5 marzo 1953, muore Stalin

A settant’anni dalla morte del dittatore sovietico 

A fine 2021 la notizia passò quasi inosservata, eppure alla luce degli avvenimenti bellici successivi, la sua valenza ha assunto una grande rilevanza. Con la messa al bando dell’Ong Memorial per « aver creato una falsa immagine dell’Urss come Stato terrorista » il regime putiniano metteva a tacere la principale fonte di informazione  su quel  passato stalinista a cui il presidente russo non manca di far riferimento. Con un accurato lavoro di ricerca negli archivi aperti nell’era gorbacioviana, Memorial (insignita del Nobel della pace nel 2022) aveva messo in luce l’entità dell’atroce passato rivelato – ma solo in minima parte – nel 1956 dal celebre rapporto Kruscev nel corso del XX Congresso del Pcus. La  realtà era  ben peggiore di quanto denunciato dal successore di Stalin: il numero dei morti attribuibile al « piccolo padre dei popoli » e il sistema totalitario da lui creato inducono storici e scrittori, come il grande Vasilij Grossman autore di « Vita e destino »,  a definire anche delle  similitudini con il regime nazista. Eppure  Stalin (« uomo d’acciaio), all’anagrafe Josif Vissarionović Džugašvili, è tutt’oggi  – stando a i sondaggi – personaggio particolarmente  popolare tra i russi. Ai loro occhi rimane il leader che ha sconfitto i nazisti e che  ha trasformato la Nazione nella seconda potenza militare mondiale. Se grazie alla  glasnost era stato rivelato  tutto l’orrore del totalitarismo, l’immagine di Stalin è stata poi riabilitata negli anni Putin: oggi nei testi di storia delle scuole dell’obbligo il Grande Terrore è menzionato in poche righe, così come l’Holodomor. 

La fine di Vojd 

 Il 28 febbraio  del 1953 Vojd (la guida) invita a cena nella sua dacia alcuni alcuni suoi fedelissimi ( Bulgarin, Malenkov, Kruscev e il famigerato Berija  capo del Nkvd, la polizia politica). Le testimonianze di quei giorni sono molto confuse: secondo la versione ufficiale Stalin subì  un attacco cerebrale e si spense il 5 marzo.  Sua figlia Svetlana affermò che il padre era convinto di esser vittima di una congiura (per avvelenamento) ordita proprio dai suoi ospiti. Il nome di Berija ricorre frequentemente anche se diversi storici tendono a non dare molto credito all’ipotesi di un complotto. Sta di fatto che quando i russi appresero dalla Pravda che « il cuore del compagno Stalin ha cessato di battere alle 21.50 del 5 marzo » l’ondata di cordoglio fu vasta e reale. Anche se in quegli anni le deportazioni  nei Gulag avevano subito una forte accelerazione raggiungendo punte mai viste, Stalin beneficiò agli occhi dei suoi concittadini dell’immagine dell’uomo che aveva condotto vittoriosamente la « grande guerra patriottica » , momento cardine nella storia del paese sul quale fa ancor leva oggi Vladimir Putin nella sua retorica bellicistica. Il 6 marzo, il segretario del Pci Palmiro Togliatti si rivolse alla Camera dei Deputati per annunciare « la scomparsa dell’uomo che più di tutti gli altri ho venerato e amato ». La Seconda guerra mondiale aveva indubbiamente fatto dimenticare le grandi purghe che avevano decimato i vertici del Pcus e la politica del terrore che aveva lasciato una scia di milioni di morti. 

L’inarrestabile ascesa del dittatore 

Robert Conquest, storico britannico di scuola marxista,  autore di un biografia di riferimento  (« Stalin: Breaker  of Nations ») individua in tre elementi le ragioni della rapida ascesa di Stalin ai vertici del potere: le sue grandi conoscenze teoriche, il sostegno da parte dei nuovi esponenti del partito bolscevico e infine la politica sistematica del terrore nei confronti dei suoi avversari. Segretario del Pcus dal 1922 (data di nascita dell’Urss) fino alla sua morte, Stalin nato nel 1878 a Gori in Georgia, era di famiglia povera con un padre alcolizzato e la madre donna pia. Frequenta il seminario, senza mai voler abbracciare il sacerdozio e presto, racconta lo storico Simon Montefiore (« Stalin. The court of the red star »)  appare il suo carattere brutale quando partecipa al sanguinoso assalto della banca di Stato a Tbilisi in cui periscono  una quarantina di persone. In esilio in Finlandia, a Londra e nell’Impero tedesco (dove incontra Lenin) aderisce a Cracovia al Partito operaio socialdemocratico russo, antenato del Partito bolscevico che a sua volta darà nascita al Pcus. Paradossalmente l’uomo a cui è associato l’accentramento estremo del potere è agli inizi fautore d’un certa decentralizzazione : in « Il marxismo e questione nazionale » (1913) sostiene che il marxismo debba concertarsi non solo sulle classi sociali ma pure sulla questione delle nazionalità. Lenin in effetti lo nominerà all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre « commissario del popolo alle nazionalità ». Vicino a Dzeržinskij, capo della Ćeka (la polizia politica, divenuta poi Gpu, Nkvd, Kgb e oggi Fsb) elimina man mano tutti i suoi avversari. Fallisce nella guerra contro la Polonia nel 1920 (ne attribuirà poi la responsabilità a Tukhachevsky, uno dei migliori generali dell’Armata Rossa, che farà poi fucilare nel 1937), rimane abilmente al centro del potere, cancella le  autonomie locali, promuove i suoi fedelissimi,  si scontra con Trockij , commissario del popolo agli esteri e poi comandante dell’Armata Rossa. Lenin, ormai  molto malato, si inquieta per « il peso troppo eccessivo nelle mani di Stalin «  un uomo « grossolano ». La moglie di Lenin lo odia, non lo vuole al potere. « Trockij » – scrive Lenin nel suo  testamento – « è il più capace ma anche troppo sicuro di sé ». Lenin muore nel gennaio del 1924, il capo dell’Armata Rossa viene allontanato, e il potere è ormai nelle mani di un triumvirato: accanto a Stalin, Kamenev e Zinovev rappresentanti della corrente di sinistra che verranno poi fucilati più tardi nelle purghe: la stessa fine faranno poi  Bucharin e gli esponenti più moderati. In quanto al grande nemico Trockij, ci penserà  un sicario di Stalin ad assassinarlo in Messico nel 1940.  Intanto con la sua cerchia di infeudati, Stalin costruisce il proprio culto della personalità: il Congresso del partito si riunisce ormai solo saltuariamente, non conta più nulla. Il potere è gestito dal Politburo.

