Elif Eralp, chi è l’anticapitalista, musulmana e di origine turca ha portato Berlino a sinistra

La Linke vola: merito della “Mamdani tedesca” che ha fatto della casa la sua battaglia 

Di Francesca Paci, La Stampa

Da giorni quello di Elif Eralp, 45 anni, candidata della Linke a Berlino, è nome più evocato, più apprezzato, più carico d’aspettative e più atteso. La capitale, impaziente di mettersi alle spalle l’esperienza del cristiano-sociale Kai Wegner travolto dagli scandali, aveva già avuto sindaci socialdemocratici ma mai una donna di sinistra anticapitalista, di origine turca e di fede musulmana.

La Mamdani tedesca, come tanto i sostenitori entusiasti del primo cittadino di New York e dei suoi simili politici quanto gli acerrimi denigratori, chiamano Eralp, è in realtà assai poco incasellabile. Figlia di genitori turchi immigrati in Germania non in cerca di lavoro ma perché dissidenti politici perseguitati dopo il colpo di stato del 1980 per la loro attività sindacale, è nata a Monaco ed è cresciuta a Dortumund, dove il padre esercitava la professione dottore. Laureata in legge e specializzata in diritto all’asilo ha scelto la politica e la Linke con modalità secchiona, fino a ieri dietro le quinte, senza nulla concedere alla superficiale comunicazione social. Al collo non porta simboli religiosi bensì una catenina con la scritta «Mietendeckel», «tetto agli affitti».

E’ la battaglia per la casa, oltre ai consigli dello stratega di Mamdani che ad aprile è venuto a Berlino per aiutarla ad impostare la campagna elettorale, ad aver spinto Elif Eralp scavalcando il concorrente della Cdu, Stefan Evers, e la minaccia, ancora contenibile nella capitale, di AfD. La Linke vuole imporre un tetto agli affitti che, lievitati in pochi anni del 77% in una città in cui l’85% delle persone non ha un appartamento di proprietà – toglie il sonno ai berlinesi abituati a dormire poco ma per via della movida. Il piano per calmierare la situazione è espropriare i grandi gruppi immobiliari come Vonovia, che possiede 130 mila abitazioni, e attuare il referendum del 2021, quello in cui il 57,6% dei cittadini promosse la «socializzazione» dei colossi del real estate.

I critici di centro-sinistra le rimproverano l’estremo radicalismo della Linke, a partire dalle battaglie per Gaza lanciate per la pace e sfociate a volte in piazze inneggianti all’intifada, ma la polarizzazione è il segno dei tempi. Così molti elettori, sia pur più moderati, hanno scelto Eralp contro il candidato di un partito socialista usurato e soprattutto contro la montata dell’estrema destra di AfD.

Nell’immagine: Elif Eralp


Soliti stracci domenicali

La Linke vola: merito della “Mamdani tedesca” che ha fatto della casa la sua battaglia 


Sergio Rossi – Intelligenza artificiale, è l’ora del debito

La Linke vola: merito della “Mamdani tedesca” che ha fatto della casa la sua battaglia 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Immigrazione e decreto flussi, la lotteria della vergogna

La Linke vola: merito della “Mamdani tedesca” che ha fatto della casa la sua battaglia 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Il governo Meloni ha fatto della lotta all’immigrazione clandestina uno dei punti centrali della propria politica. Come lo abbia portato avanti, è sotto gli occhi di tutti. L’ultimo capitolo è la decisione di Roma, prorogata fino al 1° ottobre, di ripristinare i controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna dopo la crisi migratoria di Ceuta. Quasi che l’exclave spagnola sulla costa marocchina confinasse con l’Italia e da lì partisse un’invasione diretta verso il nostro Paese. Madrid ha risposto applicando il principio di reciprocità e prorogando, a sua volta, i controlli sui viaggiatori provenienti dall’Italia fino all’8 ottobre.

La gestione dell’immigrazione clandestina – non è una novità – continua ad essere fallimentare. Il capolavoro della politica meloniana sono i ben noti e inutili centri per il rimpatrio realizzati in Albania, costati ai contribuenti quasi un miliardo di euro.

Ma, pochi lo sanno se non coloro che ne subiscono le conseguenze, altrettanto accade sul versante opposto: quello della immigrazione regolare. Ad essere messo sotto accusa è il sistema con cui l’Italia dovrebbe far entrare legalmente i lavoratori non comunitari, cioè la pianificazione prevista dai cosiddetti “decreti flussi”. La prima programmazione triennale si è conclusa il 31 dicembre 2025; la seconda, relativa al periodo 2026-2028, è in corso.

Una macchina burocratica infernale

Per capire come funzioni davvero questo meccanismo basta cercare i numeri. O, meglio, provare a cercarli. Nella ricerca sono partito dal portale del ministero dell’Interno. Inutilmente. Da vecchio cronista ho quindi fatto quello che si fa in questi casi: ho chiesto all’ufficio stampa del Viminale pochi, elementari dati. Quante domande di ingresso sono state presentate complessivamente nel 2025? Quante sono riuscite a superare l’intero percorso burocratico, trasformandosi in un contratto e in un permesso di soggiorno per lavoro?  Nessuna risposta, anche dopo aver sollecitato l’ufficio stampa.

Eppure quei numeri esistono. E circolano, tanto da essere stati richiamati anche alla Camera, il 3 agosto scorso, dal deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Filiberto Zaratti. Ma non sono emersi grazie alla trasparenza delle amministrazioni. A portarli alla luce è stato il paziente lavoro di “Ero straniero”, campagna informativa promossa da una rete di associazioni e organizzazioni della società civile.

Per ricostruire ciò che le statistiche ufficiali non permettono di vedere, i promotori della campagna hanno presentato una serie di richieste di accesso agli atti alle amministrazioni coinvolte nella gestione del decreto flussi. Hanno così potuto seguire il percorso delle pratiche: dalle domande ai nulla osta, dai visti fino alla sottoscrizione dei contratti e alla richiesta dei permessi di soggiorno.

Dopo tre anni di decreti, circolari ministeriali, click day che hanno costretto a umilianti corse contro il tempo, precompilazioni, controlli preventivi, nulla osta, verifiche, emerge un quadro sconcertante.

I risultati relativi al 2025 sono la testimonianza di una macchina burocratica infernale che coinvolge ministero dell’Interno, prefetture, questure, ispettorati del lavoro, consolati, e anche i comuni per i certificati di idoneità abitativa. I numeri parlano chiaro: a fronte di 181.450 posti di lavoro complessivi programmati, sono state presentate 222.617 domande. Ma, alla rilevazione di fine dicembre 2025, soltanto 49.762 pratiche avevano ottenuto il nulla osta, e di queste appena 14.349 il rilascio del permesso di lavoro e la sottoscrizione del contratto, in pratica il 7,9 per cento dei posti previsti.

