Disabilitare la disabilità

Per Barbara Garlaschelli, di cui è appena uscito il nuovo libro “Sirena nel tempo che cambia” 

Barbara Garlaschelli, scrittrice milanese nata come giallista sui generis verso la metà degli anni ’90, nel 2001 esce con un libro fortemente autobiografico: “Sirena, mezzo pesante in movimento“ (Ed. Salani) definito spesso come la storia personale di un incidente, ma è una definizione molto riduttiva. Più precisamente, si trattava e si tratta di un atto di coraggio reso scrittura letteraria, una storia di resistenza, un gesto che si dipana in parole e che consiste nel riagguantare la vita quando essa minaccia di sfuggirti, nei fatti e simbolicamente.

In questi giorni è uscito Sirena nel tempo che cambia, (Laurana Editore). È un libro nuovo, la traccia di una crescita: la storia dei primi dieci mesi di vita dopo la lesione che ha cambiato la vita di Barbara Garlaschelli andava continuata. Perché? Perché la resistenza non si riduce a un atto isolato, ma deve srotolarsi nel tempo, e non sempre è facile percorrerne i garbugli. La resistenza, in qualunque ambito, non è un punto, ma un susseguirsi di punti solidi lungo la linea frastagliata della vita; e i punti a volte sono spine. Garlaschelli è tornata con non poco dolore a raccontarsi prima e dopo gli anni del COVID e attraverso le vicende complicate che hanno caratterizzato la vita di tutti.

In fondo al prezioso volume di Laurana, ci sono i contributi di scrittrici e scrittori amici: nell’ordine, Elena Mearini, Giampiero Rigosi, Roberta Lepri, Gaja Lombardi Cenciarelli, Piero Colaprico, Carlo Lucarelli, Katia Colica, Barbara Barladi. Il primo contributo è il mio, ed è questo.

Non sono mai stata brava a contare il tempo.

Come dice la mia amica, non ci so fare con i numeri e col dolore. Mi confondo e mi spavento.

Poi lei dice anche che sono brava a scrivere, ma questa cosa qui non so se è vera.

Quello che è certamente vero è che la prima volta che ci siamo incrociate, negli anni fulgidi della libreria del giallo in Piazza S. Nazaro, di Tecla Dozio, ci siamo trovate vicendevolmente antipatiche, e questo è spesso il modo in cui cominciano i rapporti che poi durano una vita. Comunque sia, in quell’occasione guardarsi di sguincio e detestarci è stata la cosa che abbiamo fatto. Lei era splendente e socievolissima, vegliata dal padre Renzo che non la mollava un attimo. Io, al solito, ero poco convinta di essere lì: snob e spaventata, come sempre. La seconda cosa l’ho persa per strada invecchiando e capendo come va il mondo, mentre l’altra, dice Barbara, è ancora lì, e io credo che abbia ragione: sono snob come lei, cioè, nel senso che penso che la scrittura sia un dono e un mestiere. Come tale, nel migliore dei mondi possibili (che non è l’Italia, soprattutto quella di oggi), la scrittura trova la sua misura in un talento e un’etica precise, che rappresentano le uniche ragioni possibili per cui si scrive.

Si scrive, o si dovrebbe farlo, nella maggior parte dei casi per guadagnarsi da vivere con quello che si sa fare. Il fatto è che non risulta sempre facilissimo. E nemmeno comprensibile.

Dopo quel primo, inceppatissimo incontro, non c’è voluto molto perché Barbara e io ci trovassimo poi intorno a un tavolo, piuttosto alticce e in compagnia del nostro editore di allora (Marcos y Marcos) a scoprirci capaci di ridere senza controllo delle battute più stupide.

Una risata è sempre un buon inizio e una strategia per non morire. Barbara aveva appena pubblicato quella collezione di racconti brevi e folgoranti intitolata, appunto, O ridere o morire, e io andavo in giro travestita da Fidanzata di Zorro, la spazzina detective di uno dei miei primi romanzi.

I vestiti, appunto: Barbara perfetta e io come un incrocio tra il campo rom e la discarica (secondo la definizione giurata della mia figlia più grande). È ancora così: la mia amica non è riuscita a emendarmi, sebbene gli anni mi abbiamo costretto a rinunciare alle salopette a righe e mi abbiano convinta che ogni tanto pettinarsi si può. Persino truccarsi. O, per meglio dire, farmi truccare: sì, perché le prime volte lo ha fatto Barbara. Io ci provavo, ma riuscivo a sbavarmi la matita fino alle orecchie, mentre lei era precisissima. Non avrebbe dovuto, ma a Barbara piacciono le missioni impossibili, e spesso le riescono.

