Piazza Grande, i tubolari e il Luna Park

Chiediamoci piuttosto cosa è diventato il ‘salotto’ di Locarno nel resto dell’anno 

Ogni estate ha ovunque i suoi inevitabili “tormentoni”. Fra questi non mancano quasi mai le polemiche cosiddette culturali. In Ticino ne è appena nata una riconducibile (fatto per altro non insolito) al Festival del film. Oggetto del contendere stavolta non è però la proiezione di qualche film “scandaloso” (come spesso è accaduto nel microcosmo del nostro passato), bensì la sostituzione dell’impalcatura che regge il grande telone dello schermo in Piazza Grande. Si tratta di una complicata struttura tecnica tubolare che certamente avrà, per i molti amanti del genere, una valenza estetica rilevante (in effetti è certamente più bella da vedere rispetto all’impalcatura costruita per consentire i lavori sul tetto di casa mia), ma che a conti fatti non mi pare possa assurgere addirittura ad icona storica irrinunciabile del Festival locarnese. Eppure è in questi termini che si sono espressi coloro che hanno denunciato pubblicamente e in maniera accorata la scelleratezza della sua sostituzione con qualcosa di più pratico (e certamente meno costoso) nelle complicate operazioni di montaggio e smontaggio dell’insieme.

Ho grande rispetto per la malinconia che si prova nel vedere cambiare ciò che in un modo o nell’altro ha fatto parte a lungo, in maniera consolidata, della nostra quotidianità, della nostra esperienza sentimentale. E ancor più ho grande rispetto per la continuità dei messaggi concreti di personalità che hanno avuto una forza creativa forte e lungimirante, come nella fattispecie è stata quella dell’architetto Livio Vacchini, che appunto ha ideato la trasformazione della Piazza Grande (guarda caso non senza aver subito il fiele delle polemiche) in una singolare e affascinante sala cinematografica. Una “trovata”, la sua, davvero eccezionale, una scelta coraggiosa il cui riconosciuto  successo non dipende certo da orpelli secondari, da dettagli come il sostegno dello schermo o il contenitore delle macchine di proiezione: è l’essenza del suo progetto globale che conta e fa stato. E non mi risulta che – come opportunamente ha ricordato il vice presidente del Festival Luigi Pedrazzini – ci sia qualcuno che la voglia mettere in discussione o snaturare.

È in quest’ottica che gli oppositori del piccolo, marginale ma utile mutamento proposto (in primis gli architetti Bardelli e Vacchini junior, con ora pure il “cappello” di Mario Botta, nonché dell’evocatore della mitica “lotta di classe” Pino Sergi) a mio parere dovrebbero farsene una ragione, destinando piuttosto le loro energie e la loro passionalità persino iperbolica a un problema assai più rilevante relativo sempre allo “slargo” che chiamiamo Piazza Grande. Mi riferisco all’uso spregiudicato che ormai se ne fa quotidianamente durante il corso lungo dell’intero anno. Alla faccia della veneranda memoria di un altro bravo architetto locarnese, Luigi Snozzi (che aveva proposto un progetto ad hoc), cosa è diventato negli ultimi decenni il “salotto di Locarno”? Il sedime disgraziato di un perenne Luna Park senza arte né parte! Uno spazio pregiato e pur civile utilizzato senza una logica, senza una visibile pianificazione che sappia rispettare almeno le regole del buon gusto. Lo scempio vero sta qui, non altrove.

Certamente si tratta di una questione eminentemente politica, ma dunque intrinsecamente culturale. Ignorarla, non discuterla, dimenticarsene vuol dire far propria la triste battuta di Nanni Moretti: “continuiamo così, facciamoci del male”.

Nell’immagine: la proposta di Luigi Snozzi elaborata per il concorso del 1989-1990 per la sistemazione degli spazi di Piazza Grande


Ridateci i “conti zii” e i “padri molto reverendi”!

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“Veda vostra paternità: son cose… da definirsi fra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo… si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest’urti, queste picche, principiano talvolta da una bagatella, e vanno avanti, vanno avanti… A voler trovarne il bandolo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent’altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire”.

Saranno in molti (spero) a ricordare questa splendida pagina dei “Promessi Sposi” in cui Manzoni narra il colloquio fra il “conte zio” e il padre provinciale dei frati Cappuccini relativo agli screzi fra il nipote scapestrato Rodrigo e padre Cristoforo. In quelle poche righe è racchiusa tutta una “filosofia”, vi è dipinto un modo di trattare gli “affari” (le questioni private esattamente come quelle pubbliche) durato secoli, su su sino a tutto il Novecento.

“Son cose che facciamo tra di noi – dice ancora il protagonista dell’incontro – e tra di noi hanno a rimanere”. 

Venticinque anni fa, facendo riferimento a questa stessa citazione manzoniana, mi chiedevo, in un editoriale apparso sul “Corriere del Ticino”, quanti personaggi capaci di dialogare fra loro in questo modo (e con effetti non sempre disprezzabili sul piano della concretezza) abbia conosciuto il Ticino nel corso della sua storia. Certamente a sufficienza – rispondevo – per garantire a lungo al Paese stabilità e tranquillità, per rassicurare la gente che tutto andava in fondo nel migliore dei modi possibili, che il rispetto di certi essenziali principi era in ogni caso garantito. Garantito da loro ovviamente, dalla loro presunta saggezza, dalla loro conclamata autorevolezza, dalla loro capacità di sopire e di troncare quel che andava sopito e troncato. Con inoltre, aggiungo, la capacità di saper stare ben composti a tavola, aspettando con apparente dignitosa indifferenza ognuno il proprio turno. 

