Schizofrenia ambientalista della popolazione (e dei contadini)

Bocciata l’iniziativa sulla biodiversità, ma un giorno (si spera non troppo tardi) sulle questioni ambientali dovranno pur trovare un punto di incontro il mondo rurale e quello urbano 

Bocciatura doveva essere, e bocciatura è stata. Partita bene, come spesso accade alle iniziative popolari, anche quella sulla biodiversità alla fine non ha retto alla pressione della campagna dei contrari e all’esame di dettaglio dei votanti. Lasciamo alla politica il compito di stabilire se sia un bene o un male, se effettivamente si sia trattato di un’occasione mancata per proteggere maggiormente la biodiversità del nostro Paese – che comunque è minacciata e in costante calo, per cui qualcosa in più rispetto ad ora andrà fatto se vogliamo preservarla – oppure se effettivamente era talmente estrema da minacciare l’esistenza stessa del comparto agricolo nazionale; quello che emerge da questo risultato è la riaffermazione di uno dei tanti “graben” che contraddistinguono la vita politica federale, quello tra città e campagna, e un certo qual ambientalismo a geometria variabile della popolazione.

Il primo è insito nella nostra storia moderna. La Svizzera in effetti è uno Stato sostanzialmente rurale governato dalle élite cittadine. La guerra del Sonderbund ha cristallizzato anche questo stato di cose. Un conflitto rimasto per lo più latente, per lo meno fino a quando la ricchezza è stata legata soprattutto alla proprietà terriera, ma che oggi emerge sempre più spesso. Merito, se merito deve essere dato, dapprima della crescente industrializzazione della Svizzera e della conseguente urbanizzazione, poi della necessità indubbia di porre rimedio ai problemi e agli sconquassi che questo ha provocato Necessità che per qualcuno oggi è diventato urgenza, ciò che sta esacerbando conflitto e animi.

A un’analisi giocoforza ancora superficiale l’iniziativa sulla biodiversità sembra confermare questa dinamica, con i cantoni maggiormente urbanizzati tendenzialmente meno ostili alla proposta (due, Ginevra e Basilea città appunto, addirittura favorevoli) e quelli più contadini risolutamente contro. Vedremo se le analisi di dettaglio confermeranno, e in che modo, questa impressione.

E qui veniamo alla seconda questione, perché ci sembra chiaro che anche nella popolazione l’ambientalismo è un concetto sì ormai tutto sommato radicato, ma che riscontra ancora resistenze quando deve essere messo in pratica. Viva il lupo e la protezione di boschi e paesaggi, urlano i cittadini in gita domenicale ai contadini, ignari dei problemi che questi devono giornalmente affrontare per vivere e lavorare; ben vengano le energie alternative, diciamo tutti noi, purché con le sovvenzioni dello stato e purché ci permettano di risparmiare (perché fino a quando così non era ben pochi hanno abbandonato le inquinanti ma allora ben più convenienti fonti fossili).

L’iniziativa sulla biodiversità, che prometteva sì maggiore protezione ambientale ma che probabilmente avrebbe anche comportato maggiori costi e qualche sacrificio (forse esacerbati dai contrari, sicuramente non efficacemente negati dai favorevoli), non sembra essere sfuggita a questa dinamica.

Questione anche di riconoscimento reciproco: città e ambientalisti non possono continuare a immaginare un Eden nel quale l’uomo si muove a stretto contatto con la natura senza conflitto alcuno, non capendo quanto il mondo rurale ha fatto e continua a fare per plasmare e preservare proprio il paesaggio che tutti noi vogliamo ammirare e in cui vogliamo saltuariamente immergerci; allo stesso tempo contadini e alleati non possono sperare di continuare a vivere in un mondo in cui è l’uomo ad ergersi come artefice massimo (come un Dio?) incurante o quasi di tutto ciò che lo circonda, pena la scomparsa o l’inabilità proprio di ciò che gli dà, o meglio ci dà sostentamento, la terra.

Non ci si aspetta un impossibile e utopica quadratura del cerchio, ma una reciproca e il più possibile condivisa assunzione di responsabilità, questo sì.

Nel’immagine: hanno vinto le patate


Ma di che nucleare stanno parlando?

Bocciata l’iniziativa sulla biodiversità, ma un giorno (si spera non troppo tardi) sulle questioni ambientali dovranno pur trovare un punto di incontro il mondo rurale e quello urbano 

Piccolo temporale di fine agosto: il Consiglio federale ha annunciato di voler rivedere il divieto di costruire nuove centrali atomiche, sancito il 21 maggio del 2017 dal 58% dei votanti che aveva accettato la nuova legge sull’energia. Una presa di posizione che costituisce una specie di controprogetto indiretto all’iniziativa ‘Stop al blackout’ la quale, lanciata dall’UDC e ambienti a lei vicini, vorrebbe inserire nella Costituzione federale l’autorizzazione a impiegare tutte le forme di energia che rispettino l’ambiente e il clima, atomo appunto compreso.

La questione merita alcune considerazioni di carattere politico e tecnico. Anzitutto è necessario confutare l’accusa fatta al Governo di non rispettare la volontà popolare. In effetti “solo gli imbecilli e i morti non cambiano mai idea”, come ha scritto il letterato statunitense James Russell Lowell.

Postille necessarie: vero che per cambiare idea bisognerebbe prima costruirsene una, soprattutto in un mondo sempre più social in cui l’aforisma è innalzato a manuale di vita; vero anche, in un mondo sempre più aculturato e protocollato, che esistono anche i cosiddetti iperimbecilli, o imbecilli al cubo, ossia coloro che lo fanno immediatamente dopo aver ricevuto l’ordine dal capo (vista la dichiarata morte delle ideologie, una via di mezzo evolutiva tra il “credere, obbedire, combattere” di fascistissima memoria e il comunisteggiante “controordine compagni!”).

Ammesso assiomaticamente che il consigliere federale Albert Rösti e i suoi collaboratori non appartengono né all’una né all’altra di queste due categorie, bisogna anche ricordare che la storia politica svizzera è piena di proposte accettate in votazione popolare dopo una serie di rifiuti (a memoria: AVS, assicurazione maternità…) e di revisioni legislative e costituzionali che contraddicevano l’esistente, anche in quella nicchia vaccasacrista che sono i diritti popolari (ricordo in proposito l’ingloriosa fine dell’iniziativa legislativa federale, cassata pochi anni dopo essere stata approvata da popolo e cantoni per manifesta inapplicabilità).

Il Consiglio federale quindi ha tutto il diritto di cambiare idea e di proporre alternative all’esistente, in qualsiasi campo. Su questo preciso argomento ne avevano addirittura il dovere, visto che lo scorso 6 marzo il Consiglio degli Stati ha approvato un postulato di Thierry Burkart (PLR) che chiede appunto al Governo di studiare la possibilità di costruire nuove centrali nucleari. Detto, fatto (sorprende piuttosto la velocità della risposta, davvero inusuale, tanto da far venire il dubbio che fosse già bell’e pronta, ma tant’è).