Il più grande massacro della storia moderna in tempo di pace 

Prima della scoppio della seconda guerra mondiale Stalin si rese artefice di massacri di massa di dimensioni inaudite: l’Urss fu l’unica potenza europea a mettere in atto tra le due guerre  una politica di sterminio,  ricorda in « Terre di sangue » lo storico americano Timoty Snyder. L’Holodomor, la carestia nella quale perirono almeno 4 milioni di ucraini,  fu in gran parte – ci spiega Nicolas Werth uno dei maggiori  studiosi di quell’epoca – risultato di una politica punitiva per piegare la resistenza al collettivismo ma anche per sedare le rivendicazioni nazionalistiche. Un trauma enorme  che spiegherà più tardi l’accoglienza positiva che molti ucraini riserveranno ai nazisti i quali  non tardarono poi a  mettere in atto a loro volta spaventose carneficine. Stalin appare poco in pubblico, teme la folla, i contadini (80% della popolazione) non amano la collettivizzazione, è ossessionato dalle minacce interne e esterne. Nel 1937-38 fa fucilare quasi 800mila persone, in media 1600 al giorno: kulaki (proprietari terrieri), operai, casalinghe, funzionari, intellettuali, impiegati, ferrovieri, librai, barboni, persone qualunque che avevano  il difetto di essere d’origine tedesca, polacca, coreana, giapponese. Dei non russi insomma. Organizzato con il capo del Nkvd Niklolaj Ežov (poi a sua volta fatto fucilare) il « Grande Terrore » comportò anche la deportazioni di milioni di persone molte  delle quali non fecero più ritorno dai Gulag.  Più tardi, nel dopoguerra, furono gli ebrei a essere a loro volta vittime del terrore staliniano. Nel 1950, spiega  ancora Nicolas Werth, un sovietico su 6 era stato deportato.  

Il patto con i nazisti e la “grande guerra patriottica”

« Psicopatico » a detta di Kruscev, Stalin aveva comunque qualche ragione per temere un attacco tedesco. Anche perché con le  purghe aveva eliminato i vertici dell’Armata Rossa e oltretutto gli accordi di Monaco le potenze occidentali avevano dato il via libera a Hitler per smembrare la Cecoslovacchia. Sta di fatto che quando nell’agosto del ’39 il ministro degli esteri tedesco Ribbentrop sottoscrive a Mosca (dove viene accolto con tanto di bandiere con la svastica!) l’accordo di non aggressione con il suo omologo Molotov, i vertici dei partiti comunisti europei sono disorientati. E ancora non sanno  dei protocolli segreti che danno a Stalin 400mila chilometri quadrati di terre, l’est della Polonia, gli Stati baltici e la Bessarabia (Moldavia). Il patto, con il quale Hitler ottenne disco verde per attaccare la Polonia, garantì la pace coi nazisti fino all’operazione Barbarossa lanciata il 21 giugno del  1941. Dopo una serie di rovesci che consentirono ai tedeschi di avanzare, Stalin ebbe l’intelligenza strategica di affidare la conduzione della guerra ai marescialli più capaci, tra cui Žhukov che inflisse alla VI armata tedesca del generale Paulus una disfatta decisiva per le sorti di tutta la guerra. Fu proprio l’immagine dell’uomo che sconfisse i nazisti sul fronte orientale, giungendo poi fino a Berlino, a consegnare a Stalin quell’aura di prestigio di cui ancor oggi gode tra parte della popolazione russa.

Intellettuali sprovveduti e accecati 

Il « piccolo padre dei popoli » beneficiò a lungo dell’indulgenza di molti intellettuali occidentali. Mentre a Mosca già nel 1934  il grande poeta Ossip Mandelstam (poi deportato) scriveva del « montanaro carnefice con i baffi di scarafaggio », mentre Anna Akhmatova piangeva il figlio Lev deportato in un gulag, a Parigi, capitale culturale d’Europa, gli intellettuali – con poche eccezioni-  esternavano una sconvolgente indulgenza. Paul Eluard, poeta surrealista compose un’ode a Stalin « che rappresenta sulla terra le speranze infinite degli uomini ». Altrettanto patetico Luis Aragon che nel necrologio celebrò l’uomo di pace. Il coltissimo Jean-Paul Sartre  non diede  il meglio di sé quando al rientro da Mosca spiegò che in realtà se i sovietici non escono dal loro paese è « perché non ne hanno voglia » e che il cittadino sovietico « possiede tutta la libertà di critica ». Pablo Neruda inneggiò a  Stalin « un faro per le colombe ».  Ci penseranno pochi altri, tra cui  lo scrittore  André Gide dopo  il suo viaggio in Urss, a passare dall’entusiasmo militante all’orrore. Oggi ovviamente  le ricerche storiche non consentono più attenuanti nel giudizio politico e morale sul sanguinario georgiano, protagonista con Hitler del secolo dei totalitarismi. 

Articolo scritto per laRegione
Nell’immagine: statua in bronzo di Stalin in un “cimitero” di monumenti dell’era sovietica nei dintorni di Tallinn (Estonia)


“Non perdere la guerra”

A settant’anni dalla morte del dittatore sovietico 

Non ci fornisce soluzioni, ma ci aiuta a ponderare, a riflettere. La filosofia non mira a fornirci un prêt-à-porter tutto lindo; ambisce tuttalpiù a sviluppare un pensiero critico. Tre interventi apparsi negli ultimi giorni ci sembrano degni di nota. Portano la firma di tre filosofi di «area marxista». Jürgen Habermas, teorico della Scuola di Francoforte, ci invita a questo punto della guerra a distinguere tra l’obiettivo «la vittoria sulla Russia» e «l’Ucraina non deve perdere la guerra», optando per quest’ultimo.

Non si tratta di un distinguo puramente semantico. Habermas, in un contributo pubblicato da La Repubblica, non si schermisce: la lotta degli Ucraini per la propria esistenza è coraggiosa e ragioni morali solide giustificano gli aiuti occidentali. Ma nessuno, a cominciare dalla Nato, desidera arrivare a un «point of no return». La prospettiva concreta di uno stallo senza vincitori, la sindrome di Verdun con una sanguinosa interminabile guerra di posizione, è stata ribadita dal generale Mark Milley, capo di stato maggiore americano. Putin non vuol negoziare, l’annessione dei territori occupati all’est dell’Ucraina blocca la trattativa. Vero, ma non c’è alternativa alla ricerca di un compromesso «tollerabile» in cui l’aggressore dotato di armi atomiche possa salvare la faccia.

«Non perdere la guerra, non vincere sulla Russia». La traduzione pratica di questo principio dovrebbe condurci per Habermas a iniziative diplomatiche che ci riportino allo status quo ante 23 febbraio di un anno fa, con gli invasori fuori dal Donbass ma non dalla Crimea. «Solo quando i contendenti pensano che per loro continuare la guerra sia meno utile che smetterla, si metteranno a trattare» sintetizza con efficacia in un’intervista a tio.ch il filosofo ticinese Virginio Pedroni, il quale evidenzia una verità per alcuni scomoda: l’Alleanza atlantica è particolarmente attrattiva per gli Stati europei. Tema che con qualche eccezione (tra cui quella del segretario del Pci Enrico Berlinguer che si «sentiva più al sicuro» sotto l’ombrello Nato) a sinistra si tende a eludere.

A farci riflettere concorre anche lo sloveno neomarxista Slavoj Žižek in una presa di posizione pubblicata da un sito indipendente russo [e ripresa da Naufraghi/e]: senza il sostegno occidentale l’Ucraina sarebbe caduta subito. Non è un caso – scrive Žižek – che il politico straniero più popolare in Ucraina sia il premier Morawiecki che come i suoi concittadini polacchi, per ragioni storiche facilmente comprensibili (la spartizione del paese tra Stalin e Hitler, il massacro di Katyn) ha una marcata avversione nei confronti di Mosca. Žižek, che considera il modello russo «neofascista», invita la sinistra a cessare di «schierarsi dall’altra parte» ogni qualvolta sono coinvolti Stati Uniti, Nato o Unione Europea.  Sarà certamente deluso chi infilatosi compiaciuto il berretto in feltro del Che con tanto di stellina rossa, inizia la giornata zampettando verso la tastiera del pc per offrire ai social il suo verbo rivoluzionario. Di fatto in questo momento cardine dove la polarizzazione tende a spegnere la riflessione, la filosofia – in questo caso di sensibilità progressista – può contribuire a farci fare un bel «reset» mentale azzerando i vecchi pregiudizi ideologici.

