Due pedalate nel Medioevo

Pubblicato da Salvioni Edizioni l’atteso volume che racconta l’appassionante viaggio in bicicletta attraverso l’Europa medievale compiuto da Roberto Antonini e Antonio Ferretti. Verrà presentato martedì 21 maggio alle ore 18 alla Biblioteca Salita dei Frati di Lugano 

Ci sono libri che suscitano semplicemente una sana invidia. Perché si intuisce che chi li ha scritti si è preso tutto il tempo necessario per immaginarli, concepirli, pianificarli, viverli, raccogliere con tutta calma le informazioni tenendo nel contempo bene aperta la porta a eventuali sorprese. Poi la stesura e il confezionamento possono anche essere stati fatti in tempi record, come vogliono le dinamiche commerciali, ma nulla tolgono alla sana impostazione iniziale. E poiché siamo in ambito medievale, verrebbe voglia di parafrasare un celebre titolo di Jacques Le Goff: Tempo della Chiesa, tempo del mercante… e tempo dei due cavalieri solitari della bicicletta Antonini e Ferretti, che muniti persino di stemma araldico che allude alle loro sudate fatiche (è uno dei meriti della grafica del libro) hanno attraversato l’Europa da sud a nord, da Assisi a Bruges, alla ricerca della vera essenza del Continente, spinti da una fascinazione che deve averne alleviato di molto gli sforzi.

Quello di Jacques Le Goff (1924-2014) non è un nome richiamato a caso, perché “Monsieur Moyen âge” è stato davvero il terzo pellegrino silente di questo viaggio; di più, una sorta di Virgilio – come lo chiamano gli autori – che con la sua guida sicura ha dettato i passi con intelligenza in quell’epoca affascinante e tormentata che furono i mille anni tradizionalmente attribuiti all’Età di Mezzo, dal V al XV secolo dell’era cristiana (ma il dibattito è tuttora aperto). Di Le Goff si pubblica alla fine del volume un collage di interviste raccolte a Parigi da Antonini nei suoi ultimi anni di vita, e se affianchiamo le sue parole alle generose pagine introduttive firmate dalla scrittrice Marta Morazzoni e da Federico Fioravanti, l’ideatore del Festival del Medioevo di Gubbio, non possiamo che giungere alla medesima conclusione: il Medioevo non fu l’epoca buia che ci hanno insegnato a scuola. O comunque non solo: basterebbe citare quelle due-tre invenzioni di non poco conto come le università, le cattedrali, le banche, il formato-libro (il codice manoscritto) e poi la stampa a caratteri mobili, senza dimenticare le rivoluzioni agricole e più in generale il rilancio dell’economia internazionale su base borghese che ha rappresentato la vittoria finale della città sul contado (la Svizzera delle origini ne sa qualcosa). Quei mali che per pigrizia, a scuola come nei media, continuiamo ad attribuire al Medioevo – dall’inquisizione spagnola alla caccia alle streghe – sono infatti in gran parte tipici dell’epoca cosiddetta “moderna” (XVI-XVII secolo). Per i dubbiosi consiglio i podcast di Alessandro Barbero che smontano tre falsi miti come quelli dello ius primae noctis, della terra piatta e delle paure dell’anno mille. Tutte invenzioni e misinterpretazioni successive.

Per tornare al libro, introdotto da una presa di posizione che è già una dichiarazione d’intenti (“Sopravvivrà davvero qualcosa della nostra epoca, sfilacciata nelle sue incertezze, nella sua laicità incapace di costruire un’etica alternativa, nel suo approccio individualistico e nella sua struttura liquida”), gli autori hanno individuato un format che funziona molto bene: ognuna delle 33 tappe del viaggio tra l’Umbria e le Fiandre, per un totale di 2’315 chilometri, presenta una piantina, una traccia GPS scaricabile con il cellulare e una cronaca in tempo reale di Ferretti su “come sono andate le cose” dal punto di vista del loro viaggio (non senza simpatici aneddoti e considerazioni pratiche utilissime su ristoranti e alloggi: unico appunto, il libro è un mattone da comodino e non una pratica guidina tascabile…); a seguire, le pagine di Antonini sui principali monumenti e i fatti storici che caratterizzano i luoghi attraversati in giornata. Cercarli sulla mappa dell’Europa è un vero piacere: si incontrano luoghi irrinunciabili (Assisi, Perugia, Arezzo, Siena, Lucca, poi Lucerna e Berna, Beaune, Digione, Reims, Gand, Bruges) e altri in cui si inciampa quasi per caso, ma che non per questo mancano di svelare i loro segreti (da Pienza ad Angera, da Pontarlier a Namur). Il viaggio ha percorso a ritroso un bel pezzo della via francigena, barando soltanto un po’ perché i pellegrini medievali, a piedi, percorrevano 25-30 km al giorno e non i 70-90 dei nostri ciclisti. Per farsi perdonare non resterebbe che completarla da Assisi in giù, verso Bolsena, Viterbo, Roma, e poi Lucera di Puglia (la città musulmana voluta da Federico II) per chiudere in bellezza nella Sicilia normanna. E perché non un attraversamento dell’Europa da ovest a est? Da Santiago alle città tedesche su su fino alla Livonia o magari diritti fino a Praga… Insomma, i due cavalieri del pedale sembrano già pronti a una nuova partenza. Ne volessero un terzo, compatibilmente con gli impegni professionali e familiari, dovrebbero soltanto fare un fischio: uno di quelli che hanno appreso per richiamare il falcone.


Elogio della Qualità, pur non sapendo bene cosa sia

Pubblicato da Salvioni Edizioni l’atteso volume che racconta l’appassionante viaggio in bicicletta attraverso l’Europa medievale compiuto da Roberto Antonini e Antonio Ferretti. Verrà presentato martedì 21 maggio alle ore 18 alla Biblioteca Salita dei Frati di Lugano 

Cos’hanno a che spartire una chiave inglese e la salvezza dell’anima? E gli ingranaggi di una motocicletta e le filosofie orientali? Nulla, oppure tutto, a seconda del punto di vista dal quale li si osservi. Chi ha letto il bestseller di Robert Pirsig uscito nel 1974, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, versione aggiornata e on the road di Lo Zen e il tiro con l’arco del filosofo tedesco Eugen Herrigel (1948), sarà forse più propenso ad accettare la seconda ipotesi, tanto è bravo l’autore a connettere atmosfere e mondi lontani, tecniche di respirazione e bulloni.

Enfant terrible della letteratura americana, in un contesto nel quale gli enfants terribles davvero non mancavano, Pirsig è stato una sorta di Glenn Gould della filosofia del secondo Novecento: geniale a tratti, a tratti invece quasi naïf (nella sua ambizione di fondere in un unico sistema di pensiero la mentalità occidentale e quella orientale, l’approccio classico e quello romantico) e passibile persino di ignoranza manifesta (riteneva che per il Medioevo la terra fosse piatta, da cui il mito ermeneutico delle scoperte di Cristoforo Colombo: avesse visto una sola statua lignea di Carlo Magno con il globo in mano si sarebbe forse ricreduto). 

Lungi dall’essere un’esperienza zen, il suo viaggio in moto con il figlio Chris e gli amici John e Sylvia Sutherland è in realtà un sofferto attraversamento della propria anima in anni successivi a un terribile esaurimento nervoso curato anche con l’elettroshock, emblema di un autore votato come pochi all’introspezione (quasi patologica) e sempre più incartato nel giro dei suoi stessi pensieri, fino al limite dell’incomunicabilità. 