Il problema di Rösti e dei suoi sostenitori è che la porta al nucleare l’hanno immediatamente chiusa non i soliti ambientalisti rossoverdi, ma gli stessi addetti ai lavori. È il mercato insomma, il Dio in terra dei partiti di centrodestra, ad avere detto no. BKW e Axpo, i gestori delle centrali nucleari esistenti, pur dicendosi in linea di principio favorevoli allo sviluppo della tecnologia atomica (e ci mancherebbe altro) in questo sono stati chiarissimi: gli altissimi investimenti necessari risultano redditizi solo se è garantita una fase prolungata di prezzi energetici alti (dopo l’impennata degli scorsi anni, stanno nuovamente e fortunatamente scendendo, ndr), e solo nel caso in cui lo Stato o le costruisse lui o le sovvenzionasse in larghissima misura. Investimento pubblico per guadagni privati insomma. Come i partiti di centrodestra, credenti osservanti del Dio mercato e della conseguente dicotomia “pubblico cattivo/privato buono” riescano ad accettare una simile prospettiva resta un mistero.

Politico appunto, ma non solo; anche economico, perché tra le cose non dette vi è anche una non indifferente questione finanziaria. Quanto costa costruire (e poi mantenere e infine smantellare) una centrale nucleare oggi? Difficile rispondere, ogni caso è a sé. Quelli di cui siamo a conoscenza non lasciano spazio a grandi interpretazioni: un reattore EPR in Finlandia, che doveva costare 3 miliardi di euro e aprire nel 2009, ha iniziato a produrre elettricità solo nel 2023 (!) con un costo di 11 miliardi di euro (circa 10 di franchi al cambio attuale); in Francia l’EPR di Flamanville che avrebbe dovuto entrare in funzione nel 2012 al costo di 3,5 miliardi di euro è invece ancora in costruzione – nel frattempo i costi sono lievitati a 12,4 miliardi; due reattori in costruzione nella Carolina del Sud sono stati abbandonati nel 2017 dopo un investimento di 9 miliardi di dollari (8 di franchi circa); due altri in Georgia dovevano essere avviati nel 2016/2017 ad un costo di 14 miliardi di dollari, ma finora è stata avviata una sola unità nell’aprile del 2023, mentre la seconda dovrebbe essere allacciata entro quest’anno ad un costo totale di oltre 30 miliardi di dollari (27 circa di franchi, ossia 13,5 l’uno); la centrale nucleare inglese di Hinkley Point C (due reattori del costo di circa 31 miliardi di franchi, 15,5 l’uno) sta venendo completata solo grazie a fideiussioni statali a garanzia dei prestiti, ad elevate sovvenzioni e alla garanzia di un prezzo d’acquisto dell’elettricità garantito per 35 anni molto maggiore di quello di mercato.

Mediamente insomma, una nuova centrale nucleare di ultima generazione dovrebbe costare circa 12 miliardi di franchi, non bruscolini (l’Ufficio federale dell’energia ne stima 11). Dove e in che modo i fautori del contenimento della spesa pubblica, dato per scontato che l’industria da sola non intende costruire alcun nuovo reattore, possano reperire tutto o parte di una simile somma senza intaccare altre voci di spesa dello Stato è un ulteriore mistero.

Vi sono tuttavia i reattori di quarta generazione, che teoricamente dovrebbero permettere di usare il combustibile in modo più efficiente, minimizzare la produzione di scorie e pure abbassare i costi. Teoricamente appunto, visto che al momento sono ancora allo stadio di prototipo, esperimento e dimostrazione e la loro commercializzazione sicuramente non inizierà prima del 2030 (viste le difficoltà che stanno incontrando, probabilmente anche dopo). Non solo: i modelli econometrici attuali non sono fatti per valutare i costi di tecnologie nucleari alternative o dei loro sistemi integrati ma piuttosto per confrontare i costi dell’energia nucleare con quella dei combustibili fossili, per cui la valutazione del loro reale impatto economico non è per nulla certa.

Sia come sia, nel migliore dei casi la Svizzera non vedrà alcun nuovo reattore nucleare prima di 25 anni, ossia proprio quando dovrebbe essere implementata la strategia energetica 2050 che, ricordiamo, dovrebbe permettere di abbandonare definitivamente il nucleare. Ci si chiede dunque il motivo per cui, politicamente, si dovrebbero investire miliardi in una tecnologia che sarà operativa proprio quando teoricamente non dovrebbe più essercene alcun bisogno.

Nuove centrali addio quindi? “Ni”, perché bisogna ammettere che, malgrado appunto l’espansione delle energie rinnovabili dovrebbe rendere superflua l’energia nucleare dopo il 2050, la maggior parte dei modelli ipotizza che bisognerà continuare a fare affidamento sull’energia di banda per stabilizzare la rete elettrica e avere elettricità a sufficienza anche in inverno, cosa che difficilmente potrà avvenire senza nucleare.

Forse però un nuovo tipo di nucleare, non più la fissione, il modello attuale, ma la fusione. In effetti il 5 dicembre 2022 ricercatori americani hanno annunciato la prima fusione con bilancio energetico apparentemente positivo, mentre proprio a inizio anno il consorzio europeo EUROfusion ha annunciato risultati ancora migliori. Attualmente esistono programmi di ricerca in oltre 50 paesi e il rapporto Fusion Outlook 2023 dell’AIEA riporta che nel mondo più di 140 macchine per la fusione, frutto di progetti pubblici e privati, sono in funzione, in costruzione o in fase di progettazione. Musica del futuro, certo, ma che gli esperti stimano potrebbe essere realtà verso il 2060. Se proprio si vogliono investire miliardi nell’atomo, perché allora non farlo in questa direzione?

Nell’immagine: uno dei progetti nucleari abbandonati nel Sud Carolina


Norman Gobbi, o della responsabilità e della trasparenza

Bocciata l’iniziativa sulla biodiversità, ma un giorno (si spera non troppo tardi) sulle questioni ambientali dovranno pur trovare un punto di incontro il mondo rurale e quello urbano 

Uno dei requisiti di un dirigente, qualsiasi dirigente, è quello della responsabilità, da intendersi non solo come capacità di attuare le politiche e gli obiettivi decisi dai proprietari o dal Consiglio di amministrazione, ma anche di assicurare il regolare svolgimento di tutte le attività operative svolte dai dipendenti, dunque anche garantire un corretto clima di lavoro, le migliori condizioni operative possibili e, se di sua competenza, la scelta ottimale dei sottoposti. Se sei un manager pubblico, hai anche un dovere accresciuto di trasparenza, perché le persone non sono solo tuoi clienti, ma latamente pure i tuoi datori di lavoro (o tramite tasse e imposte o tramite anche il voto elettivo).

