Zurigo si vuole città del futuro, ma è già troppo cara per giovani e classe media

Nella città sulla Limmat la carenza di alloggi a prezzi ragionevoli è diventata un problema sociale: l’affitto di un tre locali può arrivare a 7.000 fr. al mese. Ma dov’è l’amministrazione ‘rossa’? 

Le studentesse e gli studenti di Zurigo al momento hanno forse una serie di impellenze politiche ancora più urgenti di quella abitativa, ma il problema della mancanza di alloggi a prezzi ragionevoli rimane. E con tutta probabilità è destinato a gonfiarsi di pari passo con lo spuntare di nuovi percorsi formativi, e con la pubblicazione puntuale del ranking degli atenei cittadini (dove l’ETH è sempre in pole position), che attirano frotte di studenti dall’estero (laddove l’EPFL ha deciso di mettere un freno per garantire la qualità dell’insegnamento, l’ETH ha deciso di rinunciarvi.

È così che a chi si ritrova nella scomoda posizione di dovere o volere trovare un alloggio a Zurigo, e non in un anonimo Agglo (i popolosi sobborghi della cintura cittadina), quando non addirittura nella non vicinissima Zugo, può presentarsi una sfida non da poco, che prevede una dose di pazienza perlomeno granitica, accompagnata da altrettanta fortuna. La visita di appartamenti con una stanza libera può trasformarsi in un lavoro part time, sia per i tempi di attesa in coda insieme ad altre centinaia di persone interessate allo stesso oggetto, sia per le tratte sempre più lunghe che si è disposti ad affrontare a mano a mano che si avvicina la data di inizio dell’università o dell’uscita dal vecchio alloggio e non si è ancora trovato qualcosa di nuovo a un prezzo accettabile.

È a quel punto esperienza condivisa fra studentesse e studenti, di come in un attimo ci si possa ritrovare nella disagevole posizione di chi ha bisogno di un tetto a tutti i costi, ed è dunque disposta/o a rispondere anche a domande scomode o a sottoporsi a veri e propri test ideologici. Le logiche del mercato immobiliare della maggiore città svizzera, infatti, stanno piano piano strozzando chiunque si trovi al di sotto di una certa fascia di reddito, e sono in tanti. Le stanze e gli appartamenti disponibili sono sempre meno, e così spuntano scam – con sedicenti studenti che dagli USA inviano foto di edifici a Zurigo, sostenendo che una volta pagata la cauzione per la camera, seguirà la chiave via corriere – così come anziani pronti a subaffittare una stanza nel proprio appartamento al prezzo di 600 CHF, inclusa cura serale delle piaghe alle gambe. Vi è anche chi non si vergogna di proporre una stanza raggiungibile unicamente attraversando la camera da letto del proprietario, o chi pretende dalla nuova inquilina o dal nuovo inquilino una certa aderenza ai movimenti anarchici. Qualcuno si spinge ancora più in là, stalkerando la studentessa o lo studente di turno su Instagram per capire il suo orientamento sessuale, o pretendendo di piazzare delle telecamere nei locali comuni. La ricerca di una stanza a Zurigo, al netto di un colpo di fortuna, ha così il potenziale di trasformarsi in un piccolo calvario, di certo non aiutato dal fatto che, in quanto ticinesi si è a tutti gli effetti straniere e stranieri.

Il problema non riguarda ovviamente solo studentesse e studenti, ma tragicamente tutto quel ceto medio che qualcuno vorrebbe lontano dalle vie del centro, là dove sorgono le multinazionali e dove in una manciata di anni sono nati interi quartieri, nuovi, puliti, sterili e ariosi, ma soprattutto carissimi. L’affitto per un appartamento di tre locali, in quartieri nuovi come quello dell’Europaallee, può costare tra i 4’000 e i 7’000 CHF, una cifra che per molte cittadine e cittadini svizzeri (anche a Zurigo) può corrispondere a un intero salario mensile, ma che sembra comunque accettabile per le migliaia di persone impiegate nelle multinazionali di cui sopra. By the way, un edificio dopo l’altro, proprio la suddetta Europaallee si sta espandendo, avvicinandosi sempre di più alla Langstrasse, e cominciando piano piano a fagocitarla, attraverso tutta una serie di ristrutturazioni (molti terreni su cui sono sorti edifici extralusso appartengono alle FFS)

Lo scorso 25 maggio circa diecimila persone si sono date appuntamento a Zurigo per manifestare contro la crescente speculazione edilizia, e cercare così di porre un freno a un processo che sembra ormai inarrestabile, e che ha posto una spada di Damocle su interi quartieri, là dove incombono abbattimenti di edifici ritenuti vecchi (seppur ristrutturati e costituenti solide comunità abitative), in nome di una sostituzione fatta per lo più in una prospettiva verticale: grandi finestre, molto metallo, poca personalità. Che il trend sia definitivamente cambiato, e che la coalizione rossoverde della cittadina sia stata ormai superata dai valori del neoliberismo nel mercato immobiliare, lo ha dimostrato recentemente anche lo scandaloso caso della cooperativa abitativa Familienheim Genossenschaft Zürich (FGZ), situata nell’idilliaco Friesenberg (Kreis 3) e che quest’anno compie 100 anni. Quando la FGZ si è vista rifiutare dalla città un progetto che prevedeva l’abbattimento di un centinaio di casette a schiera risalenti agli anni 30 a favore di una serie di palazzi, senza consultare i propri membri, e nonostante la carenza cronica di alloggi, ha deciso di cedere temporaneamente le casette alla piattaforma Airbnb.

Parallelamente, crescono piattaforme come Blueground, che offrono cosiddetti appartamenti-business per uomini d’affari – sempre delle grandi multinazionali – di passaggio, e dove un 2,5 locali ha un prezzo che oscilla (a dipendenza della domanda) tra i 3800 CHF e i 6910 CHF mensili. Nel 2016 gli appartamenti business di Zurigo erano 2700, nel 2022 già 4300 (quasi il 2% degli appartamenti disponibili in città).

Gli interessi della città sulla Limmat evidentemente oggi sono altrove, là dove le è permesso risplendere a livello internazionale (la competizione non sembra essere già più da un pezzo con la storica rivale Basilea, bensì con le grandi metropoli europee). È in nome di uno sfarzo che si traduce sempre più spesso in una pericolosa influenza sui prezzi della città (in molti negozi addirittura raddoppiati) che si progetta sempre più in grande, come ha riportato recentemente il Tages Anzeiger, proponendo una carrellata di edifici che modificheranno per sempre la skyline della città. Il più imponente (e come poteva essere altrimenti?) sarà il grattacielo UBS di Altstetten progettato dall’archistar Kengo Kuma, con i suoi 108 metri, ma non saranno da meno il grattacielo di 70 m di altezza con appartamenti per anziani o il cosiddetto “cluster dei grattacieli” dove, fra gli altri edifici sorgerà un edificio di 60 metri per 20 piani.

