La Linke vola: merito della “Mamdani tedesca” che ha fatto della casa la sua battaglia
Dal nostro corrispondente dall’Italia
Il governo Meloni ha fatto della lotta all’immigrazione clandestina uno dei punti centrali della propria politica. Come lo abbia portato avanti, è sotto gli occhi di tutti. L’ultimo capitolo è la decisione di Roma, prorogata fino al 1° ottobre, di ripristinare i controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna dopo la crisi migratoria di Ceuta. Quasi che l’exclave spagnola sulla costa marocchina confinasse con l’Italia e da lì partisse un’invasione diretta verso il nostro Paese. Madrid ha risposto applicando il principio di reciprocità e prorogando, a sua volta, i controlli sui viaggiatori provenienti dall’Italia fino all’8 ottobre.
La gestione dell’immigrazione clandestina – non è una novità – continua ad essere fallimentare. Il capolavoro della politica meloniana sono i ben noti e inutili centri per il rimpatrio realizzati in Albania, costati ai contribuenti quasi un miliardo di euro.
Ma, pochi lo sanno se non coloro che ne subiscono le conseguenze, altrettanto accade sul versante opposto: quello della immigrazione regolare. Ad essere messo sotto accusa è il sistema con cui l’Italia dovrebbe far entrare legalmente i lavoratori non comunitari, cioè la pianificazione prevista dai cosiddetti “decreti flussi”. La prima programmazione triennale si è conclusa il 31 dicembre 2025; la seconda, relativa al periodo 2026-2028, è in corso.
Una macchina burocratica infernale
Per capire come funzioni davvero questo meccanismo basta cercare i numeri. O, meglio, provare a cercarli. Nella ricerca sono partito dal portale del ministero dell’Interno. Inutilmente. Da vecchio cronista ho quindi fatto quello che si fa in questi casi: ho chiesto all’ufficio stampa del Viminale pochi, elementari dati. Quante domande di ingresso sono state presentate complessivamente nel 2025? Quante sono riuscite a superare l’intero percorso burocratico, trasformandosi in un contratto e in un permesso di soggiorno per lavoro? Nessuna risposta, anche dopo aver sollecitato l’ufficio stampa.
Eppure quei numeri esistono. E circolano, tanto da essere stati richiamati anche alla Camera, il 3 agosto scorso, dal deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Filiberto Zaratti. Ma non sono emersi grazie alla trasparenza delle amministrazioni. A portarli alla luce è stato il paziente lavoro di “Ero straniero”, campagna informativa promossa da una rete di associazioni e organizzazioni della società civile.
Per ricostruire ciò che le statistiche ufficiali non permettono di vedere, i promotori della campagna hanno presentato una serie di richieste di accesso agli atti alle amministrazioni coinvolte nella gestione del decreto flussi. Hanno così potuto seguire il percorso delle pratiche: dalle domande ai nulla osta, dai visti fino alla sottoscrizione dei contratti e alla richiesta dei permessi di soggiorno.
Dopo tre anni di decreti, circolari ministeriali, click day che hanno costretto a umilianti corse contro il tempo, precompilazioni, controlli preventivi, nulla osta, verifiche, emerge un quadro sconcertante.
I risultati relativi al 2025 sono la testimonianza di una macchina burocratica infernale che coinvolge ministero dell’Interno, prefetture, questure, ispettorati del lavoro, consolati, e anche i comuni per i certificati di idoneità abitativa. I numeri parlano chiaro: a fronte di 181.450 posti di lavoro complessivi programmati, sono state presentate 222.617 domande. Ma, alla rilevazione di fine dicembre 2025, soltanto 49.762 pratiche avevano ottenuto il nulla osta, e di queste appena 14.349 il rilascio del permesso di lavoro e la sottoscrizione del contratto, in pratica il 7,9 per cento dei posti previsti.