Il consigliere di Stato Norma Gobbi, al centro in questi mesi di un can can mediatico, tutto sommato lieve rispetto ad altri che abbiamo vissuto anche nel recente passato (chiedere ad esempio a Paolo Beltraminelli per informazioni), evidentemente fa parte di quest’ultima categoria. Sorprendono dunque non poco le dichiarazioni rilasciate dal direttore del Dipartimento delle Istituzioni dopo l’incidente che lo ha visto coinvolto lo scorso 14 novembre a Stalvedro sull’autostrada, dapprima assenti, poi, dopo l’interrogazione Dadò, assai claudicanti e contraddittorie e infine, negli ultimi giorni, a inchiesta penale nei confronti degli agenti intervenuti sul posto conclusa, per lo meno sprezzanti se non arroganti (non troviamo aggettivi più congrui per definirle), oltre che per almeno un aspetto improvvide. Così come improvvido e incomprensibile è il silenzio stampa in cui si è rinchiuso, perché appunto la trasparenza…

L’incidente stradale? Una “cazzata”. Detto che un incidente stradale non è mai una “cazzata”, anche quando fortunatamente si risolve con soli danni materiali, detto che da un politico ci si aspetterebbe un linguaggio consono alla sua carica, ci lascia basiti il fatto che a pronunciare una simile affermazione sia stato proprio il direttore del Dipartimento che ai suoi ordini ha la polizia e la giustizia. Perché se un incidente stradale, evento in cui non si possono mai escludere vittime e danni gravi, è una “cazzata”, una semplice infrazione del codice, come ad esempio una multa di parcheggio, che cos’è? Come dovranno quindi comportarsi i suoi dipendenti, i poliziotti, quando i cittadini colti in flagrante chiederanno loro di chiudere un occhio o imploreranno benevolenza? Con il rigore, sia pure sempre ammantato dal buon senso, che la loro carica e la loro funzione richiede, oppure dovranno seguire le parole del loro capo e derubricare il tutto a “cazzata”, sperando poi di non incorrere anche loro nel reato di favoreggiamento? Uscire dall’assordante silenzio in cui si è rinchiuso e chiarire sarebbe auspicabile.

L’inchiesta inoltre ha smentito “ogni illazione e maldicenza di cui sono stato oggetto”. E quando mai è stato oggetto di illazioni (un giudizio formulato per via deduttiva che ha per risultato un’ipotesi, comunemente spesso inteso con accezione negativa) e maldicenze. Solo fatti, per lo meno quelli apparsi sulla stampa e negli atti parlamentari (delle chiacchiere da bar non ci sentiamo per nulla responsabili), perché nell’incidente è stato coinvolto, perché al primo test alcolemico è risultato positivo, perché il secondo si è svolto dopo oltre due ore (sia chiesto per inciso: che ha fatto in tutto questo tempo?), perché malgrado il lungo tempo trascorso non gli è stata fatta la prova del sangue ma un altro “palloncino”, perché la seratina con gli amici si è effettivamente svolta – e che sia stata allegra lo dimostra il primo alcoltest – perché…

Ma anche ammesso e non concesso che ci siano state, le illazioni e le maldicenze, sarebbe stata sufficiente una comunicazione iniziale assolutamente corretta e trasparente, magari condita da più o meno velate scuse alla cittadinanza per quanto accaduto, per evitarle.

Il rinvio a giudizio dei due agenti “chiude definitivamente qualsivoglia ipotesi di mio coinvolgimento nell’intervento della Polizia cantonale a seguito dell’incidente occorsomi nel novembre 2023”? Detto che il consigliere di Stato, anche se ovviamente, per citare il direttore del Corriere del Ticino, è e sempre sarà “il convitato di pietra”, non è mai stato sotto inchiesta, per cui per deduzione logica il procuratore generale non può aver chiuso o smentito nulla che lo riguardi direttamente, vorrei citare in proposito la dichiarazione rilasciata sempre al CdT del suo legale, l’avvocato Renzo Galfetti, secondo il quale “se il presunto “favoreggiato” è estraneo all’altrettanto presunto favoreggiamento, deduco si tratti di assai ardita costruzione giuridica di dolo eventuale, ossia dell’ipotesi che gli agenti avrebbero dovuto considerare il rischio di favorire all’insaputa del favorito”. Insomma, abbiamo dei dipendenti che favoriscono il loro capo a sua insaputa e in piena indipendenza. Quanto questa tesi sia credibile e sostenibile l’ha espresso tra le righe proprio l’avvocato Galfetti ironizzando con il PG Andrea Pagani.

Piuttosto c’è almeno una cosa che Pagani ha smentito: Norman Gobbi all’inizio del caso aveva affermato che tutto sia era svolto nel rispetto delle procedure; parrebbe che non sia proprio così.

E per questo ci sorprende l’umana solidarietà espressa ai due agenti inquisiti, lui che in altri casi di mancanze amministrative e/o penali non ha esitato ad usare dure parole nei confronti dei sottoposti coinvolti (altro che umana solidarietà). Senza voler fare illazioni ma semplicemente per porre una domanda, il fatto che questa volta sia direttamente coinvolto ha influito in qualche modo in questo suo inusitato afflato empatico verso gli agenti rinviati a giudizio?

In ogni caso la vicenda purtroppo per lui non finisce qui. Chiusa almeno per ora la parte penale, resta infatti ancora aperta quella amministrativa e soprattutto quella politica, poiché restano ancora senza risposta delle interpellanze e soprattutto per via di quella trasparenza e responsabilità verso i suoi sottoposti e verso la cittadinanza di cui si diceva all’inizio. Detto in estrema sintesi: quando il consigliere di Stato, direttore del Dipartimento delle Istituzioni e “responsabile politico della polizia”, come lui stesso si è definito, risponderà pubblicamente delle disfunzioni emerse negli uffici che lui dirige da ben 13 anni? Quando se ne assumerà, se mai lo farà, la responsabilità manageriale, dunque politica?

Restiamo fiduciosi in attesa.

Nell’immagine: differenze di portamento


Schizofrenia Rossoblù

Bocciata l’iniziativa sulla biodiversità, ma un giorno (si spera non troppo tardi) sulle questioni ambientali dovranno pur trovare un punto di incontro il mondo rurale e quello urbano 

È stata definita, quella sulla riforma fiscale, “la madre di tutte le votazioni”, quella che avrebbe deciso la strada che avrebbe intrapreso la corrente legislatura e forse anche gli anni a seguire; quella che nessuno avrebbe potuto perdere neppure con uno scarto minimo, perché la sconfitta onorevole non era contemplata e il risultato che importava era uno solo, la vittoria. Ebbene il popolo, o per lo meno quella piccola minoranza di popolo che si è recata alle urne, ha parlato, e le sue parole sono state decise e nette, senza equivoci possibili: questa riforma s’ha da fare. Perché a nessuno piace pagare le tasse, e se è anche vero che la maggioranza delle persone grazie a questa riforma guadagnerà un caffè la settimana (forse) e lo straricco di turno decine di migliaia di franchi l’anno (certamente) poco importa: la maggioranza anche questa domenica silenziosa si godrà beata e scontenta il suo caffè al bar sotto casa, mentre lo straricco si godrà beato e si spera almeno lui contento il suo surplus di capitale su una spiaggia alle Maldive, cocktail e non caffè in mano. 

