Il nonno futurista di Elon Musk e i nuovi oligarchi

Altro che fantascienza. Il mito di un mondo perfetto governato da una tecnocrazia è nato decenni fa e Elon ne è l'erede, anche biologico 

Robot taxi a guida autonoma, cybertruck, robot capaci di far tutto (anche di sostituire i dipendenti statali licenziati), Internet via satellite, colonizzazione di Marte: le visioni futuristiche Elon Musk sembrano uscite da un libro di fantascienza, uno di quelli dove si prefigura una futura società città ideale nella quale tutti i problemi saranno risolti. Questa suggestione ha sicuramente contribuito al successo commerciale dei suoi prodotti. Ora la smania di migliorare il mondo ha portato il CEO di Tesla, di SpaceX e di Starlink a mettersi a disposizione di Donald Trump per incrementare l’efficienza del governo. In questo ruolo l’uomo più ricco del mondo sembra essere giunto alla conclusione che buona parte delle attività del governo centrale siano superflue o addirittura inutili, e procede con entusiasmo a sfoltire le file dei dipendenti statali.

Joshua Haldeman, il nonno

Suo nonno sarebbe stato fiero di lui. Joshua Haldeman, il nonno materno di Elon Musk, oltre a fare l’allevatore, il chiropratico, l’aviatore dilettante e il teorico complottista, negli anni ’30 militava nella sezione canadese di un movimento politico fondato negli Stati Uniti dall’ingegnere Howard Scott, chiamato Technocracy Incorporated. Gli aderenti a questo movimento postulavano che la guida della cosa pubblica fosse affidata non a amministratori eletti democraticamente, ma a una élite di scienziati e ingegneri, gli unici in possesso dell’intelligenza e della formazione necessarie per comprendere il funzionamento dell’industria e dell’economia.

Sotto la guida di questa oligarchia di tecnocrati si sarebbe potuto eliminare la maggior parte dei servizi governativi: “Persino il nostro sistema postale, le nostre autostrade, la nostra Guardia Costiera potrebbero essere resi molto più efficienti… Le agenzie i cui compiti si sovrappongono potrebbero essere chiuse e il 90% dei tribunali potrebbe essere abolito”, si leggeva in un pamphlet del movimento. In una pubblicazione del 1938 gli obiettivi del movimento vengono definiti così: “Per la prima volta nella storia umana, il funzionamento dell’intero meccanismo sociale per produrre e distribuire beni e servizi all’intera popolazione sarà affrontato come un problema scientifico, tecnico e ingegneristico”.

Negli anni ’30, durante la Grande Depressione, il movimento acquistò un certo seguito negli Stati Uniti, in Canada e in Australia, arrivando a contare 250’000 iscritti. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale in Canada il movimento, contrario all’entrata in guerra, venne dichiarato illegale e nel 1940 Joshua Haldeman, che con il numero 0450-1 era il responsabile di Technocracy Inc. in Canada, venne brevemente arrestato (anche i tecnocrati, come ha fatto Elon Musk con i suoi figli, invece dei nomi si davano dei numeri). In seguito lasciò il movimento per associarsi a un altro partito, il Social Credit Party, un movimento populista che postulava il finanziamento statale del consumo, per il quale si candidò senza successo a diverse cariche, prima di emigrare con la famiglia in Sudafrica nel 1949.

Nella capitale Pretoria, dove esercitò come chiropratico, Joshua Musk si distinse quale convinto sostenitore della politica di apartheid portata avanti dal Partito nazionale al potere. Pubblicò un pamphlet dove esaltava il ruolo del Sudafrica nella lotta contro la cospirazione internazionale ad opera della finanza internazionale e del comunismo che minaccia la civiltà bianca cristiana, e un libro in cui denunciava la fluorizzazione dell’acqua, l’obbligo vaccinale e le casse malati. Joshua Haldeman era anche un entusiasta pilota dilettante, hobby che nel 1974 gli costò la vita quando con l’aereo che stava pilotando finì in una linea di alta tensione.

