Uber files: come volevasi dimostrare

Una piattaforma per liberi taxisti, ovvero un nuovo esempio di come funziona il neoliberismo 

Gli Uber files – diffusi pochi giorni fa e riguardanti le azioni di lobbying dell’impresa americana di trasporto privato (e non solo) – hanno riportato l’attenzione sul capitalismo delle piattaforme e sui modi con cui questo ultimo capitalismo ipertecnologico – che è anche un capitalismo da robber barons – si è imposto sulle nostre vite come un dato di fatto ineluttabile e meraviglioso perché appunto ipertecnologico. 

Doveva essere una delle massime e più virtuose espressioni della nuova economia basata sulle piattaforme digitali – Uber. Era considerata il nuovo per eccellenza perché – testuale, detto da un docente di una importante Business School – “Uber e l’uberizzazione del lavoro sono il futuro e il futuro non si può e non si deve fermare”. Poi sono arrivati i primi problemi e le prime forme di organizzazione sindacale e di conflitto degli autisti di Uber, denunciando il fatto che Uber cercasse in tutti i modi di aggirare le norme sul lavoro considerando i suoi dipendenti di fatto – perché tali sono, in quanto organizzati, comandati e controllati dalla piattaforma – come lavoratori autonomi, liberi e indipendenti. Con grande vantaggio per la piattaforma, che non possiede nulla a parte la piattaforma, che però è il mezzo di connessione del lavoro e quindi il mezzo di produzione di profitto, riducendo i costi per sé e scaricandoli tutti sul lavoratore; con grande svantaggio appunto per i lavoratori, privati di ogni tutela e diritto, ma portati a credersi liberi imprenditori di se stessi (è il mantra dell’ideologia neoliberale; è l’uberizzazione del lavoro) anche se dipendenti della e subordinati alla piattaforma. Che poi è solo la nuova forma della vecchia fabbrica fordista-taylorista.

Agli inizi, molti tribunali hanno dato ragione a Uber: i suoi non sono dipendenti, ma collaboratori esterni, lavoratori autonomi e indipendenti, piccoli imprenditori di se stessi. Poi anche le magistrature  – inglesi, italiane, spagnole, per citarne alcune – hanno aperto gli occhi, rovesciando le loro prime interpretazioni e smascherando il trucco. Non solo: lo scorso autunno si è scoperto anche – Tribunale di Milano – che Uber-Eats, tramite società di intermediazione, praticava addirittura il caporalato sfruttando i propri riders come quasi-schiavi. 

Anche in Svizzera, Uber – quella degli autisti di finti taxi che fanno concorrenza sleale ai veri taxi – è stata oggetto di decisioni della magistratura e poi dei Cantoni. Lo scorso giugno un accordo è stato firmato fra Uber e il Canton Ginevra. Gli autisti di Uber potranno così tornare al lavoro, dopo che era stato sospeso in seguito a una sentenza del Tribunale federale che aveva correttamente sancito il loro status di lavoratori (appunto) dipendenti e subordinati (con tutto ciò che ne consegue) e non di lavoratori (finto) autonomi. Fine della concorrenza sleale di Uber, fine del trucco capitalistico e neoliberale degli imprenditori di se stessi: la maschera è caduta, ma quanto tempo c’è voluto per riconoscere una verità lapalissiana…

E perché sia occorso tanto tempo lo dimostrano appunto gli Uber files dei giorni scorsi, frutto di una benemerita inchiesta svolta dal Consorzio internazionale di giornalisti investigativi che ha pubblicato le comunicazioni interne – più di centomila documenti – della startup Usa tra il 2013 e il 2017 e utili per svelare quale sia appunto l’essenza del capitale e dei suoi modi di operare. Digitale o meno che sia. 

Cosa emerge infatti dalla prima parte pubblicata degli Uber files? Lavoratori sottopagati, controllati dalla piattaforma, licenziati senza giustificazione, ma anche barriere informatiche ai controlli delle forze dell’ordine, con il contorno dei guadagni nascosti negli opportuni paradisi fiscali – perché anche Uber, come tutto il capitalismo, digitale o meno  che sia, ama i profitti e odia le tasse. E per affermarsi Uber ha cercato il sostegno degli oligarchi russi, dell’allora vicepresidente Usa Joe Biden e, in Europa, in particolare, di Macron. Per ottenere consenso alla sua azione di concorrenza sleale, per Uber ogni mezzo era buono. Travis Kalanick, uno dei co-fondatori di Uber, ammetteva: “Siamo fottutamente illegali” – ma in realtà, aggiungiamo, analogamente si sono mossi tutti gli oligarchi della Silicon Valley in questi ultimi trent’anni. E quando in Europa iniziava appunto a crescere la reazione dei tassisti contro Uber, Kalanick esortava i suoi manager a organizzare contromanifestazioni mandando in piazza gli autisti in nome del (sic!) diritto al lavoro e manifestando contro la casta dei tassisti. Accettando anche il rischio di possibili violenze di piazza, perché “ne vale la pena. La violenza garantisce il successo”. Quanto alla Francia, emergerebbe il ruolo di Macron (prima di diventare Presidente), come alleato se non promotore della piattaforma americana. Uber France ha definito i contatti con Macron “normale amministrazione”, ma per France Insoumise si è trattato di un saccheggio del Paese, con Macron nel ruolo di “consigliere e ministro di Hollande e lobbista per la multinazionale che puntava a una persistente deregulation del diritto del lavoro”.

In realtà ciò che emerge dagli Uber files non è nuovo (anche se porta le prove documentali). Se andiamo a un libro del 2016, La sharing economy, di Vincenzo Comito (Edizioni Ediesse), leggiamo infatti: “La società è impegnata in una forte politica di lobbying. […] In ogni paese in cui cerca di insediarsi, il gruppo cerca di arruolare al proprio servizio in particolare politici e giuristi di alto livello. Su di un altro piano” – quello che noi definiremmo della propaganda – continuava Comito, “l’impresa racconta sempre la stessa storia, quella di essere una start-up fortemente innovativa che sconfigge il corporativismo dei taxi. E molto spesso i media si fanno portavoce di tale idea”. Di più e peggio: “Molto di frequente Uber cerca di avviare la sua attività in un paese senza chiedere i permessi previsti dalle leggi, sperando così di forzare la mano ai decisori; i responsabili di Uber seguono infatti il motto: meglio essere perdonati dopo, che chiedere il permesso prima”. Uber “si presenta poi non come una società di trasporto, quale essa è nella sostanza, ma come una semplice piattaforma tecnologica che mette in relazione autisti e clienti, un semplice intermediario remunerato con una commissione sul prezzo di ogni viaggio”.

Ovvero, ciò che appare dagli Uber files è storia antica – è la storia infinita della lotta del capitale contro i diritti delle persone e dei lavoratori, contro la legge e le Costituzioni, ma soprattutto della collusione oligarchica tra capitale & politica (e anche la Svizzera ha molto da riflettere su questo); una storia squallidissima e vergognosa – mascherata dal benessere che il capitale sembra produrre per tutti noi, mentre la crisi climatica ci dice invece il contrario – che inizia in realtà con la rivoluzione industriale, tre secoli fa. È la storia del capitalismo, più che della sola Uber. Già, perché di imprenditori come Adriano Olivetti – fortemente osteggiato infatti dai suoi colleghi di allora – ce n’è stato uno solo. Eccezione che conferma la regola, digitale o meno che sia.

Riusciranno allora questi Uber files a farci cambiare idea sulle nuove tecnologie e sulle piattaforme, smascherandone l’apparente nuovo, l’apparente cambio di paradigma che genererebbero, facendoci finalmente comprendere che nulla è cambiato rispetto al passato, a parte il digitale? Ne dubitiamo – ormai siamo tutti così strafatti di propaganda tecno-capitalista da farci credere davvero che non ci sono alternative! – ma l’ottimismo della volontà ci dice che possiamo (dovremmo) farlo. 


Dalla siccità al lavaggio delle auto

Una piattaforma per liberi taxisti, ovvero un nuovo esempio di come funziona il neoliberismo 

In cinque Regioni italiane – Lombardia compresa – è stato dichiarato lo stato di emergenza, causa siccità. Il Po è ridotto a un fiumiciattolo, mentre i ghiacciai delle Alpi si sciolgono e stramazzano sulle valli sottostanti, come alla Marmolada. Non per cause eccezionali e straordinarie, ma per colpa del riscaldamento climatico arrivato ormai quasi a un punto di non ritorno, dopo tre secoli – il nesso è evidente – di rivoluzione industriale e di crescente sfruttamento capitalistico dell’uomo e dell’ambiente. 

Tutto questo richiederebbe un’azione urgente e rapida dei governi e da parte dei cittadini per invertire o almeno deviare la rotta e non continuare sulla vecchia strada, come fatto invece mercoledì dal Parlamento europeo, su pressione della Commissione, per considerare come verdi e sostenibili anche il gas e il nucleare (sic!). La crisi climatica è infatti molto più seria e drammatica e globale (anche se ci appare meno esplicita) di quanto lo sia la guerra del criminale Putin contro l’Ucraina, drammaticissima in sé e per sé. 

Occorrerebbe cambiare rotta – e farlo urgentemente: per evitare così di schiantarci, come il Titanic, contro l’iceberg/riscaldamento climatico – e si noti il rovesciamento simbolico: per il Titanic il pericolo era il freddo del ghiaccio, per noi lo è il caldo che scioglie i ghiacci. E invece tutto l’Occidente è in guerra – con ampio dispiegamento di mezzi e con una escalation che sembra deliberata – contro la Russia, ma non contro il riscaldamento climatico: due nemici, l’Occidente e la Russia, più il contorno di Cina e India, che tuttavia e in realtà perseguono il medesimo scopo, il profitto (privato o nazionalistico) attraverso lo sfruttamento dell’uomo e della Terra, per cui la pace che dovremmo cercare dovrebbe essere non solo quella tra gli uomini e gli stati, ma tra gli uomini e la Terra. E invece…

La sindaca di una cittadina italiana ha emanato nei giorni scorsi un’ordinanza per evitare gli sprechi di acqua, vietando, tra le altre cose il lavaggio delle auto in casa propria. Giustissimo. Ma il risultato è stato che moltissimi sono andati a lavarle agli auto-lavaggi self-service esistenti. Già perché se il feticcio-auto – sottofeticcio del feticismo tecno-capitalista per le merci – non è anche un feticcio pulito e profumato, che vita è, secondo il canone del produrre e consumare sempre di più? Dunque, chi se ne importa della siccità finché l’autolavaggio eroga acqua per coccolare il nostro feticcio-auto? Morale (tristissima): la transizione ecologica sembra più una favola che ci raccontano e che ci raccontiamo per dimostrare a noi stessi e nei sondaggi di essere sostenibili e green, privatamente poi comportandoci all’opposto, credendo però così, pronunciando quelle due parole magiche, di evitare il pericolo. 