Il risultato cambia a seconda del settore, ma resta impietoso. Nell’assistenza alla persona, a fronte di 9.500 posti previsti e ben 52.018 domande, le pratiche andate a buon fine sono state 2.954, il 31,1 per cento delle quote. Nel lavoro subordinato non stagionale, 3.933 su 61.950 posti, appena il 6,3 per cento. Nel lavoro stagionale agricolo e turistico-alberghiero, 7.462 su 110.000, il 6,8 per cento.

Si potrebbe obiettare che le percentuali elaborate sui dati al dicembre 2025 sarebbero da considerarsi ancora provvisorie, perché la lavorazione di molte pratiche risultavano ancora in corso nel 2026. Ma è proprio il confronto con l’anno precedente a rendere più difficile attribuire tutto ai tempi tecnici. Per il decreto flussi 2024, a due anni dai click day, su 146.850 posti programmati soltanto 24.858 erano arrivati alla sottoscrizione del contratto e alla richiesta del permesso di soggiorno. Il tasso di successo si ferma così al 16,9 per cento: appena 17 lavoratori regolarmente assunti ogni 100 ingressi programmati.

Così migliaia di pratiche rimangono sospese

È questa la fotografia delle “forche caudine” del decreto flussi, rivelatosi una vera e propria lotteria della vergogna. A ogni passaggio l’imbuto si restringe e decine di migliaia di pratiche si fermano o rimangono sospese. Non siamo dunque davanti a qualche pratica andata storta. Siamo di fronte a un evidente problema strutturale.

Ed è qui che comincia il paradosso. L’Italia ha bisogno di lavoratori stranieri. Le imprese dichiarano di non trovare personale. L’agricoltura chiede manodopera regolare. Il turismo ne chiede altra. Migliaia di famiglie cercano disperatamente assistenti familiari. Lo Stato stabilisce le quote. I datori di lavoro presentano le domande. E poi la macchina burocratica s’inceppa.

Esiste un capitolo che racconta, meglio di qualsiasi convegno, il cortocircuito tra le regole e la realtà. Per il 2025 il governo aveva introdotto, su richiesta delle associazioni datoriali, in particolare Assindatcolf, una misura sperimentale ragionevole, almeno sulla carta: 10.000 ingressi fuori quota per lavoratori e lavoratrici da destinare all’assistenza a invalidi e grandi anziani, cioè ultraottantenni.

Ebbene, le domande, precompilate sul portale dell’Interno con largo anticipo, addirittura nel novembre 2024, tenute a bagnomaria per oltre due mesi e presentate nel click day del 7 febbraio 2025, sono state soltanto 734. Significa che, nella fase iniziale, oltre il 92 della capacità prevista dalla misura era rimasto inutilizzato.

Perché quelle 10.000 opportunità non sono state prese d’assalto?

Una prima risposta sta nella procedura complicatissima. Le famiglie, oltretutto, non potevano presentare direttamente la domanda. La richiesta doveva passare obbligatoriamente attraverso agenzie per il lavoro autorizzate oppure associazioni datoriali firmatarie del contratto collettivo del settore domestico.

Il dramma dell’assistenza a invalidi e grandi anziani

Ma c’è una contraddizione ancora più profonda. Il bisogno di assistenza a persone non autonome non conosce il calendario dei decreti flussi. Una persona di novant’anni che improvvisamente non riesce più ad alzarsi dal letto non può programmare la sua necessità in base alle scadenze fissate dal ministero dell’Interno.

Una famiglia nella quale un genitore viene dimesso dall’ospedale dopo un ictus non può pensare: bene, presentiamo la domanda oggi e fra molti mesi vedremo se una lavoratrice che si trova a Lima, a San Salvador o a Manila riuscirà a ottenere nulla osta, visto, ingresso in Italia e permesso di soggiorno.

Ed ecco il gigantesco elefante nella stanza, come direbbe Pier Luigi Bersani. In molti casi il lavoratore o la lavoratrice di cui la famiglia ha bisogno non si trova affatto a migliaia di chilometri di distanza: è già in Italia e lavora senza un contratto regolare proprio perché, in assenza di un titolo di soggiorno adeguato, la famiglia non può assumerlo legalmente.

Magari quel lavoratore è arrivato nella famiglia attraverso il prezioso passaparola di amici e parenti. Conosce l’anziano, la casa, le sue abitudini. Sa quali medicine deve prendere, conosce i suoi problemi, il medico, i figli. Si è costruito nel tempo quel rapporto di fiducia, diventando insostituibile.

E qui il sistema va letteralmente in tilt. La famiglia vorrebbe regolarizzare quella persona e assumerla. Ma la normativa continua a essere costruita attorno a un altro modello: quello di un lavoratore che si trova all’estero e che viene chiamato in Italia da un datore di lavoro, con una procedura pensata per l’ingresso nel Paese.

È una delle contraddizioni più evidenti del sistema italiano: il lavoro c’è, il lavoratore c’è, il datore di lavoro disposto ad assumerlo c’è. Ma manca il canale ordinario che consenta a queste tre realtà, già presenti nello stesso luogo, di incontrarsi legalmente. Il meccanismo dei flussi continua a presupporre un incontro tra domanda e offerta a distanza, con tempi incompatibili con il bisogno immediato di assistenza a una persona fragile.

Poche decine di contratti su 10.000 ingressi disponibili

In una situazione a dir poco kafkiana, qualcuno ha tentato di percorrere la strada dei 10.000 posti extra quota: fare domanda, ottenere il nulla osta, interrompere temporaneamente l’assistenza all’anziano, lasciare l’Italia, affrontare i controlli alla frontiera, con il rischio di essere bloccato ed espulso, mettersi in coda al consolato, e infine, se tutto va bene, rientrare nel Paese. Uscire dall’Italia sperando di poter tornare in Italia e continuare, questa volta regolarmente, a svolgere lo stesso lavoro per la stessa famiglia. Augurandosi che l’assistito in condizioni di salute precarie, dopo mesi di attesa, sia ancora vivo. Un percorso impossibile. Secondo alcune stime, delle 734 domande presentate nel famigerato click day del 7 febbraio, soltanto una quota vicina al 5 per cento sarebbe arrivata alla sottoscrizione di un contratto di lavoro. Poche decine di casi, a fronte dei 10.000 ingressi che la misura avrebbe consentito.

