Un sistema da ripensare, che nessuno ripenserà

Nella discussione intorno agli scandali della chiesa cattolica la donna è la grande assente 

Martedì 12 settembre la stampa elvetica, da quella scritta a quella video, da quella radiofonica a quella web, ci ha restituito un’operazione di mea culpa senza precedenti a opera di figure di spicco della chiesa cattolica svizzera. A suon di indignazione ecclesiastica e a furor di vox populi, da ogni cantone (nella doppia accezione del termine) si chiedono giustizia, presa a carico delle vittime, apertura degli archivi, e con una solerzia fuori del comune e mai vista prima, si pretendono chiarimenti e delucidazioni. La chiesa cattolica svizzera ne esce malissimo, il nostro cantone ancora peggio. Tutti paiono sotto choc e stupiti, sebbene le avvisaglie ci fossero (eccome se c’erano) perché ci sono sempre state (bastava guardare).

Fosse solo questo il guaio, potremmo comunque ancora ritenerci fortunati. Il problema a nostro avviso adesso però è un altro: anche questa volta la chiesa cattolica, nella sua caparbia cocciutaggine, non si muoverà di un centimetro a livello strutturale, così come (non) ha fatto dopo nessuno scandalo. Già in passato, infatti, al netto delle ammissioni di colpa e dei risarcimenti – che negli USA hanno portato addirittura alla bancarotta di alcune arcidiocesi – nulla è cambiato, e vien da credere che sarà così anche da noi.

Alla domanda della giornalista della Tagesschau della rete nazionale SF su quali sarebbero state le misure da prendersi per le vittime, il vescovo di Coira Joseph Maria Bonnemain martedì sera ha presentato quattro misure d’intervento – che però con le vittime del passato hanno poco o nulla a che vedere.

In futuro, anzitutto, per arginare, o addirittura eliminare sul nascere qualsiasi tentazione di abuso da parte dei preti, sorgerà uno sportello nazionale indipendente (i cui tempi di attuazione si prevedono però… biblici). Gli aspiranti preti dovranno poi sottoporsi a un test psicologico che ne certifichi l’adeguatezza (e questo in tempi di penuria di vocazioni: chi svolgerà i test? Con quali criteri?). A queste prime due misure si aggiungeranno la professionalizzazione del personale attivo nei vescovadi (ci sfugge il nesso con le vittime accertate) e da ultimo, ma non per importanza, l’impegno a non distruggere più gli archivi contenenti documenti potenzialmente compromettenti (come ha invece fatto allegramente la diocesi ticinese).

In questo sistema, che si è rivelato obbediente a proprie leggi interne al riparo da quelle applicate alla società civile, che è strutturato secondo equilibri di potere fortissimi e improntati a sudditanza e obbedienza (e specularmente a padronanza e comando), all’orizzonte non si vede nemmeno l’ombra di una riforma vera, che parta dal nucleo stesso dell’organizzazione. Il celibato andrà avanti a venire praticato (sebbene un quarto degli abusi non sia di natura pedofila), fra le altre cose per evitare un processo di “protestantizzazione” (forse ci sbagliamo, ma lì di scandali legati ad abusi non ne abbiamo ancora trovati), la struttura interna resterà saldamente piramidale, ma, soprattutto, brillerà per una grande, enorme assenza, quella femminile.

Alla donna, infatti, oltre al riconoscimento dei torti subiti dalle vittime di sesso femminile, resterà ancora e chissà fino a quando, un unico esempio da seguire, che è quello della Maria Vergine. Non la madre di Gesù, con tutti i suoi umani chiaroscuri, bensì la figura illibata nonostante, super partes, eterea, perennemente nel giusto. L’esempio non è dunque da cercarsi nelle donne che le chiese le hanno sempre frequentate, affidandovi magari anche i propri figli, intente ad arrabattarsi per conciliare lavoro e famiglia, dissidi e preoccupazioni, sacrifici e piccole gioie quotidiane, ma in una figura la cui perfezione e il cui strumento esemplificatorio delle masse risiede soprattutto nell’illibatezza. Nella mancanza di sesso, ossia nella mancanza di peccato. Ossia nella pratica dell’ossessione numero uno per molti uomini attivi nella chiesa.

La donna, oggi come ieri e con tutta probabilità domani, non ha quasi nessun ruolo, nella chiesa cattolica (almeno, ed è già qualcosa, non è più vista come lo strumento del diavolo). Non può dire messa, non può partecipare ai concili, non può prendere decisioni importanti, non confessa, non assolve, non celebra. A lei, ancora, resta un ruolo ancillare, forse non più strettamente legato al famoso diktat KKK (Kinder Küche Kirche), ma non per questo libero, proattivo, consultivo, propositivo o creativo. La chiesa cattolica è e resterà, anche ora che il primo bubbone è scoppiato, una pura Männersache, appannaggio esclusivo di quelle figure che il patriarcato lo hanno creato e ancora oggi lo difendono con le unghie e coi i denti, ma soprattutto con l’arma più potente e annichilente, ossia la convinzione di superiorità verso l’altra metà del genere umano. 

Nell’immagine: KKK


Quando i lettori hanno un’arma (elettorale)

Nella discussione intorno agli scandali della chiesa cattolica la donna è la grande assente 

Sarebbe un caso curioso, scomodo, politicamente scorretto e provocatorio, e così resterebbe, se solo non vi fosse un alone inquietante a circondarlo. Il mondo aI contrario, infatti, scritto dal generale italiano Roberto Vannacci (all’attivo, esperienze di comandante in Afghanistan e in Iraq) scatena una serie di effetti collaterali che sono degni di preoccupazione da parte di chi teme il rafforzamento di certe derive populiste. Il tomo di quasi quattrocento pagine del militare cinquantacinquenne forse amareggiato dalla vita, certamente disilluso dal presente, è stato attaccato (poiché è effettivamente attaccabile) sotto ogni punto di vista.

Oltre a essere offensivo poiché calpesta i valori costituzionali, indugiando invece, e rafforzandoli, in una serie di pregiudizi che spaziano dal razziale a quello di genere passando per quello ambientale – il tutto per segnalare l’ingiustizia di chi è costretto a vivere sotto la “dittatura delle minoranze” – il “manuale” è un coacervo di inesattezze e di incongruenze tale da avere scomodato e indignato, al di là del Ministro della difesa Guido Crosetto, che lo ha sospeso, fior di penne sui mass media della vicina Italia.