Sembrano definitivamente andati gli anni in cui Zurigo, nel bene e nel male, bruciava, quando la voce di chi stava “sotto”, aveva ancora la forza di scuotere chi stava sopra. I grattacieli sono sempre più alti, e con loro, aumenta verticalmente la distanza tra chi a Zurigo, può, e chi invece se ne deve andare, rifiutato da una politica immobiliare intenzionata a muoversi in una direzione sola, verso le stelle, là dove anche guardare il panorama ha un prezzo… altissimo.

Nell’immagine: un palazzo nel quartiere di Friesenberg


Anker, un valore finalmente capito

Nella città sulla Limmat la carenza di alloggi a prezzi ragionevoli è diventata un problema sociale: l’affitto di un tre locali può arrivare a 7.000 fr. al mese. Ma dov’è l’amministrazione ‘rossa’? 

Quando si tira in ballo Albert Anker (1831-1910), per concomitanza anagrafica e geografica si tende ad associarlo a Ferdinand Hodler (1853-1918), sebbene Anker fosse del Seeland bernese e Hodler della Capitale, e solitamente se ne riconoscono le fondamentali differenze. Interessato soprattutto agli interni di una società rurale il primo (pagliai, stalle, ragazzi a colazione, piccole aule scolastiche), di ampio respiro (si legò alle Secessioni di Vienna, Berlino e Monaco, morì a Ginevra) e pieno di visioni il secondo. E se Anker sembrava volere fermare il tempo, con ritratti le cui composizioni erano continue variazioni di uno stesso tema (come la bambina che lavora a maglia, il bambino che dorme o studia, la bambina che legge), Hodler evocava invece anche il movimento, a tratti struggente e pervaso di elementi quasi onirici.

Oggi però Anker viene proposto in una chiave nuova, moderna e inattesa, grazie alla quale abbiamo la possibilità di leggere anche un pezzo della nostra storia, ritrovando alcuni di quelli che sono stati i valori fondanti del nostro Paese. In Albert Anker. Lezioni di pittura da Raffaello, infatti, il regista Heinz Bütler riesce nell’intento di fare letteralmente rivivere il pittore di Ins attraverso la sua casa, oggi museo, che custodisce – a oltre cent’anni dalla morte dell’artista – un atelier perfettamente conservato, al punto di dare l’impressione che Anker debba rientrarvi da un momento all’altro. 

Lo studio d’artista, al primo piano di una vecchia casa bernese, si rivela come una sorta di ottocentesca Wunderkammer, con quelle sue pareti di legno rivestite dei ricordi di una vita (una bussola, calchi in gesso, ritagli, una libreria), attraverso i 46 taccuini pieni di appunti (contabilità domestica, piccoli sketch che paiono moderni fumetti), con i colori mescolati in loco e i pennelli realizzati a mano (uno addirittura con un pelo di sopracciglio di capriolo).

A restituirci la figura di un uomo sorprendente e moderno a modo suo, sono una serie di personaggi che si incontrano nell’atelier di Anker, per discuterne e scoprirne le pieghe meno conosciute; fra tutti spicca l’imponente Endo Anaconda, poeta e frontman della leggendaria band elvetica Stiller Has, scomparso poco dopo la fine delle riprese, nel 2022. Endo Anaconda (all’anagrafe Andreas Flückiger), anche lui di origini bernesi, dal primo momento si ritrova nella casa di Anker, nei valori di un uomo che amava i figli smodatamente e che aveva eletto bambine e bambini a proprio soggetto preferito, che aveva studiato le lingue (ne conosceva sette) con la stessa abnegazione con cui aveva dipinto per una vita intera. Guardando il documentario, si scopre così un artista mite e innamorato del proprio luogo di nascita, ma che comunque viveva molti mesi all’anno nella grande Parigi, dove aveva assorbito l’aria dell’impressionismo, che aveva accettato la scelta dell’unico figlio maschio sopravvissuto di lavorare lontano da casa sulle grandi navi, e che realizzò oltre 800 quadri, nessuno dei quali venduto dopo la morte.

Intorno a Endo Anaconda, una serie di comprimari di tutto rispetto, pronti a corroborare una nuova lettura dell’artista: dalla storica alla storica dell’arte, passando da un pronipote e uno scrittore. Partendo dai colori, dagli studi, dalla composizione dell’immagine, si scoprono informazioni sui materiali di cui erano fatti i tessuti, sulla scolarizzazione avvenuta – per femmine e maschi – negli anni 30 dell’800, sulle mode di Parigi, sui soldati di passaggio con i geloni ai piedi, in un’indagine postuma in cui la pittura vissuta come ragione di vita va di pari passo con la vita stessa, offrendo alla spettatrice e allo spettatore un’espressione di serenità e appagamento che forse nell’immaginario collettivo mal si sposa con la figura dell’artista.

Un uomo innamorato del genere umano, lo definisce uno degli interpellati, ed è proprio quella l’ultima immagine che ne abbiamo, al termine di un’ora e mezzo di documentario: gli occhi chiari di Albert Anker catturati da una foto in bianco e nero, sembrano chiedere e chiedersi, al cospetto del tramonto della vita, “sarò stato un bravo padre? Sarò stato un bravo figlio?”. A raccontarcelo, spingendosi nelle supposizioni che tanto gli stanno care e mosso a commozione, sempre Endo Anaconda, e così, alla fine, il documentario si trasforma in un doppio omaggio, a due artisti che hanno vissuto e amato ognuno a modo suo, e la cui vita è stata (anche) un luminoso palcoscenico.

Nell’immagine: Albert Anker al lavoro

 


Naufraghe – Una straordinaria figura di donna

Nella città sulla Limmat la carenza di alloggi a prezzi ragionevoli è diventata un problema sociale: l’affitto di un tre locali può arrivare a 7.000 fr. al mese. Ma dov’è l’amministrazione ‘rossa’? 

La storia, in fondo, è come un’onda, o forse piuttosto un magma. Solo a uno sguardo distratto si muove in una direzione precisa o lineare, mentre continuamente ci costringe a balzi temporali che, se ben letti, non possono che arricchire il nostro presente. È successo anche per i Preraffaelliti (protagonisti nel 2019 di una mostra a Palazzo Reale a Milano, e ora esposti fino a giugno in una mostra-evento a Forlì), il gruppetto di artisti rivoluzionari inglesi che intrecciarono la loro ricerca estetica, vissuta come produzione artistica e stile di vita, a quella di una rivoluzione sociale che portasse più giustizia per tutti. Fino a pochi anni fa le loro gesta ci sono state raccontate al maschile, in una narrazione che li vedeva impegnati a realizzare progetti atti a migliorare la società rendendola più bella, e dove le donne intorno a loro, creature magnifiche e incarnanti valori di shakespeariana e dantesca memoria, erano soprattutto muse. 