Allora non piangevo l’inevitabile scomparsa di quei “conti zii”, anzi me ne rallegravo, nel segno di una migliore attenzione per la trasparenza, di una maggiore vivacità creativa del dibattito democratico, di un assopimento del consociativismo esagerato e fine a sé stesso, di un rafforzamento del ruolo riflessivo dei media… Avvertivo, insomma, la speranza che si potesse respirare un’aria più sana. Pie illusioni, perché di fatto non si è stati capaci di riempire quel vuoto venutosi a creare nel sistema. Oggi, mi vien da dire addirittura che siamo messi peggio. Molto peggio. D’altra parte basta dare un’occhiata in giro: l’apparato della Giustizia (trasformato in un “Kindergarten”) offre di sé un’immagine degna solo del pubblico ludibrio; il Governo non esce dai sentieri della semplice gestione degli affari correnti, e anche quel poco riesce a farlo male; il Parlamento non ha nemmeno più vergogna a mostrare tutto l’analfabetismo politico che lo caratterizza… 

Viviamo di fatto in una sorta di Far West senza sceriffi, dove tutti sparano contro tutti, e tutti si mettono in mostra spavaldi invece di avere il pudore di nascondersi. Perché? Le cause sono infinite quanto le concause, quindi si finisce per dire che “il perché non si sa”: un’affermazione inquietante che – secondo l’insegnamento di un altro grande scrittore lombardo, Carlo Emilio Gadda, ammiratore del Manzoni – “è la chiave di volta dei più complessi sistemi giustificanti il mondo: ed è perciò adoperatissima dai metafisici della morale, quando si tratti di stabilire il perché della fisica del genere umano”. 

Intanto però, nell’attesa di veder sciogliere altrimenti quei garbugli (e di veder ricrescere l’erba nella prateria), così stando le cose, ci vengano ridati provvisoriamente almeno i “conti zii” e i “padri molto reverendi”. Non è una provocazione: è solo un’invocazione a fil di voce, magari ingenua, ma non priva del sapore del buon senso.


La Peppa Tencia 
della “Lugano da bere”

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Le acque del Ticino trasportano ancora i resti del rogo sul quale si intendevano consumare le spoglie politiche dello sfigato automobilista Norman Gobbi, e una nuova ansia riprende pur quietamente a spirare nel cielo della nostra Repubblica.

Il prossimo 9 giugno i cittadini saranno infatti chiamati ad esprimersi in votazione su ben tre argomenti d’interesse cantonale: la riforma fiscale, il risanamento della cassa pensioni dello Stato e, “dulcis in fundo” (immancabile ciliegina sulla torta), l’acquisto dello stabile spettacolare sito in viale Franscini a Lugano disegnato da Mario Botta negli anni Ottanta quale prestigiosa sede dell’allora Banca del Gottardo. E come spesso avviene in simili frangenti, è l’argomento politicamente meno rilevante sul tappeto a dare avvio ai pubblici dibattiti, cioè nella fattispecie il destino di quel palazzo. 

Ne è prova la subitanea (e più o meno contemporanea) nascita degli immancabili comitati pro e contro, accompagnata dal botto provocato da un colpo di mortaio iniziale lanciato dall’autorevole penna gaddiana (ricordiamoci che il grande scrittore lombardo fu ufficiale d’artiglieria) di un ex Consigliere di Stato, quello della” scuola che verrà”, nonché dal contropianto della mirabile pulzella di un’antica socialdemocrazia, condecorato dai lamenti dei liberisti duri e puri. 

A chi scrive piange sinceramente il cuore pensando che l’edificio monumentale più bello costruito a Lugano negli ultimi 70 anni rimanga in mani private anziché in quelle dell’intera comunità, tanto più che la sua destinazione sarebbe quella di diventare la sede nobile e signorile di quel potere fondamentale dello Stato che è la Giustizia con la maiuscola, che merita senz’altro di trovare finalmente una casa dignitosa, un alloggio all’altezza del suo ruolo giudicante. E quale soluzione logistica migliore si può trovare a tal fine se non il monumento più eclatante dello splendore della “Lugano da bere” di quegli anni ruggenti e effervescenti? 

Se l’interrogativo può sembrare paradossale, nella realtà delle cose diventa inquietante se appena si ricorda (ma chi lo vuole ricordare?) la sorte toccata ai precedenti proprietari dell’immobile, la Gottardo e la Banca della Svizzera Italiana, finite al cimitero in modo ignominioso per la vergognosamente impunita avidità di pochi e senza nemmeno il conforto di un compianto condiviso, semmai solo di un falso stupore scandalizzato dettato dal senno di poi.

