AI, perché serve un governo globale

L’intelligenza artificiale come nuova “forza della natura” impone una governance globale: servono regole condivise, istituzioni internazionali e un’etica comune per stabilire limiti e responsabilità di una tecnologia che può trasformare il futuro dell’umanità 

Di Vito Mancuso, La Stampa

 

Qualcuno ancora ricorda la memorabile scena dell’Apprendista stregone nel film “Fantasia” di Walt Disney? È stata la prima immagine affacciatasi alla mia mente dopo aver letto le dichiarazioni di Bill Gates secondo cui l’IA va oggi trattata non più come uno strumento tecnologico ma come «una forza della natura che l’uomo ha scatenato». Ho subito rivisto Topolino apprendista stregone che, a seguito delle misteriose forze evocate, era caduto nel panico di fronte alla foresta impazzita di scope che, da pacifici strumenti, si erano trasformate in minacciosi guerrieri. Ora Topolino siamo noi.

Dopo aver delineato la vera natura dell’IA e chiarito che da come la gestiremo (o ne saremo gestiti) dipende il nostro futuro, Bill Gates ha poi sostenuto che occorre procedere sostanzialmente su tre fronti: 1) creare un’agenzia internazionale di governo dell’IA, così come già avviene con l’energia atomica; 2) tassare le imprese che licenziano lavoratori a causa dell’IA, così da creare con queste tasse una specie di cassa integrazione o reddito di cittadinanza per chi rimane senza lavoro; 3) riservare agli esseri umani almeno il 40 percento dei posti di lavoro, una sorta cioè di obbligatoria “quota rosa”, salvo stabilire quale colore possa essere il più adatto per contrassegnare la quota umana.

Mi soffermo sul primo punto. Per Bill Gates è necessaria una «gestione politica» dell’IA, ma in cosa concretamente può consistere tale gestione politica? Anzitutto nella stipulazione di leggi da parte del potere legislativo, poi nella loro effettiva applicazione da parte del potere esecutivo, infine nella possibilità di sanzionare le infrazioni da parte del potere giudiziario. Tutti e tre i poteri fondamentali che costituiscono l’autorità di uno stato moderno devono entrare necessariamente in gioco se si vuole istituire una governance davvero efficace della nuova forza della natura che abbiamo scatenato. Ma allora da qui rinasce nel modo più cristallino la necessità imprescindibile del diritto internazionale. E quindi dell’Onu. Bill Gates infatti potrà anche andare in Cina per incontrare il Presidente Xi Jinping (come io spero che presto avvenga), potrà inoltre incontrare un presidente Usa finalmente di nuovo degno di questo nome al termine del mandato dell’attuale, ma nessun accordo tra Usa e Cina da lui promosso potrà mai avere un’effettiva applicazione a livello mondiale senza il diretto coinvolgimento dell’Onu. Ne viene che il diritto internazionale e la sua principale istituzione oggi così marginalizzati, riacquistano necessariamente il centro della scena politica.

Ma occorre procedere oltre e chiedersi su quale base si potrà fondare la necessaria legislazione sull’IA. E qui appare chiaro come il diritto nel suo farsi rimandi all’etica, vale a dire a una precisa visione dell’uomo e dei valori irrinunciabili per tutelarne la dignità. La governance mondiale dell’IA, in altri termini, non potrà essere attuata senza un’etica mondiale, la quale rimanda organicamente a quel progetto di “Word Ethos” coraggiosamente portato avanti dal teologo svizzero Hans Küng. La situazione quindi è riassumibile nei seguenti passaggi: 1) la tecnologia ha creato una forza di natura dalle potenzialità immense, in senso sia positivo sia negativo per l’umanità, ma essa non la sa governare; 2) noi abbiamo bisogno di un’istituzione politica internazionale che la governi; 3) perché questa istituzione possa effettivamente legiferare c’è bisogno di un accordo universale sui principi etici irrinunciabili.

La situazione è tale che forse si può avverare oggi quanto avveniva anticamente nell’isola di Creta, i cui abitanti, sempre fortemente divisi tra loro in fazioni rivali, si coalizzavano sistematicamente tra loro all’apparire di un nemico esterno così che riuscivano a respingerlo. Noi abbiamo bisogno di questa rinnovata “sincreticità”, cioè di un’energia intellettuale che unisca le forze fondamentali degli esseri umani al fine di salvare l’umanità dalla tecnica da essa stessa evocata. La scena dell’apprendista stregone del film di Walt Disney si chiude con l’arrivo del maestro stregone che ferma con un cenno le scope impazzite, ma da noi non arriverà nessun Superuomo a porre rimedio, ci dobbiamo pensare da noi. E forse da questo rinnovato pensare a noi stessi, a cosa sia davvero importante per la nostra vita, potrà sorgere una via di uscita. Ha scritto Hölderlin: «Ma dov’è il pericolo, cresce anche ciò che dà salvezza».