Articolo scritto per “laRegione”
Nell’immagine: libri in lingua ucraina eliminati dall’Università statale Pryazovskyi di Mariupol


Sulla crisi della democrazia liberale

A settant’anni dalla morte del dittatore sovietico 

Di ‘Attacco allo Stato liberale’ si parlerà domani, mercoledì 8 febbraio, all’Auditorium dell’Università della Svizzera italiana a Lugano, alle 18.30. A confrontarsi, nell’incontro organizzato dal Circolo liberale di cultura Carlo Battaglini, saranno Carlo Lottieri, professore di Filosofia del diritto a Verona e cofondatore dell’Istituto Bruno Leoni, e Lucio Caracciolo, storico direttore di Limes, rivista italiana di geopolitica. A moderare la discussione sarà il giornalista Roberto Antonini, che propone qui una sua nota introduttiva al dibattito. (red.)

Non è trascorso molto tempo da quando, non senza una certa euforia, si celebrava il trionfo storico delle democrazie liberali. Lo stracitato Francis Fukuyama parlava, già all’indomani della caduta del muro di Berlino, di “fine della Storia”. E in quegli anni la Storia sembrava dar ragione al professore di Stanford: il XX secolo si concludeva con l’implosione di diversi regimi autoritari o dittatoriali e la diffusione su vasta scala – dall’Europa orientale all’America Latina – dei modelli basati sullo Stato di diritto e le varie libertà, di pensiero, movimento, religione, oltre a quella economica.

Ottimismo eccessivo, considerando che in una ventina d’anni il numero dei sistemi che possiamo considerare non democratici è tornato a prevalere. Si sono verificate in parte le messe in guardia del controverso teorico conservatore Samuel Huntington, secondo cui la fine del bipolarismo avrebbe risvegliato la forza centrifuga dei nazionalismi e delle componenti culturali rimosse per decenni. L’aveva azzeccata anche il meno noto Ken Jowitt, politologo pure di Stanford: in ‘The New World Disorder: The Leninist Extinction’, pur concordando con Fukuyama sul fatto che nessuna ideologia universale sarebbe stata in grado di contrastare la democrazia liberale, aveva previsto un nuovo “disordine mondiale ”, una sorta di eruzione vulcanica a base di vecchie identità tribali, religiose, identitarie.

Il sovranismo dilagante

L’involuzione democratica promossa dai movimenti identitari ribolliva già allo stato embrionale a cavallo del millennio, con l’ascesa della Fpö di Jörg Haider nel 1999 in Austria e quella di Jean-Marie Le Pen in Francia, fermato tre anni più tardi da Jacques Chirac al secondo turno delle Presidenziali. Il populismo di estrema destra ha poi travolto gli argini e con essi la tradizionale democrazia rappresentativa: dalla Russia di Putin alla Turchia di Erdogan, all’Ungheria di Orbán o la Polonia di Kaczynski e poi Duda, la grande regressione antidemocratica non ha fatto che crescere. La parola chiave è diventata “sovranismo”, un cocktail ideologico nel quale ritroviamo quali ingredienti di base l’invocazione ripetuta al popolo e una stigmatizzazione delle élite.

A seconda degli orientamenti politici, possiamo poi individuare diverse componenti aggiuntive. A cominciare dalla difesa della tradizione e della cultura identitaria, come nel caso della Turchia che rispolvera il passato imperiale ottomano e l’Islam politico, di Narendra Modi che promuove un induismo aggressivo, o della Polonia che esalta le proprie radici cristiane. Non manca la riscoperta di una ruvida matrice culturale patriarcale: nel decreto firmato nel 2014 da Putin (“La Russia non è l’Europa”) troviamo un’aperta ostilità nei confronti della civiltà occidentale, del multiculturalismo, di una cultura europea di “castrati e sterili”. Nel calderone finisce anche la democrazia rappresentativa con le sue libertà.

Il nazionalismo estremo e le sue derive xenofobe, cifra dell’estrema destra, sbarcano prepotentemente anche negli Stati Uniti con la vittoria di Donald Trump nel 2016. Con il motto “America first”, il neoeletto presidente avvia un mandato in cui fa vacillare il tradizionale assetto della prima democrazia dell’epoca moderna, mostrando scarso rispetto per la separazione dei poteri, per il ruolo del legislativo, per le istituzioni. Oltre che per la realtà dei fatti: le sue sono “verità alternative”, concetto che apre il vaso di Pandora delle incongruenze e degli ossimori. Poco importa, il miliardario imprenditore può presentarsi come il campione della lotta contro le élite e contro la globalizzazione neoliberale.

Democrazia liberale e globalizzazione

A monte della crisi della democrazia liberale moderna, vi sono senza ombra di dubbio proprio i processi di globalizzazione iniziati negli anni ’70 del secolo scorso. Globalizzazione a cui si associa comunemente il termine neoliberale o liberista (quest’ultimo concetto esiste solo in italiano). In sostanza, una mondializzazione basata su una forte deregolamentazione dell’economia e un indebolimento molto marcato dello Stato e dei poteri pubblici.

Il liberalismo politico è a torto spesso considerato sinonimo di liberismo. Si tratta di una confusione di termini tanto diffusa quanto carica di malintesi. Nel mondo anglosassone, ad esempio, “liberal” rimanda a una visione progressista che promuove una società liberale aperta, una presenza importante dello Stato e un’impostazione economica keynesiana. Il liberismo invece tende a identificarsi con il “laissez-faire” teorizzato nell’800 dall’economista francese ed esponente del giusnaturalismo Fréderic Bastiat e che trova nel XX secolo i suoi massimi esponenti nell’austriaco Friedrich Von Hayek e in Milton Friedman (capostipite della “Scuola di Chicago”), entrambi insigniti del Premio Nobel dell’economia. Ma c’è chi come Luigi Einaudi, filosofo ed economista nonché presidente italiano nel 1948, ricorre al termine liberismo semplicemente come emanazione economica del liberalismo politico.

Che il pensiero liberale in economia non sia monolitico e contempli importanti variazioni lo dimostra quell’ambiguità sul ruolo dello Stato che troviamo già ai suoi albori: negli scritti di Adam Smith, pur promuovendo il libero mercato, non si esclude in diversi casi un ruolo interventista dello Stato. Sta di fatto che fu proprio l’ondata liberista di Margaret Thatcher e Ronald Reagan a preannunciare la globalizzazione su scala internazionale che è alla base della crisi della democrazia liberale. Si pensava che un’economia globale basata sul libero mercato e l’iniziativa privata fosse in grado di appianare le differenze culturali, religiose e di portare pace, prosperità e giustizia. Ma così non è stato. Le disuguaglianze sociali, che erano calate nei decenni del capitalismo interventista del dopoguerra, hanno cominciato a esplodere con la deregulation. Oggi hanno assunto dimensioni stratosferiche: In India l’1% più ricco detiene il 60% della ricchezza, in Cina il 44%, negli Stati Uniti il 42%. Pur avendo portato anche benessere, la mondializzazione ha scalzato il vecchio ordine senza proporre un’alternativa valida. “There is no society”, aveva esclamato la premier Thatcher in un celebre discorso. Come dire che il nuovo ordine si fondava sulla centralità dell’individuo e la sua infinita libertà. Che però a volte è stata quella della “libera volpe in libero pollaio”.