Nella sua opera, che oltre al capolavoro conta un solo altro libro, Lila, scritto nel 1991 sulla medesima lunghezza d’onda del primo (ma alla motocicletta si sostituisce qui un viaggio per mare in barca a vela), tutto ruota attorno a un unico grande concetto, quello della Qualità, e a un unico vero obiettivo: tentare di definirla in termini, se non scientifici, quantomeno esperienziali. Provare a circoscrivere a parole che cosa intenda Pirsig per Qualità, un concetto che lui stesso suggerisce di chiamare anche Valore, equivarrebbe a riscrivere per intero le sue riflessioni, che rimangono interessanti proprio per la loro natura aperta e per il loro essere state, in una certa misura, profetiche: si pensi al grande parlare che si fa oggi di sostenibilità, cioè la ricerca di un sano equilibrio nella vita di tutti i giorni (anche in quella professionale) tra le risorse e gli obiettivi; ma si pensi anche al fenomeno delle Grandi Dimissioni e al sempre più difficile rapporto delle giovani generazioni con un mondo del lavoro subìto e inteso soprattutto in termini di “servitù”; infine, si pensi al continuo risorgere di interesse, all’interno della cultura occidentale, per tecniche di pensiero e rilassamento di provenienza lato sensu orientale, dallo yoga alla mindfulness. Tutto questo, in nuce, era già compreso nelle riflessioni di Pirsig attorno alla Qualità.

Rileggendo oggi i suoi scritti – anche quelli non confluiti nell’opera maggiore e raccolti ora da Adelphi in un delizioso libretto antologico arricchito da alcune interviste e da un profilo autobiografico che spiega molte cose – si coglie tutta la portata di un dramma filosofico inscindibile dalla sua stessa parabola esistenziale: bambino prodigio con un quoziente intellettivo superiore al 170, iscritto precocemente all’Università, non ottenne mai la laurea in chimica e insegnò invece per qualche anno scrittura creativa alla Montana State University di Bozeman, non senza essere passato prima dai casinò del Nevada (come croupier) e dalle scuole di meditazione indù di Benares. 

Tra il primo e il secondo libro dovette affrontare la morte violenta del figlio, vittima di una rapina di fronte al centro zen di San Francisco, e per anni portò avanti una sua personale crociata con il mondo accademico tradizionale e soprattutto contro gli antropologi che studiavano i nativi americani con metodo scientifico, salvo poi evitare di trarre conclusioni dalle loro ricerche (allora tanto valeva muoversi per vie empatiche). Provò a scardinare dall’interno questo sistema egemonico molto in auge negli atenei statunitensi di allora, un sistema al contempo culturale e didattico, ma la sua fu una battaglia contro i mulini a vento che lasciò sul campo un’unica vittima illustre: lui stesso. Scomparve un po’ in sordina nel 2017, cristallizzato per sempre, con il sorriso malinconico e il figlio Chris aggrappato alla sua schiena, in sella all’amata motocicletta [nell’immagine]. 


La storia alla RSI: adelante con juicio

Pubblicato da Salvioni Edizioni l’atteso volume che racconta l’appassionante viaggio in bicicletta attraverso l’Europa medievale compiuto da Roberto Antonini e Antonio Ferretti. Verrà presentato martedì 21 maggio alle ore 18 alla Biblioteca Salita dei Frati di Lugano 

Propongo, preliminarmente, un paio di quiz. Prima domanda: a che cosa corrisponde l’acronimo RSI? Un buon 99% degli italofoni, che nel mondo si stimano oltre i 200 milioni di individui, risponderebbe verosimilmente la Repubblica Sociale Italiana di mussoliniana memoria. Questo per ridimensionare un po’ le ambizioni della nostra pur buona e stimata radiotelevisione nazionale di lingua italiana, che è nota certo anche in Italia, soprattutto al centro-nord, ma che per varie ragioni – anche comprensibili, perché legate a un mandato – non riesce a uscire da un perimetro inteso a volte come un limite.

Seconda domanda, più seria: se dico “servizio pubblico”, a che cosa pensate? La questione sembra banale, ma se stiamo all’iniziativa popolare 200 franchi bastano, con la quale si vorrebbe quasi dimezzare il canone radiotelevisivo attuale, qualche dubbio insorge. Tra il vasto spettro coperto dalla missione del servizio pubblico c’è anche la storia, cioè la cronaca nella sua accezione (apparentemente) meno attuale. Ultimamente alla RSI di storia, presentata in varie modalità, se ne è vista parecchia, cosa che di per sé mi pare una buona notizia.

Parto da La storia infinita, giunta quest’anno alla sua seconda stagione, con una serata in più rispetto alle quattro del 2022. Metto subito avanti il fatto che, seppur per l’unghia di un piede, ne sono stato in qualche misura implicato. Provo comunque a smettere i panni dello storico per tenere soltanto quelli dello spettatore: uno spettatore di un certo tipo, d’accordo, con qualche sensibilità più esasperata di altri, ma ci vorrei provare. Nel complesso mi sono divertito e, qui e là, ho imparato cose che non sapevo. Ho apprezzato, come molti, le riprese aeree fatte con il drone e il ritmo sostenuto del montaggio, così come le animazioni (a volte un po’ kitsch, ma ci stavano) e soprattutto le musiche. Un buon prodotto televisivo moderno, insomma, che si spera possa continuare con una terza stagione. 

Se rimetto invece i panni dello storico, cominciano i mal di pancia. La divulgazione storica è un esercizio di equilibrismo che si muove su un piano inclinato e per giunta scivoloso: perché la banalizzazione è dietro l’angolo, basta un attimo, una parola di troppo, un aggettivo enfatico non necessario, e quello che sulla carta avrebbe potuto essere un ottimo servizio si trasforma in un grosso pasticcio. Me ne sono accorto recentemente ascoltando uno dei miei miti, Alessandro Barbero, parlare di storia della Svizzera italiana. In pochi minuti ho colto nella sua esposizione pur brillante una mezza dozzina di errori, imprecisioni e semplificazioni eccessive. Se tanto mi dà tanto, farà lo stesso anche con gli altri argomenti, nei quali io sono meno ferrato… E quindi? E quindi togliamo a Jonas Marti tutto il peso del confronto (ad esempio con un Alberto Angela) e diamogli quello che gli dobbiamo dare: il coraggio, l’entusiasmo, la voglia di fare, scoprire e condividere gli aspetti più affascinanti del nostro passato. Però ammettiamo anche che a volte gli scappa la frizione, e che certe frasi – come quella su Domenico Fontana “Al Capone della Roma di Sisto V”, o l’altra sulle modalità mafiose delle maestranze ticinesi del tempo – non avrebbero dovuto superare il vaglio della produzione, che forse, chissà, non ha vigilato come avrebbe dovuto e potuto. Altri difetti minori sono riscontrabili nella puntata sull’Ottocento ticinese, la quarta, perché vi si replicavano stanchi stereotipi (sulle cosiddette “rivoluzioni” liberali) che la storiografia recente ha già ampiamente confutato e smentito. E si potrebbe continuare. In generale sono mancati forse degli autori, qualcuno che dietro le quinte, con misura e competenza, potesse fare da cerniera tra l’uomo che sta davanti alla telecamera, con il suo entusiasmo debordante ma a volte (Jonas non me ne vorrà) un tantino eccessivo, e chi era invece incaricato di confezionare il prodotto finale.