Il clima cambia anche il sole: “Più rischi dai raggi ultravioletti”

L’intelligenza artificiale come nuova “forza della natura” impone una governance globale: servono regole condivise, istituzioni internazionali e un’etica comune per stabilire limiti e responsabilità di una tecnologia che può trasformare il futuro dell’umanità 

Di Giacomo Talignani, La Repubblica

 

Nell’estate del caldo infinito circola un accessorio sempre più comune, simbolo di un problema in crescita e spesso sottovalutato. L’ombrello, un tempo destinato a ripararci dalla pioggia, sta diventando oggi sinonimo della protezione dal sole, dai raggi ultravioletti. Nel 2026 negli Stati Uniti, ma anche in Svizzera o Grecia, c’è un boom di vendite dei parasole anti-UV.

Non è un caso: una nuova ricerca racconta infatti come in Europa le radiazioni solari stiano pericolosamente aumentando, soprattutto nelle regioni centrali. Lo studio internazionale, pubblicato su Springer Nature, ha visto coinvolti oltre 50 ricercatori e si basa su una raccolta di dati provenienti da 40 diverse stazioni europee tra il 2013 e il 2022. Sostiene che in media la radiazione ultravioletta (UV) che raggiunge il suolo sia aumentata dell’11% in Europa negli ultimi 10 anni, con picchi anche del 2,6% l’anno (Gran Bretagna).

Anche in Italia i valori sono in crescita. Da noi ci sono 4 stazioni con strumenti precisi per le rilevazioni UV: in Valle d’Aosta, a Sesto Fiorentino, Roma e Lampedusa. Tutti i centri hanno contribuito alla ricerca.

«Lo studio indica valori significativi» spiega a Repubblica Henri Diémoz di Arpa Valle d’Aosta che, insieme alla collega Annachiara Bellini, è fra gli autori. «In dieci anni ad Aosta emerge ad esempio un trend del +7%. A Roma di quasi il 10%, ugualmente a Sesto Fiorentino. Più a sud invece, a Lampedusa, non si registrano aumenti. L’Europa centrale è quella più esposta». Il motivo principale dell’aumento dei raggi ultravioletti, pericolosi per la salute umana, è da ricercarsi nei mutamenti dell’atmosfera.

Il fisico Alcide Giorgio di Sarra, ricercatore di ENEA che ha preso parte al paper, racconta come «la causa è soprattutto dovuta a una diminuzione della copertura nuvolosa. Anche se lo studio non evidenzia un collegamento diretto con la crisi del clima è chiaro come il surriscaldamento, portando a modifiche relative a temperature, umidità e circolazione, stia impattando sulla diminuzione della copertura nuvolosa. Meno nubi ci sono, più raggi UV passano». Diémoz aggiunge come, in percentuale minore, ci sia però anche un’altra causa. Per paradosso infatti abbiamo polmoni più sani ma pelle e occhi più a rischio. «L’altro fattore possibile è che anche la qualità dell’aria giochi un ruolo. In Europa è ora più pulita grazie a politiche ambientali efficaci. Ma inquinanti come le particelle fini, che ora sono in calo, facevano da velo e riflettevano la radiazione. Con meno particelle, passano più UV».

Un’altra analisi multi-causa richiamata anche nello studio sostiene che le variazioni delle nubi incidano per l’80%, le particelle per il 20%. In Italia, a differenza dei bollettini sulle ondate di calore, mancano però comunicazioni capillari e quotidiane sui raggi.

La scala dei valori UV va da 1 a 11 e oltre. Dal valore 3 sino al 5 il grado è moderato, dal 6 al 7 alto, dall’8 al 10 molto alto e da 11 in poi estremo. Consci dell’aumento della radiazione nelle ultime ore l’Arpal ha appena installato a Genova e La Spezia nuovi radiometri: misuravano un indice di 6. «A fine anni Novanta feci un bollettino Uv per l’Italia — chiosa Di Sarra — ma poi l’attenzione per il tema si è ridotta e oggi non esiste una indicazione unica nazionale. Servirebbero ora più rilevazioni e informazioni». Per esempio, è utile ricordare che le alte temperature non sono necessariamente collegate a elevati valori UV. «Col caldo molte persone si rifugiano in montagna, ma non è detto che in quota le dosi di radiazioni siano minori, dobbiamo reimparare ad esporci».