In realtà, il pericolo siamo noi con i nostri comportamenti di consumo, con la nostra irresponsabilità verso la Terra e verso le future generazioni; siamo noi con il nostro modello economico e tecnologico che è intrinsecamente ( e nella sua essenza e nel suo modo di funzionare e di farci funzionare), ontologicamente (è diventato la nostra way of life) e teleologicamente (è il fine verso cui ci sta portando, in nome del profitto privato) ecocida e nichilista.

Il vero pericolo siamo noi e soprattutto la nostra ipocrisia, il nostro cinismo, la nostra incapacità di essere davvero responsabili e sostenibili. Ipocriti e cinici noi avendo ormai introiettato – è un lavoro pedagogico che il sistema esercita su di noi (si chiama human engineering) appunto da tre secoli, giorno per giorno – un modello che è totalmente irresponsabile, perché fa della crescita illimitata il suo imperativo categorico, perché  promette una libertà che diventa illibertà di fatto, perché si basa sulla produzione/estrazione di profitto per pochi creando deliberatamente disuguaglianza e crisi climatica per i molti.

Ipocrisia e cinismo – e volutamente riprendiamo e ampliamo qui le riflessioni già sviluppate ad esempio in Dall’Ucraina alla Compagnia delle Indie Orientali, e a Twitter – che riguardano però anche la nostra reazione all’invasione criminale dell’Ucraina. Perché per essere e per porsi dalla parte della libertà e della democrazia contro l’autocrazia del nuovo Zar bisognerebbe essere infatti credibili, sostenere e garantire davvero la libertà, praticare e promuovere davvero la democrazia. E invece l’Occidente – e gli Usa su tutti – non sono credibili. 

E infatti. Siamo credibili nel difendere la libertà se poi non la difendiamo in casa nostra, come con la sempre più reazionaria Corte Suprema americana o tornando alla mattanza e tortura di inermi manifestanti praticata dalla polizia italiana a Genova nel 2001? Possiamo indignarci – giustamente e doverosamente – per l’assassinio della giornalista e scrittrice russa Anna Politkovskaja e non vedere che gli Usa (con la correità della GB) stanno facendo quasi la stessa cosa (la minaccia di 175 anni di carcere è un assassinio lento) contro il giornalista (perché tale di fatto è) Julian Assange, senza le cui inchieste e le cui informazioni nulla sapremmo delle atrocità, dei crimini di guerra e delle torture praticate dall’America là dove diceva di voler portare la democrazia?

E ancora: siamo credibili nella nostra lotta contro gli oligarchi russi, se dimentichiamo che le nostre vite, qui in Occidente, sono oggi governate, organizzate, comandate e sorvegliate dagli oligarchi della Silicon Valley, per tacere delle oligarchie della finanza e delle borse e dei fondi di investimento? Siamo credibili se Draghi e l’Europa e la Nato si inchinano al dittatore turco Erdogan, detto da qualcuno il Putin della Nato, vendendogli i curdi in cambio dell’allargamento dell’Alleanza militare a Svezia e Finlandia? Siamo credibili noi europei se ci zerbiniamo davanti ai voleri degli Stati Uniti e della Nato americana, se ci facciamo cortigiani di una superpotenza che tratta il mondo intero come suo Far West (dalla Dottrina Monroe alle 900 basi militari americane sparse oggi per il mondo intero, dalle stragi di stato in Italia alla collusione con i peggiori dittatori del globo – o producendoli deliberatamente, come con il golpe del fascista Pinochet nel Cile del 1973); che si propone come paladina della libertà poi sempre negandola se si oppone ai suoi interessi di potenza; che vieta il diritto di aborto alle donne americane dopo avere lasciato al loro destino talebano le donne e le ragazze afgane? 

Siamo credibili se assecondiamo i voleri di un paese (sempre gli Usa e la lobby delle armi) che confonde la libertà individuale con il diritto di andare in giro armati, con una strage quasi quotidiana di civili? E siamo credibili se per la ricostruzione dell’Ucraina – Punto 2 della Dichiarazione di Lugano – ci si propone di accelerare e approfondire il raggiungimento degli obiettivi di riforma ucraini in linea con quanto richiesto per diventare uno stato membro dell’Unione Europea, dimenticando che per l’Ue le riforme sono solo quelle neoliberali finalizzate a privatizzazione, deregolamentazione dei mercati, flessibilizzazione del lavoro, pareggio di bilancio, tagli allo stato sociale – quelle riforme (in realtà: controriforme) che da trent’anni stanno devastando le società della stessa Europa in una nichilistica – ma perfettamente funzionale al profitto privato del capitale e alla trasformazione della società in mercato – coazione a ripetere?

L’elenco potrebbe continuare, ma questi esempi sono (dovrebbero essere) più che sufficienti per ammettere che no, non siamo credibili. Soprattutto se cerchiamo di opporci all’autocrazia russa (e cinese) in nome di nostri valori superiori, ma che noi stessi neghiamo. Allora è tempo – per l’Occidente che si dice liberale e democratico – di andare collettivamente in analisi per curare la sua/nostra schizofrenia. O – meglio ancora – è tempo di recuperare il senso vero e autentico di parole come democrazia, libertà, uguaglianza, giustizia e pace (sociale e oggi ambientale). Altrimenti restiamo ipocriti e cinici, oltre che irresponsabili. 

E stupidi. Sì, perché, e usando qui una riflessione del teologo Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), ucciso nel campo di concentramento nazista di Flossenbürg: “si ha l’impressione che la stupidità non sia un difetto congenito, ma che in determinate circostanze gli uomini vengano resi stupidi, ovvero si lascino rendere tali. […] Osservando meglio, si nota che qualsiasi ostentazione esteriore di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l’istupidimento di una gran parte degli uomini. Sembra anzi che si tratti di una legge socio-psicologica. La potenza dell’uno richiede la stupidità degli altri. […] E allora è chiaro che la stupidità non potrà essere vinta impartendo degli insegnamenti, ma solo da un atto di liberazione. Ci si dovrà rassegnare al fatto che nella maggioranza dei casi un’autentica liberazione interiore è possibile solo dopo essere stata preceduta dalla liberazione esteriore; fino a quel momento dovremo rinunciare a ogni tentativo di convincere lo stupido”. Liberazione esteriore: cioè, oggi, liberazione da un modello tecnico, economico, politico e sociale che è nichilista/ecocida, ipocrita e cinico. E stupido.

Nell’immagine: “Follia, dal suo pulpito, inizia la sua arringa”  da “Elogio della Follia”                     Erasmo da Rotterdam   1509

 


Dalle Nike alla crisi climatica

Una piattaforma per liberi taxisti, ovvero un nuovo esempio di come funziona il neoliberismo 

“Mi piaci più delle Nike”, è scritto su un muro, in Italia. Non sappiamo, né vogliamo saperlo, se a scrivere questa frase (d’amore?) sia stato un lui a una lei, una lei a un lui, una lei a una lei o un lui a un lui (non escludendo altre ipotesi). Contiene un confronto – mi piaci più rispetto a qualcosa che vale di meno – e questo è comunque segno di un ragionamento, un processo oggi non così scontato. E però a inquietare è con cosa viene fatto il paragone – un paio di scarpe, un logo-brand-feticcio; cioè, mi piaci più di un paio di scarpe/brand. 

Per chi un tempo paragonava la persona amata a una stella o alla propria esistenza (mi piaci più della mia vita), essere confrontati a un paio di scarpe dovrebbe essere un insulto, degno di provocare (giustamente e bruscamente) la rottura della relazione. Certo, sarebbe stato peggio se fosse stato scritto: Mi piaci come le Nike. Ma per chi invece vive in un mondo di merci, a sua volta mercificato; per chi esiste solo in quanto parte di un mondo di feticci-merce, questo confronto tra lui/lei/altro e un paio di scarpe è una cosa diventata evidentemente normale. Chi l’ha scritta è appunto ormai diventato ancora di più una merce che vive in un mondo di merci e che concepisce le relazioni tra le persone attraverso le cose/merci/feticci (e già Marx diceva qualcosa in proposito…). Altrimenti non avrebbe scritto quella frase, che uccide in cinque parole secoli di umanesimo e di romanticismo.

È il capitalismo, appunto: diventato ormai una forma/norma di vita, un sistema di simboli e di immaginari chiusi – oltre che un sistema economico. O meglio: ha imposto la sua forma e la sua norma di organizzazione alla vita intera dell’uomo e cioè: produrre-consumare-produrre-consumare; reificare e mercificare; alienare e alienarsi; sfruttare e auto-sfruttarsi; accelerazione invece di riflessione; fare e non pensare, delegando tutto alle macchine/algoritmi; competenze invece di conoscenza; social invece di socialità; egoismo invece di solidarietà; accrescimento invece di sostenibilità e responsabilità; guerra invece di pace; eccetera. 

Oggi tutto è mercato: del lavoro/consumo e della vita attraverso il mercato dei dati, delle emozioni, delle relazioni, dell’informazione, della cultura, eccetera eccetera; tutto è concorrenza e competizione, dove la guerra di tutti contro tutti dello stato di natura – superato un tempo dal contratto sociale – è stato recuperato e soprattutto istituzionalizzato dal tecno-capitalismo/neoliberismo; tutto è merce, soprattutto noi stessi; e tutti siamo nodi integrati (organizzati, comandati e sorvegliati) nella rete, che è l’ultima fase del tecno-capitalismo nella sua incessante rivoluzione industriale.