La strada tracciata l’ha indicata l’UDC: “Ora la politica, Consiglio di Stato in primis, deve finalmente giocare un ruolo attivo e procedere come già indicato in precedenza dal popolo ticinese nel mettere in atto il Decreto Morisoli e incamminarci così verso il risanamento dei conti pubblici”. Ossia, per dirla con la Lega a “meno entrate” dovranno corrispondere “meno uscite”. In pratica ciò significherà che se il preventivo 2024 era stato di tante lacrime e un po’ di sangue, quello del 2025 si annuncia ancora peggio. 

Il centrosinistra si lecchi le ferite ma soprattutto si prepari, perché un’altra cosa queste votazioni hanno confermato: il fantasmatico fronte rosso-verde deve riuscire a trovare in Gran Consiglio alleanze per far passare le sue proposte e attenuare quelle più indigeste, ché alle urne solo contro tutti non ha scampo.

È l’inverno del nostro scontento, che stando alla meteo di questa pazza primavera non s’è ancora fatta né estate sfolgorante ai raggi del sole né tantomeno ha sviluppato crisi etico-morali nella nostra classe politica. E figuriamoci nel cittadino votante. Il quale da par suo ha confermato quella schizofrenia di pensiero che lo caratterizza da tempo: di centrodestra sui temi economici, di centrosinistra su quelli sociali e ambientali (le eccezioni, che ci sono state e sicuramente ci saranno ancora, non fanno che confermare la regola). 

Posizione psicologicamente interessante, che ieri ha esplicitato senza timori nelle urne – con la Romandia e la sinistra a livello federale su temi sanitari ed energetici, con il centrodestra a livello cantonale – che tuttavia negli anni si è condita di un substrato sempre più evidente di strisciante antistatalismo. Non è un caso infatti che solo una grande intesa anche con i due maggiori partiti “borghesi” abbia permesso alle misure di compensazione per la Cassa pensioni dei funzionari pubblici (i privilegiati fuchi di Stato della narrazione della destra nostrana) di passare lo scoglio del voto popolare, sia pure per il rotto della cuffia – interessante la dicotomia tra Bellinzona, Mendrisio e Locarno e Lugano, i primi a favore, l’ultima contraria – e che il nuovo palazzo di giustizia non abbia avuto scampo. Perché spendere centinaia di milioni per uno stadio di calcio e un palazzetto dello sport con annessi e connessi speculativi va bene, ma per giudici, pretori e impiegati vari nell’immaginario popolare e nella narrazione di alcune forze politiche molto tenenti ma molto poco facenti proprio no.

Certamente non sarà stato un voto anti-Gobbi, ma il segnale è ambivalente: il movimento di via Monte Boglia da quando è al potere, ossia oltre vent’anni, ha gestito soprattutto due cose: territorio e giustizia. Lo stato del primo è sotto gli occhi di tutti, quello della seconda pure; un minimo di autocritica dal capo di quest’ultimo dipartimento piuttosto che uno scaricabarile sui funzionari, oltre che ad essere questione di stile, si imporrebbe. Perché è sicuramente vero che “possiamo mettere in atto la miglior organizzazione, i migliori processi, ma a essere decisive sono le persone che operano al fronte” (Gobbi dixit), ma è anche vero che la responsabilità di quanto fatto, non fatto o fatto male di fronte ai cittadini è del consigliere di Stato in carica (dal 2011, ndr.), dunque sua.

Nell’immagine: Ticino paradiso per ricchi


Il Ticino si sposta ancora un po’ più a destra

Bocciata l’iniziativa sulla biodiversità, ma un giorno (si spera non troppo tardi) sulle questioni ambientali dovranno pur trovare un punto di incontro il mondo rurale e quello urbano 

La politica è quell’arte in cui dopo un’elezione tutti affermano di aver vinto e nessuno di aver perso. Certo bisognerà capire esattamente, tra liste civiche e Avanti, quanto effettivamente la sinistra sia arretrata, ma il dato complessivo anche dopo i risultati per il Consiglio comunale è indubitabile: il Ticino si è spostato ancora più a destra. Ergo, la sinistra ha perso.

Un’emorragia dopo la scissione di Amalia Mirante per il PS era da mettere in conto (una decina abbondante i consiglieri comunali ottenuti dal movimento), ma nessuno se l’aspettava di queste dimensioni, perché una cinquantina abbondante di seggi persi non sono cosa che possa essere imputata solo alla comparsa del nuovo movimento e all’indebolimento dell’onda verde, dunque archiviata senza contraccolpo alcuno.

Non abbiamo passato a pettine fine tutti i 79 comuni in cui si è votato, ma possiamo essere ragionevolmente certi che quelli in cui la sinistra ha migliorato il suo risultato rispetto a tre anni orsono, in percentuale e/o in seggi, si possano contare sulle dita di una mano. Ammesso che ce ne siano.

Varie le cause di questa débâcle, annunciata pur se gli avvenimenti degli ultimi mesi un po’ di spinta all’area avrebbero dovuto darla. Tra queste il fantomatico o per meglio dire fantasmatico progetto di area-rosso verde, annunciato in pompa magna due anni orsono, che avrebbe dovuto portare a medio-lungo termine addirittura al raddoppio della rappresentanza in Consiglio di Stato ma che finora nessuno ha visto (e se c’è chissà dov’è, per dirla alla Gaber).

Sintomatico in questo senso la dichiarazione del presidente PS Sirica, che a La Regione, dopo aver ammesso che del progetto finora “non si è visto molto” ha annunciato “per i prossimi mesi la richiesta di un incontro ai Verdi per fare un’analisi complessiva di queste tre tornate (elettorali, ndr.) prima del nostro congresso per riflettere insieme”. Sarò probabilmente ingenuo e fors’anche sprovveduto, ma svolgere al termine del classico trittico elettorale Cantonali-Federali-Comunali una riunione in cui fare il punto sia un atto dovuto e di semplice buon senso, per cui avrebbe dovuto essere convocata già da tempo. Il fatto che così non sia la dice lunga sui non rapporti intessuti e intrattenuti in questi due anni tra i vertici dei due partiti interessati.