Una sperimentazione nata per rispondere a uno dei bisogni più delicati delle famiglie italiane si è così scontrata con una procedura inconciliabile con la natura stessa di quel bisogno. Tuttavia il canale dei 10.000 ingressi fuori quota non è stato abbandonato, essendo riproposto per il triennio 2026-2028. Vedremo con quali risultati.

I governanti sono ben consapevoli di questa situazione. Nell’autunno 2025 sembrava che si fosse vicini a una deroga per gli extra quota, tanto che il Corriere della Sera aveva annunciato il 6 settembre che le domande «verranno regolarizzate in Italia». Invece il decreto-legge che avrebbe consentito questa soluzione si è arenato per un mese, dal 3 settembre al 2 ottobre, all’ufficio legislativo del Quirinale, il quale ha chiesto a Palazzo Chigi alcune correzioni. Nessuna deroga avrebbe potuto essere concessa, per una questione di equiparazione dei diritti rispetto ad altre categorie di lavoratori.

Resta così irrisolto il problema più grande: una vasta popolazione di cittadini extra UE è già presente in Italia, lavora e produce reddito e paga le tasse. Assiste gli anziani, raccoglie frutta e verdura, lavora nei cantieri, nelle cucine, negli alberghi e nelle case. Una parte considerevole di queste persone, però, continua a vivere e lavorare in una condizione di irregolarità amministrativa.

La Spagna, intanto, ha scelto un’altra strada. Il governo di Pedro Sánchez ha regolarizzato in via straordinaria oltre 600.000 stranieri, in maggioranza latinoamericani. Ma Giorgia Meloni sembra non avere nulla di meglio a cui pensare che continuare la ridicola sospensione del trattato di Schengen con la Spagna. Il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha puntato il dito contro Meloni e Tajani accusandoli di «non comportarsi come leader europei all’altezza della situazione». Come dargli torto?.


La politica, l’algoritmo e il capitale

La Linke vola: merito della “Mamdani tedesca” che ha fatto della casa la sua battaglia 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

La capacità di generare, scintilla della creazione tipica degli esseri viventi, può diventare la nuova frontiera dell’intelligenza artificiale, portandola non soltanto ad accelerare il presente ma a concepire il futuro. È la rivelazione di Anthropic, che dopo gli allarmi di queste settimane dei ricercatori — preoccupati per il rischio che l’IA si metta in proprio, inseguendo obiettivi e traguardi autonomi, non prefissati dagli uomini — rende noto che Claude, il suo modello di intelligenza artificiale, partecipa ormai in buona percentuale alla realizzazione delle versioni successive di sé stesso.

Stiamo dunque per varcare una nuova soglia, inesplorata, affascinante e piena di incognite, che risolve eterni limiti per la macchina e pone problemi nuovi per l’uomo: «Spinta abbastanza avanti e con sufficiente potenza di calcolo — dice il rapporto di Anthropic — questa tendenza conduce a un sistema di IA capace di progettare e sviluppare autonomamente il proprio successore». L’algoritmo mette su famiglia.

L’inquietudine della fase che stiamo vivendo davanti alle conquiste della tecnologia è tutta in quell’avverbio: «autonomamente». Siamo preoccupati se la macchina si allontana da noi, abbiamo timore di perdere il controllo, ci allarma l’idea che la potenza del suo processo di elaborazione dei dati la porti fuori dai confini che le abbiamo assegnato, consentendole di calcolare l’ignoto, senza autorizzazione.

Col rischio che invece di controllare l’IA e di usarla come una struttura servente noi scopriamo una sua facoltà imprevista e nascosta, una finalità indipendente, una procedura a noi celata, una quota di lavoro per sé e non per noi, una capacità di scegliersi altri agenti virtuali con cui dialogare che ce la rende addirittura sospetta: in qualunque momento, non sappiamo più a cosa sta pensando.

In una logica numerica, le diverse e successive fasi di crescita del potenziale con cui si esprime l’IA dovrebbero portare a questo risultato. Che è anche il punto di arrivo della letteratura, della sceneggiatura, della narrazione visionaria della ribellione delle macchine. Mentre ci interroghiamo sul futuro, così, ci muoviamo in realtà dentro ciò che abbiamo già immaginato e raccontato. E invece la vera questione è senza precedenti, e non riguarda noi e loro, cioè l’uomo e le macchine: ma la tecnica e la politica, il capitalismo e lo Stato, la coscienza e l’algoritmo.

Il primo problema è la fine dell’unità di tempo. Vuol dire che non viviamo più alla stessa velocità, misurata sulle facoltà umane. La tecnica, dopo l’avvento di internet, ha dimostrato di saper trasformare il mondo più velocemente della politica. Oggi l’intelligenza artificiale ha introdotto un terzo stadio temporale con un’accelerazione, fino a ieri impensabile, del processo tecnologico.

La distanza tra il primo stadio dove si muove l’uomo, e il terzo stadio dove agisce l’IA è diventata impressionante. Tanto che Anthropic avverte: «Se gli esseri umani non riusciranno a revisionare il codice con la stessa rapidità con cui Claude lo genera, la revisione umana diventerà il collo di bottiglia dello sviluppo dell’intelligenza artificiale». Cioè il controllo umano rischia di non essere in grado di tenere il ritmo generativo della macchina. Non solo: può rallentarlo. Di più: l’uomo che ha inventato la macchina può essere visto da lei come una strettoia, una strozzatura. Un ostacolo. Perché non è più il dominus dello sviluppo, ma il suo limite di velocità.

Entra in campo il capitale. Viveva insieme con l’uomo, si muoveva con le sue stesse sequenze. Ma con la rivoluzione di internet è diventato uno dei principali beneficiari della smaterializzazione del lavoro, che ha perso l’ancoraggio di tempo e di luogo, e fluttua nell’universo sovranazionale della globalizzazione.

Il nuovo capitalismo è libero e svincolato, capisce e segue i ritmi dell’IA, agisce nello spazio dei flussi finanziari e d’informazione. Scarica sui governi nazionali il peso delle conseguenze materiali della mondializzazione, l’indebolimento del welfare, la denatalità, l’erosione della base delle pensioni, l’immigrazione, la sicurezza. In passato come tutte le forze sociali ha cercato di condizionare la politica, piegandola verso i suoi interessi.

Oggi è un passo oltre, perché ha fatto un salto di dimensione: giudica la politica l’arte di un’altra età che si affanna invano a governare un’epoca che le sfugge, anzi la considera come una delle tante intermediazioni che la velocità, l’ubiquità e la contemporaneità dell’innovazione hanno divelto, facendole saltare.