Ma le donne dei Preraffaelliti in realtà furono molto più di mere muse, compagne di vita, e modelle, poiché attraverso i loro fortunati incontri con uomini altrettanto impegnati e desiderosi di dare una svolta alla società, produssero poesia e pittura, mettendo coraggiosamente a disposizione sé stesse e le loro competenze nelle lotte per la parità dei diritti. A raccontarcelo, fra gli altri, anche una pubblicazione della National Portrait Gallery, Pre-Raphaelite Sisters, e una più recente graphic novel italiana, dedicata a William Morris. Permeate come sono di una sorta di mistero, queste donne hanno avuto dalla loro il merito di sapere osare in una società che con tutta probabilità non era ancora pronta per loro, contribuendo così a mettere un altro tassello nel lungo percorso per l’emancipazione.

Fra di loro vi era anche Elisabeth Eleanor Siddal, londinese, classe 1829, di cui desideriamo brevemente raccontare la parabola esistenziale. La immaginiamo eterea, forse perfino diafana, con gli occhi grigi, la cascata di capelli rossi e il profilo delicato a evocare una finezza e una grazia congenite. La leggenda narra di come fosse stata «scoperta» da Walter Howell Deverell quando ancora lavorava in uno studio di modista. Era stata captata, letteralmente ago alla mano, attraverso una porta lasciata aperta, magari in una penombra che ne esaltava i movimenti. Siddal, in realtà, di origini umili in una famiglia numerosa, doveva avere già coltivato in sé il seme dell’arte, se è vero, come vuole ancora una delle varianti della leggenda di cui sopra, che si fa coraggio e mostra i propri disegni a Deverell, già molto vicino all’ambiente dei Preraffaelliti.

Elisabeth Siddal, nei nuovi ideali e grazie ai nuovi amici, sembra trovare una propria precisa dimensione esistenzial-artistica ancora giovanissima, e abbraccia così una vita molto lontana dagli standard del tempo. Si lega al carismatico Dante Gabriel Rossetti, che da parte sua non mancherà di subire il fascino magnetico di Jane Burden, originaria dei bassifondi, che aveva già stregato William Morris. Siddal sicuramente soffre per Rossetti, ma questo non basta a fermarla, a riprova di quanto si diceva di lei, e cioè che nella sua vita l’arte avesse sempre occupato un posto d’onore. È forse per questo che a ventidue anni accetta, parallelamente alla propria produzione poetica e pittorica, di prestare il proprio corpo alla realizzazione di una dipinto importante: John Everett Millais ha deciso di ritrarre Ofelia. Il personaggio shakesperiano carico di simbologia sarà rappresentato dopo la sua morte, e questo presuppone, per Siddal, lunghe sedute nell’acqua di una vasca da bagno riscaldata con le candele, “il capo adorno di strane ghirlande / di ranuncoli, ortiche, margherite / e di quei lunghi fiori color porpora” come recita la matrigna Gertrude nell’Amleto.
Un’altra leggenda, forse, come sempre, contenente un fondo di verità, vuole che la Siddal, un giorno, mentre sta immobile in acqua, si accorga di come questa si faccia vieppiù fredda poiché le candele si sono estinte. Millais, assorbito nel suo lavoro, non ci fa caso e lei, forse in nome di quell’arte che è ragione di vita, non dice nulla, rimediando una polmonite le cui conseguenze si porterà appresso per una vita intera, e contro cui nulla potrà infine anche il laudano di cui diventerà schiava.

Nel 1857 Siddal è chiamata a esporre i suoi disegni e un autoritratto al Salone Preraffaellita di Londra, e nel luglio di due anni più tardi Dante Gabriel Rossetti si risolve a sposarla, giusto in tempo per evitarle di diventare, a trent’anni, una zitella, condizione che preoccupava amici e parenti. I due coniugi freschi di unione si attivano nella decorazione della mitica Casa Rossa/Red House di William Morris e della moglie Jane Burden. Il gioiello di progettazione situato nel Kent, dove nulla è lasciato al caso, nasce da un approccio in netta controtendenza rispetto a una nazione come quella inglese, in piena esplosione industriale: Morris e i Preraffaelliti cercano infatti di tornare ai canoni naturali in ogni possibile ambito, dalla scelta dei materiali e del design fino alle armonie del giardino.

Siddal e le sorelle Preraffaellite, spesso riunite insieme a mariti, amanti e compagni nel Kent, condividono progetti di libri, di abiti, di poesie e dipinti. Allo stesso tempo sostengono i propri uomini posando per loro e fungendo da costante ispirazione vivente nella loro tensione al bello. Gradualmente cominciano anche a dedicarsi alla creazione di una famiglia, per dare continuità a un progetto esistenziale collettivo con importanti riverberi sociali.

Anche Elisabeth Siddal rimane incinta, ma nel 1861 la sua bambina nasce morta.

Già provata nel fisico, si lascia andare a una profonda depressione contro la quale il laudano farà da fattore precipitante più che da panacea. Sopraffatta dal dolore e dalla dipendenza dagli oppiacei, Elisabeth Siddal muore poco più che trentenne, forse stremata da una vita che oggi si presume piena di sofferenza.

In linea con la natura del loro amore, Dante Gabriel Rossetti seppellisce insieme all’amata moglie anche un taccuino di poesie scritte per lei, in nome del loro legame. Sette anni sono però sufficienti per fare cambiare idea al vedovo, che pur di recuperare quanto scritto e darlo alle stampe, non arretrerà né di fronte all’idea di una riesumazione né all’ira dei parenti.

A distanza di anni, quasi due secoli, in questo giorno della donna, ci piacerebbe leggere quella che all’epoca fu interpretata come una profanazione, piuttosto come il desiderio di tenere vivo attraverso le poesie a lei dedicate, il ricordo di una donna straordinaria, che nella sua breve parabola esistenziale, in un tempo e una mentalità così lontani dai nostri, ha saputo influenzare la sua epoca e gli anni successivi, e davanti a cui, come a tutte quelle come lei, oggi noi non possiamo che inchinarci con gratitudine.

Nell’immagine: Elisabeth Siddal, “The Lady of Shalott”, 1853


Sanremo, chi ha vinto e chi ha perso

Nella città sulla Limmat la carenza di alloggi a prezzi ragionevoli è diventata un problema sociale: l’affitto di un tre locali può arrivare a 7.000 fr. al mese. Ma dov’è l’amministrazione ‘rossa’? 

Di Sanremo fanno parte i fiori quanto i detrattori, in entrambi i casi un contorno capace di dare colore a una kermesse-monstre che, lo ammettiamo, non si guarda per meri motivi qualitativo-musicali. Al di là di brani che domineranno le classifiche dei prossimi mesi (un paio di nomi per tutti, Mahmood e The Kolors) fianco a fianco con altri destinati a entrare per direttissima nel calderone senza fondo dei “dimenticabili” (un nome per tutti, i Jalisse), Sanremo si presenta, e lo ha sempre fatto, anche come molte altre cose. Passerella privilegiata per l’alta moda italiana (che nel connubio con la musica sta vivendo una grande fioritura) e sede di scandali veri o presunti (dal suicidio di Tenco alle rose di Blanco) il Festival è soprattutto una cassa di risonanza politica. E se nel 2020 Achille Lauro richiamava l’attenzione di critica e pubblico su questioni squisitamente gender – ancor prima che musicali – quest’anno Ghali ha lanciato un appello politico che ha fatto sentire in obbligo l’amministratore delegato della Rai Roberto Sergio (nel frattempo messo sotto scorta) ad una perentoria risposta. 

