Now and Then

Ritrovata dopo anni, mixata, rimasterizzata e pubblicata, anche una sola canzone di John Lennon è capace di diventare un evento musicale 

Non si può, almeno per quanto mi riguarda, non essere sentimentali quando si parla dei Beatles. La loro “nuova” canzone fa viaggiare sull’onda dei ricordi e delle sensazioni che ognuno prova di fronte ai Fab Four. È un discorso che evidentemente non vale solo per chi li ha vissuti negli anni Sessanta, “in diretta”, ma anche per le generazioni successive (di cui faccio parte pure io) che hanno potuto scoprire la loro musica. Ciascuno ha i “propri” Beatles insomma, legati a momenti precisi, perché con ogni probabilità ci si rammenta di quando li si è sentiti per la prima volta e in quale fase della propria esistenza, della propria storia individuale, magari sentimentale. I Quattro, pur essendosi sciolti come band da decenni, non sono mai andati via dalla musica e dall’immaginario culturale.

“Now And Then”, insieme a “Free As A Bird” e a “Real Love”, faceva parte dei “demo” di canzoni non finite di John Lennon donati nel 1994 da Yoko Ono a Paul McCartney. I primi due pezzi, una volta completati dagli altri “scarafaggi”, sono finiti nelle raccolte “Anthology”; “Now And Then” invece risultava (a metà anni Novanta) troppo difficile da terminare, poiché la voce di Lennon non poteva essere “ripulita” e separata efficacemente dal pianoforte che l’accompagnava.

Oggi la tecnologia per restituire il cantato, singolarmente, esiste : l’ha perfezionata Peter Jackson, il regista de “Il Signore degli Anelli”, del documentario “Get Back” e, inoltre, del video del neo-motivo beatlesiano. Uno “step” che ha permesso di utilizzare quella pista vocale, per poi aggiungerla alla chitarra suonata da George nel 1995, a coretti estrapolati da vecchi album, e al resto della base suonata da Paul e Ringo nel 2022. Il tutto con un nuovo arrangiamento orchestrale curato da Giles Martin.

È una bella canzone. Inizialmente non mi ha colpito molto, ma ora più l’ascolto e più mi piace. È commovente sentire John, nel suo modo inconfondibile di scandire le parole e di seguire la melodia. Il miracolo si ripete: è una musica “semplice” ed emozionante, proprio come il gruppo ha sempre saputo fare. Gli altri tre Fab sono una presenza discreta; come viene sottolineato in diversi articoli di riviste specialistiche pare davvero che McCartney, Harrison e Starr rimangano un passo indietro per non sovrastare il compagno.

Benché questa composizione non aggiunga nulla di eccezionale al repertorio e al mito rappresentato dai nostri, per Macca e Ringo questa pubblicazione ha una gran valenza simbolica. E’ come completare un viaggio, l’esperienza fondamentale della loro vita artistica, onorando John (scomparso nel 1980) e George (deceduto nel 2001).

Per noi, che abbiamo sempre percepito i Beatles come messaggeri di un mondo in qualche modo migliore, l’occasione è perfetta per salire di nuovo sul treno della nostalgia. Al tempo stesso è la riconferma di una Bellezza che non svanisce. Ora come allora. Ora e poi.

Il suggestivo video di “Now and Then” (25 milioni di visualizzazioni in 7 giorni)

Nell’immagine: un giovanissimo John Lennon in uno dei momenti finali del video


Pensi che la festa sia finita, invece è appena cominciata!

Ritrovata dopo anni, mixata, rimasterizzata e pubblicata, anche una sola canzone di John Lennon è capace di diventare un evento musicale 

Negli anni Settanta c’era già chi si stupiva che dei rockers poco più che trentenni come loro riuscissero ancora ad avere così tanto successo. E a partire dal decennio successivo, ogni volta che partivano in tour o pubblicavano un disco, si sentiva dire “Saranno le ultime cose che fanno insieme! Hanno già 40 anni!” Ora che ne hanno 80 cosa si può dire?

