Seppelliti da una risata (ma non era il ’68)

Era invece il comunicato dell’abbandono dell’inchiesta penale sui fatti che portarono all’abbattimento di un’ala dell’ex Macello 

L’altra mattina siamo stati improvvisamente seppelliti da una risata. No, non era il ’68 giunto con una cinquantina d’anni di ritardo, ma la reazione dei legali ticinesi di ogni ordine, grado e anzianità alla lettura del comunicato stampa della procura pubblica ticinese in cui era annunciato, o meglio confermato (perché neppure a Mogadiscio e dintorni si annuncia un non luogo a procedere ancor prima di aver eseguito gli interrogatori di rito), l’abbandono dell’inchiesta penale sui fatti che hanno portato alla demolizione di una parte dell’ex macello di Lugano, una risata cui si sono accodati nel giro di un nanosecondo cittadini di ogni sorta. Ovvia conclusione di una tristissima vicenda.

Gaudeamus igitur, esclamano da secoli i goliardi, e rendiamo lode a questa classe politica che ci ha portati, nel giro di qualche mese, dal dramma alla farsa. E forse anche oltre.

In mezzo abbiamo dovuto sorbirci ogni cosa, dalle esternazioni della prima ora alle versioni sempre più contraddittorie e divergenti seguite, dalla fola dell’occupazione abusiva (ma non c’era una convenzione-contratto siglata da Cantone e Comune da cui la città incassava un affitto a quattro zeri?) degli spazi pubblici da parte degli autogestiti alla loro criminalizzazione, tant’è che a tutt’oggi sembrano essere gli unici colpevoli della distruzione della loro casa (sì, siamo nel mondo alla rovescia di medioevale memoria!), dalle sceneggiate di medici e giornalai che accusavano non si sa bene chi di aver causato la morte di Santo Subito (a no, scusate, è stato il vaccino contro il Covid; anzi no, i referendisti anti-PSE; anzi no…), alla stigmatizzazione di tutti coloro che hanno considerato per lo meno problematico l’intervento delle autorità comunali e di polizia e che hanno provato o per lo meno chiesto di vederci chiaro.

Eppure i fatti sono stati sotto gli occhi di tutti, le macerie dello stabile, della legalità e dello stato di diritto pure. Perché se un privato cittadino qualsiasi avesse demolito uno stabile di sua proprietà senza permesso e senza rispettare le più elementari norme ambientali, sfrattando senza avere in mano la decisione di un giudice gli inquilini che lo abitavano (pardon, occupavano) e in surplus distruggendo le proprietà che questi avevano lasciato all’interno delle loro abitazioni, sarebbe ora sottoposto alle giuste sanzioni penali, civili e amministrative. I nostri, per decisione della nostra prode e indipendente magistratura, no: l’incolumità, messa a rischio dai “brozzoni”, del bianco vestito della nostra immacolata municipale imponeva un’azione rapida ed energica! Gaudeamus igitur, dunque, in alto i calici e lieti i cuori, ché se è vero che l’esempio vien dall’alto d’ora in avanti, per noi tutti, tutto o quasi sarà permesso, in una sorta di paese di cuccagna che non avrà eguali nel mondo.

È il Ticino, bellezza, e noi non possiamo farci niente. Niente!


A Faido va in scena il passato remoto

Era invece il comunicato dell’abbandono dell’inchiesta penale sui fatti che portarono all’abbattimento di un’ala dell’ex Macello 

Il popolo che possiamo genericamente chiamare no-vax fa fatica a digerire la netta sconfitta nella votazione di fine novembre sulla cosiddetta Legge Covid. È di questi giorni la notizia che alcuni di loro stanno pensando a una specie di rifiuto o sciopero fiscale, se non addirittura alla creazione di una specie di società parallela non solo in opposizione alle nostre istituzioni, ma pure aliena dai valori fondanti della democrazia liberale.

Per carità, ognuno è libero di fare quello che meglio crede, purché se ne assuma poi responsabilità e conseguenze, che nel caso di un mancato pagamento di tasse e imposte varie sappiamo essere pecuniariamente assai pesanti.

La notizia che invece ci preoccupa di più è quella che arriva da Faido, dove un gruppo di genitori ha deciso di non inviare a scuola i propri figli. Maestri maneschi e/o impreparati? Piano di studi inadeguato? Struttura fatiscente? Macché! La questione non è didattico-pedagogico-educativa, come dovrebbe essere quando si protesta a scuola: il problema è l’obbligo della mascherina in classe.

E vuoi mettere l’importanza di una cosa del genere – portare qualcosa sul viso per qualche ora al giorno – per la salute fisica (“per diverse ore al giorno respirano la stessa aria”, ha dichiarato una mamma, manco la mascherina fosse diventata una maschera antigas) e mentale (“non conoscono neanche più il valore di un sorriso. Siamo preoccupati per i danni psicologici”, ha continuato) dei nostri piccoli virgulti rispetto ad ammalarsi o più probabilmente, vista l’età, magari infettarsi in modo asintomatico e quindi trasmettere il virus ad altre persone, magari più fragili? Ma sia ben chiaro, ha aggiunto un papà, l’azione è “pacifica” (e ci mancherebbe altro) e ha solo lo scopo di “sensibilizzare il sistema” dando uno “spunto di riflessione” in modo da “aprire una discussione” – e pensare che ero convinto che per discutere bisognasse essere almeno in due, magari confrontandosi (affrontandosi?) di persona.

