Zerocalcare, me fai volà!

L’imperdibile filosofia esistenziale del grande Michele Rech 

“Me fa volà che se sente Clint Eastwood”!

Questo tweet di Michele Rech, rivolto a Daniele Capezzone, ex portavoce della prima Forza Italia e giornalista Mediaset (gli si rimprovera la “lagna e il disagio come dimensione esistenziale”), riassume in poche romanesche parole lo Zerocalcare-pensiero, struttura mentale unica nel suo genere, dove alla pesantezza del vivere, all’incertezza del futuro, a una certa mancanza di prospettive, si risponde con la grazia e la leggerezza di chi in qualche modo è già oltre.

Michele Rech, in arte Zerocalcare, appunto, è in circolazione già da qualche tempo, La profezia dell’armadillo ad esempio risale già a dieci anni or sono, ma a venerarlo e a riconoscerne il talento universale abbiamo imparato in pieno lockdown, con i 9 corti di Rebibbia Quarantine, quando poco meno di due anni fa riusciva a strapparci amarissime e genuine risate durante il suo appuntamento settimanale alla corte di Diego Bianchi, negli studi deserti di Propaganda Live. Ora non lo amano solamente a Roma, nel Lazio o in Italia, ma grazie a Netflix, che ha caricato Strappare lungo i bordi sulla propria piattaforma, è sulla buona strada per diventare cult anche in Turchia, ad esempio, mentre lo è già in Indonesia, sempre ad esempio. Alla faccia di chi lo riteneva un prodotto locale, imbrigliato soprattutto, oltre che dal disagio, dal romanesco stretto in cui è narrato.

Forse è proprio quella una delle sue fortune, oltre a un tratto felice e immediato, in cui ognuna e ognuno può riconoscersi in un batter d’occhio. Chi non è a tratti stordito in un mondo denso di informazioni-idee-pensieri-aspettative come quello in cui viviamo? Chi non si è mai trovato in un’impasse esistenziale paralizzante e al tempo stesso vagamente comica? Probabilmente nessuno, ed è proprio questo che ci racconta Michele Rech, il cui alter ego Zerocalcare (nome preso da una pubblicità di un prodotto contro il calcare), e alter ego dell’alter ego Armadillo, riescono a trascinare chiunque in un flusso di coscienza che ha la consistenza del magma, tanto è denso, senza perdere mai di vista non solo il valore di ogni singola esistenza, ma anche un certo mal di vivere de noantri, con tutti gli annessi e connessi. E di questi fanno senza dubbio parte anche l’empatia per le grandi ingiustizie, come emergeva già nel commovente Kobane Calling del 2015.

Strappare lungo i bordi vuole anche dire non seguire alla lettera un percorso predefinito, non volere o non potere aderire fino in fondo al sistema in cui si vive, ma significa anche tentare di dare un senso a quello che si prova e, permeandolo di brillante ironia, renderlo un po’ più sopportabile.

Un aiuto alla sopravvivenza quotidiana di tutti noi, ma dal sapore universale, ecco cosa riesce a darci Zerocalcare, che forse non a caso, nel 2020 dall’Espresso è stato definito l’ultimo intellettuale d’Italia. E scusate se è poco.


Abusi istituzionalizzati

L’imperdibile filosofia esistenziale del grande Michele Rech 

Sarebbe già sufficientemente grave se fosse successo in una fabbrica, in un ufficio qualsiasi, in un supermercato. Il capo che abusa della stagiaire o della giovane impiegata, dell’ultima arrivata, di quella che non ha ancora agganci, ma soprattutto che ha bisogno di lavorare perché a fine mese le bollette vanno pagate, per quanto rivoltante, rappresenta un triste classico. Da che mondo e mondo. E chi è donna ben lo sa.

Sarebbe già grave a sufficienza, dicevamo. E disgustoso, rivoltante, nauseante. Ma soprattutto ingiusto, perché è da codardi, incuneare il potere laddove non si avverte resistenza, così come è vigliacco lavarsi la coscienza e perseguire la politica della negazione anche quando confrontati con evidenze e dati di fatto.
Eppure, poiché non c’è un limite al peggio – e anche questo è un dato di fatto – un capo che abusa in un luogo protetto, tra e con persone che, come lui lavorano al servizio delle fasce più vulnerabili della società, bambini, giovani, famiglie, commette un reato supplementare.

