libertà. E dovremmo quindi indignarci e poi ribellarci al fatto che la nostra vita sia governata da imprese private a prescindere da ogni principio di democrazia e da ogni controllo democratico. E capire che l’intelligenza artificiale ci sta alienando da noi stessi e dalla realtà e dalla conoscenza e dalla responsabilità verso le future generazioni e dalla libertà e dalla democrazia, perché stiamo delegando tutto a macchine che non controlliamo ma che determinano / controllano tutto della nostra vita. 


L’ecologia oltre l’ecologia

Quelli che stanno dalla parte di chi pensa che l’emergenza climatica non esiste e che la solidarietà è ormai una parola da anime ingenue, mica da sovranisti, nazionalisti, fascisti, machisti, neoliberisti, tecno-capitalisti, guerrafondai, finanzieri e banchieri 

Incredibile, ma vero. Mentre si registrano le temperature medie della Terra più alte di sempre (e in ulteriore crescita); mentre il climatologo Luca Mercalli afferma, in una intervista alla Rsi, che siamo troppo lenti nel rispondere al riscaldamento climatico – “Tutti i grandi cambiamenti culturali nella storia dell’umanità hanno richiesto molto tempo per maturare. Ma con la crisi climatica questo tempo non ce l’abbiamo. Qui siamo di fronte all’evoluzione delle leggi fisiche, non abbiamo la possibilità di negoziare con la termodinamica” – la negazionista UDC cresce nei sondaggi pre-elettorali, mentre paradossalmente scendono i Verdi. Sembra appunto incredibile, ma è vero e l’unica nota positiva è che crescono i socialisti (ma meno dell’UDC). Evidentemente quasi uno svizzero su tre – ma un discorso simile, se non peggiore si deve fare per altri paesi come l’Italia, dove i negazionisti Meloni e Salvini sfiorano il 40% degli elettori votanti – preferisce fare la fine della rana bollita piuttosto che ammettere che l’acqua della pentola/capitalismo dove la rana è stata buttata (viva), si sta riscaldando troppo.

Che l’ecologia non sia una moda radical-chic ma una necessità urgente lo dimostra anche la crisi sociale e soprattutto esistenziale che stiamo vivendo in parallelo e intrecciata con quella climatica. Per la cui soluzione ci è necessario arrivare a quella che l’analista-filosofo Paolo Bartolini propone nel suo ultimo libro, intitolato Un’ecologia delle pratiche ( Ed.Mimesis, in e-book e in brossura). Ancora più esplicito il sottotitolo: Curare l’ignoranza dei legami con la filosofia. Già, perché da tempo siamo diventati ignoranti non solo di noi stessi – chi siamo, dove stiamo andando, ci sono alternative? – ma del concetto stesso di legame, cioè di relazione con gli altri e con quell’altro che è la biosfera.

Bartolini propone allora – appunto – un’ecologia delle pratiche per affrontare quelli che definisce i tre temi decisivi del nostro tempo: il confronto e il dialogo tra culture diverse, senza chiuderci nell’auto-referenzialità alzando muri e affondando navi di migranti; la giustizia sociale (siamo diventati ignoranti anche su questo concetto, pur basilare per la coesione di ogni società) e la giustizia ambientale (vedi sopra); le forme di cura indispensabili per offrire un orientamento esistenziale (dare cioè un senso alla vita e una direzione di cammino in comune) di fronte al disorientamento esistenziale e al caos della contemporaneità e delle sue policrisi. Un sistema tecno-capitalista dove massima è la potenza distruttiva del potere (economico, tecnologico, militare), minima è invece la capacità e la possibilità degli uomini di invertire/deviare la rotta. E invece: o il potere o la vita, questa – scrive Bartolini – è l’alternativa radicale che abbiamo di fronte; e dobbiamo scegliere da che parte stare.

La filosofia, dunque, come fonte e come modo di riflessione su noi stessi e sul mondo. Non qualcosa di astratto – roba da filosofi! – ma di molto concreto e di essenziale. Scrive infatti Bartolini, presentando i suoi obiettivi: “Eccoci, di nuovo e sempre, alle prese con quella vita che, socraticamente, va posta sotto esame per viverla con piena dignità. Questo è il mio luogo di partenza e di arrivo, provenienza e destinazione, sempre in bilico”. Mettere sotto esame la nostra vita, cioè porci domande, porre domande agli altri, cercare risposte dialogando e confrontando – mentre oggi aspettiamo che sia un algoritmo/app/motore di ricerca a darci le risposte, magari senza neppure avere pensato le domande (che fatica pensare!). Dunque, abbiamo un disperato bisogno di filosofia; che poi significa appunto amore per la sapienza (cioè: phílos ‘amico’ e sophía ‘sapienza’).