Un discorso in parte simile e in parte diverso si potrebbe fare su un’operazione ancora più coraggiosa, e perciò arrischiata, come Edizione straordinaria, un format in quattro puntate di Lorenzo Buccella e Lorenzo Mammone che ha richiamato alla memoria dei ticinesi alcuni fatti di cronaca che hanno segnato gli anni Ottanta e Novanta. Una prima recensione, ferma però alle due puntate iniziali, è apparsa su “Azione” il 4 dicembre e non si può che concordare con quanto scritto da Marco Züblin, che ha parlato di una produzione “ben levigata” sulla scia di Atlantide di Andrea Purgatori, mettendo però in evidenza anche alcuni difetti quali “un lieve eccesso di drammatizzazione” e soprattutto “un tentativo un po’ artificioso di creare attesa e climax narrativo”. I temi scelti erano la strage di Rivera compiuta da Erminio Criscione (4 marzo 1992) e la fuga finita in tragedia dal carcere della Stampa (3 ottobre 1992), il Ticinogate che portò agli onori di cronaca la coppia Cuomo-Verda (1995) e la cosiddetta Pizza Connection (con vari procedimenti penali, in Ticino, dalla seconda metà degli anni Ottanta). Personalmente ho apprezzato la volontà di intervistare figure professionali diverse, dal capitano di polizia al magistrato al cronista, ma continuo a non capire la scelta di avere posto sullo stesso piano – per di più a inaugurare la serie – un fatto privato e drammatico come la strage di Rivera, le cui conseguenze toccano ancora nell’intimo persone viventi e (nel piccolo Ticino) note ai più, e fenomeni finanziari di stampo mafioso che hanno avuto invece tutt’altra eco, e che sono certo più adatti a raccontare lo spirito di un’epoca, il ruolo opaco delle banche, le vendette della politica, e via di questo passo. “Quando la cronaca diventa storia” recita lo slogan di Edizione straordinaria, ma la storia non è scandalo, è racconto dei fatti e, soprattutto, interpretazione. Ecco, mi è mancata talora l’interpretazione, la ricucitura sobria e consapevole del conduttore che (cito un caso per tutti) ad esempio non avrebbe dovuto concedere la parola finale, senza contraddittorio, al figlio del giudice Verda, il cui dolore è comprensibile ma che nella sua accusa alle istituzioni offre una testimonianza personale che rimane tale e che, come tutte le testimonianze, non può essere eletta a conclusione o giudizio di un evento complesso oramai lontano nel tempo. Altrimenti la memoria, parziale e faziosa come è nella sua stessa natura, finisce per sostituirsi alla storia, ingigantendo uno scandalo di cui, ad anni di distanza, non abbiamo davvero bisogno.

Non vorrei comunque suonare troppo severo. Ho ancora negli occhi, per restare alla storia raccontata alla RSI, gli ottimi servizi della serie Tesori fuori porta presentati come speciali del Quotidiano in queste settimane (specie l’ultimo, dedicato alla chiesa di Chironico, con Francesca Pusek e Vera Segre, davvero un gioiello). Auspico insomma che si continui a parlare di storia alla RSI, in chiave moderna e con tutte le implicazioni che una storia ben fatta e ben interpretata sempre suggerisce. Sarà un modo come un altro per provare a tenere aperta la finestra, per far circolare l’aria e per conoscere al tempo stesso quello che siamo noi, e quello che sono gli altri. Magari con meno enfasi e con maggiore sobrietà, prestando le giuste attenzioni anche alle onde più lunghe del sasso dello scandalo gettato al centro dello stagno. Adelante con juicio, secondo il suggerimento del cancelliere Antonio Ferrer al cocchiere Pedro nella tumultuosa Milano manzoniana.

Nell’immagine: Jonas Marti ripercorre le gesta di Domenico Fontana


Larger than life: il mito di Napoleone nell’ultimo Ridley Scott

Pubblicato da Salvioni Edizioni l’atteso volume che racconta l’appassionante viaggio in bicicletta attraverso l’Europa medievale compiuto da Roberto Antonini e Antonio Ferretti. Verrà presentato martedì 21 maggio alle ore 18 alla Biblioteca Salita dei Frati di Lugano 

“Tu che sei uno storico, vai a vedere Napoleon così mi dici quanti errori ci sono”. E a cose fatte: “Allora questa verità storica? La solita americanata vero?”. Più penso a questa pantomima, cui ho assistito più volte negli scorsi giorni, più mi convinco che è l’impostazione stessa della questione ad essere sbagliata. Primo perché, a voler essere pignoli, lo spettatore ideale sarebbe allora soltanto lo storico dell’epoca napoleonica, o quantomeno un Alessandro Barbero che, da grande esperto di Austerlitz e Waterloo, so per certo che si asterrà dalla visione del film, se non altro per non prendere rabbia. Gli altri, me compreso, sono più o meno tutti sullo stesso piano.

Su che “piano” stiamo allora? La risposta a questa domanda, solo apparentemente semplice e banale, equivale a ribadire quale idea di cinema siamo disposti ad accettare nel 2023, e quale no. Assediati dall’ansia del fact checking, delle fake news e dell’intelligenza artificiale onnipresente, cerchiamo in ogni lungometraggio di finzione un documentario di Rai Scuola, dimenticando quale potente meccanismo sia la fiction, e quali “diritti” abbia una scelta autoriale forte, discutibile ma forte, come quella di Ridley Scott. Ammetto di avere da anni un personalissimo contenzioso, tutto interno alla calotta del mio pensiero, con questo regista britannico diventato americano come pochi, di cui ho adorato I duellanti, Alien, Blade Runner, American Gangster e persino Il gladiatore, e odiato Robin Hood, Le crociate, 1492 ed Exodus. Il fatto di non riuscire a mettere Napoleon a colpo sicuro in uno di questi due gruppi, la dice lunga su quale prodotto ibrido sia la sua versione cinematografica della vita del celebre Còrso.

Il film è lungo, dilatato nei ritmi e concepito su cesure estreme: dentro e fuori la vita privata del generale che divenne console, e del console che divenne imperatore, senza smettere mai di essere quello che in fondo era, un militare dal fiuto geniale. Che si passi dalle gonne di Giuseppina di Beauharnais ai campi di battaglia di mezza Europa senza soluzione di continuità è l’aspetto che sembra avere disturbato maggiormente gli spettatori più raffinati. “Pare un Barry Lyndon incrociato con Benny Hill”, ho letto sui social nei primi giorni di proiezione, e la provocazione è intelligente: in Napoleon c’è in effetti qualcosa di Kubrick, per la cura maniacale delle scene, delle luci, degli abiti, e qualcosa dell’umorismo pecoreccio di certa “cultura” del secolo scorso, ante political correctness. A costo di andare forzatamente controcorrente, credo che questo contrasto sia invece tra le cose più riuscite del film, perché afferma in un sol tempo due snodi cruciali della parabola storica di Bonaparte: la sua ambizione smisurata, rigorosa e ideologica, e il suo essere ancora un uomo del Settecento, cioè di corte, di balli, di musiche lievi, di estetismo esasperato, qualcosa che la Rivoluzione francese impiegò molto tempo a mandare definitivamente in pensione. Sta in questa altalena tra due estremi tutto lo scarto tra un Napoleone e un Robespierre, che incarnava soltanto il primo polo. Forse, sembra suggerire Ridley Scott tra le righe, ci voleva una figura ancipite come Napoleone per traghettare il mondo nella nuova era. Un rivoluzionario puro, senza contraddizioni e senza un privato evidente ed invadente (un Lenin, per dire) non sarebbe stato adatto allo scopo, in un’epoca in cui si volevano ancora i re.

