Siamo già all’interno di una “terza guerra mondiale a pezzi”?

Siamo ormai in presenza di una guerra combattuta (Russia-Ucraina), di una guerra antiumanitaria (Gaza), e di un altro conflitto appena inaugurato (Israele-Iran) 

Lo scenario globale attuale, con l’acuirsi o il protrarsi delle crisi regionali (Israele-Iran, Gaza, Russia-Ucraina), induce a una riflessione: il mondo attuale, che si sta pesantemente riarmando, riuscirà a trovare accordi e a smussare i terribili angoli di guerra e morte che invece si stanno palesando in più di uno scenario di forte conflitto?

La seconda riflessione, che si riallaccia alla prima, concerne proprio il riarmo: in effetti esso nasce e si concretizza a seguito dell’aggravarsi delle crisi regionali. Tucidide, considerato il padre di tutti gli storici, affermò che la guerra tra Sparta ed Atene era inevitabile giacché Atene stava diventando troppo più ricca e potente di Sparta.

Possiamo ragionevolmente pensare la stessa cosa per quel che concerne la rivalità tra Stati Uniti e Cina (la Cina si sta avvicinando “troppo”, in termini di potere economico-tecnologico-militare, alla potenza statunitense)? Oppure il sistema globale dei commerci e degli interessi incrociati sarà in grado di fermare o rallentare questa conflittualità?

Bisogna essere chiari: la conflittualità, da latente, è diventata palese, siamo ormai in presenza di una guerra combattuta (Russia contro Ucraina), di un assedio antiumanitario (Gaza) e di una guerra aperta appena inaugurata tra Israele e Iran. Attori regionali e politici nazionali come Netanyahu approfittano del clima di grave tensione per avvantaggiarsi sia all’interno che all’esterno del proprio Paese, trascinando nel conflitto aperto i propri alleati.

La stessa cosa vale, da alcuni anni, per la Russia che dapprima invade una nazione sovrana e poi convince con alterno successo i propri alleati o “padrini” a sostenere la propria “politica”. La narrazione del secondo mandato Trump, quella che prevedeva la cessazione immediata di tutte le guerre, si è rivelata, oltre che una bugia colossale, come una vera e propria presa in giro, giacché lo stesso Trump predilige, come altri leader politici “potenti” (Putin, Netanyahu), situazioni conflittuali all’interno del proprio Paese e non impedisce l’acuirsi di conflitti armati inter-nazionali.

Per decenni la cosiddetta guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica fu combattuta per procura in tutti gli angoli del globo (Corea, Vietnam, Angola, Afghanistan eccetera) e in più di un’occasione (come per la crisi dei missili a Cuba) si arrivò a un niente dal conflitto aperto reciproco. La garanzia di un equilibrio del terrore (atomico), che tenne con il fiato sospeso il mondo, resse, in qualche modo. Siamo sicuri che, cambiando le carte in tavola (Putin al posto di Kruscev, Trump al posto di Kennedy, Xi al posto di Mao), e con il pericoloso “contributo” di leader guerreschi del tipo di Netanyahu, si riuscirà ad evitare una posizione troppo squilibrata dal punto di vista tattico-militare, ovvero quella che potrebbe portare a una terza guerra mondiale combattuta non più per procura ma direttamente tra le grandi potenze coinvolte?


La profezia di Huntington

Siamo ormai in presenza di una guerra combattuta (Russia-Ucraina), di una guerra antiumanitaria (Gaza), e di un altro conflitto appena inaugurato (Israele-Iran) 

Tra due saggi importanti per l’Occidente, ma non solo, “La fine della storia” di Francis Fukuyama e “Lo scontro delle civiltà” di Samuel Huntington, passano solo quattro anni: il primo libro vede la luce nel 1992, il secondo nel 1996.

Fukuyama e Huntington sono entrambi americani, sono influenti politologi e brillanti saggisti, entrambi vengono ascoltati dalle cerchie del potere USA, magari il primo più nell’ambito democratico e il secondo più fra i repubblicani. Ma sono dettagli. Le due visioni del mondo e dell’avvenire collidono e, nonostante le perplessità di una parte della sinistra, stavolta a livello globale, il libro che in qualche modo “resta” e può essere di insegnamento è quello di Huntington, ma con una considerazione finale sorprendente che coinvolge proprio l’Occidente.

Ma di che cosa parlano i due libri? Quello di Fukuyama è una sorta di trionfo del liberalismo occidentale e della società di mercato. La storia finisce, afferma Fukuyama, dal momento che il liberalismo in politica e in economia si afferma come forza egemone e più utile alla crescita (economica e democratica) dell’umanità. Oggi, a trent’anni di distanza, non solo la forza trainante del mercato come automatico generatore di democrazia viene messa in dubbio, ma persino il concetto di democrazia, oltre a quello di crescita, sembra perdere di velocità.

Il secondo libro, quello di Huntington sulle civiltà che vanno a scontrarsi, appare invece profetico: dal 1996 le sfide tra società ritenute arcaiche o quanto meno “non libere” e quelle occidentali indicate come democratiche e a difesa dei diritti civili, umani e di genere sono state innumerevoli e, a sorpresa (ma davvero è una sorpresa?), oggi sono proprio le società “non libere” ad avere il vento in poppa o, quantomeno, a remare in una direzione opposta a quella libertaria/democratica propugnata dalle democrazie occidentali.

