Sognando la rivoluzione

Ripensando alla figura di Toni Negri, alla sinistra italiana ed europea degli anni ‘60/’70, ad un’idea di rivoluzione che portò anche alle estreme conseguenze di stragi e attentati 

C’è stato un tempo – gli anni ’70 del secolo scorso – in cui le teorie della sinistra extraparlamentare italiana destavano grande curiosità anche nelle università estere. A Basilea, al seminario di filosofia politica, molti compagni mi chiedevano quale impatto avessero gli scritti di Alberto Asor Rosa, Mario Tronti e Antonio (Toni) Negri nel dibattito politico-filosofico, e quali fossero i motivi della loro costante e talvolta feroce polemica anti-Pci, un partito che allora sembrava fendere l’onda come una corazzata verso il governo del paese. Il Pci era Berlinguer, euro-comunismo, Gramsci, buona amministrazione delle regioni rosse (Emilia-Romagna, Toscana, Umbria), combattività sindacale, Cgil e Statuto dei lavoratori. Stupiva che le formazioni della sinistra radicale non avessero approvato la scelta di accordarsi con la Democrazia Cristiana sulla base del «compromesso storico»: una convergenza che finiva per emarginare, se non criminalizzare, le forze che si opponevano a tale strategia. Altri chiedevano quali fossero le divergenze teoriche nel campo dell’elaborazione marxista, in particolare verso la cosiddetta «scuola barese» che aveva nella De Donato la sua casa editrice di riferimento. Anche qui cercavo di spiegare che le divisioni riguardavano lo Stato e i suoi poteri, il cui controllo, per il Pci, andava raggiunto attraverso un percorso legalitario (elezioni democratiche) e non attraverso un’insurrezione di stampo leninista.

Aggiungevo poi che nel secondo dopoguerra le strade della sinistra si erano moltiplicate e ramificate, generando una galassia di gruppi, sigle, giornali e riviste, circoli e federazioni, spesso in lotta tra loro.

***

L’interesse insomma era vivissimo, al punto di stimolare mille discussioni tra gli aderenti al movimento studentesco. Alcuni vollero risalire alle fonti, al pensiero di Raniero Panzieri, il «padre» dell’operaismo con i suoi Quaderni Rossi, fondati nel 1962. Panzieri, che pur provenendo dalla sinistra socialista (lombardiana), aveva avvertito l’esigenza di orientare lo sguardo su quanto avveniva nella grande fabbrica, in particolare alla Fiat di Torino. Il suo saggio sull’«uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo» scaturiva da una rilettura originale del Marx economista, lontana dalla «vulgata» dominante, imperniata sulla linea De Sanctis-Labriola-Gramsci. Vennero poi i saggi di Mario Tronti raccolti in volume sotto il titolo Operai e capitale e pubblicati da Einaudi nel 1966.

Ma la vera svolta si produsse drammaticamente dopo la strage di Piazza Fontana nel 1969. Negli anni successivi i contrasti assunsero le connotazioni di una guerra civile strisciante. Da un lato la destra neofascista, spalleggiata dai servizi segreti deviati e dalla criminalità organizzata; dall’altro l’universo della sinistra rivoluzionaria, con frange pronte ad impugnare le armi (e spesso vicine alle Brigate Rosse). Si trattava di gruppi minoritari, operanti nella clandestinità, che tuttavia facevano le prime pagine di giornali con agguati ai «servi del potere», con sequestri e rapine. 

Di quegli «anni di piombo» è rimasto un ricordo insanguinato. Ma non tutto era riconducibile alla lotta armata. Anzi, la maggior parte dei giovani si tenne lontano da quella propaganda, dando vita ad iniziative di controcultura, alle radio libere, alle pratiche allegramente sovversive degli indiani metropolitani, al femminismo. L’apice fu raggiunto nel 1977, sull’onda delle contestazioni anti-Pci nella città-simbolo del buon governo comunista: Bologna.

Nel frattempo, il capitalismo italiano cambiava pelle. Nel Nord-Est gli insediamenti industriali storici cedevano il passo ad un pulviscolo di imprese a conduzione familiare; nelle campagne – sempre meno coltivate, spesso abbandonate – sorgevano in modo disordinato capannoni e stazioni di servizio, svincoli autostradali e luoghi anonimi. Negri, assieme ai compagni dei collettivi patavini, cercava di cogliere la trasformazione in atto, il declino della fabbrica fordista e con essa la figura dell’operaio-massa, protagonista di tante battaglie sindacali. «Il Veneto popolare  nel quale crebbi – ricorderà Negri dal carcere di Rebibbia – non è una terra morbida – tutto era secco. Secca la brina che come vernice s’appiccicava ai giubbotti degli operai, il mattino, quando lunghissime file di biciclette, un enorme corteo di formiche bianche di gelo, giungeva a contribuire alla dispersa e primitiva accumulazione del capitale. Secco di polvere che si accumulava sui platani contadini nella canicola estiva» (Pipe-Line, 1983).

 Ma ora qual era il profilo del soggetto che stava emergendo? In che modo avrebbe potuto raccogliere il testimone delle vecchie maestranze? La «missione» antagonistica veniva ora affidata al frutto di quella nuova fase di sviluppo, ossia all’«operaio sociale», categoria di subalterni composta da lavoratori precari, marginali, disoccupati, giovani, donne, studenti. Come già Marcuse aveva anticipato nel suo L’uomo a una dimensione, la speranza del cambiamento veniva riposta nel «sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili». Bastava tutto questo per scardinare il sistema di potere dominante, che poteva contare sull’appoggio del più forte partito comunista d’Occidente? Asor Rosa e Tronti ritennero di no, e infatti fecero ritorno alla casa del Padre. Negri no, continuò a condurre le sue campagne nei gruppi extraparlamentari, prima in Potere Operaio e poi tra i ranghi dell’Autonomia, non disdegnando l’azione violenta organizzata (come si legge nel dannunziano Il dominio e il sabotaggio, opuscolo del 1978). Un «marxismo lirico» secondo il sociologo Franco Ferrarotti.

***

Arrestato il 7 aprile del 1979 sulla base del famoso (o famigerato) «teorema Calogero» in cui compariva anche l’accusa di portavoce delle Brigate Rosse nel caso Moro, Negri finì per scontare diversi anni di galera prima di rifugiarsi in Francia e iniziare colà una nuova fase della sua febbrile ricerca intellettuale. Nel laboratorio parigino, protetto dalla «dottrina Mitterrand», Negri riprese a ragionare sul «nuovo ordine della globalizzazione» con l’aiuto di Michael Hardt. Subito i suoi ponderosi saggi (Impero, Moltitudine, Comune, Assemblea) conobbero un’ampia diffusione nei movimenti no-global, sia in Europa che nelle due Americhe. Un’operosità prodigiosa, anche se riversata in una prosa non sempre limpida e comprensibile (chi scrive preferisce leggere Bobbio).

***

Negri ha lasciato numerose testimonianze autobiografiche (da ultimo la trilogia Storia di un comunista). Tocca ora agli storici stilare un bilancio che vada oltre le antipatie e i pregiudizi, i dissensi e i fraintendimenti. I materiali non mancano, così come le prime opere di sintesi (Aldo Grandi su Potere Operaio, Guido Panvini sulla violenza politica nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta, Angelo Ventura sulla stagione del terrorismo in Veneto, Angelo Ventrone sulle illusioni di due generazioni, Roberto Colozza sul caso 7 aprile).

Certo colpisce che tutta quella grande mobilitazione di intellettuali dediti a studi rigorosi, tutto quell’agitarsi di idee e di propositi perlopiù velleitari abbia prodotto alla fine un risultato antitetico, una forza politica che nessuno si aspettava: la Lega, signora e padrona in tutto il Nord-Est, dalla Lombardia al Friuli Venezia-Giulia.