Ma facciamo un passo oltre. E richiamiamo una inchiesta del Guardian (in italiano, sul numero 1466 di Internazionale), secondo la quale: “Le più grandi aziende di combustibili fossili del mondo stanno preparando decine di carbon bomb (bombe di carbonio), progetti di estrazione di petrolio e gas che farebbero aumentare la temperatura globale ben oltre i limiti fissati a livello internazionale, con effetti catastrofici. I dati mostrano che queste industrie stanno facendo scommesse multimiliardarie contro la lotta al riscaldamento globale […] lanciando progetti che produrranno una quantità di gas serra equivalente a dieci anni di emissioni di anidride carbonica della Cina, la più grande inquinatrice del mondo. […] Da oggi al 2030 le dodici maggiori aziende energetiche spenderanno 103 milioni di dollari al giorno per sfruttare nuovi giacimenti di petrolio e gas. Circa il 60% di questi progetti è già attivo”. 

Ovvero, il capitalismo fossile – in nome del proprio profitto privato – se ne frega (e me ne frego era una parola chiave del fascismo italiano) dell’ambiente, del clima, del futuro, delle prossime generazioni, delle decisioni e degli impegni internazionali assunti dai governi (già molto ammorbiditi proprio dall’azione delle lobby del fossile); e decide del nostro futuro e dei nostri figli e nipoti a prescindere da noi, dalla responsabilità, dalla sostenibilità, dall’etica. Come chiamare tutto questo, se non crimine contro l’umanità, da giudicare in un tribunale penale internazionale al pari della Russia di Putin? Eppure, di questo nessuno o pochissimi parlano (grazie dunque al Guardian), perché al capitalismo, si dice, non ci sono alternative. E dobbiamo solo adattarci.

Già, adattamento – anche alla crisi climatica. Non cerchiamo la sua risoluzione rapida, investendo in fonti rinnovabili, in risparmio energetico, nella transizione ecologica, in un cambio di paradigma produttivo e consumativo. No, adattamento è la nuova parola chiave sempre più usata dai media e dai politici mainstream – che sono parti della sovrastruttura del tecno-capitalismo – che in verità proprio non ci pensano a una autentica transizione ecologica; e anche la guerra di Putin – che è padrone di enormi riserve di energie fossili e che certo neppure lui vuole una transizione verso la sostenibilità – è in fondo l’occasione ghiotta per rinviare scelte che invece sono sempre più urgenti. Adattamento è dunque il mantra che dobbiamo introiettare e recitare, rassegnandoci al cambiamento climatico e a ciò che produrrà, accontentandoci di un po’ di green economy (che molto spesso è solo green-washing). 

Come ieri la parola chiave che abbiamo dovuto fare nostra era condividere via rete, altrimenti non avremmo prodotto il Big Data che serve al capitale per farci produrre e consumare sempre di più, così oggi dobbiamo introiettare la parola adattamento al mutamento climatico, sempre per non mettere in discussione il modello ecocida in cui viviamo. E adattamento è parola chiave del pensiero liberale. Come bene espresso dall’americano Walter Lippmann nel 1938, quando venne rifondato appunto il liberalismo, che qui riprendiamo e che scriveva: la filosofia neoliberale è “l’unica filosofia che possa condurre all’adeguamento della società umana alla mutazione industriale e commerciale fondata sulla divisione del lavoro”. Quindi: “il liberalismo è la filosofia della rivoluzione industriale” e suo compito è modificare l’uomo, adattandolo alle esigenze della produzione e del capitalismo, divenendo “un nuovo sistema di vita per l’intera umanità”, accompagnando “la rivoluzione industriale in tutte le fasi del suo sviluppo”. 

E infatti, nel nostro mondo, tutto – diritto, lavoro, formazione e long-life learning, educazione, management, marketing, pubblicità, retoriche sul capitale umano e sull’imprenditività – tutto è finalizzato a produrre questo nostro continuo e sempre più flessibile adattamento (changeability) alle esigenze della rivoluzione industriale e del capitalismo, noi convincendoci che questo nostro saperci adattare sia il massimo della virtù umana, che valorizzare il nostro capitale umano sia un dovere civico, come aveva scritto l’ex direttore del Corriere della sera e de Il sole 24 ore, Ferruccio de Bortoli. 

E oggi, adattamento anche al cambiamento climatico. Importante, appunto, è non fermare mai il profitto (privato) e la rivoluzione industriale. E se la Terra muore poco importa, perché il capitalismo, come scriveva più di un secolo fa il grande sociologo Max Weber (1864-1920) “determina con strapotente costrizione, e forse continuerà a determinare finché non sia stato consumato l’ultimo quintale di carbon fossile, lo stile della vita di ogni individuo, che nasce in questo ingranaggio, e non soltanto di chi prende parte all’attività puramente economica”.

Noi che ci adattiamo dimentichiamo però – ma questo nostro dimenticare è l’esito di una pedagogia tecno-capitalista che inizia a lavorare su di noi e dentro di noi fin da piccoli – che un uomo che si adatta non è mai libero; che adattarsi è la negazione del libero arbitrio; e che porre le esigenze della rivoluzione industriale – delle imprese e del capitale – come prevalenti su ogni altro scopo di vita individuale e sociale è la negazione stessa della democrazia e della libertà – e soprattutto, dell’uomo come essere umano.

Nell’immagine: illustrazione di Joao Cardoso


L’industria della felicità e la società infelice

Una piattaforma per liberi taxisti, ovvero un nuovo esempio di come funziona il neoliberismo 

Gustavo Petro – uomo di sinistra e leader del Pacto Histórico – ha vinto le presidenziali colombiane del 19 giugno – anche se con una maggioranza risicatissima del 50,46% – contro il populista neoliberista e filoamericano Rodolfo Hernandez. La sua vice-presidente, Francia Márquez, afro-colombiana, femminista ed ecologista, è promotrice di un vivir sabroso, un modello di organizzazione sociale, economica, culturale, ma anche spirituale centrato sull’armonia tra gli esseri umani e di questi con la natura: modello lontanissimo dalla cultura occidentale, dal dogmatismo neoliberale e dallo sfruttamento tecno-capitalista di uomini e ambiente che ci hanno portato alla crisi climatica, ambientale e sociale di oggi. Vedremo se l’esperienza colombiana di Petro e Márquez resisterà alla Cia, alla Dottrina Monroe e ai mercati finanziari.

In Europa, invece, stesso giorno, il secondo turno delle elezioni in Francia (53% di astensione, 70% di astensione tra i giovani di 18-24 anni), ha visto la moltiplicazione per undici dei seggi per il neofascismo/populismo di Marine Le Pen, neoliberista della corrente nazionalista, sovranista e xenofoba. Elezioni che sono state sicuramente una grande vittoria per Putin (un suo potente cavallo di Troia è entrato in parlamento a Parigi) e una grande sconfitta per Macron, anch’egli neoliberista, ma della corrente europeista/perbenista/elegante.

A compensare l’esito inquietante di queste elezioni francesi c’è stata la novità della sinistra antiliberista e ambientalista di Mélenchon e della Nupes: idea interessantissima della sinistra francese, anche se lo stesso Mélenchon ha poi confessato di avere sperato in molto di più. Nupes che non è un movimento populista (anche se la campagna di discredito dei media neoliberali è iniziata da tempo, bollando Mélenchon come il Chavez di Francia) ma che esprime piuttosto – come Petro, ma in un contesto diverso – un progetto di cambiamento: qualcosa che le sinistre europee hanno da tempo dimenticato e che, dopo avere abbandonato la vecchia distinzione tra riforme e rivoluzione le porta a favorire se non a promuovere esse stesse la controrivoluzione perpetua neoliberale – mentre proprio la crisi climatica sempre più grave ci dice quanto un cambiamento sia necessario e soprattutto urgente. Un progetto di cambiamento che sembra voler rispondere in senso progressista alla rabbia e alla infelicità dei francesi.

Ad aiutarci a ripensare la nostra idea di progresso, cercando alternative a questo pessimo sistema economico e tecnologico, ci aveva pensato Papa Francesco con la sua enciclica Laudato si’! del 2015, fatta però dimenticare in fretta dai mass media mainstream. Molti altri lo avevano fatto prima di Francesco, da fronti diversi, su tutti la Scuola di Francoforte con la sua Teoria critica.

Ora ci aiuta un libretto del sociologo italiano Domenico De Masi – professore emerito di Sociologia del lavoro alla Sapienza di Roma – dal titolo: La felicità negata, pubblicato da Einaudi. Una storia essenziale (poco più di cento pagine) ma molto utile per capire come il neoliberalismo ha conquistato l’egemonia nel mondo, producendo disuguaglianze crescenti ma promettendo una accattivante ma falsa libertà e felicità. Falsa perché il neoliberismo è illiberale e disuguagliante in sé e per sé, favorendo i ricchi, la finanza, l’oligopolio delle nuove tecnologie, la precarizzazione e l’impoverimento del lavoro e della vita, la disruption sistemica e crescente; falsa perché – e lo ricorda bene De Masi – i suoi ideologi hanno sempre preferito un autoritarismo favorevole al mercato a una democrazia capace di porre limiti al mercato; falsa libertà e falsa felicità neoliberali che tuttavia hanno scavato nel profondo delle società occidentali cancellando quasi del tutto ogni capacità di liberazione e di emancipazione dell’uomo e portando semmai al paradosso del crescere delle disuguaglianze e della rabbia popolare e insieme del populismo e delle destre, così garantendo la conservazione e la riproducibilità dello stesso sistema ideologico neoliberale che produce disuguaglianze e crisi ambientale, quindi regresso e non progresso.

Ricordando l’incipit della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti del 1776 – “tutti gli uomini sono creati uguali e hanno diritti inalienabili, tra cui la vita, la libertà e la ricerca della felicità”, cioè: la ricerca della felicità è diritto inalienabile – De Masi scrive: “come può esserci progresso senza felicità e come si può essere felici in un mondo segnato dalla distribuzione iniqua della ricchezza, del lavoro, del potere, del sapere, delle opportunità e delle tutele”?