La risposta è in un titolo di una canzone che i Rolling Stones cantavano nel 1964, “Time Is On My Side” (Il tempo è dalla mia parte). Un’altra risposta, forse la migliore analizzando tutto il loro percorso, è contenuta nei versi di uno dei brani del nuovissimo album:

“And you think the party is over
But it’s only just, only just begun”
(“Pensi che la festa sia finita
Invece è appena cominciata”)

“Hackney Diamonds”, il 24mo lavoro in studio, fresco di pubblicazione, continua la festa di una band formatasi nel 1962. Anche in questo caso si dice “È il migliore album da “Exile On Main Street!” (del 1972), il migliore da “Some Girls!” (1978) o da “Tattoo You” (1981). Non vanno fatti paragoni, è semplicemente la fotografia degli Stones versione 2023… e ogni volta riescono a sorprenderci per vitalità, freschezza, e voglia di giocare. Chi cerca il capolavoro, il “Verbo”, qui non lo troverà. Troverà invece una raccolta gioiosa e nostalgica, nuova e “vintage”. È una produzione di musicisti veterani che fa respirare libertà e allegria, rock onesto, col sorriso, sempre col carisma di Mick, e la costanza da artigiani di Keith e Ronnie.

Charlie Watts, il batterista compagno fin dagli inizi, scomparso purtroppo 2 anni fa, è presente in due brani (“Mess It Up” e “Live By The Sword”). Il suo drumming è inconfondibile, benché il sostituto Steve Jordan, rodato sessionman, faccia un lavoro assai pregevole.

Paul McCartney suona invece il basso nell’energica “Bite My Head Off”: viene così sancita la prima collaborazione ufficiale in 60 anni tra un Beatle e gli Stones, come fosse la chiusura di un cerchio: i Quattro di Liverpool diedero infatti ai Rolling, nel ’63, una propria canzone, “I Wanna Be Your Man”, che i secondi registrarono per un 45 giri che rappresentò Il decollo verso il successo del gruppo capitanato da Jagger e Richards.

Avrei preferito che pure Paul cantasse, la reunion tra i membri di due dei più grandi gruppi di tutti i tempi meritava di più, anche a livello compositivo. Ciò dimostra comunque la grandezza di McCartney, che sa mettersi in secondo piano quando è ospite nei dischi altrui.

La lista degli ospiti d’onore non si ferma qui: Elton John suona il piano in “Get Close” e “Live By The Sword” (in quest’ultima è presente pure lo storico bassista Bill Wyman, membro stoniano fino al 1993). Tra le perle io citerei “Angry”, il brano uscito come singolo nelle scorse settimane, e “Rolling Stone Blues” di Muddy Waters. Un blues, appunto, che dà il nome alla formazione britannica, che ha forti radici in questa musica.

La gemma assoluta di “Hackney Diamonds” per me è però “Sweet Sounds Of Heaven”, un gospel in duetto di Mick Jagger con Lady Gaga. È un pezzo epico, malinconico, maestoso, in cui chi ha fatto la storia del rock dà spazio ad una delle artiste più geniali del panorama attuale. Fa pensare ad una sorta di passaggio di testimone.

Tutto sommato “Hackney Diamonds”, col contributo del giovane produttore (e coautore di 3 tracce) Andrew Watt, è una prova superata brillantemente. Migliora ad ogni ascolto, porta luce, e non pare affatto un prodotto di artisti al tramonto.

Non sappiamo ancora per quanto tempo, ma la festa sembra possa davvero continuare.


Vasco. Punto a capo

Ritrovata dopo anni, mixata, rimasterizzata e pubblicata, anche una sola canzone di John Lennon è capace di diventare un evento musicale 

Il Blasco. Il Komandante. Il provocautore.

Quanti i soprannomi con cui conosciamo Vasco Rossi? Pensare a lui vuol dire vedere sfilare oltre 40 anni della nostra vita, e di vita dell’Italia. Pensi a lui e vedi stadi o arene gigantesche e superaffollate. Vedi scorrere, anzi ascolti i brani che ha composto durante la sua carriera, da “Albachiara” alle ultime produzioni, molti dei quali “classiconi” diventati inni generazionali.
Vasco è tante cose, tanta roba; a livello italiano è un po’ come Mick Jagger nel panorama internazionale -un pezzo della nostra storia.

Il “Supervissuto”, la serie di Netflix diretta da Pepsy Romanoff, ci offre un documentario in cui il rocker emiliano si racconta con naturalezza e semplicità, come ci è sempre parso di conoscerlo, in fondo. Il programma ha soprattutto il pregio di mostrarci una persona che non teme di parlare dei propri errori e delle proprie debolezze, con una sincerità disarmante.