Suggerisco allora una possibile modalità di visione del film: con le orecchie, prima che con gli occhi, per apprezzare la sapienza con cui sono state montate le musiche, e soprattutto il costante ritorno di alcuni leitmotiv particolarmente azzeccati, come un Kyrie cantato di tradizione còrsa che una volta accompagna una grande vittoria, una volta un’incomprensibile sconfitta e una volta ancora uno stacchetto erotico con Giuseppina, cambiando ogni volta di segno. Basterebbe ricordare che Napoleone fu, prima che un uomo del suo tempo, un vero e proprio Mito (rileggere il 5 maggio di Manzoni per sincerarsene), cioè un personaggio che da solo autorizza la creazione di innumerevoli versioni di sé, quasi degli isotopi dell’originale, non diversamente da come avviene per i fantasiosi Ulisse, Enea, Ettore e Patroclo, o per gli storici Cesare, Alessandro Magno e Genghis Khan. Che poi l’originale, cioè quello storicamente attestato, si allontani sempre di più sullo sfondo, fin quasi a sbiadire, è una preoccupazione forse soltanto nostra, non più capaci di ragionare in termini di miti, e sempre più assillati dalla verità dei fatti. Lasciateci divertire!

Nell’immagine: un Napoleone dilatato


Al più gentile. Ricordo di Aurelio Buletti

Pubblicato da Salvioni Edizioni l’atteso volume che racconta l’appassionante viaggio in bicicletta attraverso l’Europa medievale compiuto da Roberto Antonini e Antonio Ferretti. Verrà presentato martedì 21 maggio alle ore 18 alla Biblioteca Salita dei Frati di Lugano 

Si è diffusa in queste ore, fra ieri sera e stanotte, la notizia di un altro lutto nel mondo letterario svizzero di lingua italiana, dopo quello di Anna Felder, che abbiamo ricordato ieri.

Aurelio Buletti si è spento a Lugano, all’età di 77 anni. Era nato a Giubiasco, ma viveva da anni a Cassarate. A lungo insegnante di italiano alla Scuole Medie di Viganello, ha prodotto negli anni numerosi preziosi e discreti volumi di versi, editi suprattutto dall’amico Mauro Valsangiacomo sotto l’insegna “Alla chiara fonte”. Attivo in campo sociale e anche politico (si ricordi la sua militanza nel “Gruppo di Olten”), negli ultimi anni Buletti amava anche cimentarsi con il disegno e la produzione di vignette satiriche. L’ironia, del resto, è una delle caratteristiche che hanno sempre accompagnato l’uomo, l’intellettuale ed il poeta Aurelio Buletti [red.]

Nel giorno in cui scompare un amico che era anche un poeta – un amico anche perché poeta – il tributo più adeguato non può che essere la rilettura commossa dei suoi versi. La poesia, e sono certo che Aurelio sarebbe stato d’accordo con me, è la vita che si prolunga sulla carta e nella dimensione misteriosa dei suoni, dei ritmi, dei non detti, tra i silenzi dell’espressione e il bianco abbacinante della pagina. È musica fatta di parole, mentali prima ancora che dette, pronunciate. Per tutti questi motivi, può ambire a osare una continuità di vita anche dopo la scomparsa del suo autore.

«Né al primo né al più bello». Mi sono sempre chiesto per quale ragione, e con quale grado di consapevolezza, alcuni dei migliori poeti della Svizzera italiana abbiano affidato alle congiunzioni disgiuntive i titoli dei loro libri, quasi a voler dichiarare già nei frontespizi la natura stessa della poesia, che nega due cose per dirne un’altra, la più importante, la terza, quella che conta davvero e che però non si vuole dire direttamente: da Né bianco né viola di Giorgio (1944) a Né timo né maggiorana di Giovanni Orelli (1995), passando per Né al primo né al più bello di Buletti, apparso nel 1979 in una sede che, da Lugano, più defilata non si poteva immaginare, le Edizioni Iniziative Culturali di Sassari in Sardegna.

Aveva esordito nel marzo del 1973 con un minuscolo libretto delle Edizioni Pantarei di Lugano promosse da Eros Bellinelli, Riva del sole, e in fondo aveva sempre continuato così, con un understatement perseguito con rigore e coerenza, sincero nelle intenzioni come negli esiti: del 1984 sono i Trenta racconti brevi (Casagrande, Bellinzona) e del 1989 il Terzo esile libro di poesie (Mazzuconi, Lugano), cui ha fatto seguito il lungo e fruttuoso sodalizio con le edizioni “Alla chiara fonte” di Mauro e Chiara Valsangiacomo. Si vadano a rileggere, di quegli anni, il Salmo incerto, di minima fede, oppure i Segmenti di una lode più grande, o ancora il delizioso cofanetto E la fragile vita sta nel crocchio, e si avrà tutta l’estensione e la portata della sua poesia.

Né va dimenticata l’attività di traduttore, soprattutto dal francese, che ha permesso al pubblico italofono di conoscere i testi di Werner Renfer e Patrick Amstutz, autori vicini-lontani alla sua sensibilità davvero unica, di una sobrietà esemplare. Come autore e come uomo Aurelio andava stanato con delicatezza, ma il fiore che ne derivava poi – l’ultimo un contributo per «Cenobio» su Remo Beretta – era sempre adeguato al suo stile e, soprattutto, all’oggetto del suo interesse.

Aurelio era così, le sue poesie erano fulminee e gentili al tempo stesso, quasi fossero l’eco di una posizione morale, prima che letteraria in senso stretto, un luogo del mondo dal quale osservava quotidianamente le cose in termini che non temerei di definire affettuosi. Alla scomparsa di Giorgio Orelli, nel 2013, scrisse una Petizione che esaltava non solo l’essenza dell’amico scomparso, ma anche la sua umana comprensione di scrittore per una voce che era appena venuta meno:

Sarto del Paradiso, non vorresti
dal saio dei beati esonerarlo,
lasciare che si vesta come quando
stavamo ad ascoltarlo raccontare?

Specialmente forniscigli una giacca
di panno morbido e taglio elegante
consona alla bellezza del suo dire:
e possa dire a lungo, fin che vuole.

Non sia tenuto ai salmi del breviario,
libero resti al suo dischiuso canto,
al discorrere ampio sui suoi suoni.

Sappia se si chiama proprio Marzio
uno che gli chiedeva del Poeta,
sul Fiore faccia pace con Fasani.

Chi potrebbe scrivere qualcosa di simile per Aurelio Buletti? Nessun altri che lui stesso. Ecco la chiave: la sua intera opera poetica è una lunga, intermittente e sincera petizione per sé e per gli altri. Spero che la si raccolga presto in un unico volume, e sarà un volume quasi di preghiere. Ricordiamo allora Aurelio con uno dei suoi testi giovanili, quella Riva del sole che occhieggiando alla metafora della Sonnenstube riporta in realtà l’attenzione sui fenomeni più modesti e misteriosi del dialogo tra la luce e l’ombra, la vita e la morte, il passare del tempo, insomma la vita nella sua accezione più pura e preziosa:

Riva del sole traversa la strada:
su una panca del ciglio, un’altra volta,
il vecchio e il suo superstite compagno
negoziano
quanto rimanga a che il mare li prenda;
e se sarà domani pioggia, malanno o morte.