Nell’immagine: carri armati nelle strade di Bologna nel 1977


Il governo del fate voi

Ripensando alla figura di Toni Negri, alla sinistra italiana ed europea degli anni ‘60/’70, ad un’idea di rivoluzione che portò anche alle estreme conseguenze di stragi e attentati 

Brillantemente riconfermato nell’esecutivo federale, il serafico ministro dell’economia UDC Guy Parmelin sostiene che di fronte al calo del potere d’acquisto ciascuno dovrà fare la sua parte, ovvero stringere la cinghia. Lo Stato non dispone di strumenti per intervenire, e quindi non farà nulla. Insomma, vedete un po’ voi, l’autoaiuto è il miglior rimedio per evitare di cadere nell’assistenza pubblica.

La dichiarazione di Parmelin lascia stupefatti, ma a ben guardare le sue parole ricalcano il principio del «laissez faire» perseguito dall’UDC e dai suoi alleati. Anzi, per molti seguaci di questa linea la Svizzera è diventata una nazione socialista, che mortifica anziché incoraggiare lo spirito d’iniziativa e la voglia di fare impresa. Si è così formato uno Stato elefantiaco, iper-protettivo, tentacolare, impegnato a tutelare i cittadini dalla culla alla tomba, come succedeva un tempo nelle socialdemocrazie nordiche. Inoltre, sta allevando nel suo grembo una burocrazia sempre più numerosa e famelica, fondata sul tacito accordo tra le parti: il voto in cambio del posto di lavoro.

Per spezzare questo circolo vizioso non c’è che una soluzione: «affamare la bestia», ossia ridurre le sovvenzioni e tagliare le risorse che hanno generato una simile ipertrofia. Anche l’iniziativa per ridurre il canone radiotelevisivo a 200 fr. segue la stessa logica: con meno introiti, l’ente sarà costretto ad auto-sacrificarsi: la manovra avverrà automaticamente «per volontà popolare».

Non sono discorsi nuovissimi. Già i liberali di fine Ottocento muovevano alla Berna federale accuse analoghe: un’infausta pulsione centralizzatrice (a danno dell’autonomia dei cantoni) e una crescente ingerenza negli affari economici e finanziari. Risultato: un socialismo di Stato che il liberalismo avrebbe dovuto combattere.

Campione indiscusso di questa corrente di pensiero fu il Consigliere federale neocastellano Numa Droz (1844-1899). Al termine della sua carriera politica, Droz tenne nel 1896 una conferenza all’Università di Ginevra in cui contrapponeva il lato luminoso dell’architettura elvetica, la «démocratie fédérative», alle ingannevoli lusinghe del montante «socialisme d’État» La prima doveva guardarsi dal centralismo e dall’unitarismo, tendenze che sottraevano potere e competenze ai cantoni; ma più insidioso era il secondo, lo statalismo di matrice soprattutto germanica, giacché faceva breccia tra i ceti popolari con argomenti apparentemente convincenti. Pericolosi non erano tanto i socialisti dichiarati, precisava Droz, quanto i fautori di un sistematico trasferimento allo Stato centrale di sempre nuove prerogative, come l’istituzione di una «banca di Stato», la nazionalizzazione delle principali compagnie ferroviarie (tra cui la «Gotthardbahn»), l’introduzione di un sistema assicurativo obbligatorio. 

Disse Droz in quell’occasione: «tutte le volte che in questo campo lo Stato, anziché limitarsi ad esercitare la giustizia, a garantire e facilitare il libero gioco dei rapporti sociali e a fornire l’assistenza necessaria agli indigenti, pretenderà di sostituire la sua azione a quella dell’individuo o delle associazioni volontarie, accaparrarsi le industrie, organizzare il lavoro, prescrivere a ciascuno ciò che deve risparmiare, impadronirsi delle eredità, tutte le volte che vorrà prendere in mano la direzione degli interessi economici di ciascuno e procedere d’autorità alla distribuzione delle ricchezze, siate certi che recede dal suo ruolo sospingendo la società negli abissi. Invece che seminare la pace, semina la guerra. Anziché stimolare le forze vive della nazione, le paralizza. 

Anziché promuovere il benessere generale, non fa che alimentare lo scontento, frutto di un intervento infelice che perturba gli interessi e offende la coscienza individuale del diritto». E concludeva: «il campo di attività è vasto: ogni epoca reca i suoi problemi che occorre studiare e risolvere. Ma la regola invariabile da applicarsi a tutti i casi che si presentano è la seguente: l’intervento dello Stato si giustifica soltanto quando occorre stimolare le energie individuali per poi condurle al loro pieno sviluppo; è funesto invece se comprime, se distrugge l’iniziativa privata, il senso della responsabilità personale, queste due grandi leve senza le quali la macchina sociale cesserebbe ben presto di funzionare».

Droz esprimeva questi convincimenti nel 1896, da quattro anni non era più in Consiglio federale (dov’era entrato, appena trentunenne, nel 1875). Qualche anno dopo i postulati che egli respingeva con fermezza andavano in porto (fondazione della Banca nazionale, riscatto delle ferrovie, primo abbozzo di una legislazione sociale). Era «socialismo di Stato», come Droz paventava? No, erano tappe inevitabili sulla strada della modernizzazione del paese, poi perfezionate – non senza incontrare resistenze, anche aspre – nei decenni successivi. Ciò nonostante, la diffidenza nei confronti dello Stato e del suo apparato amministrativo è rimasta intatta tra i sostenitori del liberalismo economico puro. Le parole di Guy Parmelin citate in apertura confermano lo spirito di una dottrina che ancora ispira le scelte di una buona parte della destra politica di questo paese.  

Articolo pubblicato da laRegione
Nell’immagine: Numa Droz, il primo liberista svizzero


Liberali infelici e confusi

Ripensando alla figura di Toni Negri, alla sinistra italiana ed europea degli anni ‘60/’70, ad un’idea di rivoluzione che portò anche alle estreme conseguenze di stragi e attentati 

Chiusi i giochi, i partiti si rimettono davanti allo specchio per trarre i primi bilanci. Le elezioni federali hanno confermato la divaricazione classica tra UDC e PS, un’imprevista caduta dei Verdi e una sorprendente ripresa del Centro, che si riteneva in affanno dopo che nella Svizzera tedesca e francese si era deciso di rinunciare nel nome al «fattore C», ovvero «cristiano» (in Ticino la «c» stava invece per «conservatore» e questo fino al 1970). Perplessità erano sorte anche intorno alla nuova autodefinizione, frutto di una doppia negazione: né di sinistra né di destra: centro, «die Mitte». Alla prova dell’urna la base ha approvato la scelta (segno anche di un processo di laicizzazione del partito non più reversibile).

Se il Centro può legittimamente rimirarsi con soddisfazione, non altrettanto può fare un altro partito centrista, ovvero il Partito liberale-radicale. Il quale nella sua corsa si è visto riprendere dal suo rivale storico, gli eredi degli sconfitti del Sonderbund. Ormai nel Consiglio nazionale le due forze si equivalgono (29 deputati il Centro, 28 il PLR, mentre netto è il vantaggio dei democristiani alla Camera alta (15 contro 11).

Cos’è successo ai liberali-radicali, come spiegare questa perdita di velocità? Solo un temporaneo calo di zuccheri determinato dalle disavventure bancarie degli ultimi anni, oppure un mancamento provocato da disfunzioni colpevolmente trascurate? Probabilmente alla flessione hanno contribuito entrambi i fattori, sia il discusso «affaire» UBS-Credit Suisse, sia una crescente sfiducia nei confronti di una formazione che per decenni, se non per secoli, ha incarnato i poteri forti di questo paese, attraverso associazioni economiche, centrali finanziarie, reti corporative, gruppi di pressione in parlamento.

Questa identificazione con il potere ha la sua genesi nei processi che hanno condotto al varo della Costituzione federale del 1848, quindi alla formazione della Svizzera moderna. Di quest’operazione il movimento liberal-radicale («Freisinn») è stato il principale artefice, con alla testa uomini come Ochsenbein ed Escher, il fondatore del Kreditanstalt. È quindi corretto riconoscere alla corrente liberale dell’epoca il ruolo di anima della nazione («Seele der Nation») sorretto da un’ideologia repubblicana, anche se non ancora pienamente democratica. Alcuni storici sostengono anzi che il «Freisinn» fu egemonico per tutto l’Ottocento, concedendo ben poco ai concorrenti fino al 1874. Solo dopo la Prima guerra mondiale, con l’introduzione del sistema proporzionale per l’elezione del Consiglio nazionale, i liberali-radicali persero il loro primato in termini di seggi.