E qui divento seria: la mia amica è tetraplegica. Ci sono un sacco di cose che ha dovuto imparare a fare. Re-imparare, dopo che il suo corpo si è fatto diverso. Alcune di queste cose sono inconcepibili per una persona con una lesione del suo tipo. Molte di queste rientrano in atti quotidiani che facciamo senza neanche accorgercene. Respiriamo senza sapere di farlo. Per una persona tetraplegica, persino respirare è una operazione che può diventare laboriosa e che richiede condizioni specifiche per essere facile. Qualsiasi minimo ostacolo alla respirazione – raffreddore, tosse, bronchite e via dicendo – provoca momenti di apnea e consequenziali attacchi di terrore. Non è come trattenere il fiato: quello è un atto volontario. È, credo, la difficoltà del respiro, la fatica di tirar dentro aria. Tipo adesso, che vorrei parlare al telefono con la mia amica, ma lei non ce la fa perché non ha fiato.

Poi anche tagliare una pietanza o scrivere al computer o tenere in mano un bicchiere… tutto questo è complicato. Si può impararlo, ma è un esercizio che richiede tempo e soprattutto ostinazione. A bizzeffe. Mai sottovalutare la fatica. Mai considerarsi capaci, da normodotati, di capirla. Ci vuole rispetto. E molto amore.

Ecco, questa è una delle cose che ho imparato essendo amica di Barbara: la disabilità è un mondo che non si può immaginare. Si può solo vivere. Pretendere di interpretarlo e immaginarsi soluzioni essendo in una situazione diversa è arrogante. Rifiutare di capirne di più è colpevole.

Questa è stata la ragione primaria per cui ho adorato Sirena, da subito. Che poi non è il termine giusto. Ho pensato, penso e penserò sempre che Sirena sia un libro necessario, da adottare in tutte le scuole, da leggere e rileggere, da imparare sentendolo dentro per capire che il concetto stesso di normalità è un dato parziale e incompleto, una chimera che misura sulle capacità del corpo il grado di valore di una persona. Le disabilità peggiori sono quelle che non si vedono: la mia amica lo dice sempre. E come faccio spesso, le ho scippato la battuta una volta che volevo salire su un treno senza prenotazione esibendo il mio braccio ingessato. Il controllore non voleva saperne. Allora ho agitato il braccio dichiarandolo come disabilità. Il controllore mi ha guardata e mi ha detto: “E questa sarebbe una disabilità?” Ho pensato a Barbara, ai nostri battibecchi su quello che io proprio mi rifiutavo di comprendere, mi sono picchiata un dito della mano buona su una tempia e ho risposto: “Deve vedere cos’ho qui dentro”. Il controllore si è messo a ridere: dopotutto era una sola fermata.

Il punto è che non c’era proprio nulla da ridere: basta ragionarci un poco per capire che le disabilità hanno aspetti molteplici, e quelle invisibili sono più pericolose, anche perché inconsapevoli.

Certe volte uno non ci pensa. Questo libro costringe lettrici e lettori a pensarci, a rendersi conto.

Esiste una tetraplegia del cervello e ne esiste una dello spirito, solo che quelle ti lasciano autonomo, libero di andare in giro a fare danni senza che nessuno si accorga che sei, per così dire, imperfetto. Ci si contenta di valutare – e al meglio con commiserazione – la disabilità visibile. Ma su quel corpo che fa fare cose diverse, dentro quel corpo e nella vita di chi fatica a muoversi da solo, c’è una persona, e nel caso di Barbara una persona straordinaria. La mia amica.

A pensarci bene, Sirena è una storia che dovrebbero leggere anche i governanti quando decidono in che modo intervenire a supporto delle disabilità. Ma quando scrivo queste cose, mi rendo conto di quanto sia utopico il mio pensiero. E di quanta rabbia debba provare Barbara, 100 volte al giorno, in ogni circostanza in cui le accade di scontrarsi con l’incomprensibile e arrogante stupidità dei nostri apparati istituzionali.

Detto ciò, c’è anche un aspetto personale. Dentro questa situazione, ci stanno cioè le doti individuali di reazione e resistenza, e il mondo che hai attorno. Questo è l’altro dato che si impara a legger Sirena, e ancora di più a frequentare questa straordinaria combattente. Barbara non si è mai arresa, come non si è arresa la sua famiglia. Certo, con gli anni, la fatica di resistere sempre si sente e vien voglia di mollare il colpo, magari anche di smettere di scrivere. Negli anni, il Renzo se n’è andato, la Franca, sua madre, si è smemorata, ed è una gran fortuna che ora ci sia Giampaolo. L’innamorato e l’ostinato. L’uomo che si è presentato sulla porta di casa con una rosa e una chitarra, qualche anno fa, e il Renzo ha detto “Troppo bello. Lo perdiamo”, mentre le amiche cercavano tutte di capire dove fosse l’imbroglio.

Che non c’era.

Certe volte l’innamoramento fa queste cose: aiuta a vedere la persona intera, non solo una carrozza.