E la filosofia – continua Bartolini – “è quindi una pratica. E ad essa, ben più della costruzione di edifici teorici, pertiene l’azione dialogante, la pro-vocazione nelle strade e nelle piazze, il pensiero come esercizio comune”. E se oggi abbiamo smarrito la filosofia come pratica di vita, di pensiero e di costruzione di legami, necessario è appunto ritrovarla, cercare il dialogo invece di produrre monologhi (è giusto e vero solo ciò che dico io!), ritrovare il noi e appunto i legami, andare nelle strade e nelle piazze facendo pensiero critico (quello appunto di Socrate) e quindi pensiero in comune. Perché “il metodo della filosofia, lungi dal garantire incrollabili certezze, è un mettersi in cammino, esperienza dovuta, probabilmente, al fatto di avere come centro propulsivo del suo essere la riflessione, quindi l’autocoscienza volta a problematizzare l’ovvio e a mettere in discussione qualsiasi autoritarismo (anche il proprio)”. Detto altrimenti, “la filosofia intesa come stile di vita, dunque, come modo di condurre l’esistenza secondo saggezza, rappresenta l’alternativa” al mondo di oggi, diventato totalitario e macchinico/automatico quanto più ha dimenticato la filosofia. 

Già, perché il mondo di oggi, scrive Bartolini, “è un sistema ibrido o misto che risente di almeno tre forme di potere, diverse e intrecciate fra loro. La prima è quella incarnata da precisi gruppi di interesse, da persone fisiche e giuridiche che si arricchiscono estraendo profitto da umani e non umani, come previsto dai rapporti di produzione capitalistici […]. La seconda, più impersonale, è quella che prevede l’implementazione continua delle logiche di mercato e dell’innovazione tecnologica, a prescindere dai loro effetti sugli ecosistemi e sulle comunità”. La terza – Bartolini si rifà a sua volta al filosofo Carlo Sini, autore molto presente nelle pagine del libro – “è un potere invisibile, una forza anonima [diciamo: i mercati, la rete, il profitto, il too big to fail…] che è sempre in azione entro i nostri progetti e al di là dei nostri progetti e delle loro conseguenze” e che continuamente trasforma la nostra vita personale e sociale, però a nostra insaputa. Per questo serve la filosofia, anche con la sua “funzione etica di vigilanza sulle derive del potere”.

E dunque? “Non è sensato illuderci di imboccare una via d’uscita regressiva che ci riporti a un prima della Tecnica, come non lo è pensare di andare avanti senza cambiare rotta”. Occorre riflettere filosoficamente sulla Tecnica, quindi, perché, ricorda Bartolini, “non esistono tecnologie innocue, di per sé buone. L’innovazione non è, in quanto tale, auspicabile sempre, ovunque e comunque. Tra l’altro, non si dimentichi, la tecnica è tutt’altro che intelligente: il suo scopo è funzionare alla perfezione. Non le compete alcuna riflessività. I criteri dell’efficienza sovrastano quelli dell’azione sensata […]” – e non è appunto questo uno degli effetti della matematizzazione del mondo e dello sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale? E quindi, “la posta in gioco per l’homo sapiens è quella di affrontare consapevolmente la metamorfosi indotta dall’uso di certi strumenti, facendo sì che il campo biologico [cioè la nostra vita fisica e psichica] non venga catturato implacabilmente dentro logiche” tecno-capitalistiche che tendono invece, per loro essenza a “non riconoscere i limiti e a infrangere gli equilibri degli ecosistemi”.

Ecco allora, che l’homo sapiens si trova dinnanzi a un passaggio culturale decisivo: quello che richiede di abbandonare definitivamente gli anacronismi dell’antropocentrismo [l’uomo come signore e padrone della Terra], fornendo a ciascuno di noi le basi per coabitare i territori [sociali e naturali] in maniera più armonica, smettendola di considerare gli altri viventi come un bacino di risorse sfruttabili, e accettando una più vasta comunanza di destino che include umani e non umani […]”. 