Dossier Milan Kundera 3 – Il massimo di diversità nel minimo spazio

Pubblicato da Salvioni Edizioni l’atteso volume che racconta l’appassionante viaggio in bicicletta attraverso l’Europa medievale compiuto da Roberto Antonini e Antonio Ferretti. Verrà presentato martedì 21 maggio alle ore 18 alla Biblioteca Salita dei Frati di Lugano 

Sarà la recente scomparsa di Vangelis e dei suoi Chariots of Fire, meglio noti alle nostre latitudini con il roboante titolo di Orizzonti di gloria (1981). Sarà il ciclico e insistente riproporsi, su ogni schermo a portata di occhio e di mano, di storie, film e telefilm della mia prima infanzia (Blade Runner, Miami Vice, persino Top gun), vera apoteosi dei servizi di streaming e dell’industria del remake che tanto caratterizzano questa nostra epoca così priva di fantasia. Sarà, infine, il contesto politico internazionale che da alcuni mesi non fa che rilanciare come un disco rotto quelle contrapposizioni di fronti semplicistiche e manichee (bianco e nero, buoni e cattivi, noi e loro) che credevamo per sempre abrogate dai tribunali della Storia. L’impressione, tra il serio e il faceto, è che non ci libereremo mai degli anni Ottanta, o meglio non ci libereremo mai dell’intero secolo che quel decennio aveva contribuito a definire “breve”, e che invece non si persuade ancora ad andare in pensione.

In tale contesto emotivo e culturale, che immagino ampiamente condiviso, la casa editrice Adelphi ha tirato fuori dal cassetto un paio di vecchie lezioni dello scrittore ceco Milan Kundera che, lette oggi, paiono un perfetto vademecum per l’Europa del terzo millennio. La cosa potrebbe anche non sorprendere: chi si circonda di classici, antichi o moderni che siano, finisce sempre per essere “aggiornato” (Giuseppe Pontiggia li chiamava “i contemporanei del futuro”). L’autore dell’Insostenibile leggerezza dell’essere, esule in Francia dal 1975, era all’epoca uno degli scrittori più rappresentativi delle cultura europea di area sovietica. La distinzione è importante, e la mette in luce lui stesso nel testo che dà il titolo al libro, Un Occidente prigioniero o la tragedia dell’Europa centrale, scritto nel 1983 e subito entrato nel dibattito pubblico: «In relazione al suo sistema politico, l’Europa centrale è l’Est; in relazione alla sua storia culturale, è l’Occidente. Ma l’Europa sta smarrendo il senso della sua identità culturale, sicché non vede nell’Europa centrale che il suo regime politico».

È il grande tema, tipicamente novecentesco, dello spostamento a occidente del confine orientale con il mondo russo, lungo la linea di demarcazione tra l’alfabeto latino e quello cirillico, a seguito della seconda guerra mondiale. È quella cortina di ferro che troppo spesso abbiamo inteso in termini binari (acceso o spento), come funziona ancora oggi con la NATO, e non secondo le categorie della cultura, dove le sfumature, le sovrapposizioni, l’intrecciarsi e il meticciarsi delle identità permettono alle regioni di frontiera di sopravvivere agli scontri frontali, rendendole proprio per questo tanto più interessanti e ricche di stimoli. È il luogo, non per nulla, delle «piccole nazioni» (Kundera pensa naturalmente a quella ceca, ma lo stesso discorso varrebbe per l’Ungheria, la Polonia, i Paesi Baltici), alle quali la Storia non ha dato che fragilità e sofferenze, graziandole però anche con una vivacità culturale sovente sconosciuta all’Occidente più “occidentale”: si pensi al grande cinema ceco e polacco dei Forman e dei Kieslowski, alla letteratura ungherese di un Sandor Marai, un Imre Kertesz o una Magda Szabo, infine all’importante ruolo svolto – in quelle società così esposte alla cultura uniformante dell’ideologia comunista e staliniana – dalla traduzione letteraria.

Kundera non usa mezzi termini e, ripensando ai moti ungheresi del 1956, a quelli praghesi del 1968 e alla persistente opposizione polacca, non teme di affermare che «ciascuna di queste rivolte era sostenuta pressoché dall’intero popolo. Se la Russia non li avesse spalleggiati, quei regimi non avrebbero potuto resistere più di tre ore». Il fatto che ci si ritrovi ancora oggi, a Novecento non concluso, confrontati a simili problemi, spostati soltanto un po’ più a est, è sintomatico di una questione non affrontata (dall’Europa? dall’America?) con la dovuta consapevolezza storica e culturale. «L’Europa centrale voleva essere l’immagine condensata dell’Europa e della sua multiforme ricchezza» continua Kundera, «una piccola Europa ultraeuropea, modello in miniatura dell’Europa delle nazioni concepita sulla base di questa regola: il massimo di diversità nel minimo spazio». Come avrebbe potuto non inorridire di fronte alla Russia sovietica, che si fondava «sulla regola opposta: il minimo di diversità nel massimo spazio»? È il grande confronto dialettico tra una visione imperialista e monocromatica che credevamo defunta e un federalismo dinamico à la suisse, gli «Stati Uniti d’Europa» di Carlo Cattaneo e di tutti quanti ancora credono nel ruolo e nel potere della cultura (storica, politica) in opposizione al più radicale linguaggio delle armi e dei fantomatici “scontri di civiltà”. Leggere Kundera, questo Kundera, con un occhio di riguardo a quanto accade ogni giorno nel contesto ucraino potrebbe essere il migliore antidoto alla banalizzazione e alla strumentalizzazione del discorso ideologico, su entrambi i fronti. Un plauso a chi lo ha voluto rimettere in circolazione.

Articolo apparso in Naufraghi.ch il 23.05. 2022

Nell’immagine: Milan Kundera


In basso a destra

Pubblicato da Salvioni Edizioni l’atteso volume che racconta l’appassionante viaggio in bicicletta attraverso l’Europa medievale compiuto da Roberto Antonini e Antonio Ferretti. Verrà presentato martedì 21 maggio alle ore 18 alla Biblioteca Salita dei Frati di Lugano 

Si inaugurerà mercoledì 3 maggio a Locarno il nuovo progetto promosso dalla Fondazione Federica Spitzer, che dopo la creazione del Giardino dei Giusti al Parco Ciani di Lugano e le ricerche di “Lugano città aperta” si concentra sui rapporti tra i Balcani e la Svizzera italiana. Al centro di uno studio di Pietro Montorfani, di cui riproduciamo in anteprima le pagine iniziali, gli stretti legami tra le popolazioni della ex Jugoslavia e la realtà ticinese, esempi virtuosi di accoglienza e integrazione riuscita, come è sempre stato nella migliore tradizione elvetica. Maggiori informazioni sulla serata locarnese e sulle attività della Fondazione Spitzer sono accessibili a questo link. [red]

Quando chiesero a J.R.R Tolkien dove si trovasse Mordor, la terra dell’Oscuro Signore nella geografia fantastica del Signore degli Anelli (1955), rispose senza esitazione «da qualche parte nei Balcani». In basso a destra, se si osserva la piantina del continente europeo, così come in alto a sinistra si trovava, al contrario, la verde e pacifica Contea degli amati hobbit, in una zona assai prossima alla sua Inghilterra. Non deve sorprendere, in un uomo che aveva combattuto la prima guerra mondiale e ne era tornato sconvolto nel fisico e nell’animo, che il luogo in cui tutto converge, dove sorge il Monte Fato e dove si decidono i destini di un’intera epoca storica (la Terza Era del suo immaginario universo), potesse situarsi per lui nella penisola balcanica, nella zona di frizione – sovrapponendo la piantina reale a quella fittizia – di tre ex imperi: quello austro-ungarico, quello russo e quello turco-ottomano. I drammi del Novecento si erano aperti il 28 giugno 1914, con l’attentato di Sarajevo e l’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo da parte del terrorista serbo Gavrilo Princip, e a Sarajevo si sarebbero chiusi ottant’anni più tardi, con un terribile colpo di coda che avrebbe riportato in auge i mai sopiti nazionalismi del secolo precedente. 