E così questa è Barbara, una persona complicata, straordinaria, ostinata, inflessibile, aggressiva, generosa, affascinante, inarrestabile. Tangenzialmente, tetraplegica, ma questo non ha mai contato troppo. Che poi non è vero: conta eccome, per la fatica che si fa, per lo sforzo di essere sempre all’altezza delle proprie aspettative, per la ripetuta frustrazione a cercare di realizzarle, queste aspettative, in un mondo professionale un po’ balordo e sempre più incomprensibile.

Quando ci siamo conosciute, Barbara sapeva già di essere una scrittrice, mentre io non ne sono ancora sicura adesso. Le ho invidiato la sicurezza e ho cercato di copiarla. Ci siamo accapigliate non so quante volte, finendo poi immancabilmente a ridere, sulle necessità assurde del mondo della scrittura. Siamo andate insieme a festival e presentazioni. Lei mi ha sempre sostenuta in un modo di cui io non son proprio sicura di essere mai stata capace. Anni fa, quando il mondo del poliziesco era ancora miracolosamente coeso, prima di sfilacciarsi nella collezione di aspirazioni individuali che è ora, ci siamo divertite moltissimo a essere quelle che dissacravano ogni cosa (lei per prima, devo ammettere. Io le sono sempre andata appresso).

Una volta ci hanno invitati, un bel po’ di giallisti, a una serata promozionale per non so più quale casa di moda. Dovevamo scegliere un modello e loro ci avrebbero fatto un vestito su misura. Barbara ha scelto un tailleur con minigonna, che è uscito perfetto; io un tailleur pantaloni, per il quale hanno sbagliato le misure. Alla serata di gala sembrava che io fossi l’accompagnatrice un po’ idiota, in pigiamino oversize, di fianco a uno splendore di donna perfettamente padrona della situazione. Ricordo che c’era pure Piero Colaprico, che pareva un pappone, e Lucarelli, che si è autodefinito “il bambino grasso della prima comunione”. È stata una serata divertentissima, guastata solo dal fatto che nessuno di noi aveva idea di come usare le 25 posate a testa che guarnivano ogni coperto.

Poi molte cose son cambiate, e c’è stato il COVID: una frase che ormai è un mantra per giustificare ogni guaio. La verità è che alcuni di questi guai c’erano già, e sono solo diventati più visibili. Il settore cultura, in particolare, è rotolato su una china inarrestabile, ma non è che prima fosse in ascesa. Nel confronto con scrittori e scrittrici, fatta eccezione per quelli che, per qualche accidente, riescono a navigare come turaccioli nella tempesta, quel che salta fuori è sempre un dato che Barbara e io vediamo con chiarezza (ma di sicuro lo vedono anche parecchi altri): la cultura non è importante. Una onesta formazione che aiuti a comprendere il mondo in cui viviamo neanche. In sintesi, e per fare un esempio che a me pare adeguato: ci si commuove o ci si indigna a sentirsi raccontare la storia di un disagio, di una malattia o di una disabilità, ma finisce lì e serve a vendere libri, non a capire. Ed è necessario, assolutamente necessario, che quel che viene proposto non sia troppo dirompente e non sollevi troppi interrogativi. Sia un anestetico consolante, un po’ come la penitenza imposta dal prete alla fine della confessione. Dopo si può ricominciare come prima.

Ecco Barbara, il suo libro, la sua storia non consentono questa anestesia. La sua scrittura non lo permette. C’è un bisogno, una latenza, un passo in più che deve essere fatto: Sirene reclama la comprensione non come atto consolatorio, ma come consapevolezza che conduce al cambiamento.

Poi, intendiamoci, uno scrittore è bravo o non lo è: per questo Sirena è uno dei due libri di Barbara che raccontano la sua esperienza. Per il resto Garlaschelli è una scrittrice, e come tutti gli scrittori è brava o non lo è. Racconta una bella storia o non lo fa. Non è la scrittrice disabile.

Lei è una scrittrice, anche quando decide di smettere di scrivere. È un accidente che sia in carrozzella, ma la scrittura vale in sé stessa, non per come ci si muove da una stanza all’altra.

Perciò questo è il punto: Sirena va letto come una testimonianza scritta bene, lieve e pesantissima, irragionevole e ragionata, appassionata, colta, intensa, preziosa e sincera.

Irrinunciabile, insomma, come lo è stata per me in tutti questi anni l’amicizia di Barbara.

Abbiamo attraversato quegli anni ridendo e confidandoci cose importanti e cose che non lo erano. Confrontandoci su scritture che non avrebbero potuto essere più diverse. Facendo pezzi di vacanza insieme, di preferenza al mare. Ecco, questa è un’altra cosa da dire: Barbara nuota benissimo. Una volta in acqua, non la si ferma, e non ha paura di nulla. Io, che al mare ci son nata e in teoria so nuotare, ero terrorizzata ogni volta che la seguivo sempre più a largo. Ma lei no, non aveva nessun timore. Il mare è il suo elemento, e spero che riesca prima o poi ad andarci a vivere, come desidera.