Ovvero, o si cambia o si finisce come la rana in pentola. Ma vallo a spiegare all’UDC, a Meloni, a Salvini, all’industria fossile, a Macron, alle banche, alla Nato…

Nell’immagine: l’attuale panorama industriale


La solidarietà? Sconosciuta al sistema

Quelli che stanno dalla parte di chi pensa che l’emergenza climatica non esiste e che la solidarietà è ormai una parola da anime ingenue, mica da sovranisti, nazionalisti, fascisti, machisti, neoliberisti, tecno-capitalisti, guerrafondai, finanzieri e banchieri 

Quante cose abbiamo perso – rimosso, dimenticato, rovesciato nel loro contrario – in quarant’anni di neoliberalismo e di nuove tecnologie capitalistiche – il tutto con la complicità (la più colpevole) delle sinistre europee, che si sono fatte più neoliberali dei neoliberali dimenticando quella parola-chiave di sinistra che è giustizia sociale? L’elenco dei principi e dei valori perduti potrebbe essere quasi infinito, limitiamoci allora ad elencarne alcuni, senza un ordine di importanza perché sono tutte perdite drammatiche che hanno prodotto ciò che non potevano non produrre: la nostra situazione attuale, tra sovranismi, nazionalismi, populismi, Udc e Meloni e Finlandia e Corte Suprema statunitense e ben sintetizzata dal filosofo americano Noam Chomsky: We’re on the Road to a Form of Neofascism.

Cominciamo dal lavoro, che era stato riconosciuto come un diritto dell’uomo ed è tornato ad essere una merce, tendenzialmente low cost, da sfruttare a piacimento del capitale grazie alle nuove tecnologie di rete. Poi la democrazia, assoggettata prima ai voleri e al potere dei mercati e della finanza e ora sempre più ai voleri e al potere della tecnologia e dell’intelligenza artificiale (capitalismo e tecnica sono due poteri a-democratici in sé per come si impongono quali meri dati di fatto sul potere del demos e antidemocratici quindi per essenza e per tendenza), tecnica cui deleghiamo sempre più la nostra vita, alienandoci da noi stessi. 

Poi la società, tradotta in mercato (neoliberalismo) e in sistema tecnico (la tecnologia di rete/digitale), realizzando da un lato il piano della neoliberista Margaret Thatcher per cui la società non esiste, ma esistono solo gli individui atomizzati e in competizione gli uni con gli altri, affinché – dall’altro lato – possa essere poi più facile integrarli e massificarli nel sistema di mercato e soprattutto tecnico (è oggi la digitalizzazione delle masse). E poi la privacy, elemento basilare dell’individuo e della libertà liberale e che oggi cediamo felicemente (e gratuitamente!) al tecno-capitale per farci profilare, cioè spiare, permettendogli di estrarre dalla nostra vita privata un crescente profitto privato per sé come tecno-capitale (perché lo facciamo? Perché siamo coglioni, come aveva ben capito Mark Zuckerberg…).

E poi, e soprattutto, questi quarant’anni di neoliberalismo e di tecno-capitalismo hanno distrutto le basi stesse della modernità occidentale, ben riassunte nel motto libertà, uguaglianza e fraternità/solidarietà della Rivoluzione francese. La nostra libertà l’abbiamo appunto svenduta, ma credendo di essere più liberi, dimenticando così che nessuno è davvero libero se gli altri non sono liberi e che nessuno è davvero libero se non dentro a un noi collettivo – la società, appunto – fatto di libertà per tutti (e, come vedremo tra poco, di solidarietà tra tutti). L’uguaglianza, poi: considerata un intralcio al libero dispiegarsi degli spiriti animali del mercato e del capitale (e la produzione di disuguaglianza è stata una scelta politica e pianificata dal neoliberalismo, ha scritto l’economista americano Joseph Stiglitz) – e se occorreva produrre una società nella sola forma e norma del mercato competitivo/concorrenziale e in una fabbrica globale, era necessario trasformare appunto ogni individuo in forza lavoro individualizzata/atomizzata, egoistica e quindi meglio mettibile in concorrenza con ogni altro (illudendolo però di essere imprenditorie di se stesso e non forza lavoro quale invece è), l’uomo divenendo un mero fattore produttivo nella produzione, nel consumismo, nella generazione di dati. 