La globalizzazione ha portato indubbiamente anche ricchezza, come ribadiscono giustamente i suoi paladini. Come un liquido che circola in vasi comunicanti, tende a raggiungere un livello omogeneo, favorendo così gli uni (in molti casi poveri e classi medie dei Paesi in crescita) e sfavorendo gli altri, a cominciare dai settori più fragili dei Paesi ricchi, quelli ad esempio colpiti dalla delocalizzazione delle industrie. Già nel 1944 Karl Polanyi, antropologo ed economista, metteva in guardia contro la mercificazione del lavoro e del territorio che rischiava di minare le basi sociali. Il grande sociologo polacco Zygmunt Bauman ha riassunto con il concetto di “società liquida” questa distruzione dell’identità collettiva che provoca il nuovo assetto globale: “Abbiamo l’impressione di perdere il controllo delle nostre vite e di essere ridotti a pedine mosse in avanti e indietro su una scacchiera da giocatori sconosciuti e indifferenti ai nostri bisogni”. Con una formula efficace, il sociologo spagnolo Manuel Castells aveva definito la globalizzazione come il passaggio delle sovranità dalla politica ai mercati. Così la globalizzazione ha sostanzialmente emarginato la politica.

E le alternative?

Ampie fasce della popolazione, in particolare nei Paesi ricchi, percepiscono la globalizzazione come una minaccia identitaria ed economica. Non ne vedono i vantaggi, ma solo gli inconvenienti. L’Europa, che è anche baluardo contro i suoi eccessi (per esempio nei confronti della Cina), è spesso vista unicamente come strumento della liberalizzazione dei mercati. Le correnti liberiste (“libertarian” nel mondo anglosassone) contestano il principio secondo cui la crisi della democrazia sarebbe dovuta a uno sfilacciamento dei poteri pubblici e del welfare. Anzi, all’origine del malessere sociale vi sarebbe il ruolo esagerato dello Stato, con la sua spesa pubblica e la fiscalità eccessiva che compromettono la crescita economica e lo sviluppo individuale e sociale.

Si tratta di una narrazione poco convincente, ma da non scartare in tutti i suoi aspetti: un eccesso di spesa pubblica (come in Francia o in Italia) si ripercuote sui prelevamenti obbligatori delle aziende e il debito pone una forte ipoteca sulle generazioni future. Il problema è che la democrazia liberale si fonda su premesse che ha difficoltà a garantire nel difficile equilibrio tra creazione e distribuzione della ricchezza, tra libertà economica e sicurezza sociale. Un rompicapo che spiega l’attuale instabilità politica. Ralf Dahrendorf, filosofo liberale, aveva predetto un XXI secolo all’insegna del risentimento sociale e della demagogia. Previsione azzeccata. Certo è che né il populismo urlato di destra o sinistra, né i regimi autoritari od orwelliani costituiscono oggi un’alternativa valida e auspicabile alla democrazia liberale. All’interno della quale vanno trovate le vie d’uscita dalla crisi.

Nell’immagine: Pieter Brueghel il Vecchio, Il trionfo della morte (1562 ca.)


Il pallone sgonfiato

A settant’anni dalla morte del dittatore sovietico 

«Is a big deal or not?» si chiede il New York Times. La prestigiosa testata non ha una risposta. Forse l’analisi dei detriti raccolti al largo della Carolina del Sud scioglierà l’enigma. Forse. Perché attorno alla gigantesca mongolfiera cinese (grande come tre torpedoni secondo la rete televisiva Abc) abbattuta da un caccia militare statunitense non appena ha iniziato a sorvolare la costa atlantica,  si combatte  una guerra  di comunicazione, di propaganda e di disinformazione. 

La versione di Pechino secondo cui il pallone che volava a un altitudine di 18mila metri è uscito inavvertitamente dalla sua rotta mentre svolgeva una missione scientifica, appare molto sospetta e poco credibile. Anche se non la si può escludere. Per il Congresso degli Stati Uniti, a cui la vera o presunta minaccia esterna consegna l’inedita opportunità per  una nerboruta retorica   bipartisan, non vi sono proprio dubbi. Si trattava di un pallone spia. 

Anche Donald Trump, nel tentativo di riemergere  dalla penombra, non si lascia sfuggire l’occasione per anticipare Joe Biden: sul suo sito web pubblica  l’ordine perentorio, ingagliardito dai caratteri maiuscoli  « SHOOT DOWN THE BALLOON !». Per il segretario alla difesa Lloyd Austin la missione del pallone è chiara: è stato localizzato sopra la base militare del Montana dove sono dispiegati 150 missili intercontinentali ed è in grado di raccogliere dati sulle onde elettromagnetiche e sulle informazioni diffuse tramite le  frequenze radio. 

E’ comunque probabile che il pallone non costituisse una vera minaccia, ma la sua presenza nei cieli americani ha assunto una forte valenza geopolitica. Alcuni osservatori sostengono che si sia  trattato di una provocazione  voluta da Xi Jinping come messaggio interno alle frange cinesi più nazionaliste. Un’ipotesi che lascia perplessi anche perché recentemente, dopo l’incontro di novembre  al G20 di Bali, in Indonesia, tra i due presidenti,  Pechino ha manifestato a più riprese il desiderio di riaprire il dialogo con Washington. 

Richard Haas, ricercatore alla Brookings Institution nonché  uno dei massimi esperti di relazioni diplomatiche, aveva evidenziato l’atteggiamento più conciliante di una Cina alla ricerca del  rilancio dopo la gestione rovinosa della pandemia. La presenza a Davos  di Qin Gang, ministro degli esteri fresco di nomina, è stata interpretata come  un chiaro segnale distensivo lanciato da Pechino all’Occidente. 

Sfuma così, dopo un’attesa di sei anni, il primo summit dei ministri degli esteri delle due potenze mondiali. Un’importante occasione persa. La cancellazione della visita di Antony Blinken in Cina , conseguenza immediata e scontata della crisi del pallone cinese, rinvia quel processo di disgelo in grado di riaprire uno spiraglio di luce proprio  in uno dei momenti peggiori della diplomazia mondiale del dopoguerra. 

Il crescendo di tensioni alimentato dalle accuse americane  di concorrenza sleale, di violazione dei diritti umani, dall’apertura di quattro basi militari statunitensi nelle Filippine e diventato esplosivo sulle questione del futuro di Taiwan, è estremamente insidioso. Anche perché si somma alla guerra ucraina  che rischia di sfuggire di mano a ogni momento al paese aggressore, una Russia che si appella alla Cina, alleata seppur diffidente, in chiave anti-occidentale. 

Scritto per laRegione
Nell’immagine:
la vicenda del pallone cinese sbeffeggiata dal programma Saturday Night Live


I Leopard e l’escalation della guerra

A settant’anni dalla morte del dittatore sovietico 

Alla fine Olaf Scholz ha ceduto. Le pressioni esterne congiunte degli alleati europei e americano, oltre a  quelle interne di Verdi e Liberali, alleati nella coalizione di governo, hanno avuto la meglio sulle sue reticenze. La Germania si porta ancora incollato addosso lo stigma di quel « passato che non passa ».  Per sbloccare  la fornitura dei preziosissimi Leopard 2, il cancelliere tedesco  chiedeva  che gli americani facessero la prima mossa: l’annuncio della fornitura dei (pesanti e poco maneggevoli) Abrams M1. Così è stato, Biden ne manderà 31.  Polonia, Norvegia, Finlandia, Spagna e altri Stati, potranno ora contribuire al sostegno a Kiev inviando a loro volta decine di tank tedeschi. 