Così come di persona dovrebbero essere portate aventi le proteste, assumendosene responsabilità, rischi e conseguenze. A Faido invece a “scioperare” non sono stati i genitori, bensì i figli, ben contenti immaginiamo di godere di una settimana improvvisa e imprevista di vacanza ma su cui appunto ricadranno le eventuali conseguenze negative dell’azione, sia da un punto di vista educativo, per il discorso appena fatto, e scolastico (che una settimana di assenza dalle lezioni, soprattutto a quell’età, la si recuperi in fretta è un altro discorso).

Perché la nostra scuola forse non sarà la più bella e la migliore al mondo, ma da sempre la Scuola (sì, proprio con la “s” maiuscola) è il luogo in cui si comincia a preparare e formare il futuro dei nostri figli. Perché loro sono il futuro, loro e nostro; i genitori sono solo al massimo il presente. Che purtroppo comprende anche genitori come quelli di Faido, parte di un passato che pensavamo ormai morto e sepolto ma, ahimè, improvvisamente risorto.


PSE: un’occasione persa di esercizio democratico

Era invece il comunicato dell’abbandono dell’inchiesta penale sui fatti che portarono all’abbattimento di un’ala dell’ex Macello 

Lo confesso, sono scioccato. Non tanto dagli insulti e dagli attacchi personali ricevuti in queste ultime settimane (in trent’anni di giornalismo ho subìto questo ed altro), poi trascesi in plateali minacce in strada (questa invece è una novità), ma dal livello che il dibattito attorno al PSE ha raggiunto: da Bar Sport, e purtroppo non è quello di Stefano Benni. Inutile star qui a ricercare chi ha iniziato a tracimare verso infimi livelli, elencare fatti e nomi o, peggio ancora, stilare una classifica per vedere chi si è comportato meno peggio: l’asilo l’ho finito da un pezzo; ci si dedichino, se lo vogliono, altri.

Mi permetto solo di esprimere la mia profonda tristezza nel vedere Municipio e amministrazione comunale, istituzioni che concettualmente e formalmente sono di tutti e quindi tutti dovrebbero rappresentare (favorevoli e contrari), non tanto essere trascinati in questo gorgo – può succedere – ma essercisi immersi senza alcuna esitazione. E del fatto che non si sia distanziato senza equivoci né tentennamenti dall’avvertimento in stile mafioso (come altro definirlo?) inviato a mezzo stampa a tutta la popolazione di Lugano dall’ex proprietario e presidente del FC Lugano Angelo Renzetti. E qui mi fermo.

Mi ha fatto specie anche osservare le pressioni che tutte le società sportive hanno ricevuto per schierarsi acriticamente a favore del progetto (sempre Renzetti docet), e in tal modo tacitare le voci critiche che so esistere numerose anche al loro interno, come se esprimere dubbi e perplessità potesse voler dire essere contro al PSE senza se e senza ma e non, come invece dovrebbe essere, portare alla cittadinanza utili elementi di dibattito.

Fa eccezione, va detto, il FC Rapid Lugano, che mai mi ha proibito di esprimere le mie considerazioni, rigorosamente come sempre ho tenuto a specificare a titolo personale e come la stessa società ha dovuto alla fine rimarcare (far sapere agli amici degli amici?), e che purtroppo in caso di fallimento di fronte alle urne del PSE potrebbe subire i contraccolpi delle mie parole (anche questo mi è stato detto e ho dovuto subire), come se permettere ai propri aderenti di partecipare al libero (bisogna ancora sottolinearlo nel 2021?) dibattito politico cittadino fosse non un’ovvietà, al limite addirittura un titolo di vanto, ma una colpa da pagare ed espiare. Come appunto Renzetti ha tenuto a far sapere a tutti.

Voglia il cielo che così non sia e che, come si è augurato il collega John Robbiani, una volta passato il 28 novembre tutto possa tornare alla normalità. Personalmente ne dubito: il solco è da tempo tracciato, non solo a Lugano, e una volta infranti certi limiti è sempre difficile, sia pure non impossibile, tornare indietro e ricostituirli.

Gli è che l’intolleranza è annidata nel nostro essere, dunque anche nelle nostre istituzioni, come un tarlo che ogni tanto riemerge. E quando questo accade la lotta politica non è più confronto, duro e acceso quanto si vuole ma pur sempre tale, ma lotta all’ultimo sangue tra una supposta verità e un supposto, ovviamente opposto, errore. In odor d’eresia. Perché nel giro di pochi anni siamo passati dall’idea – una visione parziale e dunque in sé discutibile – alla fede – principio totalizzante e assoluto e quindi indiscutibile. Non più dunque il dubbio come unica certezza, ma il dogma e l’obbedienza assoluta (ortodossa) ai suoi dettami; non più la speranza in un domani migliore, ma la certezza di un avvenire paradisiaco e beatificato.