A questo punto occorre però distinguere e mai dimenticare che ogni grande partito nazionale deve fare i conti con le sezioni cantonali, le quali sono portatrici di sensibilità e tradizioni diverse, non necessariamente in sintonia con quelle espresse dalla maggioranza. Il caso del Ticino è emblematico, non solo perché il PLRT si considera una formazione «interclassista», ma anche perché sa che un appiattimento sulle posizioni dominanti, care agli «gnomi di Zurigo», non gioverebbe agli interessi della minoranza ticinese. 

Di questa missione è sempre stata consapevole soprattutto l’ala radicale del partito, sull’onda di un prestigio già acquisito alla fine dell’Ottocento attraverso l’opera di Emilio Bossi, Romeo Manzoni, Brenno Bertoni, tutti uomini che avevano uno occhio di riguardo per la «questione sociale» e per le rivendicazioni che il cantone inoltrava a Berna. Ed è anche per questo motivo che gli slogan coniati o adottati sulle rive della Limmat («Più Libertà, meno Stato») non hanno fatto molta strada nell’elettorato liberale, che certamente apprezza i discorsi sulla libera iniziativa e sulle virtù salvifiche del mercato, ma ancora di più l’esistenza di un apparato amministrativo robusto, dispensatore di impieghi pubblici sicuri. «Più Stato o meno Stato?», si chiedeva nel 1980 Pino Bernasconi introducendo un volume di Massimo Pini (Dopo la generazione del potere). E rispondeva: «Più Stato, evidentemente, per le opere sociali».

L’offensiva neoliberale (o semplicemente liberista) degli ultimi decenni ha quasi cancellato il radicalismo di matrice ottocentesca. La prevalenza del liberismo economico-finanziario sul liberalismo sociale ha condotto il partito nei territori controllati dall’UDC. Nel frattempo, anche il Centro, come si è visto con l’elezione di Regazzi (che ha recuperato il seggio perduto nel 2019), è uscito dalla sua condizione di socio di minoranza dell’area moderata per affiancarsi all’ex nemico storico.

In Ticino la striscia negativa del PLRT è iniziata nel 2011 con il dimezzamento della rappresentanza in governo, per poi proseguire nel 2013 (perdita del sindacato di Lugano) e infine con la sconfitta di Giovanni Merlini nella corsa agli Stati nel 2019. Il galeone liberale-radicale è stato prima preso d’assalto dai pirati della Lega. Ora invece, venuta meno la minaccia leghista, l’ex «partitone» deve guardarsi dal tiro incrociato proveniente dal fronte UDC-Centro. Le prossime elezioni comunali diranno se il gambero liberale continuerà ad indietreggiare oppure no. Ma la battaglia finale con i nuovi rivali dell’UDC andrà in scena nel 2027, al rinnovo dei poteri cantonali, qualora uno dei due leader (Marco Chiesa oppure Piero Marchesi) decidesse di candidarsi per il Consiglio di Stato.

Articolo pubblicato da laRegione
Nell’immagine: gambero a km 0


Prigionieri della guerra

Ripensando alla figura di Toni Negri, alla sinistra italiana ed europea degli anni ‘60/’70, ad un’idea di rivoluzione che portò anche alle estreme conseguenze di stragi e attentati 

La guerra… l’avevamo rimossa dalla nostra costellazione mentale come uno scampolo del passato. Si riteneva, con Kant, che l’auspicio della pace perpetua fosse uscito dal regno dell’utopia per diventare realtà, un’umanità incamminata verso l’armonia universale. Non armi, ma commercio, trattati, dialogo, organizzazioni e conferenze internazionali, Consiglio di Sicurezza, ONU. E invece così non è stato. Prima il 24 febbraio 2022 (invasione dell’Ucraina da parte della Russia), poi il 7 ottobre 2023 (pogrom di Hamas contro civili inermi israeliani) hanno annichilito ogni speranza. Il «pensiero militare» – per usare un’espressione di Giorgio Galli – è tornato al centro della scena, arricchendo il vecchio bagaglio novecentesco con nuovi micidiali arsenali teorici. 

La corsa agli armamenti ha ripreso slancio, dopo che per anni era rimasta congelata nelle stanze degli stati maggiori. Si era persa la memoria persino della bomba atomica e del suo possibile uso, sia pure solo tattico. Ora anche le democrazie avvertono l’esigenza di rimettersi la tuta mimetica e di colmare le lacune dell’istruzione militare. Grandi boccate di ossigeno per l’industria bellica.

Ogni conflitto è anche un gigantesco laboratorio, il terreno ideale per sperimentare l’efficacia degli ultimi e supertecnologici sistemi d’arma, dai missili guidati dai satelliti ai droni organizzati in sciami. L’ingegno umano è sempre stato fertile nell’arte della guerra, come ben sapevano Machiavelli e Leonardo da Vinci. Ma ai tempi loro le battaglie erano brevi e non coinvolgevano massicciamente i civili, se non per i saccheggi e gli incendi che si lasciavano alle spalle. Tra Otto e Novecento lo scenario è mutato.

La data-spartiacque è la «grande guerra», conflagrazione senza precedenti per intensità, vastità, mobilitazione di risorse materiali e umane. Come ha osservato Eric J. Hobsbawm, «l’agosto 1914 è una delle più incontestabili “cesure naturali” della storia. Tale fu considerata a suo tempo, e come tale è sentita ancora oggi… se esistono date non puramente di comodo a fini di periodizzazione, l’agosto 1914 è una di esse. Essa segna, se non, come parve, la fine del mondo fatto da e per la borghesia, certo la fine del “lungo Ottocento…”». Analogo il giudizio di François Furet: «In Europa, la guerra del 1914 ha cambiato tutto; frontiere, regimi, stati d’animo, persino i modi di vita. Ha agito talmente in profondità sulla più brillante fra le civiltà moderne da non lasciare nulla d’immutato. Segna l’inizio del declino dell’Europa come centro della potenza mondiale, inaugurando al tempo stesso il feroce secolo che sta per finire, saturo della violenza suicida di nazioni e regimi». 

La guerra come laboratorio

Il quadriennio 14-18 aveva permesso di perfezionare strumenti di morte già collaudati (come la mitragliatrice) e di inventarne altri (sommergibili, dirigibili, cannoni sempre più potenti, infine i carri armati e i gas tossici). La repressione dei movimenti di rivolta nei domini coloniali sfuggiva poi ad ogni «jus in bello», ad ogni norma volta ad impedire l’imbarbarimento dello scontro. È significativo che una delle opere di maggior successo di Günter Grass (Il mio secolo, 1999), cento brevi racconti, uno per ogni anno del XX secolo, si apra con un riferimento alla rivolta anti-occidentale dei boxer in Cina: «Noi all’inizio eravamo in pochi, ma per fortuna disponevamo dei nuovi cannoncini da 5 cm a tiro rapido della Krupp. E gli americani collaudavano le loro mitragliatrici Maxim, proprio un aggeggio diabolico. Così Pechino fu conquistata rapidamente. […] I boxer odiavano gli stranieri, perché vendevano ai cinesi ogni genere di merce, gli inglesi di preferenza oppio. E così avvenne come il Kaiser aveva comandato: non si fecero prigionieri». 

Nell’età degli imperi, dell’espansione coloniale, dei nazionalismi aggressivi, l’esaltazione della violenza cadde come un cerino acceso in un pagliaio. 

Nel frattempo, la terminologia militaresca usciva dalle trincee per infiltrarsi nella politica, nelle istituzioni, nella cultura, intossicandole con «le belle idee per le quali si muore». 

Quel vocabolario fiammeggiante, formatosi tra il fango e i reticolati della Grande Guerra, penetrò anche nelle frange radicali del movimento socialista, quelle bolsceviche. Stato e rivoluzione di Lenin trasuda metafore belliche: pensiero e azione militare-militante. Anche Gramsci farà largo uso di espressioni coniate nelle caserme come «guerra di posizione» e «guerra di movimento» per caratterizzare la strategia del neocostituito Partito comunista d’Italia.