La complessa puntata di Falò andata in onda su La1 della RSI giovedì ha dimostrato, attraverso una ricostruzione minuziosa di aneddoti tra di loro collegati, risalenti a un tempo anche lontano, come sia stato scandalosamente facile, per il funzionario del DSS condannato per molestie sessuali e stupro, ma protetto dalla prescrizione, muoversi tra le maglie della mancanza di controllo. Segnalazioni e anomalie, a quanto riferito dalle coraggiosissime testimoni, venivano accolte e liquidate con una noncurante scrollata di spalle (“le conforto”, annotava uno dei capi ufficio dopo la visita di alcune ragazze che segnalavano le molestie), mentre la predilezione per le ragazzine da parte del funzionario in questione, da colleghe e colleghi veniva registrata con un benevolo sorriso, quasi alla stregua di una birichinata.

Ora che le cose sono state raccontate in dettaglio, e che la portata dell’incubo è stata ricostruita con frasi forti e amare lacrime (perché, non si è intervenuti prima, alla luce di tutte le segnalazioni, si chiedono le vittime?), a lasciare increduli, ancor più del fatto che la prescrizione abbia annullato la detenzione ma non il salario del reo non confesso, è il silenzio, letteralmente assordante. Il silenzio di chi potrebbe, avrebbe modo di ammettere, se non una colpa, almeno un errore, se non un reato, almeno la mancanza di un ascolto reale delle vittime. Di chi dovrebbe, finalmente, avere compreso come, in uno stato equo, una vittima di reati sessuali non dovrebbe prodigarsi nel tentativo di dimostrare il torto subito più di quanto l’imputato non investa nella propria difesa (basti pensare alla giovane collassata in bagno per sfuggire alle molestie, e non presa sul serio perché definita “problematica”). Ma così evidentemente non è, come ha provato la scandalosa sentenza pronunciata proprio ieri da un giudice di Olten, che riguardo allo stupro ai danni di una diciassettenne, alla fine del processo appena celebrato, ha dichiarato come si sia trattato “di uno stupro relativamente blando, se così si può dire”.

No, così non si può dire, caro giudice, come hanno ribadito a gran voce media, collettivi e associazioni d’Oltralpe. Così come non esistono vari gradi di stupro e vari gradi di sofferenza. Così come, per alleggerire il macigno del dolore delle vittime, non bastano gli anni che passano o gli “io non c’entro” che si sono levati un po’ ovunque tra i tragici protagonisti della vicenda ticinese.

Anche chiedere scusa non basterebbe e non risolverebbe nulla, però potrebbe almeno lenire (ed è forse stato il rispettoso pensiero del giudice Villa al momento della lettura della prima sentenza).
Ma forse le vittime del funzionario non meritano nemmeno questo.


Epistola a senso unico

L’imperdibile filosofia esistenziale del grande Michele Rech 

Vorrei sapere cantare, forse più di molte altre cose. La musica infatti rende i messaggi più gradevoli o più forti, aumentandone finezza e potenza. Poiché però non lo so fare, e non vi sono vie d’uscita in questo senso, vorrei prendere a modello la Lettera da lontano di Enzo Jannacci, e dopo averla ripulita dalla malinconica dolcezza che la rende un amaro bilancio di vita, metterci un pizzico di polemica nemmeno tanto celata e andare alla posta, francobollo prioritario. Anzi, la manderei espresso. E comincerebbe così:

Care e cari potenti del mondo (uso entrambi i generi, rivolgendomi anche a chi non riconosce la necessità dell’inclusività nel linguaggio della quotidianità), con questa missiva proprio da voi vorrei partire, che nei giorni scorsi siete riusciti a trasformare la gestione di un’urgenza climatica che sembra suscitare preoccupazioni serie solo in uno sparuto nugolo di giovani esaltati, in una sorta di gita scolastica internazionale, scorrazzando allegramente qua e là nei cieli d’Europa per decidere come ripulirli, quei cieli. Dei comunicati ufficiali mi fido poco, poiché la storia mi ha insegnato a dargli il peso che meritano (spesso equivalente a zero). Mi piacerebbe dunque sapere, oltre alle pacche sulle spalle di vicendevole sostegno (ma quanto siamo bravi?) e le foto-ricordo a bordo Fontana di Trevi (ma quanto siamo belli?), cosa vi siate detti veramente, a telecamere spente, se vi siete fatte o fatti qualche complice occhiolino, sicure e sicuri di riuscire, con il famoso e famigerato blablabla che tanto bene vi contraddistingue, a tenerci buone e buoni ancora per un po’.