Peccato: chiunque vinca, il dibattito sul PSE è stata un’occasione mancata di esercizio democratico; chiunque vinca, ne usciremo tutti sconfitti.


Dati certi sull’ex macello

Era invece il comunicato dell’abbandono dell’inchiesta penale sui fatti che portarono all’abbattimento di un’ala dell’ex Macello 

A ormai quasi cinque mesi dal 29 maggio, data in cui fu demolita a Lugano una parte dell’ex macello pubblico per scacciare gli autogestiti dal sedime, dalla stampa, e rigorosamente solo dalla stampa, possiamo dire di possedere alcuni dati certi e pressoché incontestabili.

Riassumendo: come da noi pubblicato a inizio luglio, ribadito alla fine dello stesso mese dalla RSI e adesso anche dalla stampa libera e indipendente con sede a Muzzano, dello sgombero e della demolizione di parte del sedime Municipio e polizia (cantonale e comunale) iniziarono a parlarne la scorsa primavera, evidentemente anche elaborando piani in merito; se si vuole demolire un tetto, e solo quello (come dichiarato dopo qualche settimana dal Municipio correggendo precedenti dichiarazioni che affermavano di aver voluto demolire tutto lo stabile), non si chiamano le ruspe, ma lo si smonta pezzo per pezzo, ché come spiegato da architetti e ingegneri se si adoperano le ruspe rischiano di crollare anche tutti i piani inferiori; come da subito si era vociferato ma nessuno finora era riuscito ad avere conferma (complimenti al collega che è riuscito a trovarla), il tetto demolito era quello sbagliato, ché quello dell’edificio dove si riunivano i molinari non era pericolante ma era stato puntellato e, si può supporre, messo dunque in sufficiente sicurezza; per effettuare la demolizione di uno stabile chiunque, autorità politica compresa, necessita di una licenza edilizia, licenza che non risulta essere mai stata rilasciata.

Se non lo fai, commetti un reato o un abuso; per gli stabili antecedenti il 1990 è pure necessaria una perizia per sapere se nello stabile vi fosse dell’amianto, perizia che non risulta essere mai stata eseguita. Se non lo fai commetti un reato o un abuso; tracce di amianto e di altre sostanze pericolose (idrocarburi policiclici aromatici) sono state poi trovate tra le macerie. Prendiamo atto che secondo una perizia i bassi quantitativi trovati non erano in grado di mettere in pericolo la salute della popolazione; stando al primo rapporto della magistratura, malgrado le riunioni preparatorie fossero iniziate già a marzo, la sera del 29 maggio la catena di comando di Municipio e polizia (comunale e cantonale) assomigliava a una commedia degli equivoci in stile demenzial-Monty Python; sempre stando allo stesso rapporto, rischiamo che dopo 5 mesi di indagine (le conclusioni sono attese per novembre) gli unici condannati per tutto questo ambaradan saranno i molinari.

Messi in ordine i fatti accertati, viene da chiedersi come mai le autorità tutte, al di là delle esigenze di inchiesta della magistratura dietro cui si nascondono e al di là del suo esito, non escano per lo meno a chiedere scusa alla popolazione per i manifesti errori che hanno commesso. Perché un errore si può comprendere e, al limite, anche perdonare. L’incompetenza (e l’arroganza che spesso da questa deriva) invece no.


Roger Köppel, o la giravolta di un coronascettico

Era invece il comunicato dell’abbandono dell’inchiesta penale sui fatti che portarono all’abbattimento di un’ala dell’ex Macello 

Ma guarda un po’, proprio vero che, come recita un vecchio adagio, solo gli imbecilli non cambiano mai idea. Ancora non si sono spente le polemiche per la recente decisione dell’UDC di opporsi alla nuova legge Covid-19, decisione presa ricordiamolo ad ampissima maggioranza, che uno dei suoi più autorevoli maître à penser nonché consigliere nazionale ha effettuato una decisa quanto improvvisa giravolta. Non tanto sulla legge, su cui non si è espresso in modo esplicito, ma su un tema ancora più controverso e dibattuto, quello dei vaccini.

Si tratta del caporedattore della Weltwoche Roger Köppel – non un pisquano qualsiasi dunque – legatissimo alla famiglia Blocher e del di lei pensiero fedelissimo sia in parte artefice che interprete, che finora si era distinto come uno dei maggiori coronascettici della stampa confederata. Un twit dello scorso 24 febbraio ne dà la misura: “Dopo l’isteria da virus ecco l’isteria da vaccino!”, scrisse, accusando poi il consigliere federale Alain Berset di essere malato di potere e definendo il governo in corpore “Consiglio federale della non libertà”. La sua ricetta per uscire dalla pandemia era infatti una e una sola, allora ancora in linea con quella dei vertici democentristi: niente divieti od obblighi, ma “rafforzare la libertà e la responsabilità individuale!”. Idee e argomenti che ha portato avanti fino a solo poche settimane fa, sia detto per inciso.