Sia come sia, per una sinistra che piange c’è una destra che ride. Non sguaiatamente, ma per lo meno con soddisfazione. Il PLR ha certo lasciato sul campo una trentina di poltrone, non confermando appieno il buon risultato del giorno precedente ottenuto nei Municipi, ma si conferma comunque e di gran lunga il primo partito cantonale, mentre Centro e Lega/UDC tutto sommato confermano le loro posizioni. In segno più anche i Verdi Liberali, mentre è da segnalare l’ingresso di rappresentanti di Helvethica in alcuni comuni.

I veri vincitori di giornata sono però le liste civiche, spesso di difficilissima definizione e dunque collocazione politica, che fanno segnare quasi 60 seggi in più. Più o meno tanti quanti ne ha persi la sinistra: sarà un caso?


A volte tornano: PLR e Centro

Bocciata l’iniziativa sulla biodiversità, ma un giorno (si spera non troppo tardi) sulle questioni ambientali dovranno pur trovare un punto di incontro il mondo rurale e quello urbano 

Nessuno l’avrebbe mai detto: più o meno tutti i commentatori si aspettavano che proseguisse il trend delle ultime elezioni cantonali e federali, con l’UDC arrembante, la sinistra in difficoltà (in particolare i Verdi) ma tutto sommato stabile, così come il Centro e il PLR, e la Lega a proseguire la sua lenta ma inarrestabile discesa. Invece sorpresona: per lo meno a numero di seggi per i Municipi ieri hanno vinto il PLR e il Centro, le due formazioni politiche storiche del Ticino. 

Dato per spossato ed arrancante, l’ex “partitone” ha rialzato la testa. Certo le elezioni Comunali sono una cosa particolare, dove liste civiche, dinamiche locali e soprattutto le persone fanno la differenza (in questo senso brucia, e non poco, la perdita di un seggio a Mendrisio a favore dell’ex Massimo Cerutti), certo conquistare o perdere un seggio in un piccolo o medio comune o in una grande città non è la stessa cosa, ma il segnale c’è. Bisognerà inoltre vedere se il dato verrà confermato, e se sì in che misura, anche nell’elezione dei Consigli comunali, il luogo dove si conta davvero la forza dei partiti: ma è comunque certo che il presidente Alessandro Speziali può tirare un gran sospiro di sollievo. A lui e alla dirigenza liberale sempre meno radicale cercare di non disperdere la positività acquisita questo fine settimana, analizzandone le cause (solo un rigurgito di orgoglio della base o c`è dell’altro?) e cercando di perpetuarle e ampliarle.

Che è proprio quello che non ha fatto la sinistra, uscita trionfante tre anni fa e oggi ridiscesa ai piedi della scala. E questo malgrado tutto sommato il momento non le fosse particolarmente sfavorevole, con la popolazione scesa in piazza per contestare i tagli, lo sciopero dei dipendenti pubblici, la crisi climatica sempre più evidente (chi si ricorda 27 gradi a metà aprile alzi la mano) e la vittoria storica per la tredicesima AVS che avrebbero dovuto fare da traino se non per un buon risultato per lo meno per mantenere lo status quo. E invece nulla. 

La dirigenza PS si può consolare con il mantenimento di tutti i seggi nei grandi centri, Lugano compresa, ma è certo che le strategie adottate negli ultimi anni non hanno dato i frutti sperati, anzi. Un minimo di seria autocritica a questo punto si impone, perché lasciare sul campo ben 13 seggi sulla settantina che aveva non è cosa che può essere minimizzata. I Verdi invece hanno perso il loro seggio a Locarno a favore del Centro.

Centro che da parte sua ha continuato il suo lento ma costante consolidamento – 7 seggi in più, il top della giornata, conquistati però tutti i centri medio-piccoli come tradizione del partito vuole (ad eccezione di Mendrisio, in Ticino le grandi città sono storicamente feudo PLR) – a dimostrazione che la strada intrapresa è quella giusta. I risultati dei Consiglio comunali diranno qualcosa in più, perché appunto è nelle grandi città che il partito fatica.

Discorso a parte meritano Lega e UDC, i due separati in casa di queste elezioni. A numeri infatti dovrebbero essere annoverati tra i vincitori di giornata, ma le condizioni con cui queste due formazioni si sono presentate al voto rende l’analisi alquanto complicata. Anche perché la loro avanzata è spesso dovuta, come a Mendrisio, Morbio Inferiore, Bissone o Cureglia, al riciclo dell’usato sicuro (Cerutti, Colombo, Grosa e Moor) più che a vera e propria strategia politica. Anche in questo caso i risultati dei CC diranno qualcosa in più; in particolare se la Lega continuerà la sua discesa e al contrario l’UDC la sua crescita. E poi aspetteremo per capire se e semmai quando il divorzio verrà consumato.

Al momento prendiamo atto che per lo meno a Lugano si eviterà lo psicodramma, con Foletti che ha superato Chiesa e quindi manterrà la carica di sindaco (un ballottaggio sarebbe ridicolo a questo punto, e segnerebbe definitivamente lo strappo tra i due partiti). Volontà popolare o inciucio partitico sottobanco, solo i diretti interessati lo sanno.

Altra curiosità da segnalare, il primo seggio in un Municipio per Avanti Ticino & Lavoro (non a Lugano, dove la Mirante ha mancato l’obiettivo, ma con Matteo Muschietti a Coldrerio) e per i Verdi Liberali, formazione questa che, per lo meno in Ticino, sarebbe ora che decidesse se correre da sola o in compagnia e, in questo caso, con chi stare.

Piccolo appunto finale per il PS e alleati vari: a Lugano la lista di sinistra è arrivata terza, superando anche piuttosto nettamente quella del Centro. Si fosse unita con Avanti sarebbe arrivata seconda e avrebbe conquistato un seggio in più ai danni del PLR. A Locarno idem (si fosse unita anche con i Verdi avrebbe addirittura insidiato il primato al PLR), e non è escluso che altre situazioni simili si siano verificate in altri centri medio-piccoli (a Taverne-Torricella è stata proprio la presenza di Avanti a far uscire dal Municipio la sinistra, senza per di più che Avanti vi sia entrato). Altro su cui riflettere.


Gobbi, un passo indietro opportuno: ma a quando l’assunzione di responsabilità?

Bocciata l’iniziativa sulla biodiversità, ma un giorno (si spera non troppo tardi) sulle questioni ambientali dovranno pur trovare un punto di incontro il mondo rurale e quello urbano 

Sentimenti contrastanti. Da una parte il sollievo per il passo indietro effettuato dal consigliere di Stato Norman Gobbi; una decisione presa “a malincuore”, che è giunta forse con un po’ di ritardo (meglio fosse stata annunciata subito spontaneamente e non imposto da pressioni esterne, ma tant’è). Del resto, la invocavano un po’ tutti (tranne la Lega, naturalmente) come una decisione che comunque sarebbe servita a rasserenare l’ambiente.

Sarebbe, appunto, visto che, in contemporanea, Tio.ch ha pubblicato un articolo che getta luci ancor più sinistre sull’intera vicenda, soprattutto sulla polizia.

