L’Ucraina non lasci gli scrittori russi a Putin e Kirill

Quando anche la letteratura diventa strumento o ostaggio delle logiche di guerra. 

Di Francesco ‘Pancho’ Pardi, Micromega

Fino a pochi giorni fa la questione culturale tra Russia e Ucraina era incentrata sulla decisione russa di annettere gli scrittori ucraini e di considerarli esclusivamente russi. Scelta imperialistica in perfetto accordo con l’operazione militare speciale diretta contro un Paese cui non si vuole riconoscere alcuna identità: una qualsiasi regione della grande Russia, su cui questa si ritiene in diritto di esercitare un pieno, indiscutibile dominio. C’è di mezzo la questione della lingua: i classici nati in Ucraina, Gogol’, Čechov, Bulgàkov, Babel’, Grossman, Achmatova scrivevano in russo. Ma non è una buona ragione per annichilire la loro vena ucraina, evidente nei modi più vari nei loro scritti. Di questi sei (ci sono anche tanti altri cosiddetti minori) forse la sola Achmatova non ha un’evidente risonanza ucraina.

Ma ora, impegnata allo spasimo nell’autodifesa dall’aggressione russa, l’Ucraina sarebbe sul punto di adottare leggi per escludere scrittori russi dalle materie d’insegnamento e dalla pubblicazione. Da un’intervista di una deputata al Parlamento ucraino, filologa e docente in lingua e letteratura ucraina, membro della Commissione Cultura che ha elaborato il testo (Iryna Konstankevych, Corriere delle Sera, 21.6.2022) risulta che nell’80% delle biblioteche ucraine ci sono ancora solo testi russi, molti dei tempi sovietici, e che nei territori ora occupati dalla Russia nei nuovi libri delle elementari la parola Ucraina non esiste più. 

Da qui la necessità della Repubblica aggredita di adottare contromisure efficaci per combattere la propaganda putiniana. Quindi censura sul 40% degli scrittori russi; scelti chissà come, forse sulla base della loro sottomissione alla supremazia dell’impero russo di allora; censura moderata con la promessa di annullarla alla fine della guerra. Infine, dalla discussione sui rapporti culturali tra Russia e Ucraina si ricava che perfino alcuni scrittori ucraini di grande rilievo, come Gogol’e Bulgakov, sono oggi considerati filorussi o antiucraini.

È probabile che la condizione di chi legge in Italia non sia la più adatta a capire il contrasto e la sua virulenza attuale. A noi i russi non hanno distrutto case, scuole, ospedali, né ucciso figli, parenti, amici. Quindi non siamo in grado di pensare quanto e come l’aggressione incide sul dibattito culturale. Forse se stessimo lì sotto i bombardamenti anche noi spingeremmo l’ostilità contro la Russia fino all’esclusione dei suoi scrittori. Per colpa di Putin saremmo anche noi pronti a rinunciare a Tolstoj e Dostoevskij? Non possiamo saperlo. Forse sì. 

Ma, ammessa questa incertezza, non possiamo fare a meno di sperare che gli ucraini, cui va tutta la nostra completa solidarietà, vogliano ripensarci. Prima di tutto per l’impossibilità di ridurre la grandezza e la profondità incommensurabile della letteratura russa alla miseria e alla strettezza di vedute di chi esercita oggi il potere in Russia. Che senso ha regalare un intero universo straordinariamente complesso e contraddittorio, dove esprimono la loro inconfondibile voce pensieri, fantasie, visioni degli umani e della natura, in una parola stili che non potrebbero essere più diversi, a una classe dirigente gretta e asfittica, incapace di comprendere ciò che esige di comandare? 

Che titoli hanno Putin e il patriarca Kirill, entrambi vecchi arnesi del KGB approdati a una visione arcaica del mondo, per ricevere gratis un patrimonio culturale, di cui una singola pagina, un singolo verso valgono più dei due capi messi insieme con tutte le loro servili gerarchie? Quando Putin e Kirill saranno seppelliti e dimenticati, Puskin e Turgenev, Lermontov e Leskov continueranno a essere letti dovunque. I grandi scrittori russi appartengono meno alla Russia e molto di più all’infinita Repubblica dei Lettori. Dove vige l’esercizio della libera interpretazione del testo e dove nessuno può inculcare al lettore visioni prefabbricate della realtà: il mondo della lettura non è quello della televisione di Stato. 

Perciò il Parlamento ucraino darebbe una teatrale manifestazione di autentica superiorità se rinunciasse all’ostracismo nei confronti degli scrittori russi. Dimostrerebbe di intenderli, nella loro ricca complessità, in modo molto più profondo di quanto possa mai fare la classe dirigente russa attuale, così grottesca da apparire come un parto di un Gogol’ redivivo. La letteratura russa è il miglior antidoto alla propaganda putiniana.

Ma poi davvero Gogol’ e Bulgakov erano autori antiucraini? L’accusa indeterminata richiederebbe l’individuazione dei luoghi testuali suscettibili di sostegno alla tesi. Si dovrebbe, con l’opportuno contraddittorio, controllare sui testi e verificare la fondatezza della critica. Non ho la possibilità di discutere con la professoressa Kostankevych che sicuramente ne sa più di me, ma spero sia consentita una difesa d’ufficio. Intanto quando l’Ucraina era ben lontana dall’essere aggredita un atteggiamento antiucraino non era necessariamente antipatriottico. Poteva essere manifestazione di spirito critico, libera espressione di uno scrittore bastian contrario. 

La stessa letteratura russa ce ne fornisce mirabili esempi. C’è poi da considerare l’effetto dell’ironia. Gogol’ e Bulgakov sono autori essenzialmente ironici e la critica dell’ironia non può essere rigettata con posture seriose. Chi lo fa si sottopone senza rendersene conto a un surplus d’ironia. Si finirebbe di fare la parte degli abitanti di Poltava, che si sapeva essere il modello della città rappresentata nell’Ispettore generale di Gogol’. L’irresistibile, comica critica della sua amministrazione fu denunciata dagli abitanti come vera e propria diffamazione della città, col risultato di esporla più di quanto l’autore avesse immaginato. E il caleidoscopio, al tempo stesso lirico e ironico, del punto di vista da cui Bulgakov illustra Kyïv disputata da tre poteri (l’armata rossa, la guardia bianca e la banda del malfattore Petliura) non può essere distorto e reso monotono dall’accusa di essere antiucraino. L’ironia e anche la critica più impietosa non tolgono ma aggiungono significato all’oggetto del loro interesse e perciò la letteratura irriverente può essere intesa come la forma più compiuta di affetto per la propria materia. 

Ancora oggi, fatta salva l’osservazione del principe Mirskij sulla prevalenza del fantastico sul realistico in Gogol’, il lettore che voglia sentire la voce dell’antica Ucraina ha la fortuna impareggiabile di poter leggere i suoi racconti di ambiente rurale nelle raccolte “Le veglie alla masseria presso Dikan’ka” e “Mìrgorod”. Dove l’affetto è espresso con incisiva ironia. L’autore di La fiera di Soròcintsy, Proprietari di vecchio stampo o Storia del litigio tra Ivàn Ivànovic e Ivàn Nikiforovic non potrà mai essere considerato antiucraino.