Malgrado ciò esattamente sei mesi dopo, il 24 agosto, in un video sulla “Weltwoche Daily” Köppel cambia completamente non solo tono e registro, ma pure idea. Parte dal fatto che, malgrado “i dati incompleti”, in Svizzera i casi di Covid 19 e i ricoveri in ospedale sono in aumento, ciò che potrebbe spingere il Consiglio federale a decidere “nuove restrizioni” se non addirittura “misure più drastiche” (come si è puntualmente avverato ieri con gli annunci di Alain Berset). Poi il colpo di scena. “Anche per questo mi sono fatto vaccinare”.

Ma come, quello che solo sei mesi fa accusava governo, parlamento e medici di voler “governare anche nei nostri fluidi corporei” (“Jetzt wollen sie uns in die Körpersäfte hineinregieren”), adesso si è fatto vaccinare?

«Errare humanum est», ammette con onestà il politico-giornalista, che comunque qualche dubbio lo conserva, così come un po’ di amor proprio: vaccinarsi non è privo di rischi [e chi ha mai detto che non ce ne siano? ndr], ma non farlo a suo dire è peggio. Questione anche di “realpolitik”. I dati, sia pure come detto ancora incompleti e poco analizzati, mostrano che i nuovi infettati e i nuovi ricoverati siano soprattutto non vaccinati, persone che quindi devono chiedersi se vale davvero la pena di “correre il rischio di ammalarsi seriamente”.

Lui evidentemente ha deciso no. Perché ha ormai 56 anni, età dunque orami piuttosto a rischio, perché non può permettersi di ammalarsi e lasciare magari per settimane la direzione della Weltwoche, e perché “se ti ammali non è solo una questione personale”.

Affermazione quest’ultima che richiede una spiegazione, e difatti Köppel la dà. Perché a suo dire è vero che i non vaccinati possono sentirsi discriminati, è vero che resta “contro ogni misura sproporzionata”, ma bisogna anche evitare di fornire al Consiglio federale ogni legittimazione per ulteriori restrizioni e inasprimenti delle misure anti-Covid, e alla sinistra ogni argomento per portare avanti il suo piano di “eterna chiusura e ridistribuzione”. Per questo addirittura adesso è favorevole alla vaccinazione obbligatoria per gruppi professionali come gli insegnanti e gli operatori sociosanitari, perché non è accettabile che possano essere improvvisamente assenti perché ammalati. Insomma, mica sono a favore, ma scelgo solo il meno peggio (realpolitik, appunto).

Sentite in sottofondo un piccolo stridore di unghie sui vetri? Soprassedete, che non si può pretendere che qualcuno, chiunque esso sia, cambi totalmente idea senza concedergli qualche argomento tirato per i capelli.

Più sensato piuttosto l’appello che rivolge a coronascettici e no-vax: volete continuare su questa strada, dice loro? Fatelo pure, ma sappiate appunto che con i numeri in aumento il Governo prenderà nuove misure, ciò che “non può essere” nel vostro interesse, visto che poi soffrirete di più (troppo tardi Herr Köppel). Un appello che chiude con un invito alla riconciliazione tra opposti estremisti sulla “guerra quasi religiosa” sul vaccino (non per nulla ogni tanto la chiama jihad), riconciliazione di cui lui può essere sia interprete che artefice.

Un appello tuttavia che, stando almeno a quanto riportano i media svizzero tedeschi, al momento rimane del tutto inascoltato. Soprattutto tra i suoi ormai ex seguaci e follower, che quando sono gentili lo bollano di traditore (mentre i suoi avversari politici ovviamente gongolano).

Foto Jürg Vollmer / maiak.info Reusse – Eigenes Werk, CC BY-SA 3.0


Ex macello: i poliziotti non credono all’azione autonoma

Era invece il comunicato dell’abbandono dell’inchiesta penale sui fatti che portarono all’abbattimento di un’ala dell’ex Macello 

Gli agenti e i poliziotti non ci stanno a fare da capro espiatorio nella vicenda dell’ex macello di Lugano per colpe (supposte) altrui. Dato che i vertici delle nostre forze dell’ordine, come la politica del resto, si sono chiusi in un assordante silenzio, è a loro, quelli che sempre sono sulle strade e sempre obbediscono agli ordini, che ci siamo rivolti per cercare di capire cosa pensino dei fatti successi a Lugano nella notte tra sabato 29 e domenica 30 maggio all’ex macello di Lugano e sondarne l’umore. Non è certo un sondaggio rappresentativo, ma da quello che abbiamo potuto appurare parlando con numerosi di loro, tra gli agenti regna lo sconcerto e l’incomprensione, con punte di malcelata rabbia.

Non siamo a poliziotti sull’orlo di una crisi di nervi, ma di sicuro fra le fila degli agenti il malumore serpeggia assai. Sgombriamo ogni dubbio: non per quanto fatto sabato 29 maggio – praticamente nessuno ha mostrato comprensione per le ragioni dei molinari – ma appunto per come è stata gestita la faccenda dai loro superiori e, soprattutto, dalla politica. E così diversi parlano e si sfogano, ovviamente a condizione che venga loro garantito l’anonimato più assoluto.