La frase “stop al genocidio” pronunciata dapprima sul palco e poi a Domenica In, la nota emissione condotta da Mara Venier, da parte del giovane italiano di radici tunisine Ghali Amdouni (classe 1993), è stata solo l’apice di un messaggio politico che iniziava con un canto in arabo e finiva con un’(intensa) interpretazione dell’Italiano di cutugnana memoria. Lo sconcerto dell’ambasciatore israeliano in Italia, che di genocidio non ha voluto sentire parlare (sebbene Ghali non abbia specificato a chi si riferisse) è solamente servito a corroborare una classe politique dirigente che mal volentieri si sente bacchettare o anche solo richiamare in ambito di diritti umani, dovendo addirittura sottoporsi a esercizi di auto-coercizione quando si tratta di – eventualmente – rinnegare il fascismo. 

Ghali (e con lui anche Dargen D’Amico) sono stati “ridimensionati” nel loro messaggio dalla lettura in diretta – da parte, appunto, di Mara Venier – di un comunicato dell’amministratore Sergio: “Ogni giorno i nostri telegiornali e i nostri programmi raccontano e continueranno a farlo, la tragedia degli ostaggi nelle mani di Hamas oltre a ricordare la strage dei bambini, donne e uomini del 7 ottobre. La mia solidarietà al popolo di Israele e alla Comunità Ebraica è sentita e convinta”; in qualche modo corroborando uno schieramento che ricalca chiaramente quello del governo in carica, particolarmente attivo nel decidere cosa sia giusto e cosa sbagliato (dire, e a volte anche fare).

Eppure, a “quelli come Ghali” dovremmo prestare attenzione, perché – volenti, noi, o nolenti – il nostro futuro passerà anche da lì. Le periferie delle città italiane, infatti (un po’ come accade in Francia), sono abitate in gran parte da ragazze e ragazzi i cui genitori hanno un passato migratorio, e più precisamente provengono dal Nord Africa.

Non stupisce, dunque, se in una condizione che molto spesso si avvicina al degrado, il senso di insofferenza e la mancata integrazione di molta di questa gioventù, finisca naturalmente per venire incanalata in un genere musicale che, esattamente mezzo secolo fa (era il 1973, ed era a New York), nasceva come espressione di protesta, il rap – con tutte le ramificazioni successive, dalla trap alla drill. 

Ai ragazzi che imboccano la strada dell’hip hop, però, resta una scelta, che è quella dei contenuti.

Si può infatti scegliere di perpetuare la violenza e il degrado subiti osannando la vita di strada (la rue), elevando i soldi (il cash) a misura di ogni cosa, riducendo l’amore a sesso prevaricatore (con le bitches, ovviamente) e mettendosi in posa a mo’ di narcos con tanto di Uzi e Kalashnikov, un po’ come hanno fatto Baby Gang (al secolo Zaccaria Mouhib) e Simba la Rue (al secolo Mohamed Lamine Saida), entrambi in guai seri con la giustizia italiana.

Oppure si può fare come Mahmood (che non nasce propriamente come rapper ed è figlio di un’italiana) e Ghali, che attraverso le proprie canzoni e il proprio vissuto tentano di parlare a noi occidentali, svelando le complessità e le esigenze di un’identità in divenire, destinata però a diventare realtà completa al più presto con la prossima generazione. Un’identità di questo tipo, proprio per la sua natura, ha in sé la consapevolezza delle concessioni, ossia di quello che tutti noi saremmo civilmente chiamati a fare (o a non fare) al fine di costruire una società equa e più giusta, dove sia possibile trovare un posto per tutti, ma anche dove violenza e sopraffazione non debbano più trovare posto, né nelle canzoni, né nei club dove vengono proposte.

Sarebbe forse ora che lo capissero anche tutte quelle destre che vedono nello scoglio che ferma il mare (mutuato dal grande Battisti) una soluzione giusta quanto improbabile, per quell’onda continua che, giorno dopo giorno, mese dopo mese, restituisce alle coste d’Europa chi sogna un futuro migliore. Rettificare dunque le parole di un figlio di immigrati che chiede la fine di ogni genocidio attraverso una televisione di Stato e alzare i manganelli – della polizia di quello stesso Stato – su chi quelle parole le voleva rafforzare come è accaduto a Napoli martedì, è la vera disfatta, il momento in cui abbiamo perso tutti. 

L’Italia di parte del governo in carica in qualche modo ha fatto capire alle proprie figlie e ai propri figli (in un momento di drammatico calo demografico) che così non si fa, che la libertà di pensiero non va per forza difesa a tutti i costi, soprattutto quando sposa quanto sta di più caro ai dimenticati, a chi la voce non ce l’ha. 

Dopo Angelina Mango, vincitrice della 74esima edizione della kermesse internazionale, e Ghali, che con le sue parole e il suo agire sempre ammantato di grazia ha scosso molte coscienze, abbiamo anche il grande perdente, che è il Governo italiano, oggi più che mai aguzzino sull’informazione del servizio pubblico radiotelevisivo (il genocidio in senso lato non dovrebbe suscitare orrore per definizione?), cui si aggiungono tutti coloro che di fronte alla verità, e di conseguenza a violenza e giustizia, preferiscono un’ideologia che nel suo immobilismo, oltre a essere bieca è sempre più uguale a sé stessa.

Nell’immagine: c’è tragedia e tragedia. “Angelina Mango ritrova la scatola del trofeo di Sanremo: la sorpresa in diretta a Stasera c’è Cattelan”


Il difficile equilibrio

Nella città sulla Limmat la carenza di alloggi a prezzi ragionevoli è diventata un problema sociale: l’affitto di un tre locali può arrivare a 7.000 fr. al mese. Ma dov’è l’amministrazione ‘rossa’? 

Mentre ancora nei talk show si discute se il braccio destro alzato da sinistri figuri ad Acca Larenzia sia apologia al fascismo, o peggio, cosa sia questa fantomatica apologia, già in Italia si affaccia una nuova polemica, parallelamente a quella di Vittorio Sgarbi e del quadro di Manetti, si intende, e a quella del Ferragnigate con uova e panettoni. Protagonista questa volta è Paola Cortellesi, reduce dal successo pressoché planetario del film C’è ancora domani, dove, ci si perdoni, in un’opera di certo non priva di pregi, si cerca di sdoganare un femminismo un poco all’acqua di rose e anche permeato di una certa furbizia. 