Nell’immagine: Puskin, Turgenev, Dostoevski e Tolstoj


Ágota Kristóf – Uno sguardo disperato dentro una lingua nemica

Quando anche la letteratura diventa strumento o ostaggio delle logiche di guerra. 

Il suo sguardo non lo si poteva dimenticare. Incontrando Ágota Kristóf, salutandola, nella sua casa operaia di Neuchâtel o in qualche evento letterario, il primo impatto era dato proprio da quello sguardo, profondo eppure quasi come assente, o opaco, appannato, accompagnato da un accenno di sorriso, pieno di malinconia.

Ágota Kristóf, cresciuta negli anni di guerra e fuggita poco più che ventenne dall’Ungheria invasa dalle truppe sovietiche con il marito ed una bimba di quattro mesi, ha avuto una storia piena di sofferenze, di congedi dolorosi, di esperienze laceranti, di distacco, divenuto definitivo, dal suo paese natale e dalla sua lingua madre, proprio nel momento in cui, scrivendo in francese, è diventata, da svizzera, un vero e proprio “caso letterario” e, in definitiva, una delle voci più importanti della letteratura europea di fine Novecento.

La sua “Trilogia della città di K.” (pubblicata in Italia da Einaudi) è un libro capitale ed indimenticabile, tradotto in oltre 30 lingue, che ha soprattutto nella sua prima parte, uscita in Francia nel 1986 con il titolo “Le grand cahier”, un esempio potremmo dire unico di scrittura deflagrante, nella sua voluta, ricercata, ossessiva scarnificazione, oggettivazione, senza superflui aggettivi.

Una scrittura unica, fortemente legata al fatto che la Kristóf sceglie, per i suoi testi, il francese, la lingua “d’adozione” (che definirà “nemica”) imparata negli anni di lavoro in fabbrica, in Svizzera, frequentando corsi per adulti, per raccontare molte delle sue vicende biografiche attraverso lo sguardo, disperato eppure vitale, di due giovani ragazzini, due gemelli, confrontati con le atrocità della guerra, con l’istinto di sopravvivenza che li porta alle forme più terribili di “rimozione sentimentale”.

In queste settimane di conflitto, con le truppe russe che invadono, un’altra volta, una terra di confine per affermare, nella follia della logica delle armi, il proprio dominio in nome di inquietanti principi etnici, spirituali e politici, proprio come in quel 1956 ungherese, la lettura dei libri di Ágota Kristóf è di quelle che possono raccontarci o magari anche farci “convivere”, “sentire”, quel che sta succedendo alle vittime d’Ucraina, anche di più, forse, di quei dibattiti manichei fra esperti ed opinionisti che nei media si accaniscono gli uni contro gli altri nel definire i termini del conflitto.

Leggere i libri di Ágota Kristóf, morta a Neuchâtel nel 2011, vuol dire trovarsi improvvisamente catapultati (impreparati) a convivere con le vittime del conflitto, di ogni conflitto: bambini, ragazzini, che si “esercitano” a sopravvivere, giorno dopo giorno, sotto le bombe, applicando una sorta di ferrea autodisciplina, quella dell’annullamento di ogni aspetto che abbia a che vedere con la sfera emotiva, fino a raggiungere una sorta di tragica ma salvifica “anestesia dei sentimenti”.

Così, insieme ai suoi due protagonisti, Lucas e Claus, ci si ritrova a dover fare i conti con l’essenza della vita in guerra, in una realtà intrisa di morte: vivere è sopravvivere, a qualunque costo, senza potersi permettere di pensare ad altro, senza perdersi nel giudicare, nel voler capire. Con loro siamo davanti al puro orrore, alla crudele capacità dell’uomo di provocarlo e alla strenua volontà dell’uomo di superarlo, per provare, un giorno, forse, a dimenticarlo.

Dentro uno sguardo profondo, che riflette un vuoto lontano, indicibile, malinconicamente irrecuperabile.

Da Ágota Kristóf, “Quello che resta” [Il grande quaderno], Milano, Guanda, pp.93-95

Nostra madre

Siamo in giardino. Una camionetta militare si ferma davanti alla casa. Nostra Madre scende, seguita da un ufficiale straniero. Attraversano il giardino quasi di corsa. Nostra Madre tiene un bambino piccolo tra le braccia. Ci vede, grida:
– Venite! Correte subito sulla camionetta. Partiamo. Sbrigatevi. Lasciate perdere le vostre cose e venite.
Domandiamo:
– Di chi è il bambino piccolo? Dice: È la vostra sorellina. Venite! Non c’è tempo da perdere.
Domandiamo:
– Dove andiamo? Nell’altro paese. Smettetela di fare domande e venite.
Diciamo:
– Non vogliamo andarci. Vogliamo restare qui.
Nostra Madre dice:
– Io sono obbligata ad andarci. E voi verrete con me.
– No. Noi resteremo qui.
Nonna esce di casa. Dice a nostra Madre:
– Cosa fai lì? Cos’è che hai in braccio?
Nostra Madre dice:
– Sono venuta a prendere i miei figli. Vi manderò dei soldi, madre.
Nonna dice:
– Non voglio i tuoi soldi. E non ti ridarò più i bambini.

Nostra madre chiede all’ufficiale di prenderci con la forza. Ci arrampichiamo alla svelta in soffitta, con la corda. L’ufficiale cerca di acchiapparci, ma gli diamo dei calci in faccia. L’ufficiale bestemmia. Tiriamo su la corda.
Nonna sghignazza:
– Lo vedi? Non vogliono venire con te.
Nostra Madre grida con tutta la voce:
– Vi ordino di scendere immediatamente! Nonna dice: Non obbediscono mai agli ordini.
Nostra Madre si mette a piangere:
– Venite bambini miei. Non posso partire senza di voi.
Nonna dice:
– Il tuo bastardo straniero non ti basta?
Diciamo:
– Stiamo bene qui, Madre. Partite tranquillamente. Stiamo benone qui da Nonna.
Si ode il rumore dei cannoni e delle mitragliatrici. L’ufficiale prende nostra Madre per le spalle e la spinge verso la macchina. Ma nostra Madre si divincola:
– Sono i miei figli, li voglio! Li amo!
Nonna dice:
– Io ho bisogno di loro. Sono vecchia. Tu, tu puoi ancora farne degli altri. E difatti…
Madre dice:
– Ve ne supplico, non tratteneteli.
Nonna dice:
– Non li trattengo. Andiamo ragazzi, scendete alla svelta e andate con la vostra mamma.
Diciamo:
– Non vogliamo partire. Vogliamo restare con voi, Nonna.

L’ufficiale prende nostra Madre tra le braccia, ma lei lo respinge. L’ufficiale va a sedersi sulla camionetta e accende il motore. In questo preciso istante avviene un’esplosione nel giardino. Subito dopo vediamo nostra Madre a terra. L’ufficiale corre verso di lei. Nonna vuole allontanarci. Dice:
– Non guardate! Rientrate in casa!

L’ufficiale bestemmia, corre sulla camionetta e parte a tutta velocità. Guardiamo nostra Madre. Le viscere le escono dal ventre. È tutta rossa. Anche il bambino. La testa di nostra Madre penzola sul buco provocato dalla granata. I suoi occhi sono aperti, e ancora umidi di lacrime.
Nonna dice:
– Andate a cercare il badile!