Era il partito di Mandela, ora è al collasso

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L’ANC, il partito di Mandela che ha dominato la scena politica degli ultimi 30 anni, sarebbe sull’orlo del collasso. Secondo un ultimo sondaggio della Social Research Foundation, la fiducia dei votanti è a un minimo storico : solo il 34% darebbbe la sua preferenza all’ANC.Per contro, sono in ascesa i partiti dell’opposizione: la Democratic Alliance è al 27 percento, e l’Umkonto We Sizwe al 15 percento.

Uno dei fattori di questo declino dell’ANC è dovuto al forte calo di popolarità del Presidente Cyril Ramaphosa, travolto dallo scandalo Phala Phala, ovvero il furto di una ingente somma di danaro  trovata sotto il divano nell’abitazione del Presidente.

Ramaphosa finora non è riuscito a spiegare le circostanze dell’accaduto, e in particolare l’origine dei fondi. L’elenco dei problemi del paese rimasti irrisolti è lungo e grave, perché tocca le più importanti infrastrutture del paese. Senza contare che una maggioranza rilevante degli elettori accusa l’ANC di non aver fatto fronte con la necessaria decisione e tempestività alla campagna anti-immigranti che ha creato grossi problemi, in particolare nelle grandi città.

Ma non è tutto. Connie Mulder, a capo dell’Istituto Nazionale di Ricerca sugli Umori dell’Elettorato, ha fatto sapere che senza un intervento deciso del governo i sudafricani cominceranno ben presto a non più pagare le imposte, necessarie per far fronte ai gravi problemi che affliggono il paese, in particolare nelle grandi città.

In una recente intervista, Connie Mulder ha dichiarato che corruzione e incompetenza hanno impedito agli operatori del servizio civile di affrontare e risolvere i problemi del paese. Sono molte le aziende che hanno chiesto a società private di far fronte a questi problemi, finora finanziati con le imposte dei cittadini. Da qui l’ovvia domanda: «perché pagare due volte per lo stesso servizio?»

Le prossime elezioni municipali fissate per l’autunno 2026 saranno verosimilmente all’insegna di un assenteismo crescente, generato dalla sfiducia dell’elettorato dell’ANC; un elettorato che non vorrà più sostenere il suo partito, ma nemmeno favorirne un altro.

Nell’immagine: Cyril Ramaphosa in un’illustrazione del Daily Maverick


Clima estremo, in Europa 35mila morti per il caldo

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Di Bianca Lattanzi, il manifesto

 

Circa 35mila persone in più sono morte quest’estate in Europa per il caldo, la cifra è ancora provvisoria. Ieri il Guardian ha riportato questi numeri, relativi a solo metà continente e non ancora aggiornati all’intero mese di agosto. I dati completi aggraveranno ulteriormente il quadro. Tra domani e venerdì, infatti, è attesa una nuova ondata di calore che colpirà in particolare le regioni del Sud Italia.

A oggi, le quattro canicole consecutive hanno battuto ogni record. Solo nei tre paesi più grandi dell’Unione Europea (Germania, Francia e Spagna), l’eccesso di mortalità ha già superato le 25mila unità. L’Oms a maggio ha dichiarato che la mortalità legata al caldo nella regione europea è aumentata di oltre il 30% negli ultimi 20 anni ed è destinata a crescere significativamente.

Tutto questo ha effetti preoccupanti non solo sulla salute delle persone, ma anche su quella dell’agricoltura europea. A dirlo è l’ultimo bollettino mensile Jrc Mars, pubblicato dal Centro comune di ricerca della Commissione europea. Il caldo e la siccità stanno compromettendo le colture estive e la disponibilità di foraggio in tutta l’Europa occidentale e centrale: in particolare in Francia, Germania meridionale, Italia settentrionale e centrale, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Romania occidentale. Si parla di un calo dei raccolti estivi fino al 14% rispetto agli ultimi cinque anni.

A catena, la carenza di foraggio ha ridotto la disponibilità di pascoli e l’accumulo di biomassa. Per l’Italia Coldiretti ha stimato danni complessivi superiori ai 3 miliardi di euro e perdite di produzione tra il 30 e il 50%. Ha anche evidenziato la situazione variegata nelle varie regioni italiane: alcune colpite da costante siccità, altre da piogge concentrate e improvvise, che però non riescono a compensare mesi di deficit idrico e possono anzi trasformarsi in un ulteriore fattore di rischio.