E poi – appunto – la solidarietà, anch’essa considerata come un intralcio al libero mercato competitivo; quindi anche la solidarietà come valore e come dovere doveva essere rimossa, lasciata semmai al volontariato, alle Ong, all’ipocrita moral-washing di banche, finanza e imprese, a una solidarietà rinchiusa nel piccolo è bello delle comunità, dei nuclei, dei social e delle community virtuali, ma mai per i 600 migranti lasciati deliberatamente annegare al largo della Grecia, ultima strage di cui tutti noi – con la nostra indifferenza cinica e criminale e con il nostro votare sempre di più per partiti di destra neo-fascisti e insieme neoliberali – siamo responsabili (anche la Svizzera dimenticando che è stata terra di immigrazione ma anche di emigrazione…). 

Molte le forme della solidarietà. Solidarietà era il welfare state nelle sue diverse attivazioni, appunto rimosso/ridotto dall’azione del neoliberalismo (con il paradosso degli svizzeri che non vogliono una cassa malati unica e pubblica, ma poi protestano se quelle private aumentano i premi ben oltre il tasso di inflazione…); solidarietà erano le politiche keynesiane di redistribuzione della ricchezza attuate per trent’anni prima dell’avvento dell’ideologia neoliberale (i giovani non lo sanno, a scuola non glielo insegnano, ma prima del neoliberalismo c’era un altro mondo, molto diverso da quello di oggi…); solidarietà era avere una coscienza di classe e condividere un progetto di miglioramento del mondo, mentre poi è stato il capitale a vincere la lotta di classe, come ammesso dal multimiliardario Warren Buffett, vinta in nome della disuguaglianza e dell’egoismo e della illibertà neoliberale; questo mentre la solidarietà tra capitalisti e Stati è invece fortissima, sistemica – vedi UBS/CS/Confederazione. Solidarietà dovrebbe poi significare agire oggi responsabilmente verso le generazioni future, cercando di risolvere oggi la crisi climatica e ambientale – e invece il neoliberalismo e il tecno-capitale ci vogliono solo resilienti/adattivi al riscaldamento climatico, negando ancora una volta ogni principio/dovere di solidarietà non solo intergenerazionale ma anche verso la biosfera. Perché solidarietà significa prendersi cura, ma anche questo contraddice le logiche della concorrenza e dell’efficienza tecnica.

Solidarietà dovrebbe poi essere quella praticata da uno Stato inclusivo (ma senza negare le diversità); nega la solidarietà quello Stato che invece reagisce all’esclusione che esso stesso contribuisce a produrre, usando la repressione – vedi la risposta della Francia di Macron alle rivolte delle banlieue e, prima, contro la riforma neoliberale delle pensioni.

Di solidarietà parla un recentissimo volume di Mariuccia Salvati, Solidarietà, appena edito da Treccani, definendola – mentre è in corso la guerra in Ucraina – “una parola e un valore sempre più necessari, che contiene in sé un auspicio, una speranza, una promessa”. Peccato che l’Europa (neoliberale per essenza e vocazione) si muova da tempo in direzione opposta. 

Meglio allora andare a rileggere Solidarietà. Un’utopia necessaria di Stefano Rodotà (Laterza, 2014). E anche Rodotà (1933-2017) – costituzionalista, primo presidente dell’Autorità italiana per la protezione dei dati personali, presidente del gruppo europeo per la tutela della privacy, uno degli autori della Carta dei diritti fondamentali della UE – scriveva che la parola solidarietà, che sembrava perduta se non proscritta dal pensiero neoliberale (per cui la solidarietà è un delitto), acquistava allora nuova forza. Perché il valore della solidarietà, scriveva, “risiede nel suo essere un principio volto proprio a scardinare barriere, a congiungere, a permettere la costruzione di legami sociali nella dimensione propria dell’universalismo. […] Legami fraterni perché la solidarietà si congiunge con la fraternità, in un gioco di rinvii linguistici che spinge verso radici comuni”. E chissà quindi cosa penserebbe e scriverebbe oggi Rodotà, quando la solidarietà viene calpestata da stragi nel Mediterraneo, impedita da muri e fili spinati che si alzano, da diritti sociali sempre più ridotti, da egoismi e da meccanismi di amico/nemico sempre più potenti. 

Utopia tuttavia necessaria, la solidarietà: perché, come scriveva ancora Rodotà, “l’esperienza storica ci mostra che se diventano difficili i tempi per la solidarietà, lo diventano pure per la democrazia”. Senza solidarietà/fraternità cadiamo cioè nella barbarie. 