Al cospetto dell’affermazione “Ritengo che nelle mie vene scorra una goccia del sangue di Enea, Romolo, Giulio Cesare, Mazzini e Garibaldi”, il classicista Luciano Canfora, ad esempio, ha tenuto a ricordare i gusti sessuali variegati (tanto per usare un eufemismo) dell’antichità, e in particolare dello stesso Cesare, la cui vicenda della liaison con Nicomede re di Bitinia è giunta fino ai giorni nostri, parimenti alle conquiste militari – e in barba all’affermazione dello stesso Vannacci, secondo cui i gay non sarebbero normali.

Il docente di linguistica italiana Massimo Arcangeli, dal canto suo, sulle pagine del Corriere della sera si butta in un lungo lavoro quasi scientifico di revisione del testo in questione, portando alla luce un elenco infinito di passaggi plagiati, inesattezze grammaticali, invenzioni linguistiche, incoerenza di stile e debolezza argomentativa (tanto per citare un paio di punti e tralasciando il significato dei contenuti).

A tutti questi difetti assolutamente trasversali se ne aggiunge un altro, oseremmo aggiungere, che rappresenta un peccato capitale per qualsiasi testo che non si rispetti, ossia la noia. La ridondanza dei costrutti, il linguaggio a tratti obsoleto, altre volte improbabile, i concetti confezionati su una infilzata di luoghi comuni, la percezione di una minaccia imminente che permea ogni pagina (e che non viene da guerre e crisi energetica, dallo scempio ambientale o dallo spazio, ma soprattutto da coloro che vorrebbero riconosciuti dei diritti, dalle donne agli omosessuali, dagli stranieri agli attivisti), a prima vista parrebbero elementi sufficienti per saltare a dieci a dieci le pagine del libro, onde evitare di essere travolti dal tedio.

Lo stesso personaggio, nel suo grigiore (lo sappiamo, l’autore non andrebbe mai confuso con l’opera, ma siamo a caccia di elementi positivi) non sembra riuscire a esercitare alcun fascino affabulatorio, poiché privo di carisma, e in grado unicamente di ripetere una serie di concetti alla stregua di una macchinetta programmata, come se non ci trovassimo in un mondo di profondi cambiamenti e di discussioni, di lotte e conquiste necessarie, ma appunto, nella dittatura delle minoranze, per contrastare la quale esistono soluzioni semplici e preconfezionate (per quanto piuttosto confuse), che Vannacci ci mette gentilmente a disposizione.

Eppure… (e qui la congiunzione ci va più che mai) il libro, autoprodotto (e senza alcun editing, se si esclude il taglia e incolla di pezzi scritti da altri), è in cima alle classifiche Amazon (i librai finora non hanno osato lucrarvi) e con decine di migliaia di copie vendute (93.000 in 20 giorni) si è trasformato in bestseller (qualcuno ne ha paragonato il successo a quello di Harry Potter), mentre lo stesso Vannacci non lesina interviste video o cartacee, e intanto fioccano addirittura gli inviti ad attivarsi politicamente: Lega e Forza Nuova sembrerebbero attenderlo a braccia aperte.

Alla luce di quanto sopra, il successo incredibile e senza precedenti di un libro auroprodotto da un generale sospeso su due piedi dallo stesso ministro della difesa, ci dice una cosa importante sulle persone che il libro lo acquistano e lo leggono, soprassedendo con una scrollata di spalle a falsità o incongruenze evidenti, e ci restituiscono il ritratto di uno spaccato di società. Ciò che i lettori de Il mondo al contrario cercano tra le pagine del libro è probabilmente una cosa sola: la conferma finalmente istituzionale (poco importa la scelta di Crosetto, che è comunque stato anche attaccato) di un sentire che fino a qualche tempo fa poteva restare tutt’al più intimo, oppure trovare sfogo intorno al tavolo di un bar e nel peggiore dei casi su qualche canale social. Ora a questo sentire è stata data una voce, che proviene niente meno che dalle istituzioni (per quanto destituite), e che un domani, chissà, potrà tradursi nell’arma potenzialmente più pericolosa della democrazia, ossia quella del voto elettorale. I lettori, pardon, gli elettori, ci sono, e sono tanti.

Secondo informazioni raccolte dalla nostra redazione anche nelle librerie della Svizzera italiana molte persone richiedono il libro. L’interesse della clientela è almeno pari a quello suscitato dal vincitore di un Premio Strega. Il libro tuttavia (almeno per il momento) non è in vendita, poiché autoprodotto e distribuito unicamente online.
Ricordiamo inoltre che il libro di Vannacci fa degnamente il paio con quello (se possibile persino più delirante) scritto da Giorgia Meloni nel 2019 [ndr].
Nell’immagine: “il #1 più venduto” (con valutazione 4.8 su 5)


Le due vite di Toto

Nella discussione intorno agli scandali della chiesa cattolica la donna è la grande assente 

C’è stato un prima e un dopo, nella vita di Salvatore Toto Cutugno.

Un prima contrappuntato da un lavoro in sordina, dietro le quinte, a coltivare quello che lui stesso percepiva come un talento (stimolato dalle insistenze del padre che, ancora piccolo, l’aveva voluto nella banda di La Spezia al tamburo) ma cui non riesce a dare un indirizzo preciso. Ci vorrà dunque l’incontro con Vito Pallavicini, cui si deve la paternità di “cerco l’estate tutto l’anno e all’improvviso eccola qua”, per imparare i rudimenti del mestiere. Un sodalizio, il loro, che gli permette di varcare già negli anni 70 i confini nazionali, offrendo parole e musica nientemeno che alla Francia – dove gli chansonnier cominciavano a scarseggiare – nella figura dell’artista Joe Dassin, grazie a brani come Si tu n’existais pas (di cui vale la pena ascoltare anche la cover di Iggy Pop, voce rauca e un francese patinato da un irresistibile accento inglese) e L’été indien, protagoniste ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, delle ore più calde delle estati della Costa Azzurra.