L’intelligente comica e attrice italiana, recentemente invitata dalla romana università Luiss a inaugurare l’anno accademico, ha proposto al pubblico presente una serie di riflessioni ruotanti intorno alla condizione femminile, in una società e un’epoca come le nostre, confrontate con una media di un femminicidio ogni 72 ore, dunque non proprio al riparo di qualsiasi forma di esercizio del patriarcato.

Nel suo lungo intervento alla Luiss la Cortellesi ripercorre, fra le altre cose, con una buona dose di ironia anche la genesi e lo sviluppo di C’è ancora domani – sottolineando come la salvezza della protagonista Delia fosse da imputarsi non all’intervento di un uomo (che tutt’al più nel film interviene per picchiare la moglie), quanto alla sua forza di tenere duro, in particolare «esercitando un diritto, suo e di milioni di altre donne. Si salva con la consapevolezza e un ritrovato rispetto di sé stessa». Di questo suo ampio discorso la stampa italiana ha riportato solo qualche breve passaggio. Ma non passaggi a caso, e come poteva essere altrimenti?, bensì quelli più spinosi, in cui Cortellesi scava nelle fiabe, che sono patrimonio dell’infanzia e dell’anima di ognuno di noi, dando così adito alle polemiche da parte degli avversari della political correctness.

Per scatenare la riflessione l’attrice ha infatti tentato dei paragoni, come quello che vorrebbe Biancaneve ridotta alla stregua di una qualsiasi colf, o Cenerentola a poco più di una umile sguattera. Cortellesi ha anche aggiunto alcune considerazioni, ad esempio sul valore della bellezza (nella fiaba ma anche nella società), in nome della quale sguarnite fanciulle finiscono sotto l’ala protettrice di meravigliosi principi azzurri, a differenza di altre giovani, magari dotate di altri valori come intelligenza oppure sense of humour.

Fra i molti che si sono sentiti toccati dal discorso della Cortellesi, la maggior parte senza ascoltare o leggere integralmente l’intervento ed ignorando la verve ironica che l’ accompagnava, non poteva non spiccare il solito Giuseppe Cruciani, giornalista e polemista, che dall’alto delle sue tristemente proverbiali finezza e classe, ha accolto con un «avete rotto il c.» il tema della riflessione, lamentando infinita esasperazione verso tutto ciò che anche solo lontanamente ha il sapore dell’inclusività.

Ma (e qui probabilmente casca l’asino) al netto di toni, atteggiamento e mancata disposizione al dialogo, il discorso della saturazione può anche contenere in nuce, se non semi di verità, almeno spunti di valutazione. L’operazione di prendere sotto la lente le fiabe analizzando attraverso di esse le strutture sociali, oltre a non essere nuova, non è di per sé sbagliata e senza dubbio può condurre a riflessioni interessanti, ma presenta un rischio, che è simile a quello che vediamo in occasione dei processi implicati nella cancel culture in senso lato.

Laddove si crede di potere rimuovere un’idea distruggendo ciò che la incarna, infatti, si rischia di avere alla fine unicamente un grande vuoto, che con tutta probabilità non sarà riempito di nulla di nuovo. In altre parole, prendendo un esempio che ci riguarda, se dovessimo distruggere la statua del nostro Alfred Escher (davanti alla Stazione centrale di Zurigo) per i suoi trascorsi schiavisti, cancelleremmo anche parte della nostra storia, che ci piaccia o no, sia perché non ci confronteremmo più con un aspetto del passato del nostro paese, sia perché sorvoleremmo sul fatto che Escher fu anche pioniere della ferrovia, e che dunque gli dobbiamo moltissimo. Lo stesso vale per le fiabe, e lo si può dire serenamente senza neanche scomodare il noto linguista e studioso delle narrazioni fiabesche Vladimir Propp: sono molto di più di una rappresentazione della società, andando a toccare aspetti profondi, anche del subconscio. Eliminandole cosa avremmo al loro posto?

Perché, allora, non trasformare ciò che ci infastidisce o non ci rappresenta (più)? Perché non dare delle targhe nuove alle statue, magari raccontandone la vera valenza, oppure spostarle, o affiancarvene altre? E alla stessa stregua, perché non raccontare le protagoniste delle fiabe oltre che come belle (non lo siamo forse tutte, chi più chi meno, come ci dicono pubblicità e social da mattina a sera?), anche come particolarmente furbe, e dunque straordinariamente intelligenti, e dunque capaci di salvarsi in una società che non era fatta per loro? In fondo, basterebbe qualche accorgimento qua e là, no?

Siamo in una fase di stravolgimenti sociali e individuali, diremmo liquida, mutuando il termine dal compianto Zygmunt Bauman, e proprio per questo meno sicura delle proprie strutture e delle proprie gerarchie di valori. Oggi forse più che mai è richiesto un incredibile sforzo di creatività, onde dar vita ad un’inclusività vera, che parta dal presupposto che esista un modo di coinvolgere il passato nel presente per continuare a raccontare la storia e le storie, anche dove fanno più male o dove ci fanno arrossire per la vergogna. In questo modo, forse, si creerebbe anche un terreno di confronto tra chi farebbe saltare il sistema in toto, e chi invece vede nella tradizione la propria forza, nonché ragione di esistere. Una nuova forma di inclusività,  insomma. 


Sul senso di onore e sulla tragica morte di Lee Sun-kyun

Nella città sulla Limmat la carenza di alloggi a prezzi ragionevoli è diventata un problema sociale: l’affitto di un tre locali può arrivare a 7.000 fr. al mese. Ma dov’è l’amministrazione ‘rossa’? 

“Il mondo è duro, là fuori”, aveva affermato Amy Chua al programma statunitense Today poco più di una decina di anni or sono, difendendosi senza remore da chi la accusava di applicare pedissequamente il “metodo cinese” nell’educazione dei figli.

Amy Chua, celebre giurista e professoressa americana, figlia di immigrati sino-filippini, in “Il ruggito della mamma tigre” (Sperling&Kupfer), aveva acceso dibattiti infiniti nel mondo occidentale quando aveva illustrato i propri metodi educativi, ispirati al Confucianesimo, consistenti in privazioni e imposizioni, ma apparentemente unica via percorribile per sbaragliare la concorrenza di quel duro mondo là fuori, appunto.

In fondo questa disposizione alla vita e all’interazione sociale, vissute come un’eterna competizione votata al raggiungimento di una posizione apicale e ben retribuita, non è una novità nel popoloso e complesso universo del Sudest asiatico, e ce lo hanno mostrato negli ultimi anni serie fortunate come “Squid Game” (dove per procedere nel gioco della vita occorreva lasciarsi alle spalle una sanguinosa scia di perdenti) o romanzi come “Grotesque” (Ed. Neri Pozza) della giapponese Natsuo Kirino (in cui le giovani studentesse del liceo Q passano il proprio tempo, oltre che a studiare, a sviluppare metodi per distruggersi a vicenda).