C’è da capire che chi è rimasto con la bella e affascinante Peppa Tencia in mano se ne voglia ora generosamente liberare cedendola allo Stato a buon prezzo (si fa per dire), ma insomma a che pro invocare l’assoluta necessità dell’acquisto? La riposta sta nello sfascio dell’attuale affollatissima sede del Tribunale (e della Procura), che obbliga di fatto a cercare alternative che non esisterebbero. Perché la nostra pianificazione politica (quindi anche logistica), di cui ogni tanto si parla, in realtà è solo una chimera che nessuno ha mai visto né conosciuto. Piani B – è stato detto senza pudore – non ce ne sono: o questo o il nulla, insomma. 

La tristissima costatazione di un disastro non solo annunciato da decenni, ma persino sotto gli occhi di tutti e infinite volte denunciato. Perché negli ultimi vent’anni nessuno ha picchiato un chiodo là dove pur si doveva, nessuno ha mosso un dito, nessuno ha immaginato alternative? Un patatrac ovviamente senza responsabili: i guai restano, i politici passano, come mutano gli equilibri partitici. Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, e scordiamoci il passato…

Intanto il cittadino votante dovrà pur decidere nella contingenza. Ma come può maturare un’idea serena al riguardo se Governo e Parlamento dicono che siamo alla bancarotta, proponendo preventivi spaventosi, minacciando tagli a destra e a manca, auspicando tuttavia nel contempo sgravi fiscali per i ricchi perdendo decine di milioni d’entrate senza certezza di contropartita alcuna, e poi in aggiunta si inventano la compera di immobili lussuosi? Misteri della schizofrenia di chi, ben al di là del cappio Morisoli alla gola, non ha comunque arte né parte.

Non so dire come andrà a finire la storia dell’immobile Botta, anche se lo immagino. Da ragazzo ho frequentato per tre anni la maggior parte delle lezioni dell’allora unico liceo pubblico cantonale nelle baracche piazzate alla foce del Cassarate, senza che per questo la mia dignità ne abbia sofferto. Nell’eventualità di un no se ne facciano una ragione anche gli odierni Magistrati, che pur conoscono non solo le goliardate dei liceali, ma persino i giochi che si praticano al “Kindergarten”. 

Nell’immagine: la Peppa Tencia di Emanuele Luzzati


Quel pericolo della rabbia, dal privato al pubblico

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Tutti noi conosciamo, purtroppo, persone che, prima di uscire di casa il mattino, devono decidere contro chi o cosa avercela quel giorno. È questa la molla che li motiva, che li fa muovere, che li stimola ad affrontare l’altrimenti ripetitiva quotidianità. Una volta si definivano persone “cattive”, sempre arrabbiate, ed erano in fondo rare. Oggi ho l’impressione che si siano moltiplicate in modo allarmante, e forse sbagliando si tende ancora a ritenerle più che altro solo ipercritiche o semplicemente sempre scontente. Sono quei tipi che già durante la prima “pausa caffè” offrono il meglio di sé arringando i colleghi, segnalando il malfunzionamento di questo o di quello, imprecando contro Caio e Sempronio, cogliendo poi ogni occasione per ampliare il particolare al generale, concludendo che se “gh’è pü da religion”, ci sarà pur qualcuno che saprà mettere a posto le cose, che sappia trovare i giusti rimedi allo sfacelo. E “ul bel vedee – per questi – l’è poc distant”. A che prezzo comunque non si sa.

Il guaio oggi è che questo atteggiamento negativo privato si riflette  sempre di più nella sfera delicata e pubblica della politica, entro la quale cominciano a dominare coloro che agiscono in primis contro qualcosa o qualcuno, tanto da far apparire una minoranza patetica quelli che invece ancora si sforzano di lavorare per qualcosa o qualcuno. D’altra parte è più semplice raccogliere, consolidare e ampliare i malcontenti che riuscire a inventare e studiare soluzioni efficaci o almeno praticabili a medio termine senza che si provochino eccessivi dolori collaterali. I primi vincono e impongono il loro vuoto e distruttivo potere immediato, i secondi perdono e basta, senza la forza di creare consenso  nel formulare alternative efficaci sul piano di una concretezza quanto mai necessaria. Questo tanto più quando a mancare per davvero è la pagnotta da mettere in tavola.

Il fatto è che ormai la pagnotta in tavola non la sa mettere più nessuno nel quadro desolante di un sistema socioeconomico fattosi aberrante come è quello schizofrenico che stiamo conoscendo: la si promette, la si garantisce a parole, la si dice d’imminente arrivo: bisogna solo aspettare la raccolta dello “sgocciolamento” della farina dal tavolo degli Epuloni, ma intanto chi può mangiare lo fa beatamente e chi non ci riesce si arrangi. D’altronde se sei povero è colpa tua visto che la libertà gioiosa del mercato permette a tutti, se si impegnano, di entrare nell’Empireo dei beati che appunto mangiano.