Altrettanto sportivamente, care e cari potenti del Ticino, credo di non essere l’unica curiosa di scoprire cosa di riflesso bolla in pentola sul nostro territorio, in un’ottica ecosostenibile e al di là di progetti-sportivi-e-non assolutamente faraonici, e oltre alla politica del palazzinaro, così esacerbata da averci proiettato, come ticinesi, nell’olimpo dello sfitto. Un primato che ci fa onore, una medaglia che luccica sui nostri petti, rendendoci campioni nell’arte delle case vuote e del territorio violato.

E chissà, in mezzo a cotanta fantasia, caro mondo della politica, cosa hai elaborato per le giovani generazioni, che il futuro in teoria ce l’hanno davanti, e che un domani governeranno, dopo il gustoso assaggio di questi mesi, caratterizzato da demolizioni di centri aggregativi e pallettoni di gomma per chi ascolta la musica nei parchi pubblici. Come si sa, alla fantasia non c’è limite, ma se la fiducia si costruisce con queste modalità, chissà il domani, cosa ci porterà.

A proposito di nuove generazioni, vorrei esprimere, sempre via epistola, un pensiero sentito accompagnato da un sincero ringraziamento al nostro USTRA, che risolve i problemi di viabilità presenti e futuri del Cantone in tempi di surriscaldamento climatico arrivando a regalarci (sì regalarci) una terza corsia tra Mendrisio e Lugano: nuovi svincoli, nuovi raccordi, nuove strade, nuovo asfalto, il tutto gratis e senza diritto di rifiuto, poiché, da che mondo è mondo, a caval donato non si guarda in bocca! Un’idea geniale, innovativa e all’avanguardia, che non mancherà di rendere più fluido il traffico, spalmando gli ingorghi su tre corsie, aiutandoci ad aumentare i volumi dei mezzi in transito.

Come ogni lettera che si rispetti, anche questa prevede un saluto conclusivo, e vorrei rivolgerlo con una punta di invidia a chi, con il sorriso sulle labbra, sempre imperterrito procede, sicuro di essere nel giusto, di sapere cosa si convenga per chi, dall’altra parte della barricata, comunque non capirebbe, e si incaponisce a chiedere dialogo e rispetto per coloro che un giorno prenderanno il nostro posto, un po’ più di uguaglianza e un’idea di futuro che contempli la presenza dell’essere umano su questa terra, insomma, una qualsiasi forma di visione. Se non fossimo così ben guidate e guidati, chissà dove saremmo!


Giovani si è, vecchi si diventa

L’imperdibile filosofia esistenziale del grande Michele Rech 

“Era una notte buia e tempestosa”…

Per riassumere un’articolessa pubblicata su un domenicale ticinese, dove una buona fetta della gioventù nostrana è definita come “figlia di nessuno”, ci piacerebbe mutuare l’espressione del più celebre bracchetto della terra. A essere denunciati nell’articolo in questione sono i presunti eccessi giovanili delle notti luganesi in quel della Foce. Giovani cannaioli e beoni, rumorosi e maleducati, che appunto, una famiglia sembrano non avercela.

La cosa paradossale, al netto delle trasgressioni descritte nel testo e attribuite alla suddetta gioventù, è che queste ragazze e questi ragazzi, protagoniste/i della praticamente inesistente movida ticinese, una famiglia ce l’hanno, figlie e figli di qualcuno dunque sono. Altrimenti, non si spiegherebbe perché allo scoccare della mezzanotte si precipitano verso la Pensilina, a caccia dell’ultimo bus. Forse vanno a casa? Ciò che invece queste cittadine e questi cittadini così impietosamente narrati forse non hanno, sono altre cose. Forse fanno parte dei Mille che non hanno un posto di apprendistato, e non vedono bene il motivo per cui svegliarsi ogni mattino, o forse degli altri Mille (ma quanti saranno, davvero?) che non hanno un posto di lavoro, e forse sono già nel tunnel dell’assistenza. O forse, dopo un anno e mezzo di pandemia, non hanno più certezze, e vogliono semplicemente stare fuori, o ancora, forse hanno voglia di fare qualcosa, perché sono preoccupati per le sorti del pianeta, e sono stufi del blablabla generalizzato degli adulti.