 

Nell’immagine: gli effetti di un incendio in Francia, luglio 2026


Sacco e Vanzetti, quando i nemici da “remigrare” eravamo noi

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Di Antonio Ferrero, La Stampa

Domenica, a Villafalletto, suo paese natale, si è tenuta la commemorazione di Bartolomeo Vanzetti, l’anarchico italiano giustiziato negli Stati Uniti sulla sedia elettrica il 23 agosto del 1927 con l’accusa di omicidio durante una rapina col sodale Nicola Sacco. È giusto ricordarlo non solo per la tragicità della vicenda ma per ricostruire il contesto sociale e culturale in cui maturò una condanna che si sapeva – da subito – essere costruita a tavolino. Non solo mancavano prove del delitto, ma c’era anche un reo confesso, ritenuto però dalla giuria non affidabile.

A lungo, la lettura politica e romantica della vicenda ha insistito sull’adesione convinta e pacifista di Vanzetti all’anarchismo, ma oggi può essere utile soffermarsi su un altro aspetto: Vanzetti venne condannato in quanto capro espiatorio ideale in una società in profonda crisi che aveva bisogno di sentirsi sicura e, per farlo, il modo più veloce era costruire stereotipi convincenti da colpevolizzare. E chi meglio di un immigrato? Perché la coppia accusata del delitto, solo secondariamente funzionava bene per l’opinione pubblica in quanto anarchica (chi, nell’America degli anni Venti, sapeva realmente in che cosa credesse una anarchico?), ma perché italiani.

A ridosso della Grande Depressione, gli Usa erano scossi da tensioni sociali e etniche: nel 1920, un amico anarchico italiano di Vanzetti, Andrea Salsedo, arrestato dall’FBI, dopo un brutale interrogatorio, «cadde» dal 14° piano del palazzo della polizia federale. Venne ritenuto suicidio e non ci fu indagine. Vanzetti, oltre tutto, nonostante la professione di ateismo, era cresciuto imbevuto di cattolicesimo («per lui la fede cattolica era qualcosa di scontato, tanto che alcuni suoi compagni di lavoro lo ridicolizzarono per questo, etichettandolo come bigotto», Treccani). Anche questa condizione non era particolarmente favorevole: italiani, irlandesi e polacchi venivano identificati tutti come «papisti» fedeli a un sovrano straniero e spesso discriminati se non perseguitati.

È un pezzo di storia minore, ma tristemente significativa: nel 1921, il sacerdote cattolico James Coyle, dopo aver celebrato un matrimonio, venne ucciso dal padre della sposa. L’assassino, un ministro espiscopale metodista, affermò di aver agito alterato dall’ira adducendo la legittima difesa e un motivato sentimento anticattolico (riteneva che il prete avesse forzato la conversione della figlia). Era membro del Ku Klux Klan, come 4 dei suoi cinque avvocati e il magistrato titolare del caso. Venne assolto da una giuria di soli bianchi protestanti.

Va ricordato anche che solo nel 1977 il governatore del Massachusetts Michael Dukakis emanò un proclama che assolveva i due italiani dal crimine. Insomma, a quasi un secolo dall’omicidio di Vanzetti, può valere la pena ricordare di quando gli immigrati pericolosi, aderenti a una religione sospetta, i capri espiatori ideali, i nemici da «remigrare», eravamo noi.

Nell’immagine: Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco


Ma quale woke, serve la lezione degli anni Settanta

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Di Luigi Manconi, La Repubblica

 

Pigliamo un caso che conosco bene: il mio. Io sono, sotto il profilo diagnostico e clinico, un non vedente: e così vengo definito nelle relazioni e nelle circostanze formali. Tuttavia, cieco è il termine cui ricorro per definirmi e con il quale vorrei che gli altri mi definissero. Cieco ha perso, con il tempo, gran parte della sua tonalità discriminatoria e, pur conservando un accento denigratorio (nel linguaggio corrente si dice alla cieca, furia cieca, vendetta cieca… ), mi piace perché esprime una sua inesorabile verità. Dunque, tutto bene?

Non proprio, perché basta guardarsi un po’ all’indietro per ricordare quanta sofferenza di padri e madri infelici, quante lacrime e sangue e quante lettere ai quotidiani è costata l’ingrata battaglia per cacciare dal vocabolario comune quella parola “mongoloide” che ha chiamato per mezzo secolo le persone con sindrome di Down.

Se, pertanto, il linguaggio che si vuole politicamente corretto — pur tra errori e fraintendimenti — è riuscito a eradicare, o perlomeno a contenere, quelle maleodoranti espressioni e a sviluppare, o perlomeno a incentivare, una maggiore consapevolezza verso la dignità individuale, viva il politicamente corretto.