Quanti errori sono stati commessi dalla caduta del muro di Berlino! La bella e inopinata (adesso vien da dire solo illusoria) vittoria della democrazia liberale è stata rovinata e deviata nella sua strada, che pareva  positivamente consolidata nei suoi equilibri, dalla sistematica applicazione delle ricette perverse dell’ultraliberismo economico e filosofico (cioè dall’esaltazione dell’individualismo, in più edonistico), che non hanno certo favorito la distribuzione e la diffusione intelligente della ricchezza, bensì la sua semplice concentrazione. I contrasti sociali che ne sono derivati e che sono destinati a crescere, le tante speranze venute meno, sono sotto gli occhi di tutti: una vera manna (come la storia insegna che è sempre avvenuto in analoghi frangenti) per i populismi, i nazionalismi, i regimi violenti e totalitari costruiti sulle nostalgie, e per tutto ciò che insomma trae la sua origine da un rancore generalizzato, tanto più inquietante e forte quanto più globalizzato e monopolio delle masse dei perdenti.

Non per nulla le voci che maggiormente si sentono sono quelle bellicose delle destre, tipiche di chi rappresenta solo il risentimento e di chi non ama il popolo pensante e parlante ma solo silente e plaudente. Questo mentre a sinistra (come ad esempio è accaduto nella vicina Italia) vi sono ancora tante “anime belle” che si ostinano a discutere piuttosto che dei diritti materiali non soddisfatti (il pane da mettere in bocca e il lavoro che consente di farlo), soprattutto di quelli solo postmateriali come la possibilità di avere due mamme o due papà, di avere figli arcobaleno fatti nascere nei modi più strani. Sembra di ascoltare l’orchestrina suonare imperturbabile mentre il Titanic affonda.

La democrazia ateniese (che non era per nulla la nostra) è durata solo poco più di ottant’anni.  Quanto resisterà ancora quella dell’Occidente così come la ammiriamo e la conosciamo? Anche nel nostro Paese – diciamo la verità – non tutti la amano come una volta. Ogni anno che passa non diventa forse anch’essa più fragile se appena si osserva che continuano ad aumentare coloro che non vanno a votare o coloro che pensano, ad esempio, che i partiti non dovrebbero contare ma solo le singole persone, o ancora che i parlamenti siano inutili luoghi di perditempo brizzolati?

Essere pessimisti – lo so perfettamente – non serve a nulla, ma almeno cominciamo a pensarci e a preoccuparci un po’ di simili nodi, in modo previdente. E se non ora, quando? Quando anche l’immaginaria figura di Guglielmo Tell, nella sua inventata positività, non sarà nemmeno più nella memoria dei vecchietti?

Nell’immagine: sta cominciando a svanire


I ricchi, i poveri e le briciole

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Prima di Natale mi sono dato la pena di seguire in diretta da casa il dibattito svoltosi in Gran Consiglio sulla riforma fiscale. Nessuno degli intervenuti ha citato dottamente gli economisti e filosofi Friedrich Von Hayek e Milton Friedman, e nessuno ha ricordato i loro entusiasti ed illustri allievi politici Reagan e Thatcher, né qualcuno ha ricordato (per restare in ambito domestico) l’impegno analogo dell’indimenticabile loro nipotina Marina Masoni, che pure nella fattispecie si sarebbe potuta opportunamente almeno richiamare in termini esemplari. In ogni caso l’aria culturale che (inconsapevolmente per i più) si respirava quel giorno nell’aula parlamentare era proprio quella del più scontato e classico pensiero liberista. Non per nulla l’argomentare si è concentrato soprattutto attorno alla necessità di attenuare il peso fiscale che grava sulle gracili spalle dei contribuenti più ricchi, nella certezza che ciò facendo questi, come orsacchiotti attratti dal miele, si metterebbero tutti a correre gioiosi a prendere dimora nel nostro amato Cantone (o perlomeno quelli che ci sono non scapperebbero da qui). E d’altra parte, visto che in questa direzione si muovono anche le altre Repubbliche della Confederazione, perché non farlo anche noi?

Il ragionamento per essere condivisibile presuppone naturalmente che in effetti dalla tavola degli Epuloni cadano sempre tante briciole da consentire ai poveri di tirare avanti, se non addirittura di migliorare le proprie condizioni esistenziali. Insomma: facciamo contenti coloro che posseggono e gestiscono il capitale, lasciamoli liberi di fare e disfare tutto quel che vogliono, favoriamo l’assoluta libertà del mercato, l’allegra, inarrestabile e globale crescita dei consumi, e così alla fine ci guadagniamo tutti, nel segno di uno sgocciolamento sicuro e duraturo del benessere dall’alto verso il basso (l’ideologia del “trickle down”, che certo definirla in inglese fa più chic). Ora è chiaro che il gioco, condotto in modo sconsiderato, si è rivelato fallace: una pia illusione che nel suo continuo evolversi disordinato alla fine ha inceppato il sistema, tanto è vero che – come ormai tutti sono obbligati ad ammettere – i ricchi oggi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, anche nei Paesi occidentali. Una realtà tristissima che non può non allarmare e angosciare chi teme le fratture sociali e i conflitti che ne derivano inevitabilmente. Una corsa al patatrac che fa malissimo in primis alla democrazia, e inquieta costatare che la maggioranza del nostro Parlamento ragiona ancora come se questa spada di Damocle non esistesse pure sulle nostre teste.