E perché – aggiungiamo – abbiamo creduto che la felicità e la way of life migliore del mondo fossero quelle americane fatte di consumo e consumismo, finendo per inchinarci oggi verso lo schermo di uno smartphone e alla piccola felicità indotta dalla dopamina che si attiva in noi ad ogni like che riceviamo? E perché non vediamo che questo è un classico meccanismo di stimolo/risposta fatto apposta per accrescere la nostra dipendenza dai social e così continuare a produrre dati e dati e ancora dati, alienando/svendendo totalmente la nostra vita al Big Data (altro che social…)? Perché abbiamo creduto alla promessa di felicità che ci arrivava dal tecno-capitalismo negli anni ’90 – le nuove tecnologie permetteranno meno lavoro, meno fatica, più tempo libero e una nuova era di crescita illimitata – ritrovandoci oggi nel totale fallimento di quella promessa di felicità e di crescita economica perché era anche questa una falsa promessa, narrata in realtà solo per accrescere ancora di più lo sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente da parte del tecno-capitalismo, permettendogli di estrarre plusvalore oggi anche dalla vita umana e sociale (questo sono i nostri dati) e non solo dal lavoro delle persone?

Perché abbiamo creduto che più tecnologia ci avrebbe dato più felicità (la liberazione del lavoro e addirittura dal lavoro), dimenticando che proprio la tecnologia – che pure ci offre comodità e apparente benessere – per sua essenza tende a produrre sempre l’esatto contrario, cioè accelerazione dei ritmi, intensificazione dei tempi, alienazione e delega alle macchine, integrazione dell’individuo nel sistema ma anche – oggi – ibridazione uomo-macchina, dove l’uomo non è più appendice della macchina (Marx), ma, e peggio, è sussunto nella e con la macchina? E perché non ci domandiamo come mai al crescere della nostra infelicità (depressione, dipendenza, disuguaglianze, crisi climatica, concorrenza, violenza, oggi guerra in Europa), il sistema tecno-capitalista non ne rimuova le cause (il perché in realtà dovremmo averlo ormai capito), ma industrializzi per proprio profitto anche la ricerca della felicità, vendendoci beni e merci come il wellness e il fitness, il gioco, il divertimento compulsivo, le mode, la movida, creando nelle imprese i manager della felicità, vendendoci i libri di Daniel Goleman e molti manuali di pseudo-filosofia e molto psychiatric-help via internet?

Ma torniamo a De Masi, per il quale questa “inumana disuguaglianza, non avviene a caso, ma è lo scopo intenzionale e l’esito raggiunto di una politica economica che ha come base l’egoismo, come metodo la concorrenza e come obiettivo l’infelicità. Lo aveva capito già molto bene Karl Marx: Siccome una società, secondo [Adam] Smith non è felice dove la maggioranza soffre […] bisogna concludere che l’infelicità della società è lo scopo dell’economia politica”. Ovvero, l’economia è una scienza triste per definizione e vocazione… e per nasconderla industrializza anche la ricerca della felicità o si allea alla tecnologia, che invece sembra renderci felici offrendosi a noi come un meraviglioso giocattolo, sempre nuovo e diverso.

Con De Masi molte cose ci accomunano, ma anche ci dividono: lui scrivendo ad esempio di società postindustriale, noi affermando invece che mai la società e la vita dell’uomo sono state tanto industrializzate come oggi, soprattutto quando si producono beni immateriali e dati; lui scrivendo che se nella società industriale era il lavoro “a egemonizzare la vita, oggi è sempre più vero il contrario” grazie alle nuove tecnologie, noi sostenendo invece che, proprio grazie alle nuove tecnologie il lavoro egemonizza ancora di più la vita facendo sfumare i confini tra lavoro e vita. De Masi ripropone come possibile soluzione al problema della felicità negata quello che chiama l’ozio creativo – “la soave capacità di coniugare il lavoro per produrre ricchezza con lo studio per produrre conoscenza e con il gioco per produrre allegria” – che a noi sembra in realtà ciò che il tecno-capitalismo ha già realizzato da tempo, trasformando anche il navigare in rete, la conoscenza e il giocare in fonti di profitto e in industria.

Il libro di De Masi è comunque utilissimo e se ne consiglia caldamente la lettura. Ma forse la felicità dobbiamo cercarla in altro modo. E forse altrove.

Nell’immagine: la felicità come prodotto commerciale


Ritorno al futuro. Da Elon Musk ad Adriano Olivetti

Una piattaforma per liberi taxisti, ovvero un nuovo esempio di come funziona il neoliberismo 

Ancora Elon Musk. Quello di Tesla e di SpaceX. Forse (forse) anche di Twitter. Ma Elon Musk è tornato sulla scena soprattutto dopo avere criticato lo smart working con una serie di messaggi con cui ha ordinato a tutti i dipendenti delle sue aziende di tornare a lavorare in presenza. Nel primo è scritto: “Chiunque voglia lavorare da remoto, deve essere in ufficio un minimo (e intendo esattamente ‘minimo’!) di 40 ore alla settimana, oppure deve andarsene dalla Tesla. […] Se ci sono collaboratori che forniscono un contributo eccezionale, per i quali questa richiesta risulta impossibile, io analizzerò e approverò personalmente eventuali eccezioni”. Tutto ribadito in un secondo messaggio: “Per essere super-chiaro. Ognuno alla Tesla è obbligato a lavorare un minimo di 40 ore alla settimana in ufficio. […]  Se non ti presenti, considereremo che ti sei licenziato. E più sei in alto nella gerarchia, più visibile deve essere la tua presenza”.

Ma come? Musk non è un imprenditore visionario, libertario, innovativo? E non si diceva che lo smart working da casa era il futuro del lavoro? Tutto falso, lo dice Elon Musk: che impone (ordina) ai suoi dipendenti di lavorare almeno (“un minimo!) 40 ore a settimana dall’ufficio (ma quante ore possono/devono invece lavorare fuori dall’ufficio?); che parla ancora di gerarchie ben visibili (ma le nuove tecnologie non promettevano di ridurre/eliminare proprio le gerarchie della vecchia fabbrica otto-novecentesca grazie anche a un lavoro virtuoso e libero/autonomo fatto di intelligenza e di conoscenza e svolto da dipendenti non più considerati lavoratori ma collaboratori dell’impresa?); e di eccezioni decise personalmente dal padrone Musk. Imprenditore visionario, dunque, come si vuole far credere; oppure imprenditore vetero/retrò, fermo a modelli fordisti e a fabbriche organizzate come caserme? Libertario o disciplinare?

Di più e peggio: Elon Musk ha annunciato pochi giorni fa il blocco delle assunzioni e il licenziamento del 10% dei dipendenti Tesla (pari a circa 10mila unità), a causa di una sua personalissima, ma non meglio precisata “bruttissima sensazione” sull’andamento dell’economia.

E da qui facciamo un salto indietro di circa settant’anni, appunto ad Adriano Olivetti (1901-1960). Grande imprenditore, lui sì grande innovatore, ma anche umanista, uomo di cultura, editore (importantissime le sue Edizioni di Comunità), utopista ma concreto, cercatore di bellezza e convinto che l’impresa non dovesse avere solo l’obiettivo della massimizzazione del profitto ma il rispetto per l’uomo. Su Olivetti torniamo perché è da poco uscito un nuovo libro, Adriano Olivetti un italiano del Novecento, scritto da Paolo Bricco e pubblicato da Rizzoli; ma soprattutto per confrontare il modello imprenditoriale di Olivetti con quello di Musk e dei suoi molti, troppi epigoni in giro per il mondo.

Provando qui a replicare in piccolo, nello spazio di questo contributo, ciò che fece anni fa l’olivettiano Luciano Gallino, uno dei massimi sociologi italiani, mettendo a confronto in due suoi libri (entrambi da Einaudi), il modello di impresa responsabile, appunto di Olivetti, con quello dell’impresa irresponsabile degli anni ’90, cioè gli anni della finanziarizzazione, della speculazione, del neoliberismo (qualcuno ricorda il caso Enron?), della precarizzazione del lavoro e che continua imperterrito ancora oggi, appunto con Elon Musk, con Jeff Bezos, con Mark Zuckerberg, con gli oligarchi della Silicon Valley, con i paradisi fiscali, con i bitcoin, con il capitalismo di piattaforma, con il capitalismo di sorveglianza, con mille altri imprenditori autocratici, irresponsabili verso i propri dipendenti, verso i territori su cui sono insediate le loro imprese, verso la società, verso le future generazioni – per non parlare delle lobby industrialiste impegnatissime in queste settimane, in Europa, a svuotare di impegni concreti il Green Deal e la transizione ecologica.

Anche la Olivetti, nel 1952-53 del secolo scorso dovette affrontare una crisi aziendale da sovra-produzione. I manager consigliarono di licenziare 500 operai e di ridurre la produzione. Adriano Olivetti ci pensò qualche giorno, poi decise di licenziare i dirigenti cattivi consiglieri e assunse 700 venditori. Nel giro di 18 mesi la situazione fu completamente rovesciata. Esattamente l’opposto di Elon Musk, che continua nella cinica non-filosofia neoliberale di questi ultimi quarant’anni di scaricare sempre sui lavoratori i problemi dell’impresa e il rischio d’impresa. 

Olivetti applicava cioè un modello imprenditoriale (vecchio, diranno i neoliberisti; modernissimo, diciamo noi), insegnatogli (“con termini perentori”) dal padre Camillo e richiamato da Adriano Olivetti in suo famoso discorso ora compreso nel volumetto Ai Lavoratori edito dalle nuove Edizioni di Comunità, rilanciate dai suoi eredi: “Tu puoi fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione dei nuovi metodi organizzativi, perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia”.

Di più, come sintetizzava Luciano Gallino: gli utili della Olivetti “non si trasformavano, come invece avviene ai giorni nostri nella maggior parte delle imprese, in larghi dividendi per gli azionisti, né in compensi per i massimi dirigenti pari a tre o quattrocento volte il salario di un operaio, né in spericolate operazioni finanziarie. Diventavano alti salari, magnifiche architetture industriali, una buona qualità del lavoro, una crescente occupazione, nonché servizi sociali e culturali senza paragoni. […] E forse che i fini dell’industria si trovano semplicemente nell’indice dei profitti? – si domandava Olivetti e la sua risposta era un deciso no”. Olivetti immaginava infatti di costruire un’impresa di tipo nuovo, “al di là del socialismo e del capitalismo”; in un sistema dove il capitale azionario delle grandi e medie imprese “deve appartenere in parte alla comunità locale” e dove “alla loro proprietà e gestione partecipano insieme i lavoratori, le Comunità, lo Stato regionale”. Qualcosa di molto oltre l’autogestione nella allora Jugoslavia o la cogestione padroni/sindacati in Germania.