Chiaro, è pure un prodotto in cui il protagonista celebra abbondantemente il proprio mito, ma non dà fastidio l’approccio scelto: in fondo non si poteva che far narrare a lui la sua vita, senza un intervistatore di mezzo. Il carisma e l’onestà di Vasco riempiono, bastano da soli.
E’ lui che ci conduce attraverso lo stupore che ancora adesso prova per i fan che lo seguono; quei  fan che, dopo la famiglia, sono la sua ragione di vita, gli danno gioia e carica.

Io l’ho proprio gustata la serie. So che potrei sembrare poco critico e poco obiettivo nel parlarne, ma da fan e da amante del rock vi ho trovato esattamente ciò che cercavo, ovvero la descrizione di come l’artista e l’uomo siano cambiati nel corso del tempo.

In un mondo che sembra sprofondare sempre di più nella tristezza e nella disperazione, l’arte resta una delle poche àncore di salvezza. Le canzoni possono, nel loro piccolo, mutare il nostro sguardo, e la presenza attuale di “veterani” come Vasco e Mick Jagger (che ha appena pubblicato il nuovo album con i Rolling Stones!) può dare un aiuto, circoscritto ma importante, per rendere migliore la nostra esistenza. In tale ottica sono perciò due fuoriclasse non più giovani ai quali non possiamo rinunciare di fronte ai timori per il futuro, è come se essi stessi fossero delle certezze.
Nel caso della docuserie sull’uomo di Zocca la voglia è quella di rituffarsi nella sua discografia, per commuoversi, arrabbiarsi, pensare e sognare ancora tante, tante volte.

Nell’immagine: Vasco Rossi nel documentario


“Io capitano” – Uno straziante urlo di speranza

Ritrovata dopo anni, mixata, rimasterizzata e pubblicata, anche una sola canzone di John Lennon è capace di diventare un evento musicale 

Sono parecchi gli spunti che si affollano nella mia mente dopo la proiezione della nuova opera di Matteo Garrone. La prima cosa che penso è che raramente, negli ultimi anni, ho visto un film in grado di scuotere così le nostre sensibilità. Forse perché il soggetto viene dalla cronaca, dal tema dei migranti, mostrato però da un’angolazione diversa. Una vicenda che (seppur molto superficialmente) crediamo di conoscere, mentre qui ci viene raccontata in modo differente.

Non credevo, ed è la seconda riflessione, che si potesse fare un film italiano su un dramma senza fine con attori sconosciuti -attori “locali”- e praticamente parlato in wolof, la lingua senegalese, coi sottotitoli. Il cineasta, fresco vincitore del Leone d’argento per la regia di “Io capitano” alla Mostra del cinema di Venezia, dimostra che ci si può davvero spingere fino a qui, anche se commercialmente (e politicamente) pare un’operazione rischiosissima.

Non è questo ciò che conta, comunque. Raccontare la fuga di due ragazzi africani verso l’Europa alla ricerca di un futuro migliore è prima di tutto un atto di coraggio, doveroso proprio perché, come detto, il punto di vista è alternativo alla narrazione dei telegiornali. “Volevo fare un controcampo, mettere la camera dall’altra parte” ha spiegato l’autore. Che così parla di un’odissea vista dall’interno, esaminando le varie tappe che la compongono. Anche quelle riguardanti i momenti più terribili, quando le persone vengono ridotte a merce, a schiavi derubati dei pochi soldi che possiedono e che dovranno, lavorando, rimettersi a guadagnare, sempre che  sopravvivano a maltrattamenti e torture…

Garrone non vuole commuovere a tutti i costi, non cerca né l’effetto lacrima né di alleggerire una situazione drammatica. Benché qua e là ci siano situazioni ricostruite con immagini oniriche, possiamo dire che il racconto è onesto e che risce a non esasperare nulla.

Come risolvere una questione in cui l’Europa e il mondo devono fare la propria parte? Domanda difficilissima, nessuno ha trovato (o voluto trovare) una soluzione. Intanto l’esempio di cui parliamo dimostra che l’arte non è inutile: serve a renderci consapevoli di come ogni percorso individuale sia intriso di sofferenza.

