Ágota Kristóf – Uno sguardo disperato dentro una lingua nemica

Ágota Kristóf – Uno sguardo disperato dentro una lingua nemica

Parole, suoni, immagini da una terra tormentata


Enrico Lombardi
Enrico Lombardi
Ágota Kristóf – Uno sguardo disperato dentro...

Il suo sguardo non lo si poteva dimenticare. Incontrando Ágota Kristóf, salutandola, nella sua casa operaia di Neuchâtel o in qualche evento letterario, il primo impatto era dato proprio da quello sguardo, profondo eppure quasi come assente, o opaco, appannato, accompagnato da un accenno di sorriso, pieno di malinconia.

Ágota Kristóf, cresciuta negli anni di guerra e fuggita poco più che ventenne dall’Ungheria invasa dalle truppe sovietiche con il marito ed una bimba di quattro mesi, ha avuto una storia piena di sofferenze, di congedi dolorosi, di esperienze laceranti, di distacco, divenuto definitivo, dal suo paese natale e dalla sua lingua madre, proprio nel momento in cui, scrivendo in francese, è diventata, da svizzera, un vero e proprio “caso letterario” e, in definitiva, una delle voci più importanti della letteratura europea di fine Novecento.

La sua “Trilogia della città di K.” (pubblicata in Italia da Einaudi) è un libro capitale ed indimenticabile, tradotto in oltre 30 lingue, che ha soprattutto nella sua prima parte, uscita in Francia nel 1986 con il titolo “Le grand cahier”, un esempio potremmo dire unico di scrittura deflagrante, nella sua voluta, ricercata, ossessiva scarnificazione, oggettivazione, senza superflui aggettivi.

Una scrittura unica, fortemente legata al fatto che la Kristóf sceglie, per i suoi testi, il francese, la lingua “d’adozione” (che definirà “nemica”) imparata negli anni di lavoro in fabbrica, in Svizzera, frequentando corsi per adulti, per raccontare molte delle sue vicende biografiche attraverso lo sguardo, disperato eppure vitale, di due giovani ragazzini, due gemelli, confrontati con le atrocità della guerra, con l’istinto di sopravvivenza che li porta alle forme più terribili di “rimozione sentimentale”.

In queste settimane di conflitto, con le truppe russe che invadono, un’altra volta, una terra di confine per affermare, nella follia della logica delle armi, il proprio dominio in nome di inquietanti principi etnici, spirituali e politici, proprio come in quel 1956 ungherese, la lettura dei libri di Ágota Kristóf è di quelle che possono raccontarci o magari anche farci “convivere”, “sentire”, quel che sta succedendo alle vittime d’Ucraina, anche di più, forse, di quei dibattiti manichei fra esperti ed opinionisti che nei media si accaniscono gli uni contro gli altri nel definire i termini del conflitto.

Leggere i libri di Ágota Kristóf, morta a Neuchâtel nel 2011, vuol dire trovarsi improvvisamente catapultati (impreparati) a convivere con le vittime del conflitto, di ogni conflitto: bambini, ragazzini, che si “esercitano” a sopravvivere, giorno dopo giorno, sotto le bombe, applicando una sorta di ferrea autodisciplina, quella dell’annullamento di ogni aspetto che abbia a che vedere con la sfera emotiva, fino a raggiungere una sorta di tragica ma salvifica “anestesia dei sentimenti”.

Così, insieme ai suoi due protagonisti, Lucas e Claus, ci si ritrova a dover fare i conti con l’essenza della vita in guerra, in una realtà intrisa di morte: vivere è sopravvivere, a qualunque costo, senza potersi permettere di pensare ad altro, senza perdersi nel giudicare, nel voler capire. Con loro siamo davanti al puro orrore, alla crudele capacità dell’uomo di provocarlo e alla strenua volontà dell’uomo di superarlo, per provare, un giorno, forse, a dimenticarlo.

Dentro uno sguardo profondo, che riflette un vuoto lontano, indicibile, malinconicamente irrecuperabile.