Occupare il cielo

Naturalmente furono gli stati maggiori degli eserciti a trarre da quell’immane carneficina moniti e lezioni per il futuro. In quest’opera di riflessione su quanto era avvenuto nel corso delle operazioni si distinse un generale italiano, Giulio Douhet (1869-1930). A suo giudizio l’arma che andava sviluppata e potenziata sopra di ogni altra era l’aviazione: assicurarsi il «dominio dei cieli» (questo il titolo del suo saggio pubblicato nel 1921) era fondamentale per piegare la resistenza del nemico: «L’arma aerea permette di portare, oltre l’esplosivo, il veleno chimico o batteriologico in un punto qualunque del territorio nemico, disseminando su tutto il paese avversario la morte e la distruzione.[…] I bersagli delle offese aeree saranno quindi, in genere, superfici di determinate estensioni sulle quali esistano fabbricati normali, abitazioni, stabilimenti ecc. ed una determinata popolazione. Per distruggere tali bersagli occorre impiegare i tre tipi di bombe: esplodenti, incendiarie e velenose, proporzionandole convenientemente. Le esplosive servono per produrre le prime rovine, le incendiarie per determinare i focolari di incendio, le velenose per impedire che gli incendi vengano domati dall’opera di alcuno».

Da quelle osservazioni è trascorso un secolo, un periodo in cui l’aeronautica ha conosciuto una diffusione e una capacità operativa sbalorditive: un primato di cui i generali vanno fieri, ma che ha comportato disastri spaventosi, cumuli di macerie e cataste di morti. Una moderna danza macabra nell’aria che ogni giorno va in scena sui nostri schermi domestici, con i suoi lampi e le sue colonne di fumo nerastro, lasciandoci attoniti e colmi di angoscia per la sorte dei tanti innocenti che vorrebbero solo vivere in pace. Ancora una volta ha vinto Ares, il dio greco della guerra, relegando il povero Kant in un angolo. 

Articolo pubblicato da laRegione
Nell’immagine: Zeus interviene in un combattimento tra Athena e Ares (Marte), ca. 540-510 a.C.


Bundesrat Stefano Franscini

Ripensando alla figura di Toni Negri, alla sinistra italiana ed europea degli anni ‘60/’70, ad un’idea di rivoluzione che portò anche alle estreme conseguenze di stragi e attentati 

Anno 1848, la «primavera dei popoli». Da Parigi a Milano, da Vienna a Budapest, da Venezia a Berlino, una varia umanità di operai, cittadini, artigiani scese nelle piazze per rovesciare i vecchi regimi. Le rivolte furono perlopiù represse, i capi condannati, ma intanto avevano gettato il seme di un ordine alternativo, fatto di emancipazione, diritti da rivendicare, aneliti patriottici non ancora tradotti in programmi politici. Nell’Europa in subbuglio spiccava però un’eccezione, un’isola risparmiata dai tumulti: la Confederazione elvetica, paese che si era appena lasciato alle spalle una guerra civile che avrebbe potuto smembrarla e disperderla se fosse finita, come alcuni si auguravano, nel gorgo degli appetiti delle potenze estere. Questo non avvenne, il conflitto del Sonderbund rimase circoscritto e limitato nel tempo, permettendo ai cantoni di trasformare le tensioni interne in energia legislativa e istituzionale, varando una nuova Costituzione, detta «federale» (12 settembre), che ricostruiva dalle fondamenta tutta l’architettura politica, in parte ricalcata sul modello americano (sistema bicamerale). Al cittadino, non più suddito, veniva riconosciuto il diritto di voto (art. 63), ma anche il dovere di prestare il servizio militare (art. 18).

Approvata a maggioranza la carta fondamentale, occorreva mettere in piedi le autorità federali ed eleggere, da parte delle due camere riunite in assemblea, i sette «Bundesräte» previsti dall’articolo 83. L’elezione ebbe luogo, non senza incagli e proteste, il 16 novembre. Dalle preferenze espresse dai 134 rappresentanti presenti in aula (su 155) uscì un collegio governativo monocolore liberal-radicale («Freisinn») e tale rimase fino al 1891, anno dell’ingresso del primo cattolico-conservatore nella persona del lucernese Josef Zemp. Questi i nomi: Jonas Furrer (Zurigo), Ulrich Ochsenbein (Berna), Henry Druey (Vaud), Josef Munzinger (Soletta), Stefano Franscini (Ticino), Friedrich Frey-Herosé (Argovia) e Wilhelm Matthias Näff (San Gallo). L’elezione di Franscini non fu brillante: avvenne al terzo turno e con un solo voto sopra la maggioranza richiesta (fissata a 67). La composizione escludeva dalla «suprema Autorità esecutiva e direttoriale» gli sconfitti del Sonderbund, ma in compenso integrava nel consesso le due minoranze principali, i romandi e i ticinesi. Berna osservava non senza apprensione quanto avveniva alla sua frontiera meridionale, le tensioni con il Lombardo-Veneto occupato dagli austriaci, le simpatie della stampa locale per la causa risorgimentale, le spedizioni di gruppi armati (come la colonna Arcioni). Noto era inoltre che Franscini fosse amico di Carlo Cattaneo, uno dei componenti del Consiglio di guerra durante le cinque giornate di Milano (18-22 marzo 1848). L’amicizia poteva ingenerare qualche timore per le sorti del cantone nei più generali disordini che agitavano la Lombardia, ma chi conosceva Franscini sapeva che il suo animo era improntato alla moderazione e quindi pronto a promuovere iniziative di conciliazione.

La formazione a Milano

Pur non vantando un grado militare, come Giacomo Luvini (colonnello), Franscini era riuscito a farsi apprezzare oltralpe nella doppia veste di delegato alla Dieta federale e di scienziato sociale autodidatta. Nella Milano della Restaurazione aveva avuto modo di frequentare le biblioteche della città e di imbattersi nelle opere di Gian Domenico Romagnosi e Melchiorre Gioia, autori che avevano posto al centro della loro riflessione la nozione illuministica di «incivilimento». Persuaso che non si desse buon governo senza una conoscenza minuziosa del territorio, il leventinese, una volta rientrato in patria (1824), avviò una serie di sondaggi di natura economico-statistica: un’impresa titanica per l’epoca, considerata la scarsità dei dati disponibili. Ma Franscini non si perse d’animo, né nei suoi anni ticinesi, come segretario di Stato e membro del governo, né durante il suo sofferto magistero nella capitale federale. Il primo frutto fu una Statistica della Svizzera (1827/1828), cui fece seguito nel 1835 una descrizione del cantone destinata ai lettori germanofoni (Der Kanton Tessin): un primo abbozzo di quello che sarà il suo capolavoro, la Svizzera italiana pubblicata in tre tomi (1837-1840).

Nella fossa degli orsi

Franscini giunse dunque a Berna accompagnato da una larga fama, come uomo della Rigenerazione liberale e come politico convinto che il progresso del paese dovesse poggiare sull’istruzione generalizzata dei giovani e sui traguardi raggiunti dalle scienze moderne in ogni campo del sapere. Indirizzi e passioni che lo sorreggeranno alla testa del Dipartimento a lui affidato, quello degli Interni, che occorreva edificare ex novo nelle sue articolazioni amministrative ed archivistiche. Sul Dipartimento ricadeva inoltre il compito di organizzare il primo censimento federale (1850) e di istituire due alte scuole: l’Università e il Politecnico. Il progetto universitario non andò in porto per l’opposizione dei cantoni, mentre il secondo vide la luce a Zurigo negli anni 1854/55.

Dedizione instancabile, sacrifici, qualche successo, ma anche incomprensioni e la difficoltà di vedersi riconoscere dai colleghi una visione lungimirante dell’amministrazione pubblica. Anche il suo cantone d’origine gli procurò nel 1854 l’amaro dispiacere della bocciatura al Consiglio nazionale (precondizione per la rielezione in governo): Franscini fu ripescato in extremis dal canton Sciaffusa. Nei corridoi di Palazzo correvano inoltre voci che il magistrato ticinese dormisse e che, a causa della sua debolezza di udito e della sua imperfetta conoscenza del tedesco, si ritrovasse ai margini del collegio come un alunno ripetente. Stanco e frustrato, Franscini coltivò allora l’idea di ritirarsi dalla scena pubblica per insegnare economia politica e statistica nel Politecnico appena creato. Purtroppo anche quel «vivo desiderio» non ebbe sbocchi. Franscini si spense ancora in carica il 19 luglio del 1857.