Il dato veramente importante della profezia di Samuel Huntington è però un altro: le stesse società per lo più occidentali o fortemente collegate ai valori e interessi occidentali (il Giappone, per fare un solo esempio, fa parte di esse) si sono allontanate o si stanno allontanando (si veda l’esempio dell’attuale amministrazione USA) da un cammino e da un’influenza “democratica” e di valori democratici nel mondo. Lo scontro delle civiltà, insomma, si è acuito ben oltre la vecchia divisione tra società arcaiche e società moderne per assumere, oggi, l’aspetto di uno scontro tra valori e soprattutto interessi egoistici ascritti a intere comunità nazionali da poteri sempre più egemoni (all’esterno come all’interno) di Paesi ancora (ma per quanto ancora?) teoricamente democratici e difensori di alcuni capisaldi umanistici.

Un rapido sguardo sui maggiori “scontri di civiltà” ci riporta sul suolo delle gravi crisi mondiali odierne tra stragi e contorcimenti propagandistici: la “civiltà” dispotica e reazionaria di Putin e accoliti invade un Paese ma oggi rivendica il ruolo di “difensore della pace”; la democratica nazione di Israele, vendicandosi di un gruppo di terroristi pronti a tutto e soprattutto ad alzare a oltranza l’asticella dello scontro, massacra ed elimina territorialmente un’intera popolazione; potenze egemoni sia autocratiche che democratiche (Cina e USA) vanno all’incasso non solo di alleanze ed alleati ma ormai anche di territori ed avamposti geopolitici ed economici.

Le cosiddette civiltà più avanzate, nel disegno di Huntington, sono sempre più propense a creare e cavalcare scontri e crisi? O si sta semplicemente retrocedendo a un mondo ben noto alla storia delle compagini umane, quello delle cannoniere e delle punte delle lance a partire da cui partivano i disegni di dominio e sopraffazione? Lo scontro delle civiltà o, più precisamente, tra poteri egemoni che contano su forti compagini nazionali, ha ormai messo in ombra il grande sforzo susseguente alla Seconda guerra mondiale a favore dei diritti, delle garanzie e di una giusta pace?

Nell’immagine: Samuel Huntington a Davos nel 2024


Trumpiana 1 – Venni, vidi, mentii

Siamo ormai in presenza di una guerra combattuta (Russia-Ucraina), di una guerra antiumanitaria (Gaza), e di un altro conflitto appena inaugurato (Israele-Iran) 

L’affermazione di personaggi come Donald Trump sulla scena mondiale e all’interno di una democrazia, quella americana, ritenuta dai più matura e basata su una costituzione pressoché inattaccabile, ha sconvolto alcune certezze e, soprattutto, ribaltato molte previsioni.

Per quel che riguarda le certezze, a un certo punto, prima della seconda affermazione di “The Donald”. sembrava che le menti ragionevoli si affidassero più che altro alla “astuta mente della storia mondiale” di hegeliana memoria, un concetto che anela, nonostante tutto, al progresso inevitabile della storia umana, per predire una sconfitta trumpiana sulla base della speranza, invece di basarsi sull’effettivo mood socio-politico e mediatico americano.

Il mood socio-politico e mediatico trumpiano (“digerito” e non osteggiato da una chiara maggioranza di americani) si basa, invece, in buona sostanza su quattro elementi portanti: il potere mediatico, la menzogna organizzata, la simbologia dell’esclusione e l’idea dell’impero.

Il potere mediatico: la comunicazione shock and awe, i social

Il potere mediatico di Trump è evidente, e non si basa solo su quei media che lo seguono e lo sostengono come “X” di Elon Musk o “Fox tv”. La strategia comunicazionale di Trump si basa su ben altro, e cioè su ciò che è stato definito da numerosi sociologi come “la società dello scandalo”, ovvero quella attuale occidentale. Nella società dello scandalo un personaggio che abbia abbastanza potere da riuscire ad ottenere una costante attenzione da parte dei media gioca sempre all’attacco, usando l’aborrita ma presentissima strategia shock and awe (colpisci e terrorizza), tipicamente trumpiana, ad esempio fornendo ai media amici ma anche a quelli neutrali e critici, un continuo flusso di sparate ma anche di autentiche cazzate che in ogni caso fanno notizia (è una notizia se un uomo morde un cane, non è una notizia se un cane morde un uomo). Ecco, in buona sostanza, e sostenuto pure dall’ampia galassia dei social media, mezzi potentissimi in grado di ampliare ulteriormente lo scandalo, Trump è l’uomo che morde il cane, ogni giorno.