Questa proposta di riforma fiscale, gioiosamente approvata in Gran Consiglio dal nuovo asse partitico Lega-PLRT-UDC, oltre che per la sua pochezza minimalista, diventa poi del tutto politicamente assurda se appena si pensa che accanto ad essa, in modo concomitante, il Governo ha presentato un preventivo indecoroso per l’anno che è appena iniziato, tanto sconclusionato che persino il Parlamento non ha ancora avuto il coraggio di discuterlo. Sentendoselo raccontare cosa può pensare il cittadino del ceto medio scricchiolante se non che l’azione in atto (che si trascina nel vortice anche i comuni nolenti) è quella di regalare ai ricchi rubando ai poveri? L’assunto non è semplicistico, banale o fuorviante se si pensa agli sgravi sui patrimoni elevati guardandoli in modo parallelo al taglio dei sussidi per le casse malati, al non riconoscimento del carovita (che in realtà galoppa), al taglio dei salari del 2% (sfrontatamente chiamato “contributo di solidarietà”), e chi più ne ha più ne metta, il tutto per un insieme disordinato di oltre cento milioni offerti al sorriso di un beato (anche se imbarazzato) Morisoli.

All’indomani del rinnovo della Legislatura è apparso subito certo che c’era poco da attendersi da un Governo composto da quattro membri su cinque rappresentanti di tre partiti in profonda crisi identitaria e esistenziale. Da lì a vedersi consegnare un documento di tal genere però ne passa: molto meglio allora il silenzio inoperoso del nulla, a meno che il pasticcio odierno sia solo una provocazione scherzosa e costruttiva. Se così fosse, adesso però andrebbe spiegata.


Politica: alla difficile ricerca delle persone colte

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Non ho mai amato il termine “intellettuale” quando è riferito a persone attive nell’ambito della politica. In modo ricorrente, direi fastidiosamente ciclico, se ne discute il ruolo, se ne esalta (o se ne disprezza) l’influenza e l’utilità, se ne descrive l’organicità o meno per rapporto al sistema dei singoli partiti, e soprattutto se ne piange l’assenza, la scomparsa dal palcoscenico dei pubblici dibattiti (una preoccupazione che colpisce in modo particolare l’area della sinistra, visto che quella della destra sostanzialmente – badando ad altro – se ne frega di queste cose). Il fatto è che in ogni caso si presuppone sempre che questi “maestri” siano per forza i disegnatori e i garanti degli indirizzi ideologici della società, dunque che siano indispensabili.

A ben vedere non ci credo e anzi ne diffido. A me basta infatti, molto più semplicemente e praticamente, che nell’arena della politica ci sia almeno la presenza attiva di persone che si possono mettere sotto l’etichetta di “colte”, termine più chiaro, che si presta a minori equivoci e che presuppone una propensione a scelte equilibrate e assennate, evitando le derive degli estremismi che hanno prodotto solo patatrac. Essere colti (senza con ciò doversi definire per forza intellettuali) significa possedere un bagaglio di conoscenze generali o specifiche, poca importa, che fanno venir voglia – per via naturale – di studiare sempre, di approfondire i problemi che ci vengono posti, attitudine che è la premessa per trovarne le possibili soluzioni. Non solo: è pure la chiave che ci fa accedere a quell’autonomia di pensiero e a quella creatività propositiva che oggi è sempre più rara. E’ di queste persone che temo la mancanza sempre più accentuata nelle stanze della politica. 

Guardiamoci attorno, ascoltiamo le voci che provengono dai banchi dei parlamenti e dei governi: spesso c’è da restare allibiti per la pochezza dei suoni che ci giungono, per le stramberie che vi si coltivano, per le sciocchezze che vi si narrano. Basta un nulla per attivare il fenomeno penoso della ripetitività di uno slogan: qualcuno, ad esempio, ha avuto l’idea di definire una riformetta tributaria penosa ed iniqua come un “passo verso la modernità” ed ecco che tutti i suoi sostenitori si affrettano a dire in coro che la sua applicazione renderebbe il Paese più moderno, senza minimamente prendere in considerazione il fatto di pensarci un attimo, e senza provare un briciolo di vergogna per la stupidaggine dell’assunto.

Il guaio è che se così si comportano i politici, in modo identico si comportano i cittadini votanti, che di fatto rinunciano, prima di esprimersi su un referendum o un’iniziativa, ad approfondire e soppesare i pro e i contro dei quesiti cui devono rispondere, facendosi bastare per la formazione di un’opinione quattro balle raccolte all’osteria, per di più consone al proprio immediato tornaconto personale. È solo così che si spiega l’esito, ad esempio e con buona pace dei valori della democrazia, della votazione in Ticino sul cosiddetto “Decreto Morisoli”, ed è così che andrà a finire verosimilmente l’iniziativa contro la SSR.

Non voglio essere frainteso: nei decenni in cui ho frequentato in un modo o nell’altro le stanze della politica, ho incontrato per fortuna molte persone colte, con le quali, prima di iniziare una riunione di lavoro o subito dopo, si poteva scambiare opinioni sulle reciproche letture in corso, su possibili e auspicabili progetti, su idee innovative interessanti; e se il capo difettava in questo, vi sopperivano gli alti funzionari coinvolti, garanti de facto della serietà dell’azione decisa. 