Questo piccolo libro, nella speranza che non risulti troppo ambizioso, ha lo scopo di dare voce alla diaspora balcanica nella Svizzera italiana degli anni Novanta: di permettere cioè ai lettori svizzeri di oggi di capire chi erano e chi sono quelle persone che hanno iniziato ad affollare in massa i loro confini chiedendo di essere accolti e aiutati. Per lungo tempo, ancora ben dentro gli anni del conflitto (1989-99), la stampa ticinese ha continuato a utilizzare il nome generico di jugoslavi, mentre chi fuggiva dalla guerra si sentiva oramai quasi soltanto croato, serbo, bosniaco, macedone, kosovaro, montenegrino. Lo sfaldarsi di una nazione da più parti ritenuta “sbagliata” ha avuto ripercussioni, infatti, sull’intero continente europeo e la questione, per gli storici come per chi osservi la cronaca di questi giorni tormentati, è lungi dal ritenersi conclusa. Se è stato possibile, per la maggior parte dei rifugiati di origine balcanica rimasti in Ticino, ricostruirsi con il tempo una vita di pace e serenità, si deve al loro impegno non meno che alla disponibilità e all’accoglienza del Paese ospite. 


Memoriale del massacro di Srebrenica (Potočari) in ricordo delle oltre 8000 vittime musulmane 

La jugoslavia di Tito 

«Unità e fratellanza» («Bratstvo i Jedinstvo»): non c’è nulla di più lontano dall’attuale conformazione geopolitica dei Balcani dello slogan coniato da Josif Brodz “Tito” (1892-1980), il presidente che per quarant’anni era riuscito a tenere assieme i molti popoli e le molte culture della Repubblica federale. Allineato su posizioni filo-sovietiche fino al giugno del 1948, quando si staccò dall’URSS con una violenta epurazione dei principali stalinisti jugoslavi, inaugurò in seguito un comunismo sui generis basato su elementi di comprovata efficacia (il partito unico, il controllo dell’opinione pubblica, un’economia pianificata) e su alcune varianti più morbide rispetto alla realtà politica dell’Unione Sovietica, soprattutto nei confronti degli aspetti culturali delle varie etnie che componevano la Jugoslavia. La vita spirituale, per citare un esempio significativo, non era proibita ma semplicemente confinata nella sfera individuale. Nella sua visione, più pragmatica che ideologica, la fede non poteva e non doveva diventare un problema. Con il senno di poi è facile dire che la versione titina del comunismo era poco più di un coperchio appoggiato sopra una pentola in perenne ebollizione. Da un lato si concedevano alcune autonomie (ad esempio alla regione del Kosovo rispetto alla Serbia) e dall’altro si favoriva l’identificazione con un’idea comune di nazione basata sul marxismo, la resistenza, i partigiani della seconda guerra mondiale e il contenimento dei movimenti estremisti degli ustascia croati e dei cetnici serbi. «Unità e fratellanza», quindi, anche a costo di imporle con la forza e con la repressione dei non allineati. 

Grazie a questa narrazione il mondo, se non gli stessi jugoslavi, per quarant’anni si è dimenticato che i Balcani non erano soltanto una regione tra le tante del continente europeo, ma il luogo in cui le placche storiche del cattolicesimo, dell’ortodossia e dell’islam si erano sfregate per secoli in un continuo mescidarsi di popoli e di culture. Non già però come fronti contrapposti disegnati con squadra e compasso – l’Europa non nasce come gli Stati Uniti o l’Africa coloniale – bensì a macchie di leopardo, soprattutto in Croazia e Bosnia, quasi fossero il deposito di materiali lasciati indietro da lenti ma continui movimenti tellurici. Alle sensibilità etniche, religiose e culturali si sommavano, nella Jugoslavia di Tito, le resistenze alla politica del partito unico e più in generale all’ideologia comunista, ragione per la quale è sempre esistita una diaspora verso le altre nazioni europee o gli Stati Uniti. Si pensi alla famiglia del poeta Charles Simić (1938-2023), nato a Belgrado con il nome di Dušan e divenuto poi una delle voci più significative della letteratura americana del Novecento. In Svizzera l’esempio più noto è forse quello dell’editore e scrittore serbo Vladimir Dimitrijević, fondatore nel 1966 a Losanna della casa editrice “L’Àge d’homme”, che in trent’anni avrebbe pubblicato molti classici, antichi e moderni, della letteratura slava, contribuendo a diffondere in Occidente capolavori messi all’indice in Unione Sovietica come Vita e destino di Vasilij Grossman. Al mito jugoslavo non riescono comunque a rinunciare molti dei rifugiati giunti in Ticino tra gli anni Sessanta e i primi Novanta, tra l’epoca degli stagionali e le prime fughe dai teatri di guerra: «Sono svizzero, e sono jugoslavo» è la risposta che si sente spesso alla domanda «Chi sei tu oggi?». Alcuni, di etnie ed estrazioni sociali molto diverse, aprono sul tavolo una piantina della Jugoslavia coperta di brand – centinaia di marche che l’economia pianificata aveva distribuito in ogni angolo del Paese, ora in gran parte scomparse – un’immagine che ben condensa questa realtà ibrida tra comunismo e “capitalismo” all’occidentale, una Patria che non esiste più se non nella memoria di chi continua a ricordarla con malinconia. 

All’inizio fu la Leventina 

Nonostante il quadro idilliaco offerto dalla propaganda del partito, sin da prima della morte di Tito, avvenuta nel maggio del 1980, le difficoltà economiche in Jugoslavia non mancavano, soprattutto in alcune regioni del centro e del sud (Bosnia, Montenegro, Kosovo, Macedonia, Serbia meridionale). A partire dalla fine degli anni Sessanta molti lavoratori jugoslavi hanno sfruttato così lo statuto di stagionali per venire in Svizzera: erano medici, infermieri, fisioterapisti, ma anche manovali attivi nell’edilizia, camerieri e ristoratori. Anno dopo anno, si sono affiancati all’immigrazione italiana, spagnola e portoghese che contraddistingueva all’epoca il mondo del lavoro elvetico, specie nella Svizzera tedesca e francese, anche se non mancavano esempi consistenti pure a sud delle Alpi. È in questo contesto, grazie a datori di lavoro importanti come la Monteforno di Bodio, l’ospedale di Faido o il nuovo cantiere autostradale del San Gottardo, che la presenza jugoslava è cresciuta e si è consolidata, non a caso, soprattutto in Leventina. Lì è nato, attorno all’albergo e alla mensa della famiglia Barudoni, il primo club jugoslavo del Ticino, intitolato all’eroe partigiano Ivo Lola Ribar (1913-43), braccio destro di Tito ucciso durante la seconda guerra. A partire da quella prima forma associativa è nata in seguito una squadra di calcio con un nome (FK Drina) che era un omaggio alla tradizione multietnica dei Balcani: resa celebre dal romanzo del Premio Nobel Ivo Andric, la Drina è il fiume che separa e unisce la Serbia e la Bosnia, teatro di scontri e veicolo di scambi proficui sull’arco di tanti secoli.

La comunità jugoslava del Canton Ticino, che era solita organizzare negli anni Ottanta feste annuali al Padiglione Conza di Lugano con molte centinaia di persone, non sopravvisse intatta purtroppo ai conflitti degli anni Novanta, che riaccesero in modo violento le tensioni etniche. La frammentazione in varie associazioni, club e squadre sportive divise per etnia è una caratteristica infatti della presenza balcanica in Ticino a partire dal 1991, un quadro che si è vieppiù complicato e che soltanto in tempi recenti ha cominciato piano piano a ricomporsi grazie a collaborazioni tra gruppi e iniziative comuni. Il modello svizzero di convivenza, pur con qualche inciampo e inevitabile fatica, sembra avere avuto la meglio sulle divisioni ereditate dai Paesi d’origine. 