La menzogna organizzata mediaticamente

“Insegnamento per tutti i tempi” scrisse temerariamente ma valorosamente lo storico Tucidide a proposito dell’opera della sua vita, “La guerra del Peloponneso”. Tucidide, ex generale ateniese e primo storico occidentale a basarsi sui fatti e sul discorso per esplorare le vie che conducono alla verità, è naturalmente l’opposto di Donald Trump, che ha sviluppato con grande efficacia le vie che conducono alla menzogna. Una menzogna talmente palese da essere chiamata, durante il suo primo mandato presidenziale, “verità alternativa”. Come ebbe modo di ben argomentare Karl Marx, la quantità a un certo punto si trasforma in qualità, e l’enorme fiume di bugie, invenzioni pure e semplici e autentiche barzellette con cui ci ha sommerso Trump in questi anni si è trasformato come d’incanto in verità per un sempre maggior numero di persone (nell’immaginario trumpiano la frase “l’elezione contro Biden l’ho vinta io e mi è stata rubata” vale tanto quanto “curate il Covid con la candeggina”). Navigando in un mare di menzogne e ammiccamenti al limite dell’idiozia un personaggio come Trump accoglie senza battere ciglio l’adagio dello scrittore Pynchon “il mare è pieno di pesci e anguille, una rossa mi ha fatto fare la figura dell’imbecille” – incredibilmente, ciò finisce per renderlo persino “simpatico” ai compatrioti e a molti altri sparsi nel mondo.

La simbologia dell’esclusione: le catene

La simbologia trumpiana che ha conquistato e sta conquistando strati sempre maggiori della popolazione “arrabbiata” punta sull’esclusione e sull’emarginazione “senza se e senza ma” di minoranze, migranti e di tutto ciò che è woke. Un esempio del fatto che Trump parla sì spesso a vanvera, ma che comunque “mantiene” alcune delle sue più orribili promesse elettorali è quello recente dei migranti rimpatriati, in catene, da aerei militari USA, con tanto di foto fornite ai media da parte delle autorità. Il messaggio è chiaro: ci sono due compagini sociali negli USA: i benestanti (spesso bianchi) e i reietti, gli americani (di passaporto) e gli stranieri (specie quelli illegali), quindi coloro che godono di diritti e hanno dei doveri e coloro che devono andarsene o deperire. Il corpo e le immagini dei reietti sono dati in pasto all’opinione pubblica a mo’ di greve rivalsa per supposti torti subiti.

L’idea dell’impero senza regole

Nei primissimi giorni del suo secondo mandato come presidente USA, Donald Trump ci ha pure elargito alcuni esempi di politica imperiale da non sottovalutare. Le pretese di occupazione del Canale di Panama e della Groenlandia si contrappongono, nella retorica trumpiana, alle pretese degli altri due “imperi”, la claudicante Russia e la prudente Cina. E se gli avversari “imperiali” degli USA sono coinvolti in una guerra brutta e sporca o in rivendicazioni territoriali a due passi da casa, i nuovi USA trumpiani, almeno per voce del loro neopresidente, si apprestano a perseguire politiche aggressive su territori che non gli appartengono né storicamente né in nessun altro modo. Il presunto isolazionismo degli USA di Trump fa quindi a pugni con una “fame” di conquista territoriale dichiarata ai quattro venti foriera, come i pesanti dazi economici che Trump vuole imporre un po’ a tutti, di un disequilibrio e una destabilizzazione globale senza uguali nella storia.

Nell’immagine: illustrazione generata con l’AI (Stable Diffusion)


La riscoperta di Grytzko Mascioni

Siamo ormai in presenza di una guerra combattuta (Russia-Ucraina), di una guerra antiumanitaria (Gaza), e di un altro conflitto appena inaugurato (Israele-Iran) 

Di Grytzko Mascioni, intellettuale, poeta, narratore, mediatore culturale e quant’altro, si parla di nuovo e con cognizione di causa. Nel ventennio della scomparsa, infatti, dopo alcuni volumi che parlano delle sue opere apparsi di recente in Svizzera, ma anche in Croazia, ecco che la casa editrice zurighese Edition Mevina Puorger propone una cinquantina di poesie scelte di Mascioni nella traduzione tedesca di Christoph Ferber. Il libro, “Diaspora des Herzens – Diaspora del cuore”, prevede anche il testo a fronte in italiano, per la gioia del pubblico italofono.

Il poschiavino, a lungo dirigente della RSI e presidente del PEN club della Svizzera italiana e retoromancia, visse anche un’intensa stagione cultural-diplomatica in Croazia negli anni della guerra civile jugoslava essendosi affermato in precedenza sia come poeta, che come saggista e narratore. Amante ed esperto del Mediterraneo e dell’arte e della filosofia dell’antica Grecia, Mascioni seppe riproporre con efficacia e originalità un modello di democrazia desunto dalle esperienze dell’Atene socratica.

Scelte con cura sempre da Christoph Ferber, le cinquanta e più poesie di “Diaspora des Herzens – Diaspora del cuore” coprono un arco temporale quasi cinquantennale e testimoniano della modernità di questo autore che seppe adeguare il rito e il ritmo poetico alla nuova espressione, anche grafica, del poetare contemporaneo. Numerose dediche a personaggi più che riconoscibili, l’inserimento di parentesi e discorsi interni, un ritmo/rima a tratti sincopato e che altre volte si distende in descrizioni che consentono di spaziare sulla natura e sulle sorti umane caratterizzano lo stile mascioniano.