Oppure… e potrebbe essere la spiegazione più plausibile, sono semplicemente giovani. E noi, dall’altra parte della barricata, un po’ più vecchi, incapaci di riconoscere o di accettare che la reporter sia diventata una felpa con cappuccio, e la musica degli Anni 70-80, si sia trasformata in techno e trap. Queste/i giovani non le/i fermeranno né i proiettili di gomma sparati nella notte, né il dileggio sui media: continueranno ad arrangiarsi e a inventarsi il divertimento giorno dopo giorno, pur di stare insieme; loro, che nella città più grande del Cantone non hanno un luogo aggregativo popolare degno di questo nome, né un centro sociale o un locale di musica dal vivo, e tantomeno la disponibilità finanziaria o l’età per bersi un cocktail in uno dei (pochi) bar del centro.

Ma si sa, per stare insieme e fare i giovani ci vuole poco, e a volte, quando si vogliono celebrare tutti quei piccoli riti di trasgressione che se contenuti servono a crescere, è facile esagerare.
È invecchiare senza pregiudizio e con il desiderio di capire, che è più difficile. E mi ci metto io per prima.

Sul tema vedi anche l’Opinione di Ilario Lodi “I fatti della Foce parlano delle scelte e della vita di tutti noi” – Nell’immagine: scultura collettiva alla Foce


Giocare alla vita

L’imperdibile filosofia esistenziale del grande Michele Rech 

Ormai le regole le sanno tutti, in almeno 90 Paesi del mondo. E per una volta, non parliamo delle volubili norme Covid, ma di quelle di Squid Game dove, per farla breve, 456 perdenti, o perlomeno, reputati come tali dalla società sudcoreana (perché pieni di debiti, incapaci di badare a sé stessi, ecc. ecc) decidono di partecipare a un gioco il cui primo classificato si accaparrerà 45,6 miliardi di won. I giochi sono semplici, tiro alla fune, Un due tre stella, Squid Game – un Gioco del calamaro, quest’ultimo, che ricorda il nostro Gioco del mondo, solo in versione più brutale. Piccolo particolare, non ci sono secondi e terzi classificati, perché l’importante non è partecipare, ma vincere. Altro particolare: chi perde muore. Eliminazione totale, dunque.

Squid Game è la serie Netflix interamente scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk (che ha trascorso cinque anni nello sforzo di trovare qualcuno disposto a realizzarla) di cui si parla un po’ ovunque e che, oltre che per l’idea pseudo-ludica su cui si fonda e i 110 milioni di spettatori globali in meno di un mese dall’uscita, è per il pulp di certe scene che non ha mancato di scomodare un po’ ovunque chi crede di riconoscervi un serio rischio di devianza morale. Si è tirato in ballo un classico del videogame come Fortnite, che somiglia a Squid Game proprio per quella modalità del “tutti contro tutti” che rende lecito qualsiasi mezzo di eliminazione degli avversari.

In realtà Squid Game è qualcosa di diverso. È il cinema coreano che si trasforma in serie, dilatando per gli appassionati del genere la storia fino a spalmarla su quasi nove ore. Sotto il sole però, niente di nuovo, per quanto duro e affascinante. Maestri del cinema del Paese del Sudest asiatico come Park Chan-wok (Trilogia della vendetta), Kim Ki-duk (Moebius) o Bong Joon-ho (Parasite) erano già riusciti a dimostrare come fosse possibile coniugare la poesia alla violenza, trasformando quest’ultima in un vettore narrativo senza dubbio influenzato da una radicata tradizione fumettistica, con il risultato di sdrammatizzare un po’, e nella peggiore delle ipotesi strappare una risata (come d’altronde fa Tarantino, che peraltro non mancò di esprimere tutta la sua ammirazione per Old Boy di Park Chan-wok, quando in veste di preside della giuria, nel 2004 gli assegnò il Grand Prix al Festival di Cannes).