Forte delle esperienze con i Toto&Tati e con gli Albatros poi (con i quali lancia pur sempre il successone Volo AZ 504, perfettamente aderente alla moda degli Anni settanta, caratterizzata dal combo cantante maschio-donna dalla voce flautata, e dove, ardito, troviamo il verso “potevo lasciarti avere il bambino”), di una serie di successi di Celentano tra cui Soli, che contribuiscono a rilanciare in pompa magna il Molleggiato, da qualche tempo giù di tono, Toto a un certo punto decide di lanciarsi da solo, proponendo in solitaria e con il broncio che è stato a lungo il suo tratto distintivo, brani fatti di amori grandi e strazianti (ai testi contribuiva Cristiano Minellono). Quale migliore vetrina del Festival di Sanremo, in Italia, dove incanta il pubblico cantando Solo noi senza mai aprire gli occhi (per timidezza, ha detto qualcuno) e conquistando per la prima e unica volta il podio? Il resto, ma questa è storia, è una serie pressoché ininterrotta di secondi posti. Oltre che innumerevoli collaborazioni, che lo vedono scrivere testi per Luis Miguel, Fausto Leali e Peppino di Capri, giusto per citarne alcuni.

Il podio però, non arriva mai, nonostante la cocciutaggine tipica di Cutugno, forse ciecamente fedele al detto di chi la dura la vince, e la sua mediterraneità, contraddistinta da completi bianchi, capello corvino e camicia aperta su petto villoso, comincia a trasformarsi in una sorta di macchietta, che lo fa scivolare, a tutti gli effetti in una nuova, seconda fase (qualcuno, molto saggiamente l’ha definito un meme ante litteram). Al più tardi dopo L’italiano (scritto per Celentano, che lo rifiutò, incurante del potenziale del brano, timoroso forse di trasformarsi in un cantante velatamente patetico) Toto Cutugno smette di sussurrare brani d’amore ad alto tasso glicemico ma pregni di virilità, eppure così romantici da non potere non risultare accattivanti, per cominciare a dedicarsi attivamente a tutta una serie di cliché. Partendo dall’Italiano, infatti, che ancora oggi titilla lo spirito campanilistico di ogni cittadino del Bel Paese ovunque si trovi nel mondo (pur sciorinando una sfilza di luoghi comuni non necessariamente lusinghieri, in perfetta rievocazione dei mitici e favolosi Anni ottanta), va a toccare tutti i punti deboli del sentimentalismo. Ed è così che sulle note di Figli, Mamme, Serenate, Emozioni e Amori, Europa, inizia inesorabilmente una sorta di parabola discendente.

Gli unici che ancora possono apprezzare questa narrazione di un Paese che sembra sprofondare sempre più nei problemi, sono gli appassionati fans all’estero, russi in primis: durante l’impero sovietico la finestra sul Festival di Sanremo, è stata una delle uniche possibili, e quindi, in qualche modo Toto Cutugno (che al festival, come autore o come cantante è praticamente onnipresente) si trasforma in un’idea di Italia e, perché no, forse anche di libertà. 

Ma ora che Toto non c’è più, come sempre accade quando qualcuno se ne va, possiamo scegliere di ascoltare e amare unicamente i brani che vogliamo noi, concedendoci, per attinenza anagrafica, un tuffo in quei magnifici anni del 900, che non solo ci sembrano migliori dei nostri, ma soprattutto, ci vedevano giovani. 

Nell’immagine: Toto Cutugno in concerto a Kiev nel marzo2019


Quando il porno si fa reale

Nella discussione intorno agli scandali della chiesa cattolica la donna è la grande assente 

Di nuovo è successo, e di nuovo, in questa torrida estate, è seguita la consueta ondata di scandalo, che purtroppo però, neanche questa volta, lascia presagire una riflessione che vada al di là del naturale rigetto per un’azione innaturale. Oltre che immorale. Oltre che inumana.

A Palermo, un gruppo di sette giovani ha fatto ubriacare una diciannovenne per poi abusare di lei nei modi più aberranti e crudeli che donna possa immaginare (scusate, ma gli uomini non hanno, non possono averne un’idea) per poi abbandonarla come un rifiuto dolorante e sanguinante. Ma non era la prima volta: lunedì scorso si è saputo di un fatto simile, con analoghe modalità, ai danni di una giovane inglese, a Magaluf, e tra gli arrestati figura anche un ragazzo svizzero; poco più di un mese fa invece, a Mallorca, l’arresto di sei germanici, stesso motivo, stesse modalità. Senza contare la miriade di episodi singoli ma non per questo meno gravi e umilianti. Protagonisti sempre giovani maschi, che al netto dei volti – giustamente (?) blurrati – hanno né più né meno l’aspetto dei nostri figli, dei nostri nipoti, dei nostri vicini di casa: magliette griffate, sacoche, calzoncini sportivi, ciabatte di gomma, calzini bianchi. In testa, probabilmente, anche loro una cultura trap della peggior specie, in cui le ragazze sono semplicemente bitches (cagne) mentre il cash è l’unico motivo per cui tirarsi giù dal letto ogni mattina.

Forse, ed è un’ipotesi, ma ai nostri occhi varrebbe certo un approfondimento, siamo di fronte, a intervalli sempre più ridotti e regolari, al risultato di una sessualizzazione avvenuta in modo autonomo e scriteriato, soprattutto per i millennials e gen Z, grazie al libero accesso, in ogni istante e in ogni luogo, a immagini e filmati proposti dai colossi web della pornografia mondiale, siti in cui basta certificare la propria maggiore età con un visto per potere soddisfare qualsiasi desiderio personale. Le miriadi di canali pornografici che il web offre, a titolo gratuito e soprattutto ubiquo, hanno con tutta probabilità in questi anni contribuito a un costrutto mentale che si basa da una parte su categorie di pratiche sessuali (e ben lo hanno dimostrato i giovani palermitani, che nelle intercettazioni successive allo stupro tirano in ballo proprio i canali porno), dall’altra su un’idea di umano sentire che fa della donna un mero pupazzo (trattata come una “bambola di pezza” (così il gip aveva definito le modalità di un altro grande stupratore come Alberto Genovese) in mano a corpi bramosi e fermi a uno spirito di conquista atavico, basato sulla clava della violenza, a scapito delle parole, della condivisione e del sentimento. 

A questo punto, volendo essere del tutto sinceri, andrebbe sottolineato uno degli aspetti che più differenzia donne (tutte) e uomini (non tutti) in ambito sessuale, e che sta alla base dell’orrore che questi soprusi sempre suscitano, oltre in chi li deve vivere in prima persona, anche in chi ne deve leggere: per arrivare a un atto sessuale l’uomo deve essere anzitutto eccitato (il margine di manovra della donna in questo senso è più ampio), ma questa euforia ormonale non deve per forza passare dalle parole o dai sentimenti positivi. E, peggio ancora, chi stupra non vive come deterrente né le lacrime né le richieste di pietà della vittima, anzi: spesso, il motore di quello che gli inglesi chiamano arousement, risiede esattamente nella sopraffazione, nel lasciarsi andare a un istinto animale così potente e brutale da spazzare con un colpo di mano perfino i diritti umani più basilari. Come spezzare dunque questo meccanismo perverso, in cui violenza e sessualità sono intrinsecamente legati?