A chi in questa corsa non ce la fa, non resta che soccombere, sgomberare il campo e andarsene, provocando nella società, e nello stesso Stato, tutt’al più una scrollata di spalle. È sicuramente quanto accaduto anche all’attore sud coreano Lee Sun-kyun, protagonista di un tragico suicidio consumato all’interno dell’abitacolo della propria auto. Sun-kyun sembrava avere tutto dalla vita, almeno quella professionale, in seguito, soprattutto, alla conquista dell’Oscar come protagonista del film  “Parasite” del regista Bong Joon-ho, in cui era l’ottimo Mr. Park (e guarda un po’, anche in quel film tutto ruotava intorno a una violenta arrampicata sociale). Ma poi Sun-kyun ha avuto, ad un certo momento, la malaugurata idea di consumare uno spinello e della ketamina, in un paese che li considera reati gravissimi, tali da prevedere anni di prigione, in ossequio a quella che Roberto Saviano, sul Corriere della Sera, ha definito “una legislazione autoritaria indifferente al valore della libertà individuale”.

Lunedì scorso Sun-kyun è stato interrogato per 19 ore di fila, e aveva tentato di difendersi in tutti i modi; ma poi, davanti all’indifferenza di un pubblico non disposto a scendere in campo in sua difesa e contro lo Stato, a contratti che saltavano come domino e a porte che gli sbattevano in faccia, aveva probabilmente capito che non c’era via d’uscita: in un mondo in cui anche lo status morale individuale è appannaggio dello Stato, che lo può distruggere in un attimo, non basta arrivare in cima, con impegno e disciplina, come suggeriscono apparentemente i metodi legati al confucianesimo. Per restarci non si può mai abbassare la guardia. L’onore si può perdere in un batter di ciglia, e la disfatta va accettata in tragico silenzio, senza replicare, come ha fatto Sun-kyun nell’abitacolo della sua auto.

Nell’immagine: Lee Sun-kyun nel film “Parasite”


Uomini che raccontano (e uccidono) le donne

Nella città sulla Limmat la carenza di alloggi a prezzi ragionevoli è diventata un problema sociale: l’affitto di un tre locali può arrivare a 7.000 fr. al mese. Ma dov’è l’amministrazione ‘rossa’? 

Non ne scriveremo mai abbastanza. Anche se non vorremmo scriverne più. In Italia, e di naturale riverbero anche qui da noi, si è riacceso il dibattito sulla violenza di genere (che è finalmente riuscita a spodestare il triste delitto passionale, propinato dai mass media per decenni, ammantando di sentimento ogni turpe crimine verso una donna). La vicenda ultima – in ordine di tempo, ma mai in ordine definitivo – è quella della giovane Giulia, che ha tenuto con il fiato sospeso l’Italia dapprima e i Paesi limitrofi poi. Giulia Cecchettin, che avrebbe dovuto laurearsi giovedì scorso, è stata sequestrata e poi rapita dall’ex fidanzato (che non merita di essere nominato), con cui aveva mantenuto dei rapporti improntati alla cordialità, poiché lo sapeva giù di corda per la loro rottura. Lui, descritto da tutti come mite e gentile, rispettoso e riservato, dopo una serata trascorsa in un centro commerciale con Giulia, dopo averla brutalizzata picchiandola e accoltellandola, l’ha scaricata in un canalone accanto a un lago per poi darsi a una fuga di oltre una settimana attraverso Austria e Germania. A casa, intanto, due famiglie affrante si sperticavano in appelli al buon senso, al perdono, all’amore, tutto, pur di potere riavere quella sorella, nipote e figlia da poco rimasta orfana di madre, che era il volto dell’innocenza; non a caso si dice che il suo film preferito fosse Il favoloso mondo di Amélie.

I talk show televisivi e la carta stampata si sono infiammati all’istante, riempiendosi di esperte ed esperti di femminicidio, di concetti come quello dell’«ultimo appuntamento» e delle sue insidie, in una gara all’opinione più incisiva. L’aspetto sconcertante di un dibattito del quale va comunque riconosciuta l’importanza, è rappresentato dal fatto che spesso (basti riguardarsi la puntata di sabato sera di Chesarà, condotto da Serena Bortone su Rai Tre, solo per fare un esempio) in campo si sente prendere posizione una curiosa maggioranza al maschile, fatta di psichiatri, esperti, procuratori, tuttologhi (e chi più ne ha più ne metta, basta finiscano in «i») che si rubano la parola a vicenda. Ancora una volta maschi a discutere di problemi e soluzioni causati dal genere maschile a danno di quello femminile. Come se da lì, dal luogo in cui il problema nasce e cresce, rinnovandosi e rigenerandosi all’infinito, potesse trovarsi la risposta allo stesso.

Eppure, nel tragico romanzo a puntate della società femminicida, gli esempi di grandi donne cui finalmente affidare la questione abbonderebbero; intorno a fragilità, anzi, viltà maschili troviamo spesso sorelle o madri, che con la loro caparbia e la loro arguzia sono state in grado di dare una svolta alle indagini, spingendole verso la verità, andando fino in fondo nella loro ricerca di giustizia. Pensiamo a Filomena, madre di Elisa Claps, per anni in guerra con investigatori e curia. Alle cugine di Roberta Ragusa, sicure della colpevolezza di Massimo Logli. O a Madè, la sorella di Benno Neumair, che assassinò i genitori, o ancora a Giorgia Benusiglio, sorella di Carlotta, stilista presuntamente impiccata a un albero dal compagno in centro a Milano. O a Elena e Chiara Tramontano, sorelle di un’altra Giulia, accoltellata incinta dal fidanzato, o a Lisa Teverini, figlia della scomparsa Manuela, certa della colpevolezza del proprio padre…

Da qualche giorno ne conosciamo un’altra, di grande donna, quella Elena Cecchettin sorella di Giulia, determinata a sublimare il dolore per la perdita trasformandolo in un’occasione di riflessione, ma anche sottolineando la necessità di un cambiamento di natura culturale. Più di tutti i talk show e degli appelli maschili che ci propinano i media, possono allora le sue parole: «Leggete, c’è bisogno di capire che “i mostri” non nascono dall’oggi al domani, c’è una cultura che li protegge e li alimenta», o ancora la sua voce prestata a quelle di Cristina Torres Caceres, in una struggente poesia che qui riportiamo integralmente.

