Dalla democrazia alla infocrazia

Il regime dell’informazione capillarmente diffusa da ciascuno di noi e gestita da algoritmi e intelligenza artificiale 

Che la democrazia abbia qualche problema di salute lo sappiamo da tempo. Tra populismi, democrature, democrazie e popoli a cui piace definirsi illiberali, assenteismo elettorale, multinazionali del tecno-capitale che aspirano a governare direttamente il mondo attraverso la digitalizzazione delle masse (lo fanno già, attraverso il capitalismo della sorveglianza e quei dispositivi tecnologici che sono insieme dispositivi normativi del nostro comportamento), i sintomi della malattia sono appunto evidenti e ne abbiamo elencati altri, su queste pagine, lo scorso 20 febbraio. 

E anche oggi, come ieri ma più di ieri, è lo stesso demos – cioè tutti noi, a cui spetterebbe, in democrazia, esercitare il potere (crazia) e farne manutenzione – che ha paura della democrazia e fugge di nuovo dalla sua libertà –  e rimandiamo a Fuga dalla libertà, di Erich Fromm, al quale aggiungiamo due altri libri che caldamente consigliamo e fondamentali per capire cos’è il potere, cioè Sorvegliare e punire, di Michel Foucault; e di come la democrazia possa essere una finzione/favola raccontata per noi da élite e oligarchie, L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse. 

Il demos vive infatti da tempo in una sorta di dissociazione politica e mentale, posto che – ultimo esempio – da una parte pone tra le sue maggiori preoccupazioni l’economia/impoverimento e la crisi climatica (ultimo sondaggio della RSI in vista delle elezioni cantonali), ma poi vota per partiti che nulla fanno e nulla vogliono fare per cambiare modello economico, cambiamento che è invece la condizione necessaria per risolvere quei problemi.

Ma torniamo al conflitto tra tecno-capitale e democrazia. E lo facciamo con l’ultimo libro tradotto in italiano del filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han, dal titolo Infocrazia (Einaudi). Ancora più esplicito è il sottotitolo: Le nostre vite manipolate dalla rete. 

Infocrazia, appunto, cioè il potere dell’informazione e dei dati. Tutto dentro al potere del digitale, che è un potere di imprese private che lo producono esclusivamente per fini di profitto privato, espropriando il demos dal potere. E questo genera un drammatico problema per una democrazia che voglia essere invece davvero una democrazia. Perché la democrazia – è il suo pregio e la sua virtù – ha bisogno di tempo per riflettere e poi decidere; necessita cioè di stabilità temporale: tutto il contrario di ciò che producono la tecnologia e il capitale, oggi anche attraverso informazioni sempre più veloci e irriflessive (è una infodemia, per sua natura “resistente alla verità”), da consumare (sono informazioni-merce) sempre più in fretta. 

E questa loro instabilità temporale e la loro continua accelerazione frammentano la nostra percezione e la nostra capacità/possibilità di costruzione di un senso delle stesse informazioni, così disorientandoci e riducendoci a oggetti puramente passivi di manipolazione. E su tutto, siamo diventati produttori di dati h24 per il capitale, siamo una miniera da sfruttare, siamo – aggiungiamo – forza lavoro a mobilitazione totale e a pluslavoro totale, cioè produciamo dati lavorando gratis per le piattaforme digitali tecno-capitaliste, così compiendosi la più perfetta forma di alienazione – di marxiana ma anche psicoanalitica memoria.

Siamo apparentemente liberi, scrive Byung-Chul Han, ma siamo incapaci di discutere con gli altri e il nostro condividere in rete – aggiungiamo ancora – è solo una sommatoria di monologhi che cercano followers e like, ma che escludono ogni forma di vero dia-logo (un altro degli elementi base della democrazia, oggi soffocato dalla tecnologia e dalla mercificazione della vita) e di ascolto dell’altro. E pensare che anni fa molti volevano convincerci che la rete era in sé libera e democratica, quando non lo è mai stata e non lo può essere per la contraddizione che non lo consente. Di più, ancora Byung-Chul Han: nel digitale, libertà apparente e sorveglianza concreta coincidono – ma è evidente che una sorveglianza di massa e h24 è intrinsecamente in conflitto con la libertà e la democrazia. Eppure, lo accettiamo – di essere sorvegliati  – e con questo siamo noi stessi che svuotiamo la democrazia e la stessa nostra libertà. 

Byung-Chul Han lo chiama regime dell’informazione, “quella forma di dominio nella quale l’informazione e la sua diffusione determinano in maniera decisiva, attraverso algoritmi e Intelligenza Artificiale, i processi sociali, economici e politici”. Perché oggi, “decisivo per la conquista del potere non è il possesso dei mezzi di produzione, bensì l’accesso a informazioni che vengono utilizzate ai fini della sorveglianza psicopolitica [psicopolitica è il concetto sviluppato da Han andando oltre la biopolitica di Foucault], del controllo e della previsione dei comportamenti [della psiche, cioè, da qui il neologismo di Byung-Chul Han]. Il regime dell’informazione si accompagna al capitalismo dell’informazione, che evolve in capitalismo della sorveglianza e declassa gli esseri umani a bestie da dati e consumo”. Cioè formattati a produrre sempre più dati e a consumare sempre di più.

Perché “quanti più dati generiamo, quanto più intensivamente comunichiamo, tanto più efficiente diventa la sorveglianza. […] Nel regime dell’informazione gli esseri umani non si sentono sorvegliati, ma liberi. Paradossalmente è proprio il senso di libertà [che trasmettono le nuove tecnologie] a garantire il dominio” del tecno-capitale. A cui ciascuno di noi si sottomette senza che venga in realtà esercitata su di lui alcuna forma di coercizione esterna (anzi e appunto, crediamo di essere liberi), mettendoci volontariamente e liberamente in mostra, diventando liberamente trasparenti alla profilazione del tecno-capitale, che sfrutta la socialità degli umani, restando però ben nascosto, come i suoi profitti, dietro algoritmi e IA. 

“La sorveglianza si insinua nella quotidianità sotto forma di convenienza” e di aiuto/assistenza; cioè noi familiarizziamo sempre più con la tecnologia e il profitto è fatto. E non ci ribelliamo, anzi “nella prigione digitale come zona del benessere smart non si solleva alcuna resistenza al regime dominante. Il like esclude qualsiasi rivoluzione”. 

Di più: con il suo dataismo “il regime dell’informazione manifesta tratti totalitari. Esso aspira a un sapere totale”. E le vecchie ideologie politiche del ‘900 hanno da tempo ceduto il passo al potere del calcolo matematico. Cioè “il dataismo vuole calcolare tutto ciò che è e che sarà. Le narrazioni [religioni, ideologie, filosofie del passato] cedono il passo ai calcoli algoritmici”. Agendo sul nostro inconscio digitale. Perché “Big Data e intelligenza artificiale” – continua Byung-Chul Han – “consentono al regime dell’informazione di condizionare il nostro comportamento a un livello posto al di sotto della soglia di coscienza”, creando dipendenza (attraverso la dopamina che si attiva ad ogni like che riceviamo) e compulsione (reagiamo come cani pavloviani ad ogni avviso di notifica).

Pessimismo, quello di Byung-Chul Han? Temiamo sia piuttosto l’autentica condizione in cui ci troviamo, come individui e come democrazie. Certo, anche questo suo libro ci aiuta a capirla meglio, questa nostra condizione – e nel libro c’è di più e anche altro rispetto a ciò che abbiamo qui riassunto – e ci invita a resistere. Ma ne siamo capaci, oppure – e chiudiamo con un dubbio – abbiamo ormai superato il punto di non ritorno?


C’era una volta la democrazia

Il regime dell’informazione capillarmente diffusa da ciascuno di noi e gestita da algoritmi e intelligenza artificiale 

C’era una volta, in un paese lontano lontano… la democrazia. Certo, la democrazia non è mai esistita nella realtà vera – era una favola e come tutte le favole è una finzione, però era/è una bellissima favola – e sempre è stata assoggettata a un controllo e a un governo eteronomo da parte di oligarchie, classi dominanti, complessi militari-industriali-tecnologici, élite, eccetera eccetera. Il liberalismo e la borghesia hanno sempre negato la vera democrazia che pure invocavano per sé (ma non per gli altri) e il marxismo altrettanto, anche se una fine marxista come Rosa Luxemburg scriveva: “nessuna democrazia senza socialismo, nessun socialismo senza democrazia”.

La democrazia è forse un’utopia, fatta per essere continuamente tradita, ma questo è appunto il suo fascino, che però comporta anche una sua continua e doverosa manutenzione da parte del demos, dei cittadini. E come è stato detto – Churchill – “la democrazia è la peggiore forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. Ma è anche vero che oggi, priva di manutenzione, la democrazia – e molto più di ieri – è sotto attacco da parte di nuovi poteri forti/oligarchici/anti-democratici, come quelli della finanza e della tecnologia; e da parte di vecchi poteri forti/oligarchici mai sconfitti, quelli del complesso militare industriale occidentale che oggi vuole una guerra più grande in Ucraina e spinge per una sua escalation, nonostante il capo di stato maggiore dell’esercito statunitense, generale Mark Milley continui a ripetere che, a un anno dall’invasione russa, non c’è soluzione militare al conflitto.