Anche se credo che si tratti di qualcosa che riguarda il processo di incivilimento della società; e che un così importante conflitto debba affidarsi agli strumenti della formazione e della persuasione, della crescita culturale e della condivisione delle esperienze: e non ai mezzi di autorità che vorrebbero imporre “la correttezza” attraverso norme, coercizioni e sanzioni penali.

Ma tutto ciò ha poco o nulla a che vedere con la sostanza vera della discussione in corso sul cosiddetto woke. All’origine c’è l’amputazione subita dalle parole di Alexandria Ocasio-Cortezche, all’affermazione «la prima stagione del woke fu folle», aggiungeva: «Ma quelle discussioni furono utili». Altro che abiura. Provo, di conseguenza, a segnalare quelli che ritengo alcuni punti fermi che possano aiutare la riflessione.

Uno. Nel nostro paese la cosiddetta cultura woke — purtroppo o per fortuna — non è mai stata egemone, non ha mai rappresentato l’ideologia di una qualche classe di governo, non ha mai prodotto normative a essa ispirate. A meno che non si considerino tali quelle poche leggi che hanno tardivamente riconosciuto diritti fondamentali come il testamento biologico, le unioni civili, la tutela dalla violenza di genere e, ancora prima, la rettificazione anagrafica di sesso. Dunque, come può Giuseppe Conte dire che, per buona parte della sinistra, «questo indirizzo culturale è diventato una dottrina totalizzante, il filtro unico attraverso cui interpretare il mondo e distinguere i “buoni” dai “cattivi”»? Sbalordisco.

Due. Nella lettera di Conte a Repubblica compaiono più volte termini come «materiale» e simili contrapposti alla presunta astrattezza, superfluità e, appunto, immaterialità, dei bisogni correlati ai diritti civili intesi come generi di lusso. È un errore classico dell’idealismo accademico che sottovaluta, nell’analisi dei sistemi di diseguaglianza e delle dinamiche sociali, il peso del corpo, della soggettività, della sfera delle emozioni e dei desideri.

Anche queste sono, eccome, energie materiali che determinano i rapporti di forza, creano movimenti collettivi, incidono sulle forme del potere e sui processi di esclusione. E, soprattutto, condizionano comportamenti e orientamenti che investono l’intera società, a partire dai luoghi di vita e da quelli del lavoro/non lavoro. Insomma, l’accesso ai diritti civili è indissolubilmente legato all’accesso a quelli economico-sociali.

Tre. Non conosco, nell’arco degli ultimi quarant’anni, un solo conflitto per l’affermazione dei diritti civili — tra quei pochi che ci sono stati — che abbia sottratto idee, gruppi sociali, forme di azione, obiettivi e programmi alla lotta per la «questione sociale, il benessere economico, la vita quotidiana» (Matteo Renzi). La verità mi sembra di stupefacente semplicità: la sinistra non ha saputo realizzare lotte adeguate né sul terreno dei diritti civili né su quello dei diritti sociali.

Quattro. C’è stata una stagione dell’Italia repubblicana nella quale la mobilitazione per le libertà soggettive e quella per le libertà economico-sociali sono andate di pari passo integrandosi virtuosamente. È stato il decennio degli anni Settanta, sciaguratamente definiti “di piombo” — certo, sono stati quello ma anche di più, assai di più — , che hanno visto le più significative riforme mai conquistate in Italia: lo Statuto dei lavoratori, la chiusura dei manicomi, il nuovo diritto di famiglia, gli asili nido pubblici, il divorzio, la soppressione delle gabbie salariali, l’interruzione volontaria di gravidanza, l’abolizione delle classi differenziali. Nello stesso breve lasso di tempo sono stati ottenuti il sistema sanitario nazionale e l’obiezione di coscienza: un diritto sociale quale altro mai e il diritto individuale per eccellenza.

Dietro tutto questo, l’intuizione — se non ancora la consapevolezza — che l’individuo non è ripartibile per segmenti né riducibile a compartimenti stagni, che la persona è tutta intera, fatta di necessità materiali e aspirazioni ideali, di pulsioni e bisogni, di piacere e dolore. Insomma, di corpo e anima.


Venghino venghino signori, il circo dell’impossibile vi attende

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Confesso: sono un alieno, un estraneo a questo esercizio della politica. Soprattutto quando essa si nutre di frasi tipo «Le persone ci chiedono di occuparci dei loro problemi e non dei problemi della politica», o delle solite promesse di chi – parcheggiato il fondo schiena sulle poltrone del Gran Consiglio grazie a una smilza percentuale di 3 virgola qualcosa – crede di poter entrare, col prossimo giro di giostra, nell’esecutivo cantonale per risolvere i  «problemi che incidono ogni giorno sulla vita delle persone».