Presumo che “Io capitano” non sarà apprezzato da tutti, perché è una risposta a chi in politica usa o ha usato espressioni come “gente che fugge da guerre finte”, che si affidano ai “taxi del mare”, o che ha spesso detto “aiutiamoli sì, ma a casa loro!”. Ci sono persino giornalisti (vergogna!) che, commentando le tragedie del mare, non trovano di meglio che affermare “L’avevamo detto. State a casa, partire è un po’ morire!”.

Garrone probabilmente non poteva non vincere un premio con una produzione del genere. Tuttavia lo merita, per la sfida realizzativa e per la sfida alle nostre coscienze.


Il “sovranismo culturale” di Pierfrancesco Favino

Ritrovata dopo anni, mixata, rimasterizzata e pubblicata, anche una sola canzone di John Lennon è capace di diventare un evento musicale 

Che peccato. Un anno fa avevo dedicato un post a Pierfrancesco Favino, lodandolo come attore e per la scelta dei suoi ruoli.

La mia stima per lui come professionista non cambia, eppure la sua recentissima uscita alla Mostra del Cinema di Venezia mi ha parecchio deluso. Ho letto varie versioni della notizia, consultando più fonti. A margine della presentazione di un suo nuovo film (“Adagio” di Stefano Sollima), Favino ha nuovamente attaccato il film di Ridley Scott “House Of Gucci”: “I Gucci avevano l’accento del New Jersey, non lo sapevate?”. E fin qui può non avere tutti i torti (nonostante non fosse la sede appropriata per comunicare certe opinioni. Ci torno dopo).

Ora si scaglia però contro “Ferrari” di Michael Mann con Adam Driver. Continua Pierfrancesco: “C’è un tema di appropriazione culturale, non si capisce perché affidano i ruoli ad attori stranieri lontani dai protagonisti reali delle storie, a cominciare dall’accento esotico. Se un cubano non può fare un messicano, perché un americano può fare un italiano? Solo da noi. Ferrari in altre epoche lo avrebbe fatto Vittorio Gassman, oggi invece lo fa Driver e nessuno dice nulla. Mi sembra un atteggiamento di disprezzo nei confronti del sistema italiano, se le leggi comuni sono queste allora partecipiamo anche noi”.

Qui il l’artista fa solo la figura del “rosicone”, danneggiando perfino la promozione del suo film. A mio parere non è professionale che un attore parli male di colleghi o di altri lungometraggi quando è lì per presentare il proprio lavoro. Stavolta ha dimostrato di essere provinciale e invidioso. Non è che Favino, che ha comunque già partecipato a produzioni statunitensi, volesse essere lui Enzo Ferrari in un progetto prestigioso?

I produttori sono liberi di affidare il ruolo a chi vogliono e, trattandosi di un film hollywoodiano, è ovvio che per questioni di mercato privilegino un attore americano in grado di vendere “Ferrari” in tutto il mondo. Dal momento che poi si tira in ballo l’appropriazione culturale, perché allora non ci pensano gli italiani a mettere in piedi opere che parlino del loro passato, di grandi figure che raccontino la storia del paese?

Non è un grande argomento in sé, è vero, è una inutile polemica da fine estate. Il problema è che le parole di Favino suonano quasi “sovraniste”; ciò che propone sembra una versione di “Prima i nostri” in ambito cinematografico, rivelando il cliché dell’italiota che finisce per fare la vittima e lamentarsi ancora del proprio mondo, in cui non funziona niente.

Quello che dice Favino limita la libertà che l’arte invece dovrebbe esprimere. Quando ha parlato forse non ricordava che Fellini, nel 1954, affidò ad Anthony Quinn il ruolo di Zampanò in “La strada”. Lo stesso Fellini anni dopo chiamò Donald Sutherland a fare “Il Casanova di Federico Fellini”. Favino magari non ricordava nemmeno che Luchino Visconti rese Burt Lancaster il Principe Salina, siciliano, ne “Il Gattopardo”, mentre Alain Delon interpretò il nipote Tancredi.
Bertolucci volle Robert de Niro e Gérard Depardieu per “Novecento”. “Il dottor Zivago”, notoriamente russo, fu interpretato da un attore egiziano, Omar Sharif. “Il Padrino” invece, siculo-newyorkese, era nientemeno che Marlon Brando, il quale non aveva alcuna origine italiana.