Così confermandosi anche oggi ciò che scriveva la filosofa Simone Weil cento anni fa, cioè che “così come il capitale moltiplica gli scambi e la ricerca del profitto [oggi diciamo globalizzazione], così il potere militare moltiplica le guerre” – e oggi siamo nella terza guerra mondiale, come dice papa Francesco, sicuramente a pezzi, ma anche quasi totale. Perché, sempre Simone Weil, “per il potere economico si tratta assai meno di costruire che di conquistare; e poiché la conquista è distruttrice, il capitalismo si orienta interamente verso la distruzione”, come è oggi ancor più evidente con la crisi climatica e con il nuovo colonialismo praticato anche dalle cosiddette democrazie per accaparrarsi le risorse naturali, dal cobalto alle terre rare, necessarie per far funzionare, facendo crescenti profitti, le ultime due forme storiche – fino ad ora – di capitalismo, quello digitale e quello della sorveglianza di massa.

Ma soprattutto, si pone il problema del conflitto strutturale tra democrazia e tecnologia. Perché quella rete che si era offerta (ma erano solo propaganda e marketing) come libera e democratica in sé – insieme al neoliberalismo che vuole trasformare la società in mercato, quindi negando la democrazia pur sostenendo che solo il mercato è la vera democrazia – oggi si dimostra essere il pericolo maggiore proprio per la libertà individuale e la democrazia: e non solo perché siamo tutti spiati h24 da imprese industriali/commerciali per il loro profitto privato (oltre che dagli Stati), molto peggio che nei totalitarismi novecenteschi, ma perché oggi il mondo è governato da multinazionali che riescono anche a fare a meno dello stato, governando esse stesse la vita di miliardi di persone attraverso quella che abbiamo chiamato la digitalizzazione delle masse – oppure lo fanno cercando alleati nella politica, come nel famoso caso Cambridge Analytica/Facebook alle elezioni americane – manipolate digitalmente – del 2016.

Lo conferma una notizia di qualche giorno fa, ultima di una lunga serie, così raccontata dal giornalista Michele Giorgio: “Dopo la NSO, creatrice del famigerato spyware Pegasus impiegato da dittature e governi autoritari [ma non solo] per spiare oppositori, dissidenti e giornalisti, ieri è stata smascherata un’altra società israeliana accusata di pirateria informatica, la Demoman International (DI). A guidarla è Tal Hanan […]. Agisce con il nome in codice di Team Jorge […]. Incassa tra 400mila e 600mila dollari al mese per fare disinformazione automatizzata e influenzare, cioè manipolare, elezioni e referendum in tutto il mondo. […] Tal Hanan, illustrando ed esaltando le capacità della sua azienda, ha detto di ‘essere intervenuto in 33 campagne elettorali a livello presidenziale’, dal Kenya alla Catalogna. Di queste, “27 sono state un successo’”. Ovvero, i brogli elettorali sono anch’essi digitalizzati e questa tecnologia, essendo capitalista, è distruttiva (Weil, vedi sopra) per sua essenza; così come la democrazia, che viene sottoposta alle leggi distruttive del mercato, dove basta pagare e della democrazia stessa viene negato addirittura il fondamento.

Storia antica, si dirà – ed è vero, verissimo. I brogli elettorali non sono una novità. Ed è appena scoppiato lo scandalo delle lobby al Parlamento europeo, ma tutti i parlamenti sono soggetti al potere delle lobby (anche questa è una vecchia storia), Svizzera compresa, Stati Uniti su tutti. Quegli Stati Uniti che sono la più falsa e la più ipocrita delle democrazie; che denunciano la Russia per avere commesso crimini contro l’umanità in Ucraina (tutto vero, giustissimo giudicare Putin come criminale, lo abbiamo scritto fin dal primo giorno di guerra), dimenticando quelli commessi dagli Usa per i suoi interessi in giro per il mondo; e questo, insieme perseguitando Julian Assange reo di avere esercitato il sacrosanto diritto/dovere democratico alla libertà di parola e di espressione e senza il quale non conosceremmo i crimini contro l’umanità commessi dagli Usa.

Alle lobby, alle industrie, alla finanza e alla tecnica – quella tecnica che, basandosi sul calcolo oggi algoritmico e sulla sua presunzione di esattezza nonché sulla velocità di innovazione tende appunto a fare a meno della democrazia sempre troppo lenta e quindi la considera un intralcio alla massimizzazione del profitto (quindi la rimuove o la espropria o dice di essere esso stesso calcolo, la migliore forma di democrazia) – aggiungiamo i populismi e i sovranismi e le democrature e gli autoritarismi (tutte forme di neoliberalismo, ma perseguito con altri mezzi): Orban, Meloni, Trump, Putin, ieri Bolsonaro, la teocratico-populista-razzista-colonialista Israele, la Corte suprema americana, in Svizzera l’Udc, eccetera – che sono altri modi con cui, democraticamente, si svuota la democrazia e quello stato di diritto che ne è parte costitutiva, sempre in nome di interessi di parte (il capitale).

Ovvero, anche il demos, che pure fonda la demo-crazia, a volte ama suicidarsi, come scriveva il filosofo e psicoanalista Erich Fromm (pochi lo ricordano, ma per molti anni aveva vissuto a Muralto, dove poi era morto nel 1980) nel suo magistrale saggio Fuga dalla libertà; ma come, molto prima, scriveva, anche se in un altro contesto, Etienne de la Boétie (detto Boezio) nel suo Discorso sulla servitù volontaria, alla metà del Cinquecento.

Insomma, la democrazia è sì la migliore forma di governo esistente/esistita (ma neppure quella greca era una vera democrazia), ma oggi sta decisamente male. Svuotata ed espropriata sempre più da tecnologia, finanza, industria, populismi, lobby, oligarchie/élite/tecnocrazie, mercati; ma soprattutto da noi stessi, che lasciamo fare.

Nell’immagine: il termine “democrazia” (democracy) visualizzato dall’intelligenza artificiale del  software Crayon


L’aziendalizzazione del mondo e della vita

Il regime dell’informazione capillarmente diffusa da ciascuno di noi e gestita da algoritmi e intelligenza artificiale 

Se sbaglio, correggetemi. Ma la sensazione è che alcune recenti dichiarazioni (del 2 febbraio scorso) di Monika Rühl, Presidente della direzione generale di Economiesuisse, siano state dimenticate troppo in fretta. E invece sono importanti, perché riguardano il modo in cui stiamo costruendo (o meglio: rottamando) il mondo e noi stessi.

Al di là di frasi ormai scontate – in Ucraina c’è una guerra devastante, “l’economia globale si sta raffreddando, le catene di approvvigionamento internazionali sono interrotte, la società sta invecchiando e l’economia è alle prese con un’acuta carenza di manodopera e una minaccia latente di scarsità di energia” – la cosa importante che ha detto Monika Rühl è questa: “i politici potrebbero ispirarsi allo spirito imprenditoriale, alla forza innovativa e al dinamismo di molte aziende svizzere. Sono dell’idea che dovrebbero farlo assolutamente”. E da qui è nata la nostra domanda: ma dove vive Monika Rühl, se non vede la realtà reale? Oppure la sua è solo propaganda e vuole ancora di più, evidentemente non bastando all’economia l’enorme potere che già ha e che esercita sulle nostre vite e sul mondo, in funzione della stessa economia (capitalistica)? 

Già perché da tempo tutti noi viviamo e agiamo solo in funzione delle esigenze delle imprese e della finanza (in questo senso veniamo incessantemente formattati dal neoliberalismo e dalla tecnologia). Non siamo più infatti in una economia di mercato, bensì in una società di mercato e in una società tecnica. Detto altrimenti: tutto oggi è industria e tutto è industrializzato. Industrializzata è la produzione (ovviamente), sempre alla ricerca della massima produttività e del massimo profitto privato, attraverso l’estensione massima del nostro pluslavoro, dello sfruttamento del lavoro e dell’ambiente. 

Industrializzato è il consumo e il consumismo, dove la green economy e il green washing servono a non modificare mai la logica del far consumare sempre di più (e questa è appunto la logica industriale: produrre-consumare-produrre-consumare sempre di più). Ed essendo stata fatta morire o quasi la cultura umanistica, la cultura industriale è la cultura dominante, dove ciascuno di noi deve credersi imprenditore di se stesso mettendosi sul mercato in competizione con tutti gli altri : cioè il mercato non è scambio ma competizione sfrenata e il tecno-capitalismo ha di fatto istituzionalizzato e costituzionalizzato a livello globale quello stato di natura che invece Thomas Hobbes (1588-1679) –  e poi, e in altro modo i fautori del contratto sociale, come Locke – volevano superare perché le sue regole incivili erano il bellum omnium contra omnes e l’homo homini lupus. 

E anche la scuola e l’università sono state trasformate e vengono gestite come imprese per essere funzionali quasi esclusivamente alla formazione della forza-lavoro necessaria al sistema (dagli operai ai manager); e questo noi tutti siamo diventati: forza-lavoro, per l’industria e per il funzionamento della società come se fosse una grande fabbrica – e infatti nelle scuole il fine è generare competenze a far funzionare alla massima efficienza possibile la fabbrica/industria capitalistica del produrre-consumare, escludendo ogni pensiero critico e ogni conoscenza, soprattutto umanistica e riflessiva, le uniche capaci invece di far comprendere ai giovani come funziona (malissimo, la crisi climatica lo dimostra) il sistema tecno-capitalista.

E ancora: industria sono i social, imprese private il cui obiettivo è quello di massimizzare il loro profitto privato e non certo di favorire la nostra socialità; e industrializzata a produrre questo profitto privato è la nostra vita organizzata, comandata e sorvegliata da un apposito management algoritmico, perché oggi, nella società industrializzata del/dal capitalismo digitale, è tutta la vita umana (socialità, relazioni, affetti, pensieri, consumi, idee religiose e politiche) a essere messa al lavoro per produrre sempre più dati, cioè sempre maggiore profitto privato. 