Nella nuova stagione il capitalismo e l’intelligenza artificiale sono naturalmente alleati: entrambi convinti che della politica si può ormai fare a meno visto che si possono guidare direttamente i processi, da protagonisti e non più da sudditi, traducendo finalmente il moderno plusvalore — finanziario, tecnologico — in potere diretto, in comando. E magari fabbricando una politica 2.0. Sono i custodi della formula che dischiude il nuovo mondo.

Ma da una lontananza di duemila anni torna una domanda: chi custodisce i custodi? Chi ha non solo la potestà, ma l’autorità di decidere il ritmo del tempo in cui dobbiamo vivere? In sostanza, chi deve comandare tra tecnica, politica e capitale? Si può rinviare la risposta, ma non si può eluderla.

La Cina, il mercato geopolitico con cui ci confrontiamo, ha risolto il problema incorporando nel sistema tutti gli elementi, politica, tecnica e capitale, integrandoli in un unico disegno di potenza. Ma le democrazie hanno vincoli che le dittature non conoscono, e tengono la partita ancora aperta, anche se si intravvede una tendenza: non è lo Stato che detta le regole alla tecnica, ma è la tecnica che tenta di incorporare funzioni sovrane.

Il risultato è l’embrione di un governo di fatto, dove la sovrastruttura domina sulla struttura materiale dei Paesi, nella tentazione-convinzione di poter rispondere a ogni domanda (anche normativa) con uno scrutinio delle probabilità. È la nuova onnipotenza post-democratica: tutto è calcolabile, nulla può avvenire fuori dal calcolo.

È il passaggio dalla responsabilità del giudizio alla neutralità della previsione, che scarnifica la politica perché riduce anch’essa a tecnica, privandola di tutto ciò che non è commensurabile, valori, ideali, coscienza, libertà, dignità e soprattutto cancellando il dubbio, la funzione critica, l’azzardo: e laggiù in fondo, il dissenso. Non deve ingannare la richiesta che arriva dal tecno-capitalismo ai governi, perché intervengano a regolare il ritmo dell’accelerazione dell’IA.

Non è la proposta di disegnare insieme il futuro del pensiero artificiale regolando rischi e opportunità in nome del bene comune: è una richiesta di regolamentare il pericolo quando è già fuoruscito dalla provetta, senza offrire garanzie e condivisione, per continuare a privatizzare l’innovazione, pubblicizzando la cautela a carico dello Stato. Il capitale vuole che la politica manovri il freno, ma vuole intanto tenere nelle sue mani l’acceleratore.

È giusto che il mercato segua le sue leggi, che il capitale insegua i suoi obiettivi, che la tecnica trasmetta il suo sapere alle nuove generazioni virtuali che sta creando. Ma a condizione che la politica sieda a capotavola, governando il nuovo patto sociale: magari scritto con l’IA.

Nell’immagine: Varsavia (Polonia), 7 settembre: una dimostrazione con un robot umanoide 


L’uso capitalistico delle macchine

La Linke vola: merito della “Mamdani tedesca” che ha fatto della casa la sua battaglia 

Di Marco Bascetta, il manifesto

Completamente proiettato verso il futuro, il dibattito sull’Intelligenza artificiale e i suoi rischi dimentica di guardarsi alle spalle dove forse troverebbe qualche risposta ai più inquietanti interrogativi che lo sviluppo di questa tecnologia solleva. Un antico concetto critico che risale addirittura agli albori della meccanica manifatturiera metteva già a fuoco quella deriva della tecnica e quell’oggettivazione del comando, che poi si è puntualmente sviluppata accompagnando tutta la storia dell’industrializzazione. Si chiamava «uso capitalistico delle macchine», espressione incompatibile con il gergo neoliberale e dunque bandita dal vocabolario della contemporaneità. Non stupisce dunque che amministratori delegati e padroni delle grandi industrie tecnologiche nel cominciare a valutare i rischi dell’Ai non sfiorino neanche la logica della concorrenza spietata, dell’accumulazione, dell’appropriazione di risorse e dello sfruttamento che muove e motiva le loro aziende.

Si sostiene piuttosto che l’apocalisse tecnologica potrebbe essere generata da un processo autopoietico (e cioè dalla qualità più preziosa dell’Ai, quella di accrescersi e perfezionarsi autonomamente) sfuggito al controllo e nel quale la soggettività e l’interesse particolare dei magnati dell’industria informatica, l’input dottrinario e metodologico trasmesso al sistema per ottimizzare i loro scopi, sparirebbero senza lasciare traccia in una sorta di incontrollabile reazione a catena scatenata dai capricci del grande cervello artificiale.

Noi di fare qualche passo indietro possiamo invece permettercelo. Cosa si intendeva con «uso capitalistico delle macchine»? Per semplificare, che una innovazione, un nuovo macchinario, che avrebbe potuto alleviare la fatica o sostituirsi alle mansioni più pericolose e debilitanti, veniva invece utilizzato per aumentare il ritmo del lavoro, incrementarne l’intensità e la ripetitività, accrescere la produttività e lo sfruttamento a tutto vantaggio dei profitti. Nonché usato per ricattare i lavoratori e abbattere il costo della loro forza con la minaccia (o la realtà) della disoccupazione da investimenti. Ma c’è un passo ulteriore e decisivo che muove verso la potenza del sapere e la sua appropriazione. In un celebre brano dei Grundrisse, lo studiatissimo «frammento sulle macchine» Marx elaborava il concetto di general intellect, un insieme di saperi e conoscenze sedimentato nelle macchine, riconducibile alla storia e all’esperienza dell’intera società. Un sapere sociale generale destinato a divenire anche la principale forza produttiva immediata, che avrebbe ridotto il lavoro materiale salariato e il suo tempo di applicazione a «un miserabile residuo» e trasformato l’operaio in controllore del processo più che suo agente. Questa potenza, negata nella sua genesi collettiva, rimaneva però assorbita nel capitale, presentandosi come sua proprietà e più precisamente come pertinenza del capitale fisso, ovverosia delle macchine di proprietà del capitalista.

Oggi l’enorme patrimonio cognitivo sociale, l’insieme delle interazioni e delle innovazioni, dei linguaggi e delle informazioni riversati nell’addestramento dell’Ai, in breve l’intera vita mentale del pianeta, si presenta riorganizzata nelle grandi strutture dell’Intelligenza artificiale come proprietà di Big Tech e in ultima istanza del capitale finanziario. Che può decidere di rallentare o accelerare lo sviluppo dei sistemi, quali funzioni sostituire e quali modificare, quali pericoli scongiurare (soprattutto il rischio sempre più concreto di perdere molto denaro) e quali invece correre (catastrofi sociali e umanitarie), quali arbitri scegliersi per governare gli eccessi della concorrenza. Ciò che l’Ai deciderà di rendere superfluo dipenderà comunque dalla direzione di marcia impressa alla tecnologia da un apprendistato tutt’altro che neutrale. La superiore razionalità che sarà chiamata a perfezionarsi, rimuovendo ogni ostacolo e scrupolo eccessivo, è quella dell’accumulazione capitalistica e del comando oligarchico. E ci sono pochi dubbi su quale sarà l’uso capitalistico della «macchina pensante» da parte dei tecno oligarchi.