Se domani non rispondo alle tue chiamate, mamma.
Se non ti dico che non torno a cena. Se domani, il taxi non appare.
Forse sono avvolta nelle lenzuola di un hotel, su una strada o in un sacco nero (Mara, Micaela, Majo, Mariana).
Forse sono in una valigia o mi sono persa sulla spiaggia (Emily, Shirley).
Non aver paura, mamma, se vedi che sono stata pugnalata (Luz Marina).
Non gridare quando vedi che mi hanno trascinata per i capelli (Arlette).
Cara mamma, non piangere se scopri che mi hanno impalata (Lucia).
Ti diranno che sono stata io, che non ho urlato abbastanza, che era il modo in cui ero vestita, l’alcool nel sangue.
Ti diranno che era giusto, che ero da sola.
Che il mio ex psicopatico aveva delle ragioni, che ero infedele, che ero una puttana.
Ti diranno che ho vissuto, mamma, che ho osato volare molto in alto in un mondo senza aria.
Te lo giuro, mamma, sono morta combattendo.
Te lo giuro, mia cara mamma, ho urlato tanto forte quanto ho volato in alto.
Ti ricorderai di me, mamma, saprai che sono stata io a rovinarlo quando avrai di fronte tutte le donne che urleranno il mio nome.
Perché lo so, mamma, tu non ti fermerai.
Ma, per carità, non legare mia sorella.
Non rinchiudere le mie cugine, non limitare le tue nipoti.
Non è colpa tua, mamma, non è stata nemmeno mia.
Sono loro, saranno sempre loro.
Lotta per le vostre ali, quelle ali che mi hanno tagliato.
Lotta per loro, perché possano essere libere di volare più in alto di me.
Combatti perché possano urlare più forte di me.
Perché possano vivere senza paura, mamma, proprio come ho vissuto io.
Mamma, non piangere le mie ceneri.
Se domani sono io, se domani non torno, mamma, distruggi tutto.
Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima.

Nell’immagine: panchina a Bellinzona


L’importanza di essere elvetici

Nella città sulla Limmat la carenza di alloggi a prezzi ragionevoli è diventata un problema sociale: l’affitto di un tre locali può arrivare a 7.000 fr. al mese. Ma dov’è l’amministrazione ‘rossa’? 

In un’epoca di forti scontri ideologici come quella in cui stiamo vivendo, è facile cadere nella trappola dei cosiddetti «valori», termine vago, ma cui si attribuisce tutta una serie di positività che farebbero un essere migliore di chi li pratica e li vive nella quotidianità. Si parla di valori occidentali, di valori della famiglia, di valori etici e morali, di valori originari. E proprio quando si tratta di questi ultimi non si lesina a tirare in ballo tradizioni e discendenze, scomodando – non senza una certa arroganza – la propria appartenenza a un determinato perimetro geografico.

Se dovessimo ragionare in questi termini, noi svizzeri potremmo rifarci (e certamente vi è chi lo fa) ai nostri presunti antenati, ossia a quegli Elvezi che non mancarono di impressionare perfino Giulio Cesare, tanto erano valorosi e coraggiosi. Un popolo, secondo la tradizione giunta fino a noi, insediato in quella che oggi è la Svizzera, sin dalla remota Età del Ferro, dunque capace di superare le ere, le generazioni e il tempo, affermandosi per la propria caparbietà. Queste ottime caratteristiche dovrebbero, per eredità genetica, essere giunte fino a noi, permettendoci di risplendere anche nell’hic et nunc.

A farci cambiare idea, o perlomeno a darci una prospettiva diversa, più misurata e con tutta probabilità più aderente alla storia, ci ha pensato in tempi recentissimi Lionel Pernet, Direttore del Museo cantonale di archeologia di Losanna, nonché presidente di Archeologia Svizzera, che pubblica anche la rivista «ArCHaeo». L’ultimo numero della rivista (3/2023), infatti, è dedicato interamente agli Elvezi, cui, prima ancora delle nostre presunte caratteristiche positive, dobbiamo anche il nome, tassello fondante di ogni identità che si rispetti. Ebbene, laddove, come afferma Pernet, «l’archeologia ha spesso (…) servito la narrazione nazionale rafforzando i miti», è ora di fare chiarezza: non esistono prove del fatto che gli Elvezi (considerati Celti) nell’Età del Ferro già vivessero in Svizzera, più esattamente negli insediamenti di palafitte di La Tène. La prima traccia che abbiamo della loro esistenza risalirebbe solamente al 300 a.C., anno in cui si situa la produzione di un bicchiere con la scritta «Eluveiti» in caratteri etruschi, rinvenuto nell’odierna Italia del Nord.

Per saperne di più sugli Elvezi – se si esclude un passaggio del filosofo greco Posidonio di Apamea, che ne registra l’esistenza in un periodo intorno al 113 a.C.  – occorre rifarsi di nuovo a Giulio Cesare, e più precisamente al suo De bello Gallico, là dove si racconta come fossero giunti in «Svizzera» dall’estero (dunque, erano degli immigrati!) insediandosi da qualche parte «fra il Giura (…), il Reno (…) e il Lago Lemano e il Rodano» solamente nell’80 a.C., per poi però decidere di andarsene, e mai più ritornare (a questo proposito si lasciarono alle spalle distruzione e fuoco) già nel 58 a.C.

Giulio Cesare non accettò l’intraprendenza degli Elvezi, che affrontò nella Battaglia di Bibracte, cui sopravvisse solo la comunità dei Tigurini. 

Da dove veniamo dunque noi svizzeri, ora che dopo Guglielmo Tell, la storia ci ha messo in dubbio anche la discendenza dagli Elvezi? A giungerci in soccorso con una risposta dettata da buon senso e lungimiranza, è ancora una volta Lionel Pernet, quando dice che «siamo il prodotto di una successione di popolazioni diverse, come gli strati di un sito archeologico che si depositano l’uno sull’altro nel corso dei secoli». Come a dire che se vogliamo fregiarci di certi meriti, o valori, non dobbiamo cercarli nel DNA, ma crearceli noi, qui e ora, giorno dopo giorno.

Nell’immagine: Elvezi del Duemila. Il gruppo svizzero di folk metal “Eluveitie”


Elogio della tranquillità

Nella città sulla Limmat la carenza di alloggi a prezzi ragionevoli è diventata un problema sociale: l’affitto di un tre locali può arrivare a 7.000 fr. al mese. Ma dov’è l’amministrazione ‘rossa’? 

Quando si inizia a guardare questa pellicola del 2022 – diretta dalla canadese Luis De Filippis – che si presenta come una storia di famiglia nell’ambientazione tutta particolare (e di certo non nuova) delle vacanze estive, a un certo punto ci si aspetta che succeda qualcosa. Non necessariamente un dramma o una situazione incresciosa, ma almeno un conflitto, o un colpo di scena, un dialogo serrato, uno scontro, una sorpresa. Al più tardi alla fine della prima metà tempo però, è chiaro che non sarà così, che i ritmi lenti, che i lunghi silenzi, che l’occhio della telecamera che indugia su particolari anche minimi, è né più né meno la cifra esatta di questa produzione.

Sono quattro i protagonisti di Something You Said Last Night. Alla coppia genitoriale italo-canadese composta dal quasi invisibile ma dolcissimo padre Guido (Joel Parro) e dall’energetica madre Mona (Ramona Milano), si contrappongono (o affiancano, a dipendenza delle prospettive e delle scene) le figlie Siena e Renata. E se la prima, in piena adolescenza, si concede qua e là qualche scatto d’ira, nonché delle scappatelle notturne con il belloccio conosciuto nella località balneare, la figura di Renata è molto più complessa ed è in qualche modo quella intorno a cui ruota l’intera vicenda. La figlia maggiore è infatti in transizione, come rivelano le lunghe gambe maschili, il petto piatto, ma anche una frase della madre. Un processo però, raccontato da De Filippis (a sua volta transgender) in modo naturale, incastonato com’è in una quotidianità che è tutto fuorché spettacolare.