Da Ágota Kristóf, “Quello che resta” [Il grande quaderno], Milano, Guanda, pp.93-95

Nostra madre

Siamo in giardino. Una camionetta militare si ferma davanti alla casa. Nostra Madre scende, seguita da un ufficiale straniero. Attraversano il giardino quasi di corsa. Nostra Madre tiene un bambino piccolo tra le braccia. Ci vede, grida:
– Venite! Correte subito sulla camionetta. Partiamo. Sbrigatevi. Lasciate perdere le vostre cose e venite.
Domandiamo:
– Di chi è il bambino piccolo? Dice: È la vostra sorellina. Venite! Non c’è tempo da perdere.
Domandiamo:
– Dove andiamo? Nell’altro paese. Smettetela di fare domande e venite.
Diciamo:
– Non vogliamo andarci. Vogliamo restare qui.
Nostra Madre dice:
– Io sono obbligata ad andarci. E voi verrete con me.
– No. Noi resteremo qui.
Nonna esce di casa. Dice a nostra Madre:
– Cosa fai lì? Cos’è che hai in braccio?
Nostra Madre dice:
– Sono venuta a prendere i miei figli. Vi manderò dei soldi, madre.
Nonna dice:
– Non voglio i tuoi soldi. E non ti ridarò più i bambini.

Nostra madre chiede all’ufficiale di prenderci con la forza. Ci arrampichiamo alla svelta in soffitta, con la corda. L’ufficiale cerca di acchiapparci, ma gli diamo dei calci in faccia. L’ufficiale bestemmia. Tiriamo su la corda.
Nonna sghignazza:
– Lo vedi? Non vogliono venire con te.
Nostra Madre grida con tutta la voce:
– Vi ordino di scendere immediatamente! Nonna dice: Non obbediscono mai agli ordini.
Nostra Madre si mette a piangere:
– Venite bambini miei. Non posso partire senza di voi.
Nonna dice:
– Il tuo bastardo straniero non ti basta?
Diciamo:
– Stiamo bene qui, Madre. Partite tranquillamente. Stiamo benone qui da Nonna.
Si ode il rumore dei cannoni e delle mitragliatrici. L’ufficiale prende nostra Madre per le spalle e la spinge verso la macchina. Ma nostra Madre si divincola:
– Sono i miei figli, li voglio! Li amo!
Nonna dice:
– Io ho bisogno di loro. Sono vecchia. Tu, tu puoi ancora farne degli altri. E difatti…
Madre dice:
– Ve ne supplico, non tratteneteli.
Nonna dice:
– Non li trattengo. Andiamo ragazzi, scendete alla svelta e andate con la vostra mamma.
Diciamo:
– Non vogliamo partire. Vogliamo restare con voi, Nonna.

L’ufficiale prende nostra Madre tra le braccia, ma lei lo respinge. L’ufficiale va a sedersi sulla camionetta e accende il motore. In questo preciso istante avviene un’esplosione nel giardino. Subito dopo vediamo nostra Madre a terra. L’ufficiale corre verso di lei. Nonna vuole allontanarci. Dice:
– Non guardate! Rientrate in casa!

L’ufficiale bestemmia, corre sulla camionetta e parte a tutta velocità. Guardiamo nostra Madre. Le viscere le escono dal ventre. È tutta rossa. Anche il bambino. La testa di nostra Madre penzola sul buco provocato dalla granata. I suoi occhi sono aperti, e ancora umidi di lacrime.
Nonna dice:
– Andate a cercare il badile!

Posiamo una coperta sul fondo del buco, vi corichiamo sopra nostra Madre. Il bambino è sempre stretto al suo petto. Li avvolgiamo in un’altra coperta, poi riempiamo il buco.
Quando nostra cugina torna dalla città, domanda:
– È successo qualcosa?
Diciamo:
– Sì, una granata ha fatto un buco in giardino.

Un recente bell’articolo su Ágota Kristóf su può leggere nel sito “The vision” a firma Mattia Madonia


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