Potremmo continuare all’infinito. Vi sono motivi commerciali pure dietro a tali decisioni, ma la nazionalità degli interpreti non ha impedito alle opere citate di diventare capolavori del cinema.

C’è dell’altro che Favino pare avere scordato, cioè di aver impersonato Clay Regazzoni nel film “Rush” di Ron Howard (che rievocava la rivalità tra i piloti di Formula 1 Niki Lauda e James Hunt).
Regazzoni avrebbe dovuto interpretarlo, seguendo il suo ragionamento, uno svizzero, anzi un ticinese! Però nessuno di noi si è lamentato…

Su, Pierfrancesco, l’impulsività è una brutta cosa. Rimani concentrato sul mestiere e non perderti in sciocchezze.

Nell’immagine: Pierfrancesco Favino nei panni di Clay Regazzoni nel film “Rush” di Ron Howard (2013)


La solidarietà secondo Ken Loach

Ritrovata dopo anni, mixata, rimasterizzata e pubblicata, anche una sola canzone di John Lennon è capace di diventare un evento musicale 

“Se ci sarà un cambiamento nelle società avverrà grazie alla classe operaia, e non grazie alla borghesia, ai ricchi, o a chi è al potere! Arriverà dai ceti più sfavoriti che hanno tanto da guadagnare… e che hanno le migliori battute!”

In queste parole di Ken Loach, mentre risponde ad una mia domanda durante l’intervista, è contenuto il pensiero di un grande signore del cinema British.
Io le leggo a più livelli. Il primo è quello dell’analisi della società occidentale, nella quale i mutamenti più significativi passano dalle classi meno privilegiate, con la riduzione della povertà.
Il secondo livello è il più caro al regista britannico, quello della fede politica. Loach è un uomo profondamente di sinistra e ha una visione davvero radicale. D’altronde i propri ideali li ha sempre dichiarati e il suo modo di fare film li riflette.
Terzo livello, la necessità dell’ironia, dello humour.

Quando lo incontriamo stringe la mano a tutti noi, sia a me sia all’équipe tecnica. È gentilissimo e ha il sorriso di un uomo umile, che ha visto tanto e sa tanto, ma che si prende lo stesso il tempo per ascoltarti. Chissà quante volte avrà poi spiegato le stesse cose ai giornalisti, eppure le racconta anche a me con la stessa pacatezza.

“Vede, non è che coi nostri film diamo voce a chi non ce l’ha. Le persone di cui parliamo ce l’hanno una voce, però non viene riportata dai principali mezzi di informazione, se non quando c’è una sofferenza.”
Se ci si pensa bene è davvero così. Per esempio mi vengono in mente i recenti scontri nelle periferie parigine. I media ne hanno parlato, certo, quante volte però si riferisce di queste comunità prima che succedano le disgrazie o le tragedie che le toccano?

La grandezza di Ken e del suo simpaticissimo sceneggiatore Paul Laverty, anch’egli presente all’appuntamento, è riuscire a fare film che comunicano qualcosa a tutti, ad un pubblico trasversale. Si possono non condividere tutte le loro idee politiche, ma alla fine propongono magistralmente storie di solidarietà, ricche di umanità e poesia. Con un desiderio di giustizia sociale che chiunque può sottoscrivere.

Ken e Paul hanno sfornato una nuova, bellissima pellicola: “The Old Oak”. È il nome di un pub di Durham, città nel nord del Regno Unito. Una città popolata pure da ex minatori, dove manca lavoro e vari commerci sono chiusi. Un gruppo di residenti accoglie dei rifugiati siriani, che cercano di integrarsi tra mille difficoltà -perché altre persone del posto guardano con odio i nuovi arrivati. Come mai? E’ presto detto: si sentono minacciati, manifestano un razzismo primordiale.
“Succede in molte parti d’Europa” commenta il mio ospite.