Industria sono poi e da tempo i mass-media; industria sono Hollywood e Netflix – è l’industria culturale di cui scrivevano criticamente già nel 1947 Max Horkheimer e Theodor W. Adorno; industria è il divertimento e industrializzato è anche il tempo libero (che non deve mai essere libero, ma sempre deve generare profitto), come l’industria del turismo, che si adatta alla crisi climatica sparando neve artificiale con i cannoni, un altro modo per continuare la nostra guerra all’ambiente. 

Davvero lo spirito imprenditoriale è ovunque e in ogni luogo, lo abbiamo ormai interiorizzato e normalizzato. E non si accontenta mai, visto che pochi giorni fa  Valentin Vogt, presidente dell’Unione svizzera degli imprenditori ha chiesto di “mobilitare donne, giovani, anziani e rifugiati affinché siano integrati nel mercato dell’impiego o, nel caso già lo fossero in parte, affinché aumentino le loro ore in ufficio o nelle fabbriche” – accrescano cioè il loro spirito imprenditoriale, accrescendo il loro pluslavoro –  è un mantra delle destre e del management capitalista (lavorare di più, mai invece redistribuire meglio lavoro e ricchezza), dimenticando che la Svizzera è già nel top della classifica della produttività.

Ma industria e industrializzata – dominata anch’essa dallo spirito imprenditoriale – è anche la politica e i governi, anche quello svizzero. I partiti si sono infatti trasformati da tempo in partiti azienda (Berlusconi, per citarne uno, ma anche l’UDC); i loro leader sono definiti come imprenditori della politica e soprattutto sono fabbriche per la produzione del consenso – e il consenso è anch’esso una merce nel mercato della politica – e adottano da tempo la psicologia per manipolare le masse, oggi digitalizzate, annullando quella che un tempo si chiamava società civile (il nostro invito è di rileggere I persuasori occulti di Vance Packard, un saggio che ha ormai quasi settant’anni ma che è di una attualità sconvolgente; oppure Propaganda, di Edward L. Bernays, testo che di anni ne ha quasi cento ma che è ancora più attuale). 

Ma soprattutto – i partiti e i governi e le loro agende politiche – agiscono in funzione dell’industria e del capitale e quindi si invoca  la nostra resilienza (cioè adattamento) davanti al disastro ambientale e climatico pur di non modificare il sistema alla radice; si privilegia il mondo delle imprese e non quello del lavoro, continuando a flessibilizzarne il mercato; si cerca di imporre riforme pensionistiche, come in Francia (ma la Svizzera non è da meno) che gravano sui ceti medi e medio bassi piuttosto che tassare ricchi e super-ricchi sempre più ricchi; si mettono in competizione tra loro i territori economici, da ultimo come in Italia con la proposta leghista/liberista/egoista di autonomia differenziata; eccetera, eccetera). 

E non è forse vero che da tempo anche gli stati si auto-definiscono come stati-azienda, in competizione con altri stati-azienda? È un’evidente contraddizione in termini – lo stato non è e non deve essere come un’impresa – diventata però un luogo comune ormai accettato.

E allora è appunto propaganda sostenere che “i politici potrebbero ispirarsi allo spirito imprenditoriale, alla forza innovativa e al dinamismo di molte aziende svizzere”. In realtà, già lo fanno – e anche troppo; e non solo in Svizzera. Bisogna agire proattivamente e con lungimiranza, sostiene ancora Economiesuisse. Lungimiranza? Una predica che il mondo dell’impresa – che guarda solo al profitto a breve termine – poteva risparmiarci.

P. S.: Alphabet, casa madre di Google, ha annunciato l’arrivo di Bard, un robot di conversazione basato sull’IA e al quale sarà possibile fare domande, chiedere pareri, sollecitare ricerche. “Aiuterà persone, imprese e comunità a sviluppare il loro potenziale”. Ma è lo stesso slogan che da almeno tre decenni l’industria hi-tech usa per venderci ogni sua innovazione, per accrescere i propri profitti spacciandosi come mezzo per accrescere appunto il nostro potenziale (in realtà sempre per assecondare le esigenze delle imprese e accrescere la nostra produttività e il nostro capitale umano, ma mai per noi stessi). Ovvero, è pubblicità-propaganda – di nuovo – per noi gonzi tecnologici che però ci crediamo ganzi tecnologici perché smanettiamo h24 sullo smartphone. Intanto però anche Alphabet ha confermato che taglierà il suo personale nel mondo di 12.000 unità. Ma niente paura, si chiama appunto spirito imprenditoriale.


Massaggi per la mente: gli stenogrammi filosofici di Günther Anders

Il regime dell’informazione capillarmente diffusa da ciascuno di noi e gestita da algoritmi e intelligenza artificiale 

“Rimpicciolire i fatti significa: soffocare i fatti. Soffocare i fatti significa: dominare quegli uomini che (non da ultimo perché da questi fatti sono minacciati) hanno il diritto di conoscerli e che eventualmente potrebbero ribellarsi. Dunque: rimpicciolimento dei fatti significa oppressione dell’uomo”. Lo scriveva uno dei maggiori filosofi del ‘900, Günther Anders (1902-1992) – Stern il suo vero cognome – filosofo dell’olocausto, della minaccia atomica ma soprattutto filosofo della tecnica e forse ancora di più filosofo dello svelamento e della critica del potere e del conformismo. 

Filosofo scomodo, ovviamente, come dovrebbero essere tutti i veri filosofi. E chi non lo ha mai letto ha ora l’occasione per avvicinarsi al suo pensiero con una raccolta di suoi aforismi dal titolo: Stenogrammi filosofici (Bollati Boringhieri), per l’ottima cura e traduzione oltre che per la perfetta Prefazione di Sergio Fabian, con una Postfazione di Rosalba Maletta. 

Sarà una sorpresa allora, chiuso il libro di Anders (pubblicato per la prima volta nel 1965), scoprire che i filosofi non scrivono solo saggi per pochi eletti, con frasi contorte e autoreferenziali, ma esistono anche filosofi profondi ma leggibilissimi e godibilissimi e che grazie alla loro chiarezza e al loro guardare il mondo per come è ci pongono davanti a questioni grandi e importanti, che noi invece tendiamo a rimuovere, a rimpicciolire appunto: come ieri, per Anders, la minaccia delle armi atomiche; come oggi, per noi, la crisi climatica che appunto il potere ci porta a rimpicciolire con la sua pedagogia (crescente e sempre più insistita, se ci fate caso) per generare la nostra resilienza (cioè l’adattamento alla crisi climatica stessa, importante è non modificare mai, né mettere in discussione il sistema), risolvendo con i cannoni per la neve artificiale – e quindi permettendo la sua riproducibilità come sistema tecno-capitalista del profitto, che è ecocida e nichilista per vocazione e per sua essenza – la continuazione dell’industria/business del turismo e del divertimento/godimento che invece è ad alto impatto climatico. 

Una analoga azione di rimpicciolimento è svolta dal potere contro l’aumento delle disuguaglianze nel mondo (è appena uscito l’ultimo Rapporto Oxfam, da leggere), così che a nessuno venga in mente di tassare davvero i ricchi sempre più ricchi. Perché il rimpicciolimento è funzionale a “rendere gestibile emozionalmente la smisuratezza del terribile” (Anders) che pure è sotto i nostro occhi.

Servirebbe dunque e invece e urgentemente una azione contraria al rimpicciolimento, cioè “l’attività di coloro che riportano i fatti rimpiccioliti alla dimensione del visibile, che ridanno la loro forma reale agli avvenimenti nascosti, che rimettono al loro posto ciò che è alterato”. E invece questa azione, dal potere e da tutti noi conformisti “viene definita esagerazione”. Al contrario, scrive Anders, dobbiamo esagerare, “perché l’esagerazione è un atto politico. Definisce una azione di libertà: la liberazione dei fatti dalla minuscola cella in cui li ha rinchiusi il rimpicciolimento. E pertanto, esagerare produce la liberazione dell’uomo: in direzione della verità”. Ma ne siamo capaci? Siamo capaci di ingrandire e di muoverci in direzione della verità? Siamo capaci ancora di compiere azioni di libertà – non a parole (in questo siamo bravissimi), ma concretamente?

Pensiamo al nostro dover consumare sempre di più, anche quando oggi è mascherato da green economy e da economia circolare. In effetti, scriveva allora Anders – ma oggi siamo appunto nella stessa condizione esistenziale – “il trend indica un consumo ininterrotto, un’esistenza in cui noi consumiamo ininterrottamente così come respiriamo. E poiché non c’è nulla che non diventi oggetto di consumo [uomo compreso] l’avvicendarsi di un oggetto di consumo a un altro garantisce la continuità del consumo”, cioè della produzione, perché il consumo, scriveva  sempre Anders è il vero mezzo di produzione. Ma così entriamo, continuava, in una “condizione animale. Anzi, la condizione degli animali più triviali […] quella del pollo, del perennemente beccante. […] Poiché non hanno bisogno che qualcos’altro li interessi, sono anche defraudati della facoltà di interessarsi a qualcos’altro. Vivendo nel paese della cuccagna […] se sperimentano lo spazio è tutt’al più quando cercano di scappare, cioè nella fuga”. Non però “verso l’aperto, ma verso il chiuso; non verso la scoperta ma verso il coperto. In breve: restano piccoli borghesi. […] Ecco: il piccolo borghese è ciò che dobbiamo aspettarci come esito finale dell’avventura tecnica, poiché la tecnica consegna a domicilio il mondo come piacevole consumo permanente. Il piccolo borghese, sempre che l’umanità non si estingua prima del raggiungimento di questo punto più basso, sarà l’ultimo uomo”. 