Mi piace credere che le cose stiano ancora così, ma certo i segnali che giungono dai Palazzi possono suscitare più di un lieve allarmismo in merito (e se è vero che l’esempio vien dall’alto, basti pensare ai contenuti di un recente discorso, pur comiziale, del nostro ministro degli esteri) . Tanto più che per naturale propensione le persone colte non gridano, dunque la loro voce già di per sé minoritaria e flebile viene facilmente coperta da chi preferisce urlare visto che la sua forza in fondo è solo quella.

Nell’immagine: va bene, sono in corridoio e fatti di marmo, ma non si può dire che in Gran Consiglio manchino gli statisti di valore


A proposito di politica culturale

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Non ho titoli né competenze per giudicare nel merito la specifica vicenda del pubblico concorso per la nomina del direttore artistico dell’Orchestra della Svizzera Italiana (OSI). La polemica che ha subito accompagnato l’annuncio dell’esito di quell’impresa, senz’altro pasticciata e assai poco decorosa (di cui l’altro giorno ha scritto bene in questa sede Massimo Danzi), offre tuttavia lo spunto per alcune riflessioni che vanno oltre l’episodio in sé.

Per rimanere nell’ambito della cultura musicale, va ricordato che proprio ora si sta cominciando a riflettere concretamente sulla creazione di quella che è stata chiamata “la città della musica”, complice la dismissione da parte della SSR-RSI del suo bel palazzo di Besso disegnato dall’architetto Rino Tami. In quella consona struttura si intenderebbe ospitare appunto l’OSI e il Conservatorio della Svizzera Italiana; anche la Confederazione sarebbe della partita con la Fonoteca nazionale, e vi sarebbe posto anche per altre analoghe realtà importanti attive nel medesimo campo. Va da sé che non potrà trattarsi di un semplice condominio, bensì di una vera “casa comune”. Bisognerà dunque trovare e costruire fra gli inquilini sinergie intelligenti e praticabili pur nel rispetto d’ogni specificità. C’è da sperare che ciò avvenga, con un sostegno politico forte (che la città di Lugano ha già mostrato), e soprattutto con personalità lungimiranti e dotate di inventiva e capacità di collaborazione creativa. Manca tuttavia all’appello un ulteriore inevitabile attore per la realizzazione del progetto: il Cantone.

Ma questa, purtroppo, non è una novità. Qualcuno spero ricorderà la bella idea, nata decenni fa, di dar vita ad un museo del territorio, riunendo sotto un medesimo tetto l’attuale Museo di storia naturale e quello (mai nato malgrado se ne fosse positivamente parlato in Gran Consiglio già all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso) della nostra ricchezza archeologica (che molti Paesi giustamente ci invidiano). A questo poi si poteva anche aggiungere un museo dell’architettura (perché non esiste solo il territorio naturalistico, ma pure quello costruito), dando vita ad un insieme organico innovativo di notevole interesse. Si è mai visto qualcosa in tal senso? Nemmeno il benemerito Museo di storia naturale ha avuto sinora una nuova sede solitaria ma almeno dignitosa: è stato solo stabilito che troverà nuova sistemazione a Locarno nel complesso di Santa Caterina. Benissimo, ma quando?

Il fatto è che negli ultimi decenni a Bellinzona, solo il Consigliere di Stato Giuseppe Buffi ha avuto una sensibilità autentica per la politica culturale, sottolineando che l’ambito vasto e articolato delle attività culturali nel Cantone doveva essere inteso come un unico sistema, il “sistema Ticino”, nel quale inserire in maniera interattiva tutti gli “attori culturali” del Cantone in una rete di base solida. Una struttura fatta di realtà diverse ma intrecciate e animate da identiche finalità operative. La sua inopinata scomparsa nel 2000 ha interrotto di fatto la costruzione di questo progetto dinamico, lasciando spazio solo ad una semplice gestione degli affari correnti, cosa che con il passar del tempo ha avuto effetti sempre più negativi, anche sulla conservazione del patrimonio esistente. Basti dire, a titolo d’esempio, che non mi risulta (e spero d’essere smentito) che qualcuno attivo nel Palazzo delle Orsoline abbia mosso un dito per cercare di salvare il  secondo fondo librario del Cantone dopo la Biblioteca cantonale, cioè quello della Biblioteca dei Frati di Lugano voluta da Giovanni Pozzi e costruita da Mario Botta, che ha rischiato recentemente di finire (assieme al centro culturale che la gestisce con passione e intelligenza) nella discarica di un vorace imprenditore immobiliare.

Tempi duri, tempi difficili, insomma, per le attività culturali del Cantone, tanto più che incombe ormai sulla testa di tutti la terribile mannaia del cosiddetto “decreto Morisoli” (approvato da un popolo che spero nella fattispecie sia stato solo turlupinato) e che nella sua essenza è quanto di più antipolitico (dunque antidemocratico) si potesse immaginare. Sia quel che sia, oggi c’è alla guida del Dipartimento competente una nuova Consigliera di Stato entrata in carica lo scorso mese di aprile. Non so cosa pensi di queste cose, ma certo qualcosa fra poco dovrà pur dire.

Nell’immagine: La Biblioteca Salita dei Frati di Lugano


Quei matrimoni che non si riescono a fare

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Nel gioco della politica non sono previsti i matrimoni per amore, ma solo per interesse, cioè per semplice convenienza. Esattamente come nulla può essere dato per scontato e nulla è per sempre. È un dato di fatto evidente se appena si pensa a ciò che ci insegna la storia ormai lunga della nostra tradizione culturale, ma anche la cronaca spicciola legata alla limitata “memoria d’uomo” riconducibile alla comunità nella quale viviamo.