Il libro assume quindi una doppia valenza: quella di proporre uno dei più importanti autori italofoni svizzeri anche nella lingua maggioritaria in Svizzera, il tedesco, e quella di ricordare a noi italofoni il valore e la profondità di un autore che, forse, nella Svizzera italiana è stato dimenticato troppo in fretta, per non parlare di un ritegno di stampo pressoché ideologico attuato da una certa parte dell’intellettualità nei confronti di un personaggio a cui si può rimproverare solo (ma una cosa simile è davvero degna di rimprovero?) di aver saputo operare con successo sulla scena culturale europea.

Nell’immagine: Grytzko Mascioni con Salvatore Quasimodo nel 1964 (da grytzkomascioni.it)


E allora dal PS io me ne vado

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Il PS, Partito socialista, dopo il suo comitato cantonale di settimana scorsa, ha annunciato, diversamente dalla scorsa tornata elettorale (le elezioni cantonali), di voler congiungere le sue liste per le prossime elezioni federali anche (accanto ad altri) con il Partito comunista.

Fino all’apparizione di un articolo critico su “la Regione” da parte di Roberto Antonini, silenzio assoluto sul tema, quasi che le consegne siano state appunto quelle del “tacere” su una decisione in contrasto col recente passato e con ogni logica politica.

Infatti, considerando la vicenda punto per punto:

  1. Gli aderenti alla sinistra (iscritti e simpatizzanti del PS) si chiederanno (a meno che non ci sia un’imposizione di silenziare anche il pensiero): ma che cosa è cambiato dalle elezioni precedenti nei rapporti tra PS e PC? Forse che il PC nostrano abbia nel frattempo condannato l’invasione russa dell’Ucraina? (No, non l’ha fatto); forse che questa invasione abbia avuto termine? (No, la guerra di aggressione continua); forse che il partito socialista svizzero abbia cambiato idea sulla guerra/invasione da parte russa? (No, continua a condannarle).
  2. Ho provato a coinvolgere la mia sezione del PS (Lugano) e poi le massime istanze cantonali del PS sulla problematica, ma in risposta ho avuto considerazioni vaghe (non ci occupiamo della cosa) e il silenzio, l’assoluto silenzio.
  3. Forse (forse!) la vicenda può essere chiarita considerando le dichiarazioni alla stampa rese dopo il comitato cantonale dal copresidente del PS, Sirica: egli ha affermato che, dopo la sconfitta alle cantonali, bisogna ritornare a unirsi, ricompattare la sinistra eccetera eccetera. 
  4.  Ma la sinistra non si “unisce” con chiunque, no, no, no, se per l’MPS la porta rimane ben chiusa (per beghe locali), essa si spalanca per il PC, le cui posizioni sulla guerra/invasione dell’Ucraina fanno a pugni con ogni parvenza di diritto internazionale, approccio democratico ed afflato etico.
  5. Se per Hegel la categoria della quantità svolge il suo ruolo come antitesi della qualità, che rappresenta la tesi, e il risultato finale sintetico rappresenta la misura, la quantità minima dell’apporto di voti da parte del PC alla lista congiunta può giustificare il grave scadimento qualitativo politico della “mossa” del PS? No, no e ancora no, non potrebbe giustificarlo in alcun modo, e non lo giustificherebbe nemmeno se il PC nostrano fosse una fortissima forza politica, giacché resta un partito guerrafondaio proteso verso la balbuzie retorica. Così come stanno le cose, con l’eventuale apporto micro dei voti comunisti, non ci si può esimere dal sorridere di fronte a questa scelta “politica”.
  6. Il che porta direttamente al punto 6 di questa vicenda, nel quale colui che si sente schifato da questo modo di agire si dimette dal partito (il PS) in questione. Si tratta dell’autore di questo pezzo, naturalmente.

Nell’immagine: Sergio Roic


La corazza del granchio

Siamo ormai in presenza di una guerra combattuta (Russia-Ucraina), di una guerra antiumanitaria (Gaza), e di un altro conflitto appena inaugurato (Israele-Iran) 

Bruce Chatwin, lo scrittore e viaggiatore inglese, nel suo libro “In Patagonia” ci mise al corrente del curioso modo con cui gli antichi abitanti della Terra del fuoco descrivevano il concetto di depressione: la depressione, per loro, era il sentimento che provava un granchio sprovvisto di corazza.

Oggi e qui, nelle nutrite cittadelle di un’umanità dedita a proteggersi offendendo, si potrebbe paragonare il comportamento dei tifosi calcistici ma anche dei calciatori stessi con quello del granchio che ad ogni costo deve inventarsi una corazza in grado di proteggerlo dagli altri e che possa pure trasformarsi in arma di offesa e strumento di differenziazione.

E allora eccoci ai mondiali di Qatar con un bel vedere: il serbo-juventino Vlahovic, granchio virile, si tocca le parti intime in faccia a quelli della sua specie, ma pur sempre differenti, “altri”, alieni. Lo segue a ruota capitan Xhaka (Svizzera-Kosovo-Arsenal) che ripete il gesto e in più mostra il nome (lui dice di no, ma amen) di un guerrigliero kosovaro ucciso dai serbi negli anni ’90 ed oggi eroe in patria.