Storia di un’accoglienza 

Il susseguirsi delle guerre che hanno infiammato la regione per un decennio, dapprima tra Croazia e Serbia (1991-95), poi in Bosnia (1992-95) e infine in Kosovo (1998-99), ha avuto quale esito in Ticino altrettante ondate migratorie unite a piccole o grandi crisi umanitarie, a cui le istituzioni e la società ticinese hanno risposto, in genere, in modo adeguato. Non sono mancati momenti di tensione, come il rifiuto delle autorità federali di accogliere a Chiasso i rifugiati bosniaci privi di visto nel dicembre del 1992, o il loro rimpatrio in massa nell’agosto del 1997, o ancora l’invito del Comune di Ascona a non assumere più croati negli alberghi; ma nel complesso, come è sempre stato nel suo DNA, il Ticino ha saputo rispondere “presente” grazie allo sforzo congiunto dell’amministrazione cantonale e della Protezione civile, di Comuni, Parrocchie, Scuole, Sindacati, Associazioni e istituzioni umanitarie come Caritas o SOS Ticino, senza dimenticare i numerosi privati (compresi quelli della diaspora) che non se la sono sentita di restare con le mani in mano di fronte al grido disperato che giungeva continuamente dai Balcani. La durata decennale delle crisi ha messo a dura prova l’entusiasmo della popolazione, che si è concentrato soprattutto nel momento iniziale (1991-92) e in quello finale (1998-99), ma che nonostante tutto ha saputo lasciare segni concreti, sia in Svizzera che nei paesi di provenienza dei rifugiati: donazioni ticinesi hanno contribuito, tra i tanti esempi virtuosi, a inviare decine di convogli umanitari in Croazia, Bosnia e Kosovo, ad aprire due case di accoglienza per donne vittime di stupro etnico nella regione di Zagabria e a ripopolare la distrutta biblioteca di Dubrovnik. Un abbraccio fraterno che, nel continuo risorgere di incomprensioni e razzismi, rimane un punto fermo nella nostra storia recente.


Come per ogni conflitto, le principali vittime degli scontri, purtroppo, sono sempre i civili (nella foto la cittadina serba di Aleksinac, bombardata per errore dalla Nato il 5 aprile 1999) 

Immagini contenute nel volume citato


Una mano di bianco politicamente scorretta

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Stavo pensando in quale universo parallelo uno scrittore “maledetto” come Salman Rushdie – autore dei Versi satanici, oggetto di una fatwa da 34 anni e vittima ancora la scorsa estate di un tentato assassinio – avrebbe potuto spendersi in favore di uno scrittore adorato dai bambini come Roald Dahl. Un diavolo in difesa di un angelo, verrebbe da dire, né più né meno. Eppure la storia è vera e l’universo è naturalmente il nostro, sempre più asimmetrico, isterico e idiosincratico fino al punto di censurare e cancellare se stesso a ogni nuova occasione.

Da quando i media britannici hanno svelato le massicce “correzioni” apportate ai principali capolavori di Dahl, dalle Streghe a Matilda, da La Fabbrica di cioccolato al GGG, non sembra placarsi il dibattito attorno a questa ennesima – e davvero estrema – concessione al politicamente corretto, che d’accordo con gli eredi dello scrittore ha portato l’editore Puffin (ma la proprietà è di Netflix) a intervenire su tutti quei luoghi che avrebbero potuto suscitare risentimenti o anche soltanto sollevare il dubbio di una scarsa inclusività: cambiando ad esempio un riferimento a Joseph Conrad con uno a Jane Austen, una cassiera con una scienziata, un “padre” con un “genitore” e via di questo passo, in ossequio a tutte le quote di tutti i colori dell’arcobaleno.

Il fenomeno non è nuovo, ma sono nuovi il rigore e la sistematicità dell’operazione, che a prima vista sembrerebbe porsi in linea con i disclaimer cui ci hanno abituato ormai da tempo i lungometraggi della Disney: «Questo programma include rappresentazioni negative e/o trattamenti errati nei confronti di persone o culture. Questi stereotipi e comportamenti erano sbagliati allora e lo sono oggi…». Salvo il fatto che la Disney, con maggiore senso etico e pedagogico rispetto a Netflix, ammette poi che «la rimozione di questo contenuto negherebbe l’esistenza di questi pregiudizi e il loro impatto dannoso sulla società. Scegliamo invece di trarre insegnamento per stimolare il dialogo e creare insieme un futuro più inclusivo». 

Al netto delle maggiori difficoltà nell’aggiornare un cartone animato rispetto a un testo (oggetto per definizione fragilissimo, come ci insegna la filologia), ciò che vale per gli Aristogatti evidentemente non funziona con gli Sporcelli, altrimenti non si spiegherebbero questi colpi di bianchetto degni della peggiore inquisizione ecclesiastica: era dai tempi del Decameron riveduto e corretto da Vincenzo Borghini (1559) che non si vedeva una simile riscrittura di un testo d’autore, in un’epoca che comunque non conosceva, come oggi, il sacrosanto diritto alla difesa della proprietà intellettuale. L’ambizione di “rifare meglio il passato” potrebbe anche far sorridere, non fosse per il pericolo sempre insito nell’utilizzo moralmente orientato della “verità” dei fatti (in questo caso quella di un testo): orizzonti da partito unico e monopoli mediatici totalitari, con i quali si flirta sempre più spesso in forza di non si sa bene quale pedagogia dell’età infantile aggiornata alle sensibilità odierne.

Alla base, prima ancora che nel merito delle correzioni, c’è l’errata convinzione che l’opera di uno scrittore sia una mitografia ritoccabile a piacere, esente perciò da qualunque obbligo filologico. “Con le fiabe si è sempre fatto così”, si giustifica la casa editrice, ed è vero: nessuno leggerebbe più ai propri figli le versioni originali (orrorose e terribili) delle storie raccolte dai fratelli Grimm. Ma Dahl? Se è patrimonio comune, cioè mito, cultura condivisa di una società in una determinata epoca storica, lo si tolga dalla tutela dei copyright e da qualunque speculazione commerciale – come avviene per l’Odissea, l’Eneide o Cappuccetto Rosso – per restituirlo aggiornato e corretto (meglio allora “liberamente ispirato a…”) ai lettori di oggi e di domani. 

Ho il sospetto però che non succederà nulla di simile, perché la morale pedagogica interviene, anche in questo caso, soltanto in seconda battuta: prima, ed è triste dirselo, viene la paura dei detentori dei diritti (intesi qui esclusivamente in termini economici) di vedersi bandire per inadeguatezza la loro gallina dalle uova d’oro dall’aia globalizzata del terzo millennio, dove noi continuamo a fare purtroppo la figura dei polli.


Un giallo fra gli scaffali e sotto il lucernario della biblioteca dei frati

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Romanzo breve e a tinte gialle, “Battaglie d’amore in sogno” è l’opera d’esordio di Giovanna Lepori, nata a Bellinzona nel 1966 e da quasi tre decenni insegnante di matematica nella scuola media. Del libro, pubblicato dall’editore Dadò, proponiamo qui, per gentile concessione, l’introduzione firmata da Pietro Montorfani, particolarmente “implicato” nell’ambientazione del racconto per il fatto di essere oggi il direttore del “luogo del delitto”, la Biblioteca Salita dei frati di Lugano. (red.)