Posiamo una coperta sul fondo del buco, vi corichiamo sopra nostra Madre. Il bambino è sempre stretto al suo petto. Li avvolgiamo in un’altra coperta, poi riempiamo il buco.
Quando nostra cugina torna dalla città, domanda:
– È successo qualcosa?
Diciamo:
– Sì, una granata ha fatto un buco in giardino.

Un recente bell’articolo su Ágota Kristóf su può leggere nel sito “The vision” a firma Mattia Madonia



Tre romanzi ucraini tradotti in italiano per capire il popolo che resiste

Quando anche la letteratura diventa strumento o ostaggio delle logiche di guerra. 

Di Yaryna Grusha Possamai, Linkiesta

La letteratura ucraina è relativamente giovane e, nella sua evoluzione travagliata, si è trovata spesso a investire gran parte delle sue energie nella lotta, nell’adattamento e nei postumi del pericolo esterno russo, che in questi giorni si è materializzato di nuovo.

Oltre alla minaccia fisica agli scrittori, poeti ed editori ucraini, impegnati al fronte o nel volontariato, la letteratura ucraina rischia di subire una pausa prolungata, anche perché quelli che hanno qualche spazio per scrivere si ritrovano senza voglia di prendere la penna in mano.

Dopo l’annessione della Crimea e l’inizio della guerra russo-ucraina nel Donbas nel 2014, la letteratura ucraina si è trovata a riflettere sui temi dell’identità attraverso la guerra in corso: in questa riflessione collettiva, la voce più marcata appartiene agli scrittori e poeti sfollati dal Donbas. Olena Stiazhkina, Iya Kyva, Volodymyr Rafeienko, Liuba Yakymchuk. I loro esperimenti, anche linguistici, con cui hanno scelto di passare dal russo all’ucraino per ragioni morali hanno contribuito alla nascita di nuovi lineamenti della letteratura ucraina contemporanea. Nelle librerie italiane si trova purtroppo una scelta di testi limitata e, per di più, al maschile nonostante negli ultimi anni la letteratura ucraina abbia assunto un volto sempre più femminile.

I testi qui scelti potranno aiutare a capire l’oggi dell’Ucraina.

Serhij Zhadan, Il convitto (Voland, 2020)
Un romanzo-viaggio di tre giorni oltre la linea del fronte nella città occupata dalle truppe russe senza bandiera nel Donbas. In questo testo, veloce e furtivo, dove si scioglie la neve sporca e girano i cani randagi, non c’è spazio per la riflessione, perché è accaduto quello che è accaduto. A differenza dei primi due romanzi tradotti in italiano, “La strada del Donbas” (Voland, 2016) e “Mesopotamia” (Voland, 2018) che avevano lunghe pagine di descrizioni poetiche dei paesaggi, ne “Il Convitto” Zhadan presenta una sua nuova prosa nuda e cruda. Il protagonista Pasha, un insegnante di lingua ucraina in una delle scuole del Donbas, indeciso e distaccato, alla fine del suo viaggio riesce a prendere una posizione anche per merito del suo giovane nipote, che è andato a recuperare in un convitto.

Zhadan, classe 1974, la rock star della letteratura ucraina, scrittore, poeta e cantante, originario di Starobils’k, regione di Luhans’k, dal 2014 ha organizzato concerti nelle zone ravvicinate al fronte con la sua fondazione. Dall’inizio dell’invasione su larga scala della Russia in Ucraina, è rimasto a Kharkiv, la città dove ha vissuto negli ultimi 30 anni, e si è dedicato al volontariato.

Markijan Kamysh, Una passeggiata nella zona (Keller, 2019)
Un po’ diario di bordo, un po’ reportage, “Una passeggiata nella zona” racconta l’esperienza personale dell’autore in veste di stalker o di passeggiatore solitario durante i giorni, settimane e mesi trascorsi nella zona di alienazione di Chornobyl’ (la variante ucraina di Chernobyl, usata anche nel libro). Una passione tossica, un filo spinato che lega Markiyan con la Zona lo costringe a tornare più volte in estate e in primavera per ritrovare la sua pace interiore tra le Antenne di Chornobyl-2, i tetti dei palazzoni abbandonati e la chiesa ortodossa del paese Krasno.

Un posto dove l’autore scarica la sua rabbia e supera e distrugge le sue paure. Nel farlo, distrugge anche la zona, le sue staccionate per riscaldarsi d’inverno, «un lavandino (…) per noia o per disperazione (…) a pezzi con un mattone»: la distrugge come lei a sua volta ha distrutto le vite intere di una comunità, compresa quella di suo padre, liquidatore dell’incidente. La solitudine e il paesaggio annientato conducono all’annientamento dell’io dell’autore, lo riducono fino allo zero, ed è da lì che riparte per ritrovare di nuovo se stesso.

A marzo del 2022 lo spettro della Centrale di Chornobyl’ si è palesato di nuovo in Europa, con i lavoratori ucraini presi in ostaggio dai soldati russi e le ulteriori minacce di terrorismo nucleare.

Dopo aver portato la famiglia in salvo dalla capitale ucraina durante l’invasione russa, Markiyan Kamysh, classe 1988, si è arruolato volontario per la difesa territoriale e pubblica il suo diario della guerra sulle pagine di Repubblica.

Andrei Kurkov, I diari ucraini (Keller, 2014)
Le pagine del diario privato dello scrittore rimandano il lettore nei primi giorni della protesta studentesca di novembre 2013 nella piazza principale di Kiev — Majdan. In quei giorni freddi e umidi, sotto la pioggerella autunnale, nasce il movimento europeista che durerà per i successivi tre mesi e che costringerà il presidente filorusso in carica Viktor Yanukovych a fuggire in Russia. La penna temperata dello scrittore, la cui casa si trovava a due passi dallo spazio delle proteste, fissa accuratamente, a modo del diario di Aleksandr Blok o Franz Kafka, i cambiamenti nella società che avvengono giorno dopo giorno.

Il diario finisce con la data del 27 giugno 2014, segnata nella postfazione, quando il presidente eletto a maggio Petro Poroshenko firma a Bruxelles l’accordo sull’integrazione dell’Ucraina all’Unione Europea. Kurkov scrive del concetto di “guerra ibrida”, imparato velocemente dagli ucraini: quel tipo di conflitto che la Russia conduceva nei loro territori. Le ultime parole del diario dicono: «L’Europa, che durante il Majdan ha sbandierato il suo sostegno, ora si è fatta da parte, si è ammutolita, dando la precedenza ai suoi rapporti commerciali con la Russia. Il denaro è più importante della democrazia. Questo cinico insegnamento, che l’Europa ha lasciato all’Ucraina, influirà senz’altro sul futuro sul futuro del mio Paese. E quindi anche sul mio. E quello dell’Europa stessa. Di tutta l’Unione Europea».

Andrei Kurkov, classe 1961, nato a Leningrado, di lingua madre e di scrittura russa, dal 2017 comincia a sperimentare con la prosa in lingua ucraina. Dal 2018 è il presidente del Pen Ukraine. Da febbraio 2022, Kurkov insieme alla famiglia è sfollato dalla capitale ucraina e vive a Leopoli, da dove rilascia interviste e commenti ai media internazionali.