Una copertina della rivista dei tecnocrati: “Una rivoluzione senza spargimento di sangue”

Elon Musk sembra aver attinto generosamente dalle idee tecnocratiche del nonno. Jill Lepore, professoressa di storia ad Harvard, in un recente articolo del New York Times rileva come i provvedimenti del DOGE, il dipartimento per l’efficienza governativa di cui Musk è a capo, sembrano ispirarsi ai postulati di Technocracy Inc.. Ma Musk non è l’unico visionario che sogna una società tecnologica nella quale le inefficienti istituzioni del passato, democrazia compresa, vengano superate dalle conquiste dell’era digitale. Condivide questa convinzione con un nutrito gruppo di ex-fricchettoni libertari, quelli che nei garage della costa ovest degli USA avevano dato vita alla rivoluzione digitale e a tutto quello che ne è seguito. Nel frattempo diventati miliardari, sembrano ora convinti che sia venuto il momento di prendere in mano anche la gestione della cosa pubblica, sostituendosi ai lenti e incompetenti uffici governativi.

Elon Musk con Donald Trump e lo Speaker della Camera dei rappresentanti Mike Johnson

I protagonisti di questa riedizione della tecnocrazia, che hanno contribuito con cospicui assegni alla campagna di Donald Trump, sono ora presenti in forze nella nuova amministrazione americana. Elon Musk è sicuramente il personaggio con la maggiore visibilità. Ma con lui c’è anche David Sacks, con il quale il patron della Tesla aveva fondato il sistema di pagamenti online PayPal. Sudafricano come Musk, Sacks ha investito con successo in Facebook, Uber, Palantir e Airbnb, ed è stato nominato da Donald Trump crypto czar, con il compito di contribuire alla diffusione delle criptovalute. Un altro veterano di PayPal al fianco di Musk e Sacks è Peter Thiel, uno dei primi finanziatori di Facebook, che ha poi fondato la società di analisi di dati Palantir. Thiel non è presente direttamente a Washington, ma è in ottimi rapporti con Donald Trump, ed è stato lui a presentargli il futuro vice-presidente JD Vance, suo collaboratore e poi partner nella società di venture capital Mithril Capital.

L’ideologo di questi nuovi tecnocrati è il pioniere del web Marc Andreessen, uno degli inventori di Netscape, il web browser poi comperato da Microsoft e usato come base per creare Internet Explorer. Andreessen, diventato capitalista di ventura, ha investito fra l’altro in Twitter, Skype, Facebook, LinkedIn, Pinterest, e con l’avvento di Trump alla Casa Bianca ha dato una mano a Musk a creare il DOGE. Nel 2023 Andreessen ha scritto un manifesto – The Techno-Optimist Manifesto – che preannuncia, grazie all’intelligenza artificiale, la trasformazione dell’uomo in un superuomo tecnologico. Il manifesto è un lungo elenco di affermazioni apodittiche, del genere:

La tecnologia è la gloria dell’ambizione e del successo umano, la punta di diamante del progresso e la realizzazione del nostro potenziale. … Possiamo progredire verso un modo di vivere superiore.
Abbiamo gli strumenti, i sistemi, le idee.
Abbiamo la volontà. … Crediamo che i nostri discendenti vivranno tra le stelle. … Crediamo nella grandezza. … Crediamo nell’ambizione, nell’aggressività, nella perseveranza, nell’implacabilità: nella forza.

Questa lista programmatica di convinzioni e di propositi assomiglia molto a quella di un altro manifesto, quello Futurista, scritto nel 1909 in Italia da Filippo Tommaso Marinetti, che dieci anni dopo parteciperà con Mussolini alla fondazione dei Fasci italiani di combattimento e che nel 1925 firmerà il Manifesto degli intellettuali fascisti:

Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità. …
Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia. …
Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita. …
Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria. …

Filippo Tommaso Marinetti

Fra i santi patroni (li chiama proprio così) del “tecno-ottimismo” elencati in appendice al manifesto di Andreessen figura anche Filippo Tommaso Marinetti, di cui riprende molte idee, come la critica alla burocrazia, all’egualitarismo, alle regolamentazioni, all’ossessione della sicurezza, e saluta con entusiasmo le scoperte scientifiche, il progresso, la tecnologia, l’innovazione. Anche se non arrivano a proporre, come Marinetti, la sostituzione delle istituzioni democratiche con un governo tecnico, Andreessen e i suoi amici non nascondono un profondo scetticismo nei confronti della democrazia, considerata troppo lenta e inefficiente per affrontare le sfide del futuro, e una preferenza per modelli decisionali centralizzati o autoritari, come quelli delle grandi aziende tech.