La lettura di questo dotto e piacevole giallo di Giovanna Lepori (piacevole anche perché dotto) non ha mancato di strappare in chi scrive un sorriso di complicità. Quando l’autrice concepì infatti la propria storia, ambientandola alla Biblioteca Salita dei Frati di Lugano, la gloriosa istituzione era ancora saldamente nelle mani di una responsabile che da trent’anni ne reggeva le sorti con rigore e competenza. L’immagine di un protagonista maschile era stata perciò dettata da una volontà di discrezione e scarto dalla norma, anche se tale scelta aveva imposto, di rimando, la perdita di una figura femminile in posizione apicale: un tema, come si vedrà dalla lettura del libro, caro all’autrice, e ancora troppo poco sentito invece dalla società contemporanea. 

Gli avvicendamenti intervenuti negli scorsi mesi alla Salita dei Frati sono giunti, tra il serio e il faceto, a rompere le cosiddette uova nel paniere. Il meno che si potesse fare allora è ricambiare il “danno” con queste poche righe di prefazione. 

Al di là del preambolo autoironico, che ha il solo scopo di scoraggiare qualunque ricerca di sovrapposizioni tra Raffaele Solari e chi scrive, le vicende dipanate in queste pagine nascono da un’intuizione insieme brillante e generosa: ricordare la figura di Padre Giovanni Pozzi a venti anni dalla scomparsa (2002) e a cento dalla nascita (1923) mettendo in scena un piccolo thriller ispirato a uno dei suoi cantieri di ricerca più noti, quello attorno all’Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna. 

Il racconto delle «battaglie d’amore in sogno di Polifilo» è stato giustamente definito uno dei più bei libri mai stampati da mano d’uomo, sin dal suo primo apparire a Venezia, nell’officina di Aldo Manuzio, nel 1499. La tecnica tipografica era ancora agli albori – per convenzione la si vuole nata nel 1455, in coincidenza con la celebre Bibbia di Johannes Gutenberg – ma in pochi decenni era già riuscita a cambiare radicalmente le modalità di produzione e fruizione dei libri, anche di quelli illustrati, di cui il Polifilo è forse l’oggetto più affascinante e rappresentativo. Un testo e un apparato iconografico non raggiungibili «attraverso strade carrozzabili», come era solito ripetere Padre Pozzi, bensì soltanto «muniti di corde e chiodi», i metaforici strumenti del mestiere (cultura, filologia, erudizione, competenze archivistiche) per mezzo dei quali poter scalare quella «parete letteraria di sesto grado». 

Corde e chiodi, certo non per nulla, stanno al centro dell’immagine attorno a cui ruota la trama del libro, che ha il merito di riportare sotto gli occhi dei lettori uno spazio – la biblioteca ipogea disegnata dall’architetto Mario Botta alla fine degli anni Settanta, con il suo caratteristico lucernario – aperto oramai da quattro decenni alla conservazione, alla divulgazione e allo studio dei libri antichi, grazie all’iniziativa dei Cappuccini luganesi e di un’Associazione che ne ha ereditato con slancio la gestione della libreria conventuale. Che tale spazio, affascinante di per sé, potesse diventare il teatro di un “dramma” è un esito che appare scontato soltanto a cose fatte; in mezzo era necessaria la fantasia dell’autrice, capace di immaginare un intreccio in cui tutto si tiene: l’essenza stessa del luogo e la figura carismatica di Padre Pozzi, il libro più misterioso del Rinascimento e la placida realtà della Svizzera italiana, che da qualche tempo sappiamo essere piuttosto ricettiva alle armoniche della letteratura poliziesca. Poi certo, se penso al lavoro quotidiano in biblioteca, alle piccole o grandi responsabilità che questo necessariamente comporta, posso soltanto augurarmi che certe cose continuino a succedere soltanto nei libri… 


È morto Joseph Ratzinger, il teologo che fece anche il papa

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Quella di Joseph Ratzinger, sacerdote, teologo, docente universitario, poi cardinale, papa e infine primo pontefice emerito della storia, è stata una vita fatta di molte vite. L’immagine restituita dai 95 anni della sua lunga e ricca esistenza è più quella di un prisma che di un monolite, solo che si confrontino le accuse di “pericoloso modernismo” mossegli nel 1955 ai tempi della discussione della tesi di dottorato (su Sant’Agostino) con la nomea di cane da guardia della fede cattolica conquistata nei lunghi anni alla testa della Congregazione per la dottrina della fede, ex Sant’Uffizio e Santa Inquisizione. 

Era cambiato Ratzinger o era cambiato il mondo? Erano cambiati entrambi, ma fermo è sempre rimasto in lui il desiderio, tipico del filosofo e dell’accademico, di riuscire a conciliare fede e ragione, di dialogare con la scienza e con le altre religioni allo scopo di mettere a fuoco, contro ogni relativismo, quel fenomeno sorprendente che è l’umanità nelle sue più varie espressioni. La necessità di un “illuminismo allargato”, che non negasse le prospettive metafisiche, fu uno dei suoi cavalli di battaglia, variamente declinato negli scritti del teologo, del cardinale e del papa.

Che gli esiti non siano sempre stati all’altezza delle sue aspettative, come è accaduto con il celebre discorso di Ratisbona (2006) nel quale aveva voluto mostrare l’irrazionalità della conversione forzata e quindi della jihad (salvo poi scontentare mezzo mondo islamico), è un fatto che dice molto di quest’uomo che da papa faticò a trovare uno stile adeguato al colloquio con il mondo, lui che aveva già presentato più volte a Giovanni Paolo II le proprie dimissioni dalle numerose cariche vaticane, e che si trovò poi a subentrare a un papa santo in un momento (2005) in cui il ruolo stesso del pontefice si identificava per molti con la persona stessa di Karol Wojtyla.

Essendo stato per decenni il garante della fede cattolica sotto il suo predecessore, sarebbe inutile cercare differenze dottrinali tra i due (ma il discorso varrebbe naturalmente anche per papa Bergoglio, sovrapponibile al 99%) e le novità del suo pontificato andrebbero quindi ricercate su altri piani: innanzitutto il forte richiamo all’identità europea, che gli ha dettato tra l’altro la scelta del nome (San Benedetto è patrono del continente), e finalmente una più decisa gestione degli abusi sessuali in seno alla Chiesa, che per primo papa Ratzinger ha affrontato di petto iniziando una lenta riforma che è ancora in corso e che molto avrà da fare in futuro, purtroppo. I casi di padre Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo, e degli abusi nella Chiesa irlandese sono stati trattati da Ratzinger con grande severità, cosa di cui i media sovente si dimenticano.

Ma se un “coup de théâtre” c’è stato nei suoi pochi anni di pontificato, è stata la sua repentina conclusione l’11 febbraio 2013, con quelle dimissioni date in latino per “ingravescente aetate” (per l’età che avanza) di fronte a un gruppo di cardinali che faticavano a capirne persino la lettera. Ci riuscì una giornalista dell’ANSA che aveva fatto il liceo classico, prima a comunicare al mondo lo scandalo delle dimissioni di un papa. 

Emerito da allora, ha vissuto più a lungo da ex papa di quanto non abbia fatto da pontefice in carica, mettendo a volte in difficoltà (non per sue intenzioni) chi era venuto dopo di lui, e che si era trovato confrontato al nutrito gruppo di sostenitori che ancora rimpiangeva il cardinale tedesco. La verità è che alla coesistenza di più pontefici dovremo cominciare a fare l’abitudine: se Bergoglio, pur avendo già pronta una lettera di dimissioni in caso di gravi ragioni di salute, non si sarebbe fatto da parte fintanto che Ratzinger era in vita (due papi emeriti sono davvero troppi anche per il nostro mondo postmoderno), ora che le circostanze sono cambiate è da credere che non passerà troppo tempo prima di ritrovarci ad attendere nuove fumate, bianche o nere, dai ripidi tetti del Vaticano.