In questo understatement molto si deve al personaggio di Renata, interpretata magistralmente da Carmen Madonia, che al netto di sguardi profondi e assorti, di una vape sempre attaccata alla bocca e di un’aria quasi contemplativa, poco concede allo spettatore. Renata è parca di parole, negando così di fatto al pubblico uno sguardo ravvicinato su un’interiorità che si può immaginare complessa ma affascinante, destinata invece a restare ermeticamente misteriosa. Invece di dare voce alla giovane donna, la telecamera indugia su una goccia d’acqua che scorre lungo la schiena, su un cappellino da baseball, su una corsa in auto o in pedalò, come a volere affermare che solo nelle piccole cose sta il cuore di tutte quelle che consideriamo grandi.

Ed è così che, nonostante i silenzi e i non detti, nonostante uno sfondo che è solo abbozzato (non si capisce dove esattamente la famiglia si trovi in vacanza) perché mero contorno, la storia di Something You Said Last Night, diventa quella di tutti noi, di chiunque abbia avuto la fortuna di vivere l’intimità famigliare in una cornice vacanziera, con le sue piccole trasgressioni, il senso di claustrofobia, di mancanza di comprensione, ma anche con gli interminabili giochi a carte, il lessico famigliare, i momenti di ozio, la voglia di essere altrove pur essendo esattamente lì. Il film si trasforma dunque in un viaggio intimistico fin dentro i nostri ricordi, che per primi in ciò che scorre sullo schermo riconoscono odori e sapori di un tempo passato, poiché il tempo della propria vita mai ritorna.

Aveva ragione Tolstoj, quando affermava che “Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, ma forse si dovrebbe aggiungere che certe felicità (come quella di essere giovani, di avere ancora dei genitori, di poterci andare in vacanza lasciando a loro ogni decisione) le si riconosce solamente quando non sono più riproducibili, quando vengono riportate in vita dalle infelicità che ogni adultità, per sua natura, si porta appresso.

Nell’immagine: i personaggi di “Something You Said Last Night” sul manifesto del film


Studiare la lingua là dove nasce

Nella città sulla Limmat la carenza di alloggi a prezzi ragionevoli è diventata un problema sociale: l’affitto di un tre locali può arrivare a 7.000 fr. al mese. Ma dov’è l’amministrazione ‘rossa’? 

Ottavio Lurati, il linguista scomparso giovedì a 85 anni, era sempre rimasto figlio della terra che lo aveva visto nascere, riuscendo così a elevare a terreno di studio quel Ticino che nel periodo tra gli anni Sessanta e i Settanta si assoggettava a una trasformazione epocale. Era nato a Chiasso nel 1938, quinto figlio di un macchinista delle FFS, e proprio negli anni che vedevano il consolidarsi del settore terziario (con banche e istituti di credito che sorgevano ovunque, offrendo un’occupazione a tutti), palpabile in uno stravolgimento architettonico diffuso e in certa qual misura, nella rottamazione di tutto ciò che fino a quel momento aveva costituito il tratto distintivo dei ticinesi (la tradizione, una quotidianità ancora parzialmente ancorata al primario, l’isolamento dal resto del Paese), con il suo precoce piglio da sociolinguista, aveva dato il via a una modalità di indagine che lo avrebbe caratterizzato fino agli ultimi giorni.

Ottavio Lurati, infatti, si muoveva tra due poli, quello accademico, e quello che potremmo chiamare “delle genti”, riuscendo alla fine a farli convergere in risultati scientifici acclamati (fu professore ordinario e poi emerito di linguistica italiana all’Università di Basilea, nonché uno dei cinque corrispondenti accademici stranieri della prestigiosa Accademia della Crusca), da cui però, sempre, traspariva in filigrana quell’elemento che rendeva inconfondibili i suoi risultati anche ai non addetti ai lavori, ossia l’umano sentire.

Averlo dunque visto “in azione”, con il senno (e un certo rimpianto) di poi, laddove a volte riusciva bonariamente a spazientire il suo entourage famigliare per una certa pignoleria (una nota di stima vada alla moglie Marialuisa per la sua pazienza) e l’indugio nelle relazioni umane con sconosciuti, ha oggi il sapore del privilegio. Una passeggiata con Ottavio Lurati, che fosse per i vicoli di Sonogno, per le strade di Chiasso, o semplicemente fuori casa nel suo comune di elezione di Montagnola, non era mai una passeggiata e basta. Gli occhi vispi e arguti di Lurati, infatti, si accendevano ogni volta che per strada uno sguardo o un passo altrui incrociava il suo, e in modo quasi naturale, a prima vista forse straniante per chi non ne conosceva la personalità nonché le modalità investigative, prendeva il via uno spontaneo terzo grado. Nella sua capacità connaturata di aderire al linguaggio del suo interlocutore, permeando le parole di ironia e condendole con un sorriso sempre aperto al mondo, Lurati si informava su provenienza e biografia di sconosciuti, virando poi immancabilmente e in modo impercettibile – chissà se ne era consapevole – verso quelli che erano i suoi campi di interesse: modi di dire, determinate pronunce, nomi di luoghi, magari oggi fuori uso poiché spogliati della loro funzione originaria, in una società che ne aveva perduto il bisogno.

È a volte difficile colmare il gap tra il mondo accademico e il campo di studi, dicevamo, ma Ottavio Lurati, al di là della sua cultura magistrale, della padronanza della lingua e della storia della sua evoluzione, delle conferenze internazionali, dei suoi blazer di tweed, dei girocollo di merino e di quell’aria vagamente british, non concedeva nulla a snobismi mal riposti e tantomeno all’invidia. La sua curiosità congenita lo rendeva un uomo aperto al genere umano, e, di conseguenza, anche ai nuovi impulsi che esso naturalmente ci restituisce. E quella voglia, che forse era anche necessità, di dare valore a ogni umana storia, indipendentemente da background culturali e biografici, gli ha permesso negli anni, con modestia e applicazione, perseveranza e competenza, di costruire (archiviandoli, catalogandoli, sviscerandoli) una serie di tesori della nostra memoria e della nostra tradizione, la cui portata ci si rivelerà ancora più cristallina e fondamentale con il passare dei prossimi anni, proiettati come siamo verso un futuro sempre più digitalizzato, effervescente ma a tratti anche evanescente.

Quello che è stato è stato, quello che si diceva in parte forse non si dice più, ma grazie a Ottavio Lurati e al suo amore per gli esseri umani, anche il passato resterà fulgido in alcuni suoi tratti nei giorni a venire, permettendoci di conservare consapevolezza di chi siamo stati e di come. E scusate se è poco.

Nell’immagine: Ottavio Lurati con la moglie Marialuisa