Andiamo con ordine. Prima pillola per loro indigesta, i rinforzi vodesi, inutili per molti. “Hanno organizzato la giornata come se dovessimo affrontare chissà che – ci ha spiegato un agente – quando sapevamo benissimo che sarebbero stati due o trecento al massimo (i dimostranti, ndr.), di cui pochi potenzialmente violenti”. Un eccesso di prudenza da parte di Municipio e vertici di polizia che non è andato giù a tutti, poiché “se non riusciamo a tenere sotto controllo da soli una manifestazione del genere, abbiamo sbagliato mestiere!”, ha sbottato un altro. O i vertici non li ritengono abbastanza preparati per adempiere a questo compito, si chiedono borbottando i più?

L’occupazione di via Simen

Ma cosa è veramente successo quel sabato? Secondo più testimoni la polizia sapeva benissimo che dopo la manifestazione alcuni ragazzi avrebbero occupato (simbolicamente e temporaneamente secondo i molinari) lo stabile della Fondazione Vanoni in via Simen. Del resto impossibile che non lo sapesse, visto che ne parlava tutta la piazza. Dunque ne saranno venuti a conoscenza anche gli agenti infiltrati tra i manifestanti – tutti i nostri interlocutori danno per certo che ci fossero – e che di conseguenza avranno riferito a chi di dovere cosa bolliva in pentola.

Perché allora non prevenire l’occupazione, magari piantonando con qualche agente l’edificio Vanoni prima dell’arrivo dei dimostranti? Perché, così ci è stato spiegato, “l’ordine era di intervenire solo in caso di comprovata necessità”, ossia a cose avvenute. E così è stato. Nessuno si spinge a dire che il casus belli è stato creato apposta, o è stato lasciato creare, ma molti affermano che si poteva agire altrimenti, prevenendo l’occupazione più che reagendo ad essa.

Alcuni, sia detto per onestà di cronaca, hanno comunque giustificato o per lo meno mostrato comprensione per quanto fatto (o non fatto, a seconda dei punti di vista) dai superiori spiegandoci che è molto meglio contenere e bloccare qualcuno in un edificio che impedirgli di entrare e magari scatenare una risposta violenta in strada. Sarebbe insomma stata applicata la regola del supposto minor danno. Plausibile, ammettiamolo.

“Il bello deve ancora venire”

Poi vi sono stati lo sgombero e la demolizione dell’ex Macello, e qui le cose si ingarbugliano e le bocche in alcuni casi si tacciono o parlano per sottointesi (in fondo, indicativo anche questo). Tutto sommato però la sequenza degli avvenimenti è chiara. “Abbiamo ricevuto l’ordine di sgomberare lo stabile, abbiamo chiesto e ricevuto conferma e abbiamo fatto quello che dovevamo fare senza praticamente alcun serio problema”, così il racconto sintetico di un agente sul posto. Ordinaria amministrazione, insomma.

Senonché uno dei poliziotti presenti ci ha detto che a sgombero avvenuto è stato loro raccomandato di tenere alta l’attenzione, “perché il bello deve ancora venire, ho sentito dire a un certo punto (o una frase del genere). Allora ho pensato che si aveva paura del ritorno dei molinari, che avrebbero tentato di rientrare magari con la forza, ma adesso non ne sono più così sicuro, anche se voglio crederlo”. Purtroppo per lui, le informazioni emerse in queste ultime settimane lasciano poco spazio alla sua speranza.

“Discussi tutti gli scenari”

La frase sentita dal nostro agente sarebbe comunque un ulteriore tassello a dimostrazione che la polizia aveva preparato la demolizione dello stabile. La domanda quindi è sempre la solita, quella cui un giorno speriamo sia data una risposta definitiva: ha agito in modo autonomo, scavalcando tutto e tutti, oppure per ordine dell’autorità politica, qualunque essa sia?

Nel corpo la prima ipotesi scatena lo sdegno, riassunto in modo esemplare e molto diretto da un ex graduato in pensione: “Nel corso della mia carriera non ho mai avuto una grande considerazione dei vertici (del corpo, ndr.), ma una cosa del genere non posso neppure immaginarla: per me è impossibile che abbiano agito senza un ordine diretto! Bisognerebbe essere davvero c… per farlo!”.

Per lui, e per tutti gli agenti che hanno parlato, vi è un’unica certezza, cui si aggrappano quasi disperatamente: tutti obbediscono agli ordini che qualcuno ha dato, e questo vale – deve valere – sia per i capi che per l’ultimo arrivato. La catena di comando e la sua intrinseca correttezza non possono essere messe in discussione, pena la frantumazione dei fondamenti e dell’etica su cui si basa il corpo di polizia. Qualsiasi corpo di polizia.

Del resto è cosa nota che vi sono state riunioni preparatorie tra il Municipio di Lugano e la polizia, ed è per loro evidente che in queste riunioni “per principio e prassi – è sempre il nostro ex graduato che parla – tutte le opzioni vengono messe sul tavolo e tutti gli scenari valutati”. Tutti? “Tutti, anche i più improbabili”. E qui si tace.