Ma Squid Game ci mostra con brutale prepotenza anche qualcos’altro, inserendosi in un solco già magistralmente sondato da Saramago o Coetzee: all’essere umano, anche a quello tecnologizzato e digitalizzato, basta poco, un nonnulla oseremmo dire, per fare un passo indietro nella propria concezione del vivere civile. È sufficiente che una delle certezze delle nostre vite venga meno, e in men che non si dica ci ritroviamo in una dimensione tribale, in una cellula sociale sempre più ristretta, fino a diventare individuale. Accade anche ai giocatori di Squid Game, che a un certo punto capiscono come convenga che i “buoni” si alleino con i “buoni” e i cattivi tra di loro, allo stesso modo in cui lo fanno i protagonisti di Cecità o quelli di Aspettando i barbari. Uno studio antropologico sui generis, insomma, intenso e permeato di lirismo.

Tutto il resto è sangue e morte, e cinema coreano al suo meglio.


L’ambiente chiama, anzi esige

L’imperdibile filosofia esistenziale del grande Michele Rech 

Vi è forse una sfida ancora più grande di quella ambientale, e paradossalmente, è rappresentata dall’incapacità di raccontare l’urgenza della sfida stessa. Dopo un’estate che ha visto i pompieri di tutto il mondo impegnati nel tentativo di perlomeno contenere una serie quasi infinita di roghi devastanti alternati ad alluvioni altrettanto distruttive, in ordine temporale l’ultima avvisaglia di una situazione sotto molti versi fuori controllo ce la stanno dando New York e il New Jersey, flagellati da quella che è stata definita “la coda” dell’uragano Ida. La metropolitana è inagibile, l’acqua alta è ovunque, vi sono morti. La deputata della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti Alexandria Ocasio-Cortez ha affermato che non vi è altra spiegazione per questi fenomeni insoliti, se non quella del cosiddetto climate change.

Della devastazione che il climate change sempre più spesso si porterà appresso abbiamo sentore ormai da qualche tempo e, come se non bastasse l’esperienza pratica (intere regioni letteralmente ridotte in cenere, animali carbonizzati, esseri umani che hanno perso tutto), ce lo ribadiscono di continuo anche personaggi come Greta Thunberg o i ragazzi della Gioventù per il clima, ancora oggi in parte derisi o creduti solo a metà. D’altronde, in una società iperattiva e bulimica come quella in cui viviamo, il rischio che si fatichi o addirittura si sbagli a dare una gerarchia alla notizia, è più reale che mai. A ciò si aggiunge il fatto che le notizie invecchiano in fretta, e a lungo andare la ripetitività può anche annoiare.

Occorre dunque cambiare dalle fondamenta dapprima le nostre mentalità, e subito dopo il nostro modo di vivere, asserisce l’islandese Andri Snær Magnason, attivista ambientalista autore di Il tempo e l’acqua (Iperborea, 2019). Ma dobbiamo cominciare in fretta, da ogni possibile fronte. Occorre cambiare paradigma nella programmazione scolastica a ogni livello, per adeguare le materie alle necessità impellenti che investiranno le prossime generazioni, occorre ripensare le modalità dei nostri spostamenti, occorre investire ancora di più nelle energie alternative.

Difficile? Senza ombra di dubbio, ma non impossibile come sembrerebbe a prima vista, a detta di Magnason. E proprio la sua Islanda in questo senso rappresenta un esempio virtuoso. Se un tempo si era costretti a emigrare per le condizioni climatiche difficili (vulcani, ghiacciai, geyser), oggi si sa come aggirare quegli stessi ostacoli sfruttandone l’energia; non è dunque un caso se in Islanda si possono perfino coltivare ortaggi e frutta.

Il messaggio che deve passare è uno solo: in ballo c’è la sopravvivenza sul pianeta Terra, una priorità cui si dovrebbe naturalmente assoggettare qualsiasi altro tema in agenda, eppure non è così. Urge un cambiamento di rotta, di cui forse proprio Magnason, che sarà a Chiasso in occasione del Festival, saprà darci le coordinate. La questione è urgente perché come ama sottolineare, in questo momento siamo i colonizzatori delle prossime generazioni. E le prossime generazioni sono le nostre figlie e i nostri figli.

Andri Snær Magnason sarà intervistato da Mario Casella nell’ambito del Festival ChiassoLetteraria. L’appuntamento è per sabato 4 settembre 2021 al Cinema Teatro (ore 15).