Nell’immagine: Markijan Kamysh, Serhij Zhadan e Andrei Kurkov

 


Giorgio Scerbanenco – Ovunque straniero, padre del noir italiano

Quando anche la letteratura diventa strumento o ostaggio delle logiche di guerra. 

È una linea sottile quella che, come poche, ha oscillato per secoli a segnare i confini tra le attuali Russia, Ucraina, Polonia e Bielorussia, senza trovare mai requie: un taglio netto verticale che nella sua incostanza ha finito per stravolgere le vite di migliaia di persone, contribuendo alla mescolanza di lingue e culture diverse. A pochi chilometri e pochi anni di distanza sono nati infatti alcuni dei maggiori intellettuali polacchi e ucraini dell’Otto-Novecento, cittadini dell’Unione sovietica o dell’Impero austro-ungarico, cattolici, ortodossi o ebrei. Un patrimonio culturale che merita di essere riscoperto.


Scerbanenco è italiano negli scaffali delle librerie ed era italiano a Roma, dove è cresciuto tra zie e cugini della famiglia materna. Lo era anche in Ucraina, preso in giro, durante la sua breve permanenza, dai bambini del luogo, a cui rispondeva con le due parolacce in russo che aveva imparato e, quando restava senza parole, con improperi in romanesco, indubbiamente più efficaci.

A Milano, seconda città dove va a vivere con la madre, Scerbanenco scopre però di essere straniero. Tra i Navigli sembra pesare di più il suo nome, Vladimir, e quella k infilata alla fine del cognome dell’accento di un ragazzo cresciuto sulle sponde del Tevere. “Verso i diciotto anni diventai straniero, qui a Milano”, scrive nel pamphlet autobiografico Io, Vladimir Scerbanenko (Milano, 1966) lasciando respirare al suo lettore, con poche frasi, quella tristezza che lo porterà a sostituire la k del cognome con una più italiana c e ad assumere il suo secondo nome, Giorgio, che non richiama steppe lontane ma solo santi nostrani.” (da Matilde Quarti, “Scerbanenco, fabbricante di storie”.

Ed è infatti della Milano degli anni ’50 e ’60 che Giorgio Scerbanenco scriverà, con l’esperienza del giornalista e con uno stile “immediato”, vicino al parlato, un gran numero di articoli e romanzi, praticando un po’ tutti i generi fino a scegliere quello del “noir” per raccontare le ampie e dolorose zone d’ombra della nascente metropoli del boom economico italiano.

Nato nel 1911 a Kiev con il nome di Volodymyr-Džordžo Ščerbanenko (in ucraino Володимир-Джорджо Щербаненко), è stato capace di mutuare le vicende di cui veniva a conoscenza nel lavoro giornalistico di cronaca in varie testate milanesi in una serie di romanzi che l’hanno sì portato al successo, ma che solo dopo la sua prematura scomparsa, nel 1969, ne hanno fatto un “maestro” costantemente riproposto e ripubblicato, cui ha guardato con particolare attenzione anche una cospicua produzione cinematografica.

Fra i suoi personaggi più noti ed amati è da ricordare Duca Lamberti, un giovane medico radiato dall’Ordine e condannato al carcere per aver praticato l’eutanasia, che uscito di galera diventa una sorta di investigatore privato. Lamberti, protagonista di una quadrilogia costituita dai romanzi “Venere privata”, “Traditori di tutti”, “I ragazzi del massacro” e “I milanesi ammazzano al sabato”, pubblicati da Garzanti nei tre anni che precedono la sua scomparsa.

Nella travagliata biografia di Scerbanenco, nel suo personale confrontarsi con momenti fortemente drammatici che ne hanno condizionato la produzione letteraria, vi è anche la fuga in Svizzera negli anni delle persecuzioni razziali in Italia. Al periodo svizzero (’43-’45) risalgono non pochi esempi della sua fluviale produzione, in scritti e volumi che testimoniano anche della costante interrogazione di Scerbanenco nei confronti della propria e della comune condizione umana di fronte alle peggiori nefandezze e tragedie della storia.

Da “Io, Vladimir Scerbanenko” (1966)

“Mia madre era dietro di me due o tre metri, e teneva un capo del tronco d’albero. Io ero davanti e tenevo l’altro capo del lungo tronco che trasportavamo a casa… Eravamo a Odessa, nel 1921, mamma aveva lasciato l’Italia e mi aveva portato con sé, per andare a cercare papà del quale non aveva più notizie dalla rivoluzione russa. A Kiev, mamma aveva saputo che papà era stato fucilato dai rossi”.

“Mio padre […] dal modo come ne sentivo parlare dalla mamma, dagli zii, dai nonni, sembrava un italiano anche lui. Più tardi ho imparato che gli ucraini, e mio padre era ucraino, sono i latini di Russia, ma allora lo sapevo d’istinto, senza neppure pensarci”.

Consigli di lettura

  • Sulla vita e l’opera di Scerbanenco: Cecilia Scerbanenco, “Il fabbricante di storie – Vita di Giorgio Scerbanenco”, La nave di Teseo, 2018
  • I romanzi ed i racconti di Scerbanenco sono costantemente pubblicati e ripubblicati dalle case editrici Garzanti e La nave di Teseo.
  • Presso Aragno, invece, è uscito, nel 2006, il volume “Il mestiere di uomo”, a cura di Andrea Paganini, che raccoglie 47 capitoli pubblicati a puntate su un periodico di Poschiavo fra il 1944 e il 1945.


Vasilij Grossman, nazismo e stalinismo pari sono

Quando anche la letteratura diventa strumento o ostaggio delle logiche di guerra. 

È una linea sottile quella che, come poche, ha oscillato per secoli a segnare i confini tra le attuali Russia, Ucraina, Polonia e Bielorussia, senza trovare mai requie: un taglio netto verticale che nella sua incostanza ha finito per stravolgere le vite di migliaia di persone, contribuendo alla mescolanza di lingue e culture diverse. A pochi chilometri e pochi anni di distanza sono nati infatti alcuni dei maggiori intellettuali polacchi e ucraini dell’Otto-Novecento, cittadini dell’Unione sovietica o dell’Impero austro-ungarico, cattolici, ortodossi o ebrei. Un patrimonio culturale che merita di essere riscoperto.


Nonostante il rigido controllo da parte degli apparati statali incaricati della censura, non sono mancati nella lunga storia dell’Unione Sovietica letterati dissidenti di grande spessore, subito accolti a braccia aperte – se non di persona, almeno attraverso le loro opere – al di qua della cortina di ferro. Ne ho fatto esperienza indiretta scovando nei primi anni Ottanta, nella biblioteca dei miei genitori, alcuni titoli di Aleksandr Solženicyn e di Andrej Sinjavskj, noto quest’ultimo con lo pseudonimo di Abram Terc. Come quei testi, pubblicati da una piccola ma coraggiosa casa editrice milanese come Jaca Book, fossero finiti in un appartamento di Daro, frazione di Bellinzona, è storia per un’altra occasione, ma rimane significativo che abbiano avuto, prima della caduta del Muro, una loro vita anche alle nostre latitudini.