La nascita del mito

La fortuna gli sorrise soltanto «post mortem». Solo nel secolo successivo Franscini fece il suo ingresso nella galleria degli uomini illustri, il suo ritratto di educatore appeso in tutte le aule scolastiche, il suo nome inciso su targhe, busti e monumenti. Una riscoperta che s’intensificò nella seconda metà del Novecento, sull’onda di ristampe e di raccolte di inediti curate da studiosi come Mario Jäggli, Giuseppe Martinola, Virgilio Gilardoni, Guido Calgari. La sua vita e la sua carriera politica furono considerati «esemplari»: il contadinello Franscini, di umili origini, avviato dal curato di valle al sacerdozio ma presto sedotto dalla «filosofia civile» dei suoi amici milanesi, approda infine nell’esecutivo del nuovo Stato federale. Un tale itinerario non poteva che alimentare una copiosa agiografia laica, motivo di orgoglio per un cantone spesso guardato con sospetto nei circoli d’oltralpe.

Questo senso di ammirazione è rimasto anche nei lavori più recenti, nei volumi di inediti (scritti giornalistici, lettere, saggi sparsi) curati da Raffaello Ceschi e dai suoi discepoli-collaboratori (Marco Marcacci, Fabrizio Mena, Carlo Agliati). Il lettore intenzionato ad approfondire l’opera del politico ticinese dispone ora di un’ampia gamma di scritti. Tocca ora alla generazione nata dopo la caduta della cortina di ferro tornare a misurarsi con il lascito fransciniano, con le traversie da lui affrontate e con l’impressionante mole di materiali prodotti in circostanze spesso sfavorevoli. Si esagera, ancora una volta? E allora cediamo la parola ad un testimone d’eccezione, all’esule comunista tedesco Friedrich Engels, presente nel 1848 a Berna all’elezione del primo Consiglio federale. L’amico di Marx inviò alla «Nuova Gazzetta Renana» una corrispondenza che sfiorava l’encomio: «Il consigliere di Stato Franscini del Ticino è senza dubbio una delle personalità pubbliche più stimate di tutta la Svizzera. Da lunghi anni ha lavorato instancabilmente nel suo cantone. Fu essenzialmente per merito suo che nel 1830, già prima della rivoluzione di luglio, il Ticino, disprezzato e considerato politicamente minorenne, per primo in tutta la Svizzera e senza rivoluzione sostituì la vecchia Costituzione oligarchica con una democratica; fu ancora lui a capeggiare la rivoluzione del 1840 che rovesciò per la seconda volta il dominio instaurato con l’inganno dai preti e dagli oligarchici. […] Franscini è inoltre considerato l’economista più colto della Svizzera […] A Franscini, che è stato capo del loro governo per lunghi anni, i ticinesi fanno gran merito soprattutto della sua “onorevole povertà”».

Articolo pubblicato anche da laRegione
Nell’immagine: Stefano Franscini come sarebbe oggi (secondo l’intelligenza artificiale di Neural.love)


Il partito sono io

Ripensando alla figura di Toni Negri, alla sinistra italiana ed europea degli anni ‘60/’70, ad un’idea di rivoluzione che portò anche alle estreme conseguenze di stragi e attentati 

Molti hanno espresso stupore, e a volte condanna, per la proliferazione delle liste e sotto-liste presentate alle federali. Da un punto di vista storico-analitico la sorpresa è invece relativa. Da tempo siamo immersi in un clima che possiamo definire del frammento, delle micro-identità, del partito su misura, con tratti anche narcisistici. Siamo di fronte alla disgregazione di una tradizione che per secoli ha dominato l’Occidente politico, alle conseguenze dello sfaldamento delle grandi famiglie ideologiche: liberalismo, socialismo, popolarismo. Famiglie che prima sapevano aggregare, indirizzare e anche dare un senso alle istanze della società civile, e che ora si ritrovano isolate e immalinconite, con un corredo ideale ignorato dai più. Ecco allora farsi largo le rivendicazioni dei singoli gruppi, suddivisi per mono-culture: l’ambiente, il genere, l’orientamento sessuale, la fascia di età. Trionfa la differenza, a scapito dei legami superiori, quel mastice che storicamente ha permesso alla Confederazione di mantenersi unita e di avere un occhio di riguardo per le minoranze. L’Io prevale sul Noi, il singolo sulla collettività.

Il principio della differenza seduce e mobilita, ma non è sempre sinonimo di progresso. Anzi, spesso finisce per collidere con l’altro cardine-chiave dei movimenti di sinistra: l’uguaglianza. Insistere acriticamente sulla diversità vuol dire anche enfatizzare concezioni conservatrici come il caso particolare («Sonderfall») e come la via solitaria nelle relazioni con l’estero («Alleingang»), zoccoli strategici su cui la destra nazional-populista ha costruito le sue fortune. L’iniziativa per ancorare nella Costituzione il principio della «neutralità permanente» va in questa direzione. Ed è molto probabile che popolo e cantoni la accoglieranno in votazione popolare. Di qui la costernazione delle vecchie famiglie politiche, costrette a fare i conti con una discendenza che parla un’altra lingua e sfoglia un altro vocabolario, fitto di «-ismi» dall’aria minacciosa, come populismi, nazionalismi, sovranismi. 

Ma torniamo all’irruzione del «particulare» nella vita politica. Una tendenza favorita sia dal voto proporzionale (un sistema che premia anche i gruppi minori), sia dall’esplosione delle tecnologie dell’informazione. Onnipresenti e pervasivi, i media digitali consentono a tutti di intervenire nel dibattito pubblico; di esprimere opinioni, organizzare petizioni, avviare campagne di mobilitazione. Ognuno può dire la sua e quindi sentirsi in qualche modo protagonista, aggirando i filtri predisposti dalle gerarchie dei partiti e delle associazioni. Un processo chiamato «disintermediazione», praticato con l’intento di mettere fuori gioco i funzionari-sensali, i dirigenti che non ascoltano, i capibastone che ordinano senza consultare la base. Ma anche qui, come nel caso della differenza, i risultati non sono sempre positivi, come sostengono gli alfieri della democrazia diretta via telematica.  Gli esperimenti condotti in Italia dal Movimento Cinque Stelle (piattaforma Rousseau) consigliano prudenza e vigilanza per non fare in modo che dalle ceneri dei vecchi attori – partiti, sindacati, corporazioni – non nascano oligarchie ancor più sorde ed esclusive. 

Il sistema dei partiti, così come si è andato formando dall’Ottocento in poi, fatica a reggersi in piedi, e non soltanto perché le forze concorrenti, autodefinitesi libere e prive di condizionamenti, lo bersagliano da ogni lato. Le accuse (autoritarismo, meccanismi di cooptazione, poltronismo, scarsa trasparenza) sono spesso giustificate. Non è però detto che le alternative finora messe in campo, fondate sull’esaltazione delle rivendicazioni settoriali e sul leaderismo digitale, siano migliori e più democratiche. Azzardiamo affermare che in passato giornali, congressi e conferenze programmatiche garantivano un confronto qualitativamente migliore, più ragionamenti e meno slogan. Ma forse è solo nostalgia…

Articolo pubblicato anche da laRegione


Intorno ai rossi e ai verdi, per un unico partito

Ripensando alla figura di Toni Negri, alla sinistra italiana ed europea degli anni ‘60/’70, ad un’idea di rivoluzione che portò anche alle estreme conseguenze di stragi e attentati 

Un partito unico rosso-verde, diretto da una co-presidenza bicolore, e infine un’agenzia informativa comune (i canali sociali, ma anche la stampa): per la sinistra riformista è questa l’unica via possibile per risalire la china.