Nell’orto del Ticino è un continuo parlare di alleanze partitiche, l’altro ieri come ieri e come oggi. D’altra parte in fondo è persino bello farlo: un segno positivo di vitalità e creatività, di “apertura mentale”, forse anche di consapevolezza che ogni tanto unirsi in qualche modo (almeno fra ”cugini”) possa far bene non solo ai pochi direttamente interessati bensì a tutti. È in quest’ottica positiva, ad esempio, che ho interpretato le recenti dichiarazioni del vice sindaco di Lugano Badaracco che ha auspicato (a livello locale) una stretta collaborazione  per le prossime elezioni comunali fra la forza liberale e quella del Centro. Ma si sa che fra il dire e il fare c’è poi sempre di mezzo il mare. 

Nella più nobile delle ipotesi, le unioni si fanno per realizzare qualche progetto di interesse pubblico che entrambe le parti giudicano vantaggioso, aumentando così la speranza di dargli corpo concreto (con l’aggiunta del godimento di veder soffrire gli antagonisti). E queste di solito funzionano. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, si fanno per semplici e affrettate ragioni di calcoli elettorali: quando cioè si sente puzza di bruciato riguardo al mantenimento delle posizioni acquisite nella ripartizione dei rispettivi seggi (che è sempre un’operazione complicata). Queste, salvo miracoli, non funzionano. Ne è testimonianza diretta quel che è capitato quattro anni fa tra liberali e PPD per il rinnovo delle Camere federali: un bel patatrac che ha scontentato entrambi i contraenti del patto (il PPD, ad esempio, che almeno aveva salvato la seconda poltrona al Nazionale, di fatto ha soltanto rinviato quella perdita, inevitabile, all’ottobre prossimo). E ne è testimonianza certa anche ciò che è appena accaduto nelle recentissime cantonali per Lega e PS.

Per adesso, “tertium non datur” a mio parere. A meno che non si voglia spacciare per verità acquisite i discorsi (velleitari) su possibili fusioni durature fra rossi e verdi (cosa che si basa su un assunto falso: che  tutti i rossi siano anche verdi e parimenti che tutti i verdi siano anche rossi). E mi viene in mente, per restare in ambito socialista, pure la riconciliazione fra PST e PSA, che non fu una fusione, semmai un semplice ritorno, non indolore, del figliol prodigo nella casa del vecchio padre (e sappiamo come è andata e tuttora sta andando).

Ne risulta che il nervosismo predomina, e le divisioni interne ai singoli schieramenti si accentuano, ostacolando la vera ricerca di denominatori comuni. Questo vale per la sinistra (per altro grande maestra nell’arte di coltivare i litigi), vale per il frustrato PLRT (che di fatto ha perso la forza d’essere il tramite quasi unico del potere economico-imprenditoriale, quindi non ha più il dominio politico cui era abituato da decenni,  ed è inoltre confrontato con un’ala radicale sempre sul chi vive), e vale anche per la Lega che, passando gli anni, ha perso per strada lo spirito dello “spacchiamo tutto” sostituendolo con un vuoto inquietante che l’ha privata di una qualsivoglia identità.

Scordandoci i “cespugli” appena nati (che non possono contare perché privi di una pur minima cultura politica di riferimento), va detto che oggi gli unici due partiti cosiddetti storici che in Ticino godono di una sostanziale coesione interna e di un loro equilibrio sono il Centro e l’UDC.  Quest’ultimo (che ovviamente non ha nulla da spartire con i buoni vecchi Agrari di un tempo) sa ben rappresentare un  forte conservatorismo cucinato in salsa piccante ultra liberista, e attende con calma l’arrivo (per altro continuo) di buona parte dei leghisti (anche se questi della filosofia liberista non sanno nulla: si adegueranno). In ogni caso, per intanto, di discussioni interne non c’è percezione, sebbene il partito sia un insieme di diaspore. Tutti marciano felici e compatti.

Quanto al Centro (cioè al PPD), il discorso è un po’ diverso. Alla situazione di calma e tranquillità odierna si è giunti percorrendo una strada lunga e per molti versi accidentata che alla fine si è rivelata però benefica, nel segno di un pensiero elementare ma saggio: meglio in pochi ma coesi e coerenti che in tanti ma litigiosi. Infatti è il partito che in Ticino negli ultimi cinque decenni ha conosciuto il numero maggiore di importanti deflussi di appartenenti a favore di altri schieramenti. Ne ha vissuti almeno tre. Il primo, fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, ha portato via (soprattutto verso il PSA) molti giovani e molti intellettuali, stufi di un conservatorismo vetero-clericale ancora dominante. Il secondo è stato conseguente alla nascita della Lega, quando con gioiosa baldanza quel genere di disordinato populismo ha attratto parecchi qualunquisti e molti militanti di Comunione e Liberazione, i quali sotto il motto di fatto liberista “meno Stato e più società”, essendo pure lontanissimi dallo spirito della cultura del cattolicesimo democratico, hanno trovato buona ospitalità sotto le elastiche tende di via Monte Boglia (facendo perdere inopinatamente al PPD un seggio nel Municipio di Lugano). Da ultimo se ne sono andati dal PPD (finalmente) i rappresentanti della cosiddetta “destra” estrema, gli ultra conservatori, e assieme a loro naturalmente i liberisti duri e puri e convinti. Tutti confluiti, come era logico che fosse, nella nuova UDC. A questo punto sono rimasti, a conti fatti, solo i veri centristi, i moderati estranei agli estremismi, coloro che (forse) si riconoscono nei valori del popolarismo di sturziana memoria.