I veri capolavori di questa cultura della resistenza clandestina sono però i ben più celebri romanzi di Boris Pasternak e Vasilij Grossman, cioè Il dottor Zivago e Vita e destino, due libri che ebbero un percorso editoriale piuttosto simile: sfuggiti alle maglie del KGB, approdarono per vie tortuose in Occidente, il primo da Feltrinelli, il secondo presso l’Âge d’Homme a Losanna, casa editrice dell’esule jugoslavo Vladimir Dimitrijević. La fortuna arrise più al primo che al secondo, soprattutto per la fama di Pasternak, già molto stimato come poeta e in seguito vincitore del Premio Nobel (che fu costretto a rifiutare), fino alla definitiva consacrazione grazie al kolossal hollywoodiano di David Lean (1965), non senza qualche deriva sentimentale rispetto al più compassato archetipo letterario.

Che agli occhi del Partito comunista si trattasse però, in entrambi i casi, della medesima materia incandescente, potenzialmente pericolosissima, era cosa pacifica: nella storia di Zivago, Tonia e Lara il problema stava soprattutto nell’elogio degli aspetti più intimi e privati dell’esistenza (l’amore, la malinconia per la proprietà privata e per un’esistenza borghese), mentre in Vita e destino il vero scandalo erano la sottolineatura del tradimento degli ideali più alti della rivoluzione e il racconto schietto delle derive del totalitarismo staliniano, fenomeni che il reporter di guerra Vasilij Grossman non esitò a paragonare all’altro totalitarismo, quello nazista, anche in forza della sua identità ebraica, che entrambe le ideologie avevano provato a cancellare dalla faccia della terra.

Nato a Bedyciv nell’oblast di Zytomyr, nell’Ucraina centro-occidentale a metà strada tra Leopoli e Kiev, Grossman era stato tra i primi ad entrare nel campo di sterminio di Treblinka e negli anni quaranta aveva raccontato in presa diretta la Grande Guerra Patriottica e gli orrori commessi dai tedeschi sul fronte orientale. La presa di consapevolezza che una buona parte di quelle aberrazioni era stata compiuta però anche dai sovietici (stupri, pulizia etnica, antisemitismo), e in special modo nella sua Ucraina, fece nascere in lui l’esigenza di scrivere una grande opera che mettesse a tema il rapporto dell’essere umano con i sistemi totalitari, poco importa se di destra o di sinistra.

Nacque così Vita e destino, terminato nel 1959 e concepito attorno a una miriade di personaggi che da Stalingrado e Mosca si estende fino ai gulag siberiani e ai lager nazisti, cogliendo in un unico grande abbraccio tutte le contraddizioni di un’epoca tormentata e sofferta. Posizionati sulla cartina d’Europa come tanti spilli, i personaggi del romanzo finiscono per ruotare attorno a quell’area (e a quel confine) che corrisponde oggi all’Ucraina, proprio là dove Oriente e Occidente si incontrano e dove emergono, per contrasto o per somiglianza, le caratteristiche di entrambi gli schieramenti. Sullo sfondo, nella Russia di Stalin non meno che nella Germania di Hitler, il grande tema della verità e del linguaggio ad essa connesso, la prima, vera vittima di ogni totalitarismo assieme alle limitazioni della libertà personale.

Non vorrei parlare, è una tortura, ma devo farlo. […] È il mio ultimo dovere di rivoluzionario, e lo compirò! Sei una persona speciale, compagno Abarčuk. E anche il momento in cui ci siamo incontrati era speciale, il nostro momento d’oro. Quel che ho da dirti è che… abbiamo sbagliato. E il nostro errore ha portato a questo. È nostro dovere chiedere perdono anche a lui, dietro di te. Dammi una sigaretta. Anzi no, c’è poco da pentirsi. Non c’è pentimento in grado di scagionarci. È questo che volevo dirti. E uno. Veniamo al due. Non abbiamo mai capito cosa fosse la libertà. L’abbiamo soffocata. Neanche Marx la teneva in gran conto, mentre invece è la base, il senso, il fondamento di ogni fondamento. Senza libertà la rivoluzione proletaria non esiste
(Vita e destino, libro I, par. 41)

Consigli di lettura



Sonia Delaunay – Tamara de Lempicka: le forme del colore

Quando anche la letteratura diventa strumento o ostaggio delle logiche di guerra. 

È una linea sottile quella che, come poche, ha oscillato per secoli a segnare i confini tra le attuali Russia, Ucraina, Polonia e Bielorussia, senza trovare mai requie: un taglio netto verticale che nella sua incostanza ha finito per stravolgere le vite di migliaia di persone, contribuendo alla mescolanza di lingue e culture diverse. A pochi chilometri e pochi anni di distanza sono nati infatti alcuni dei maggiori intellettuali polacchi e ucraini dell’Otto-Novecento, cittadini dell’Unione sovietica o dell’Impero austro-ungarico, cattolici, ortodossi o ebrei. Un patrimonio culturale che merita di essere riscoperto.


Sono certamente due delle maggiori artiste del Novecento ed hanno non pochi tratti del loro percorso biografico e pittorico che le vedono accomunate: l’esplosione del colore, in forme astratte o in quelle stilizzate di ritratti femminili; la propensione verso la commistione fra pittura ed altri generi (dalla grafica alla pittura su tessuti); il rapporto con la “moda”, che le ha viste artefici prima e oggetti di culto poi. E non va certo dimenticato il loro forte impegno, vissuto in prima persona, nell’affermazione dei diritti, non solo artistici, delle donne e in favore delle diversità di genere.

Sonia Delaunay, o meglio Sonia Terk, è nata ad Odessa nel 1885. Dopo un’infanzia trascorsa a Kremenčuk (che oggi è uno dei grandi centri industriali ucraini) e dopo aver iniziato gli studi a San Pietroburgo, comincia a viaggiare prima in Germania, poi in Francia, per approdare all’irresistibile attrazione del milieu culturale e artistico parigino, dove comincia a dipingere e dove sposa, nel 1910, il pittore Serge Delaunay, acquisendo la nazionalità francese.

Già negli anni dieci del Novecento la sua diventa una pittura astratta, fatta di colori forti e contrastati, che comincia a “trasferire” dalla tela anche su altri materiali, carta e stoffa e successivamente in tappezzerie e arazzi. Con il passare del tempo sarà proprio questa sua attività a farla diventare una nota autrice di abiti dipinti, o di “vestiti astratti”, con la creazione di veri e propri modelli da collezione che affiancherà sempre ad una produzione pittorica di carattere spesso decorativo, in un astrattismo che ne ha caratterizzato l’intera parabola pittorica, sino alla scomparsa, avvenuta a Parigi nel 1979.

Le opere di Sonia Delaunay (non di rado assieme ed accanto a quelle del marito) sono state esposte in tutte le maggiori sedi artistiche europee e mondiali. Una sua rilevante retrospettiva è stata ospitata anche in un passato recente a Bellinzona, dal Museo Villa dei Cedri, con una mostra incentrata sulla sua produzione degli anni 1923-1934.

Un recente bell’articolo introduttivo alla vita e all’opera di Sonia Delaunay è stato pubblicato da Barnebys.it a firma di Kira Reinke. Il catalogo della mostra di Bellinzona, pubblicato dalle prestigiose edizioni Skira a cura di Matteo Bianchi è ancora in vendita nelle librerie online.