Un potere che già è ampiamente dispiegato. Il famoso detto secondo cui è più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo vuol dire probabilmente che la prima sarà opera del secondo. Il rischio più immediato è invece che il fine, dettato da una feroce demenza naturale, venga perseguito con mezzi selezionati e perfezionati dall’ Ai capaci di una imprevista potenza distruttiva. A Gaza abbiamo avuto l’orrenda illustrazione di come il prezzo sostenibile in termini di vite palestinesi per l’uccisione di ogni singolo miliziano di Hamas venisse affidato a un calcolo automatizzato. Questo affidamento e la rimozione di ogni scrupolo è stata però opera di un decisore politico. E così come l’Onu e altri organismi sovranazionali fondati su principi universalistici si sono rivelati impotenti a fermare il massacro e perseguirne i mandanti, così è improbabile che un analogo organismo riesca a mettere la museruola all’Ai. Almeno fino a quando i suoi padroni e i poteri politici che la usano come strumento di sopraffazione e di dominio non saranno sconfitti da una forza collettiva decisa a riappropriarsi di ciò che le appartiene.


Stop dell’Arabia, incubo petrolio per l’Europa: pericolo razionamenti e barile a 140 dollari

La Linke vola: merito della “Mamdani tedesca” che ha fatto della casa la sua battaglia 

Di Fabrizio Goria, La Stampa

L’Europa rischia uno shock petrolifero ancora più grave del previsto. La sicurezza energetica del continente si trova di fronte a un nuovo strappo dopo che i raid con droni – e missili, ancora ieri – hanno paralizzato l’oleodotto East-West di Saudi Aramco, interrompendo le forniture di greggio saudita proprio alle porte dell’autunno. JPMorgan ha rinunciato venerdì scorso a fare previsioni sul prezzo del greggio data l’incertezza. Ma il timore degli hedge fund come Brevan Howard è che si possa presto passare quota 140 dollari al barile, vicino a quel 147,25 dollari toccato nel luglio 2008. Con lo Stretto di Hormuz bloccato e il Medio Oriente in fiamme, la chiusura del condotto azzera i flussi diretti verso l’Occidente. «Le raffinerie europee che dipendevano dal greggio arabo attraverso il Mar Rosso devono trovare alternative, ma non tutti i greggi sono uguali», ha sottolineato Wells Fargo in una nota. Questo perché il taglio espone la vulnerabilità del blocco continentale in una fase di estrema fragilità macroeconomica.

Saudi Aramco ha informato almeno due clienti industriali europei che il prossimo mese non assegnerà carichi di greggio nell’ambito dei contratti a lungo termine. La decisione riguarda la totalità dei compratori europei. Per l’Ue si tratta di un colpo significativo sul fronte degli approvvigionamenti. I Ventisette consumano circa 10 milioni di barili di petrolio al giorno e oltre 330 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Il greggio di Riad costituiva un pilastro irrinunciabile per la raffinazione continentale. L’Agenzia Internazionale dell’Energia rileva che i Paesi europei dell’Ocse hanno importato 577.000 barili al giorno dall’Arabia Saudita nel mese di giugno. Questo volume viene a mancare quasi del tutto. Le raffinerie europee, che in genere ritirano il petrolio saudita dal terminale egiziano di Sidi Kerir, sono state spinte a una ricerca affannosa di barili alternativi per evitare fermi agli impianti. La polacca Orlen ha già acquistato 16 carichi da Norvegia, Gran Bretagna, Algeria, Kazakistan, Azerbaigian e Americhe. «Le consegne di petrolio alla Polonia e alle restanti raffinerie del Gruppo Orlen vengono effettuate su base continuativa e coprono interamente il loro fabbisogno», ha annunciato l’azienda. Tuttavia i barili arabi hanno qualità uniche, ideali per gli impianti europei concepiti per lavorare qualità medie e pesanti, e la loro sostituzione è complessa.

L’infrastruttura colpita rappresenta il perno dell’export saudita verso l’Occidente. L’oleodotto East-West, noto come Petroline, misura 1.200 chilometri e attraversa la penisola arabica dai giacimenti orientali di Abqaiq fino al porto di Yanbu sul Mar Rosso. Costruito negli anni Ottanta durante la guerra tra Iran e Iraq, l’impianto consente di bypassare lo Stretto di Hormuz, punto di transito per il 20% delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto, bloccato dalle ostilità esplose a fine febbraio tra le forze statunitensi, israeliane e Teheran. I droni lanciati dall’Iraq da milizie legate all’Iran e le pressioni dei ribelli Houthi hanno danneggiato due delle undici stazioni di pompaggio per ovviare ai problemi di dislivello da Golfo Persico al Mar Rosso, dato che bisogna bypassare la catena montuosa dello Hijaz. Spingendo così Riad alla chiusura precauzionale dell’arteria. Il condotto trasportava fino a 5 milioni di barili al giorno, equivalenti al 5% dell’offerta planetaria. E la sua protezione si rivela complessa. «Il dispiegamento di sistemi anti-drone lungo 1.200 chilometri di territorio saudita per difendere l’oleodotto sarebbe un processo che richiede molte risorse», sottolineano gli analisti dell’Institute for the Study of War.

Le conseguenze investono l’intera catena del valore e riaccendono le tensioni sui prezzi. Sul mercato europeo il benchmark del Dated Brent ha superato i 130 dollari al barile, mentre il greggio scambiato sui listini internazionali oscilla attorno ai 113 dollari, spinto da un vuoto di offerta stimato tra 3,5 e 4 milioni di barili al giorno. Come evidenziato dalla banca statunitense Citi, un rincaro prolungato del greggio e del diesel comporterebbe costi marcati per trasporti, agricoltura e famiglie, aumentando i timori per l’inflazione europea. Aramco ha iniziato a offrire carichi spot verso l’Asia dal Golfo Persico, ma questa rotta esclude l’Ue. Per raggiungere i porti comunitari le navi dovrebbero sfidare i missili Houthi nel Mar Rosso o circumnavigare il Capo di Buona Speranza affrontando cinque settimane di navigazione. I tentativi di riparazione procedono tra mille ostacoli. Riad punta a ripristinare la piena operatività in sei/otto settimane.