Sirena racconta molto di questo amore.

Giampaolo è rimasto la colonna. Lui è uno che resta e che non molla mai il colpo.

Nicoletta Vallorani è scrittrice e docente di letteratura inglese all’Università di Milano


Quando “casa” è la bocca dello squalo

Per Barbara Garlaschelli, di cui è appena uscito il nuovo libro “Sirena nel tempo che cambia” 

Non è difficile da capire, ministro.
Guardi, lo scrive Warsan Shire, e sa di che cosa racconta.

Nobody leaves home unless home is the mouth of a shark

Non è difficile: le spiego.

“Shark” sta per squalo, e “mouth” ne è la bocca dentata. “Home” è casa, ed è una delle prime parole che si imparano in una lingua straniera. Quindi ecco: Nessuno abbandona la sua casa, a meno che la sua casa non sia la bocca di uno squalo.
Nel caso, qui sotto trova anche qualche immagine, caso mai le parole non fossero abbastanza.

Sa, si impara in due modi: studiando e per esperienza.
Resto umana, dunque non auguro né a lei né al mio peggiore nemico di imparare queste cose per esperienza.

Sono esperienze che finiscono quasi sempre in un sacco bianco, o sul fondo del mare.
Allora studi, ministro. Rifletta. Provi a fare quello che chiedo sempre alle mie studentesse e ai miei studenti: non parli di quello che non sa. È irrispettoso verso i morti. È triste e sbagliato. E soprattutto non è da creature senzienti. Che è quello che siamo, sa? Anche se certe volte parrebbe di no.

Warsan Shire, nata nel 1988 a Nairobi in Kenya da genitori somali in fuga dalla guerra civile, cresciuta a Londra,  è una delle voci più importanti della poesia contemporanea in lingua inglese, molto popolare anche per alcune sue collaborazioni musicali e per essere l’autrice della poesia “Home” che proponiamo qui, oltre che nel filmato in lingua originale, anche in un estratto in traduzione italiana (a cura di Paola Splendore):

Nessuno lascia casa a meno che la casa non sia la bocca di uno squalo.
Fuggi verso il confine solo quando vedi che tutta la città è in fuga.
Il ragazzo con cui andavi a scuola, che ti stordiva di baci dietro
la vecchia fabbrica di lattine, ora impugna una pistola più grande di lui.
Lasci casa solo quando è la casa a scacciarti (…)

Nessuno mette i figli su una barca, a meno che l’acqua
non sia più sicura della terra.
Nessuno sceglie giorni e notti nel ventre di un camion
a meno che le miglia percorse non valgano un po’ più del viaggio (…)

Voglio tornare a casa, ma la mia casa è la bocca di uno squalo.
Casa è la canna di un fucile. Nessuno lascerebbe casa
se non fosse la casa a spingerti verso il mare.
Nessuno lascerebbe casa se non quando la casa è una voce
all’orecchio che dice—vattene, corri, subito. (…)

Per la traduzione integrale si veda qui.

Nicoletta Vallorani è docente di letteratura inglese all’Università Statale di Milano e scrittrice
Nell’immagine: un fotogramma dal video di “Home”


Prima e con la parola

Per Barbara Garlaschelli, di cui è appena uscito il nuovo libro “Sirena nel tempo che cambia” 

“Lo sguardo viene prima della parola”, scrive John Berger in Ways of Seeing: il bambino impara a riconoscere forme e profili quando ancora non sa come modellarne i significati nel linguaggio verbale. Questo spiega perché, quando si tratta di arrivare in fretta e senza intoppi alla mente e al cuore del pubblico, le immagini funzionino meglio e si istituiscano come un canale privilegiato, che ha ben funzionato nella lunga vicenda della prigionia di Patrick Zaki.

Il volume di disegni e parole, pubblicato di recente da Feltrinelli Comics si intitola “Patrick Zaki. Una storia egiziana”, dovuto alla collaborazione di una giornalista – Laura Cappon – e un disegnatore – Gianluca Costantini, investe molto su questa possibile strategia narrativa della comunicazione giornalistica. Essa si inserisce in un filone di “reportage disegnati” che sembrano divenire sempre più frequenti: si pensi ai disegni caricati in questi giorni su Instagram dal giornalista freelance Salvatore Garzillo, affiancati ai reportage bellici dal confine devastato dell’Ucraina.