Contemporanea di Sonia Delaunay è stata Tamara de Lempicka, nata Maria Gurwik-Górska a Varsavia nel 1898 e morta in Messico nel 1980. Di madre polacca e padre ebreo russo, il suo percorso biografico entra nel Novecento e lo attraversa come in un romanzo d’appendice, che la vede spesso alla ribalta e sotto i riflettori di ambienti artistici e mondani che contano. In viaggio, sin da giovanissima, in mezza Europa (Svizzera compresa), a San Pietroburgo decide di voler incontrare il ricco avvocato Tadeus Lempicki e lo farà autoinvitandosi ad una festa vestita da guardiana delle oche, con tanto di oche al seguito. La trovata, la prima di molte nella sua vita, avrà successo e la porterà, diciottenne, al matrimonio.

A seguito della Rivoluzione, fugge con il marito e la piccola figlia Kizette riparando a Parigi, dove inizia a mostrare doti artistiche disegnando cappelli. Si iscrive all’Accademia di pittura ed è fortemente influenzata dall’Art Déco, oltre che da cubismo e neoclassicismo. Un’influenza che si manifesta nelle opere che a partire dagli anni ’20 inizia ad esporre con la firma Tamara de Lempicka.

I suoi soggetti sono spesso donne seducenti, dalle forme tondeggianti, fra luci ed ombre fortemente contrastate, còlte in ritratti sgargianti ed ammiccanti, di indubbio fascino, qual era quello dell’artista, bisessuale dichiarata, che dopo il divorzio dal marito, avrà poi numerose vicende amorose (fra cui quella, da lei negata, con Gabriele D’Annunzio) ed un secondo matrimonio con un barone di ascendenze austroungariche, Raoul Kuffner de Diószegh.

Dopo la morte del secondo marito, Tamara si trasferisce negli Stati Uniti dove proverà anche ad abbandonare la sua vena figurativa per spingersi verso l’astrazione, ma con scarso successo. La sua vera e propria “griffe”, che la rende immediatamente riconoscibile, rimane quella dei suoi numerosi ritratti, che avranno poi fra gli estimatori e cultori anche notissimi personaggi del mondo dello spettacolo, quali Madonna e Jack Nicholson.

Consigli di lettura



Stanislaw Jerzy Lec – Il totalitarismo raccontato in due righe

Quando anche la letteratura diventa strumento o ostaggio delle logiche di guerra. 

È una linea sottile quella che, come poche, ha oscillato per secoli a segnare i confini tra le attuali Russia, Ucraina, Polonia e Bielorussia, senza trovare mai requie: un taglio netto verticale che nella sua incostanza ha finito per stravolgere le vite di migliaia di persone, contribuendo alla mescolanza di lingue e culture diverse. A pochi chilometri e pochi anni di distanza sono nati infatti alcuni dei maggiori intellettuali polacchi e ucraini dell’Otto-Novecento, cittadini dell’Unione sovietica o dell’Impero austro-ungarico, cattolici, ortodossi o ebrei. Un patrimonio culturale che merita di essere riscoperto.


Nato per una manciata d’anni nella Leopoli austro-ungarica nella quale erano cresciuti Bruno Schulz e Joseph Roth, alla cui generazione e al cui orizzonte anch’egli appartiene, Stanislaw Jerzy Lec (1909-1966) ha associato il suo nome a una vena satirica e irriverente di grande intelligenza formale, per giunta apparentemente inesauribile. Polacco per lingua ed ebreo per tradizione e cultura, rispetto ai ben più timorosi Schulz e Roth ebbe uno spirito assai più combattivo, una forza d’animo mista a ironia sagace che gli permise ad esempio, dopo alcuni tentativi infruttuosi, di sfuggire al lager nazista nel quale era stato rinchiuso vestendo i panni di un soldato tedesco, la cui lingua conosceva alla perfezione.

Dopo la guerra iniziò a incanalare le sue zampillanti energie creative, sino a quel punto tramutate per lo più in poesie ed epigrammi umoristici recitati in cabaret o pubblicati in riviste satiriche fondate assieme all’amico Leon Pasternak (1910-1969), in un nuovo format di aforismi brillanti di argomento politico e antropologico, poi raccolti in più serie di Pensieri spettinati. Il titolo stesso nasconde la duplice natura della sua creazione: la profonda razionalità del ragionamento (sostenuta da un’ottima conoscenza dei principali meccanismi linguistici) e al tempo stesso la libertà quasi anarchica, “spettinata” appunto, del suo stesso procedere per allusioni, metafore, accostamenti audaci. Sullo sfondo, la sua posizione di uomo di estrema sinistra mai catturato dalle sirene dell’ideologia comunista.

La tecnica dell’aforisma raggiunge con Lec uno dei vertici del genere e fu, non per nulla, un autore apprezzatissimo da palati fini come quello del lituano-polacco Czeslaw Milosz o del nostro Umberto Eco, che non temette di affermare che di fronte alla scelta tra lui e Karl Kraus, dovendo partire per la proverbiale isola deserta, avrebbe optato senza esitazioni per il primo. Le due raccolte principali di Pensieri spettinati, apparse dopo il 1957, toccano i principali temi del nostro vivere sulla terra, come il rapporto tra la massa e il potere, il contrasto tra verità e menzogna, la natura misteriosa della creazione artistica, la sessualità, la violenza, i limiti dell’ideologia, le contraddizioni della trascendenza.

Nel preparare la breve antologia che qui si propone, selezionata non solo per la qualità dei testi ma anche per la loro rappresentatività, non si è potuto dimenticare la tragedia ucraina attualmente in corso: la validità dei testi di Stanislaw Lec, se accostati alla cronaca drammatica di questi giorni, si mostra benissimo da sé, purtroppo, senza l’ausilio di ulteriori spiegazioni.

Stato, potere, popolo

«Non bisogna mai cominciare l’industrializzazione del paese dall’automatizzazione della gente»
«Il cittadino cieco, sordomuto, è una benedizione per lo Stato»
«Preferisco i popoli che sono una somma di “io” ai membri dei popoli che sono una particella di “noi”»
«Essere libero in sogno è il primo gradino della libertà»
«La maggioranza della gente ha una visione del mondo definita. Dalla minoranza»
«I dittatori sostengono che i popoli si disgregano. Per questo li legano con il filo spinato»
«Sovente la piramide sociale è al tempo stesso una sfinge»

 Ideologia

«Puoi uccidere un uomo con il martello e puoi uccidere un uomo con la falce. Figuriamoci con falce e martello»
«Chi rapisce la gente viene punito. E chi rapisce le masse?»
«Anche il pensiero va esercitato ogni giorno. Ma non collettivamente»
«Pretendono che la società gli faccia credito in base al Capitale»
«Quando vogliamo dispiegare le bandiere, bisogna andare controvento»
«Resto fedele alla fede dei miei padri. Credo nell’uomo»

 Guerra

«Un tempo gli uomini saranno fra di loro fratelli e ricominceranno da Caino e Abele»
«Abbiamo svuotato la terra delle sue ricchezze, e la farciamo di defunti»
«Ci sono stati anni in cui la storia ha dato un raccolto abbondante – cesti pieni di teste»

 Verità e menzogna

«Ho perso la fede nella parola, me l’ha restituita la censura»
«Per il vecchio Rockefeller veniva stampato un giornale speciale, pieno di notizie inventate. In altri paesi possono permettersi di pubblicare giornali simili non solo per i miliardari, ma per tutta la popolazione»
«Quando la menzogna ottiene diritto di cittadinanza, non per questo diventa verità»
«Promise il sovrano: “Muterò la realtà in fiaba”. Lo fece. Non c’era più nulla di vero»