E tutti siamo diventati – oggi ancora di più – piccoli borghesi. Anche noi rimpiccioliti, in un mondo di fatti rimpiccioliti e di esistenze rimpicciolite anche se sempre più narcisiste e megalomani. E sempre più connesse: e già ci precipitiamo su ChatGpt, dove la nostra alienazione da noi stessi e il nostro rimpicciolimento esistenziale e intellettuale rispetto alle macchine sta compiendo un ulteriore passo avanti verso il peggio: perché se Google ci presenta una serie di link a siti web dove cercare le risposte, confrontare e approfondire (e quindi all’uomo resta una parte, anche se sempre più ridotta, di azione consapevole), l’IA di ChatGpt (che Anders non poteva conoscere) ci solleva anche da questa fatica, dandoci una sola risposta, unica e immediata sulla base delle sue ricerche: di cui però non conosciamo le fonti, né sappiamo come vengono generate le risposte. Però noi ci fidiamo di questa esattezza, perché basata sul calcolo e il calcolo (non più Dio, non più la Ragione) è per noi la verità. E più siamo calcolabili, più diventiamo solo numeri/dati, quindi sempre meno siamo esseri umani.

La tecnica, appunto. Quella di oggi profondamente diversa da quella del passato, perché (Anders) oggi non esistono più macchine singole (non solo il martello, ma anche la mia vecchia macchina da scrivere meccanica), ma macchine che si devono integrare in macchine sempre più grandi e sempre più automatiche e che imparano da sole e si accrescono da sole come sistema tecnico: Anders lo chiamava principio di convergenza delle macchine, che  ci porta verso il totalitarismo degli apparecchi e degli apparati tecnici – un processo potentissimo, ma così rimpicciolito e così ben mascherato da una illusione di libertà che non lo vediamo, che non dobbiamo vederlo. 

Perché dobbiamo essere illusi di una libertà che in realtà non abbiamo (e più siamo connessi, meno siamo davvero liberi), perché l’industria del conformismo, scriveva Anders, ci defrauda della libertà e noi accettiamo felici questo defraudamento. Una industria che ci lavora psicologicamente in questo modo: “Convincere noi, milioni di defraudati del proprio sé che invece siamo o abbiamo un sé. Sollecitarci a esprimere il nostro sé (che non abbiamo) […] persuadendoci che noi siamo qualcosa di più di semplici destinatari. E, cosa ancora più ridicola, è che ne siamo davvero convinti”. E a produrre questa defraudazione e questa illusione non servono forse il marketing, il management delle risorse umane,  il feticismo per le nuove tecnologie, l’industria del divertimento e della distrazione di massa?

Fin qui ci siamo limitati a estrarre da Stenogrammi filosofici pochi spunti, a nostro gusto e scelta ma con il nostro amore intellettuale, di lunga data, per Günther Anders. Se vi sono piaciuti, allora potete fare un nuovo passo e leggere i due volumi della sua opera più famosa, L’uomo è antiquato (sempre Bollati Boringhieri), sempre con il suo stile e la sua chiarezza. Per riflettere davvero sulla tecnica, sul fatto che le forme tecniche diventano sempre più forme sociali, che tra noi e la tecnica esiste un drammatico dislivello prometeico, che siamo sempre meno soggetti della storia e che la storia è fatta sempre più dalla tecnica a prescindere da noi – per cui, come sosteniamo da tempo, non siamo più nell’antropocene ma nel tecnocene – ovvero Anders ci aiuta come pochi altri a capire il mondo di oggi e a non essere stranieri a noi stessi. 

Pessimista, Anders? Meglio dire, realista. E leggerlo è allora importante. Perché “la lampadina che pretende di essere grande come la stanza che deve illuminare è una assurdità. Io cerco di fabbricare delle lampadine, non delle stanze. Talvolta addirittura delle lampadine volutamente così poco luminescenti da rischiarare la camera solo quel tanto, ma appunto solo quel tanto, da mostrare il buio che vi regna”. E grande è oggi il buio che ci circonda. Da cui provare a uscire seguendo due massime di Anders: “diventa ciò che non sei, oppure: sii ciò che diverrai”.


Non ce la faremo mai

Il regime dell’informazione capillarmente diffusa da ciascuno di noi e gestita da algoritmi e intelligenza artificiale 

“Comprereste un’auto usata da quest’uomo?” era un famoso slogan politico dei democratici americani contro Richard Nixon nel 1960, quando Kennedy lo sconfisse alle elezioni presidenziali. Tornò di moda dopo che Nixon divenne presidente degli Stati Uniti nel 1968 e poi nel 1972, prima di essere costretto alle dimissioni dallo scandalo Watergate. E il venditore di auto usate era un personaggio negativo nella cultura popolare americana, uno che mente deliberatamente sul passato e sui possibili difetti delle macchine che vuole vendere. Similmente potremmo dire: in Tribunale, per giudicare un ladro o un assassino accettereste una giuria di ladri e di assassini? E ancora: nominereste ministro della cultura un produttore di Hollywood; e alla transizione ecologica un petroliere? Certamente no. E invece è successo e continua a succedere.

Infatti il governo degli Emirati Arabi Uniti ha anticipato l’intenzione di affidare all’amministratore delegato della Abu Dhabi National oil company, l’azienda petrolifera di Stato – Ahmed al-Jaber – la presidenza del vertice Onu sul clima, la COP 28, in programma alla fine del 2023. Immediatamente, la notizia ha scatenato un coro di polemiche da parte degli ambientalisti, ma è anche l’ultimo segnale di come il capitalismo sia determinato a impedire in ogni modo e con ogni mezzo ogni seria decarbonizzazione dell’economia, ogni vero passaggio dalle fonti fossili a quelle rinnovabili. Non si limita più a fare lobbying – lo fa da tempo – ma si prende in carico in prima persona il governo della (non)transizione ecologica: importante è annacquare, rinviare, prendere impegni sì ma non troppo vincolanti, invocare il concetto di resilienza (che, tradotto dall’industrialese e dal capitalese significa che dobbiamo adattarci alla crisi climatica – anche perché, ma questo il capitale non ce lo dice, la crisi climatica e la gestione delle emergenze sono una grande fonte di profitto privato, e si chiama shock economy).

A conferma che questo obiettivo ecocida è perseguito con determinazione e pianificazione dal capitalismo energetico/energivoro e finanziario e dai governi complici, ecco l’altra notizia, che in realtà è una conferma: gli scienziati della Exxon avevano previsto con certezza ed esattezza e con largo anticipo il cambiamento climatico, anche se la compagnia petrolifera per anni ha alimentato dubbi sulle verità della scienza intorno al clima proprio per evitare che i combustibili fossili – e quindi i profitti privati della Exxon e del capitalismo petrolifero, posto che la tecnica di manipolazione è stata perseguita non solo dalla Exxon – venissero abbandonati. Lo dice uno studio pubblicato sulla rivista Science, secondo il quale le previsioni degli scienziati della stessa Exxon, fra il 1977 e il 2003, anticipavano con precisione l’aumento delle temperature di 0,2 gradi ogni decennio. Comportamento criminale di Exxon? Non abbiamo altri termini per definirlo. Ma lo stesso comportamento criminale e negazionista è stato tenuto ieri dall’industria del tabacco, ieri e oggi da quella farmaceutica, oggi dall’agrobusiness che arriva persino a tentare un golpe nel Brasile di Lula pur di poter continuare la deforestazione in Amazzonia.

Ma torniamo agli Emirati. Al-Jaber è anche ministro dell’Industria ed è inoltre a capo di Masdar, società di rinnovabili di cui la National oil company detiene il 24 per cento. Jaber, in effetti, è stato anche tra i promotori del piano di decarbonizzazione degli Emirati, paese che è il settimo produttore mondiale di greggio e ha riserve accertate pari a 98 miliardi di barili di petrolio, ma che occupa anche il quarto posto per il maggiore impatto pro-capite di CO₂. Basta questo tocco di green per farne un sostenitore delle energie rinnovabili e per metterlo appunto a capo della COP 28? Evidentemente no, sarebbe davvero ingenuo crederlo e dobbiamo pensare piuttosto a una delle classiche e sempre più diffuse tecniche di green-washing, o di cambiare il packaging senza cambiare il prodotto – e dobbiamo pensarlo anche senza dover scomodare la frase attribuita a Giulio Andreotti, cioè: a pensar male del prossimo si fa peccato ma quasi sempre si indovina. E in questi casi si indovina sempre.

Di più: sarà il primo amministratore delegato di una impresa capitalistica a presiedere una COP, a dimostrazione che il potere del capitale ormai governa il mondo e lo piega ai suoi interessi. “Porteremo un approccio pragmatico, realistico e orientato alla soluzione” ha dichiarato il sultano (ma non dimentichiamo che il suo Paese ha inviato il più grande contingente di lobbisti del settore alla Cop27 conclusasi nei mesi scorsi), e lo ha fatto con tipica neolingua industrialista e neoliberale che tanto ci affascina e tanto affascina tutti i politici del mondo. Parole che sembrano dette, di nuovo, da un venditore americano di auto usate (con tutto il rispetto dovuto ai venditori onesti di auto usate). E tutto diventa ancora più preoccupante se anche la Ue fa un endorsement al sultano, con il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans – e che pure è socialista e ha la delega per il Green Deal – ha twittato un caloroso benvenuto: “non vedo l’ora di incontrare di nuovo Sultan Al Jaber questo fine settimana e iniziare il nostro lavoro sulla Cop28”.