Schiavi 2.0

L’imperdibile filosofia esistenziale del grande Michele Rech 

Ce ne aveva parlato un tipografo comasco, descrivendola come un’azienda virtuosa, fra le più grandi d’Italia, specializzata, oltre che nella qualità, anche nella realizzazione del bello. Grafica Veneta garantiva la produzione di un libro in 24 h e dai suoi macchinari sono usciti i volumi della saga di Harry Potter e l’instant book su Barack Obama per il “New York Times”; vi stampavano (stampano?) case editrici come la preziosa Neri Pozza di Vicenza e si dice che il suo direttore fosse solito raggiungere il posto di lavoro in elicottero. Grafica Veneta, in quel racconto ammirato, era però anche ammantata da un alone di mistero, poiché agli occhi esterni risultava blindata.

A differenza di altre tipografie, sia in Svizzera sia in Italia, era impossibile un confronto con lo stampatore, e tantomeno entrare all’interno del gigantesco sedime aziendale situato a Trebaseleghe (PD), se non in occasione di un paio di giornate di porte aperte all’anno. Con Grafica Veneta si lavorava a distanza e in rete, con l’invio dei file e la fiducia in un risultato finale eccellente e veloce.

Oggi, alla luce degli undici arresti effettuati dai carabinieri di Cittadella qualche settimana fa, che hanno visto finire in manette anche due manager del colosso veneto diretto da Fabio Franceschi, la presunta privacy che contraddistingueva l’azienda (o parte di essa) si sta delineando per quello che era in realtà: il tentativo di coprire una gravissima realtà di caporalato. Gli schiavi, dunque, oggi non si limitano più a morire sui campi di pomodoro del sud, ma lavorano anche nelle tipografie e realizzano prodotti destinati allo studio e alla conoscenza.

Gli operai pakistani impiegati da Grafica Veneta attraverso due contractor pakistani naturalizzati italiani, venivano picchiati, torturati, derubati e rapiti. Ed è stato proprio uno di loro, abbandonato lungo una strada dopo essere stato massacrato, a raccontare dell’inferno in tipografia, là dove, si presume, la diffusione del sapere imbocca la strada per il mondo.

Maurizio Maggiani, autore di quel Coraggio del pettirosso che negli anni Novanta gli valse il Viareggio e il Campiello, uno scrittore che ha fatto del rispetto dell’etica del lavoro (e di ogni essere umano, soprattutto gli ultimi e i dimenticati) la propria cifra, arrivando perfino a rinunciare alle passate di pomodoro già pronte, onde evitare il rischio di prestare il fianco al caporalato, ha deciso che non poteva tacere, e dopo avere espresso la propria opinione sulla stampa italiana, si è rivolto anche al Papa. La risposta del Pontefice non si è fatta attendere: accogliendo la domanda di Maggiani, che si chiedeva se forse si dovesse rinunciare alla cultura, ha spronato i cittadini a denunciare, dando valore al coraggio di chiunque non riesca a tacere davanti a qualsiasi forma di ingiustizia. A questo coraggio ne va aggiunto un altro, forse ancora più arduo: il coraggio della rinuncia, la capacità di dire “no” a qualsiasi forma di vantaggio che si basi sullo svantaggio altrui.

Lezioni di vita. O di cultura.


I vibranti Settanta

L’imperdibile filosofia esistenziale del grande Michele Rech 

Vien da dire (facendo il verso a una canzone di Raf del 1989) “Cosa resterà degli Anni 70”? Probabilmente più di quello che ci piace ricordare: in Svizzera a partire dal 1971 anche le donne poterono votare, in Italia, durante quelli che poi vennero chiamati Anni di piombo, furono legalizzata l’interruzione di gravidanza, confermata la legge sul divorzio e riscritto il diritto di famiglia. In quegli anni successero anche cose orribili, questo è fuori discussione, e per molti la riabilitazione di alcuni militanti che decisero di andare fino in fondo fu profondamente sbagliata.

È così anche per Giovanna, protagonista di Avanti, parla, il nuovo romanzo in cui Lidia Ravera fa i conti con gli Anni Settanta del proprio Paese. Siamo nella stessa epoca in cui un’allora poco più che ventenne e spregiudicata Ravera assurgeva a immediata notorietà grazie a Porci con le ali, scritto a quattro mani con Marco Lombardo Radice e oggi definito “diario sessuo-politico” con status di cult: vi si narravano le imprese di due giovani alle prese con la militanza e la scoperta della propria sessualità.