“I politici non potevano non sapere”

Insomma, secondo i numerosi agenti interpellati l’ordine di demolire l’ex macello può essere stato dato e/o avallato solo dai diretti superiori dei loro capi: i politici. Fermi alla versione data dal Municipio il giorno dopo la demolizione (un’operazione pianificata benissimo e portata a termine con rigore e competenza, dichiarò il sindaco prima che iniziasse il valzer delle versioni), la maggioranza dei nostri interlocutori è convinta che le cose siano andate così: l’ordine di demolire l’ex macello è stato preso in pieno accordo con l’autorità politica, perché appunto “i politici non potevano non sapere”.

Questione anche di credibilità. “Se si scoprisse che siamo noi i primi a violare le regole, con che faccia vado a sanzionare le persone che commettono un’infrazione?”, si è infatti chiesto un agente. Bella domanda; questa pure attende una risposta.

Impossibile naturalmente, dato il silenzio stampa generale (Municipio, capo del Dipartimento cantonale delle istituzioni e vertici della polizia), sapere quando le riunioni preparatorie per l’ex macello si siano tenute, cosa è stato detto e chi vi abbia partecipato. Alcuni impiegati dell’Amministrazione comunale ci hanno comunque spiegato che la prassi prevede che vi partecipino il o i municipali interessati, i capiufficio e i tecnici necessari (eventualmente altre persone esterne) e in casi particolari – e questo nessuno ha il dubbio che lo fosse – il sindaco. Dunque sicuramente Michele Bertini prima e Karen Valenzano Rossi poi assieme ai vertici della polizia comunale e di quella cantonale (e/o alle persone da loro delegate in comando), molto probabilmente il sindaco. Altri non si sa. Anche su questo si attendono delucidazioni.


Amianto: la prognosi è infausta

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Ebbene sì, aveva ragione mia nonna quando diceva che le bugie, oltre a far venire il naso lungo, hanno le gambe corte. Dopo giorni di versioni contraddittorie (qualcuno, purtroppo non io, ha scritto che se le si mettesse una in fila all’altra verrebbe fuori il più bel monologo comico mai scritto) e di notizie date, poi smentite e poi di nuovo confermate, ieri l’ultima chicca: al macello hanno trovato l’amianto.

Diciamolo: hanno scoperto l’acqua calda. Non bisogna in effetti essere dei periti edili per sapere che una volta l’amianto era uno dei materiali più usati nelle costruzioni, innocuo finché resta legato ad altre sostanze, pericolosissimo appena si disperdono nell’aria le sue fibre, magari appunto tramite la polvere sollevata da lavori di demolizione; basta abitare, come il sottoscritto, in una casa d’epoca: tocchi un muro (basta anche togliere una tappezzeria per ripitturare) e come un funghetto spunta un impiegato dell’ufficio tecnico comunale di Lugano – sì, proprio di questa città – che ti chiede se hai svolto i controlli per l’amianto. Incroci le dita e speri, perché è vero che non c’è dappertutto, ma sei sicuro al 100% che da qualche parte alla fine lo trovi.

Evidentemente in Municipio ascoltano la polizia ma non i propri impiegati e non lo sapevano. Né evidentemente sapevano che l’amianto fosse così pericoloso per la salute, tant’è che è una delle poche sostanze al mondo a non avere valori limiti o soglie di tolleranza: basta inalare una fibra una, e possono spalancarsi le porte dell’Inferno.

Eppure sarebbe bastato andare sul sito della SUVA (basta anche wikipedia, se si vuole farla facile) affinché il Municipio disponesse tutte le informazioni necessarie su questa sostanza: presenza potenziale in tutti gli edifici costruiti prima del 1990; necessità di accertamento preventivo; pericolosità estrema delle sue fibre, che come detto già a bassissime concentrazioni, se inalate, possono provocare o il carcinoma polmonare o il mesotelioma (tumore maligno della pleura o del peritoneo). Con il primo devi avere una bella botta di culo, ma magari te la cavi, con il secondo lasciate ogni speranza o voi che entrate: la prognosi è infausta. Punto.

Così, malgrado ieri il sindaco Marco Borradori abbia dichiarato alla RSI che il Municipio sta ancora cercando di capire chi ha deciso cosa (sic!), oggi abbiamo la certezza che la maggioranza dell’esecutivo da lui diretto con la sua (in)cosciente decisione di demolire l’ex macello ha messo in pericolo la salute di tutti i presenti della notte del 29 maggio, di tutti coloro che abitavano nei dintorni e, dato che le macerie sono rimaste all’aria senza nessuna protezione fino al 2 giugno, data in cui l’area è stata finalmente messa in sicurezza, pure di chiunque si sia trovato in quei tre giorni a passare di lì. E forse oltre, che come ben si sa il vento prende e porta dove vuole lui. Anche molto lontano.

Fossi in loro, in chiunque si scopra poi abbia preso la decisione di demolire il vecchio edificio, non solo mi scuserei, che è il minimo sindacale dovuto, ma correrei ad accendere un cero in chiesa. Ogni giorno per i prossimi 40, 45 anni, il tempo che il mesotelioma può metterci a manifestarsi.


Lettera aperta al signor sindaco

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Egregio signor sindaco,

come contribuente della città di Lugano e come cittadino di questo comune, mi permetto di porle alcune domande in merito agli avvenimenti di sabato notte in viale Cassarate e in via Simen.