D’altra parte – e sono altri due esempi, tra i mille possibili, di porte girevoli tra Stato e capitale, cioè di collusione tra struttura economica capitalistica e sovrastruttura politica, istituzionale e giuridica, cioè di democrazie solo formali e in realtà dominate sostanzialmente dall’oligarchia del business, cioè dal capitalismo – perché dunque stupirsi se il ministro italiano della difesa del governo Meloni, Guido Crosetto era stato, fino al giorno prima della nomina, Presidente della Associazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza (AIAD), nonché azionista di imprese di lobbying? E perché stupirsi e indignarsi di un petroliere nominato Presidente di COP 28 se in Svizzera Albert Rösti – da tempo lobbista dell’industria, del petrolio e del nucleare – è stato nominato a capo del Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e della comunicazione (Datec)? E infatti non ci indigniamo.

Nell’immagine: Ahmed al-Jaber con i suoi collaboratori per la salvaguardia dell’ambiente sullo sfondo di un paesaggio bucolico


Macron, ma è solo una gaffe?

Il regime dell’informazione capillarmente diffusa da ciascuno di noi e gestita da algoritmi e intelligenza artificiale 

“Chi avrebbe potuto prevedere la crisi climatica?” – ha detto il Presidente francese Macron, scatenando le ire di climatologi e ambientalisti. Già, perché in realtà gli scienziati ci allarmano da almeno vent’anni su questa crisi che sta diventando sempre più grave e pericolosa, intrecciandosi sempre più con la crisi sociale. Questo mentre le notizie sulla crisi ambientale – effetto del conflitto strutturale e radicale del tecno-capitalismo nei confronti della Terra – ci rimanda ai primi anni Sessanta del secolo scorso (ma anche a molto prima), esplodendo poi con il Rapporto del Mit al Club di Roma del 1972 sui limiti della crescita e con la nascita dei movimenti ecologisti / ambientalisti.

Una gaffe: così sono state definite le parole di Macron – e gaffe significa una frase (ma anche un atto o un comportamento) maldestra o incauta, non adatta né al momento né alle circostanze. Ma davvero possiamo / dobbiamo considerarla una gaffe? In realtà ci sembra piuttosto l’espressione plastica di un negazionismo nei fatti che accomuna tutti i governi del mondo, posto che dall’Accordo di Parigi sul clima del 2015 – lo stesso anno di pubblicazione dell’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, radicale e magistrale critica del nostro modello irrazionale di economia e di tecnica e che tutti, credenti e non credenti dovremmo leggere e rileggere nella sua parte di analisi, come un livre de chevet – fino al fallimento dell’ultima Cop 27 è tutta una grande retorica, e solo retorica, sulla crisi climatica, a cui poi non seguono trasformazioni davvero radicali di questo modello ecocida.

Quella di Macron non è stata dunque una semplice gaffe: è invece il sintomo non tanto di ignoranza (comunque grave, per un capo di Stato), ma di una intrinseca incapacità, o meglio non-volontà della politica di capire il problema climatico e ambientale, la sua drammaticità e la sua storicità, cioè il suo non essere qualcosa di imprevedibile, ma l’esito inevitabile di tre secoli di capitalismo industriale e di sfruttamento della Terra. E quindi il problema non è il neoliberismo – errore in cui cadono anche le sinistre – bensì il tecno-capitalismo e, a monte, la (ir)razionalità strumentale/calcolante-industriale che lo produce e lo fa funzionare. Diventata ormai la nostra forma e norma unidimensionale di vita (produrre-consumare-produrre-consumare e sprecare); la nostra compulsiva way of life; la nostra sedimentata antropologia. 

E se ci pensiamo, tutta la politica (dall’America capitalista alla Cina comunista, passando per l’Europa) si riduce ad essere una mera sovrastruttura (diritto, agende di governo, educazione e scuola, management e marketing, industria culturale e dello spettacolo/divertimento, Fondo monetario, Organizzazione mondiale del commercio, Wef di Davos) funzionale al funzionamento e alla riproducibilità senza ostacoli e limiti della struttura tecno-capitalista; e per struttura intendendo i mezzi di produzione e oggi soprattutto i mezzi di connessione (le piattaforme tecnologiche della rete), la Silicon Valley, il capitalismo della sorveglianza e il Big Data. In verità, struttura e sovrastruttura formano ormai da tempo una superstruttura unica, per la quale vale la profezia – in realtà nel tecno-capitalismo è tutto rigorosamente pianificato – per cui deve essere più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. E che il capitalismo fosse diventato una gabbia d’acciaio lo aveva capito Max Weber più di cento anni fa, una gabbia che ci imprigionerà fino a che non sarà estratto e consumato l’ultimo quintale di carbone (oggi di petrolio, gas o dati).

Perché questo è il tecno-capitalismo: una pianificazione per la trasformazione della società in mercato e industria e per l’automatizzazione della vita mediante macchine e algoritmi; una pianificazione perseguita da tre secoli a questa parte con determinazione e determinismo fideistico, prometeico e industrialista, in un crescendo rossiniano. 

E allora, se è giusto criticare i giovani ecologisti che imbrattano i muri dei palazzi del potere e i quadri nei musei o si incollano al catrame delle strade bloccando il traffico e vengono arrestati e poi processati – una forma di protesta assolutamente controproducente per il fine che vuole raggiungere – non dovremmo invece portare sul banco degli accusati proprio chi ci governa? Accusandoli di correità con chi produce il cambiamento climatico – a loro volta accusabili di crimini contro l’umanità di oggi e di domani? Non dovrebbe – la società civile del mondo, noi tutti se fossimo cittadini del mondo e non ci chiudessimo dentro le nostre frontiere fisiche e psichiche – chiamare appunto in giudizio chi ci governa? Dovremmo. 

In realtà siamo anche tutti noi – al di là delle risposte green che diamo ai sondaggi e dello smaltimento intelligente/riciclaggio e riuso dei nostri rifiuti – ad essere complici del sistema, proprio perché sussunti nel sistema e modificati dal suo incessante human engineering, cioè dall’azione di questa superstruttura che è irrazionale nella sua stessa radice, cioè la (ir)razionalità strumentale/calcolante-industriale – e quindi, ci ripetiamo, il problema non è solo il neoliberismo, figlio semmai anch’esso di questa stessa irrazionalità.

Svegliamoci!, ha scritto un grande filosofo come Edgar Morin (ne abbiamo parlato recentemente in questa sede). E invece votiamo sempre più a destra, quelle destre conservatrici/populiste/sovraniste sempre e comunque complici del tecno-capitalismo e negazioniste di fatto della crisi climatica e ambientale (vedi UDC e Lega; vedi Meloni e Lega in Italia). Per tacere delle sinistre, anch’esse ormai incapaci di immaginare di poter/dover rovesciare la profezia o il piano, cioè facendo morire il capitalismo per salvare la Terra – e noi stessi.  Perché il tecno-capitalismo non è il nostro destino e non è la fine della storia ma si può e si deve modificare cercando altro e di meglio (lo impone appunto la crisi ambientale e climatica). E per iniziare a immaginare e a progettare altro dalla pianificazione tecno-capitalista si potrebbe rileggere Karl Polanyi e il suo La grande trasformazione (Einaudi); o leggere gli ottimi scritti di Cornelius Castoriadis in Contro l’economia e da poco pubblicati da Luiss University Press. 

Immagine dal sito di Stop Ecocide International


Smontare la ‘macchina del tempo’

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La macchina del tempo non è quella, fantascientifica, immaginata da H. G. Wells nel suo racconto del 1895. Neppure è la DeLorean della serie Ritorno al futuro, di Robert Zemeckis. In realtà, la macchina del tempo non è fantascienza ma esiste da tre secoli e si chiama economia & industria. 

È una macchina che non ci permette certo di viaggiare nel tempo, ma che produce per noi  e che ci impone – accelerandoli incessantemente – i tempi di vita, di lavoro, di consumo, di navigazione in rete – perché quanto più tempo siamo connessi più dati produciamo quindi creiamo maggiore profitto per le imprese del Big Data. Una macchina di produzione, organizzazione, comando e controllo del tempo e dei tempi individuali e sociali chiamata ieri fordismo-taylorismo e poi lean production e poi just in time e poi anche just in sequence e oggi digitale. 

Una macchina la cui benzina è la razionalità strumentale/calcolante-industriale che ci domina da tre secoli a questa parte, dall’inizio della rivoluzione industriale. Una macchina che sfida incessantemente Dio – per chi crede – che impiegò sei giorni per creare il mondo e il settimo giorno si riposò. E quindi lavorava ancora in termini di giornate di lavoro, mentre il tecno-capitalismo ragiona e organizza e comanda e sorveglia il nostro tempo di produzione, di consumo, di produzione di dati e quindi di vita al centesimo di secondo (come nel taylorismo digitale dell’Industria 4.0), ha cancellato la differenza tra tempo di vita e tempo di lavoro e oggi lavoriamo-consumiamo-produciamo dati h24 e sette giorni su sette. 