Anche la Giovanna di Avanti, parla era una militante, un’attivista che affrontava gli scontri di strada sulla spinta di ideali alti. E, come tale, ha pagato pegno: per la società civile, scontando la propria pena in carcere, per sé stessa, auto-recludendosi in un appartamento sul Tevere, lontana dal mondo, isolata da ogni calore umano. Un giorno però, come lo scoppio di un mortaretto, nella vita di Giovanna irrompe… la vita stessa. E lo fa sotto forma di una famigliola che prende in affitto l’appartamento di fianco al suo; madre, padre e due figli come se ne vedono a bizzeffe, negli anni Venti del 2000: un nucleo ricomposto, allargato, precario quanto basta, fresco, coinvolgente e dedito agli aperitivi e al piacere in genere.

Con una scrittura compatta e avvolgente, contraddistinta da autentiche fiammate di originalità, Ravera racconta dunque di questo cambiamento nella vita di Giovanna che, entrando in contatto con la giovane famiglia, tornerà in contatto con sé stessa e con il presente che la circonda, in un umano e struggente processo.

È questa, per Lidia Ravera, la strada per fare pace con il passato, con il proprio e con quello della propria nazione; un modo per ripercorrere anni difficili e tormentati, in cui l’incertezza regnava sovrana, ma che forse, in un’ottica puramente storica, furono necessari. Oggi è tutto diverso: come osserva la scrittrice, le militanze sono più deboli, quasi sottotono, ma forse è inevitabile, in un presente che boccheggia per sopravvivere. Laddove si impone il precariato, per gli idealismi resta poco spazio. L’unica speranza è rappresentata dal giovane Malcolm, il vicino tredicenne militante ambientalista: è su di lui che la Ravera riversa quel che resta della speranza e dell’ardore di un periodo storico di cui avremmo forse potuto salvare molto di più.

Lidia Ravera, Avanti, Parla, Milano, Bompiani, 2021


Quella strada non s’ha da fare

L’imperdibile filosofia esistenziale del grande Michele Rech 

Era bello fare gli ambientalisti negli anni 90 e 2000, quando al tavolo delle trattative si trovavano “antagonisti” con cui era possibile discutere, poiché vedevano la posta in gioco in tutta la sua interezza. La Svizzera sembrava sulla strada giusta per trasformarsi gradualmente in paese modello per un’Europa all’epoca ancora lontana dall’urgenza delle questioni ambientali.

Il popolo svizzero sembrava intuire la necessità di un cambiamento di rotta, e i successi delle votazioni Iniziativa delle Alpi (1994), TTPCP e finanziamento TP (1998) e Avanti No (2004, in cui, peraltro, si metteva un veto al raddoppio del Gottardo) lasciavano ben sperare su quello che sarebbe potuta essere la filosofia ambientalista nazionale. Poi però le cose sono cambiate e, imprevedibilmente per chi in quegli anni era al fronte per la protezione della natura, in peggio.

Forse la prima volta il “tabù ambientalista” è stato infranto dalla Consigliera federale pipidina Doris Leuthard, che con i suoi grandi sorrisi, l’entusiasmo per le grandi opere e indubbie capacità oratorie, è riuscita a convincere il popolo svizzero della bontà del raddoppio autostradale del San Gottardo. Per la gioia incondizionata, fra gli altri, di USTRA (Ufficio federale delle strade), che, pur essendo, appunto, ufficio federale, e dunque pubblico, e non partito politico, durante la campagna per il raddoppio sguinzagliò per tutta la Svizzera i propri funzionari mandandoli a partecipare a dibattiti politici in veste di proseliti.

Il cambiamento di rotta della classe politique e del popolo in materia di temi ambientali è stato evidente in tutta la sua dolorosa concretezza lo scorso 13 giugno, quando sono stati respinti tutti i temi in votazione. Probabilmente è un segno dei tempi, l’ambiente è quantità négligeable, e la Gioventù del clima un gruppo di ragazzi capricciosi senza esperienza, e così anche questa volta USTRA ne è uscito più ringalluzzito di prima, e prosegue con slancio ed energia tutti i suoi piani di cementificazione/asfaltamento.