Ognuno è responsabile anzitutto delle proprie azioni, questo è certo, ma la società, di fronte a un fenomeno così esteso e dilagante, non può limitarsi ad armare qualsiasi ragazza che si appresti ad uscire unicamente di consigli di difesa (dal “non appartarti in spiaggia” a “non andare mai in bagno da sola” al “non lasciare mai una bibita incustodita”), come se stesse andando a fare la spesa in tempo di guerra sotto l’occhio attento di invisibili cecchini.

Ben venga allora qualsiasi tentativo di iniziare a intavolare una discussione, di dare delle parole e una forma a concetti nuovi solo ai nostri occhi di comuni mortali, ma intrinsecamente legati alla sessualità, se possono portare a uno scambio e a un confronto basati, anzitutto, sul necessario rispetto reciproco. Eppure, ogni volta che un organo istituzionale cerca di dare una forma a temi spinosi e delicati – che si tratti di educazione sessuale o di agenda scolastica – che i nostri figli altrimenti affronterebbero con tutta probabilità su uno dei canali porno gratuiti di cui sopra, puntuali – bacchetta alla mano – ecco arrivare gli strali della chiesa (ricordiamo, notizia recentissima, il CL arrestato per i fatti di Rimini, ma anche il nostro docente ticinese, qualche mese fa) o di qualche politico pronto ad accusare di comunismo chi del sesso e di tutte le tematiche ad esso collegate (sì, omosessualità, gender fluidness ecc. ecc. comprese) non intende fare un tabù.

Ne dobbiamo parlare, anche ai nostri figli, anche noi. Eppure, ci sono madri e padri, anche da noi (senza scomodare la madre palermitana, secondo la quale la vittima se l’era cercata), che al proprio figlio per i diciott’anni regalano un abbonamento al sito di intrattenimento pr adulti “Only Fans”, o che, quando il suddetto pargolo viene lasciato dalla fidanzatina (sempre da noi) arrivano a consolarlo dicendogli “non pensarci, era semplicemente una tr***”.

Nell’immagine: messaggi in rete, alla ricerca del video dello stupro

 


Michela Murgia, una grande eredità

Nella discussione intorno agli scandali della chiesa cattolica la donna è la grande assente 

Che piacesse, o che non piacesse (cosa non difficile, vista la radicalità del suo pensiero e, subito appresso, del suo agire), la parola di Michela Murgia ha lasciato il segno. E non solo. In un’epoca come la nostra, in cui i social fanno da cassa di risonanza anche per il pensiero più sciocco e meno strutturato, portandosi sempre appresso i plausi di qualcuno di altrettanto sciocco e poco strutturato, l’autrice sarda ha saputo costruire intorno al proprio personaggio, alle proprie idee, fino a toccare aree più intime come quelle della malattia e della sua concezione di con-vivenza, un discorso trasversale, che è uscito dagli schermi di pc, tablet e smartphones per conficcarsi nella testa della gente.

A Murgia è infatti riuscita, nella sua densa e lucida traiettoria esistenziale, una delle cose più ardue ed encomiabili (ma solo quando è a fin di bene), ossia quella di lavorare sulla coscienza delle persone, superando in possenza vocale – e grazie alla costruzione di un pensiero coraggioso e originale – l’incessante brusio di fondo, ma anche lo scroscio delle cascate d’odio, che quotidianamente nel mondo dell’etere si riversa sui personaggi pubblici, soprattutto quando portano delle novità. Un odio, quello dei leoni da tastiera (ma anche di chi si arrocca a un’idea di famiglia e di struttura sociale che certamente non affonda le proprie radici in una legge della natura, quanto più nell’eterno bisogno di controllo e nell’egemonia ecclesiastica) cui è difficile tenere testa, poiché non affrontabile e quanto di più lontano vi sia dalle logiche di scambio e sano confronto.

Michela Murgia ha ammesso di avere vomitato non tanto per la chemioterapia, ma quanto per le cattiverie di chi non le ha voluto concedere, fino all’ultimo, di essere riuscita nell’intento apparentemente utopico di infondere in centinaia di migliaia di persone un’idea di consapevolezza. Basta guardare i suoi account social, alla voce “commenti” (là, dove, per sua stessa ammissione, lei praticava “cecità selettiva”) per trovarvi una moltitudine di donne e uomini che finalmente hanno trovato sé stesse nella voce di un’intellettuale che ha saputo unire l’universale (l’idea della necessità di democrazia, libertà e non da ultimo amore) a un individualismo che si nutriva di un’identità forte, per quanto minoritaria (la sua Sardegna, con le sue peculiarità, le sue strutture sociali ataviche e le concessioni al matriarcato); ma d’altronde è solo dal profondo del cuore che il proprio io riesce a trasformarsi in respiro trasversale.

Questa forza di coerenza la dobbiamo, tutti, a Michela Murgia. Anche chi non ha apprezzato la sua condivisione della malattia o certe tirate contro le istituzioni (come l’accanimento contro la presenza del generale Figliuolo, che per il suo ruolo di primo piano nella lotta al Covid ha rispolverato l’uniforme militare, quasi fossimo precipitati in guerra), o non crede necessaria una formalizzazione della famiglia queer come la intendeva lei, o ancora non crede nella giustizia dell’utero in affitto – che per lei era diventato, più dolcemente, “in affido”.

Peccato che nei suoi ultimi giorni, oltre all’omaggio all’amore esternato grazie alle nozze inedite celebrate in articulo mortis, Michela Murgia abbia dovuto assistere ai successi di personaggi come la ministra Roccella o alla potenziale erosione di diritti che le donne ormai davano per scontati. Ma nemmeno in quei frangenti le sue azioni e le sue parole sono venute meno all’essere potente atto politico, in una vita che si è mossa sempre in perfetto equilibrio fra il rispetto delle persone che costituivano il suo entourage privato e quello che invece era il dibattito pubblico. E questo non è poco, in un’era in cui gli intellettuali, laddove ancora ce ne sono, vengono derisi e nei peggiori dei casi perfino trascinati nelle aule di tribunale, come succede all’amico Roberto Saviano.