Ovvero, per il tecno-capitalismo – la macchina che produce (organizza, comanda e sorveglia) il tempo e il suo uso – Dio era assolutamente inefficiente e il settimo giorno di riposo è oggi considerato un tempo morto, cioè non produttivo di qualcosa e soprattutto non di valorizzazione tecno-capitalista. Dio non era un capitalista (almeno lui…), mentre il nostro dio è diventato oggi appunto il capitalismo, che è una religione dal culto incessante – lo scriveva già un secolo fa il filosofo Walter Benjamin (1892-1940) –  e oggi il nostro dio e la nostra religione, dal culto ancora più incessante è il tecno-capitalismo, la rete, il digitale, i social: tutte fabbriche per produrre profitto attraverso la divisione industriale del lavoro e l’intensificazione dei tempi-ciclo. 

Immaginare di ridurre gli orari di lavoro è quindi una assoluta ingenuità se il sistema tecnico – ancora il digitale/rete – consente al capitalismo di farci lavorare/produrre/consumare/generare dati appunto h24, spesso anche gratis. La tecnica permette cioè al capitale da un lato di allungare la giornata lavorativa e dall’altro, ma contestualmente, di intensificare, con le macchine, i tempi e i ritmi di lavoro di questa giornata ormai senza una fine.

Una volta, organizzatrici del tempo erano le religioni monoteistiche – ma lo sono tuttora in gran parte, pensiamo al Natale appena trascorso; anche se poi pure il Natale è diventato soprattutto una festa comandata capitalistica e lo si aspetta un po’ come il Black Friday. Poi – richiamando lo storico francese Jacques Le Goff (1924-2014) – è iniziato il conflitto tra tempo della chiesa e tempo dei mercanti che volevano dare un prezzo anche al trascorrere del tempo: cosa scandalosa per la chiesa, posto che se il tempo appartiene a Dio ovviamente non deve e non può avere un prezzo; ma hanno vinto i secondi.

Poi, da metà Settecento è iniziato appunto il tempo del capitalismo industriale e delle macchine, integratosi a quello dei mercati più che dei mercanti, ma ancora più potente, totalitario e pervasivo di quello dei mercanti. Un tempo industriale che tuttavia ha la propria ascendenza nel monachesimo cristiano, cui spetta l’onore di avere per primo organizzato rigidamente, suddividendola tra preghiera e lavoro, la giornata dei monaci, diventando poi il modello per il sistema industriale, che lo ha semmai esasperato. 

E un grande sociologo come Lewis Mumford (1895-1990) aveva opportunamente scritto che “l’orologio, e non la macchina a vapore è lo strumento basilare della moderna era industriale”. Da allora il tempo è diventato sempre più industriale, sempre più artificiale (e contrario al tempo biologico dell’uomo), sempre più accelerato (e rimandiamo a Hartmut Rosa e al suo ottimo Accelerazione e alienazione – Einaudi) secondo l’accelerazione imposta dalla tecnica, quindi sempre più intensificato (massimizzare l’efficienza secondo una razionalità solo strumentale/calcolante), oggi con gli algoritmi che hanno preso il posto dei vecchi controllori dei tempi e dei metodi.

Bisognerebbe allora riprenderci il controllo del tempo, per cercare tempi di vita che non siano solo quelli funzionali al funzionamento della fabbrica e del capitalismo. La crisi climatica e ambientale sempre più drammatica – per non dimenticare quella sociale – è lì a dimostrarci che questa presunta razionalità positivista e industrialista è totalmente irrazionale, che quindi avremmo bisogno di resettare il nostro rapporto con il tempo – e con la vita, nostra e della biosfera.

Per farlo, è utilissima la lettura di un breve e godibilissimo libro di Gian Luigi Beccaria, linguista e critico letterario famoso, dal titolo accattivante di In Contrattempo; e con il sottotitolo di Elogio della lentezza, da poco uscito per Einaudi. E Beccaria – “non ho rimpianti per il ticchettio della macchina da scrivere, non sono nemico delle tecniche e delle scienze” – da linguista, ci porta a ragionare appunto sul nostro rapporto sempre più malato e paranoico con il tempo capitalistico e sul conflitto tra leggere e scrivere testi letterari – “attività che richiedono, più di altre, attenzione e indugio” mentre “la velocità è una macchina di dispersione dell’attenzione” – e vedere, perché la lettura e la scrittura esigono concentrazione, “diversamente dal vedere”. 

E oggi andiamo sempre più in fretta perché il sistema e la tecnologia vogliono così, perché anche pensare, interpretare criticamente, concentrarsi, indugiare sono tutti tempi morti da ridurre possibilmente a zero. E le retoriche dominanti ci dicono e ci addestrano infatti a credere che veloce è moderno, è innovazione, è razionalità, è efficienza; lento sarebbe invece solo spreco, inutilità e inefficienza. 

Ma la velocità tuttavia – ricorda Beccaria citando Milan Kundera – “è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo”; ma questa estasi (noi aggiungiamo futuristica), è un dono avvelenato, come la famosa mela. E le Università – è una critica che per noi vale per quasi-tutte le università, soprattutto quelle anglosassoni-utilitaristiche-capitalistiche e per quelle, quasi-tutte che ne imitano il modello) – sono dominate, come tutti i livelli scolastici, dall’imperativo della semplificazione e conseguentemente gli studenti “arrivano alla laurea sprovvisti di sintassi, sono incapaci di argomentare, fanno fatica ad articolare (ma anche a leggere) un testo con un po’ di subordinate; domina l’incapacità di organizzare e gerarchizzare e illustrare le idee, sono saltati i nessi logici, i legami tra il prima e il poi, tra causa ed effetto”. 

E ancora: “si va estinguendo il senso della storicità, sostituito dalla simultaneità”. Di più: le materie umanistiche vengono sempre più sostituite da insegnamenti scientifici basati sul calcolo (ma il calcolo, lo ricordiamo, non è pensiero: è solo presunta esattezza che però non può mai essere pensiero critico, per la contraddizione che non lo consente). Ma le materie scientifiche e tecniche sono utili al mercato e quindi la conoscenza (che vive di riflessione, indugio, approfondimento e critica) deve essere sostituita dal saper fare, per una pedagogia-non-pedagogia (aggiungiamo) basata solo sullo Stimolo/Risposta. 

E così “non ci si ferma a pensare [ma forse, aggiungiamo, lo si fa invece deliberatamente] sul fatto che programmare una scuola tutta in funzione degli sbocchi lavorativi non significa in sostanza” – scrive Beccaria – “che adeguarsi alle esigenze dei gruppi economici, che richiedono dalla scuola soltanto prestatori d’opera, pronti a rispondere alle esigenze produttive. Ed è ovvio che per i poteri economici così debba essere, essi decidono per noi; ma per noi umanisti sembra agghiacciante [Beccaria cita Giulio Ferroni] che il senso del destino umano, il futuro delle giovani generazioni, sia così strettamente collegato alle istanze dello sviluppo capitalistico e che tutto questo venga dato semplicemente per scontato e ineluttabile”.

Purtroppo, commenta Beccaria, “si tratta di un pensiero unico, condiviso dalla quasi totalità della classe politica”. Ormai in tutto il mondo. Dove la scuola è diventata – come scriveva il sociologo statunitense Neil Postman, richiamato da Beccaria – “una specie di colossale corso di inserimento aziendale. Una precocissima e spietata selezione del personale”. 

Ma chiudiamo, doverosamente ancora con Beccaria: “Ai frenetici, ai veloci certo dobbiamo moltissimo… ma dobbiamo prenderli a modello? Spesso non sono che dei nevrotici”. Leggere il libro di Beccaria ci aiuta a non esserlo anche noi.

Nell’immagine: Özgür Kar, “At the End of the Day” (installazione, 2019)


Neo-statalismo e de-globalizzazione?

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Dai fasti infausti della globalizzazione alla de-globalizzazione sovranista/nazionalista? Dal nichilismo sociale e ambientale del neoliberalismo al ritorno dell’intervento statale in economia (neostatalismo), passando per le politiche monetarie, energetiche e ambientali? Davvero siamo nel punto di passaggio tra due ere ideologiche, come sostiene Paolo Gerbaudo nel suo Controllare e proteggere. Il ritorno dello Stato (Nottetempo), cioè tra neoliberalismo e libertà agli spiriti animali del capitalismo da un lato e ricerca di un nuovo ruolo dello Stato per fronteggiare le “molteplici forze che sembrano minacciare la stabilità e la sicurezza dei cittadini e consentire loro di progettare il proprio futuro”? Stiamo davvero entrando – dopo la parte destruens del populismo degli anni Dieci del Duemila – in una parte construens governata appunto dal neostatalismo? Ma su tutto: davvero “i dogmi più screditati dell’ideologia del libero mercato sono ormai inservibili”, come scrive sempre Gerbaudo, per cui “la bancarotta del neoliberismo non è più solo finanziaria ma anche morale e politica”?

A noi sembra invece che il capitalismo stia benissimo; che benissimo stia anche l’ideologia neoliberale; che i gigacapitalisti siano sempre più ricchi; che la resilienza, la sostenibilità e la transizione ecologica siano solo pannicelli caldi per mascherare la continuazione del tecno-capitalismo con altri mezzi e in altri modi; che non di bancarotta si debba quindi parlare, ma di sua ulteriore coazione a ripetersi. Confermandosi l’analisi di un grande economista italiano (keynesiano) come Giorgio Lunghini (1938-2018), cioè che grande è certamente la ricchezza materiale prodotta dal capitalismo – sistema che ha la straordinaria capacità di mutare forma per conservare la propria sostanza – ma grande è anche la contraddizione tra disoccupazione, distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e del reddito da una parte e bisogni sociali insoddisfatti dall’altra. “Una contraddizione che l’ideologia del mercato tende a nascondere e che il mercato non potrà comporre, essendone infatti la causa”.