Il risultato cambia a seconda del settore, ma resta impietoso. Nell’assistenza alla persona, a fronte di 9.500 posti previsti e ben 52.018 domande, le pratiche andate a buon fine sono state 2.954, il 31,1 per cento delle quote. Nel lavoro subordinato non stagionale, 3.933 su 61.950 posti, appena il 6,3 per cento. Nel lavoro stagionale agricolo e turistico-alberghiero, 7.462 su 110.000, il 6,8 per cento.
Si potrebbe obiettare che le percentuali elaborate sui dati al dicembre 2025 sarebbero da considerarsi ancora provvisorie, perché la lavorazione di molte pratiche risultavano ancora in corso nel 2026. Ma è proprio il confronto con l’anno precedente a rendere più difficile attribuire tutto ai tempi tecnici. Per il decreto flussi 2024, a due anni dai click day, su 146.850 posti programmati soltanto 24.858 erano arrivati alla sottoscrizione del contratto e alla richiesta del permesso di soggiorno. Il tasso di successo si ferma così al 16,9 per cento: appena 17 lavoratori regolarmente assunti ogni 100 ingressi programmati.
Così migliaia di pratiche rimangono sospese
È questa la fotografia delle “forche caudine” del decreto flussi, rivelatosi una vera e propria lotteria della vergogna. A ogni passaggio l’imbuto si restringe e decine di migliaia di pratiche si fermano o rimangono sospese. Non siamo dunque davanti a qualche pratica andata storta. Siamo di fronte a un evidente problema strutturale.
Ed è qui che comincia il paradosso. L’Italia ha bisogno di lavoratori stranieri. Le imprese dichiarano di non trovare personale. L’agricoltura chiede manodopera regolare. Il turismo ne chiede altra. Migliaia di famiglie cercano disperatamente assistenti familiari. Lo Stato stabilisce le quote. I datori di lavoro presentano le domande. E poi la macchina burocratica s’inceppa.
Esiste un capitolo che racconta, meglio di qualsiasi convegno, il cortocircuito tra le regole e la realtà. Per il 2025 il governo aveva introdotto, su richiesta delle associazioni datoriali, in particolare Assindatcolf, una misura sperimentale ragionevole, almeno sulla carta: 10.000 ingressi fuori quota per lavoratori e lavoratrici da destinare all’assistenza a invalidi e grandi anziani, cioè ultraottantenni.
Ebbene, le domande, precompilate sul portale dell’Interno con largo anticipo, addirittura nel novembre 2024, tenute a bagnomaria per oltre due mesi e presentate nel click day del 7 febbraio 2025, sono state soltanto 734. Significa che, nella fase iniziale, oltre il 92 della capacità prevista dalla misura era rimasto inutilizzato.
Perché quelle 10.000 opportunità non sono state prese d’assalto?
Una prima risposta sta nella procedura complicatissima. Le famiglie, oltretutto, non potevano presentare direttamente la domanda. La richiesta doveva passare obbligatoriamente attraverso agenzie per il lavoro autorizzate oppure associazioni datoriali firmatarie del contratto collettivo del settore domestico.
Il dramma dell’assistenza a invalidi e grandi anziani
Ma c’è una contraddizione ancora più profonda. Il bisogno di assistenza a persone non autonome non conosce il calendario dei decreti flussi. Una persona di novant’anni che improvvisamente non riesce più ad alzarsi dal letto non può programmare la sua necessità in base alle scadenze fissate dal ministero dell’Interno.
Una famiglia nella quale un genitore viene dimesso dall’ospedale dopo un ictus non può pensare: bene, presentiamo la domanda oggi e fra molti mesi vedremo se una lavoratrice che si trova a Lima, a San Salvador o a Manila riuscirà a ottenere nulla osta, visto, ingresso in Italia e permesso di soggiorno.
Ed ecco il gigantesco elefante nella stanza, come direbbe Pier Luigi Bersani. In molti casi il lavoratore o la lavoratrice di cui la famiglia ha bisogno non si trova affatto a migliaia di chilometri di distanza: è già in Italia e lavora senza un contratto regolare proprio perché, in assenza di un titolo di soggiorno adeguato, la famiglia non può assumerlo legalmente.