Piccolo riassunto per chi non l’avesse letto: l’auto di Gobbi è stata spostata da un garage di Airolo nel Canton Uri per poi tornare indietro dopo qualche giorno (curioso che i primanostristi nostrani non si fidino delle carrozzerie ticinesi); quella sera il signor Gobbi avrebbe allertato o interpellato anche i piani alti della polizia (non si è capito bene se è poi arrivato a Stalvedro oppure si è mosso solo per telefono); il conducente dell’altra auto coinvolta sarebbe stato lasciato andare in poco tempo mentre Gobbi no (perché?); spunta inoltre una nuova tempistica sui test alcolemici cui il signor Gobbi sarebbe stato sottoposto, con il primo palloncino effettuato non subito ma dopo due ore dall’incidente e il secondo palloncino dopo altre due (totale quattro).

Quello che è grave, e che deve lasciare tutti basiti se non addirittura inorriditi, è che i particolari dell’alcoltest sono stati rivelati da una lettera anonima inviata ai media e al Ministero pubblico, lettera che secondo Tio.ch proverrebbe da personale interno alla polizia. Cose mai viste, per lo meno a memoria nostra.

Difficile capire cosa questo possa significare; parrebbe comunque almeno l’espressione di un malessere interno che non può non essere parecchio diffuso tra le nostre forze dell’ordine, sempre più nell’occhio del ciclone e che non si sentono tutelati dai loro capi, ufficiali comandanti o politici che siano. Un corpo se non allo sbando per lo meno diviso e sotto choc, avendo subìto negli ultimi giorni un danno di immagine che solo mesi se non addirittura anni di intenso e ineccepibile lavoro potranno forse risanare. A chi ne ha e ne avrà la responsabilità politica ed operativa l’arduo compito.

Proprio per questo, pur apprezzandone l’opportunità, a nostro avviso l’on. Gobbi deve capire che il “beau geste” appena compiuto non è più sufficiente: come ha scritto nel suo comunicato stampa, proprio per “lo spirito di servizio e senso dello Stato che mi contraddistinguono, col rispetto che porto nei confronti delle istituzioni e del collegio governativo”, appunto perché è a lui che tocca portare la “responsabilità politica della Polizia”, è giunta l’ora che se l’assuma in toto, pena far diventare il suo comunicato un elenco di vuote parole di circostanza.

Nell’immagine: il Consigliere di Stato Gobbi


Di panna ce n’era tanta, e la sta montando Pagani (nel silenzio dell’UDC)

Bocciata l’iniziativa sulla biodiversità, ma un giorno (si spera non troppo tardi) sulle questioni ambientali dovranno pur trovare un punto di incontro il mondo rurale e quello urbano 

Diciamolo subito: io per principio sto con le vittime, che nel “caso non caso Gobbi” al momento mi sembra sia una sola. Non certo il consigliere di Stato direttore del Dipartimento delle Istituzioni e “capo politico” della polizia (oltre che coordinatore delle Lega e iscritto all’UDC, partito per il quale è stato anche in corsa per il Consiglio federale nel 2015), ma l’agente che da ieri è sotto inchiesta sia penale che amministrativa e che rischia la carriera, dunque in senso lato la vita.

Non perché lo ritengo innocente dalle accuse al momento solo ipotizzate ma che con alta probabilità verranno promosse, ché per piaggeria, pusillanimità, codardia o mera cieca obbedienza sicuramente qualcosa di poco chiaro e conforme ai regolamenti ha fatto, ma perché davvero rischia di pagare solo lui, se mai pagherà, per colpe che tutto sommato non sono sue, o se lo sono, lo sono solo in parte.

Se pagherà, e pagherà solo lui, significherà comunque che abbiamo avuto per anni nelle fila delle nostre forze dell’ordine un vero e proprio genio del malaffare, perché solo una persona con un Qi e un carisma straordinario poteva riuscire a (nell’ordine): tenere per due ore fermo un Consigliere di Stato sulla scena di un banale incidente in autostrada al freddo e al gelo senza farlo neppure bere; riuscire a modificare la prassi dell’accertamento del tasso di alcolemia al volante senza che nessuno se ne accorgesse, consigliere di Stato in primis, il quale, se non andiamo errati, un minimo di infarinatura di diritto ce l’ha e, osiamo sperare,  in 13 anni di direzione del DI un minimo di familiarità con le procedure di polizia l’avrà pur acquisita; scrivere e/o modificare un rapporto come neppure il miglior scrittore di fantascienza avrebbe ideato (se mai venisse licenziato ha una luminosa carriera davanti a sé). Difficile convincerci, e convincere la popolazione ticinese tutta, che sia possibile.

Ma se pagherà, e pagherà solo lui, significherà anche che per anni abbiamo ai vertici delle nostre forze dell’ordine non dei geni ma, dizionario dei sinonimi e dei contrari alla mano, degli “stupidi, stolti, ottusi, sciocchi, insipienti, mediocri, nullità ecc.”, perché solo funzionari di tal fatta possono non controllare cosa sia successo e cosa i loro sottoposti abbiano fatto in un caso che vede coinvolto il direttore del loro dipartimento (e pure lo stesso capo del DI non ci fa una bella figura). Funzionari loro sì da allontanare seduta stante, per manifesta, conclamata incapacità.

Siamo insomma tornati al “sillogismo Norman Gobbi” di cui abbiamo scritto ieri e che, almeno fino a quando l’ignoto che al momento è sul registro degli indagati non assumerà un nome e un cognome diversi da quello del nostro agente, relegano in secondo piano tutta la questione amministrativa e penale per portarla in quello che in una società è uno degli alvei di livello più elevato, quello della politica. Di conseguenza, stando così le cose, una sospensione dell’on. Gobbi dalla conduzione della polizia sarebbe il minimo, se non per opportunità politica per un evidente conflitto di interessi e una possibile collusione con le inchieste amministrative e penali in corso.

Siamo dunque spiacenti per l’avvocato Galfetti, ma di panna, e tanta, in questa storia ce n’era, e non la stanno montando i media con le loro rivelazioni ormai quasi quotidiane, visto che i media, in una democrazia, così facendo svolgono semplicemente il loro compito istituzionale (nel caso non se lo ricordasse, si chiama separazione dei poteri; la stampa è il quarto); no, il “caso” è montato e scoppiato perché i fatti accaduti portano alla necessità che ora deve occuparsene il procuratore generale Andrea Pagani (il terzo potere).

Mentre la sinistra (PS e Mps) chiede esplicitamente che Gobbi faccia un passo indietro, mentre il Consiglio di Stato tentenna con un comunicato asettico, la Lega, strilla invocando la “montatura politico-mediatica”, ma farebbe bene piuttosto a porsi una domanda politica seria: come mai tra tutte le prese di posizione giunte ieri nelle redazioni l’unica che manca è quella dell’UDC, partito di cui, lo ricordiamo ancora, Norman Gobbi ha la tessera e per il quale è stato candidato per il Consiglio federale nove anni orsono? Come mai non difendono un loro membro e un Consigliere di Stato eletto sulla loro lista e grazie anche ai loro voti? Vuoi vedere che….