Mutare forma senza cambiare la sua sostanza, cioè trasformismo incessante di sé – perché dalla fabbrica di spilli di Adam Smith alla catena di montaggio di Ford, alla lean production e al capitalismo delle piattaforme e della sorveglianza di oggi è sempre capitalismo, è sempre ricerca del massimo profitto privato, è sempre nichilismo dei suoi spiriti animali, è sempre ricerca di nuovi mercati con cui e da cui produrre/estrarre plusvalore attraverso la generazione crescente di pluslavoro di massa. Sempre con la complicità dello Stato (la sovrastruttura che legittima, in rapporto di reciprocità, la struttura economica capitalistica, direbbero Marx ed Engels), perché – come ricorda anche Gerbaudo – “dietro la cortina retorica della narrazione del libero mercato, del mercato che si auto-regola, dell’imprenditoria che si fa da sé, si intravedono gli ingranaggi, le pulegge e le corde del capitalismo, la connessione stretta tra Stato e imprese, il ruolo delle lobby”; cioè lo Stato è sempre “coinvolto nella riproduzione del sistema economico e delle sue enormi disuguaglianze”.

E dunque, il neostatalismo di cui scrive (con cautela) Gerbaudo è davvero una tendenza che porta a un cambio di paradigma, oppure è solo e sempre trasformismo tecno-capitalista? Torniamo ai classici: “L’azione più importante dello Stato si riferisce non a quelle attività che gli individui privati esplicano già, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio di azione degli individui, a quelle decisioni che nessuno compie se non vengono compiute dallo Stato”. E ancora: “I difetti lampanti dell’economia odierna sono: la sua incapacità di provvedere alla piena occupazione; e la sua distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e dei redditi”. Di più: “Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari”. E anzi spreca deliberatamente una quantità enorme di risorse nella lotta per la concorrenza. Ed è incapace “di garantire l’allocazione inter-temporale delle risorse; dunque solo lo Stato potrà occuparsi del nostro futuro a lungo termine”. Da qui l’esigenza di avere sì un mercato efficiente e ben funzionante, ma di averlo fortemente regolato. Quindi e conseguentemente è necessario guidare l’economia attraverso precise politiche monetarie, industriali, sociali e fiscali poiché i mercati quasi mai sono in grado di raggiungere un equilibrio efficiente. Salute e ambiente, ad esempio, sono beni pubblici che acquisiranno un valore crescente e anche questo giustificherà l’intervento dello Stato.

Chi scriveva queste riflessioni? Un comunista, un rivoluzionario anticapitalista, un vecchio e incanutito no-global? No, le scriveva un liberale come John Maynard Keynes (1883-1946), giusto un secolo fa, che certo voleva salvare il capitalismo da se stesso, ma almeno lo voleva riformare profondamente; un intellettuale e un economista che abbiamo dimenticato troppo in fretta, travolti dall’ideologia neoliberale oggi ancora perfettamente egemone nonostante quarant’anni di disastri sociali e ambientali. E se questa è la pessima condizione del mondo di oggi come di allora, dovremmo almeno tornare a Keynes e al suo modello di politica economica: intervento dello Stato in economia finalizzato anche alla ricerca della piena occupazione e alla riduzione delle disuguaglianze, oltre che alla predisposizione di azioni per l’allocazione inter-temporale delle risorse, perché solo lo Stato (e non certo il mercato e il capitale) può occuparsi del nostro futuro a lungo termine, cosa ancora più vera oggi (e nonostante il fallimento anche della recente COP 27), in piena emergenza climatico-ambientale e con l’imperativo categorico che dovremmo assumerci oggi di garantire domani un ambiente degno di essere vissuto dalle future generazioni.

Sì, dovremmo, ma immaginando un ruolo dello Stato appunto ben diverso da quello residuale imposto dal neoliberalismo, ma anche da quello ipotizzato da Keynes per salvare il capitalismo. Il problema vero, infatti, è uscire dalla contraddizione capitalistica di cui scriveva appunto Lunghini. Per cui non basta “controllare il mercato” o “usare lo Stato per ripensare e ricostruire la società”, confidando “nella forza creativa della politica” (Gerbaudo), ma occorre piuttosto uscire dalla contraddizione, dall’ingegneria sociale del mercato e della tecnologia, ben più pervasiva e invasiva – il tecno-capitalismo è la nostra way of life, è la forma anche della politica e dello Stato – di quella che potrebbe avere un “socialismo protettivista” capace di rimuovere populismi e sovranismi di destra. Contraddizione che Gerbaudo non sembra risolvere.

È un libro comunque utilissimo per tornare a immaginare, pensare, costruire un’alternativa possibile a questa tautologica ideologia neoliberale e tecnologica che sembra averci davvero catturato l’anima. Andando però oltre, molto oltre al neostatalismo presente e a quello immaginato da Gerbaudo, che ha esso stesso molti limiti, ponendosi piuttosto, come riconosce l’Autore, più come “Stato bancomat” e come “costruttore di un welfare senza welfare state” che come Stato capace di una visione del futuro. Perché neppure i neostatalisti di oggi si propongono davvero la piena occupazione, la redistribuzione della ricchezza, la tutela del lavoro e dei lavoratori e la gestione intergenerazionale delle risorse e dell’ambiente. E quindi dobbiamo sempre e comunque ricordare, con Gerbaudo, che “un capitalismo neostatalista, anche se sotto controllo di forze socialdemocratiche, sarà sempre capitalismo e continueranno a palesarsi le tensioni tra capitalismo e democrazia”, oltre alla crescente mercificazione della società e allo sfruttamento crescente e irresponsabile di uomini e biosfera.

Nell’immagine: una raffigurazione degli “spiriti animali”, cioè le emozioni umane che secondo Keynes influenzano l’andamento dell’economia


Cop 27. È ora di svegliarsi!

Il regime dell’informazione capillarmente diffusa da ciascuno di noi e gestita da algoritmi e intelligenza artificiale 

Un nuovo, recentissimo Rapporto delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico dimostra che i Paesi del mondo stanno facendo qualcosa, ma non abbastanza – nonostante gli impegni presi solennemente a Parigi nel 2015 – per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi entro la fine del secolo, nel contesto di uno sviluppo sostenibile e di riduzione della povertà. E anzi, l’incremento di temperatura potrebbe arrivare a circa 2,5 gradi. Pessime notizie quindi, a pochi giorni dall’inizio della Cop 27 – la UN Climate Change Conference che si svolgerà in Egitto (e scelta peggiore non poteva essere fatta) dal 6 al 18 novembre prossimi. 

Certo, c’è stata la pandemia e poi l’invasione russa dell’Ucraina e siamo entrati di fatto in una pericolosissima guerra mondiale tra Stati, che però ci sta facendo dimenticare l’altra guerra mondiale in corso e sempre più distruttiva, quella che il sistema tecno-capitalista combatte da tre secoli contro la biosfera in nome del profitto privato – e contro di noi umani, che pure ne siamo le truppe. E infatti abbiamo già dimenticato la siccità in Europa dei mesi scorsi, i ghiacciai che si sciolgono a velocità maggiore rispetto agli anni precedenti, le inondazioni in giro per il mondo, gli incendi in Francia e non solo. 

È utile allora, per svegliarci dal sonno della ragione in cui siamo sprofondati, leggere con grande attenzione un breve ma denso libro-manifesto di Edgar Morin – sociologo, filosofo, teorizzatore del pensiero complesso, uno dei pochi saggi rimasti – dal titolo esplicito e imperativo: Svegliamoci! (Réveillons-nous!), da poco tradotto in italiano per Mimesis. 

Morin dice che siamo nel pieno di una crisi del pensiero, propria di “una nuova era dell’umanità, cominciata nell’agosto del 1945 con l’annientamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki”. Da allora “il progresso scientifico ha rivelato la sua terrificante ambiguità. […] La razionalità scientifica ha mostrato il suo volto irrazionale”. Ma ancora, e peggio “il progresso della potenza umana è sfociato nell’impotenza umana di controllare la propria forza. Ma tutto questo è come anestetizzato dal sonnambulismo generale della nostra vita quotidiana”.

Eppure, nel 1972 era stato pubblicato il Rapporto del MIT al Club di Roma intitolato I limiti della crescita – un Rapporto che evidenziava i limiti fisici e sociali della Terra davanti a un sistema capitalista dominato invece, irrazionalmente, dalla crescita illimitata del profitto e quindi ecocida. Scrive Morin: “Mezzo secolo fa il rischio ecologico globale di molteplici enormi disastri si è palesato senza che le classi dirigenti e la popolazione ne prendessero coscienza. Le sue cause non risiedono soltanto nelle energie inquinanti che predominano nelle nostre economie, ma soprattutto nello scatenamento tecnico-industriale volto al rendimento e al profitto, guidato sia dalla frenesia del capitale, sia dalla volontà di potenza degli Stati. […] Ed è ancora una volta il progresso, nella sua forma tecno-economica, a condurre verso il disastro”. Ovvero, il cosiddetto antropocene “è anche il thanatocene” (l’era della morte). 