Nell’immagine: Michela Murgia


Tacco 12 o Birkenstock?

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La scena a nostro avviso forse più iconica (o significativa? o è la stessa cosa?) nell’iperdiscusso, ipercommentato, ipercriticato, e iperosannato film Barbie (difficile a questo punto incastonarsi in un dibattito di tale portata e intensità, soprattutto quando ne hanno già parlato e scritto tutti) è quella in cui una signora del plasticoso regno rosato in cui gli uomini sono magnifici esemplari di riuscitissimo melting pot, anagraficamente allineati e succubi alle donne, mette la protagonista davanti a una scelta. Dondolando un paio di scarpe con tacco in una mano e un paio di sandali nell’altra, chiede a Barbie se vuole continuare a camminare a una decina di centimetri da terra oppure finalmente (o per una volta) appoggiare i talloni sul suolo.

In altre parole, la magnifica bionda-cenere, impersonata da una stupenda Margot Robbie, vuole indossare a oltranza il sexyssimo tacco alto (immaginiamo che l’alluce valgo nel Barbieworld non sia previsto), oppure indossare delle comode e rassicuranti Birkenstock per capire finalmente cosa sia la vita vera?

Barbie, a dire il vero, oltre alla caduta di stile dovuta alle Birkenstock (peraltro ormai sdoganate anche dalla vippanza, tanto che il rapper Future ha creato il modello “Birkinstock”, realizzato da una Hermes-Birkin in coccodrillo), vorrebbe evitare quel salto verso la normalità, ché non si sa mai: in fondo, sono troppe le cose non chiare su cosa troverà dall’altra parte, e la comfort zone è sempre difficile da lasciare, ma alla fine vi sarà costretta.Come è andata poi, si sa. Nel mondo vero non sono le donne a comandare, anzi, e poi le cose sono tutte un po’ più difficili e meno belle di quelle che accadono a Barbieworld, dove tanto per dirne una, non esiste la morte, e Barbie non tarda a rendersene conto. 

Per tornare alle Birkenstock però, abbiamo avuto come un déjà-vu: Barbieworld, in fondo (ma forse nemmeno poi tanto), non è un luogo molto diverso da un social, e in particolare da quello potenzialmente più patinato del pianeta. Un luogo dove, se lo si sceglie, la vita può ridursi a semplice immagine di sé stessa fine a sé stessa, senza bisogno di contenuti. Sì, perché anche Instagram può essere così: come Barbieworld presenta vite luccicanti ed edulcorate in milioni di suoi profili gestiti da persone meravigliosamente belle e sorridenti, che vivono in regge faraoniche, si aggirano in luoghi incontaminati a climi temperati, con i borselli pieni e il cuore appagato da relazioni armoniose.

Lasciando da parte Instagram, che è fra i social preferiti e fortunatamente presenta anche profili interessanti, Barbieworld però può essere anche tra di noi, creature umane, in carne e ossa. Ce lo ha ricordato l’altro giorno lo scrittore e giornalista ( e padre di cotanto proprietario di giornale) Alain Elkann, quando, spacciandolo per un racconto estivo, ha narrato inorridito di un tragico viaggio in treno, a contatto con un mondo misterioso e minaccioso, popolato di giovani in maglietta bianca e scarpe Nike (per Elkann probabilmente socialmente e a livello di prezzi sono equivalenti alle Birkenstock). Un affronto per uno elegante come lui, in abito di lino stazzonato in pieno luglio (avrebbe potuto farsi un selfie e postarlo su Instagram), in compagnia di ottime letture, di una penna e di un taccuino. E soprattutto immerso in un mondo di gioia perenne e scarpe su misura.

Così come Barbie, anche Elkann si è dovuto rendere conto (più che una certezza però, il nostro è un auspicio) che, con o senza Birkenstock, prima o poi, Barbieworld il conto lo presenta sempre.


Un futuro fulgido, che viene dal passato

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Riccardo Fabbriconi, classe 2003, probabilmente, pur avendo vinto un anno fa il Festival di Sanremo, per la maggior parte delle persone nate nel secondo millennio, fino alla settimana scorsa, era poco più di una delle decine di meteore che, nel verde degli anni, pullulano nel panorama musicale italiano contemporaneo. Sono infatti moltissimi i nomi che quotidianamente si affacciano in rete, il più delle volte facilmente confondibili a causa delle giovani voci omologate da Auto-Tune, dai tatuaggi e dalle tute sportive, diventate ormai il nuovo dress code del terzo millennio. E il nuovo vizio del iper-featuring, dove ogni cantante affianca la propria voce a quella di infiniti colleghi, di certo non aiuta a renderli più riconoscibili. Poi, quando durante la scorsa edizione del Festival (per un atto che ancora non si sa se dettato da un raptus di rabbia o premeditato sin nei minimi dettagli – e per averne eventuale conferma basta guardarsi il video di L’isola delle rose) Fabbriconi ha distrutto il magnifico allestimento dell’Ariston prendendo a calci le rose rosse, incurante dei fischi del pubblico e delle parole di Amadeus (“Che hai combinato”?), tutt’al più le spettatrici e gli spettatori over 25 di cui sopra se ne sono potuti fare un’idea non necessariamente lusinghiera.

Eppure, questo appena ventenne che in nome d’arte fa Blanco, è diverso da tutti gli altri. Perché al di là di atteggiamenti da spaccone sommati a eccessi sul palco con la patina del déjà vu, se paragonati a quanto combinavano Pete Townshend o Jimi Hendrix negli anni sessanta, così giovane e senza raccomandazioni, ha già saputo dimostrare solidità nel suo essere artista, ha inventato uno stile musicale, e, last but not least, è intonato. La sua voce è ruvida, certamente, ma potente, disperata a tratti, ma autentica. È vero che, come quasi tutti i suoi contemporanei non disdegna le puntate nello sterminato mondo dell’hip hop (ha collaborato con Sfera Ebbasta, Madame, Salmo, Mace, Marracash, e naturalmente con il Mahmood di Brividi), ma, come ha sempre affermato, un poco in controtendenza rispetto ai coetanei, ama anche Gino Paoli, Domenico Modugno (che cita in La canzone nostra) e Adriano Celentano (che già un paio d’anni fa via Instagram gli faceva l’occhiolino, per la serie “ti tengo d’occhio”).