Le scorte a Yanbu sono però al limite. Meno di 9 milioni di barili di greggio a fronte di una capacità di stoccaggio da 35 milioni. Le raffinerie della costa occidentale saudita «fanno sempre più affidamento sulle provviste, mentre le esportazioni verso Suez sono parzialmente interrotte», avverte la società di analisi Kpler, segnalando che le riserve residue bastano per pochi giorni. Fra i quattro e i sei per la precisione. Senza un rapido ripristino dei flussi e con la costante minaccia di nuovi raid, l’autunno europeo rischia di aprirsi con un pesante razionamento industriale.


L’ecologia (non) è di sinistra. 3 – Il lavoro necessario

La Linke vola: merito della “Mamdani tedesca” che ha fatto della casa la sua battaglia 

Per le elezioni in Consiglio di Stato del 2027, il Partito socialista ticinese (PS), I Verdi del Ticino (Verdi) e il Movimento per il socialismo (MPS) hanno deciso di presentare una lista congiunta. Già per le elezioni del 2023 si era parlato di un programma rosso-verde. All’epoca, la base elettorale non l’aveva veramente integrato. Propongo quindi di riprendere alcune questioni fondamentali, che devono essere elaborate per poter difendere un’alleanza come quella prospettata e per renderla allettante anche alle persone al di fuori dei tre partiti.

In questa terza e ultima parte sottolineo la pertinenza dello sforzo rosso-verde, indicando come il lavoro necessario per arrivare al cosiddetto raddoppio sia equivalente a quello da fare per chiarire l’integrazione degli obiettivi delle diverse forze politiche implicate. Un lavoro che potrebbe essere appassionante!

Ineluttabilità del socialismo

Perché per I Verdi è meglio avanzare con il PS e il MPS? Fondamentalmente perché bisogna comunque continuare a battersi sul fronte che ha occupato i socialisti da almeno un secolo a questa parte. Vediamo di cosa si tratta in generale e diamo un esempio ticinese. 

Da quando il capitalismo è diventato il paradigma, vi è stato il bisogno di correggere le sue conseguenze nefaste. Passiamo sulla questione dell’accumulo del capitale e concentriamoci su quella dei contratti di lavoro. Ogni lavoratore o lavoratrice che si trovasse isolata davanti al datore di lavoro sarebbe in posizione di svantaggio. Da qui l’importanza dei sindacati e dei contratti collettivi. Inoltre, un lavoro retribuito a ogni momento della propria vita non dev’essere la condizione necessaria per non soffrire la fame. Da qui l’importanza delle pensioni (da pensare come salari differiti), delle ferie pagate e delle indennità di disoccupazione. Tutte istituzioni che oggigiorno sembrano ovvie, ma che continuano a essere rimesse in questione. C’è poi il fatto che il capitalismo evolve continuamente, modificando le relazioni di lavoro e richiedendo sempre più mobilità e flessibilità.

Il punto non è di fare una lezioncina sul capitalismo, ma di sottolineare quanto sia veramente difficile sostenere lo sforzo per mitigarne l’impatto negativo sulle nostre vite. Ancora una volta, non si tratta di teoria astratta. La discussione in corso in Ticino sulle pensioni dei dipendenti dello Stato ne è la prova provata. Basta seguire le tribolazioni volte ad aumentare il tasso di copertura dell’IPCT.  

Altri esempi di come il capitalismo evolve nel tempo scaturiscono da domande come le seguenti: non è notevole come il brand «bio» sia stato recuperato dalla grande distribuzione? Non è perverso apporre l’etichetta «vegano» su delle scarpette da tennis fatte di soli materiali sintetici? Non è deleterio che l’ «uberizzazione» abbia profondamente cambiato le abitudini alimentari e il modo di lavorare di così tanta gente? Non è scandaloso che si abbia isolato socialmente un sacco di creativi, che adesso o se ne stanno in solitudine o devono inventare un modo di pagare l’affitto del loro posto di lavoro nei vari coworking in cui possono ritrovarsi? Non è incredibile che riviste scientifiche prodotte essenzialmente da accademici pagati con soldi pubblici debbano essere acquistate dalle università a un prezzo che ogni anno cresce a causa delle esigenze degli azionisti delle case editrici? Non è uno scempio che le aziende che sviluppano la cosiddetta intelligenza artificiale usino le risorse delle nostre biblioteche solo per darle in pasto alle loro macchine, al fine di «istruirle»? Ecc. E non abbiamo neanche accennato agli aspetti più tragici che portano al continuo aumento delle disuguaglianze e alle guerre.

Visti questi sviluppi pervasivi non possiamo limitarci a un timido approccio riformista. Per illustrare il tipo di coraggio che ci vuole per essere all’altezza della situazione, vorrei evocare il breve testo «Perché il socialismo?» scritto dal  celebre fisico Albert Einstein nel 1949. Può sorprendere che Einstein abbia scritto un tale testo visto che le sue posizioni politiche sono spesso taciute o sminuite nei riassunti della sua vita. Di fatto, Einstein ha militato contro le guerre imperialiste, contro la segregazione razziale e contro il sionismo politico. Così, per esempio l’8 dicembre 1948, in una lettera inviata al New York Times e firmata anche da Hannah Arendt, ha messo in guardia contro la crescita in Israele del partito Herut di Menachem Begin, antenato dell’attuale Likud di Benjamin Netanyahu, qualificandolo di partito strettamente imparentato per la sua organizzazione, i suoi metodi, la sua filosofia politica e il suo fascino sociale, ai partiti nazisti e fascisti. 

Per Einstein, porre la domanda «Perché il socialismo?» è interrogarsi sull’avvenire dell’umanità. È chiedersi come vivere insieme, come raggiungere la più grande libertà possibile compatibile con il benessere pubblico. Nel suo articolo racconta di una discussione con un uomo intelligente e ben disposto a proposito della minaccia di una nuova guerra che, a suo modo di vedere, metteva in grave pericolo l’esistenza dell’umanità. Avendo fatto osservare al suo interlocutore che solo un’organizzazione sopra-nazionale avrebbe offerto una protezione contro un tale pericolo, questi rispose «con calma e a sangue freddo: ‘’perché è così fermamente opposto alla sparizione della specie umana?’’». Einstein cerca allora di capire questa posizione sorprendente, conseguenza secondo lui di una sofferenza e di un isolamento dolorosi (già) largamente diffusi. Egli identifica la fonte del male nell’anarchia economica della società capitalista, che porta alla mutilazione della coscienza sociale degli individui. Einstein conclude che la ricerca di una via d’uscita dall’estinzione conduce al socialismo, che è quindi ineluttabile. Nella sua dimostrazione, Einstein mette in risalto la necessità di un’economia pianificata, ma sottolinea che un’economia pianificata non basta a definire il socialismo, che deve anche impegnarsi per un’estensione massimale della democrazia, per la protezione dei diritti individuali e in una lotta alla burocrazia. Einstein ha sempre avuto il coraggio di difendere queste posizioni, anche in situazioni difficili, certamente protetto dalla sua fama internazionale, ma non senza prendere rischi. Saremo alla sua altezza? Sapremmo per esempio affrontare una discussione per spiegare la differenza tra servizio pubblico e burocrazia? Avremo il coraggio di condannare guerre come quella contro il popolo palestinese? Sapremo promuovere un’economia pianificata in Ticino?