Il lungometraggio è ben recitato e porta un messaggio di speranza, mostra che un’accettazione reciproca è possibile.
“Dove c’erano le miniere i lavoratori erano solidali tra loro, dice Ken. Si aiutavano, era come se insieme formassero una squadra. Paul e io abbiamo avuto l’idea di una solidarietà che nasce tra due comunità isolate -quella locale in una zona depressa, e quella dei rifugiati in fuga dalla guerra. Infatti una solidarietà come quella di un tempo tra i minatori…”

“Attaccare chi non ha nulla ed è indifeso è più semplice. Questo è il messaggio che riceviamo nelle nostre società.” Ken ne è convinto da tempo, ed è tra le ragioni che lo hanno spinto a cercare di continuo storie con al centro esseri umani di cui il grande schermo si occupa poco.

Prima di andare esclama: “Se lei in una città avesse dei problemi, non vada nei quartieri ricchi: non l’aiuteranno! Se ha fame vada da chi non ha nulla!”

Mi ha lanciato sorridendo delle provocazioni, il buon Ken. Alla fine dell’incontro non riesco a non guardarlo partire con un po’di malinconia, avrei voluto porgli mille altre domande. Comunque sono consapevole di aver avuto il privilegio di comprenderlo di più, di aver ricevuto tanto dalla conversazione. Di sentirmi arricchito.

Nell’immagine: Ken Loach


Tra Bond e un cartoon 

Ritrovata dopo anni, mixata, rimasterizzata e pubblicata, anche una sola canzone di John Lennon è capace di diventare un evento musicale 

Da fan sfegatato di 007 ho sempre considerato il franchise di “Mission Impossible” (di cui non ho visto tutte quante le puntate, confesso) una sorta di brutta copia dell’agente segreto britannico. L’ispirazione da Bond probabilmente gioca un certo ruolo, benché il franchise di Tom Cruise si rifaccia direttamente all’omonima serie televisiva americana degli anni Sessanta (guarda caso, però, gli anni dei primi film di James Bond). La rivalità tra i due brand dura tuttora; sembrano insomma inevitabili i paragoni.

Un mio caro amico mi ha invitato a vedere “Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte uno”, di Chistopher McQuarrie),al cinema, e malgrado le riserve non mi sono pentito.  Non è un film perfetto: è un po’ prolisso e contiene dialoghi troppo lunghi, inseriti a mo’ di spiegoni; le scene d’azione sono invece confezionate ottimamente e avvincenti. L’uso della tecnologia, le riprese e le sequenze mozzafiato (realizzate dallo stesso Tom Cruise, sempre più stuntman di se stesso) valgono la visione.

Se ho parlato di Bond all’inizio è perché in questo settimo “Mission Impossible” le citazioni dai capitoli dedicati alla spia di Ian Fleming sono numerose. Sono presenti omaggi a “Dalla Russia con amore”, “La spia che mi amava” e “Spectre” per le scene di lotta all’interno del treno; quanto ai combattimenti sul tetto delle carrozze ci si rifà a “Skyfall”. L’inseguimento a Roma con la Fiat Cinquecento gialla rimanda a quello con la Citroën 2 Cavalli gialla di “Solo per i tuoi occhi”.
L’oggetto che Ethan Hunt deve trovare, una chiave formata da due metà, ricorda quasi il sistema Lektor e il sistema ATAC dei già citati “Dalla Russia..” e “Solo per i tuoi occhi”; il salto con la moto eseguito dalla star in persona riprende quello di “Goldeneye”; infine l’ambientazione romana e soprattutto veneziana le abbiamo già viste in altri lavori, compreso “Casino Royale”.

Altri riferimenti, al di fuori del celebre canone inglese, vengono da “Caccia a Ottobre rosso” per il sottomarino, da “Blade Runner” per la ragazza “cattiva” col volto dipinto, e da “La grande fuga” per lo scorrazzare sulle due ruote nei prati da parte del protagonista principale.

Le mie critiche vanno ai dialoghi a volte noiosi, come accennato, e proprio al divo nonché produttore e meraviglioso atleta, che mantiene sempre la stessa espressione. Cruise è normalmente un bravissimo attore, eppure in questo contesto a livello recitativo è piatto. Il personaggio di Ethan Hunt è freddo, senza sentimento, piuttosto asessuato e solo apparentemente ribelle e indisciplinato – una macchina infallibile che non sbaglia mai e sa sempre cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.