E qualche giorno fa ha debuttato una canzone che, oltre a scalare le classifiche e in qualche modo a consacrare Blanco, è riuscita nell’intento incredibile quanto fortunato di coniugare due generazioni che più lontane non si può: per Un briciolo di allegria il ventenne bresciano ha accompagnato la propria voce nientemeno che a quella di Anna Maria Mazzini, in arte Mina, ossia la leggendaria Tigre di Cremona che a 83 anni e una vita vissuta nel segno della discrezione (non si vede da oltre 45 anni), ancora riesce a entrare con prepotenza anche nelle playlist dei più giovani. Per l’occasione Blanco, che aveva abituato il suo pubblico a canottiere bianche su corpo palestrato, ha rispolverato un affascinante look da Humphrey Bogart, prestandosi nel videoclip in bianco e nero vagamente hitchcockiano di Un briciolo di allegria a un gioco di immagini che non fa che risaltare l’immensa presenza di Mina proprio nella sua assenza: al suo posto un misterioso e inafferrabile gatto, e poi una lontana figura di donna dall’inconfondibile treccia bionda.

Blanco è diventato grande, di colpo e in tutti i sensi, superando lo spazio e la luce (per fare il verso a un altro grande cantautore italiano) di quei sessant’anni che lo separano da Mina, ma che in questo brano non si sentono. Tutto ciò che si sente, ascoltando la potenza della voce della cantante – di cui il 21 aprile è uscito il nuovo album Ti amo come un pazzo – e le parole di Riccardo Fabbriconi, è di venire risucchiati nell’immenso mondo della musica italiana d’autore, ed è un po’ come tornare a casa, ma proiettati verso il futuro. 


Una mimosa per Nora

Nella discussione intorno agli scandali della chiesa cattolica la donna è la grande assente 

Ammettiamolo: tutto sommato il prossimo 8 marzo, dedicato con più o meno entusiasmo da entrambi i generi alle donne, almeno noi svizzere, o residenti in Svizzera, qualche motivo per festeggiarlo ce l’abbiamo, soprattutto alla luce della legislatura che si concluderà nel mese di dicembre, e che ha visto per la prima volta un totale di 96 donne su 246 seggi nei Consigli Nazionale e degli Stati. Sono in molte/i ad attribuire questo ragguardevole risultato politico (nel 1971, anno di introduzione del suffragio femminile, le donne erano 12) fra le altre cose anche agli effetti a lungo termine del grande sciopero delle donne del 14 giugno 2019. A questo si sono aggiunti poi anche il matrimonio per tutti o il congedo paternità. Perfino la combattiva consigliera nazionale PS Tamara Funiciello, durante una recente tavola rotonda raccontata dal settimanale tedesco «Die Zeit», per una volta ha messo da parte polemiche e provocazioni (per quanto siano spesso indispensabili) per ammettere che, seppur a passetti microscopici, qui in Svizzera, finalmente qualcosa si stia muovendo. 

Il lento cambiamento di mentalità e paradigmi all’interno della nostra società è ormai inesorabile, ma deve essere sostenuto e rafforzato giorno dopo giorno, e non va dato per scontato mai, come ci insegnano le immani tragedie di genere dei nostri giorni, da quella iraniana a quella inarrestabile dei femminicidi, da cui nessun Paese, indipendentemente da cultura o religione, sembra essere risparmiato. 

Fossimo chiamate a farlo, oggi non sarebbe difficile individuare delle figure-chiave femminili in cui identificarci e da cui lasciarci ispirare, poiché portatrici di valori condivisibili e che molto spesso combaciano perfettamente con i «semplici» diritti umani: Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace che esorta solidarietà e fermezza, e soprattutto vicinanza, verso quanto accade in Iran; Elly Schlein, che l’ha spuntata contro un concorrente maschile cavalcando il concetto di giustizia sociale e raccontando fiera la propria scelta d’amore; o ancora Jacinda Ardern, la premier della Nuova Zelanda che ha avuto il coraggio di ammettere i propri limiti, e si è ritirata in nome di quel rispetto dell’elettorato che dovrebbe costituire la base di ogni relazione politica sana.

Qui in Svizzera, in occasione di questo 8 marzo, sarebbe bello mettere in luce la figura coraggiosa di Nora Scheidegger, classe 1987, giovane giurista esperta di diritto penale svizzero che cinque anni or sono, attraverso il suo lavoro di dottorato, è riuscita a dare una sferzata a un dibattito politico che nel delicato ambito delle infrazioni contro l’integrità sessuale languiva in modo scandaloso. 

Lo possiamo dire senza remore né tema: in materia di infrazioni contro l’integrità sessuale la Svizzera rappresenta un fanalino di coda rispetto a molti altri Paesi europei, e per dimostrarlo non occorre andare lontano: le cronache giudiziarie degli ultimi mesi ci hanno offerto una serie di verdetti assai discutibili e di portata tale da suscitare boati di indignazione da parte di migliaia di donne da un lato all’altro del Paese. 

Nel suo lavoro di dottorato Nora Scheidegger è riuscita a mettere in evidenza quei “vuoti” giuridici che non permettono a molte vittime di essere tali, e sebbene affermi di essere stata aiutata dalla concomitanza con l’evoluzione del movimento Me Too o la petizione lanciata da Amnesty International nel maggio dello scorso anno, è grazie a lei se oggi discutiamo se sia meglio la soluzione “solo un sì è un sì”, oppure, come auspicano le fasce più moderate e caute, “no è no”. Ma Nora Scheidegger, con la sua lucida analisi della società, e consapevole di come attraverso il solo quadro giuridico sia impossibile far fronte alle esigenze di tutte le vittime, si appella anche alla cosiddetta giustizia riparativa, un processo interpersonale da svolgersi al di là delle aule di tribunale, ma che permetta e favorisca l’interazione tra vittima e agente finalizzata alla ricerca di una soluzione condivisibile. La proposta di Scheidegger rappresenta una modalità innovativa per la costruzione di un assetto sociale più solido e consapevole. Una trentacinquenne con idee tanto chiare e nuove non può che farci ben sperare, ed è un bel regalo per l’8 marzo.