Certo, nessuno è perfetto e neppure Olivetti lo era. Ma sicuramente è attualissimo e modernissimo anche oggi – o soprattutto oggi. E ci fa sperare che ci possano essere ancora, da qualche parte (sì, nonostante le dure repliche della storia – e certamente non a Davos o a Basilea o a Zurigo – o nella Silicon Valley, sul cui altrettanto pessimo modello imprenditoriale consigliamo di leggere La valle oscura, di Anna Wiener, Adelphi) – imprenditori illuminati, umanisti, responsabili, lungimiranti e non legati compulsivamente solo al qui e ora e alla massimizzazione del loro profitto. Capaci di porsi (come deve essere; come sosteneva appunto Olivetti) al servizio della società; e quindi di democratizzarsi come imprese e di democratizzare i processi di innovazione tecnologica che attivano (e che impattano oggi, come mai prima d’ora, come dati di fatto sull’uomo e sulla società, ma a prescindere dall’uomo, dalla società e dalla democrazia: che non può e non deve fermarsi davanti ai cancelli dell’impresa, ma deve entrarci dentro), imprenditori capaci di essere responsabili anche verso le future generazioni, evitando il green-washing. 

Ricordando loro questa ulteriore riflessione di Olivetti: “La spinta alla conquista di beni materiali ha corrotto l’uomo vero, ricco del dono di amare la natura e la vita, che usava contemplare lo scintillio delle stelle e amava il verde degli alberi, amico delle rocce e delle onde, ove, tra silenzi e ritmi, le forze misteriose dello spirito penetrano nell’anima”. 

Meditate imprenditori; meditate Scuole di management.

Nell’immagine: il calcolatore da tavolo programmabile Olivetti Programma 101, considerato da alcuni storici dell’informatica il primo personal computer della storia


“Chi è dappertutto non è mai da nessuna parte”

Una piattaforma per liberi taxisti, ovvero un nuovo esempio di come funziona il neoliberismo 

Viviamo incurvati sullo schermo dello smartphone h24, ma questo non significa concentrarci su qualcosa o su noi stessi; siamo immersi in una realtà virtuale molto immersiva (persino aumentata), ma irreale e artificiale, che ci distrae dalla realtà reale, sociale e ambientale; e ci ritroviamo oggi del tutto incapaci di guardare avanti (di immaginare con la nostra immaginazione, accettando invece e sempre più l’immaginario industrializzato per noi dal sistema, un immaginario apparentemente sempre diverso e nuovo, in realtà sempre uguale e ripetitivo); e siamo incapaci (e usiamo ancora e volutamente questo sostantivo per segnalare il risultato della nostra estraneazione dalla realtà e da noi stessi), anche di alzare ad esempio gli occhi al cielo o di accogliere in noi, arricchendoci, la bellezza.

Se siamo diventati individui incapaci di tutto questo è perché non sappiamo resistere ai meccanismi di cattura della nostra psiche (fascinosi, emozionanti, coinvolgenti, oggi anche intelligenti), oltre che del nostro corpo e prodotti dal sistema per la nostra distrazione di massa (merci, gadget, social, serie televisive, video autoprodotti con milioni di follower, fake news, commenti compulsivi, conformismi digitali) – soprattutto se tecnologici; noi venendo trascinati “in uno spazio comunicativo e informativo dove messaggi e immagini si affermano attraverso la logica combinata dell’urgenza e dell’immediatezza […] reindirizzando in modo discontinuo la nostra attenzione”. Uno spazio dove crediamo di essere autonomi e liberi, ma non lo siamo.

Per imparare a provare a resistere a questi meccanismi di cattura ci serve – e molto – un libro come quello che qui proponiamo al lettore. Un libro scritto dal filosofo ticinese Fabio Merlini e uscito da poche settimane per i tipi dell’editore Aragno (da cui è tratta anche la citazione riportata sopra), ultimo di una serie di libri tutti importanti. Un libro chiarissimo nella scrittura e nel ragionare insieme al suo lettore (sì, è un libro di filosofia; ma niente paura) e coinvolgente nella sua costruzione. Ma è un libro da leggere lentamente, proprio per accrescere il coinvolgimento di noi con noi stessi e con gli altri. Un libro da tenere quasi come un livre de chevet, da riaprire magari a caso (ma dopo averlo letto per intero), lasciandoci svegliare dal sonno e dalla dimenticanza di noi stessi in cui siamo immersi.

Era ciò che cercava di fare Socrate – svegliare dal sonno i suoi concittadini – “con la forza esortativa di una interrogazione ironica e al contempo implacabile”, come ricorda Merlini; con il cui libro siamo invece ora coinvolti da una frase scritta su carta, da un pensiero che fa nascere in noi, facendoci rinascere come individui che pensano e che non solo producono e consumano e si divertono, come invece ci formatta, ci norma e normalizza il sistema. Sistema che ci vuole appunto alienati/estraniati (fuori di noi, dalla nostra interiorità), ma felici di esserlo; che ci vuole soprattutto narcisisti – cioè innamorati della nostra immagine riflessa, fuori di noi, ma che non è noi (è appunto l’esteriorizzazione di sé invece della interiorizzazione – e meno che meno è una relazione di dialogo tra io e mondo, tra interiorità ed esteriorità) noi quindi divenendo incapaci di capire chi si è mediante una consapevole partecipazione al mondo.

Dunque, questo libro parla di noi. Di noi individui e di noi società, di cosa siamo diventati, di cosa abbiamo perduto (noi stessi, il senso del tempo e quindi della vita, la capacità di immaginare e di progettare qualcosa di nostro dovendoci invece adattare a ciò che ci offre il sistema (cioè il neoliberismo e la tecnica, industria della distrazione compresa). Un libro, questo di Merlini, che invece ci suggerisce come provare a ritrovare noi stessi, dopo che il sistema ci ha fatto smarrire/distrarre da noi stessi. E Merlini lo fa rileggendo Socrate (che “cerca di spezzare la sussunzione dell’individuo alla società. Cioè alle sue esigenze produttive, riproduttive, rappresentative, estetiche, onorifiche”); e Dostoevskij e la sua magnifica riflessione sull’azione del potere sulle masse (“maternage infantilizzante”, lo definisce Merlini) nella Leggenda del Grande Inquisitore; e poi Goethe a Roma, Proust e i modi del leggere e Glenn Gould e il suo pianoforte – ma non solo. Tutto viene dichiarato già nel titolo: Ritornare in sé: appunto per ri-prenderci una vita oggi estraniata, alienata dal sistema teletecnico o tele-tecno-capitalista (come lo chiama Merlini) ed economico.

Un libro che si propone di recuperare dunque – riuscendoci – un “sentimento dell’interiorità” perduta. Cioè, scrive Merlini, la possibilità data a ciascuno di “sostare presso di noi, dopo essere tornati a noi, ma senza isolarci o ripiegandoci su noi stessi”, cioè senza perdere la relazione con gli altri e con il mondo. Insieme smontando le tecniche di distrazione finalizzate a rimuovere ogni consapevolezza di sé dell’individuo, facendogli ad esempio credere (ma è sbagliatissimo crederlo) che la tecnologia sia un mezzo per l’emancipazione umana; un automatismo – la relazione tra tecnologia ed emancipazione – che in realtà potrebbe esistere “solo se l’implementazione tecnologica fosse accompagnata e potenziata da un monitoraggio continuo dei suoi effetti sul corpo sociale e i suoi ambienti”. Il tutto però integrato da una capacità politica di correggere eventuali errori – monitoraggio e capacità politica di correzione oggi del tutto assenti, per cui oggi abbiamo solo una “innovazione della tecnologia”, ma non della società e della politica (e di noi stessi).

Il sottotitolo del libro è ancora più chiaro e ci suggerisce appunto di ri-prenderci l’interiorità smarrita – che abbiamo smarrito per adattarci alle esigenze di un sistema basato invece, diciamo noi, sulla produzione industriale anche di distrazione infinita. Ri-prenderci l’interiorità: cioè l’io riflessivo, consapevole, la capacità di immaginare, di essere noi stessi, di guardarci dentro smettendola di metterci in mostra (di uscire da noi, di esteriorizzarci) in rete con un selfie o con un video o sul mercato come capitale umano, credendo ingenuamente che esporci sia in realtà il modo migliore per essere noi stessi – ma niente è più falso di questa credenza. Riprenderci invece l’interiorità – e l’autonomia, cioè una autentica soggettività e quindi la libertà – è la via corretta per tornare ad essere soggetti.

È un libro – ma questa non è una recensione classica – da leggere in solitudine, sapendo che quando si legge non si è mai soli perché leggendo (un libro) si è sempre in compagnia di noi che leggiamo e insieme di chi ha scritto ciò che leggiamo e della storia che ci narra – un processo tutto diverso da quello prodotto dallo schermo di uno smartphone o di un pc, dove siamo invece sempre altrove da noi stessi e dagli altri incalzati da una accelerazione compulsiva del tempo che non lascia spazio al pensare. Ma soprattutto, leggendo un libro, siamo/viviamo con i pensieri e con le immagini (l’immaginazione, appunto, però nostra) che nascono in noi leggendo – ma siamo anche con ciò che ci circonda mentre leggiamo, perché solitudine non significa isolamento dal mondo. Mentre uno smartphone ci toglie la solitudine, ci connette agli altri ma isolandoci dagli altri, l’immaginazione non è mai nostra – e possiamo anche dire che il vecchio panem et circenses è stato digitalizzato e industrializzato e soprattutto si è fatto pervasivo h24.