Una china che non è soltanto elettorale (perdita di voti e di seggi), benché anche questo aspetto meriti attenzione e autocritica. PS e Verdi hanno infatti dapprima peccato di presunzione (ottenere due rappresentanti nel governo cantonale), e poi di insufficienza strategica. Hanno cioè evitato di agganciare le elezioni cantonali a quelle federali, abbandonando di fatto il seggio alla camera alta: un obiettivo storico raggiunto da Marina Carobbio nel 2019, pur con uno scarto minimo sul diretto concorrente Filippo Lombardi.

Un vero peccato che il socialismo ticinese abbia ceduto senza combattere questo importante avamposto nella Confederazione (mai era successo in precedenza). Rioccuparlo è ora una missione che pare impossibile. Anche perché il vento di destra ha ripreso a soffiare gagliardo, sia in Svizzera sia in molti Stati dell’Unione europea. L’umore conta, influenza e orienta scelte e comportamenti, una «Stimmung» che al momento non sorride alle sinistre.

Oltre i risvolti elettorali, c’è da considerare la questione culturale. Ovvero la riflessione intorno ai princìpi, alle linee-guida, alle basi ideologiche in un mondo che è sempre meno quello di ieri. Sappiamo quanto divergevano fino a qualche anno fa i programmi socialisti da quelli ambientalisti. Il socialismo ha alle spalle una storia plurisecolare; nelle nostre contrade mise radici nella seconda metà dell’Ottocento, sotto forma di casse di mutuo soccorso e di cooperative di consumo, per poi darsi organizzazioni più strutturate (partito, camera del lavoro, federazioni sindacali, case del popolo, stampa). La storia dei Verdi è invece molto più recente, risale agli anni Settanta come propaggine meridionale delle mobilitazioni che avevano investito le aree d’oltralpe: proteste e marce contro le piazze d’armi, le centrali nucleari, le autostrade e gli sbarramenti idrici sul Reno.

Incontrarsi su un terreno comune, date queste premesse (le une incentrate sulla crescita, le ricadute del progresso, le conquiste sociali; le altre sulla tutela delle risorse naturali) non era facile e difatti il dialogo rimase a lungo allo stadio delle buone intenzioni. C’era sì chi iniziava a ragionare intorno ad un socialismo aperto all’ecologia (come il tedesco Johann Strasser, l’italiano Giorgio Ruffolo e il francese André Gorz), ma nel complesso i due fronti rimanevano distanti, spesso reciprocamente ostili, poco propensi a mettere in discussione il proprio retaggio e i propri riferimenti culturali.

Ora riprendere il dialogo è assolutamente necessario. I cambiamenti intervenuti negli ultimi decenni – alcuni dei quali epocali e tuttora in corso, dalla rivoluzione informatica all’intelligenza artificiale – impongono un radicale ripensamento delle categorie fin qui utilizzate, pena l’irrilevanza e il declino.

La generazione nata e formatasi nel secondo dopoguerra è cresciuta nel guscio protettivo del «welfare» e nel mito delle socialdemocrazie nordiche: un trentennio di politiche keynesiane che non perdevano di vista le condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne, nella cornice di un’economia sociale di mercato. Ancora una volta fu la SPD, al congresso di Bad Godesberg nel 1959, ad indicare la via per la costruzione di un ordinamento moderno, fondato su valori come la libertà, la giustizia e la solidarietà, e dentro una griglia che comprendeva la giornata lavorativa di otto ore, l’assicurazione contro disoccupazione, malattia, invalidità e vecchiaia, la messa al bando del lavoro minorile, la protezione della maternità, il diritto di aderire ad un’organizzazione sindacale.

La generazione che si affaccia ora alla politica ha invece davanti a sé una costellazione alquanto diversa, molto meno definita nelle sue linee essenziali, fitta di interconnessioni locali-globali. Pensiamo ai mutamenti che hanno investito l’universo del lavoro (flessibilità, formazione continua, scomparsa del posto fisso, impieghi intermittenti, automazione dei processi produttivi); alle incognite derivanti dall’impazzimento del clima, che finiscono per ingrossare i flussi migratori; alle improvvise ondate pandemiche; al tentativo di smantellare l’impalcatura dei diritti, sia sociali che civili; all’esplosione di conflitti armati alimentati dalle grandi potenze; all’emergere di oligarchie svincolate da ogni controllo democratico. È questo un elenco parziale e sommario: Nouriel Roubini, nel suo libro intitolato La grande catastrofe (!), elenca dieci minacce in cui ogni speranza svanisce lungo «un viaggio accidentato in una notte molto buia». Ian Bremmer – nel saggio Il potere della crisi – ne contempla invece «solo» tre: «virus più pericolosi del Covid, il cambiamento climatico, tecnologie più intelligenti di noi».

Se questi autori non sragionano, se le diagnosi degli scienziati non sono campate in aria, occorre reagire anche sul versante della politica, facendo spazio agli attivisti fortemente motivati, uomini e donne, e a nuovi strumenti d’organizzazione e di intervento. Socialismo ed ecologismo devono trovare il modo di incontrarsi e di fecondarsi a vicenda. E questo sulla base di un progetto comune, solido e coerente, non ricalcato su semplici «tracce» rosso-verdi. Il tempo delle alleanze temporanee e delle tattiche elettorali è finito. Solo erigendo una casa nuova con mattoni eco-socialisti sarà possibile evitare lo stato di fibrillazione in cui precipitano le sinistre di questo cantone ad ogni appuntamento elettorale. Quindi partito unico con doppia presidenza (un socialista, un verde), congressi unitari, una politica concordata sia a livello cantonale che federale, un’informazione coordinata. E infine un personale politico coraggioso e aperto, radicato nel territorio ma mosso dalla consapevolezza che molte sfide si vincono o si perdono a livello nazionale (e spesso sovranazionale).


Flavio Cotti, passione e rigore

Ripensando alla figura di Toni Negri, alla sinistra italiana ed europea degli anni ‘60/’70, ad un’idea di rivoluzione che portò anche alle estreme conseguenze di stragi e attentati 

Forse, ha avvertito l’anfitrione Luigi Pedrazzini, è troppo presto per stilare un bilancio a tutto tondo di uno statista da poco scomparso come Flavio Cotti (1939-2020). Spetterà agli storici, quando tutti gli archivi – privati e pubblici – saranno disponibili, allestire un ritratto complessivo della sua personalità e del suo operato. Concordiamo, ma intanto molti elementi preziosi sono emersi durante i due incontri che Il Centro e altri sodalizi hanno voluto dedicare alla multiforme attività di Cotti. Una carriera per certi versi esemplare, che dal comune di Locarno l’ha portato al vertice della Confederazione: due volte presidente, nel 1991 e nel 1998. E già queste due date ridestano turbamenti, come ha ricordato Moreno Bernasconi nella sua allocuzione (i lettori troveranno nel volume La Svizzera nell’ora della verità una scelta di discorsi tenuti nell’anno del settimo centenario del paese, ora riedito da Dadò).

Una vocazione precoce

Esaminando la formazione di Cotti, il suo itinerario, vien proprio da esclamare che «politici si nasce». Un percorso in cui fede e impegno corrono paralleli dandosi la mano e fecondandosi a vicenda, dalle aule del Papio al collegio benedettino di Sarnen e infine all’«Université de la miséricorde» di Friburgo, dove nel 1962 ottenne la laurea in diritto. Gli anni Sessanta scuotono le coscienze; anche i partiti politici risentono dell’insofferenza che serpeggia tra i giovani, conservatori inclusi. È questa la fase del Cotti «socialisteggiante», ma in verità in lui agisce un’altra ispirazione, che è quella riconducibile alla dottrina sociale della Chiesa e ai moti di rinnovamento che provengono dal Concilio Vaticano II. Nel suo bagaglio culturale confluiscono i testi di Sturzo ma soprattutto di Jacques Maritain, del teologo Gustave Thils, di Giannino Piana (ne ha parlato Lorenzo Planzi). È il personalismo la fonte da cui Cotti ricava sia la sua visione del mondo, sia il suo modo di stare in politica, all’intersezione di giustizia, pluralismo, federalismo, democrazia. La dignità della persona, dunque, ma anche l’ambiente (il «creato» nella terminologia cattolica) in cui gli esseri umani vivono, spesso assumendo un atteggiamento predatorio. Anche questo aspetto ecologista entrerà nel suo raggio d’azione, quando i boschi inizieranno a deperire sotto gli occhi attoniti dell’opinione pubblica (piogge acide, inquinamento, bostrico).