Può darsi che il format “Mission Impossible” non richieda una gamma interpretativa vasta, penso comunque che i Bond racchiudano più humour e, nel ciclo con Daniel Craig in particolare, “cuore” e romanticismo, con una vera maturazione dell’uomo.

Le location italiane, qui così cartolinesche, mostrano una Roma ed una Venezia praticamente vuote, senza folla né turisti: la spiegazione è che la pellicola è stata girata in tempo di Covid. L’immagine restituita (dal momento che non si notano mascherine né vi è traccia di virus nel plot) è tuttavia quella di città non credibili nella quotidianità.

Non so se sono io che pretendo troppo. Il titolo della serie, “Mission Impossible”, è chiarissimo nel ribadire che è pura fantasia, puro entertainment, e tutto in fondo funziona già così, senza alcuna parvenza di plausibilità. Un cartoon interpretato da umani.

Lo spettacolo è ad ogni buon conto garantito, e chi ama titoli del genere o vuole semplicemente divertirsi deve correre in sala.


Berlinguer, il nome non è una garanzia

Ritrovata dopo anni, mixata, rimasterizzata e pubblicata, anche una sola canzone di John Lennon è capace di diventare un evento musicale 

Con un nome così ingombrante è impossibile non cadere, anche scherzando, nello stereotipo secondo cui la signora Bianca può solamente essere comunista. Non per forza: siamo nel 2023, definirsi comunisti a qualcuno può creare qualche imbarazzo, oggi, oltre che risultare anacronistico.

Beninteso: la giornalista, come ogni essere umano, è libera di fare ciò che desidera, di avere le idee politiche che vuole – pure di cambiarle – e di scegliersi l’editore che più le aggrada. Ciò che però risultava difficile da prevedere, nel “calciomercato” dei palinsesti, era il passaggio di una professionista notoriamente tanto schierata a sinistra (con decenni di militanza alla RAI) alle reti Mediaset. Quelle dei “nemici”, quelle del padrone che si lamentava quando veniva da lei intervistato a “Cartabianca” (“Lei mi ha interrotto troppe volte. La televisione, secondo me, non si fa così”, disse il Cavaliere ad una puntata del 2019).

Indiscrezioni giornalistiche (il più informato sembra essere il quotidiano online Open di Enrico Mentana) parlano di liti con l’azienda di servizio pubblico per il budget del programma, e per le molte critiche a cui si è esposto. Berlinguer non si sarebbe più sentita protetta, oltretutto Berlusconi junior avrebbe offerto più soldi – da 240 mila Euro, massimo consentito dalla RAI, lo stipendio dovrebbe passare a oltre 500 mila Euro – per farla lavorare su Rete 4.

Evidentemente una mossa del genere è win-win sia per lei sia per Mediaset, che può contare su un personaggio di successo e smentire di assumere solo persone di destra o centro-destra. Insomma, Bianca è passata da una tv governativa ad un’altra tv… filogovernativa.

Dal mio punto di vista non sarà, giornalisticamente, una grande perdita. “Cartabianca” sembrava un programma condotto come se fosse la sagra degli spaghetti all’amatriciana. Mezz’ora di insopportabile teatrino con Mauro Corona, alpinista, scrittore e opinionista, presenza fissa in virtù non si sa bene di cosa, per poi passare ad ospiti (perlopiù gli stessi ad ogni puntata) tra politici (ad esempio Alessandro Di Battista), colleghi giornalisti (ad esempio Paolo Mieli e Andrea Scanzi) e ospiti discutibili come il “filoputiniano” professore Alessandro Orsini. Una trasmissione con la Berlinguer che urla come una lavandaia, mentre gli invitati, in studio o in collegamento, sovente e volentieri si aggrediscono.

I miei maestri alla RSI e ai corsi di giornalismo m’hanno insegnato che gli interlocutori e gli intervistati vanno il più possibile variati, non si devono continuamente chiamare le stesse persone. E che per ragionare non occorre che si urli, anzi.

L’Italia è un paese di 60 milioni di abitanti, è mai possibile che in tanti programmi o talk (come quello della Berlinguer) si vedano quasi sempre le stesse facce? (Ho pensato le stesse cose a proposito di “Che tempo che fa”…). Insomma, nel panorama massmediatico italiano tutto si interseca, si somiglia, in qualche modo si collega. E il denaro, ovvio, non ha mai cattivo odore. Neanche se ti chiami Berlinguer.