Un libro di filosofia, dunque. Da leggere partendo da una convinzione che condividiamo con chi ci sta leggendo: che oggi abbiamo un grande bisogno – come individui, come collettività – di filosofi che ci insegnino nuovamente a pensare, a guardare, a riflettere, ponendoci domande su noi stessi e sul mondo. E allora concludiamo in modo personalissimo questa recensione-non-recensione dicendo: basta economisti, basta imprenditori-guru, basta manager, basta esperti che ci dicono cosa fare e come vivere, come metterci sul mercato, come aumentare la nostra produttività, cosa comprare, come presentarci per venderci meglio; basta delegare la nostra vita a una app; basta cercare algoritmi che ci diano le risposte prima ancora di avere fatto le domande. Abbiamo davvero bisogno – mentre cerchiamo di uscire dalla pandemia, mentre ci ritroviamo la guerra in Europa, mentre dimentichiamo che la crisi climatica è sempre più grave – di filosofi che ci aiutino appunto a ritornare in sé, cioè a noi e in noi (chi siamo, dove vogliamo andare, in che modo, secondo quali obiettivi condivisi consapevolmente e responsabilmente), in-contrandoci/ri-trovandoci (ed è il presupposto per incontrare gli altri) trovando un equilibrio tra interiorità ed esteriorità, tra io e mondo, tra uomo e tecnica, tra uomo e ambiente.

Proteggendo l’io dalla normatività del mondo e proteggendo il mondo dal narcisismo dell’io.


Fabio Merlini, Ritornare in sé. L’interiorità smarrita e l’infinita distrazione, Aragno Editore, 2022


Elon Musk: quando la ricchezza rende liberi e presunti libertari

Una piattaforma per liberi taxisti, ovvero un nuovo esempio di come funziona il neoliberismo 

L’oligarca Elon Musk – che vuole comprare Twitter (o forse voleva, sembra ci stia ripensando) – sarebbe un paladino della libertà (di informazione), come sostiene Tito Tettamanti sul CdT di venerdì, in linea con i conservatori statunitensi? E davvero Musk sarebbe un imprenditore visionario, solo perché ci vuole vendere le sue auto elettriche e a guida autonoma, quando – invece di proseguire nella mobilità individuale – avremmo bisogno di potenziare la mobilità collettiva, molto meno inquinante e quindi molto più sostenibile? E davvero – come scrive Tettamanti – “la sua genialità e intelligenza [di Musk] lo consumano nell’intenzione di sviluppare quel progresso che porterà al mondo di domani”, oppure dovremmo domandarci e poi decidere democraticamente se possiamo delegare a un imprenditore la costruzione del mondo di domani – e soprattutto chiederci se quello di Musk sia davvero il mondo di domani auspicabile? E possiamo davvero considerare Musk un libertario, lui che annuncia di voler votare repubblicano alle prossime elezioni americane di mid-term (i democratici, per cui dice di aver sempre votato, sarebbero oggi nelle mani dei sindacati – sic!), quegli stessi repubblicani che si sono impadroniti, con Trump, della Corte suprema nominando giudici di parte – giudici che sembra si accingano a negare il diritto di aborto e la libera determinazione delle donne sul loro corpo e sulla loro vita? Musk (libertario?) è poi un simpatizzante del golpista (lo abbiamo già dimenticato?) e oligarca Trump – e dunque? Cerchiamo allora di non confondere la libertà dell’imprenditore e del capitale con la libertà dell’uomo (e – aggiungiamo – con la tutela della vita sulla terra), perché sono due cose diverse, filosoficamente contraddittorie tra loro. E non confondiamo la filosofia libertaria con l’anarco-capitalismo à la Murray Rothbard (“il vero anarchismo sarà capitalista e il vero capitalismo sarà anarchico”), o con l’ideologia neoliberale egemone ormai da quarant’anni e per la quale la società non esiste, esistono solo gli individui, tutto deve essere mercato e merce e competizione.

Ma per rispondere ancora meglio a Tito Tettamanti andiamo a recuperare alcune fonti, tra le molte possibili, di questa ideologia neoliberale, verificando se sia davvero liberale/libertaria in sé, come dice di essere, o non sia piuttosto, come cercheremo di dimostrare, non liberale, non libertaria ma anzi intrinsecamente e deterministicamente illiberale. Iniziamo dalla figura dell’imprenditore e dall’impresa. Scriveva il neoliberale Wilhelm Röpke (corrente dell’ordoliberalismo tedesco e poi europeo): “l’imprenditore può paragonarsi a un navigatore, il cui compito principale è quello di navigare senza sosta sul mare del mercato […] Sarà ragionevole, da parte dell’equipaggio [cioè i lavoratori, i consumatori], di non accampare richieste di ‘partecipare alle decisioni’ o di ‘democratizzazione’ della guida della nave. La democrazia è qui fuori luogo, come in una sala operatoria. La democrazia economica sta altrove e cioè sul mercato”.

In realtà dovrebbe essere evidente a tutti, da molto tempo, che il mercato non è mai democratico in sé, ma è pre-determinato dalle imprese (a cos’altro servono infatti marketing e pubblicità se non a produrci come consumatori o come utenti della rete o come produttori di dati?) e che un’impresa non può essere paragonata a una nave o a una sala operatoria. Per la semplice ma sempre dimenticata ragione – come invece scriveva il sociologo americano Robert A. Dahl – che “se la democrazia è giustificata nel governo dello Stato, allora essa lo è anche nella conduzione delle imprese economiche. Ciò che più conta: se essa non trova valide motivazioni nella gestione delle imprese economiche, non si vede proprio come potrebbe averne nel governo dello stato”.

Così facendo, continuava, “un popolo democratico compirebbe un passo importante verso il perseguimento degli obiettivi di eguaglianza politica, di giustizia, di efficienza e di libertà”. E invece, quarant’anni di neoliberalismo – e imbarazzante è che questa filosofia che si dice libertaria sia stata testata per la prima volta nel Cile del golpista/fascista Pinochet; e che uno dei padri del neoliberalismo, von Hayek (corrente del neoliberismo austro-statunitense) affermasse di preferire una dittatura favorevole al mercato a una democrazia contraria al mercato – ci hanno riportato a un modello di impresa nuovamente autocratico e a un mondo (e alla vita degli uomini) di fatto governata (come viviamo, come ci informiamo, comunichiamo, agiamo, socializziamo) da un oligopolio/oligarchia di grandissime imprese (e al vecchio Gafam, acronimo di Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft oggi va aggiunta la T della Tesla di Musk).

Di più e peggio: come sintetizzava l’americano Walter Lippmann, con il cui nome sono chiamati i Colloqui svoltisi a Parigi, nel 1938, per la rifondazione appunto del neoliberalismo, continuata poi con la Mont Pèlerin Society – il liberalismo è “l’unica filosofia che possa condurre all’adeguamento della società umana alla mutazione industriale e commerciale fondata sulla divisione del lavoro”; che a sua volta è un dato storico che non può essere modificato. Quindi: “il liberalismo è la filosofia della rivoluzione industriale” e suo compito è modificare l’uomo, adattandolo alle esigenze della produzione e del capitalismo, divenendo “un nuovo sistema di vita per l’intera umanità”, accompagnando “la rivoluzione industriale in tutte le fasi del suo sviluppo; e poiché questo sviluppo è infinito, il nuovo ordine non sarà mai in nessun modo perfettamente realizzato e concluso”.

E non è forse vero che il sistema oggi ci chiede di adattarci al cambiamento climatico (la resilienza), per non contrastare le esigenze del sistema industriale-capitalistico? Siamo dunque al predominio di termini come Adattamento, adeguamento dell’uomo alle esigenze della rivoluzione industriale, di un tecno-capitalismo il cui obiettivo non è quindi solo produrre e vendere merci e fare profitto, ma anche di profilarci (cioè spiarci) in massa (e mai nessun totalitarismo era giunto a tanto e tanto pervasivamente) per il proprio Big Data.

Siamo, appunto, al capitalismo della sorveglianza, volto a costruire un uomo ancor più funzionale alle sue esigenze e incapace di immaginarlo altro e diverso. Ovvero: niente di più illiberale del (neo)liberalismo. Perché un uomo che si deve solo adattare a qualcosa che non deve controllare (la rivoluzione industriale, il potere dell’impresa e del mercato e dell’oligopolio/oligarchia tecnologica) non è un uomo libero.

Nell’immagine: il futuro immaginato da Fritz Lang in Metropolis (1927)


Elon Musk chi è costui?

Una piattaforma per liberi taxisti, ovvero un nuovo esempio di come funziona il neoliberismo 

Ma chi è davvero Elon Musk, risalito agli onori della cronaca per avere comprato Twitter per 44 miliardi di dollari? E cosa è stata questa acquisizione: l’affare del secolo per la cui realizzazione si sono impegnate banche e consulenti come JPMorgan Chase, Goldman Sachs, Morgan Stanley, o l’errore più colossale del nuovo secolo e del nuovo millennio? E ancora: Musk incarna il nuovo imprenditore schumpeteriano (la distruzione creatrice…) – padrone di Tesla e di SpaceX e non solo – oppure è un avventuriero senza scrupoli, una delle peggiori e più pericolose figure imprenditoriali mai apparse nella storia negli ultimi tre secoli di rivoluzione industriale e tecno-capitalista? È un imprenditore che vuole offrirci un mondo meraviglioso, ricco di benefica tecnologia, che ci permette di fare turismo spaziale e che vuole liberarci anche della fatica di guidare l’automobile, oppure un pazzo che però sta conquistando il mondo? È un visionario, come lo definiscono i devoti della religione tecno-capitalista, oppure è pericoloso per sé e per gli altri – gli altri saremo tutti noi? Ed era seria o faceta la sua idea – lanciata guarda caso con un tweet – di bombardare Marte con le atomiche, per renderlo abitabile (sic!)? Oppure c’entra qualcosa – o forse molto – il fatto che Musk sia affetto, per sua stessa ammissione, da una forma di autismo che ne spiegherebbe i comportamenti e gli atteggiamenti (che Wired aveva definito istrionici)?

E comunque: perché ha comprato Twitter che da tempo ha grossi problemi non solo economici (negli ultimi dieci anni, per otto volte non ha realizzato utili e nel 2021 ha perso 493 milioni di dollari su un fatturato di 5,57 miliardi), ma anche o soprattutto problemi legati alla diffusione di notizie false e di contenuti violenti? Lo ha fatto per una doverosa azione di moralizzazione di Twitter (che è il suo grande amore), in nome di una vera libertà di parola (è una delle retoriche che usa spesso), oppure (come sospetta qualcuno) per ridare spazio a Trump, a cui si sente vicino politicamente ma che era stato bannato da Twitter proprio per le sue fake news e per i suoi contenuti sovversivi? Quali pensieri e retropensieri sono nascosti, dunque, nella testa di Musk? Secondo Shira Ovide, sul NYT, “Il paragone più appropriato con il passato potrebbe essere con i baroni dei giornali del diciannovesimo secolo, come Hearst, Pulitzer […], che usavano i loro giornali per perseguire scopi personali, sensazionalizzavano gli eventi del mondo e molestavano i loro nemici” – prassi che oggi ridefiniremmo informazione-spettacolo o industrializzazione dell’informazione e della disinformazione.