Quindi il volume Patrick Zaki. Una storia italiana che ha già una sua genealogia di scrittura/disegno. Quel che però forse conta di più è la genesi stessa del volume, che è a tutti gli effetti nato da una mobilitazione di base e l’ha accompagnata fino alla (parziale) risoluzione rappresentata dalla scarcerazione. In una delle numerose interviste nelle quali si racconta l’origine dell’idea (ARTRIBUNE), Gianluca Costantini descrive che cosa ha originato il disegno forse più famoso di Patrick Zaki, poi divenuto la copertina del volume. La sollecitazione a realizzarlo gli arriva da un messaggio su Twitter: “il 7 febbraio 2020 un attivista anonimo mi ha scritto segnalandomi che uno studente egiziano dell’Università di Bologna era stato arrestato all’aeroporto del Cairo, e mi chiedeva di realizzare un disegno per aiutarli a divulgare la notizia” (ARTRIBUNE).

Costantini raccoglie la sollecitazione e realizza un mezzobusto a braccia incrociate, con un lieve sorriso sulle labbra e il corpo e la testa avvolti in cerchi sottili di filo spinato. Laura Cappon, giornalista e attivista che segue la vicenda fin dall’inizio, è la prima a prospettare la pubblicazione del libro a fumetti, e lo fa non troppi mesi dopo l’inizio della vicenda, sempre nel 2020 (ARTRIBUNE). Realizzare un volume però richiede soprattutto un editore. Feltrinelli accetta subito di sostenere il progetto, Amnesty International – che continua a seguire con preciso puntiglio le sorti di Zaki – lo appoggia a sua volta, e la mobilitazione di piazza e sui social continua. Costantini e Cappon sono parte integrante di tutto il lavoro che viene fatto per arrivare alla liberazione di Zaki, e quando il ragazzo finalmente è fuori, anche se non assolto dalle accuse, il progetto del libro diventa una realtà.

Non era facile raccontare con chiarezza ed equilibrio la storia incomprensibile di una prigionia immotivata, cominciata nel febbraio del 2020 fino al 7 dicembre 2021, di fatto senza capi d’accusa sostenibili e con una mobilitazione internazionale molto consistente. Soprattutto non era per nulla elementare inserire questa storia in un contesto del quale continuiamo, noi europei, a sapere molto poco e a immaginare forse, nel bene nel male, troppo. Dunque, l’intenzione sottesa nel volume è proprio questa: realizzare la “cronistoria visiva” di una vicenda individuale (ARTESKY)), gettando però un fascio di luce su situazioni di contesto non abbastanza esplorate e su vicende simili che hanno avuto, per vari motivi, meno attenzione. Si tratta in sintesi di costruire il profilo di un ragazzo trentenne che in questi 22 mesi di intensa mobilitazione, ci è divenuto familiare. E tuttavia, questa familiarità empatica ha necessità di essere situata, resa visibile in un particolare luogo e in un particolare tempo.

Dopo il prologo, che traduce la vita normale di un ragazzo normale, studente internazionale a Bologna e poi arrestato appena arrivato all’aeroporto del Cairo, la vicenda è articolata in tre segmenti: “Chi è Patrick Zaki”, “La detenzione di Zaki”, “La mobilitazione”.

La prima sezione si avvia nel 1994, con la descrizione di alcune scene di famiglia: una festa di compleanno e la nascita della sorella Marise, così importante nella mobilitazione seguita all’arresto; l’università al Cairo, i primi interessi politici e l’amicizia con Mohamed, che è di El-Malhalla, dove ci sono stati i grandi scioperi degli operai nel 2008.

A questo punto, la storia individuale si intreccia con quella collettiva di un popolo. La morte di Khaled Said viene indicata come la scintilla della rivoluzione del 2011 contro Mubarak, che porterà alle sue dimissioni. L’unico disegno dedicato alle mobilitazioni è straordinariamente efficace: un primo piano di donne velate in lotta, che da solo mette in discussione un intero paradigma rappresentativo, quello che vuole la donna mediorientale come figura di sfondo, rassegnata e remissiva. L’affiliazione al gruppo studentesco dei GUC Rebels, che chiede la creazione di un sindacato degli studenti, rappresenta un altro tassello nell’impegno di Patrick, che contribuisce alla mobilitazione perché venga annullata l’espulsione di 26 studenti e poi partecipa alle proteste successive a un attacco della polizia contro la marcia di cristiani a Maspero (27 morti e innumerevoli feriti).

L’omicidio di Mina Daniel – il Che Guevara egiziano – è una svolta dolorosa e Illuminante. Nella disillusione politica che segue l’euforia iniziale e che cementa la rivolta degli studenti, Patrick si laurea in Farmacia e subito decide di proseguire il suo impegno civile come gender officer all’EIPR. Si è ormai nell’estate del 2017, prima del viaggio di Patrick a Budapest, in visita dall’amico Amr, cui fa seguito la decisione di studiare all’estero. Bologna è un nuovo cambiamento di vita: il Master in Studi di Genere GEMMA, l’incontro con la mentore Rita Monticelli, la formazione di una cerchia di amici internazionali sono esperienze determinanti nel formare il carattere di quello che è ormai un giovane uomo.