Gli anni nel governo ticinese

Dall’esperienza in Consiglio di Stato alla testa del Dipartimento dell’economia pubblica dal 1975 al 1983, in una fase poco felice per l’economia e le finanze del cantone, trae la conferma di un suo antico convincimento: che per risollevare le sorti delle imprese occorre incoraggiare l’imprenditoria privata, riservando all’amministrazione la funzione di vigilanza e di rispetto delle regole. «Sussidiarietà»: ecco un altro principio-cardine della sua «Weltanschauung». Il che, si badi bene, non significa attesa e disimpegno, ma la messa in campo di tutti i provvedimenti possibili atti a promuovere, non a mortificare, l’iniziativa privata. Obiettivi saranno la creazione a Biasca di una zona industriale, il rilancio del turismo all’insegna della qualità, il sostegno alle regioni di montagna. Questo approccio, ha sottolineato l’ex direttore dell’Ufficio delle ricerche economiche Remigio Ratti, gli derivava da una metodologia che stava prendendo piede nella saggistica d’oltralpe sotto il nome di «politische Planung». Certo, il termine «pianificazione» un po’ spaventava, per i fremiti che suscitava nelle segreterie dei partiti (la «programmazione economica» del centro-sinistra italiano o addirittura i piani quinquennali sovietici). D’altra parte, riconobbe Cotti, altra via non c’era, la pianificazione (accompagnata dall’aggettivo «cantonale») era assolutamente necessaria se si voleva ridare ossigeno e coerenza all’azione di governo, e anche al parlamento, troppo spesso paralizzato dal gioco degli interessi contrapposti. Non era insomma questione di «statalismo», come qualcuno paventava, ma di un ruolo attivo e propositivo da parte dell’esecutivo. Dal grembo di questo metodo videro poi la luce il Rapporto sugli indirizzi, le Linee direttive, il Piano finanziario, il Piano direttore. Pianificazione da un lato, razionalizzazione dall’altro: una via percorsa anche nelle legislature successive.

Dal Ticino a Berna

Nel 1983 Cotti cede il posto a Renzo Respini, ma non abbandona l’agone politico. Al contrario, dai banchi del Consiglio nazionale il suo sguardo si arricchisce e si allarga, fino ad occupare la presidenza dei democristiani svizzeri (CVP). Da quella alta pedana il salto in Consiglio federale è scontato, e infatti nel dicembre del 1986 Cotti succede ad Alphons Egli alla testa del Dipartimento degli Interni, in realtà un conglomerato disperso di uffici, non facile da gestire, che dalla sanità si estende agli istituti culturali passando per l’ambiente e lo sport. Ma lo stile, anzi il «piglio» di Cotti nel guidare gli alti funzionari risulta subito evidente, e anche temuto: le convocazioni nel suo studio alle sei di mattina sono rimaste leggendarie (ma Cotti era in ufficio già alle cinque…). 

Pure questi anni non furono facili, soprattutto nell’ambito sanitario, con lo spettro dell’Aids e della droga che continuava a mietere vittime, e con un’assicurazione malattia che andava profondamente ripensata. E poi la salvaguardia dell’ambiente, ricorrente cruccio di Cotti, che Raffaele De Rosa ha voluto sottolineare nel suo saluto di venerdì, riportando testualmente le sue parole: «il rapporto dell’uomo moderno con la natura è degenerato in disordine permanente. L’uomo fa un uso smodato, spesso abusivo della natura, ne intralcia e ne riduce lo sviluppo… non sono profeta, ma resto convinto che la problematica ambientale caratterizzerà sostanzialmente i prossimi secoli della specie umana».

L’ultima tappa

Nel 1993 passa a dirigere il Dipartimento degli affari esteri: è l’ultimo gradino di una carriera che si concluderà nel 1999, dopo aver pilotato il fragile veliero elvetico attraverso burrasche impreviste e anche battendosi contro venti contrari interni. Gli ambasciatori che hanno preso la parola sabato mattina hanno evidenziato con quanta passione Cotti affrontasse questa nuova tappa, una vera e propria «missione», cercando in tutti i modi di favorire i processi di pace nelle aree di crisi, dalla Russia ai Balcani. «Mediazione», a suo giudizio, non era una formula di comodo, ma un compito («Auftrag») dai risvolti etici, nel solco della migliore tradizione cristiana, da Leonhard Ragaz a Denis de Rougemont. La neutralità non poteva significare indifferenza di fronte alle ingiustizie e alla violazione dei diritti dell’uomo.

La passione per la storia

Cotti amava la storia, leggeva biografie e saggi, voleva sapere, era «un uomo di cultura» (Tettamanti), un politico che sollecitava la discussione e il confronto. Durante il suo mandato esplose un «affaire» che avrebbe potuto tramortire il paese: l’accusa, mossa dal Congresso ebraico mondiale e dagli Stati Uniti, di aver appoggiato la Germania nazista, con le principali banche elvetiche nelle vesti di ricettatrici dell’oro e degli averi sottratti criminalmente agli ebrei. Lasciar dormire questi scheletri nell’armadio non era più possibile. Di qui l’idea di affidare ad una commissione indipendente di storici diretta dal professor Bergier il compito di far luce sui rapporti con il nazionalsocialismo: una libertà di ricerca incondizionata, destinata ad aprire un dibattito che nelle facoltà accademiche prosegue tuttora (nell’opinione pubblica è invece scomparso).

L’Europa: un nodo rimasto tale

Cotti è sempre stato europeista. Aveva seguito fin da studente dell’associazione Lepontia il cammino della Comunità economica europea, gli ostacoli che aveva dovuto superare, le resistenze dei paesi che non intendevano cedere una frazione della loro sovranità a Bruxelles e Strasburgo. Ma poi questo sogno si infranse di fronte all’ascesa della nuova Udc e ai movimenti ostili ad ogni avvicinamento all’Europa unita. La votazione del 6 dicembre 1992, con il no allo Spazio economico europeo, costrinse il Consiglio federale a congelare la domanda di adesione per imboccare la via degli accordi Bilaterali. Una manovra che sconfessava le idee di Cotti: ma questa era la volontà che la maggioranza aveva espresso e poi confermato in numerose votazioni popolari.

Cotti era esigente, detestava l’impreparazione, la sciatteria, la chiacchiera inconcludente. Come ticinese, aveva a cuore le minoranze e il loro patrimonio linguistico e, come noto, impresse un’accelerazione al progetto universitario della Svizzera italiana. Anche le rivendicazioni delle donne, dal suffragio alle quote, trovarono in lui un interlocutore attento e sensibile. Purtroppo, dopo le dimissioni, Cotti si è come ritirato nel suo guscio privato, rinunciando ad intervenire sui temi che lo appassionavano, in base al motto «servir et disparaître». Peccato. 

E la valutazione critica? I due incontri locarnesi hanno indicato alcune strade, alcune piste d’indagine. I materiali da esaminare sono copiosi, sia a Bellinzona che a Berna. Toccherà ai ricercatori immergersi in queste carte con l’acribia che meritano per poi provare a completare il ritratto che amici e collaboratori hanno iniziato a schizzare con le loro testimonianze.