Domande, molte, quelle che qui abbiamo posto e che al momento non hanno ancora risposta. Ma per provarci – allargando il campo e confrontandoci ancora una volta con il passato – è utile riprendere la splendida riflessione di Mattia Mantovani – a cui rinviamo, sul sito rsi.ch – a proposito di Incubo ad aria condizionata, dello scrittore Henry Miller, “dove per incubo ad aria condizionata bisogna intendere la sensazione di claustrofobia e soffocamento indotta da una società regolata da meccanismi anonimi e ormai priva di tratti realmente umani”. Meccanismi anonimi (o apparentemente anonimi, perché dietro si cela sempre una attività capitalistica votata alla massimizzazione del profitto e alla privatizzazione / sfruttamento dell’uomo e della biosfera, oggi anche dello spazio, che ha cessato di essere bene comune e luogo di conoscenza per l’umanità diventando anch’esso mezzo di produzione di plusvalore) – meccanismi che oggi si chiamano AI, social, motori di ricerca, app, cookies, eccetera eccetera. Scriveva Henry Miller (il testo nasce tra il 1939 e il 1941, ma è pubblicato nel 1945): “Siamo abituati a considerarci un popolo emancipato, diciamo di essere democratici, amanti della libertà, liberi da pregiudizi e dall’odio. Belle parole, piene di nobiltà e di idealismo. In realtà, siamo una turba volgare e aggressiva le cui passioni sono agevolmente mobilitate da demagoghi, giornalisti, ciarlatani della religione, agitatori e roba simile. Chiamarla una società di popoli liberi è una bestemmia”.

E con Musk che si compra Twitter sembra davvero di essere rimasti a quel tempo – o forse peggio, data la pervasività dei media digitali di informazione / disinformazione di oggi. Commenta ancora Mattia Mantovani (e noi condividiamo): “Miller individua e prefigura con gelida concretezza la normalissima e in fondo banale catastrofe della società dei consumi e dei bisogni indotti, dove tutto è in vendita e il relativo diventa assoluto nel segno di una diffusa quanto ottusa omologazione degli interessi, delle passioni, delle abitudini, degli stili di vita, perfino dei codici etici, che infatti sono completamente saltati insieme al principio di non contraddizione, presupposto di ogni ragionamento con pretese di logicità” (corsivi nostri).

Ha scritto a sua volta Michele Mezza, nel suo blog sull’Huffington Post: “L’uomo più ricco del mondo combinando le sue dotazioni nel campo della sensoristica umana, con i sistemi di pilota automatico delle auto Tesla, con la possente flotta satellitare, con le società titolari di brevetti nelle biotecnologie neurali, fino alla titolarietà del know how con i sistemi di intelligenza artificiale che scrivono e selezionano i testi giornalistici dispone ora, con l’aggiunta del più grande e popoloso spazio di professionalità dell’informazione [Twitter, appunto], di un circuito che gli permette di esercitare un dominio assoluto non tanto sui contenuti, ma direttamente sui comportamenti e il senso comune di intere comunità nazionali” (corsivi nostri).

Dunque, chi è Elon Musk? Ma soprattutto: cosa siamo diventati noi per lasciargli tanto potere – anche di toglierci la nostra libertà? Cosa siamo diventati per osannarlo come un visionario invece di vederlo come un pericolo per la libertà e la democrazia?


Dall’Ucraina alla Compagnia delle Indie Orientali, e a Twitter

Una piattaforma per liberi taxisti, ovvero un nuovo esempio di come funziona il neoliberismo 

“Il sonno della ragione genera mostri”: è il titolo di un’opera, famosa e citatissima, di Francisco Goya, anno 1797 – in pieno illuminismo. Molte le interpretazioni possibili date all’opera, ma qui la usiamo anche noi per rappresentare ciò che accade quando l’uomo non ragiona, non pensa e si generano mostri – come oggi la guerra criminale della Russia (la barbarie è tornata in Europa) contro Ucraina. Titolo che qui integriamo dicendo che anche il sonno della storia – la conoscenza della storia (e dei processi che la costruiscono) è ciò che supporta la ragione; la sua ignoranza, uccide invece la ragione – genera mostri.

E noi viviamo ormai da decenni in un sistema politico, economico, formativo e della comunicazione fondato sull’informazione compulsiva, sull’ora e adesso, sulla mancanza di sedimentazione e rielaborazione di ciò che è accaduto ieri per capire ciò che accade oggi e potrebbe accadere domani, sempre sopraffatti dall’emergenza, dall’eccezionalità, dall’ultima notizia per di più spettacolarizzata. E la cancellazione del pensiero complesso e critico, dell’astrazione teoretica, della progettualità e insieme della memoria hanno prodotto la fine del senso della storia, cioè del senso (sensato e responsabile) del nostro vivere come cittadini consapevoli e partecipativi e non solo come consumatori (anche di notizie, comprese le fake news).

Il sistema capitalistico-industriale in cui viviamo impone sempre più alla società (a noi) una incessante rivoluzione, una continua crisi e una crescente disruption senza senso, se non quello della massimizzazione dei profitti privati. Se un tempo la storia aveva un senso e gli uomini avevano progetti condivisi da perseguire (il Progresso degli illuministi; o la società emancipata per Marx), oggi viviamo invece senza senso e senza progetto se non quello del produrre e del consumare sempre di più (anche gas e petrolio).

Così assoggettandoci (ancora il sonno della ragione) a un caso / caos che non sappiamo più controllare e gestire, a cui però il sistema ci chiede incessantemente di adattarci (è la sua pedagogia per la nostra interiorizzazione della way of life del tecno-capitalismo), perché questo stato di caos / crisi cronico e strutturale è (1) funzionale al funzionamento di questo sistema, nichilista ed ecocida ma molto profittevole per il capitale; e perché (2) dimenticare il passato, cancellare il futuro, vivere in un eterno presente è una tecnica e una forma di esercizio del potere molto efficace e molto ricercata dal potere per la propria riproducibilità infinita, annullando ogni opposizione reale. Una prassi di potere che è de-democratizzante, semplificativa, diseducativa e disinformativa, polarizzante e produttrice essa stessa di populismo (soprattutto digitale), il tutto oggi potenziato (3) dalle nuove tecnologie che massimamente velocizzano ogni cosa, che si presentano come sempre nuove e diverse dal passato e impediscono quindi la riflessione e uccidono il pensiero critico (la fretta genera l’errore in ogni cosa, ammoniva già Erodoto), integrandosi e sommandosi alla vecchia ma sempre efficace tecnologia di potere del panem et circenses, oggi chiamato consumismo, social, società dello spettacolo, del divertimento e del godimento immediato.

Tutto questo ci concentra sui fatti e quindi esclude / rimuove ex ante (volutamente? deliberatamente? La risposta è: sì) ogni analisi complessa dei processi che hanno prodotto questi fatti – e così (ad esempio) crediamo di essere nella quarta rivoluzione industriale mentre, se ne analizzassimo i processi vedremmo che è solo la fase digitalizzata della sempre uguale rivoluzione industriale iniziata tre secoli fa.

Anche l’invasione dell’Ucraina è uno di questi fatti. Arrivata dopo che per decenni abbiamo chiuso gli occhi – in cambio di gas e petrolio (ancora il sonno della ragione) – sui processi che stavano avvenendo: sia in Russia (autocrazia nazional-religiosa, oligarchia delle materie prime e non solo, cancellazione della libertà civile, politica, culturale e altro ancora), sia in Occidente (espansione verso Est della Nato, autoritarismo / para-fascismo e populismo crescenti negli Usa e in Europa – Marine Le Pen è al suo record in Francia; metà degli americani rivoterebbe Trump – e l’oligarchia / oligopolio delle Big Tech e altro ancora).

Oggi la necessità di sostenere l’Ucraina (ma se fossimo coerenti con i nostri valori dovremmo sostenere anche i palestinesi che si oppongono all’invasione e al colonialismo decennale israeliano) ci fanno così nuovamente dimenticare (ancora il sonno della ragione) che anche l’Occidente e la Nato sono ipocriti. Perché è ipocrisia accusare (giustamente) la Russia di spegnere la libertà e di manipolare la verità se poi gli Usa vogliono processare Julian Assange la cui colpa è quella di avere esercitato – cosa normale in una democrazia che sia davvero tale – il diritto alla libertà di espressione e di informazione. Perché se l’Europa fosse coerente davvero con i suoi valori – e noi vorremmo che lo fosse, facendosi esempio virtuoso per il mondo intero, perché crediamo nella libertà, nella democrazia, nella ragione, nei diritti dell’uomo – accoglierebbe non solo i rifugiati ucraini, ma anche quelli che arrivano dall’altra parte del Mediterraneo o dall’Afghanistan (che gli Usa hanno consegnato all’oscurantismo talebano senza porsi alcun problema di coscienza), profughi che lasciamo anche morire (sì, siamo razzisti!) nascondendo la testa sotto la sabbia (che è un’altra forma di sonno della ragione).

Ovvero: il sistema ci mobilita sui fatti e sulle emergenze / contingenze (è la sua logica dello stato d’eccezione / emergenza permanente, utile al capitale e al complesso militare-industriale) così impedendoci di analizzare i processi che hanno prodotto il fatto-guerra e di provare – a contrario – a costruire invece la pace (che non è un fatto, ma un processo che richiede tempo e costanza e una continua manutenzione).