Nell’ottica indicata, visto che sono solo due i partiti (per altro incompatibili fra loro) che godono delle condizioni per poter ragionare con serenità e lucidità su possibili alleanze serie e non effimere, occorre aspettare che gli eventuali promessi sposi crescano e maturino ancora un po’ prima di riavviare il discorso. Non so quanto ci vorrà, ma confido che le cose le sapranno aggiustare i nostri nipoti.


La scuola, le riforme e la trappola dell’’individualismo

Chiediamoci piuttosto cosa è diventato il ‘salotto’ di Locarno nel resto dell’anno 

Anche la scuola, come tutte le grandi istituzioni inventate nei secoli dalla creatività dell’uomo, è  “semper reformanda”. E ci mancherebbe altro, considerata la centralità del suo ruolo e della sua missione! Non solo: è un terreno (visto che abbiamo la fortuna di vivere in una realtà democratica e liberale) nei cui solchi tutti possono mettere la loro zappa a livello dialettico e propositivo. Ne escono inevitabilmente dibattiti avvincenti, spesso accesi e duri, spesso ricchi di intenti strumentali fuorvianti, spesso anche privi di senso compiuto così come capita nei discorsi d’osteria: ognuno dice la sua, poi chi vivrà vedrà.

In quest’ottica, il garbuglio delle idee si trasforma in groviglio dei modelli di riforme o controriforme, e l’elenco e la valutazione delle soluzioni proposte si sfilacciano in maniera persino sconcertante, allontanando i contendenti invece di avvicinarli  nella ricerca di qualche intelligente punto di incontro e condivisione. Intanto  – come ha giustamente sottolineato Adolfo Tomasini in un suo bell’ articolo pubblicato in questa sede – la scuola appare oggi sempre di più come il “cimitero dell’entusiasmo e della passione”, anche perché lo scopo di chi la frequenta, cioè i nostri ragazzi, non è ormai più quello di imparare, bensì quello di ottenere tecnicamente la promozione, per la buona pace dei pressanti e ansiosi genitori. Di fronte a questa realtà disquisire attorno alle varianti dell’inclusività (parità delle opportunità o equità dei risultati?) appare cosa dottamente interessante, ma certo non scioglie determinati nodi concreti cui siamo confrontati.

E al riguardo penso innanzitutto (con riferimento particolare agli ultimi tristi dodici anni di conduzione bertoliana del Dipartimento preposto) all’affermarsi verticistico nell’apparato della burocrazia di una pedagogia – come ci ha insegnato lo storico Adriano Prosperi – “che ha distaccato una presunta scienza del saper insegnare dalla conoscenza di ciò che si insegna”. E si sa che invece – come ricordava un altro grande studioso, Delio Cantimori – “il pane del sapere può essere spezzato e distribuito solo da chi sa impastarlo”.

Poi penso ai rapporti sempre più tesi fra due cosiddette “componenti della scuola”: genitori e insegnanti. Chi ha abbastanza anni sulle spalle per conoscere un po’ la storia tribolata di tale dialogo nel nostro Paese, non può che guardare con apprensione alla sua evoluzione e allo stato attuale delle cose. Il fatto è che sono mutate molto nel frattempo le attese, le sensibilità, le velleità. Una volta (sino almeno a quarant’anni fa) le famiglie affidavano i loro figli alla scuola senza metterci il becco più di tanto, perché c’era una sostanziale condivisione dei valori e della bontà e dell’utilità delle conoscenze che venivano trasmessi nelle aule. 

C’era insomma, in termini non diversi, una forte fiducia corale nell’istituzione e in chi la rappresentava in trincea, nel segno pure della consapevolezza della necessità d’avere un senso d’appartenenza a una comunità. Il progressivo ma tenace dilagare negli ultimi decenni del pensiero liberista (che è una vera filosofia generale di vita, non riconducibile – come purtroppo si tende a credere – alle sole sfere della politica e dell’economia) e che è costruita sulla predominanza dell’individualismo, ci ha portati al patatrac: ognuno per sé e ognuno contro tutti. Un ripiegamento (negli anni Ottanta si chiamava “riflusso”) sul privatissimo orticello delle proprie illusioni di superiorità (scambiata per libertà). Va da sé che la scuola e chi vi opera, così come è stata creata e man mano costruita, non poteva che diventare un nemico, non un alleato: un ostacolo al necessario primato del singolo.

Ricette non ne ho per risolvere la situazione, se non quella di riuscire a cambiare semplicemente la testa dell’ormai maggioranza delle persone; impresa che, pensando alla scuola, non riuscì, ai suoi tempi, nemmeno a quella eccezionale ed esemplare personalità che fu don Milani.