In tutto, si stima, due battaglioni di 80 carri armati da combattimento (sui 2000 in dotazione agli eserciti europei). Kiev naturalmente saluta la svolta, una buona notizia nel bel mezzo del repulisti per la corruzione dilagante (forse il tratto che più accomuna i due paesi belligeranti) e in un momento in cui la controffensiva militare sembra insabbiarsi. La caduta di Soledar a est è  ormai confermata mentre si intensificano i combattimenti a Zaporijia, più a sud.  

Un’escalation « estremamente pericolosa » secondo il Cremlino le cui linee militari in territorio occupato potrebbero essere sfondate proprio grazie ai Leopard e consentire agli ucraini di avanzare per distruggere il ponte di Kerch fra la Russia e  la Crimea illegalmente annessa. Mosca si appresta ad annunciare nuovi massicci arruolamenti: la carne da macello non manca, così come la volontà di devastare tutti e tutto quanto resiste all’aggressione. Le lancette  del Doomsday Clock  (il Giorno del Giudizio) segnano 90 secondi prima della mezzanotte: se  l’allarme del Bulletin of Atomic Scientists viene di fatto ignorato è anche perché nessuno è in grado di definire una via d’uscita.  

La trattativa proposta da Mosca hai i contorni della farsa (« negoziamo ma a condizione che riconosciate le annessioni ») e l’unica alternativa alla fornitura di armi all’Ucraina oggi sarebbe la sua resa. Al tempo stesso non ci sarà una  vittoria militare in senso stretto, da parte di nessuno, secondo quanto ha ammesso lo stesso capo di Stato Maggiore americano Mark Milley. L’impasse è il destino di molte guerre moderne. Lo aveva già capito, nel contesto mediorientale, il presidente Barack Obama quando escluse il coinvolgimento militare americano in Siria contro Bashar Assad.

E’ ancor più vero dopo un anno di mattanza russa: fallita l’offensiva a Kiev nel febbraio del 2022, in difficoltà per la controffensiva ucraina in estate, ora siamo di fronte a una terza insidiosa fase. Il ricorso al nucleare è stato più volte invocato da Mosca: uno scenario orripilante quanto reale in caso di attacco alla Crimea. D’altra parte assecondare il ricatto atomico  avvalorerebbe altrove  l’opzione nucleare. La fornitura di tank non rende, stando al diritto internazionale,  l’Europa co-belligerante, tuttavia la coinvolge ancor di più su una scacchiera dove nessuno è in grado di compiere la mossa decisiva . Vano (forse)  anche speculare su una morte imminente di Putin: fin quando non emergerà una forte richiesta negoziale (ad esempio sulla base del riconoscimento russo delle frontiere del 23 febbraio 2022 in cambio di quello ucraino di un  nuovo status  della Crimea) non potrà concludersi l’ultimo atto del  dramma. 

Articolo scritto per laRegione


Neutralità tra coerenza e opportunismo

A settant’anni dalla morte del dittatore sovietico 

A occhio, l’aver riproposto l’annosa disputa sulla nostra neutralità sembra essere tra i rari tangibili risultati di un’edizione sottotono del Wef di Davos destinata a entrare negli annali forse unicamente per l’indecorosa speculazione degli affittacamere. Tra realtà storiche, miti, interpretazioni strumentali la questione è tanto centrale quanto impossibile da considerare in modo univoco. Siamo in effetti nel campo della polisemia, dell’evoluzione storica, dell’ambiguità e dei rapporti di forza. 

Ne sa qualcosa Ignazio Cassis che ha a più riprese cercato di rendere meno rigida, sulle tracce di Micheline Calmy-Rey, l’equidistanza patria. Passare dalla “neutralità attiva” della socialista ginevrina a quella “cooperativa” del ticinese non sarebbe stato solo un passaggio semantico: avrebbe consentito ad esempio esercitazioni militari congiunte con forze Nato. Troppo per il Consiglio Federale che preferisce rimanere al più prudente rapporto redatto 30 anni fa. 

La pressione occidentale (e ucraina) nella località grigionese si è manifestata con insistenza, ma al momento sono fuori discussione sia la fornitura di armi sia l’utilizzo, richiesto in particolare dalla sinistra (Ps), dei fondi congelati agli oligarchi russi (7,5 miliardi, bruscolini stando alla stima di 200 miliardi) per la ricostruzione del paese aggredito. Un passo audace che necessiterebbe tuttavia di una modifica legislativa, e comunque gravido di potenziali contraccolpi per la piazza finanziaria. 

La destra, che può certamente rivendicare coerenza nella difesa della neutralità -suo caposaldo identitario, cifra del suo Dna- ha già sfoderato le spade: l’iniziativa lanciata da Pro Svizzera (in sostanza Blocher, l’Udc, gli ultras sciovinisti dell’Asni – Azione per un Svizzera Neutrale e Indipendente) mira a iscrivere nella costituzione una definizione rigida e blindata della neutralità che vieterebbe per esempio sanzioni economiche come quelle oggi attuate contro Mosca.  

La battaglia sul futuro si combatte anche sull’insidioso terreno del nostro passato. Chi ne difende una definizione integralistica risale alla sconfitta di Marignano nel 1515 che segnò la fine definitiva dell’espansionismo elvetico. La moderna neutralità non fu comunque l’espressione di un epico sussulto patriottico, bensì il risultato di una sostanziale imposizione straniera alla fine delle guerre napoleoniche. 

Concetto intricato e soprattutto facilmente strumentalizzabile da chi, più o meno candidamente, lo associa ad astensione, disimpegno, isolamento. Le neutrali Austria o Svezia sono nell’Ue, noi stessi siamo membri dell’Osce e del Partenariato per la pace con la Nato, i militi di Swisscoy sono da anni nel Kosovo, la bandiera della missione militare di pace svizzera sventolava tra le due Coree già nel 1953. Non esiste “la neutralità”, esistono “le neutralità”. 

Siamo mai stati veramente neutrali durante la guerra fredda? I buoni uffici e le mediazioni non sono forse sopravvalutati? Una neutralità impalata si presta anche ad accuse di opportunismo: quelle lanciate nella diatriba su fondi ebraici e oro dei nazisti o sul Sudafrica dell’Apartheid non hanno certamente rafforzato l’immagine di prodi “liberi e svizzeri” in grado di garantirsi con la loro superiorità morale un’eterna pace kantiana. Di kantiano qui c’è, eventualmente e più prosaicamente solo la complessità: tra neutralità e indifferenza così come tra equidistanza e codardia, tra coerenza e camaleontismo il confine è labile. Sarà la cruciale battaglia politica in corso a disegnarne il tracciato.

Articolo scritto per laRegione
Nell’immagine: gli svizzeri alla battaglia di Marignano


Brasile, golpe mancato, golpe plagiato

A settant’anni dalla morte del dittatore sovietico 

Che siano stati gli americani i più tempestivi nel denunciare il fallito putsch in Brasile era prevedibile. Per Joe Biden il film degli eventi dell’8 gennaio si sovrappone a quello del 6 gennaio di due anni fa. Il sostegno di Washington al presidente Lula da Silva è «incondizionato», termine ripreso e ribadito poi dalle altre capitali. Gli eventi di Praça dos Três Poderes, la piazza dei tre poteri dello Stato progettata da Oscar Niemeyer, icona della sinistra oltre che del modernismo, sono un copia-incolla di quelli che avevano sconvolto Capitol Hill. Stessa dinamica, stesso trauma nazionale.