Articolo scritto per laRegione
Nell’immagine: una seduta del Consiglio federale nel 1987. Flavio Cotti è in fondo al centro. Gli altri consiglieri federali sono Pierre Aubert, Leon Schlumpf, Elisabeth Kopp, Otto Stich, Jean-Pascal Delamuraz e Arnold Koller


Dopo il 2 aprile – Mobilitare le intelligenze

Ripensando alla figura di Toni Negri, alla sinistra italiana ed europea degli anni ‘60/’70, ad un’idea di rivoluzione che portò anche alle estreme conseguenze di stragi e attentati 

Tutto come previsto, o quasi. Che il progetto rosso-verde (PS+Verdi) arrivasse al traguardo in debito di ossigeno, era nell’aria. La lista blindata non è piaciuta ai potenziali elettori, delusi per l’esclusione di Amalia Mirante. Certo, gli iscritti avevano deciso, e più volte, per una linea intransigente, che coniugasse l’esperienza (Carobbio) con il rinnovamento (il giovane De Maria). Ma questo non è bastato, perché il nostro sistema elettorale, fortemente basato sul voto disgiunto, permette di aiutare anche le candidature non allineate. Anzi, spesso le incoraggia e le sprona. I tempi della «scheda secca» sono tramontati. Ora l’elettore ha la possibilità di virare sulla scheda senza intestazione, e quindi di premiare i candidati che meglio rispecchiano le sue idee e le sue simpatie, da destra a sinistra passando per il centro. Una volta c’era addirittura la «livragazione»: con un tratto di penna si potevano cancellare i nomi considerati sgraditi. Il vocabolo, che lo Zingarelli neppure più registra, risale al periodo coloniale italiano in Eritrea, paese in cui un ufficiale di nome Dario Livraghi si rese responsabile di atti criminali nei confronti della popolazione locale (torture, fucilazioni). Davvero curioso che il termine finisse per trasmigrare nella legge elettorale ticinese come sinonimo di stralcio. Non faceva vittime, ma sicuramente feriva il candidato che si vedeva «soppresso» come un reietto nel segreto dell’urna.

Si paventava un ulteriore aumento dell’astensionismo e così è stato. Il fenomeno è in crescita ovunque, riguarda tutti i paesi a democrazia matura. Pure sulle cause si è discettato parecchio. Disinteresse, apatia, sfiducia nei partiti, assenza di reali alternative, programmi sciapi, passioni fredde, individualismo crescente, anomia sociale… tutto vero. Nonostante le facilitazioni introdotte negli ultimi anni (scheda senza intestazione, espressione del voto per corrispondenza), l’affluenza continua a calare. Finora i rimedi proposti si sono rivelati inefficaci, semplici cure palliative. Probabilmente la riflessione va estesa all’insieme dei fattori che favoriscono o impediscono la partecipazione della cittadinanza al governo della cosa pubblica. Certo che assistere alla lenta decadenza della democrazia semi-diretta, conquista e vanto del sistema elvetico, non è uno spettacolo edificante.

I sondaggi prevedevano pure un incremento della frammentazione partitica nel legislativo. Anche qui non hanno sbagliato. Ora, di fronte al caleidoscopio dei colori e delle sigle, c’è chi medita di introdurre una soglia di sbarramento: provvedimento che non fa l’unanimità, e sicuramente non piace alle formazioni più piccole, e forse nemmeno all’elettorato ticinese, sempre sensibile al tema delle «minoranze» (sociali, linguistiche, religiose).

Infine si è notata la latitanza degli intellettuali. Qualcuno si è candidato, è vero, ma i più sono rimasti alla finestra, un po’ schifati per quanto avveniva nell’arena. Certo, anche qui, è finita l’epoca in cui partiti e associazioni amavano rivolgersi all’intellighenzia per giustificare scelte e definire strategie. Questa esigenza non è più avvertita nell’epoca dei canali sociali e dell’«infocrazia», dei duelli urlati e delle chiacchiere. D’altra parte il divorzio tra la politica e la cultura si era già consumato al principio degli anni ’90 del secolo scorso. Eppure gli argomenti non mancano per coinvolgere maggiormente le donne e gli uomini di pensiero. Si pensi alla scuola, alla transizione energetica, alle emergenze ambientali, al traffico, al mercato del lavoro, alle migrazioni, alla demografia, alle disuguaglianze. Una politica che si vuole lungimirante non potrà fare a meno di nutrirsi delle competenze attive nel territorio a partire dalla coppia USI-SUPSI.

Nell’immagine: avrebbe dovuto essere un’ondata


Un cantone neofeudale?

Ripensando alla figura di Toni Negri, alla sinistra italiana ed europea degli anni ‘60/’70, ad un’idea di rivoluzione che portò anche alle estreme conseguenze di stragi e attentati 

Forse questo non è il periodo migliore per discutere le tesi che il direttore Daniel Ritzer ha illustrato nel suo editoriale del 10 marzo («Il Ticino feudale e la transizione che non fu»). Tesi che intendono proporre un’interpretazione del modello di sviluppo del nostro cantone, a partire da un confronto tra due economisti molto noti negli anni Settanta, l’inglese Maurice Dobb e l’americano Paul M. Sweezy. In quell’occasione l’oggetto del contendere era la transizione dal feudalesimo al capitalismo, argomento che allora si riteneva centrale non solo dal punto di vista storiografico ma anche politico, in prospettiva di un’altra transizione: quella dal capitalismo al socialismo. Entrambi potevano vantare una conoscenza approfondita degli ingranaggi economicofinanziari, esposti in volumi come Problemi di storia del capitalismo (Dobb) e Il capitale monopolistico (Sweezy in collaborazione con Paul M. Baran).

Oggi l’eco di queste discussioni risveglia l’interesse soltanto degli storici, in particolare degli storici dell’economia. La “transizione al socialismo” non è più in agenda da tempo, nemmeno nelle frange più radicali. Ma Ritzer l’ha richiamata per evidenziare un altro aspetto, ossia il carattere neofeudale che il Ticino continua a mantenere nonostante abbia compiuto, negli ultimi decenni, il balzo nella società post-industriale, o società del terziario avanzato. In fondo, sostiene Ritzer, lo schema di fondo non è cambiato, il potere rimane saldo nelle mani di poche famiglie, i centri di comando finanziari e bancari pure, anche se l’ascesa della Lega prometteva sfracelli e dunque anche il tramonto, appunto, delle “grandi famiglie”. L’assalto alla Bastiglia presidiata dalla vecchia nobiltà non è riuscito.

La denuncia ha un suo fondamento. Certo, andrebbe precisata, perché le articolazioni e le ramificazioni sono numerose e non tutte immediatamente visibili (i dati fiscali ad esempio non sono pubblici). Sicuramente è calata la fedeltà ai partiti di maggioranza. La loro presa sulle famiglie nella distribuzione di impieghi e mandati si è allentata. In compenso sono cresciute le reti di contatto nell’economia reale, quel fenomeno che i sociologi chiamano “capitalismo di relazione”. È in questo “milieu” che ricompare – come giustamente osserva Ritzer – il feudalesimo, ovvero un sistema fondato sui rapporti personali, sulle conoscenze, sulle parentele, sulle amicizie maturate in circoli esclusivi. 

Per definire il fenomeno, il giornalista economico Paolo Gila ha coniato il termine “capitalesimo”, “un sistema capillare e inesorabile di controllo assoluto su un territorio frammentato, una sorta di Sacro Romano Impero della finanza, coi suoi feudatari sempre più potenti, i suoi marchesi, i suoi baroni, i vassalli, i valvassori e la sua plebe sterminata, sempre più povera”. In Italia fece scalpore un libro di Stella e Rizzo intitolato La casta. Vendette migliaia di copie ma, come si temeva, l’indignazione non smosse nulla, la casta rimase al suo posto. Da noi nessuno osa inoltrarsi in questa selva, anche perché i dati di cui una seria indagine sociologica dovrebbe disporre non sono accessibili.

Si può però aguzzare la vista, scavare sotto la crosta delle apparenze, incrociare i dati raccolti dall’Ufficio di statistica con le osservazioni dirette. Praticare, insomma, quel tipo di sociologia che Aldo Bonomi riconduce all’atto del “pensare con i piedi”. Un approccio pedestre, passo dopo passo, per scoprire chi sono gli attori che, senza dare troppo nell’occhio, stanno ridefinendo i lineamenti fisici (la sottostruttura territoriale) e quelli mentali (la sovrastruttura ideologica) di questo cantone. L’ipotesi di Ritzer apre piste di ricerca in un campo, quello in cui l’economia e la sociologia s’intrecciano condizionandosi a vicenda, senz’altro suggestivo. La permanenza di una “società neofeudale” dietro le vetrine scintillanti del boom immobiliare e delle criptovalute non trasmette segnali incoraggianti alle nuove generazioni (che infatti preferiscono fare le valigie).

Articolo scritto per “laRegione”
Nell’immagine: un combattimento del gruppo Suedalp, “il primo su suolo ticinese e svizzero a praticare il combattimento medioevale agonistico in armatura completa”