  • Non è stata presentata regolare domanda per la demolizione della parte non protetta dell’ex macello, tant’è che Lei ha dichiarato che si procederà con una sanatoria. Però sa, se io devo anche solo toccare mezzo muro di casa mia, devo inoltrare una domanda in anticipo, perché altrimenti i servizi comunali non sono contenti e magari mi danno anche una multa. Trova questo agire di principio corretto?
  • Visto che proverbialmente l’esempio vien dall’alto e che, senza voler qui ricordare la multa non data all’ex sindaco per un abuso edilizio in pieno centro storico, non è la prima volta che qualcuno di molto in alto procede in questo modo, vuol dire che da oggi tutti noi comuni cittadini possiamo fare in questo modo, prima facciamo e poi il Municipio chiude un occhio e sana qualsiasi cosa si sia fatta?
  • Abitando in una casa d’epoca, so per esperienza vissuta che prima di ogni intervento bisogna controllare la presenza di amianto nell’immobile. Questi controlli sono stati effettuati? Quando? Che risultati hanno dato?
  • Nel caso invece non siano stati fatti, Lei si è quindi assunto il rischio di immettere nell’aria aria polveri potenzialmente contaminate da particelle altamente cancerogene, mettendo dunque in pericolo la salute di tutta la popolazione?
  • Per lo meno gli operai addetti alle ruspe e i poliziotti erano stati debitamente informati del rischio che correvano per la loro salute? Hanno assunto delle seppur minime protezioni per ridurlo?
  • E i presenti accorsi sul posto?
  • In che modo le macerie sono state smaltite o si ha intenzione di smaltirle?
  • È a conoscenza del fatto che proprio dietro l’ex macello c’è una scuola. I bambini questa mattina saranno regolarmente presenti oppure sono stati tenuti a casa per precauzione?
  • Ha dichiarato che la demolizione è stata decisa a maggioranza dal Municipio su suggerimento della polizia. Tuttavia la municipale socialista ha dichiarato di non saperne nulla. È possibile sapere chi c’era alla riunione? E di quale maggioranza stiamo parlando?
  • Una riunione di tale gravità davvero l’avete fatta al telefono?
  • E chi ha tenuto il verbale?
  • Inoltre da quando nel nostro stato di diritto la polizia “suggerisce” al Municipio cosa fare in una questione di edilizia pubblica? E il Municipio per di più obbedisce? Perché una volta sgomberato e lo stabile vuoto, e dunque messo in sicurezza, non c’era più alcuna ragione di ordine pubblico che rendesse questo intervento immediatamente necessario, ne converrà anche Lei.
  • Mi permetta, ma ieri sera si sono verificati i primi scontri tra molinari e, pare, esponenti di estrema destra. Inoltre a suo tempo il Governo cantonale vi aveva reso attenti sul rischio di una deriva violenta e su quello di creare una situazione in cui per anni si potrebbe giocare al gatto e al topo, tra occupazioni, sgomberi e chissà che altro. Davvero la situazione era così drammatica da agire con tale fermezza e celerità? Perché sa, forse sarà per il fatto che, come Lei del resto, siamo cresciuti durante i cosiddetti anni di piombo, ma non mi sembrava che quando uscivo per Lugano dovevo mettere l’elmetto e fare attenzione agli angoli delle strade o a chi incontravo.
  • Che misure avete preso per contrastare le frange violente degli autogestiti e dei loro rivali di destra?
  • Per quanto tempo avete intenzione di mantenerle?
  • Se quanto letto corrisponde al vero, all’interno dell’ex macello vi erano suppellettili appartenenti a privati (mobili, libri e quant’altro). Perché non si è dato il tempo ai legittimi proprietari di recuperare le loro cose?
  • Non sono un giurista, ma non crede che così facendo si è esposto se non a una denuncia da parte dei proprietari delle cose distrutte, per lo meno a una richiesta di risarcimento per danni?
  • Nel caso, ne risponderà Lei come sindaco, il Municipio in corpore oppure la città, ossia noi cittadini-contribuenti?
  • Visto che stiamo parlando di soldi e vista la non florida situazione delle finanze comunali, sarebbe così gentile da informarci quanto ci è costata tutta questa operazione?
  • A suo dire l’intervento allo stabile della Fondazione Vanoni è stato richiesto dai proprietari. Pur tuttavia che gli autogestiti avessero intenzione di occupare (simbolicamente e dunque temporaneamente, a loro dire) quello stabile ne parlava tutta la piazza durante la manifestazione di sabato. La polizia l’unica a non saperlo?
  • Gira voce che in questi anni la città di Lugano abbia ricevuto dal Cantone una sorta di compensazione per degli interventi all’ex Macello (si parla di 50.000 franchi). È vero? Nel caso potrebbe illustrarci come sono stati adoperati (se sono stati adoperati)?
  • Dal 2002 gli autogestiti considerano l’ex macello la loro casa; il Municipio ha affermato ancora ieri di essere aperto al dialogo: mi scusi, ma Lei davvero dialogherebbe con chi le ha appena demolito quella che a torto o a ragione considera la propria casa?
  • Egregio signor sindaco, non voglio tediarla oltre, ma mi faccia per favore capire un’ultima cosa. Se non ho interpretato male le sue ultime dichiarazioni, Lei e il Municipio tra le condizioni per la ripresa del dialogo con i Molinari avete posto il rispetto della legalità; tuttavia, oltre a quelli emersi in quest’ultimo intervento, fin dall’avvio della procedura di sfratto agli autogestiti dell’ex macello dubbi sulla legalità dell’agire suo e del Municipio ne sono stati sollevati non pochi, anche da autorevoli giuristi sicuramente non legati all’autogestione: signor sindaco, mi scusi, ma giusto per essere una volta tanto chiari, di quale legalità sta parlando?