Come al Campidoglio due anni fa, una massa di estremisti di destra ha sfondato i blocchi delle forze dell’ordine per impossessarsi delle istituzioni: il palazzo presidenziale, il Congresso, la sede del Tribunale supremo, in parte saccheggiati come mostrano i video postati in rete dagli stessi manifestanti. Come a Washington nel 2021, la cerimonia di insediamento del nuovo presidente si era svolta lo scorso primo gennaio in assenza del presidente uscente: guarda caso Jair Bolsonaro era riparato proprio in Florida, esattamente come il suo mentore statunitense.

Nello scorso mese di novembre, fonti giornalistiche americane avevano rivelato che Eduardo, figlio di Jair Bolsonaro, era stato ospite del residence neo-kitsch di Mar-a-Lago dove oltre a Trump aveva incontrato due big dell’internazionale sovranista nera: Steve Bannon, propagandista capo del trumpismo vittorioso nel 2016 e Jason Miller, Ceo di Gettr, il neonato social media di riferimento della destra radicale. Al giovane Eduardo avrebbero suggerito di conquistare la piazza per riprendersi il potere politico. Messaggio immediatamente attecchito, tradottosi in una serie di blocchi stradali con trattori e camion (immagini che riportano inevitabilmente alla memoria il golpe cileno del 1973).

Jair Bolsonaro si schermisce in modo «meschino e tardivo» (El Pais) con un tweet in cui si limita ad affermare che se le manifestazioni pacifiche fanno parte delle regole della democrazia, non così i saccheggi e l’occupazione di stabili pubblici. Misera presa di distanza, ma nulla di sorprendente considerando che non aveva mai riconosciuto in modo chiaro la propria sconfitta.

Quanto a Inácio Lula da Silva stupisce il fatto che abbia sottovalutato i segnali premonitori: settimane di manifestazioni con un sit-in cospirazionista installatosi addirittura di fronte al quartier generale dell’esercito nella stessa capitale Brasilia. Il presidente denuncia i golpisti «nazisti, stalinisti e fascisti». Ha dalla sua la stragrande maggioranza del Paese, dei media, delle forze politiche (compreso Valdemar Costa Neto, leader del partito liberale, bolsonarista), della magistratura (con in prima fila Alexandre de Moraes, giudice della Corte suprema, bestia nera di Bolsonaro a cui aveva negato il ricorso elettorale).

È dunque probabile che il mancato golpe indebolisca l’estrema destra, così come successo – ma solo in parte – negli Stati Uniti. Sta di fatto che malgrado l’età matura (38 anni) la democrazia del colosso latino americano appare molto fragile. D’altronde più a nord un’altra democrazia, ben più anziana, ha dimostrato i propri limiti: ostaggio delle proprie contraddizioni, di potenti lobby, infiacchita dalla propria sicumera ma anche dalla diffusione planetaria dell’illusoria «democrazia digitale», non è ancora riuscita a rinnovarsi aprendo le porte alle insidie di un rovinoso populismo che ormai a livello globale sbanca a destra e – a volte – anche sul fronte opposto.

Pubblicato da laRegione


Cara Sem, ti scrivo…

A settant’anni dalla morte del dittatore sovietico 

L’ anno vecchio è finito ormai. Ricordi « l’anno che verrà » ? Il familiare brano che ci capita a volte  di canticchiare lasciava qualche luccichio di speranza a cui aggrapparsi. Agli  sgoccioli è ora anche il nostro 2022, quello che non rimpiangeremo. Che ha riportato la guerra in Europa. Che ha procrastinato di nuovo la lotta al degrado ambientale, lasciandoci solo una lunga scia di parole, parole…  Che ha consolidato l’atroce oppressione in Afghanistan. 

E che dire della nostra incapacità crescente di dialogare, di confrontarci, chiusi come siamo nelle nostre bolle di intolleranza che rimbalzano sui social come saette? La girandola di festeggiamenti, di auguri di giorni felici,  tutto molto bello; però per molti il mondo non solo ha assunto tinte più scure, ma è sprofondato nel buio. Il mio paese, che è il tuo, da buon europeo ha aperto le porte a chi scappa dalla crudeltà di Putin. Ecco: nell’anno che verrà potremmo consegnare qualche nuvola di luce anche a chi ucraino non è. 

Certo la Segreteria di Stato della migrazione deve far rispettare la legge. Ci mancherebbe. Ma questa, come ben noto, va interpretata nel suo spirito, che è in primis quello del diritto umanitario. Oggi  il cuore di due afghane  batte forte in quello di migliaia di ticinesi che ti chiedono di non cacciarle. La Val Verzasca ha stretto in un corale abbraccio Khaleda e la figlioletta Satayesh, che lì, al termine di un calvario lungo 5 anni, hanno finalmente trovato rifugio e affetto. La ragazzina, racconta la maestra di Brione Bianca Soldati è vispa come un moscerino nella sua voglia di apprendere. La mamma, vittima a Kabul pure di violenza domestica,  affetta da disturbi post-traumatici ha ritrovato il sorriso tra i nostri valligiani che, aprendo le  porte alle due profughe nei giorni della natività, hanno  scritto una loro novella  dai contorni dickensiani.  

Cara Sem, è  stato deciso, in base agli  accordi di Dublino, che devono essere espulse e (de)portate in Slovenia, dove  avevano registrato la loro domanda d’asilo. Ordine comunicato poco prima di Natale : via da qui,  entro 5 giorni, senza se, senza ma, senza neppure i soldi. Certo la Slovenia è un paese democratico. Ma non è grado di gestire i profughi: 80% delle richieste non vengono neppure trattate. Nel centro di « accoglienza »  sloveno   Khaleda e Satayesh erano confinate in una piccola  stanza assieme a un uomo;  nessuna intimità,  non avevano neanche un  cambio di biancheria, la doccia la facevano vestite, così da far asciugare gli indumenti  sul proprio corpo. Condizioni precarie, senza scolarizzazione per la bimba, senza futuro, dopo essere state sballottate per anni da un paese all’altro. 

La Fondazione azione posti liberi dell’avvocato Paolo Bernasconi ha inoltrato ricorso al Tribunale federale amministrativo, con effetto sospensivo sull’espulsione, ricordando anche la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e adolescenza. Il nostro paese potrebbe applicare, seppur con il proverbiale contagocce,  la clausola di sovranità (Dublino, articolo 17) decidendo di accoglierle. Almeno 2500 ticinesi hanno sottoscritto la petizione e chiedono di non cacciarle. Vogliamo ignorare la loro voce?  Tutti gli ingredienti sono riuniti per riconsiderare la decisione. E per tenercele ben strette qui da noi, proprio nel momento in cui a Kabul la mattanza si abbatte sui diritti delle donne, confinate in schiavitù dai tiranni di dio. Un piccolo patrio contributo reale e pure simbolico, per continuare a sperare nell’anno che verrà.