Evidentemente, la nostra società è cambiata rispetto all’immediato dopo-guerra e l’emancipazione individuale è progredita. Sempre di meno si pensa che la famiglia sia la cellula naturale della società, che la donna abbia un luogo naturale di sposa e di madre nel focolaio domestico, ma in parallelo una certa l’ideologia naturalista nega l’esperienza democratica di un dibattito illimitato e aperto a tutte e tutti su cosa sia giusto e che mette in questione le referenze biologiche per una definizione naturale delle identità individuali. Non dobbiamo sottostimare queste tendenze, ma dobbiamo soprattutto sottolineare che alle sfide evocate da Einstein si è aggiunto il pericolo dell’estinzione del genere umano a causa del cambiamento climatico. Da qui ancora una volta l’importanza dell’idea che per avanzare si debba innanzitutto avere voglia di salvarsi e l’importanza di tenere in giusto conto l’urgenza ecologica.

Urgenza dell’ecologia 

L’ecologia politica ha una storia più breve del socialismo, anche se il concetto scientifico di ecologia è stato introdotto negli anni 1860. Dagli anni 1970 l’ecologia politica ha però preso sempre più spazio e guadagnato in pertinenza, fino a diventare la legittima portavoce delle questioni ambientaliste, dell’urgenza climatica e della transizione energetica. Per natura necessita quindi un approccio cosmopolita e condiviso, il che l’avvicina al socialismo.

L’urgenza dei problemi che affronta l’ecologia non dovrebbe far dimenticare che il disastro ecologico e il capitalismo vanno di pari passo, il che fa dell’ecologia un’alleata naturale del socialismo. Il pensiero anti-ecologista incarnato dall’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, ma più generalmente dai neoliberali (anche ticinesi), ne è la conferma indiretta. Le nostre società sprecano un gran tempo e spendono somme ingenti per sanare i danni di uno sviluppo industriale senza riguardi per l’ambiente. Pensiamo già solo ai nostri laghi inquinati e ora di nuovo balneabili, all’aria meno inquinata grazie all’introduzione della benzina senza piombo, o ancora alla tardiva introduzione del trattamento differenziato dei rifiuti. Restano ancora i problemi causati dall’uso spropositato di pesticidi, dal volume troppo grande del traffico su strada, dal revival del sogno-incubo nucleare, dallo spreco alimentare, dalla difficoltà a regolamentare le quantità di zucchero e sale negli alimenti, ecc. Per quel che riguarda il cambiamento climatico, vale la pena ricordare che è ormai provato che almeno un attore principale del settore dello sfruttamento delle risorse fossili sapeva già dalla fine degli 1970, che vi sarebbero stati «degli effetti ambientali drammatici prima del 2050» dovuti al riscaldamento climatico causato dall’uso di combustibili di origine fossile. Ispirandosi ai metodi sviluppati all’inizio del XX secolo dall’industria del tabacco, ExxonMobil ha agito in maniera criminale, approfittando in vari modi della correttezza delle sue previsioni, propagando bugie e intralciando il lavoro della comunità internazionale che lavora sul clima.

Nel 1972 è stato pubblicato il Rapporto di Roma sui limiti dello sviluppo, che è un indice della presa di coscienza globale delle conseguenze della continua crescita della popolazione, dell’industrializzazione, dell’inquinamento e dello sfruttamento delle risorse. Il pensiero ecologista ha sottolineato l’importanza di certi limiti e credo che per questo l’ecologia sia la bestia nera di coloro che desiderano produrre senza freno o che vogliono poter consumare il più liberamente possibile. Naturalmente, questo tipo di libertà non è quello dell’emancipazione cara ai socialisti. Quindi anche sulla questione dei limiti può esserci convergenza tra ecologia e socialismo.

Conclusione

Come detto, se abbiamo voglia di salvarci, il socialismo è ineluttabile, tanto più che il disastro ecologico e il capitalismo vanno di pari passo. L’ecologia non può quindi fare senza il socialismo e il socialismo non si oppone all’ecologia, a condizione che non anteponga gli interessi delle persone a quelli della natura e che dia il giusto peso all’urgenza ecologica. Nel tempo, ci sono stati tentativi di integrare una via ecologica nei movimenti di lotta per l’uguaglianza e l’emancipazione di tutte e di tutti, ma sono rari. Per dare credibilità alla lista rosso-verde bisogna quindi elaborare una riflessione per niente evidente, ma appassionante. In Ticino, riusciremo forse a sviluppare idee e pratiche politiche innovanti! In ogni caso, il lavoro di integrazione da fare è a mio modo di vedere equivalente a quello per arrivare al raddoppio.

(fine)

Nell’immagine: Olafur Eliasson e Minik Rosing, “Ice Watch” (2014)

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento


Partiti, politica, democrazia, istituzioni, crisi

La Linke vola: merito della “Mamdani tedesca” che ha fatto della casa la sua battaglia 

“I partiti servono ancora? Sì, ma non questi. Nonostante le ricorrenti promesse di redenzione (“voltar pagina”, si usa dire), l’orchestra è sempre quella e la musica stonata. I partiti novecenteschi se ne sono andati per sempre: erano pieni di difetti… ma avevano idee, rappresentavano aspettative della società e proponevano visioni, sapendo trasformare i bisogni collettivi in risposte concrete. Oggi i partiti sono corpi estranei della società…” Così scrive Andrea Ghiringhelli su laRegione, ripreso da Naufraghi/e. Gli ha fatto eco Enrico Lombardi, sullo stesso giornale, con un’analisi mista di ironia e acido solforico, per concludere: “partiti senza lasciare indirizzo o, tutt’al più, con un fermo posta alle Orsoline, dove, in assenza di formazione e progettualità restano a litigare e poi a dirsi che devono smettere. Di litigare, s’intende, non di stare seduti sul loro scranno”.

“Il potere economico diventa potere politico”

Peggio di così… Qualcosa d’altro può però frullare in testa. I partiti si dicono o si ritengono: progressisti, socialdemocratici, socialiberali, liberali, radicali, democristiani, conservatori. Ma, curiosamente, mai capitalisti. Forse perché si dovrebbe ricorrere a una realtà che non vuol dire il suo nome?