 Arte e creatività

«Tiro per i capelli questi pensieri spettinati»
«C’è chi nasce per dire qualcosa, e chi per impedirglielo»
«Il poeta è la spia della fantasia nel paese della realtà»
«Il mio pastorale è il punto interrogativo»

 Dio

«A volte mi sembra che il Creatore sia affascinato dal sistema monarchico inglese: Dio regna, ma non governa»
«Dio non è un angelo»
«Per garantirgli il martirio, Dio diede a suo figlio la sembianza di un ebreo»

Consigli di lettura

  • Stanislaw Jerzy Lec, Pensieri spettinati, illustrati da Roland Topor, a cura di Pietro Marchesani, Milano, Bompiani, 2015, pp. 290.
  • Stanislaw Jerzy Lec, Altri pensieri spettinati, a cura di Pietro Marchesani, Milano, Bompiani, 1999, pp. 119.
  • Stanislaw Jerzy Lec, Pensieri spettinati, traduzione dal polacco di Riccardo Landau, nota finale di Guido D. Neri, Milano, Bompiani, 1965, pp. 86.


Vladimir Vysotsky (e Marina Vlady) – Versi di carta vetrata

Quando anche la letteratura diventa strumento o ostaggio delle logiche di guerra. 

È una linea sottile quella che, come poche, ha oscillato per secoli a segnare i confini tra le attuali Russia, Ucraina, Polonia e Bielorussia, senza trovare mai requie: un taglio netto verticale che nella sua incostanza ha finito per stravolgere le vite di migliaia di persone, contribuendo alla mescolanza di lingue e culture diverse. A pochi chilometri e pochi anni di distanza sono nati infatti alcuni dei maggiori intellettuali polacchi e ucraini dell’Otto-Novecento, cittadini dell’Unione sovietica o dell’Impero austro-ungarico, cattolici, ortodossi o ebrei. Un patrimonio culturale che merita di essere riscoperto.


Un mito, per diverse generazioni di russi. Un personaggio, scomodo, irriverente, controcorrente, nell’Unione Sovietica degli anni ’60 – 70’ tollerato dal regime sovietico solo perché amatissimo dal popolo. Vladimir Vysotsky è nato a Mosca nel 1938, figlio di un ufficiale dell’Armata Rossa di origini ebraiche e di un’interprete dal tedesco. Diventa ben presto attore, e come uomo di teatro arriverà fino alla ribalta del celeberrimo Taganka, diretto da Yuri Ljubimov. Ma la vera popolarità gli verrà dall’attività di musicista, o meglio di poeta in musica, come cantautore di brani che raccontano storie di vita sordida, da bassifondi, scritte sempre in prima persona ed eseguite alla chitarra con una voce inconfondibile, roca, come di carta vetrata.

Basti ascoltarlo, ad esempio, nella nota ballata “La caccia ai lupi”

Una ballata che ne ha anche decretato il successo internazionale, che continua ad alimentarsi grazie ad esecuzioni di altri musicisti, come ad esempio, in Italia Eugenio Finardi.

La notorietà di Vysotsky è legata infatti anche, e mestamente, ad un percorso interrotto troppo presto da una vita sregolata, etilica e sperperata, o forse solamente e drammaticamente disperata. Un “Volo interrotto”, che ha raccontato in un libro ormai difficile da trovare, molto bello, molto intenso, la sua terza, notissima moglie, l’attrice Marina Vlady, francese ma anch’essa di origine russa (il suo vero nome era Poljakova). Una diva del cinema francese, un sex-simbol degli anni ’60, che incontra a Mosca, per la prima volta il bardo russo e se ne innamora all’istante, finendo con lui, per dodici anni di matrimonio, in un vortice di esperienze, contrasti, passioni, litigi, eccessi che lo porteranno alla morte prematura nel 1980.

Una storia, la loro, che accresce e moltiplica quell’alone di leggenda, di racconto da romanzo o da film, per una parabola, di ciascuno e dei due insieme, che sfiora l’incredibile e l’indicibile, che stordisce, affascina, colpisce come un pugno nello stomaco, come le stesse canzoni-poesie di Vladimir.

La vita mi ha strappato un autista sbadato

La vita me l’ha strappata via un autista sbadato,
le mie spoglie nessuno le ha richieste all’obitorio.
Portano il mio cranio al museo di storia naturale.
Lo scheletro sarà usato per un domino o per il lotto.

È tutto, ho deciso – sorseggio un tè e muoio.
Non ce la faccio a sopportare la mia inutilità.
No no, meglio rimandare tutto a domani
o dovrò rimanere steso tutta la notte finché non se ne accorgono.

Al museo abbindoleranno la gente
per quanto alla gente, in genere, non gliene importa niente.
La guida al museo traforerà il mio occhio
e dirà: “Ecco qui manca un pezzo”

Oppure mi porteranno come una fiche ai giardinetti
gireranno e rigireranno in un verso e nell’altro
e dopo aver fatto “pari e patta” – può darsi che un pensionato
mi onorerà per la prima volta con una buona parola.

Ho camminato per le strade della vita come un comune pedone
io, che per non ritardare, mi sono sempre svegliato tanto presto…
Chi dirà di avermi rispettato è un bugiardo
Un… ubriacone senza rispetto per sé stesso.

 Consigli di lettura e ascolto

  • Marina Vlady, “Il volo interrotto”, Marsilio, 1990
  • Ascolta: Eugenio Finardi, “Vladimir Vysotsky – Sentieri selvaggi”


Zuzanna Ginczanka – La poesia spezzata

Quando anche la letteratura diventa strumento o ostaggio delle logiche di guerra. 

È una linea sottile quella che, come poche, ha oscillato per secoli a segnare i confini tra le attuali Russia, Ucraina, Polonia e Bielorussia, senza trovare mai requie: un taglio netto verticale che nella sua incostanza ha finito per stravolgere le vite di migliaia di persone, contribuendo alla mescolanza di lingue e culture diverse. A pochi chilometri e pochi anni di distanza sono nati infatti alcuni dei maggiori intellettuali polacchi e ucraini dell’Otto-Novecento, cittadini dell’Unione sovietica o dell’Impero austro-ungarico, cattolici, ortodossi o ebrei. Un patrimonio culturale che merita di essere riscoperto.


Zuzanna Ginczanka, nata a Kiev il 22 marzo 1917, è stata protagonista dei circoli letterari della Varsavia degli Anni ’30, fucilata dai nazisti pochi giorni prima della liberazione della Polonia, a soli 27 anni. Una vita spezzata, come lo fu la sua splendida ars poetica, apprezzata, seppur non completamente, troppo tardi, lei non più in vita. Cresce a Rivne, la cittadina allora sovietica e oggi ucraina dove abitavano i nonni materni e dove, tra l’altro, era nato l’israeliano Amoz Oz. È un piccolo centro, una zona tranquilla: la famiglia lo ha scelto per allontanarsi dalla rivoluzione sovietica, ci sono scuole polacche, russe, ebraiche e ucraine. La futura poetessa sceglie il polacco, già forse come segno di adesione alla letteratura di quel Paese.