Nell’immagine: illustrazione di Dough Chayka


La grande fuga dei capitalisti digitali

Quelli che stanno dalla parte di chi pensa che l’emergenza climatica non esiste e che la solidarietà è ormai una parola da anime ingenue, mica da sovranisti, nazionalisti, fascisti, machisti, neoliberisti, tecno-capitalisti, guerrafondai, finanzieri e banchieri 

Volete capire cos’è e come funziona il capitalismo digitale, l’ultima versione del tri-secolare capitalismo industriale? Ecco un buon consiglio di lettura. Il libro si intitola Solo i più ricchi, è scritto da Douglas Rushkoff – docente di Teoria dei media e di economia digitale al Queens College di New York e divulgatore su digitale e hi-tech – ed è edito dalla Luiss University Press (pag. 178, € 20.00). Sottotitolo: Come i tecnomiliardari scamperanno alla catastrofe, lasciandoci qui.

L’inizio è degno di un romanzo, ma è tutto vero (ahinoi): “Mi avevano offerto di tenere un discorso in un resort extra lusso. Pensavo che il pubblico sarebbe stato composto da un centinaio di banchieri d‘investimento. […] In genere al pubblico non interessa sapere quale impatto avranno  le nuove tecnologie sulla società, ma solo se vale la pena o no investirci del denaro. […] All’aeroporto mi aspettava una limousine che mi ha portato subito nel bel mezzo del deserto. Nel luogo più lussuoso e isolato che avessi mai visto. […] La mattina seguente mi hanno portato in una sala conferenze, ma non mi hanno sistemato il microfono né accompagnato sul palco, sono stati i miei uditori a venire da me. Cinque tipi ricchissimi, tutti uomini, appartenenti alla più alta élite nel campo degli investimenti tecnologici e dei fondi speculativi. Almeno due erano miliardari”. 

Dopo qualche domanda per sondare il terreno, eccoli arrivare al punto: Nuova Zelanda o Alaska, oppure Marte? Cioè come salvarsi, ma solo loro, da quello che chiamavano l’Evento, “il loro eufemismo per dire il collasso ambientale, le rivolte nelle strade, un’esplosione nucleare… l’hack informatico in grado di bloccare ogni cosa”. Erano probabilmente “le persone più ricche e potenti che avessi mai incontrato eppure stavano chiedendo a un massmediologo marxista come allestire il loro bunker per l’apocalisse”. Come cioè salvarsi, loro, dal disastro che essi stessi stanno provocando pur di massimizzare i loro profitti: “per loro, il futuro della tecnologia riguarda una cosa sola, fuggire da tutti noi”, lasciando noi nelle pesti.

Eppure – e qui inizia l’analisi e la riflessione di Rushkoff sul capitalismo digitale – un tempo, ma neppure troppo tempo fa, questi tecno-ricchi “bombardavano il mondo di business plan ottimisti, spiegando come la tecnologia avrebbe fatto il bene dell’umanità”, promettendo un’era meravigliosa di crescita economica infinita e illimitata. Con quella tecnologia digitale che “era anche un campo della contro-cultura” psichedelica, anticapitalista o tecno-anarchica, che la pensava come “un’opportunità per ideare un futuro più inclusivo, equo e partecipativo. […] Molti di noi” – continua Rushkoff – “credevano che – connessi e coordinati come non mai – gli esseri umani avrebbero potuto creare qualunque futuro potessero immaginare”. E invece siamo arrivati a quella forma tecnologica di totalitarismo che noi chiamiamo digitalizzazione delle masse, con una società totalmente amministrata, automatizzata e integrata attraverso le macchine e il calcolo matematico, cioè in un capitalismo digitale che – scrive Rushkoff – ha come obiettivo “il dominio”.

E “quando la rivista Wired, nata nel 1993, cominciò a parlare di internet come di un’occasione per fare soldi, le persone ricche iniziarono a interessarsene”. E allora, “altro che controcultura psichedelica, avventure ipertestuali e consapevolezza collettiva. La rivoluzione digitale non era certo una rivoluzione, ma un’altra occasione per fare affari”, secondo la legge del profitto capitalistico. E infatti gli articoli su internet “si spostarono dalle pagine culturali dei quotidiani a quelle di economia e finanza” e gli utenti tecnologici “non vennero più considerati come creatori da incentivare, ma come consumatori da manipolare. Più il loro comportamento era prevedibile, più semplice sarebbe stato influenzarlo”.