Di più: sembra “che quelle stesse forze devastatrici producano nel mondo una regressione politica e sociale generalizzata e la crisi della democrazia che conduce all’instaurarsi di Stati neo-autoritari e/o dominati dagli interessi finanziari. [Non solo:] le angosce suscitate dall’enorme crisi provocano ripiegamenti identitari e la messa sotto accusa di capri espiatori. Regnano l’incoscienza e il sonnambulismo”. Che impediscono di vedere e di capire.

Questa crisi ecologica il sistema tecno-economico è infatti abilissimo a nasconderla, inventando il green-washing e poi la green-economy e poi la finanza verde e poi la resilienza e poi la transizione ecologica: tutte retoriche utili a spostare la crisi sempre più avanti nel tempo, senza mutare nulla della struttura economica, grazie anche alle sue lobby in servizio permanente effettivo. Importante – appunto – è che non si metta in discussione il sistema tecno-economico e la sua logica del profitto, dominate da una concezione lineare e quasi meccanicistica [di cui è parte anche il digitale] del divenire, dalla convinzione che il futuro sia prevedibile” e tutto sia calcolabile e che le risposte siano tutte negli algoritmi. “Confidando nel calcolo però si anestetizza continuamente l’imprevisto, quanto di incalcolabile c’è nelle nostre vite e nei nostri sentimenti”. 

E allora, da questa crisi che è prima di tutto antropologica dobbiamo uscire atterrando di nuovo sulla terra, come scriveva Bruno Latour, recentemente scomparso e citato da Morin. Ovvero (aggiunge Morin) dobbiamo “centrarci sulla nostra Terra. Terra della vita e Terra degli uomini, inseparabili”. E quindi, “civilizzare la Terra, trasformare la specie umana in umanità diviene l’obiettivo fondamentale e globale di qualunque politica che aspiri non solo al progresso, ma alla sopravvivenza dell’umanità stessa”. Cioè, se la crisi è una crisi del pensiero, occorre una riforma – o una rivoluzione – nel nostro modo di pensare. Generando un nuovo pensiero della complessità e della molteplicità/diversità, rifiutando la semplificazione/standardizzazione/automatizzazione di tutto e di tutti, come invece richiesto dal sistema tecnico e capitalista; costruendo un pensiero della convivialità e non del dominio prometeico; attivando una istruzione che “dia impulso alla laicità e restituisca agli insegnanti la loro grande missione umanistica”, formando “menti interrogative, in grado di problematizzare e di dubitare, capaci di autocritica e di critica”. E molto altro ancora. 

A Morin, nonostante la gravità della crisi che descrive, non mancano tuttavia dei principi di speranza. Ma perché si concretizzino occorre che tutti appunto si sveglino, che aprano gli occhi. Certo non è facile se – aggiungiamo – se l’Udc – partito degli interessi del capitale che boicotta ogni iniziativa verde – è ancora il primo partito svizzero; se il 43% degli italiani ha votato per le destre post-fasciste/industrialiste/negazioniste; se in Francia c’è Le Pen e negli Usa c’era Trump; mentre in Brasile il criminale ambientale e sociale Bolsonaro ha sfiorato la clamorosa rielezione con poco meno del 50% dei voti.

Dunque, non basta (anche se serve) riciclare meglio e di più. Il problema è infatti alla fonte, cioè (appunto, con Morin) nel sistema tecno-economico e nella sua irrazionalità. E allora lasciamo Morin e riprendiamo un grande sociologo del passato, Max Weber (1864-1920), che non era certo un marxista ma descriveva così la gabbia d’acciaio del capitalismo, quel potente ordinamento economico moderno, legato ai presupposti tecnici ed economici della produzione meccanica, che oggi determina con strapotente costrizione, e forse continuerà a determinare finché non sia stato consumato l’ultimo quintale di carbon fossile [poi di petrolio, oggi di gas ma anche di litio e di pluslavoro degli uomini], lo stile della vita di ogni individuo che nasce in questo ingranaggio. 

Vero ieri (1905), ancora più vero oggi. Una gabbia però ricca di comfort. Con letti morbidi e piena di distrazioni e di divertimento…

Nell’immagine: Edgar Morin


L’uccellino è libero? No, è stato messo in una gabbia nuova

Il regime dell’informazione capillarmente diffusa da ciascuno di noi e gestita da algoritmi e intelligenza artificiale 

Che Elon Musk sia un tipo strano lo sappiamo da tempo – e dire strano è un eufemismo. Mercoledì è arrivato alla sede di Twitter – ora diventata sua – tenendo tra le braccia un lavandino. Escluso che se ne fosse rotto uno nei bagni dell’azienda e che volesse sostituirlo lui stesso per compiacere i suoi nuovi dipendenti, quale significato assegnare a questo gesto? Ma poi, ha un significato? Che Musk sia psicologicamente instabile nonché amante dei giochi infantili e degli scherzi, anche questo lo sappiamo da tempo.

Dunque, Musk alla fine – a poche ore dalla scadenza fissata dal giudice – si è comprato Twitter per 44 miliardi di dollari e dopo una telenovela mediatica e giudiziaria iniziata a gennaio 2022. E ora che ne è finalmente il padrone, Musk ha iniziato subito a fare pulizia del precedente management (il lavandino serviva allora per dare metaforicamente questo segnale?), licenziando il Ceo Parag Agrawal; il Chief financial officer, Ned Segal; il responsabile degli affari legali e delle policy, Vijaya Gadde; e il General counsel, Sean Edgett. Ovvero, nuovo padrone, nuovo management.

In realtà, ben oltre il lavandino, altre e più importanti sono le questioni – ed è su queste che dovremmo piuttosto e più seriamente riflettere. Il lavandino è infatti contorno o retorica o storytelling manageriale. Già, perché Musk è un miliardario e un imprenditore e le due cose sommate insieme ne fanno una delle massime espressioni del potere del capitalismo neoliberale e tecnologico, capace oggi di governare appunto la vita intera (lavoro, informazione, comunicazione, emozioni, relazioni, politica, socialità) di miliardi di persone in tutto il mondo, a prescindere dai singoli stati, dalla democrazia, dalle libertà individuali.

Musk ha infatti spiegato di aver voluto acquistare Twitter spinto dall’amore e dalla voglia di aiutare l’umanità: “Acquisto Twitter perché è importante per il futuro della civilizzazione avere una piazza comune digitale dove un’ampia gamma di idee possa essere discussa in modo salutare senza ricorrere alla violenza”, evitando il pericolo che il social media si divida in “camere di risonanza della destra o della sinistra che generano più odio e dividono il Paese”. Ed ha aggiunto di voler trasformare Twitter in una super-app – l’app di tutto – all’interno della quale gli utenti possano fare anche molte altre cose oltre che postare. Twittando poi a sua volta: “L’uccellino è libero!” con riferimento al logo di Twitter.

Ma è davvero libero? Oppure – come crediamo – è stato messo in una gabbia diversa e solo apparentemente nuova, non essendo stato libero neppure prima di Musk? Partiamo allora dalle retoriche muskiane: dice di essere stato spinto ad acquistare Twitter dall’amore e dalla voglia di aiutare l’umanità, per dare un futuro alla civilizzazione. Come definire queste retoriche, se non come il frutto di una egolatria, di un egocentrismo, di un narcisismo patologici e portati all’ennesima potenza? E possiamo affidare il futuro della civilizzazione – Musk non ha però specificato a quale si riferisca in particolare: quella scientifica o quella umanistica, quella capitalistica o quella ecologica, quella del profitto o della solidarietà? – a un monopolista miliardario che va in giro tenendo in mano un lavandino? È questa la civilizzazione? Musk afferma inoltre di essere un “assolutista della libertà di espressione”, ma lo scorso maggio aveva detto di voler riammettere nel social media l’ex presidente degli USA Donald Trump, che era stato invece bandito dalla precedente gestione per alcuni tweet che legittimavano l’assalto golpista al Congresso americano del 6 gennaio 2021.

E allora, ci può essere libertà di espressione – e libertà tout court e democrazia e vera partecipazione e poi decisione consapevole e condivisa – se un solo padrone (che opera in nome del profitto privato) gestisce tutta la piazza virtuale ed è padrone dell’app di tutto? Ci può essere libertà e democrazia se tutto – la vita, l’informazione, la socialità, la comunicazione, la politica, eccetera) – è gestito da imprese private e da un uomo solo al comando, figura tanto vicina a quella di un dittatore? Evidentemente no, per la contraddizione che non lo consente.

E tuttavia Musk e Zuckerberg (e molti altri) devono essere usciti dalla stessa scuola di management, visto che anche il padrone di Meta affermava anni fa che Facebook era stato creato per rendere il mondo più aperto, con la mission di dare alle persone il potere di costruire comunità e unire sempre di più il mondo. Sappiamo come è andata a finire e sappiamo appunto che queste erano solo retoriche propagandistiche per estrarre sempre più dati dalla vita delle persone e dal loro chiudersi in comunità, trasformandole in forza-lavoro di massa (di dati) per accrescere il profitto privato di pochi.

Appunto, l’uccellino non è – e non sarà mai – libero: gli è stata aperta la precedente gabbietta per farlo entrare subito in quella costruita da Musk. Perché Twitter impiega oggi oltre 7.500 persone, ma soprattutto ha più di 200 milioni di utenti giornalieri, con un fatturato di 5,08 miliardi di dollari.

Altro che aiutare l’umanità e dare un futuro alla civilizzazione… Musk è un pericolo concreto, serissimo e inquietante per la libertà e per la democrazia. Dovremmo farlo smettere (e in fretta, per evitare di fare un altro passo verso la totale aziendalizzazione della vita e del mondo), invece di farci catturare dalle sue retoriche da lavandino.