Nel ‘35 si trasferisce a Varsavia, mentre i genitori si separano e spariscono letteralmente. Del padre si dice, ma senza prove certe, che sia finito a fare l’attore a Hollywood. La madre si risposa e si trasferisce a Pamplona. Ma Zuzanna non si perde d’animo, sviluppando una cultura, un intellettualismo, un senso della satira e dell’autoironia, rari, soprattutto allora e soprattutto per una donna.

Comincia a scrivere per i giornali, in cui esprime tutta la propria vitale esigenza di emancipazione femminile e diventa ben presto bersaglio di pubblicazioni antisemite, che non nasconde nelle sue poesie. Lo scoppio della guerra la sorprende a Rivne, in vacanza. Non potendo tornare a Varsavia, come tanti altri intellettuali si rifugia a Leopoli, dove collaborerà con riviste di osservanza sovietica, aderendo all’Unione Scrittori: risultato, dopo l’89, in certi ambiti culturali e politici, la sua eredità verrà guardata con diffidenza, se non addirittura con ostilità.

Quando, nel ’41, i nazisti arrivano anche a Leopoli, comincia una lunga clandestinità. Viene però denunciata dalla padrona di casa, e deve fuggire. L’ultima tappa è Cracovia, dove è in contatto con la Resistenza. Qui, nell’inverno del ’44, è arrestata insieme ad un’amica, torturata e fucilata (a 27 anni), pochi mesi prima della fine della guerra. Alla guerra ed alla Shoah sono sopravvissuti circa centosettanta componimenti della Ginczanka: si tratta di poesie manoscritte contenute in due quaderni risalenti agli anni 1932-1934, che attualmente sono conservati presso il Museo della Letteratura di Varsavia.

(Da Zuzanna Ginczanka (1917-1944) – La poesia spezzata di M.C. Nascosi Sandri, in altritaliani.net)

Qui una delle sue più amate poesie, che ci dice ancora oggi, e forse oggi a maggior ragione, dello straordinario patrimonio di vite, sofferenze e culture nate in quella terra lacerata e contesa.

NOTA A MARGINE – 1936

Polvere non sono
e polvere non tornerò.
Non sono scesa dal cielo
e in cielo non salirò.
Sono io stessa il cielo
come volta di vetro.
Sono io stessa la terra
come fertile suolo.
Non sono fuggita
da nessuna parte
e non ci tornerò.
Oltre a me stessa non conosco altra distanza.
Nel gonfio polmone del vento
e nella calcificazione delle rocce
devo me stessa
qui dispersa
ritrovare.
(trad. Paolo Statuti)

Consigli di lettura

  • In traduzione italiana non è in commercio alcun volume di poesie della Ginkzanka. Se ne trovano nel volume di Alessandro Amenta, “Le parole e il silenzio”, ed. Aracne, 2016
  • Sulla poetessa si segnala un documentario breve realizzato recentemente con la consulenza di Alessandro Amenta intitolato “E attecchire nelle parole è una tale gioia. Vita e poesia di Zuzanna Ginczanka.”


Nikolai Kapustin – Il maestro della musica ucraina, un compositore che guardava ad Occidente

Quando anche la letteratura diventa strumento o ostaggio delle logiche di guerra. 

È una linea sottile quella che, come poche, ha oscillato per secoli a segnare i confini tra le attuali Russia, Ucraina, Polonia e Bielorussia, senza trovare mai requie: un taglio netto verticale che nella sua incostanza ha finito per stravolgere le vite di migliaia di persone, contribuendo alla mescolanza di lingue e culture diverse. A pochi chilometri e pochi anni di distanza sono nati infatti alcuni dei maggiori intellettuali polacchi e ucraini dell’Otto-Novecento, cittadini dell’Unione sovietica o dell’Impero austro-ungarico, cattolici, ortodossi o ebrei. Un patrimonio culturale che merita di essere riscoperto.


È scomparso il 2 luglio 2020 il pianista e compositore Nikolai Kapustin. Se ne è andato nel silenzio generale, lontano dal clamore mediatico e da magniloquenti commemorazioni pubbliche, con quella riservatezza e quella discrezione che hanno contrassegnato tutta la sua vita e che colpiscono particolarmente nella misura in cui contrastano con la evidente vitalità e vivacità della sua musica. La musica di Kapustin è entrata nel repertorio da concerto di pianisti importanti ed è oggetto di studio per moltissimi studenti. Compositore prolifico, Kapustin ci ha lasciato oltre 160 opere tra composizioni per pianoforte solo, musica da camera e orchestrale.

Era nato il 22 novembre 1937 a Nikitovka, un sobborgo di Horlivka in Ucraina. Avvicinatosi al pianoforte da bambino, mostra subito una spiccata creatività e una certa vocazione alla composizione tanto che all’età di 13 anni compone la sua prima sonata per pianoforte.

Giovanissimo, Nikolai Kapustin va a Mosca a sostenere l’esame di ammissione al Moscow Musical College e studia pianoforte nella classe di Aurelian Rubach. Nel 1956 entra al Conservatorio di Mosca dove studia pianoforte con Alexander Goldenweiser e si diploma nel 1961.

In questo periodo di studio Kapustin si avvicina al jazz, nonostante le evidenti difficoltà, nell’Unione Sovietica dell’epoca, di reperire ed ascoltare questo tipo di musica, seguendo alla radio il programma “The Voice of America” e le grandi orchestre di Duke Ellington, Count Basie, Glenn Miller. Dopo il diploma al Conservatorio di Mosca entra a far parte della Oleg Lundstrem Big Band, un’orchestra allora molto popolare in Unione Sovietica, per cui Kapustin, oltre a suonare il pianoforte compone molti brani.


Nikolai Kapustin nell’esecuzione dell’ Impromptu, op. 66, no. 2

Dagli anni Ottanta in poi Kapustin si dedica esclusivamente alla composizione e a qualche performance pianistica in radio o tv in cui venivano eseguite le sue composizioni.

Kapustin era un pianista che non aveva mai studiato composizione come materia specifica, dunque aveva espresso questo suo interesse e questa sua attitudine da autodidatta, forgiando uno stile personale in cui le forme e le strutture della musica colta occidentale incamerano la ricchezza armonica e ritmica peculiari del linguaggio del jazz.


Il giovane pianista russo Dmitry Masleev, con l’Orchestra Siberiana, nel Concerto per Pianoforte e orchestra n.2 di Nikolai Kapustin

Le sue composizioni recano, nella migliore tradizione della “musica classica”, numeri di opera, sono “sonate”, “studi”, “preludi”, “concerti”, eppure al pianista classico quelle armonie e quei ritmi suonano strani, differenti da tutto ciò che è abituato a suonare, ma suonano strani anche alle orecchie del pianista jazz, che deve destreggiarsi in una scrittura funambolica e densa dove il cardine stesso dell’estetica di questo linguaggio, l’improvvisazione, è assente.

Per chi volesse conoscere più da vicino il pensiero di Kapustin è disponibile una biografia in forma di intervista al compositore curata da Yana Tyulkova e pubblicata da Schott Music (Conversations with Nikolai Kapustin). Il volume è in lingua inglese, ma di agevole lettura e comprensione.

(da “A proposito di Nikolai Kapustin. Ricordando il pianista e compositore”, di Paola Parri, in “Pianosolo.it”)