“In patria”: ok, in Kosovo. Ma qual è, allora, la patria di Xhaka che gioca per i colori svizzeri di cui è capitano? 

Qui la faccenda rischia di farsi ingarbugliata: Xhaka gioca senz’altro per i colori svizzeri ma difende pure (ricorda) la vicenda kosovara (liberazione nazionale) alle origini della sua famiglia (questa seconda appartenenza possiamo definirla la corazza di un certo tipo di granchi?).

Il filosofo tedesco Leibniz affermò parecchio tempo fa che il nostro “è il miglior di tutti i mondi possibili”, ma non è vero, non è affatto così.

Che cosa ne pensate della mia corazza di granchio che in una fredda alba del 2010 fu ricostituita per un attimo sull’aviopista di Tirana (mi stavo recando dall’Albania, sede di un convegno della Radiotv locale, a Belgrado per il salone del libro)?  Allora, sono le 6 del mattino, i voli in partenza sono due: il poliziotto che controlla il mio passaporto svizzero mi chiede “Per Monaco di Baviera, vero?”. Rispondo: “No, vado a Belgrado”. Il poliziotto mi guarda deluso, poi legge meglio nome e cognome sul passaporto rossocrociato e fa: “Ah, capisco”. 

La pista è ancora avvolta nella notte. I passeggeri sono una decina, sono il primo della fila. L’assistente di volo serba urla “Parla la nostra lingua?”. Dico di sì, lei si scusa dicendo che gli albanesi non comunicano la lista dei passeggeri. Sull’aereo mi sonda: legge i caratteri cirillici? Sì, li leggo e lei, tutta contenta, mi dà in mano il giornale di Belgrado ПOЛИTИKA. L’aereo sorvola dapprima l’Albania, poi la Macedonia, infine la Serbia. Ho una zia a Belgrado e mia madre era serba. La voglia di corazza si manifesta tutto d’un tratto, mi dico: Sergio, stai tornando alla terra di Tanja, del nonno Vuk, dello zio Mika. 

Giro la pagina di ПOЛИTИKA, ecco, questa è la quattordicesima. Dobrica Ćosić, eminente scrittore serbo e già capo dello Stato (serbo), scrive dell’assoluta purezza degli intenti storico-politici serbi, della grande incomprensione per i legittimi obiettivi della Serbia da parte dell’Europa, delle innumerevoli ingiustizie patite dai serbi durante l’arco della loro storia.

Alzo il naso dal giornale e mando i nazionalismi, tutti quanti, al diavolo. È meglio, molto meglio, essere un granchio solitario che portare una corazza di quel tipo.


Sarajevo, mon amour

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La guerra che distrusse la Jugoslavia per me comincia su un’isola greca: sono in vacanza e gli osti, avendo visto il mio nome sul passaporto, mi indicano ridendo certi boschi oscuri che compaiono alla tv: le didascalie non mentono, la guerra in Jugoslavia è in corso.

Ci furono molti altri episodi associati a quella guerra: feci da “ponte telefonico” tra persone che diversamente non riuscivano a parlarsi, magari mariti e mogli, padri e figli ritrovatisi su fronti opposti; ospitai una fuggiasca, un medico, scappata da un “campo di raccolta” di Mostar e approdata miracolosamente a Lugano (alle 3 di notte mi telefonò dicendo che avrebbero dovuto avvertirmi che sarebbe giunta “una donna di Sarajevo”: si trovava allo stadio; le chiesi se era allo stadio Grbavica del Željezničar o allo stadio Koševo dell’altra squadra di calcio della città, mi rispose che era a Cornaredo e chiese se poteva venire a casa mia); andai nelle scuole ticinesi a “spiegare” quella guerra inspiegabile: gli allievi delle varie etnie continuavano a frequentarsi, i genitori non più; i miei ex compagni di università di Zagabria mi telefonavano dicendo che non avevo diritto di parlare di quella guerra perché non l’avevo vissuta sul posto.

Ma il colpo più basso e terribile della guerra fratricida fu l’assedio di Sarajevo. Furono scritti libri su Sarajevo (“Le Marlboro di Sarajevo” di Miljenko Jergović è uno dei migliori), vi si recarono scrittori (l’amico Predrag Matvejević), il filosofo francese Alain Finkielkraut chiese alle autorità croate “cosa è stato fatto per Sarajevo?”, mentre i serbi da Pale, cittadina sovrastante Sarajevo, cecchinavano la popolazione inerme. Il poeta russo Limonov (da leggere senz’altro il libro omonimo di Emmanuel Carrère) partecipò alla sparatoria in nome di non meglio definiti “valori” dell’ortodossia politico-religiosa. La grande e importante biblioteca cittadina fu semidistrutta.