Magari quel lavoratore è arrivato nella famiglia attraverso il prezioso passaparola di amici e parenti. Conosce l’anziano, la casa, le sue abitudini. Sa quali medicine deve prendere, conosce i suoi problemi, il medico, i figli. Si è costruito nel tempo quel rapporto di fiducia, diventando insostituibile.
E qui il sistema va letteralmente in tilt. La famiglia vorrebbe regolarizzare quella persona e assumerla. Ma la normativa continua a essere costruita attorno a un altro modello: quello di un lavoratore che si trova all’estero e che viene chiamato in Italia da un datore di lavoro, con una procedura pensata per l’ingresso nel Paese.
È una delle contraddizioni più evidenti del sistema italiano: il lavoro c’è, il lavoratore c’è, il datore di lavoro disposto ad assumerlo c’è. Ma manca il canale ordinario che consenta a queste tre realtà, già presenti nello stesso luogo, di incontrarsi legalmente. Il meccanismo dei flussi continua a presupporre un incontro tra domanda e offerta a distanza, con tempi incompatibili con il bisogno immediato di assistenza a una persona fragile.
Poche decine di contratti su 10.000 ingressi disponibili
In una situazione a dir poco kafkiana, qualcuno ha tentato di percorrere la strada dei 10.000 posti extra quota: fare domanda, ottenere il nulla osta, interrompere temporaneamente l’assistenza all’anziano, lasciare l’Italia, affrontare i controlli alla frontiera, con il rischio di essere bloccato ed espulso, mettersi in coda al consolato, e infine, se tutto va bene, rientrare nel Paese. Uscire dall’Italia sperando di poter tornare in Italia e continuare, questa volta regolarmente, a svolgere lo stesso lavoro per la stessa famiglia. Augurandosi che l’assistito in condizioni di salute precarie, dopo mesi di attesa, sia ancora vivo. Un percorso impossibile. Secondo alcune stime, delle 734 domande presentate nel famigerato click day del 7 febbraio, soltanto una quota vicina al 5 per cento sarebbe arrivata alla sottoscrizione di un contratto di lavoro. Poche decine di casi, a fronte dei 10.000 ingressi che la misura avrebbe consentito.
Una sperimentazione nata per rispondere a uno dei bisogni più delicati delle famiglie italiane si è così scontrata con una procedura inconciliabile con la natura stessa di quel bisogno. Tuttavia il canale dei 10.000 ingressi fuori quota non è stato abbandonato, essendo riproposto per il triennio 2026-2028. Vedremo con quali risultati.
I governanti sono ben consapevoli di questa situazione. Nell’autunno 2025 sembrava che si fosse vicini a una deroga per gli extra quota, tanto che il Corriere della Sera aveva annunciato il 6 settembre che le domande «verranno regolarizzate in Italia». Invece il decreto-legge che avrebbe consentito questa soluzione si è arenato per un mese, dal 3 settembre al 2 ottobre, all’ufficio legislativo del Quirinale, il quale ha chiesto a Palazzo Chigi alcune correzioni. Nessuna deroga avrebbe potuto essere concessa, per una questione di equiparazione dei diritti rispetto ad altre categorie di lavoratori.
Resta così irrisolto il problema più grande: una vasta popolazione di cittadini extra UE è già presente in Italia, lavora e produce reddito e paga le tasse. Assiste gli anziani, raccoglie frutta e verdura, lavora nei cantieri, nelle cucine, negli alberghi e nelle case. Una parte considerevole di queste persone, però, continua a vivere e lavorare in una condizione di irregolarità amministrativa.
La Spagna, intanto, ha scelto un’altra strada. Il governo di Pedro Sánchez ha regolarizzato in via straordinaria oltre 600.000 stranieri, in maggioranza latinoamericani. Ma Giorgia Meloni sembra non avere nulla di meglio a cui pensare che continuare la ridicola sospensione del trattato di Schengen con la Spagna. Il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha puntato il dito contro Meloni e Tajani accusandoli di «non comportarsi come leader europei all’altezza della situazione». Come dargli torto?.