Meditate, leghisti, meditate.

Nell’immagine: un fotogramma da “La battaglia del secolo”, con Stan Laurel e Oliver Hardy (1927)


Il sillogismo Norman Gobbi e l’apertura di un procedimento penale

Bocciata l’iniziativa sulla biodiversità, ma un giorno (si spera non troppo tardi) sulle questioni ambientali dovranno pur trovare un punto di incontro il mondo rurale e quello urbano 

Negli ultimi giorni sulla stampa nostrana e nei corridoi (visto il periodo elettorale forse meglio dire nei bar) della politica si è molto discusso di quanto successo lo scorso novembre al Consigliere di Stato Lega/UDC Norman Gobbi (ha la doppia affiliazione, per cui è abbastanza curioso per non dire assordante il silenzio dei democentristi sulla vicenda) e portato alla luce da un’interpellanza del presidente nostrano de Il Centro Fiorenzo Dadò a metà marzo.

In estrema sintesi: il cittadino Norman Gobbi – perché non risulta che al momento dei fatti rivestisse ruoli istituzionali – è stato coinvolto in un incidente d’auto mentre era al volante, pare senza colpa, ma lievemente alticcio. Non vi sono stati feriti, per cui non sarebbe neppure stato necessario chiamare la polizia. Tuttavia, visto che non è stato possibile raggiungere un accordo tra le persone coinvolte, le forze dell’ordine sono state allertate per le constatazioni del caso. Fin qui nulla da eccepire né di strano, ché di incidenti di tal fatta ne succedono decine ogni giorno: non si capisce dunque perché non sarebbe potuto accadere anche al signor Gobbi.

In questo senso dobbiamo dare ragione alla Lega quando afferma che non c’è nessun “caso Gobbi”, e molto in parte all’avvocato Galfetti, che assiste il nostro al momento ancora comune cittadino, quando scrive di “panna montata senza panna”, montata dai/sui media (per contro sulla calunnia, fossi in lui, sarei più cauto, visto che tacciare qualcuno di calunniatore ben sapendo, da avvocato, che non vi sono le condizioni per questo reato, paradossalmente potrebbe far scattare proprio la stessa accusa nei suoi confronti da chi si fosse sentito offeso).

Qui, tuttavia, inizia la sua disavventura. Perché il signor Gobbi non è un cittadino qualunque, ma nella sua veste di politico ricopre anche la carica di direttore del Dipartimento delle Istituzioni, per cui formalmente tutti gli agenti di polizia sono suoi sottoposti. Immaginarsi il riflesso pavloviano di sudditanza condito dall’istinto di sopravvivenza dei poverini inviati sul posto non è dunque per nulla difficile. Ma anche questo se non normale è per lo meno comprensibile – vorrei vedere faccia e reazione di chiunque nel momento in cui scopre il suo personale megadirettore galattico con le mani nella marmellata – per lo meno se, passato lo stupore e ripresi sensi e padronanza di sé, i sottoposti con il loro superiore si fossero comportati esattamente come farebbero con una qualsiasi altra persona.

Purtroppo, lo sappiamo, non è andata così,  e fra test di controllo fatti (per di più sbagliati) oltre ogni tempo massimo immaginabile, mezzi che scompaiono dal luogo dell’incidente (l’universo parallelo Ticino può vantare un nuovo caso ai confini e oltre la realtà: l’auto che si scontra con se stessa), versioni dei fatti che necessitano di un’aggiustatina quasi continua, rivelazione stampa dopo rivelazione stampa – malvezzo usuale nei nostri politici, visto anche quanto successo e sta succedendo a Lugano con la demolizione dell’ex macello – di panna da montare, ci scuserà l’avvocato Galfetti, ce n’è a iosa.

Per colpa di chi, ossia se per pressioni del Consigliere di Stato (perché se le ha fatte, le ha fatte in questa veste) o, appunto, per sudditanza congenita delle nostre forze dell’ordine, non ci è dato di sapere, e probabilmente mai si saprà. Punterei tuttavia su questa seconda ipotesi, tanto più che, a quanto pare, non è neppure la prima volta che fatti simili accadono. In effetti in questi giorni nei corridoi e nei bar non solo della politica ma di tutto il Cantone si sta facendo a gara a raccontare di quella volta che anche a me… Sarà che nessuno degli “eminenten” nostrani (politici, direttori di ogni tipo e sorta e chi più ne ha più ne metta) vuole sentirsi così piccolo e insignificante da non voler/dover dimostrare in questo modo che lui è uno che conta, ci sarà anche la sindrome da pescatore per cui molto verrà ingigantito, ma se più persone raccontano storie simili, ipotizzare che al fondo qualcosa di vero ci sia alla fine pare anche lecito.

Insomma, se non c’è alcun “caso Gobbi”, come afferma la Lega, c’è di sicuro un “caso polizia”, che agirebbe in modi diversi e userebbe riguardi diversi a dipendenza di chi ha di fronte, ben oltre, verrebbe da pensare, a quanto la sempre possibile interpretazione di leggi e regolamenti e il loro adattamento alle situazioni particolari permetterebbe. Una disparità di trattamento tra cittadini riprovevole per principio, su cui la politica dovrebbe non solo chinarsi e intervenire con la dovuta fermezza per eliminarla (che sarebbe poi il minimo sindacale richiesto), ma di cui dovrebbe anche assumersi la responsabilità, traendone magari anche le conseguenze del caso. Pure personali.

Ricapitoliamo: sull’incidente non esiste alcun “caso Gobbi”, perché a chiunque può accadere di essere coinvolti in un sinistro (e anche di bere un paio di bicchieri e perciò guidare con lo 0,5 per mille di alcool nel sangue); esiste per contro un “caso polizia”, perché non è ammissibile che, in uno Stato di diritto, leggi, regolamenti e procedure siano applicati in funzione della carica ricoperta, del censo o dello status sociale dei cittadini; esiste quindi un “caso Gobbi”, perché la responsabilità politica del malandazzo in auge tra le nostre forze dell’ordine e che proprio l’incidente occorso al consigliere di Stato Lega/UDC ha fatto emergere, non può non ricadere su chi il Dipartimento delle Istituzioni lo dirige dal 2011, ossia da ben quattro legislature.

È il “sillogismo Norman Gobbi”. Praticamente perfetto.

Senza dimenticare che tra permessi facili, targhe vendute sottobanco e un paio di altre robette già emerse negli anni passati, non è che il DI in questi anni abbia brillato per rigore procedurale e rispetto della legalità. Il povero “SuperBeltra” era stato mandato in pensione anticipatamente per molto meno, ci par di ricordare.