Promettere non costa niente (ricordate il signore che promise solennemente “un milione di posti di lavoro” se eletto?), e con le promesse si può (politicamente) campare, specialmente di questi tempi, dove nani e ballerine animano i tendoni da circo.

Oggi, molto più di ieri, l’unica preoccupazione degli aspiranti politici è quella di candidarsi per esistere. Se poi, senza speranza alcuna, certuni riescono anche a mettere in piedi una listarella con cinque candidati/e per il Consiglio di Stato, ecco che il gaudio è al sommo grado perché assicurerà tante comparsate alla tv che certificheranno la loro esistenza. Applausi!

Viviamo nel tempo della comunicazione, certificato da numerosi canali radiotelevisivi, giornali online. Basta spedire dieci righe sgarrupate a un portale web per diventare qualcuno con un nome e un cognome. In fondo siamo pur sempre debitori del detto “L’ho letto sul giornale”, quindi è vero.

In un mondo sempre più confuso, incerto e mutevole la visibilità è diventata un’ossessione. Molto più del “contestato” ieri, quando la politica era un sano confronto sostenuto da una dialettica anche robusta, ma vera, sincera, appassionata.

E sorrido al pensiero che noi studenti, negli anni Settanta del secolo scorso, contestavamo un Argante Righetti, un Flavio Cotti. Oggi sarebbero dei giganti (vedete un po’ a che profondità mi tocca scendere!); uomini che sono arrivati alla politica per il loro saper fare e non per provare, attraverso la politica, a fare qualcosa.

L’esempio vien dall’alto, si diceva un tempo. Infatti basta guardarsi attorno, di qua e di là dell’Oceano, per trovare esempi nefandi.

Certo, sono rivoli queste listarelle ticinesi; parentesi folcloristiche, specchietti per le allodole, tanto «per fà adoss ai picch la gibigianna» (“per fare la gibigianna in faccia ai contadini”, scrive il Porta). I giochi veri sono di pertinenza delle altre liste, quelle dei ‘partiti di governo’, sperando che alla fine dei divertimenti la celebre frase gattopardesca «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» venga smentita, almeno per questa volta.

Tiriamoci su: la canicola sembra essere un brutto ricordo, la vendemmia in Ticino è da tempo avviata, l’umidità dovrebbe favorire la crescita dei funghi e gli scolari sono ormai pronti ad affrontare un nuovo anno scolastico. Lasciatemi vivere questo breve tempo sospeso, questo «gradito giorno pien di speme e di gioia»,  prima dell’arrivo della delusione del presente e delle difficoltà di questa vita spericolata per mancanza di virtù.


Il Festival di Locarno e il conformismo dell’alternativa

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Terminato il Festival di Locarno, a colpire non è soltanto il bilancio generalmente positivo della 79esima edizione, ma la quasi unanimità con cui è stato accolto. Le voci critiche sono state poche. Persino il critico cinematografico Ugo Brusaporco, solitamente tutt’altro che tenero nei suoi giudizi, questa volta non ha lesinato apprezzamenti, scrivendo che la giuria ha scelto «con rigore cinefilo» e che sul palmarès non c’era «nulla da eccepire».

Eppure una domanda meriterebbe di essere posta. Non riguarda tanto la qualità dei film, quanto il tipo di cinema che un grande festival internazionale finisce per selezionare e consacrare.

Qualche dubbio è affiorato sulle pagine del Manifesto, dove Cristina Piccino si interroga sul peso dei laboratori e dei circuiti produttivi internazionali che sostengono lo sviluppo dei film indipendenti, ma rischiano anche di imporre, sia pure «in modo soffice», una propria «formattazione». Su laRegione, Tommaso Soldini ha lanciato qua e là qualche frecciata sulla mancanza di veri scarti, di qualcosa capace di risultare persino indigesto al pubblico cinefilo.

Locarno non corre certo il rischio di diventare commerciale o hollywoodiano. Continua anzi a svolgere una funzione preziosa nel dare spazio a cinematografie e autori che difficilmente troverebbero posto nel grande circuito commerciale. Ma proprio per questo vale la pena chiedersi se essere lontani da quel mainstream basti ancora a garantire uno sguardo davvero nuovo. Il rischio è che si consolidi un altro conformismo, tutto interno al cinema da festival, fatto di autori, forme, ritmi, temi e sensibilità ormai immediatamente riconoscibili come cinema «importante».