E “come ha spiegato a fondo Shoshana Zuboff nel suo libro Il capitalismo della sorveglianza, invece di continuare a fornire risultati di ricerca ai propri utenti, Google si dedicò sempre più a un business ancor più remunerativo: fornire i dati degli utenti ai suoi veri clienti, i ricercatori di mercato desiderosi di profilare gli utenti e manipolare il loro comportamento”; e analogamente fece Zuckerberg con Facebook, ovvero, “invece di aiutare gli utenti [e amicizia e comunità furono le sue parole-chiave], l’azienda li ha danneggiati per arricchire i propri investitori”. E quindi, noi siamo diventati la “loro forza-lavoro”, come scrive Rushkoff e come sosteniamo da tempo anche noi.  E così “il futuro smise di essere qualcosa che creiamo per il bene dell’umanità e diventò uno scenario prestabilito e sul quale scommettere il nostro venture capital”. Dare l’allarme, fare pensiero critico significava invece “porsi come un nemico del mercato o un invasato anti-tecnologico”, cosa che il sistema – e il conformismo che produce – assolutamente non tollera perché ostacola la sua compulsione patologica per il profitto e per la crescita quantitativa. 

E così, ciechi come talpe abbiamo creduto che il nuovo stesse davvero avanzando e che non si dovesse e potesse fermare (siamo nella quarta rivoluzione industriale, dicono gli intellettuali organici del tecno-capitale, siamo a un cambio di paradigma), e invece “le piattaforme digitali hanno solo trasformato un mercato che era già all’insegna dello sfruttamento e dell’estrazione di valore (da americani pensiamo a Walmart) in qualcosa di ancora più disumano (Amazon)” –  e ci fa piacere che Rushkoff concordi anche qui con la tesi che sosteniamo da quasi vent’anni, cioè che il nuovo apparente è solo il vecchio capitalismo, che la rete è la nuova catena di montaggio, anche se appunto digitale ma peggiore della vecchia grazie al digitale. Un capitalismo digitale “imbizzarrito”, “segnato dall’ortodossia tecno-soluzionista” (il problem solving da attivare ogni volta, caso per caso, invece di rimuovere a monte la causa del problema), che avrà allora il suo culmine “nell’upload della nostra coscienza in un computer o ancora meglio quando accetteremo che è la tecnologia il passo successivo della nostra evoluzione” – o forse: involuzione – noi delegando tutto alle macchine e agli algoritmi/i.a. (conoscenza, decisione, organizzazione della vita e del lavoro…). Cui si aggiunge l’impatto devastante del capitalismo anche digitale sull’ambiente, sui poveri del mondo, sulla estrazione e sfruttamento dei metalli rari e il fatto che “la fabbricazione dei nostri computer e smartphone dipende ancora da una rete di lavoratori schiavizzati”.

Le pagine di Rushkoff sono molto altro e ci portano a riflettere di scientismo irrazionale e di illuminismo, di disuguaglianze crescenti, di capitalismo ossessionato dalla crescita e che per questo (la chiama efficientizzazione) “scompone tutto in parti, invece di mettere l’accento sui collegamenti e le interazioni fra le varie componenti”, un capitalismo “incapace di fare un passo indietro” (e per il quale siamo solo “soggetti da contare, sorvegliare, data-analizzare e manipolare”) – Rushkoff portandoci infine alla necessità e urgenza di pensare a un modello di economia circolare. E invece, “il desiderio di fuga della Silicon Valley – chiamiamolo Mindset – spinge chi lo condivide a credere che i vincenti del capitalismo digitale possano lasciarsi alle spalle tutti gli altri […] e preferisce immaginare un futuro dove sarà costretto a isolarsi dalle persone che ha sfruttato. Forse è quel che volevano fin dall’inizio”.

In realtà, scrive Rushkoff, “imprese e tecnologia digitale non avrebbero potuto fare tanti danni da sole”. Hanno avuto la nostra complicità (il nostro feticismo per la tecnologia) e quella dei governi. E allora, forse – per salvare noi stessi e la Terra – è tempo di diventare noi degli anti-capitalisti digitali. Insomma: aprire gli occhi e gridare che il re è nudo! Perché, lo ricorda Rushkoff, “l’unico modo che abbiamo per evitare la catastrofe è iniziare a lavorare perché non avvenga”. 

Nell’immagine: ricominciamo da Marte