Scritto per “La Regione”
Nell’immagine: in Verzasca la solidarietà ha radici antiche (foto Fondazione Corippo)


Nelle stanze del potere a Mosca

A settant’anni dalla morte del dittatore sovietico 

Ammette di essere rimasto molto sorpreso dall’enorme successo del suo romanzo. Non se l’aspettava.  “Le mage du Kremlin”  (poi pubblicato in italiano presso Mondadori) sbanca nelle librerie francesi; il Grand Prix du Roman de l’ Académie Française e il secondo posto al premio Goncourt lo hanno proiettato tra i bestseller. Radio, televisioni, giornali si contendono questo 50enne italo-svizzero,  professore a Science Po a Parigi, ex-consigliere di  Matteo Renzi e ex- assessore alla Cultura di Firenze. 

Da Empoli  mette in scena personaggi e situazioni reali, e ci consente, con una prosa ricca ma molto scorrevole, di entrare nelle stanze del potere di Mosca e di capire le dinamiche che hanno condotto Putin a invadere l’Ucraina. Troviamo potenti oligarchi come Berezovki o Khodorkovski, , nazionalisti dalle simpatie fasciste come Limonov, skinheads, avanzi di galera promossi dallo stesso presidente, come Evgeni Prigozine l’uomo che dirige le milizie paramilitari del gruppo Wagner. 

L’aspetto forse più rilevante del libro  è la sua capacità di penetrare nella mentalità di Putin, attraverso la finzione. Lo strumento narrativo è quello di una lunga confessione da parte di un consigliere di Putin, battezzato  il Mago del Cremlino. Una confessione che porta di fatto a essere lì, presenti, nelle stanze del potere, a osservare le manovre di Putin, ad assistere alle sue fobie, a captare il suo pensiero, a capire le ragioni della sua guerra… 

Ho cominciato a lavorare su questo libro come se si trattasse di un saggio, ho letto molta documentazione, ho avuto molti incontri. Non ero ovviamente presente nelle situazioni che descrivo, ma a meno di non essere neurochirurgo, la finzione è l’unico modo per entrare nella testa di Putin e dei diversi personaggi reali. Ti permette anche di raccontare alcune dinamiche del potere, come si manifesta, i meccanismi alla corte che sono di fatto un po’ universali. 

E che  lei conosce bene… 

Sì ho potuto utilizzare l’esperienza che ho maturato in altri contesti associandola alle informazioni che avevo sulla Russia. Così da potermi proiettare in quei personaggi. Non penso di aver inventato nulla, ho proiettato e ho immaginato. 

Vi è un’oggettiva difficoltà  a capire i contorni di un potere che ricorre a un linguaggio che non è il nostro. In un passaggio lei scrive questo: “ Putin non fornisce mai cifre, ma parla di vita, morte, onore e patria”. E’ un modo di far politica culturalmente diverso. 

Fin dall’ inizio, da quando compare sulla scena alla fine degli anni ’90, il personaggio Putin ha un carattere che rimanda ai fondamentali dell’esercizio del potere. In particolare caldeggia la restaurazione di una forma di autorità che loro chiamano verticalità. 

La “verticale del potere” , concetto centrale per capire l’esercizio dell’autorità nella Russia di Putin. 

Sì e per capirlo bisogna partire da un contesto molto degradato quale fu quello della Russia degli anni ’90. Lui ha fatto capo a una dimensione autoritaria che è molto consolidata nella storia del paese. Per noi può essere difficile da concepire. E la scommessa del libro è stata proprio quella di farci entrare in quella logica. Osservandola dall’interno.

Alcune cose in Occidente non le abbiamo capite e forse neanche viste. 

Direi che spesso il difetto del vincitore è quello di non guardare il perdente. I Russi hanno perso la Guerra Fredda e non abbiamo cercato sufficientemente di capire. Ci avrebbe aiutato a spiegare quello che sta accadendo oggi. 

La verticale del potere si contrappone a una visione orizzontale che era quella di Gorbaciov e Eltsin. E si capisce bene, leggendo il suo romanzo, che fu proprio durante la presidenza di Eltsin che scattò una molla nella testa di personaggi come Putin. Fu determinata dall’umiliazione e dal desiderio di rivalsa, come se si dovesse ritrovare il fondamento della Grande Russia. Si capisce bene che vi furono in particolare due momenti storici precisi. Uno fu quello che è stato battezzato l’11 settembre russo, gli attentati del ’99 contro edifici moscoviti che scatenarono la seconda guerra in Cecenia. L’altro, molto singolare, fu la celebre conferenza stampa Elstin – Clinton durante la quale in reazione a un insulto  del presidente russo, un po’ alterato dall’alcol,  rivolto ai giornalisti presenti, al Capo della casa Bianca scappò un’irrefrenabile ridarella. La scenetta noi la trovammo simpatica e divertente. Non così i nazionalisti a Mosca… Non avevamo capito il loro sentimento di umiliazione.  

Sì, a noi era parsa una scena divertente. Ma vista con occhio russo faceva inorridire. Un vertice tra quelle che erano le due superpotenze, sebbene di fatto all’epoca di Eltsin la Russia non lo fosse più, e c’è uno dei due presidenti che sbotta a ridere e non riesce più a trattenersi. Agli occhi dei Russi che per decenni sono stati abituati a sacrifici anche per un ruolo e un prestigio internazionali e globali del loro paese, quell’immagine è stata sconvolgente. Il secondo episodio che lei ha evocato, il crollo delle torri alla periferia di Mosca è stato una sorta di 11 settembre con due anni di anticipo. E noi non lo abbiamo visto per quanto davvero rappresentasse. 

Lì, in quell’occasione, la crisi russa, così si capisce dal suo libro, si trasforma in panico.

Esatto. Crollano nella notte degli edifici anonimi di periferia.  Tutti hanno la sensazione di poter essere vittima di un attentato. E lì la reazione di Putin è molto violenta, sia nelle parole sia nei fatti. La  seconda guerra in Cecenia viene condotta con grande ferocia. Putin cerca di ristabilire così l’autorità politica e militare.

Lei fa a dire a Putin a proposito degli attentatori: “se sono all’aeroporto li attaccheremo all’aeroporto, se sono al cesso li attaccheremo al cesso. Quel giorno Putin è diventato zar a parte intera”. 

Sì, è il fondamento di violenza che vediamo ora e che esiste sin dall’inizio. Il fatto di ritrovare quelle forme di violenza a distanza di 22 anni e in forma parossistica non dovrebbe stupirci. 

La Russia patriottarda e nazionalista, sovranista,  è anche il frutto del caos e dei problemi derivati da quella fase di capitalismo selvaggio in cui – dice il protagonista- “passiamo le giornate a colpi di Oh my God, di whatever, per finire a discutere delle virtù comparate del Sassicaia e del Chateau Margaux”. Il paradosso è che la Russia di Putin, nata in reazione a quella di Eltsin, è rimasta un paese fortemente capitalistico, con la differenza che le disuguaglianze sono esplose, che gli oligarchi esistono ma che a dettar legge non sono loro ma Putin…  Berezovski promuove Putin alla presidenza, pensa di poterlo controllare, ma succede il contrario e l’oligarca si suicida o “viene suicidato”… 

La Russia è un paese curioso, combina tanti aspetti diversi. A cominciare dall’ideologia della grandezza che rimanda al passato sovietico ma anche quello degli Zar. Mischia un capitalismo sfrenato e molto corrotto, con l’entourage e la corte di Putin composti di multimiliardari, con gli appelli a forme di austerità e chiusura che ricordano i tempi sovietici. Tutto questo si combina in un modo abbastanza postmoderno in cui convivono diverse ideologie. 