Questo equilibrio si spezza con l’arresto, che rappresenta un cambiamento totale e introduce alla seconda parte del volume. Esso è l’inizio di un rosario di rinnovi della custodia cautelare, confermata di 45 giorni in 45 giorni. La famiglia e Patrick stesso spesso scoprono i risultati delle udienze dalle notizie pubbliche, e la mobilitazione popolare intanto si espande a macchia d’olio, sostenuta soprattutto da Amnesty International e dal Comune di Bologna dove nessuno pare aver dimenticato Patrick, prima tra tutti la sua insegnante.

Il percorso popolare e istituzionale che conduce alla scarcerazione, occupa tutta la terza parte del libro, e si concentra sulla determinazione con cui la mobilitazione di base è progressivamente arrivata a sollecitare interventi parlamentari, primo tra tutti quello di Liliana Segre, e alla fine a rendere impossibile la prosecuzione di una carcerazione priva di senso, che tuttavia va considerata non solo nel suo impatto personale, ma anche come manifestazione di un sistema repressivo.

Significativamente, nel testo sono integrate due “digressioni”, alla fine della prima e della seconda parte, e un’appendice, in chiusura di volume. Le due digressioni hanno una struttura diversa dal resto del volume: sono testi soprattutto di parole e con pochi disegni, e le storie che si raccontano fanno da cornice alla vicenda di Patrick, che è grave e non isolata.

“Il carcere riguarda” descrive l’assurda vicenda di Mustafa Yasir, accusato di terrorismo del tutto senza prove e giustiziato senza motivo, e senza che la famiglia sia neanche informata. “Il riciclo dei casi”, invece, serve a spiegare come funzioni il sistema di custodia cautelare egiziano: di norma, essa viene prorogata fino ai termini consentiti, e poi rinnovata con nuovi capi d’accusa. È un sistema rodato e funzionante, che peraltro espone a gravi rischi gli avvocati per i diritti civili: capita spesso che essi passino dalla posizione di difensore a quella di detenuto. Anche l’appendice – “Il decennio breve” – è finalizzata a ricostruire il contesto e riassume in poche pagine quel che è accaduto in Egitto negli ultimi dieci anni, ricapitolando il rapido rotolare verso “la peggiore dittatura dell’epoca moderna”.

Siccome le storie hanno da essere situate, il volume include anche alcune mappe. Colpisce la prima, soprattutto, giusto all’inizio del volume: è lo schizzo di una città egiziana, con scritte in arabo ma una planimetria di evidenza luminosa, Nei disegni semplici, sembra echeggiare il rimando alla consuetudine tanto usata nel fantasy per localizzare i luoghi dell’immaginario. Solo che questa storia immaginaria non è.


La scarcerazione di Patrick Zaki e i catalizzatori popolari

Per Barbara Garlaschelli, di cui è appena uscito il nuovo libro “Sirena nel tempo che cambia” 

Nell’introduzione al memoir di Patrisse Khan-Cullors e asha bendele, When they call you a terrorist (Quando ti chiamano terrorista, uscito per Ottotipi nel 2020), Angela Davis denuncia la rapidità e l’efficienza con cui l’accusa di terrorismo viene usata dalle istituzioni allo scopo di neutralizzare soggetti socialmente scomodi, per motivi pregiudiziali legati ad appartenenze per loro stessa natura sospette. Sebbene Davis si riferisca alla sorte dei neri nel contesto statunitense suprematista e bianco, questo meccanismo giudiziario è riscontrabile anche altrove, e con una sorprendente frequenza, ogni volta che ci si riferisce a identità minoritarie, difformi, vulnerabili, divergenti. Collocare quel che accade a Patrick Zaki in questo orizzonte ideale aiuta a superare la parzialità delle vicende individuali e a comprendere la sanzione sistemica di cui sono oggetto alcune minoranze in diversi contesti nazionali. Si comprende il funzionamento dell’oppressione, consolidando il giudizio di inammissibilità di questo modo di procedere.

La storia di Patrick Zaki si integra senza intoppi in questo quadro. La sua vicenda carceraria, in gran parte inspiegabile, viene strumentalmente agganciata alla pubblicazione, sul sito web Daraj, di un articolo in difesa della minoranza copta, alla quale egli stesso appartiene. Il pezzo, nella sua elementare linearità etica, figura come una delle motivazioni primarie dell’arresto e, insieme ad alcuni post dei quali non si è mai dimostrata l’autenticità, è usato a sostegno di un’accusa di terrorismo (semplificando) e di una carcerazione cautelare durata, fin qui, 22 mesi.