Nel nostro immaginario di jugoslavi Sarajevo era stata tenuta in piedi durante la seconda guerra mondiale dai partigiani (il film “Valter brani Sarajevo – Valter difende Sarajevo” è eloquente: durante un interrogatorio da parte dei tedeschi, nel film un cittadino di Sarajevo risponde: “chi è Valter? Valter è Sarajevo, è la città intera”). Ma perché, allora, la guerra civile? Perché i palazzi alla periferia della città, quelli enormi di architettura socialisteggiante, all’inizio avevano resistito a tutte le provocazioni cacciando via tutti i nazionalisti, per poi arrendersi al nazionalismo dopo i primi eccidi, dopo aver scoperto i propri morti? Perché? Perché? Ma perché la guerra è un destino travolgente, una macchina d’odio, un meccanismo infernale. Che cosa fareste, come reagireste se vi uccidessero il padre, un figlio, la madre? L’assedio di Sarajevo fu lunghissimo, interminabile. “Una ferita nel cuore dell’Europa” scrissero i giornali. Dopo l’eccidio del mercato intervennero gli americani. Come in ogni guerra che si rispetti, ci fu chi disse che l’eccidio era stato inscenato da parte delle vittime. È una storia infinita di bugie, grandi, grandissime bugie.

Intanto, i presidenti serbo e croato, Milošević e Tuđman, si erano incontrati non meno di 50 volte durante il conflitto, famosa è la tovaglia di Dayton (durante la conferenza di pace negli USA) su cui Tuđman tracciò la divisione della Bosnia tra Serbia e Croazia.

Nel secondo dopoguerra fu girato un film famoso sul bombardamento atomico di Hiroshima: “Hiroshima, mon amour”. Per noi che abbiamo vissuto la distruzione di Sarajevo, il lato inumano di quell’assedio è stato parimenti tragico. Chi girerà, scriverà, metterà in scena “Sarajevo, mon amour”, l’opera che ricorda quel colpo al cuore dell’Europa?

Nell’immagine: il violoncellista Vedran Smailović suona tra i ruderi della Biblioteca nazionale di Sarajevo, semidistrutta durante l’assedio


Il neo-zar e Piazza Pushkin

Siamo ormai in presenza di una guerra combattuta (Russia-Ucraina), di una guerra antiumanitaria (Gaza), e di un altro conflitto appena inaugurato (Israele-Iran) 

Scenario A: ha vinto la democrazia

Sì, è proprio così, la democrazia ha vinto. Quel ragionamento e sentimento già noto agli ateniesi di 2500 anni fa, un’idea appena nata di libertà e potere delegato al popolo, un potere che nei secoli e nei millenni, dopo tante prove e imperfezioni, dubbi, passi indietro, oltre che quelli in avanti, quel ragionamento e sentimento, dicevamo, si è imposto e incarnato proprio qui e oggi, anno 2022, tardo mese di febbraio, a Mosca, in Piazza Pushkin.

I dimostranti hanno avuto la meglio su Vladimir Putin, che credeva di poter piegare a una logica militare dittatoriale i rapporti interni ed esterni del suo paese, la Russia. Putin, da 22 anni al comando ormai, aveva creduto di poter rafforzare il suo potere al crepuscolo invadendo militarmente un paese vicino e fratello della Russia, l’Ucraina. È stato contestato, sbugiardato e in buona sostanza disarmato dalla sua stessa piazza: i giovani hanno rifiutato di servire in un esercito invasore, i più anziani gli hanno ricordato gli errori passati di molti invasori.

Piazza Pushkin, a Mosca, come molte altre piazze russe, ha dimostrato che un popolo che ha avuto un assaggio anche solo parziale della democrazia, come è accaduto al popolo russo negli ultimi trent’anni, difficilmente torna indietro. La libertà di parola e d’espressione, la possibilità di comunicare, la valenza del proprio voto in occasione delle elezioni, la possibilità concreta di esprimere la propria posizione in piazza nei momenti di crisi, insomma, tutto ciò di cui consta la forma politica imperfetta per eccellenza ma chiaramente migliore di ogni altra, la democrazia, ha trionfato proprio in Russia: Putin, su insistenza del proprio popolo, ha deciso di rinunciare alla guerra contro l’Ucraina, la sua ultima avventura politica decisa per sviare l’attenzione da una grave crisi di consenso ed economica.

Si è parlato in questi giorni di una popolazione russa, innanzitutto quella giovane, post-eroica, ma forse bisognerebbe coniare per questi coraggiosi oppositori delle logiche di guerra e sopraffazione un altro nome: si tratta infatti di “eroi senza armi”. Nonostante il forte controllo iniziale della piazza, i numerosi arresti, le incarcerazioni e i dossier aperti a danno dei contestatori, i russi hanno resistito, si sono opposti e, una volta per tutte, hanno imposto il sistema democratico nel proprio paese il cui destino d’ora in poi sarà sempre e comunque nelle mani del popolo e non di un sol uomo, anche se quest’uomo dovesse chiamarsi Vladimir Putin.