Certo di una sua celere ed esauriente risposta,
Rocco Bianchi


Un anglicismo inutile

Era invece il comunicato dell’abbandono dell’inchiesta penale sui fatti che portarono all’abbattimento di un’ala dell’ex Macello 

Verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Ieri abbiamo appreso che per favorire il mantenimento nel mercato del lavoro degli over 50, che in italiano sarebbero le persone con più di 50 anni ma un anglicismo ci sta sempre bene, la Segreteria di Stato per l’economia (SECO) ha approvato la proposta del Dipartimento delle finanze e dell’economia (DFE) per la creazione di un “job mentor” (un mentore del lavoro, tradotto alla lettera), ossia colui che, vocabolario alla mano, dovrebbe essere per un cinquantenne una specie di consigliere, una guida saggia e paterna come lo era nell’Odissea il vecchio Mentore per Telemaco, figlio di Ulisse, durante le assenze del padre.

Dovessimo prendere la denominazione alla lettera, significherebbe che dovremmo assumere degli ottantenni per prendersi cura dei cinquantenni; più realisticamente, avremo dei trentenni che proveranno a insegnare a dei cinquantenni come trovare un mestiere che loro, i trentenni beninteso, non hanno mai praticato e di cui ovviamente conoscono poco o nulla (vero che recentemente abbiamo letto un capitano di industria discettare sul modo di fare informazione, per cui non dobbiamo stupirci più di nulla). Oppure a reinventarsi in una nuova professione, magari smart, perché l’inglese fa sempre figo e quindi non può mancare mai.

Più realisticamente, se va bene, insegneranno ad alcuni a fare dei curriculum decenti, curriculum che verranno immediatamente cestinati dagli uffici del personale appena vedranno la data di nascita, e ai più alcuni trucchetti per riuscire a fare una migliore impressione durante i colloqui di lavoro, che tuttavia mai avverranno per il motivo esposto prima.

Credo sia ora di affrontare la realtà: i cinquantenni, per lo meno la maggior parte di loro, vengono licenziati perché costano troppo, e sostituiti con manodopera che costa meno. Punto. Non certo per questione di formazione o di qualità, che anzi spesso è piuttosto alta, visto l’esperienza cumulata. È questione, per il datore di lavoro, di comprimere le spese e ridurre la massa salariale (magari avrà anche i suoi buoni motivi, ma questo è); il resto, per dirla alla romanesca, sono fregnacce.

Forse, se davvero il DFE volesse provare a reinserire nel mondo di lavoro i cinquantenni (pardon, gli over 50), più che creare un dispendioso “job mentor” – perché uno stipendio a questi poverini, malgrado la loro più che probabile inutilità, bisogna pur darglielo – farebbe meglio a imporre per lo meno  alle risorse umane degli enti pubblici e parapubblici di analizzare con attenzione i curriculum indipendentemente dall’età, e di iniziare a chiamare ai colloqui chi davvero ha credenziali, esperienza e qualità per occupare il posto messo a concorso. Costa meno, e probabilmente rende di più.

Si chiama equità, ossia dare a tutti le stesse possibilità (com’è che si traduce in inglese?).


Lode al giornalista ignoto

Era invece il comunicato dell’abbandono dell’inchiesta penale sui fatti che portarono all’abbattimento di un’ala dell’ex Macello 

Fedez da un paio di giorni è l’eroe della libertà di pensiero e di opinione, un eroe contrapposto spesso e volentieri ai “giornalisti di regime” (ossia tutti, indistintamente), quelli sul libro paga dei cosiddetti “poteri forti”, qualunque cosa questa frase voglia dire. Vogliamo, almeno per un giorno e al netto della mia storia personale, fare un plauso a tutti quei colleghi che ogni giorno cercano di fare onestamente il loro mestiere, e che di telefonate (o mail, o colloqui o altro di simile) come quella che Fedez ha fatto con i vertici RAI nel corso della loro carriera ne hanno subite decine, se non di più?

La differenza? Loro non guadagnano vagonate di milioni come il nostro eroe, ma normali stipendi, per cui la testa magari non la chinano, ma di sicuro cercano di trovare un compromesso che non li faccia vergognare troppo la mattina quando si guardano allo specchio. E magari anche conservare quello straccio di impiego che si ritrovano, quello stipendio che gli permette di sbarcare il lunario dignitosamente e, soprattutto, quel lavoro che una volta che ti entra nella pelle non ti abbandona più.

Il mio pensiero, e la mia ammirazione, è per loro. Oggi e per sempre.