Ah già, sono stereotipi!

Nell’immagine: Berlinguer era lui


Ma l’Italia merita davvero una persona così?

Ritrovata dopo anni, mixata, rimasterizzata e pubblicata, anche una sola canzone di John Lennon è capace di diventare un evento musicale 

Il mio titolo riprende quello di un video recente del giornalista del “Fatto Quotidiano” Andrea Scanzi, che commentava le solite uscite a base di turpiloquio, parolacce e diffamazioni da parte del critico d’arte Vittorio Sgarbi. Uscite insopportabili, ogni volta giustificate e coperte con bonarietà. Come se a quest’uomo, in virtù della cultura e della conoscenza infinite (che tutti gli riconosciamo, ci mancherebbe) in fondo fosse concesso sempre di fare il birichino. “Ma Sgarbi si sa che è fatto così!”, si dice.

L’ascesa e la notorietà del personaggio la dobbiamo a Maurizio Costanzo, che lo ha fatto conoscere nel proprio show nella seconda metà degli anni Ottanta, quando già si distingue per il gusto della polemica e dell’insulto; è però nel decennio successivo, contrassegnato, guarda caso, dall’arrivo in politica di Berlusconi (con cui Sgarbi ha alternato grandi intese a rapporti conflittuali) che diventa veramente famoso, pure politicamente. Innumerevoli le casacche cambiate opportunisticamente, da sinistra a destra (soprattutto in quest’area). Con incarichi di consigliere comunale, sindaco, assessore, deputato, europarlamentare. Fino a quella attuale di Sottosegretario di Stato al Ministero della cultura. Senza contare l’appartenenza o ruoli di primo piano in fondazioni, commissioni, eccetera.

Esistono due Sgarbi, come ben si sa. Da una parte il divulgatore, finissimo critico e storico dell’arte che incanta quando descrive i quadri e gli artisti. Dall’altra c’è invece il politico e il “divo” televisivo, ospite dei talk show dove dà il peggio di sé. Colpevoli sono naturalmente i conduttori che gli danno visibilità, sapendo bene che le polemiche e le contumelie del nostro sono un balsamo per gli indici d’ascolto. A volte capita che l’esponente della migliore cultura e l’arrogante e volgare uomo del trash siano riuniti nella stessa occasione, come è capitato qualche giorno fa a Roma al Maxxi. Dal palco, insieme a Morgan, si è distinto per uno show verbale con sessismo e volgarità varie.

Ora in Italia montano prese di posizione e critiche anche aspre, a cominciare ancora dallo stesso Scanzi. Abbiamo un nuovo “caso Sgarbi”, che probabilmente finirà in nulla come spesso accade, dandoci appuntamento alla prossima performance. Io non so se in altri paesi qualcuno come lui possa godere di tanta legittimazione e di un atteggiamento di grande benevolenza, malgrado tutto, da parte dei media. Non credo neppure che possa avere strade troppo aperte in campo politico. In Italia, però, sì.

Ogni paese ha protagonisti scomodi o che fanno vergognare, non è però accettabile che qualcuno come lui abbia un riconoscimento del genere. E non c’entra col perbenismo né col moralismo. L’Italia è un paese dalla vastissima storia e cultura, non esistono altre terre con un’analoga concentrazione di tradizioni, arte, monumenti e centri storici di inestimabile valore. Quando penso ai grandi pittori, poeti, scrittori, compositori e registi italiani credo che ciò che hanno prodotto sia in grado davvero di arricchire la vita di ognuno.

Quando però vedo il cattivo gusto come quello esibito da Sgarbi penso ad un’Italia mediocre e provinciale, che non ha nulla di colto. Nonostante la formazione e la sapienza del soggetto. Bisogna dire le cose come stanno: a Sgarbi è stata garantita una specie di immunità che gli permette di fare ciò che vuole quando vuole, anche rappresentando cariche istituzionali. Lui lo sa e ne abusa. E avere un atteggiamento così violento e autoritario, sfruttando la propria cultura per schiacciare gli altri e non per fare del bene, beh, giudicate un po’ voi cosa sia.

È ora che il sole tramonti definitivamente su questo tipo di personaggi.

Nell’immagine: una maschera del carnevale di Viareggio