Ha acceso una luce, sempre in questa sede, Nelly Valsangiacomo, che di filosofia e di storia è maestra, richiamando che “tra l’universalità dei diritti e la logica del capitalismo esiste una tensione profonda”. E commenta: “la politica democratica, pensata anche come strumento per porre limiti, è sempre più subordinata alla forza e all’economia. Il potere economico diventa direttamente potere politico…”.

L’alleanza tra un regime politico essenzialmente democratico fondato sullo stato di diritto ( il “rule of law”, e cioè l’uguaglianza davanti alla legge: nessuno si trova al di sopra delle regole; la limitazione del potere: chi governa deve agire entro limiti stabiliti da norme certe, evitando qualsiasi abuso o arbitrio), le libertà individuali, la sovranità della volontà collettiva, da un lato; d’altro lato un regime economico fondato sulla proprietà privata e la libera contrattualità: ecco quanto oggi è in crisi o superato.

Si riteneva che questi regimi si rafforzassero l’uno con l’altro dandosi così una base stabile. Ci si accorge ora ch’era un’illusione e che il reciproco sostegno è esistito in un momento storico particolare. Durante il quale, il primo ha saputo mostrare la sua capacità ad addomesticare il secondo e a governarne gli eccessi. Sul lungo periodo il mercato ha però generato così tante ineguaglianze che ha scardinato le fondamenta stesse della democrazia e delle stesse istituzioni, sia a livello nazionale sia a livello internazionale o intercontinentale.

La disgregazione

Non si può certo negare (come rileva Ghiringhelli) che i nostri maggiori partiti politici abbiano assolto il compito dell’alfabetizzazione civile e politica (soprattutto nel corso del primo trentennio postbellico, che è poi quello coincidente con l’età d’oro della democrazia europea) e hanno anche saputo rispondere a domande sociali con programmi credibili, progetti dignitosi di società e Stato. Si deve però ora constatare (come descrive Lombardi e rileva in particolar modo Valsangiacomo) che si è disarmato culturalmente (oltre che scomposto e sempre più frantumato politicamente) un blocco storico di forze sociali, sconvolgendo o escludendo criteri intellettuali e morali di orientamento e giudizio; sradicati il più delle volte da quadri di riferimento liquidati subito come “ideologici”.

Senza accorgersi che da quella sorta di disgregazione sociale politica e culturale derivava la passività o la subalternità all’egemonia “intellettuale e morale” dell’individualismo, dell’affare che è solo mio, del capitale che è ciò che solo conta e muove, delle istituzioni democratiche intese solo come ostacolo o impedimento o prelievo fiscale per spreco democratico-socializzato, della destra o anche di una informazione che descrivono o rappresentano la crisi sotto un’angolatura che ne impedisce o addirittura ridicolizza ogni lettura critica o ricostruttiva.

È certo che la storia non si ripete mai uguale a se stessa; è però anche ragionevole ritenere che quanto capita presenta analogie che rischiano di replicare dinamiche analoghe, già storicamente e tragicamente sperimentate e vissute.


C’è sempre qualcuno che continua a spostare la soglia del ridicolo

La Linke vola: merito della “Mamdani tedesca” che ha fatto della casa la sua battaglia 

Il fanciullino è un’opera di Giovanni Pascoli, pubblicata per la prima volta nel 1897, in cui  esprime nel modo più ampio la propria concezione poetica. Estrapolo dal testo questo passaggio: «È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi […] ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia.»

Il passaggio mi viene a taglio per descrivere lo stato… d’incoscienza di molti nostri politici (capirete dopo il perché, ma subito chiedo perdono ai pascoliani). Principalmente dopo aver letto l’articolo intitolato Il Dt ci ha tolto il posteggio? Allora il governo rinunci al suo pubblicato il 18 settembre, su «LaRegione». Una trentina di deputati, cioè un terzo del Parlamento cantonale, con una mozione chiede che i quindici parcheggi riservati a pagamento ai Consiglieri di stato e alle automobili di servizio siano messi a disposizione dei 90 gran consiglieri.

Come mai? Per una infantile, plateale e arrogante ripicca da casta. L’ex capo del Dipartimento del territorio (Dt), il dimissionario Claudio Zali, quest’estate ha deciso di trasformare in un parco pubblico il posteggio in via Ghiringhelli messo gratuitamente a disposizione dei nostri rappresentanti. E per non lasciare sprofondare i colleghi nello sconforto, il “sempre lui” ha proposto loro di parcheggiare (naturalmente “a gratis”) il veicolo non nel cortile del lontano castello di Sasso Corbaro, ma in via Tatti, cioè a qualche minuto in più dal Palazzo delle Orsoline: 3 minuti in più di prima, facciamo anche 5 per esagerare. Ecco perché si dice che “il tempo è denaro”. (Lascio ai miei volonterosi 15 lettori la libertà di leggere l’intero articolo perché  a me non fa nemmeno ridere e non ho il coraggio di riassumerlo).

Il “fanciullino” di cui parla Pascoli ovviamente è una metafora. Ma io credo, dopo aver assistito agli ultimi exploit della nostra classe politica, che il “fanciullino” che è dentro di loro, cioè dentro il loro corpo, si sia materializzato e abbia avuto la meglio, cioè abbia ucciso “l’altro” per darsi alla pazza gioia. Altro che «noi cresciamo, ed egli [il fanciullino] resta piccolo»: è vero tutto il contrario!

Mi vergogno di perdere tempo nello scrivere questi pezzulli, ma dovrebbero vergognarsi soprattutto loro, che trascinano quella che dovrebbe essere l’ arte del governo nelle voragini dell’indecenza, e forse dovrebbero pentirsi un pochino anche le persone che li hanno votati. Il fossato che separa il palazzo dalla piazza è ormai diventato un baratro e, contrariamente a quanto ha scritto ieri l’amico Orazio Martinetti («La mobilitazione che si sta profilando dovrebbe riportare i cittadini al voto e quindi arrestare la curva al ribasso dell’astensionismo»), il numero di chi non voterà ad aprile aumenterà.

Nonostante il Paese sia immerso in una crisi politica mai vista, c’è chi si preoccupa di garantirsi il parcheggio il più vicino possibile alla sala del Gran Consiglio, potendo nel cortile interno del Palazzo delle Orsoline. A questi qui (sarebbe utile conoscere i loro nomi) potrei, come fa il Porta con Fraa Diodatt, augurare un miglior futuro, lontano però dalla politica: «E fôrt foeura di ball, chi ha avuu n’ha avuu».