Il doppio riconoscimento, a Hong Sang-soo per la regia e a Kim Min-hee per l’interpretazione, è emblematico. Hong continua a fare un cinema personalissimo e radicalmente estraneo alle convenzioni industriali: film realizzati con mezzi ridotti, fatti di conversazioni e di continue variazioni sugli stessi motivi. Ma dopo decenni di presenze e riconoscimenti nei maggiori festival, quel cinema «altro» è ormai uno dei linguaggi più riconoscibili e consacrati della cinefilia internazionale. Brusaporco definisce addirittura «dovuto» il riconoscimento. Premiarlo è naturalmente legittimo; più difficile considerarlo una scelta che sorprenda o metta in discussione i valori consolidati di quel mondo.

C’è poi un’altra forma di prevedibilità. Piccino osserva anche, a proposito di uno dei film in concorso, che «l’imprevisto è solo apparente» e che persino nel disagio lo spettatore viene accompagnato.

Si possono raccontare fascismo, patriarcato, guerre, omofobia e società in crisi senza mettere davvero in crisi lo spettatore. Sono temi potenzialmente dirompenti, raccontati però attraverso un linguaggio cinematografico che il pubblico dei festival ha ormai imparato a conoscere e riconoscere. Lo spettatore può essere turbato da ciò che il film racconta, ma difficilmente sorpreso dal modo in cui glielo racconta. Il contenuto è sovversivo, ma la forma è rassicurante.

Non perché quelle forme siano in sé conservatrici: molte sono nate, al contrario, proprio dalla volontà di rompere con il cinema dominante. Ma una forma non rimane innovativa per sempre. Quando viene ripetuta, riconosciuta, premiata e infine attesa, ciò che un tempo spiazzava può trasformarsi a sua volta in convenzione. Il paradosso è proprio questo: anche il linguaggio dell’alternativa può diventare una tradizione.

La questione della forma supera naturalmente Locarno e riguarda più in generale la capacità della cultura contemporanea di produrre linguaggi realmente nuovi. È proprio da questa progressiva perdita di spinta innovativa che parte lo scrittore e critico culturale americano W. David Marx nel suo recente saggio Blank Space, dedicato alla stagnazione culturale degli ultimi venticinque anni.

Secondo Marx, nel Novecento avanguardie e sottoculture disponevano di sistemi di valori alternativi a quelli del mercato. Il successo commerciale non era necessariamente il riconoscimento più ambito, anzi poteva essere guardato con sospetto: a conferire prestigio erano il riconoscimento dei propri pari, la sperimentazione e la capacità di rompere con le convenzioni dominanti. Erano spesso piccole comunità radicate in luoghi reali, nei club, nelle università, nei centri sociali e nelle scene artistiche locali, dove distinguersi significava anche osare e rompere con ciò che esisteva.

Nella musica e nella cultura urbana, da ambienti simili sono nati punk, hip-hop e nuove forme di danza; il cinema, che richiede strutture produttive più complesse, ha conosciuto rotture analoghe attraverso movimenti come la Nouvelle Vague e, ancora negli anni Novanta, Dogma 95. Esperienze molto diverse, ma accomunate dall’ambizione non soltanto di realizzare opere nuove, bensì di inventare un modo nuovo di farle. E proprio da quelle rotture sono nati linguaggi che l’industria culturale avrebbe poi assorbito e fatto propri.

Negli ultimi venticinque anni, però, questo ecosistema si è progressivamente indebolito. Il successo ha perso gran parte del sospetto che un tempo suscitava nelle controculture, mentre visibilità, consenso e profitto sono diventati criteri sempre più importanti anche per chi opera fuori dal mainstream. Internet ha accelerato il processo: ciò che nasce ai margini viene immediatamente esposto, imitato, assorbito e trasformato in qualcosa di riconoscibile. La cultura contemporanea produce così una quantità sterminata di opere (quasi 10’000 film nel mondo nel solo 2023), ma fatica maggiormente a produrre quelle rotture capaci di segnare una vera discontinuità.

Il problema non è dunque che siano scomparsi i buoni film o gli autori originali, né che la produzione indipendente si sia impoverita. La domanda è un’altra: quanto spesso incontriamo ancora un film che non si limiti a raccontarci qualcosa di nuovo, ma ci costringa anche a imparare un nuovo modo di guardare? Il rischio è che persino l’indipendenza, una volta entrata stabilmente nel circuito dei festival, finisca per avere le sue formule, i suoi autori garantiti, i suoi temi attesi e un proprio conformismo.

Non basta allora essere lontani dal cinema commerciale per rappresentare ancora una vera rottura. La domanda, a questo punto, non è se Locarno sia abbastanza diverso da Hollywood: ovviamente lo è. È se sia ancora abbastanza diverso da ciò che il mondo dei festival ha ormai imparato a considerare «diverso».