L’udienza di ieri – la terza dall’inizio della custodia – segna una piccola svolta e determina l’interruzione di un percorso che in molti abbiamo temuto inarrestabile. Non vi è assoluzione, ma una delibera di scarcerazione in attesa della prossima udienza, che è fissata per il primo febbraio. Certo, la questione non è risolta, e la comunicazione appare giustamente cauta, da parte di Hoda Nasrallah, legale di Zaki: “Abbiamo appreso che la decisione è la rimessa in libertà ma non abbiamo altri dettagli al momento”.

Anche così, la decisione del giudice, nella vicenda di Zaki, è di una novità sfavillante.

Per quanto sperata, questa risoluzione non era scontata né attesa: rappresentava, cioè, un desiderio che si teme sia deluso in partenza. Non è facilissimo leggere questa scelta del tribunale egiziano. Mi piace pensare – e non credo di essere lontanissima dal vero – che il ruolo della mobilitazione diffusa in favore di Patrick Zaki, in Italia, in Europa e nel mondo, abbia avuto un impatto non trascurabile. Quello che è accaduto, soprattutto negli ultimi mesi, rappresenta un caso singolare e un esempio confortante di mobilitazione della comunità di base, tanto più appariscente quanto incerti e indecisi sono parsi i passi delle istituzioni. Le iniziative si sono moltiplicate in molte città italiane, e sebbene Bologna abbia continuato a essere la capofila e l’animatrice forse primaria dell’ondata di supporto a Patrick Zaki, le dimostrazioni di sostegno sono state e sono moltissime. Il sito di Amnesty International ne riporta una mappa, traducendo in un’unica, efficace immagine un fenomeno che si vorrebbe più frequente: lo spontaneo coagularsi del sentire popolare intorno a una questione di equità giuridica e di diritti umani.

Il fenomeno ha tanto più rilevanza in questi tempi difficili, e mi viene di dire che forse aver sperimentato collettivamente la semplice idea di una prigionia indotta durante l’emergenza pandemica ha avuto il suo ruolo. Il processo si chiama, con una denominazione che trovo bellissima, “simpatia”, quel soffrire insieme che Paul Gilroy invoca in tanti suoi scritti sull’immane tragedia delle migrazioni di massa.

L’altro fatto rilevante, e nuovo e ancora flebile in Italia, è quello che di recente va sotto il nome di “artivism”: la pratica per cui l’arte sceglie di farsi portavoce di battaglie civili, esponendosi in un agone politico, anche qui nell’obsoleto senso etimologico del termine. Il gesto artistico in difesa dei diritti della polis come comunità è confluito in libri, spettacoli teatrali, contest visuali, premi per la pace e infine tavole disegnate, una per tutte quella presentata da Zerocalcare a Più libri più liberi. Nel contesto di questa bella fiera del libro, prima ancora dell’udienza, si è tenuto un incontro dedicato a Patrick Zaki, al quale hanno partecipato Mohamed Hazem Abbas, Francesca Caferri e Riccardo Noury: uno scambio appassionato e istruttivo, informale e documentato, sulla condizione di un ragazzo che certo è importante in sé stessa, ma anche per le implicazioni che essa comporta per la salute etica di un’intera cultura.

E questa è solo una parte di quel che è accaduto e che vorremmo vedere sempre, in circostanze analoghe. Molte persone comuni si sono esposte sui social, e per quanto le voci fossero sommesse e poco udibili in sé stesse, nel loro insieme hanno creato, a me pare, una sensazione di appartenenza, un sentire diffuso che ha fatto percepire il senso di una comunità dove la giustizia ha un suo posto, che non va riempito di promesse vuote ma di fatti. È fondamentale che di questa richiesta si sia fatto portavoce per primo l’ateneo del quale Patrick è stato studente, l’Università degli Studi di Bologna. La battaglia non è affatto per un singolo soggetto, spiega Rita Monticelli, docente del master in studi di genere Gemma: “la nostra istituzione persegue una richiesta di giustizia per tutti. Abbiamo compiuto un passo deciso in nome della tutela dei diritti umani e delle persone: è impegno per noi fondamentale e fondativo”.

Questa scarcerazione è un fatto e una consolazione. Non è la fine della storia, perciò la mobilitazione deve continuare, e questo è importante. In ogni caso, però, è un bel momento. Esso dimostra, tornando alle parole di Angela Davis, “come l’arte e l’attivismo possano trasformare confronti tragici in catalizzatori di una più grande consapevolezza collettiva e di una resistenza più efficace”. E da qui, solo da qui, si procede per costruire una interazione giusta tra uguali.