Scenario B: ha vinto la dittatura

Qualcosa, sì, qualcosa si avvertiva nell’aria già da un po’ di tempo. Ecco, quel vago senso di noia sul viso dell’interlocutore mentre gli parli di giustizia e libertà, per i popoli e per il singolo essere umano, quando gli spieghi la tua idea di umanità e quando vai oltre, quando affermi che la solidarietà e il comune senso di rispetto stanno alla base del nostro stesso successo evolutivo. Non saremmo mai sopravvissuti, se non ci fossimo aiutati vicendevolmente nelle terribili caverne preistoriche, dinanzi a invasioni di guerrieri feroci, nei momenti di carestia e di crisi. L’uomo che hai di fronte, dopo questo tuo arguto pistolotto, ti dice che sì, è bello ciò che dici, ma che la guerra e la legge del più forte sono da sempre la vera natura dell’uomo.

E poi, certo, la storia, secondo il vostro amico, dimostra sempre che a prevalere sono i popoli più organizzati, organizzati militarmente, in grado di seguire il volere dei loro determinati capi. Guarda, ti dice l’amico, guarda quell’uomo tutto d’un pezzo del presidente cinese Xi che ha tolto dalla miseria il suo popolo, gli ha fatto riconquistare l’isola di Taiwan con un blitz aeronavale e ha controllato così efficacemente la sua società imbastendo un inedito sistema a punti: i più obbedienti ricevono buone ricompense e una volta ogni dieci anni, se lo vogliono, possono persino recarsi per una settimana all’estero; ai disobbedienti sarà impedito di prendere l’autobus per recarsi alla festa del topo nel villaggio vicino. Pensa, dice l’amico, pensa a quel genio militare di Volodja Putin che ha sconfitto il corrotto Occidente in mano a gente drogata e dissoluta come quel presidentucolo ucraino Zelensky, catturato a Kiev e trovato in possesso di una rivista americana e di un cappello di paglia francese. L’entrata trionfale di Volodja a Kiev è stata l’inizio della fine di tutte quelle amenità democratiche, delle patetiche divisioni fra poteri, delle inutili votazioni popolari. Pensa, ripete l’amico, con un solo scossone, in Europa in Ucraina, in Asia a Taiwan, il vero potere egemone ha interrotto la stupida millenaria avventura di una torma di azzeccagarbugli democratici decisi a resistere a oltranza all’autocrate per eccellenza, il re persiano Serse: una volta si indispettì e fece frustare le indocili onde del mare. Oggi, a Volodja e Xi, nemmeno le onde sanno resistere.


La Sinistra, il potere e il tempo delle bugie

Siamo ormai in presenza di una guerra combattuta (Russia-Ucraina), di una guerra antiumanitaria (Gaza), e di un altro conflitto appena inaugurato (Israele-Iran) 

Ma che cos’è “la Sinistra”? È Jack Kerouac, mente libera, che compie il suo viaggio dentro l’America esclamando “era la notte di Denver, non feci altro che morire”; oppure è Trockij che, più a sud, in Messico, viene ucciso da un agente staliniano che gli una piccozza in fronte? (mi rifiuto di dire che quella è una piccozza di sinistra, mi rifiuto proprio). È Vasili Grossman che scrive delle “sue” prigioni o sono coloro che lo tengono in prigione? È Majakovskij che si suicida perché è un’anima fragile o perché sente il fallimento della Rivoluzione? (e mi limito agli scrittori…)

E che cos’è la Sinistra in Ticino? Un’alleanza elettorale tra socialdemocratici (alcuni di essi, in Rete, scrivono “rimpiangeremo gli USA”…), comunisti locali (che organizzano sit-in contro la guerra che, contro ogni evidenza, oggi sarebbe portata contro – ?! – la Russia) e Verdi ticinesi che annientano il povero (per modo di dire) tennista Djokovic quand’egli, per la causa Verde, ha probabilmente fatto di più e di meglio del partito di cui sopra? Sono tanti voti diversi, spesso molto diversi, messi in fila affinché, come ha scritto qualcuno in precedenza in questo stesso luogo mediatico, la Sinistra non sia solo e soprattutto testimonianza? Ma allora, se non è testimonianza, che cosa afferma da posizioni così diverse fra di loro la Sinistra? (alle prossime elezioni mi lascerò sorprendere da un efficace programma di sintesi)

E che cos’è il potere, oggi, e in particolare quale e quanto potere ha, oggi, la Sinistra? A livello mondiale, la Sinistra non ha nessun potere, o quasi. È vincente in paesi periferici (a volte) e là dove conta, a Oriente, è tutto fuorché una Sinistra disposta ad ascoltare non solo Majakovskij o Grossman, ma nemmeno gli uiguri o i “democratici” di Hong Kong e di Taiwan.

La Sinistra, nel mondo, se non è quella cinese (un connubio di illibertà e logiche di mercato spiccio, invece di etica e libertà di parola); ha, oggi, poco o nessun accesso al potere, ai luoghi dove si decide e non si fa solo testimonianza. Ma c’è pur sempre il sol dell’avvenire di una nuova Rivoluzione, diranno/sogneranno alcuni. Eppure, l’aveva capito perfino il brigatista Moretti, una volta in carcere (lo disse nel libro intervista che gli fece Rossana Rossanda confessando di aver capito, ora, dopo aver letto per ben due volte Tolstoj, “Guerra e pace”, che l’Italia degli anni ‘70 non era né il luogo né il tempo per fare una rivoluzione): il tempo delle rivoluzioni era passato e trapassato (almeno di quelle di sinistra), figuriamoci oggi, cinquant’anni di globalizzazione dopo.