Articolo scritto per Azione
Nell’immagine: Nora Scheidegger (foto Linda Pollari)


Non dimentichiamole

Nella discussione intorno agli scandali della chiesa cattolica la donna è la grande assente 

Donna, vita, libertà è forse lo slogan più importante da salvare di un 2022 che per molti versi ci ha lasciato un mondo in frantumi. Tre sostantivi giustapposti che, se per noi figlie dell’Occidente democratico sono poco più di uno slogan, per le donne iraniane rappresentano tutto ciò che è loro proibito: donna non possono esserlo e ogni rimando alla propria appartenenza di genere (capelli, forme del corpo) dev’essere nascosto brutalmente dal velo e da tuniche informi; vita non ne hanno, se non possono vivere ciò che sono per nascita; e libertà, beh, quale prigionia maggiore è possibile immaginare, oltre a quella di non potere essere?

Era il 16 settembre quando la giovane Mahsa Amini, diventata il volto simbolo delle vittime dell’atroce repressione iraniana, fu portata via a suon di bastonate su uno dei famigerati mezzi delle forze dell’ordine. Rea, come tutti sappiamo, in linea diretta dell’infamante crimine di non avere indossato il velo come da precetto, indirettamente del fatto di essere una donna e di non vergognarsene, rifiutandosi di rinunciare al suo genere biologico, di nascondere ciò che rende bella ogni ventenne di questa terra: la luminosità e la speranza negli occhi, le labbra pronte a sorridere, l’irriverenza di un’innocente ciocca che ricade sul volto.

Dopo decenni in cui la società iraniana è stata costretta ad adattarsi a un’esistenza divisa tra vita interiore e vita esteriore, vita pubblica e privata (in casa capelli sciolti, musica, studio e risate; fuori l’abdicazione immediata alla propria voglia di femminilità sotto gli occhi affilati di forze dell’ordine armate di bastone e «guardiane» delatrici votate al sistema, agghindate come funebri cornacchie), le barbare modalità dell’assassinio di Mahsa Amini sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso, spingendo donne e uomini a tagliarsi una ciocca di capelli in un primo momento e poi a riversarsi per le strade e protestare. E la reazione istituzional-religiosa non si è fatta attendere: è esplosa la barbarie dello Stato verso le proprie figlie e i propri figli, le madri e i padri, le sorelle e i fratelli, con esecuzioni, stupri anche su bambine e torture di violenza inenarrabile.

«Se non è una rivoluzione, cos’è?», si chiedeva l’attivista per i diritti umani e vincitrice del Nobel per la pace iraniana Shirin Ebadi sulle pagine del «Tages Anzeiger» a fine dicembre, cogliendo anche l’occasione per domandarsi perché il Consiglio federale non abbia aderito alle sanzioni dell’UE nei confronti dell’Iran (domanda peraltro più che lecita). Berna è evidentemente inibita dal proprio ruolo di mediatrice internazionale per l’Iran, ma è comunque necessario che una rivoluzione si compia e la vita sia preservata, dunque – come ribadisce Shirin Ebadi – non possiamo dimenticarci di loro, ma dobbiamo continuare a tenere, giorno dopo giorno, l’attenzione desta. 

Parlandone, scrivendone, facendo circolare video e foto. Così come, dall’Iran, lo chiedeva anche una anonima ragazza il 14 dicembre scorso sul «Corriere della sera» quando, a proposito delle e dei giovani in carcere, diceva «siate la loro voce!». Ci stanno provando i parlamentari del gruppo interpartitico svizzero Free Iran attraverso un’azione di padrinato (avviatasi anche in Austria e in Germania) e giornaliste del calibro di Federica Sciarelli di Rai3, che in una finestra di “Chi l’ha visto”, insieme a Marina Borrometi e Francesca Carli, ogni settimana propone un reportage che nasce e cresce grazie a social come Twitter e Telegram, ad esempio nel profilo @1500tasvir o in quello della giornalista e attivista iraniana Masih Alinejad, in cui iraniane e iraniani di colpo hanno un volto, una storia e un destino.

È arduo indagare laddove i giornalisti sono imbavagliati, in un luogo dove il sangue scorre ogni giorno e la morte non fa più notizia, ma grazie al lavoro certosino delle tre giornaliste italiane scopriamo storie struggenti come quella della madre che picchia il pugno sul portone del carcere chiedendo che le venga restituita la figlia perché le hanno già ucciso il figlio, o della dottoressa che operava i manifestanti feriti fino a essere arrestata e assassinata con una serie di sevizie difficilmente narrabili. A tutte e tutti noi, in questo 2023, spetta dunque il compito di non dimenticarle, le iraniane, che insieme alle loro cugine afghane sognano solamente una vita in cui essere donne e libere.

Testo scritto per “Azione”
Nell’immagine: una donna toglie il velo di fronte alla Torre Azadi (Torre della libertà) di Teheran


Dentro e fuori la classe

Nella discussione intorno agli scandali della chiesa cattolica la donna è la grande assente 

«Gli sticker che vedo sul cellulare di Nadir raccontano che il tentativo fondamentale, inevitabile, di ripulire, rimarginare, reprimere l’odio che aveva condotto alla Seconda guerra mondiale, al nazismo, all’antisemitismo, all’uccisione delle persone ritardate o menomate, dei Rom, degli omosessuali, si è esaurito. Sta ribollendo nelle chat dei ragazzini, e chissà dove altro, l’odio che le nostre istituzioni negli ultimi settant’anni hanno cercato di scacciare come il demonio».

La giovane prof protagonista di questo romanzo d’esordio (che è anche l’io narrante) insegna materia alternativa, un’ora settimanale dedicata, nelle scuole italiane, a chi non frequenta la lezione di religione cattolica. In un paese credente come l’Italia, per gioco forza l’ora di materia alternativa è frequentata per lo più da giovani straniere e stranieri, confrontati, oltre che con le sfide legate all’adolescenza, con questioni identitarie. Al di là delle specificità della griglia oraria, per molti aspetti diversa da quella delle scuole ticinesi, ad accogliere la prof giorno dopo giorno, sono, però, questioni universali, tipiche dei nativi digitali e di una generazione bombardata da informazioni e fake news, bersagliata da, ma anche promotrice di pregiudizi e false impressioni, ossessionata dalla propria immagine e in preda a fragilità e spavalderia allo stesso tempo.

La giovane e tenace prof si confronta dunque con l’ossessione per la pornografia, con un razzismo dilagante, con il rapporto dei giovani con il proprio corpo, con un linguaggio fatto di «zia» e «bro», ma anche con dubbi più grandi dell’essere umano stesso, come quelli legati a fede, religione e spiritualità.