La legge di Atticus. A proposito di Mimmo Lucano

Per Barbara Garlaschelli, di cui è appena uscito il nuovo libro “Sirena nel tempo che cambia” 

Atticus è un uomo per bene. Bianco e vedovo in una piccola città del sud degli Stati Uniti, si trova a difendere un uomo di colore ingiustamente accusato di stupro. Per spiegare alla piccola Scout, sua figlia, il senso di una colpevolezza basata su prove insostanziali, articola l’accanimento dell’accusa con parole semplici: condannare Tom è come uccidere un “mockingbird”, una creatura inoffensiva che non fa male a nessuno e il cui canto è una benedizione per gli umani. Si tratta, in altri termini di un “sin”, un peccato, un atto inutile e dannoso mascherato come giustizia. A chi vada a rileggerlo ora, To Kill a Mockingbird (Harper Lee, 1960; titolo italiano: Il buio oltre la siepe) appare come una storia sulle intersezioni tra legge e compiacenza, un abuso su basi razziali che esibisce le incongruenze di un sistema in cui le procedure giudiziarie non sono uguali per tutti.

Nel caso recente della pena comminata a Mimmo Lucano dal tribunale di Locri torna a farsi sentire la voce di Harper Lee, e non ho potuto fare a meno di pensarlo. La storia è nota. Alla fine degli anni ‘90, con l’associazione Città futura, il sindaco di Riace, navigando nelle acque opache di procedure amministrative complesse e spesso incomprensibili, elabora a suo rischio e pericolo un modello di accoglienza e integrazione che funziona. Le forzature ci sono, ma sfido chiunque abbia a che fare con la nostra amministrazione a lanciare la prima pietra. In compenso, il modello funziona, e forse questo è il guaio peggiore. Lucano diventa un modello possibile. La sua popolarità non può essere pilotata, e va dunque arginata, usando, forse strumentalmente, la legge, agitando il vessillo della sua (spesso presunta) cecità gerarchica: essa è, si dice, uguale per tutti.

Nella parabola giudiziaria durata fin qui 4 anni, le incongruenze sono copiose. Ne rende conto su Pressenza, e con lucida ostinazione, Giovanna Procacci, che da sempre segue la vicenda. Nella utile ricostruzione dei due anni di udienze, culminati in una condanna con cardini giuridici incomprensibili ai più, la sociologa rileva come le accuse di “vantaggio personale” mosse a Lucano si siano progressivamente svuotate di prove, in una deriva che pian piano ha perso ogni motivazione economica per poi rimanere agganciate a un presunto “profitto politico” mai davvero dimostrato. Lucano, in altri termini, avrebbe usato l’accoglienza come grimaldello per costruirsi una carriera politica. Che non c’è. L’accusa, rileva Annalisa Camilli su Internazionale, è basata su un “uso indiscriminato delle intercettazioni, testimoni chiave che ritrattano [Francesco Ruga, che si dice vittima di minacce poi negate], trascrizioni inesatte, sentenze ignorate”. Dopo due anni di processo, la condanna per venti reati presunti (tra cui falsità ideologica, concussione, peculato, truffa, abuso d’ufficio …) stride in modo potente con altre condanne mancate, e bizzarre dichiarazioni processuali di come certe vicende di collusione ben più palesi siano state derubricate a “fatti che non costituiscono reato”.

Non ho le competenze per valutare una sentenza che non ho letto per intero e nella decodifica della quale non saprei destreggiarmi. Avrei bisogno di un Atticus italiano che mi spiegasse la scelta di questi magistrati, che non sono TUTTI i magistrati, e questo mi preme dirlo, altrimenti si fa di ogni erba un fascio. Noto però che la discrezionalità della pena, che è esercitata dal giudice, qui punisce, con un raddoppio della punizione richiesta dal pubblico ministero, un soggetto che ha cercato vie forse incongrue e laterali per uno scopo che è sotto gli occhi di tutti: cercare di produrre, forse maldestramente ma in modo efficace, un modello di integrazione che apre una strada possibile per affrontare un problema reale. Questo problema reale sta provocando conflitti, fratture, disagi e strumentalizzazioni politiche, quelle sì, e vere, da parte di chi ha provato a ergersi come paladino degli “italiani puri”. Noto anche – con lo sguardo inerme della donna comune – che i conti non tornano. Non sembra cioè che la giustizia sia uguale per tutti e che la stessa equità di giudizio si applichi ai cittadini dello stato con la medesima, indiscutibile assenza di pregiudiziali. In sintesi noto, sempre dal mio punto di vista di donna comune, che le contraddizioni che hanno animato tutta la vicenda giudiziaria di Mimmo Lucano restano, per ora, senza risposta.

Il Riformista, in epigrafe a un articolo del 7 ottobre, cita il processo a Danilo Dolci (1956) e pubblica estratti dell’epico discorso di Piero Calamandrei. In quell’occasione, e correttamente, il giurista invoca, accanto alla dovuta applicazione della legge, anche la necessità di una storicizzazione, che è anche restituzione di valore etico e intellettuale. Sono requisiti fondamentali dell’apparato giuridico, in una polis che vuole dirsi tale.

Altrimenti si rischia quel che è mi pare sia accaduto: si uccide un “mockingbird”, e insieme a esso la speranza, e si lasciano fuggire gli avvoltoi, che come sempre abbondano.