E allora ritorniamo alla Sinistra ticinese, che nella sua netta maggioranza non è rivoluzionaria (il PS di Lugano manda le buste senza specificazione di partito ai suoi affiliati, sintomo di tenue coraggio ideologico), ma social-verde-democratica. Nulla di male, anzi, magari qualcuno, con questo tipo di valori, potrà andarsene in giro liberamente e, altrettanto liberamente, esprimersi. Ma dal punto di vista del potere? La Sinistra è riuscita, in Svizzera, a bloccare l’esportazione delle armi svizzere? No. È riuscita, nonostante un referendum popolare vinto ticinese, a imporre una volta per tutte un salario minimo dignitoso? No. È riuscita, in Ticino e in Svizzera, a invertire la tendenza al populismo, alla mancanza di solidarietà, al materialismo claustrofobico di una società mercificata che soffoca ricoperta di rifiuti di merci e in mancanza d’aria? No. Gli argomenti per cui, in Ticino, in Svizzera e nel mondo la Sinistra (quella che piace a me, quella libertaria) non è vincente sono millanta che tutta notte canta (direbbe messer Boccaccio).

Ma perché la Sinistra, l’area, la forza, la sensibilità che si batte per la fraternità, l’accoglienza, l’umanità, il senso morale non “buca” (più) lo schermo? Perché ci si affida ormai all’orribile “o… o” (o la libertà o il maggior benessere dei cinesi, ma in una galera) invece del marxiano “sia… sia”: sia la giornata lavorativa di tre ore per tutti, sia la libera espressione, di ognuno e di tutti, dei propri talenti?

Perché in un mondo in cui pari e patta sono le verità e le bugie, vince (e nettamente) chi ha il potere di dire più bugie. Perché non si può dimenticare che le verità di una Sinistra in grado di concepire l’idea e la prassi della libertà sono morte mille e più di mille volte là dietro le mura della Lubianka o nei lager “rieducativi” della Cina comunista.

Se bisogna concentrarsi su qualcosa, nell’ambito della Sinistra, bisogna attenersi fermamente al dovere morale di dire, sempre e comunque, la verità dei fatti giacché, come è noto, i fatti sono veri tanto quanto è possibile, liberamente, raccontarli.

Solo allora sarà possibile “riavere” con noi uno o più Ernst Bloch, il filosofo che più di mezzo secolo fa, nel suo “Principio speranza”, aveva definito un orizzonte della coscienza umana in grado di pensare il futuro, organizzarlo e realizzarlo proprio a partire dal libero “talento” marxiano. Per questa operazione Ernst Bloch propose il concetto di “fronte”. Dove sta, chi pensa, oggi e qui, questo fronte?

Nell’immagine: Redesign, di Davide Boriani


Lo stadio della periferia

Siamo ormai in presenza di una guerra combattuta (Russia-Ucraina), di una guerra antiumanitaria (Gaza), e di un altro conflitto appena inaugurato (Israele-Iran) 

Lo stadio, eh sì parliamo di quello stadio, proprio quello dell’FC Lugano e di tutti i suoi annessi e connessi.

Lo stadio sta alla periferia della città, a Cornaredo. Ma come se usasse una bacchetta magica ben nota al Capitalocene (l’era in cui il capitalismo impera e sfolgora) il Municipio di Lugano (e annessi e connessi) vuol far diventare quella periferia il centro della città: un nuovo stadio, due grattacieli da quindici piani, quattro palazzi ‘residenziali’, una strada a quattro corsie, un leasing di terreni di 90 anni, molti soldi e interessi a vantaggio di investitori privati.

Ok, lo stadio, quello stadio è stato posto al centro. È un progetto imprescindibile (dicono), senza quello stadio (e i grattacieli, e il leasing, e la strada, e, e, e…) lo sport a Lugano morirà.

Ok, diciamo pure che morirà (senza i 90 anni di leasing eccetera eccetera). Ma cosa ne pensa di tutto ciò la VERA periferia della città, i quartieri aggregati, i comuni viciniori, cosa ne pensano i cittadini (non solo luganesi) a cui sarà proposto un bell’aumento di moltiplicatore di ‘n’ punti per poter ammirare i grattacieli di 15 piani, i quattro palazzoni, la strada a quattro corsie e il nuovo stadio appannaggio dei Chicago Fire, società statunitense anzichenò? Che cosa diremo/diranno ai cittadini aggregati e a quelli che magari si vuol aggregare a Lugano (Nuova Chicago?) che già mugugnano della loro perifericità evidente (pochi servizi, poche migliorie, poco ascolto, favoreggiamento dei privati come nel caso della piscina di Carona e dintorni) quando si passerà alla cassa in quelle lande per la gloria dell’FC e di due torri, una vuota e l’altra abitata da poliziotti emigrati? Diranno/diremo qualcosa o rimarranno/rimarremo zitti zitti, quatti quatti, come i duemila spettatori che vanno a vedere il calcio, a Lugano, o i duemila appartamenti che già ora, prima della realizzazione del progetto capital-faraonico, sono sfitti?