I meccanismi democratici basati sul consenso e sulla partecipazione sono insomma nuovamente sotto tiro, come lo sono stati ripetutamente nella storia, a partire da Platone, che voleva sostituire la democrazia con un governo di filosofi. Una disaffezione che viene oggi messa in relazione alla diffusione dei social media, che hanno favorito la polarizzazione e la frammentazione dell’opinione pubblica. A quale forma di governo mirino i nuovi tecnocrati emersi dalla rivoluzione informatica non è ancora chiaro, ma potrebbe assomigliare a quanto si immaginava il nonno materno di Elon Musk quando militava nelle file di Technocracy Incorporated: una società in cui le decisioni vengono prese da esperti e tecnici (scienziati, ingegneri, informatici), preoccupati soprattutto di raggiungere la massima efficienza.

Vedremo se la democrazia sopravvivrà a queste nuove insidie, o se finiremo per a vivere nella società ideale promessa dai tecno-ottimisti, dove basterà seguire le istruzioni dell’intelligenza artificiale per far funzionare tutto alla perfezione. I meccanismi democratici sono sicuramente lenti e non sempre portano alle scelte migliori e più efficienti. Ma almeno risultano da procedure che permettono ai cittadini di partecipare alla scelta dei propri rappresentanti e di dire la loro sulle decisioni politiche. E anche a costo di essere banali, a questo proposito non si può fare a meno di ricordare la popolare citazione Winston Churchill: “La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre”.

Nell’immagine: fotomontaggio con Howard Scott e Elon Musk


Peter Singer a Lugano, quando il “bene” viene dal cosmo

Altro che fantascienza. Il mito di un mondo perfetto governato da una tecnocrazia è nato decenni fa e Elon ne è l'erede, anche biologico 

La riflessione etica si propone di definire dei criteri per giudicare le azioni umane, distinguendo fra quelle desiderabili e quelle invece da evitare. In parole semplici si propone di distinguere le azioni buone da quelle cattive. Ci sono diverse etiche, da quelle che pongono all’origine del comportamento le qualità del carattere, a quelle prescrittive che fanno risalire i valori a entità oltremondane, come per per esempio dio, o a una riflessione razionale che stabilisca il dovere di agire  in base a principi che si vorrebbe vengano adottati anche nei propri confronti – il famoso imperativo categorico di Immanuel Kant. Un altro approccio è quello utilitarista, sviluppato alla fine del ‘700 da filosofi inglesi come Jeremy Bentham che identificano il bene con l’utile: una azione è moralmente buona se produce il massimo benessere per il maggior numero di persone. 

Peter Singer, invitato a Lugano dall’Associazione Athena Cultura assieme alla filosofa polacca Katarzyna de Lazari-Radek, docente all’università di Lodz, è uno dei più importante esponenti dell’etica contemporanea, e ha sviluppato la sua riflessione partendo proprio dai principi dell’utilitarismo. Docente a Melbourne e a Princeton, Peter Singer è famoso soprattutto come paladino dei diritti degli animali. In diversi libri ha preso posizione contro lo “specismo”, sostenendo che i criteri etici vadano estesi a tutti gli esseri senzienti: se la sofferenza deve essere considerata qualcosa di negativo, non c’è nessuna ragione per non combattere anche la sofferenza degli animali. 

Ma alla conferenza tenuta all’USI di Lugano non si è parlato di “liberazione animale”. Peter Singer  e Katarzyna de Lazari-Radek hanno presentato le conclusioni a cui sono giunti nell’opera scritta a quattro mani “The Point of View of the Universe”, in cui si sono confrontati con la filosofia di Henri Sidgwick, il filosofo inglese vissuto alla fine dell’’800 che più di altri ha sviluppato i principi dell’utilitarismo. 