L’ultima misura (in ordine di tempo) per cui si batte questo nostro ufficio di funzionari dediti alla politica, è la costruzione di una nuova corsia autostradale tra Chiasso e Mendrisio. Sulle prime semplicemente denominata “terza corsia”, ha ora subito un restyling di nome, forse per mettere a tacere animi critici che si vorrebbero più tranquilli, trasformandosi in “corsia dinamica”. Come riportato sulle pagine de La Regione del 27 maggio, Guido Biaggio, vicedirettore dell’Ufficio federale in questione, sente di avere “tagliato un traguardo” in materia di consensi, anche perché (e qui ci viene molto da ridere), un domani si potrà destinare la contesa corsia al car pooling o ai mezzi pubblici.

Insomma, se non abbiamo capito male, si ovvia alla mole indecente di traffico che da anni soffoca il Mendrisiotto e il Basso Ceresio con una nuova corsia, che agevolerà il traffico negli orari di punta e sicuramente ne attirerà di nuovo, mettendo a tacere chiunque non sia d’accordo con questa soluzione tirando in ballo l’esperienza fatta da altre grandi città e la possibilità di coinvolgere fantomatici mezzi pubblici di cui non si conosce l’entità (dunque i treni passeranno dall’autostrada? O verranno create nuove linee di bus per l’autostrada?).

Non fosse una questione tanto seria e urgente, quella dell’ambiente, ci verrebbe quasi da ridere. Ma poiché non è bello essere gabbati così spudoratamente e poiché i risultati di inquinamento a breve e lungo termine sono molto più palesi di quanto non lo fossero 20-30 anni or sono, non ci resta che piangere. O forse tornare a ribellarci.


Pari diritti (ma dove?) e pari doveri

L’imperdibile filosofia esistenziale del grande Michele Rech 

Qualcuno, beffardo, ha affermato che non dovremmo lamentarci, poiché volevamo la parità dei diritti tra uomo e donna, e questa passa, naturalmente anche dai doveri. Quindi è giusto che, come hanno deciso le Camere federali questa settimana, anche le donne lavorino fino a 65 anni.

Qualcuna (nello specifico trattasi della Consigliera nazionale pipidina Ruth Humbel), forse ancora più beffardamente, ha fatto riferimento alla – presunta – solidarietà tra uomini e donne per quanto riguarda l’AVS, dichiarando che “gli uomini versano di più e le donne ricevono di più”.

Ma fermiamoci un attimo… perché gli uomini “versano di più” alle casse AVS? Forse (è solo un’ipotesi, magari perfino un poco maliziosa) perché spesso esercitano professioni meglio retribuite grazie al fatto che hanno potuto fare carriera, sapendo che il “sacrificio professionale” in famiglia (quei part-time di cui ci hanno abituati ad accontentarci) lo fa qualcun altro? Oppure versano di più perché, proprio in quanto maschi, possono contare su un salario maggiore? E che le donne “ricevano di più” non è esattamente vero, se pensiamo che un quarto delle donne in Svizzera possono contare solo e unicamente sulla rendita AVS.

L’ufficio federale di statistica (su admin.ch), nei dati più recenti a nostra disposizione, risalenti al 2018, riporta una differenza salariale tra generi, a parità di qualifiche e funzione, dell’8-22,1% nel settore privato e del 11,4% in quello pubblico. E non abbiamo ancora i dati post pandemici, che però non fanno esattamente ben sperare, se pensiamo che in Italia, su 100’000 posti di lavoro scomparsi, almeno 99’000 hanno toccato lavoratrici donne.

Ma non è tutto, infatti, come ha ben evidenziato la Consigliera agli Stati Marina Carobbio, sono soprattutto le donne, e solo raramente gli uomini, a occuparsi del vasto e sfuggente ambito non pagato delle cure, rivolte non solo ad eventuali figli (quindi gravidanze comprese), ma anche di parenti bisognosi.

Il tempo dei doveri, ci viene abbastanza ovviamente da dire, sarà solo quando la questione dei diritti non verrà più liquidata con una scrollata di spalle e un sorrisetto di sufficienza, alla Humbel, per intenderci.

Un motivo in più per scendere in piazza, il 14 giugno.