Ed ora siamo arrivati addirittura all’apertura di un procedimento penale aperto dal Ministero pubblico nei confronti di un agente di polizia (per favoreggiamento) e nei confronti di “ignoti” per abuso di potere. I soliti ignoti? E vai col sillogismo.

Nell’immagine: la panna c’era, eccome (visualizzazione IA di DreamStudio)


Ex-macello: una narrazione ormai insostenibile

Bocciata l’iniziativa sulla biodiversità, ma un giorno (si spera non troppo tardi) sulle questioni ambientali dovranno pur trovare un punto di incontro il mondo rurale e quello urbano 

Ammettiamolo: Karen Valenzano Rossi nel migliore dei casi non è una politica fortunata (nel peggiore e nelle infinite possibili vie di mezzo lasciamo ai lettori la facoltà di scegliere l’aggettivo che sembra loro più adatto). 

Martedì 20 infatti, durante la serata pubblica con il Municipio di Lugano per il bilancio di fine legislatura, (“Lugano si racconta” in Youtube al minuto 14’40”) è riuscita a commettere una delle più belle gaffe che si ricordano (“se devo scegliere tra le persone e le cose, sceglierò sempre le cose”, ha affermato prima di correggersi tra l’ilarità dei presenti). 

Primo caso sfortunato, la gaffe l’ha commessa proprio mentre stava rispondendo a una domanda sulla demolizione dell’ex macello, in cui manco a dirlo ha ribadito la versione ufficiale e la correttezza della decisione presa (“sulla base di quello che noi sapevamo, rifaremmo le stesse cose”); secondo caso sfortunato, il giorno dopo su Areaonline è stato pubblicato un articolo a firma Francesco Bonsaver (ripreso ieri anche in questa sede) che cita un documento redatto dalla polizia il 18 marzo 2021 (ossia ben tre mesi prima della demolizione dello stabile e (coincidenza?) giorno in cui i molinari sarebbero dovuti essere sfrattati) in cui si legge che “la situazione finale auspicata” è una e una sola: la demolizione. Tant’è che sempre in un altro documento di polizia, datato 22 aprile 2021, viene confermata la disponibilità delle macchine da cantiere per eseguirla. Altro insomma che intervento di urgenza, altro che “comunicazione claudicante” e “necessità esimente”, per dirla con le parole del procuratore pubblico Andrea Pagani.

Gli è che più procede l’inchiesta su quanto successe quel sabato sera di fine maggio, più viene alla luce quanto in realtà già tutti sapevano. È e sarà la scoperta ufficiale dell’acqua calda, l’ennesimo primato di cui il Ticino può (non) andare fiero.

Riepiloghiamo ciò che le carte raccontano: 

  • Immediatamente dopo sgombero e demolizione il fu sindaco Marco Borradori parlò in conferenza stampa di un’operazione pianificata e portata a termine con successo, tanto che ai microfoni della RSI affermò di stupirsi “un po’ se qualcuno si stupisce” di sgombero e demolizione. Solo dopo qualche giorno iniziarono i balbettii, questi sì claudicanti, e le rettifiche, fino a giungere alla versione ufficiale oggi conosciuta;
  • Il 6 luglio 2021 Naufraghi.ch riportò la versione dei poliziotti, che così si può riassumere: la politica non poteva non sapere (sottotitolo: noi abbiamo solo eseguito gli ordini), anche perché secondo loro dell’intervento e della possibile demolizione si iniziò a parlare in primavera. Un concetto ribadito sempre su Areaonline in un’intervista a corredo del citato articolo di Bonsaver dall’ex sindaco Giorgio Giudici, che tira in ballo non solo il Municipio di Lugano ma anche i vertici del Dipartimento delle Istituzioni. Titolo: “Impensabile demolire senza l’avallo della politica”;
  • Senza aspettare tanto, già a fine luglio 2021 la RSI riprese, approfondì e confermò quanto pubblicato da Naufraghi.ch: Municipio e polizia iniziarono a parlare di intervento e demolizione a marzo. In autunno (terza conferma) arrivò a conclusioni simili anche il “Corriere del Ticino”;
  • In dicembre giunse l’“assoluzione” del PG Pagani, le cui motivazioni sono state integralmente pubblicate per la prima volta da Naufraghi.ch nel successivo mese di febbraio. Per il procuratore comunque “è pacifico” che quella sera le autorità commisero almeno un reato (causa esimente tuttavia…);
  • Nella sua sentenza Pagani confermò per la quarta volta che l’11 marzo 2021 si svolse una videoconferenza cui parteciparono i comandanti della Polizia cantonale, quello della Comunale, il fu sindaco Marco Borradori e l’allora municipale Michele Bertini (dopo aprile 2021 il suo posto fu preso da Karin Valenzano Rossi), in cui i due comandanti “hanno evidenziato [al Municipio, ndr.] i possibili scenari a seguito dello sgombero coatto o non coatto”. Tra questi “anche degli interventi di natura edilizia”, in modo da evitare una rioccupazione degli spazi da parte degli autogestiti. Due le ipotesi sul tavolo: la “muratura degli accessi agli stabili” e “la demolizione totale dello stabile ubicato a sud del comparto”;
  • Altra riunione il 6 maggio. Qui le versioni tra le parti iniziano a divergere: da una parte la polizia afferma, verbale ad uso interno alla mano, che ai due municipali fu prospettato tutto quanto poi successo, dunque anche la demolizione dello stabile; dall’altra i due che negano “assolutamente” qualsiasi allusione all’abbattimento dello stabile. Conclusione di uno sconsolato Pagani: impossibile “sapere quale delle due posizioni sia quella aderente alla verità”, ossia chi, fra polizia e municipali, gli abbia mentito;

Malgrado ciò la nostra sfortunatissima municipale, assieme agli altri quattro colleghi che con lei presero le decisioni che portarono all’abbattimento di parte dell’ex macello, continua a mantenere la sempre più claudicante versione ufficiale, dunque a negare o comunque a non volersi assumere la responsabilità per ciò che, a voler leggere carte e dichiarazioni, già da oltre due anni, per non dire da subito, era chiaro.

E probabilmente lo diventerà ancor più quando finalmente verrà pubblicata la decisione del giudice dei provvedimenti coercitivi Ares Bernasconi sulle parti dei verbali di polizia annerite dal comando della Cantonale, e quindi finalmente potremo prenderne visione e leggerli. L’incontro svoltosi a inizio anno tra il comandante Matteo Cocchi e il PG Pagani per trovare un accordo pare si sia risolto in un nulla di fatto. Da allora sono passati un paio di mesi. Curioso che per una decisione che di solito viene presa in relativamente poco tempo si debba aspettare così a lungo.

Nell’immagine: Karin Valenzano Rossi nel citato programma “Lugano si racconta”