Putin di fatto rimane un cekista, un uomo dei servizi segreti, un essere  violento che non si fida di nessuno… 

Certo lui legge tutto in termini di complotti. Più che una spia, come scrivo nel libro, è un uomo del controspionaggio. 

In che senso?

La spia deve cercare informazioni vere, l’uomo del controspionaggio deve snidare i complotti. E li vede un po’ ovunque. 

Vale dunque anche per l’Ucraina?

Sì. Lui vede unicamente la dimensione del complotto. E’ una dimensione che esiste, certo, ma lui non vede per nulla le aspirazioni dei popoli. Pensa che tutto sia manipolazione, frutto di complotti di oligarchie e di servizi segreti. Questo lo limita molto  nella comprensione del mondo esterno. 

Nel mago del Cremlino, il protagonista , il principale consigliere di Putin che lei chiama Vadim Baranov (quello reale è Vladislav Sourkov) uomo che viene dal teatro, è assoldato per creare una sorta di realtà parallela, gestisce con cinismo la manipolazione della vita politica. Una sorta di Rasputin. Ma è comunque sempre Putin il grande burattinaio, lui fa di testa sua, non molla mai le redini del paese. 

Credo sia effettivamente così. Come ricordava lei, oligarchi che come Berezovski lo hanno aiutato nella sua ascesa, pensavano di poterlo controllare. Il suo consigliere può costruirgli attorno una quinta teatrale, ma non potrà mai guidarlo. Anche oggi, Putin continua ad essere circondato dalla sua corte, ma è sempre meno aperto al contraddittorio e sempre meno influenzabile. 

Il filosofo Michel Eltchaninov in un libro molto prezioso,“Nella testa di Vladimir Putin” (Edizioni e/o), trova nei pensatori  dell’estrema destra storica panslavista (da Ivan Il’in a Alexandr Dugin)  la matrice ideologica di Putin. Lei ritiene che il presidente  possa essere considerato oggi  un esponente della destra estrema, un neofascista? 

Sì e no. No nel senso che non penso che Putin sia un ideologo. Penso sia un uomo di potere nel senso abbastanza puro. Utilizza l’ideologia a seconda della convenienza. Però comincia a pescare negli ambienti filosofici da lei citati a partire dal 2005, dalle prime manifestazioni in Ucraina quando teme di essere travolto dalle manifestazioni  colorate filo occidentali. Così si ispira a pensatori anti occidentali , fascisti o para fascisti, in particolare emigrati in Europa dopo la caduta dello Zar. 

La cifra di Putin è la rivalsa, la restaurazione in risposta all’umiliazione. In vista del ritorno a una grande Russia imperiale. Ma questo uomo di potere, così violento e cinico, potrebbe secondo lei aprirsi a qualche concessione nel conflitto in Ucraina? 

Non credo sia un uomo di compromesso. Lui capisce solo il linguaggio della forza. Un compromesso potrà essere imposto con la forza. Lui è ormai in una traiettoria quasi shakespeariana. E’ certamente ricchissimo, si sarà  anche fatto costruire dei palazzi, ma si capisce benissimo che la sua motivazione non è quella. Lui vuole confrontarsi con la Storia russa, si paragona agli Zar. Credo sia in una logica inesorabile che può essere fermata sì, ma solo con la forza. 

Articolo pubblicato da laRegione
Nell’immagine: il documento emesso dal Ministero della sicurezza per consentire a Putin di lavorare nella DDR quale agente del KGB (e probabilmente anche a favore della Stasi)


Iran: silenzio, si uccide

A settant’anni dalla morte del dittatore sovietico 

Non un gemito, un grido, una preghiera. Nessuno ha sentito nulla. Però quell’immagine di Mohsen penzolante con il cappio stretto al collo è nella testa di tutti. E l’ombra del patibolo si allunga nella mente dei rivoltosi. Chi osa opporsi non ha scampo. Le esecuzioni fino a poco fa avvenivano nelle piazze, davanti al pubblico, con i cadaveri lasciati lì in mostra per giorni, impiccati a una gru.

Il regime dei Mollā si è fatto più discreto. Niente pubblico, nessuna immagine: per la deterrenza basta una lapidaria comunicazione. La condanna per «inimicizia nei confronti di Dio e corruzione in terra» rimane inalterata: quella capitale. I Guardiani della rivoluzione aprono il fuoco sui manifestanti, mirano agli occhi e ai genitali. Ma la protesta non si ferma. Altri 28 ragazzi e ragazze, potrebbero essere impiccati nei prossimi giorni. Dalla morte il 16 settembre scorso in carcere di Mahsa Amini, rea di non aver indossato correttamente l’hijab, si contano mezzo migliaio di morti ammazzati e 18mila arresti. I dimostranti come «ferite purulente», parole della guida suprema Ali Khamenei.

Di fronte alla religione dell’oppressione e della morte (l’ayatollah Khomeini aveva chiesto di adottare il color nero per i chador) i giovani iraniani contrappongono la fame per la vita, l’insopprimibile bisogno di libertà. 100 giorni di sangue, ma anche di coraggio. La storia di quella che era l’antica Persia, come quella del vicino Afghanistan, sembra scorrere al contrario. Un secolo fa i due paesi, sull’onda della rivoluzione laica post-ottomana di Mustafa Kemal Atatürk, avevano avviato quasi in simultanea un processo di modernizzazione. Amanullah Khan aveva vietato nel 1919 la poligamia, l’obbligo del velo e aperto le scuole alle ragazze. In Iran Reza Khan, colonnello della brigata cosacco persiana, assurto al potere con un golpe, aveva vietato l’hijab e le due regine sfilarono nel 1929 a Teheran capelli al vento.

Sia il re afghano sia lo scià persiano dovettero però fare i conti con la fortissima resistenza del mondo clericale. Il velo, obbligatorio dalla rivoluzione khomeinista del 1979 (in Afghanistan è ormai imposto per legge quello facciale, niqab o burqa) è diventato sinonimo di regime. Da qui la sua centralità nella sedizione di massa. La repressione delle donne iraniane non è estrema come quella che si abbatte sulle afghane (da più di un anno in sostanziale regime di schiavitù): hanno accesso alle università, a molte professioni e la loro recente storia è segnata da grandi intellettuali e letterate (dalla Nobel Shirin Ebadi a Forough Farrokhzad, una delle voci più alte della poesia persiana) ma la legge approvata nel 1984 svetta per crudeltà: prevede 72 frustate per chi non porta il velo, mentre il divieto di prodotti cosmetici aveva inaugurato la pratica da parte dei Bassiji (guardiani della morale) di togliere il rossetto dalle labbra di quante infrangevano la legge a colpi di lamette da rasoio.

Nell’involuzione del paese porta certamente una parte di responsabilità l’Occidente: noto è il ruolo della Cia nel golpe che rovesciò Mossadeq nel 1953 o il sostegno acritico agli eccessi dello scià, mentre il presidente americano Bill Clinton non colse l’occasione di trattativa («fu in assoluto il mio più grande errore», ci confidò in un’intervista) offertagli dal presidente riformatore Khatami a fine anni ’90.

Oggi incombe un’altra insidia: la nostra indifferenza di fronte al fiume carsico della lotta democratica in Iran e nelle altre dittature. Ce lo ricorda una blogger di Teheran: «la nostra paura è il vostro silenzio».

Scritto per laRegione
Nell’immagine: Mohsen Shekari durante il processo (dal video diffuso dal regime iraniano)