Far dimenticare il passato, far perdere la memoria collettiva, far vivere solo nel presente e nel tempo reale e non più in quello storico e progettuale: in questo, tecnica e consumismo (il tecno-capitalismo) sono abilissime (gli è appunto funzionale). Utile diventa allora – anche qui per non dimenticare, per comprendere i processi che il sistema genera, poi nascondendoceli – ripensare alla storia della Compagnia delle Indie Orientali: un impero coloniale aziendale, una società per azioni con un proprio esercito alla conquista dell’India per profitto privato e diventata poi il modello di tutte le multinazionali (industriali, commerciali, finanziarie) di oggi e dell’altro ieri. Per farlo rinviamo all’affascinante saggio storico di William Dalrymple, Anarchia, edito da Adelphi. Che scrive, nell’Epilogo del libro: “La conquista dell’India da parte della Compagnia resta quasi sicuramente il supremo atto di violenza aziendale nella storia del mondo. […] La domanda, vecchia di trecento anni, su come bilanciare il potere e i rischi delle grandi multinazionali non ha ancora ricevuto una risposta definitiva. […] Nel ventunesimo secolo una grande società di capitali può ancora sopraffare o rovesciare uno Stato con la stessa efficacia della Compagnia […] nel Settecento. […] Le più potenti tra loro non hanno [più] bisogno di armate proprie: possono contare sui governi per proteggere i propri interessi e farsi salvare dal fallimenti”. Arrivando comunque, sempre grazie alla correità degli Stati, a governare la vita intera dell’uomo. Con il potere soft di parole come amicizia, social, condivisione che permettono loro di governare, orientare, guidare la vita di miliardi di persone (ben oltre i venti milioni di indiani governati dalla Compagnia); ma anche con il potere hard della violenza – e giusto nove anni fa, per chi lo avesse dimenticato, a Dacca si contarono 1.134 morti nella tragedia del Rana Plaza, assassinati in nome del profitto.

Dopo tre secoli di rivoluzione industriale e di colonizzazione capitalistica del mondo (concetto che riprendiamo da Habermas, Gorz e Bodei) – dello spazio fisico-geografico, della vita e della coscienza delle persone, arrivando oggi al capitalismo della sorveglianza di massa secondo Shoshana Zuboff (e con una violenza aziendale in realtà ben maggiore di allora) – la domanda su come bilanciare il potere e i rischi delle grandi multinazionali, non ha ancora ricevuto una risposta definitiva. Semmai siamo affascinati dall’imprenditore Elon Musk che vuole conquistare / sfruttare e colonizzare aziendalmente Marte e lo spazio trasformandoli in business; e che si è appena comprato Twitter – che è anche una potentissima macchina algoritmica di manipolazione di massa e di controllo dell’informazione – pagandolo 44 miliardi di dollari; o da Mark Zuckerberg che ci vuole portare in un Metaverso, cioè a un processo di ulteriore alienazione dell’uomo da sé stesso e dalla ragione (e dalla libertà e dalla democrazia), facendoci delegare (alienare) la nostra vita a degli algoritmi e a viverla nello spazio virtuale – ed è una forma di colonizzazione tecnologica, oltre che ancor più aziendale, della vita e della coscienza / ragione umana.

Ancora e sempre, il sonno della ragione genera mostri.


Uno spettro si aggira per il mondo (ma non è il comunismo)

Una piattaforma per liberi taxisti, ovvero un nuovo esempio di come funziona il neoliberismo 

Premessa – doverosa per evitare di essere arruolati tra i filo-russi, cosa che non siamo mai stati: Putin è un criminale. E come tale dovrebbe essere processato (insieme ai suoi generali, ma anche al patriarca Kirill) e giudicato da un Tribunale: come quello di Norimberga (di ieri) o dal Tribunale penale internazionale (oggi); ma dubitiamo fortemente che qualcuno lo voglia davvero, troppi e troppo grandi sono gli interessi economici che l’Occidente ha con la Russia (che, non dimentichiamolo, può fare ciò che sta facendo in Ucraina anche grazie alle armi e ai soldi dell’Occidente).

Detto questo, a preoccupare seriamente dovrebbe essere soprattutto il clima guerrafondaio che si sta diffondendo per il globo, con la guerra che viene cioè vista da troppi governi come ineluttabile e le armi da fornire all’Ucraina come una esigenza irrinunciabile (e vengono fatti impropri paragoni con i partigiani che combatterono il nazi-fascismo; mentre si cerca di evitare ogni imbarazzante confronto con l’invasione americana dell’Iraq). La battaglia della propaganda e della disinformazione è combattuta infatti ogni giorno ad alzo zero su quell’altro teatro di guerra che si chiama mondo dell’informazione, reale e virtuale che sia. E allora, usando una frase famosa di Marx ed Engels (nel Manifesto del partito comunista – 1848), dovremmo dire che uno spettro si aggira per il mondo, ma è quello della guerra. Molti, troppi, nella politica e nei mass media sono diventati appunto guerrafondai, producendo nell’immaginario collettivo una replica della futurista guerra come igiene del mondo. Nessuno lo dice esplicitamente, ovviamente: ma i messaggi subliminali che vengono prodotti quotidianamente da politici, mass media e intellettuali organici – al di là della tattica di posizionamento retorico davanti a Putin – questo sembrano voler generare: creare consenso o almeno accettazione di massa della ineluttabilità della guerra su scala più ampia – ma che diviene ineluttabile solo se la si considera appunto tale, in una escalation verbale che passa dalla costruzione della contrapposizione ferina e nichilista tra amico e nemico alla rimozione di ogni pensiero complesso, di ogni valutazione oggettiva dei fatti (magari verificando se nel passato vi siano le cause che hanno determinato gli effetti di oggi), alla rinuncia della ricerca di soluzioni alternative.

Roger Caillois – citato da Marco Revelli in un suo recentissimo commento – nel 1943 aveva scritto di vertigine: “Va chiamata ‘vertigine’ ogni attrazione il cui primo effetto sorprenda e disorienti l’istinto di conservazione”. Cioè, “l’essere umano è trascinato alla rovina e come persuaso dalla visione del proprio annientamento a non resistere alla potente fascinazione che lo seduce terrorizzandolo”. E vertigine è la nostra reazione davanti alla guerra in Ucraina. Ma questa vertigine è anche deliberatamente alimentata e sostenuta dallo spettro della guerra ineluttabile che sembra appunto diffondersi nel mondo e che – a differenza del comunismo di Marx ed Engels che volevano cambiare in meglio il mondo – è puro nichilismo, è azzeramento della morale e della politica, della responsabilità e della possibilità di sopravvivenza, è distruzione dell’uomo e della società. Ma questo messaggio/mantra – ripetuto usando le migliori tecniche del marketing – a poco a poco ci sta abituando a considerare davvero la guerra come ineluttabile e inevitabile. E così (Revelli) “la distruzione e l’autodistruzione, [diventano] come un destino a cui è dolce abbandonarsi, cessando di tentare di nuotare contro una corrente che appare l’ineluttabile corso del mondo”.

Certo, la guerra in Ucraina ha prodotto un’importante gara di solidarietà (ma troppi governi distinguono cinicamente e razzisticamente tra profughi buoni e profughi cattivi – che poi sarebbero gli immigrati/profughi/naufraghi dei Sud del mondo); certo, aumentano le manifestazioni e le marce per la pace; certo, nei sondaggi gran parte della gente si dimostra contraria all’invio di armi, per non dire del resto. Ma la vertigine della guerra è potente, annichilente. E solo Papa Francesco sembra opporsi a questa deriva.

Eppure, la guerra in Ucraina è anche altro rispetto alla narrazione dominante. È una potentissima arma di distrazione di massa – sganciata sulla pelle degli ucraini – per farci dimenticare la guerra che da tre secoli il mondo industrializzato sta combattendo contro l’uomo e contro la Terra, contro l’ambiente e contro il futuro delle prossime generazioni. Di lunedì scorso il nuovo allarme degli scienziati dell’IPCC: “Senza riduzione immediata delle emissioni di CO2, impossibile limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi” – e la Svizzera è uno dei 20 Paesi più inquinanti del mondo. Non dimentichiamo infatti – e rinviamo all’intervento di Bruno Giussani su queste ‘pagine’ – che la Russia è un grande produttore di fonti fossili e che ha tutto l’interesse, così come il sistema industriale/consumistico occidentale, a far fallire o almeno a ritardare ogni transizione ecologica ed energetica; e infatti l’Occidente sta cercando altro gas e altro petrolio, evitando di puntare seriamente sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico – per non dire dell’aberrante rilancio del nucleare. E se oggi qualcuno sostiene che la globalizzazione sta tramontando, sconfitta dalla guerra e dai nazionalismi, ebbene mai il tecno-capitalismo è stato così globalmente ecocida come oggi – e mai come oggi il complesso militare industriale è stato così globale, aggiungendo guerra alla guerra, essendo la guerra (non la pace) il suo scopo (la produzione di armi, impone prima o poi il loro consumo, così come la produzione di merci e beni impone che questi siano consumati – e sempre più in fretta).

E allora, la vertigine che ci prende davanti alla guerra impedendoci di reagire cercando di evitare di aggiungere guerra alla guerra, ci sembra analoga alla vertigine che ci cattura davanti al cambiamento climatico, rispetto al quale non facciamo nulla di realmente concreto e nulla di ciò che sarebbe urgente e necessario – cioè: cambiare profondamente, radicalmente il modello di produzione e di consumo tecno-capitalista – e ci abbandoniamo invece a questo che ci viene presentato sempre più spesso (il riscaldamento globale) come un destino ormai ineluttabile a cui dovremo adattarci (avendolo ormai introiettato come way of life), non resistendo, non invertendo la rotta, ma appunto adattandoci alla potente fascinazione del nulla (l’ecocidio) perché da sempre ci seduce il nichilismo: terrorizzandoci sì, ma insieme appunto affascinandoci, perché anche l’indifferenza è vertigine, una vertigine diventata abitudine sublimata. Portandoci nel totalitarismo di un nichilismo integrale (questo è l’ecocidio – oltre alla guerra), neppure più mascherato dalle ideologie totalitarie, ma politiche del Novecento.

Immanuel Kant, molto tempo fa (1795) ci invitava a costruire la pace perpetua. Noi stiamo invece continuando a costruire ogni giorno la guerra perpetua. Guerra militare contro i popoli del mondo (e oggi anche – e di nuovo – tra popoli europei) e guerra tecno-capitalistica contro l’uomo e la biosfera.

Sarebbe tempo – finalmente – di smettere. Di uscire dalla vertigine – dalla nostra fascinazione perversa per il nulla.