L’aspetto più interessante e originale di La materia alternativa, al di là dell’agilità del testo, in cui le vicende della protagonista tra le mura di scuola si intrecciano con quelle più private, contraddistinte da un precariato trasversale che passa dalla sopravvivenza professionale a quella emotiva, è costituito dai dialoghi, freschi e sorprendenti, tra l’adulta del libro e i giovani comprimari.

La materia alternativa, uscito a inizio anno presso Mondadori, non ha mancato di suscitare curiosità e interesse da parte della critica, forse perché oggi più che mai, un libro che parli di scuola, e dunque di futuro, è necessario.

Nel libro si riconosce l’idea secondo cui se i ragazzi «sono come sono», non è del tutto colpa loro, poiché sono il frutto della nostra società e degli strumenti che abbiamo messo loro in mano.

Credo che spesso a scuola tra adulti e ragazzi manchi la fiducia. L’insegnamento è un lavoro relazionale il cui obiettivo è la trasmissione del sapere. Il rapporto funziona meglio, e dunque l’obiettivo viene raggiunto in modo più soddisfacente, nel momento in cui c’è fiducia reciproca. I ragazzi tendono a fidarsi degli insegnanti, anche se noto un aumento della diffidenza, fomentata secondo me dalla diffusione dei dispositivi elettronici che in qualche modo mettono i giovani in una condizione di maggiore ignoranza rispetto alle generazioni che li hanno preceduti. Nonostante quello che riconosco come un declino, l’insegnante non ha, però, diritto di biasimare i ragazzi per questo. In fin dei conti siamo noi, cioè la società, a porli all’interno di dinamiche per cui usano sempre il telefono, non si concentrano, non vengono responsabilizzati.

Una sorta di circolo vizioso… credi vi sia un margine di crescita?

La materia alternativa, così come l’ora di classe in Ticino, potrebbero essere un modello per l’insegnamento non tanto legato a discipline tradizionali, ma piuttosto per quella che è una missione fondamentale della scuola pubblica, ossia offrire a studentesse e studenti gli strumenti per diventare cittadine e cittadini consapevoli. Credo che il tentativo di dialogo, ma anche di scontro e di confronto che viene raccontato nel romanzo, a volte sia più utile delle lezioni frontali che spesso si fanno a scuola invitando ad esempio esperti di cyberbullismo o legalità.

Sesso, abuso di sostanze, cyberbullismo ecc. sono temi difficili da affrontare. Sulla base della tua esperienza dove trovare lo spazio necessario alla creazione di un dibattito costruttivo ed educativo?

La prof del romanzo a un certo punto si rende conto di essere da sola e di non potere risolvere nulla. Sono convinta che se questioni come la pornografia venissero affrontate trasversalmente, le cose potrebbero cambiare davvero. In fondo si tratta dell’educazione sentimentale dei giovani di domani. La scuola è per definizione il luogo in cui le cose possono cambiare. La società occidentale ha ormai preso una deriva neoliberista in cui si riconosce uno smarrimento di valori politici, sociali ed etici, e di pari passo la scuola perde la sua autorevolezza. Eppure, è proprio in quel luogo che dovrebbero avvenire i cambiamenti, perché se non avvengono lì, sicuramente non avverranno in futuro.

La scuola come ultimo luogo di potenziale dialogo, e perché non le famiglie?

Gli adulti di famiglia non si occupano di questi argomenti. Se poi penso alla pornografia, aumentata con l’utilizzo dei dispositivi elettronici, riconosco un tabù reale: il problema è che spesso gli adulti sono i primi consumatori, per cui non si sentono nella posizione di affrontare la questione con i propri figli.

Tra i temi su cui ti sei chinata nel libro, vi è anche il fenomeno della musica rap, trap e drill. I testi di queste canzoni possono essere violenti e duri, ma non di rado vengono presi a modello, come hanno dimostrato le cronache di quest’estate, con l’arresto di numerosi sedicenti artisti, resisi protagonisti di atti criminali.

Questi testi sono lo specchio degli interessi, di ciò che conta per le nuove generazioni. Ma a loro volta sono lo specchio di ciò che la società ritiene importante: contano gli abiti e il denaro, è fondamentale lo sballo. Se l’unico valore che viene posto come obiettivo da raggiungere è la ricchezza materiale, e nella nostra società i ricchi sono sempre meno, naturalmente spuntano la rabbia, la frustrazione e un senso di fallimento. Cosa si fa dunque? Si invoca la censura? Sarebbe sbagliato, sia come principio, sia perché, censurandoli, daremmo a quei testi controversi un’importanza ancora più grande. Possiamo però utilizzarli per osservare quello che ci succede intorno e intervenire a quel livello, con il dibattito e il confronto.

Per avvicinarsi ai propri figli i genitori dovrebbero chinarsi maggiormente su certi fenomeni, come i testi di cui abbiamo appena parlato?

Io credo fortemente nel dialogo. Le cose oggi sono cambiate: se un tempo la distanza tra la vita dei genitori e quella dei figli era una cosa sana, ora non è più così. Vorrei portare un esempio: oggi tra gli adulti, forse anche per quella nostra ricerca di eterna gioventù, va molto di moda l’aperitivo, e spesso ci si porta appresso anche i bambini. Un tempo una cosa del genere era impensabile, perché la vita dei genitori era separata da quella dei figli. A questo punto però, visto che c’è questa partecipazione, quando il bambino diventa un ragazzino, sarebbe giusto che anche il genitore partecipasse alla sua vita, perfino ascoltando la sua musica. Di fronte a questa assenza di confini tra vita adulta e vita adolescenziale, il rapporto deve essere bilaterale.

I ragazzi stanno vivendo un momento più difficile di quelli vissuti dalla nostra generazione?

La pandemia ha giocato un ruolo enorme, cui si è aggiunta la complicata situazione geopolitica internazionale. Vi è una specie di cappa di pericolo legata alla povertà, alla guerra e all’instabilità e quindi, mentre noi adulti cerchiamo di portare avanti le nostre responsabilità perché siamo avviati nel mondo del lavoro e abbiamo una vita adulta, i giovani cercano la fuga. E se per noi la via di fuga era sognare la libertà o la pace nel mondo, per loro la fuga è diventata spesso lo sbando, lo sballo e tanta rabbia. E proprio di quella rabbia sociale la politica non si occupa, sebbene a lungo andare sia pericolosa.

Articolo apparso su “Azione” lunedì 17 ottobre 2022