La riflessione di Singer e de Lazari-Radek prende spunto dagli assiomi che Sidgwick ha posto alla base della sua etica, e che considerava principi obiettivi: giustizia (ciò che è giusto per me deve essere giusto anche per tutti gli altri); prudenza (un vantaggio immediato non deve essere preferito a un vantaggio futuro), benevolenza (il bene del prossimo è importante quanto il mio bene). Per quanto comprensibili e auspicabili, questi principi si scontrano nella vita reale con contraddizioni con cui Sidgwick si è confrontato senza riuscire veramente a venirne a capo. La principale è la cosiddetta “contraddizione della ragion pratica”, che si può riassumere con la formula: “il mio benessere è più importante  del tuo benessere.”

Il valore che gli utilitaristi attribuiscono alla soddisfazione personale, a cui anche Singer e de Lazari-Radek danno molta importanza, non aiuta a uscire dal dilemma. Come conciliare l’edonismo, la ricerca della realizzazione individuale, con il benessere del maggior numero di persone? Per riprendere un argomento di Karl Marx, che si era confrontato a suo tempo con Jeremy Bentham: cosa fare se il benessere di qualcuno può venir aumentato solo a scapito del benessere di qualcun d’altro?

La via d’uscita proposta da Singer e de Lazari-Radek ci conduce nel cosmo. Si tratta infatti del “punto di vista dell’universo”, già proposto da Sidgwick. Bisogna guardare il mondo dall’alto, mettere in secondo piano il nostro interesse particolare per assumere una prospettiva generale. Da questa prospettiva, dal punto di vista dell’universo, non c’è nessuna ragione per attribuire maggiore importanza al benessere di un individuo piuttosto che a quello di un altro: ci si rende conto che non siamo gli unici su questo pianeta e che dobbiamo prendere le nostre decisioni tenendo conto delle conseguenze delle nostre azioni. Insomma si acquisisce una visione d’insieme, imparziale, che permette di promuovere il benessere di tutti gli esseri senzienti. Secondo Singer e de Lazari-Radek la storia dell’umanità ha dimostrato la validità di questo argomento: l’evoluzione ci ha dotato di facoltà morali e razionali che nell’insieme hanno contribuito a far progredire l’umanità. 

 A complemento del comportamento morale dell’ umano cosciente della globalità dei problemi, nella visione di Peter Singer per migliorare la vita sul nostro pianeta occorre l’intervento dei benefattori seguaci dell’”altruismo efficace,” il movimento che Singer ha contribuito a fondare. A Lugano il filosofo ne ha accennato rispondendo alle domande del pubblico. Nonostante i dubbi suscitati da questo approccio dalla condanna lo scorso anno dell’altruista efficace americano Sam Bankman-Fried, che aveva preso molto sul serio l’invito ad arricchirsi per fare della beneficenza, ma per farla usava i soldi affidatigli dai clienti (vedi qui Date e vi sarà tolto, ovvero l‘”altruismo efficace”), Singer non sembra aver perso la fiducia che in questo modo si possa contribuire in maniera significativa a migliorare il mondo.

Un ottimismo di questi tempi non così facile da condividere. Se si apre un giornale o si guarda un telegiornale, non si ha l’impressione che l’universo sia affollato di esseri umani ansiosi di pensare al benessere di tutti. Il compito di cambiare le cose in meglio viene affidato alla buona volontà del singolo, senza considerare le condizioni sociali, culturali, economiche e istituzionali in cui l’essere umano agisce e che sono determinanti per la distribuzione delle risorse e soprattutto per la sua possibilità di realizzarsi. 

Il punto di vista dell’universo può sicuramente indurre a un comportamento lodevole, in grado di fare del bene, ma è lecito dubitare che i problemi del mondo possano venir risolti solo con l’impegno individuale e la beneficenza, senza andare a toccare le radici istituzionali delle disuguaglianze.

Nell’immagine: Peter Singer