L’anno prossimo il Festival raggiungerà la sua ottantesima edizione. Un traguardo importante, che sarà inevitabilmente occasione di bilanci e celebrazioni. Potrebbe esserlo anche per interrogarsi su quale spazio Locarno voglia ancora riservare all’imprevisto, al rischio, a ciò che non è già riconoscibile come «cinema da festival». Perché un festival come Locarno dovrebbe essere il luogo in cui, ogni tanto, anche il cinefilo si senta fuori posto.

Nell’immagine: i cinefili vogliono rischiare di più (illustrazione della redazione)


No all’iniziativa sulla neutralità

L’intelligenza artificiale come nuova “forza della natura” impone una governance globale: servono regole condivise, istituzioni internazionali e un’etica comune per stabilire limiti e responsabilità di una tecnologia che può trasformare il futuro dell’umanità 

Ci risiamo, il prossimo 27 settembre i cittadini svizzeri saranno chiamati alle urne per esprimersi su un’iniziativa della destra. Questa volta la proposta viene da Pro Schweiz, associazione nazionalsovranista vicina a Christoph Blocher. Si tratta di una sorellina dell’Unione democratica di centro e quindi, ancora una volta, il partito di destra si garantisce la sua campagna elettorale permanente utilizzando il “potenziale di seduzione plebiscitaria degli strumenti democratici diretti” (Niccolò Raselli).

L’idea è arguta. Dopo il “dagli allo straniero”, che ha caratterizzato le iniziative degli ultimi decenni, si risuscita l’acciaccato mito elvetico della neutralità.

L’iniziativa propone di inserire nella Costituzione un articolo che affermi che la Svizzera ha una neutralità permanente e armata; non aderisce ad alleanze militari o difensive, a meno che vi sia un’aggressione militare diretta o in caso di atti preparatori in vista di una simile aggressione; la Svizzera non partecipa a scontri militari tra Stati terzi e non adotta misure coercitive nei confronti dei belligeranti; infine si avvale della propria neutralità permanente per risolvere i conflitti e offre i propri buoni uffici in qualità di mediatrice.

Sulla carta la proposta può sembrare allettante, in particolare perché prevede di vietare le sanzioni agli stati belligeranti, come il Consiglio federale ha fatto e fa nei confronti della Russia e impedisce di  aderire alle alleanze militari. In verità è solo fumo negli occhi, perché la neutralità è ormai un concetto stravolto dalla storia e dalla politica.

Punto cruciale è che Pro Svizzera, assieme all’UDC, vuole ancorare nella Costituzione il principio della “neutralità armata”. Quindi, in sostanza, l’articolo costituzionale diventa di fatto una ulteriore base legale per aumentare le spese militari e per sviluppare l’esercito. Lo dice bene Pro Svizzera nell’argomentario sull’iniziativa: “Solo un Paese in grado di difendersi autonomamente (sic) può rivendicare una neutralità credibile e rispettata a livello internazionale”. E come si fa ad avere capitali sufficienti per armare la Svizzera fino ai denti? Semplice: “Prima di chiedere nuovi sacrifici ai contribuenti, la Confederazione dovrebbe procedere a una seria revisione delle proprie priorità di spesa”. Morale: neutralità significa miliardi di franchi per il riarmo e tagli alla spesa che, per l’UDC, ricordiamolo, vuol dire tagli al sociale, aiuto all’estero, politica d’asilo, formazione, ricerca e ambiente. Inserire nella Costituzione la neutralità significa più spese militari e tagli nei confronti dei più fragili.

Come spesso succede con le iniziative della destra le proposte, per ottenere facili consensi secondo le regole della demagogia e del populismo si rivelano ridicole e campate in aria a un’analisi razionale. Basta pensare al giochino della recente iniziativa sui dieci milioni che faceva riferimento a una improbabile “sostenibilità”.

Qui si direbbe che la narrazione UDC si trasforma in favoletta. Come si fa a credere che la Svizzera possa “difendersi autonomamente”? Ma dai! Potrebbe funzionare se ad attaccare fosse il Liechtenstein, che non possiede l’esercito. Ma per il resto del mondo, la Svizzera sarebbe liquidata in un paio di settimane, come diceva l’ex capo dell’esercito Süssli. Piccolo dettaglio istruttivo: il Liechtenstein ha abolito le sue forze armate nel 1868 per motivi di bilancio e di neutralità. È uno dei venti stati sovrani al mondo senza un esercito. Pro Svizzera è così concentrata sull’ombelico elvetico che non vede cosa sta succedendo nel mondo. Ucraina si difende da sola? E Israele?

Sulla NATO il Governo gioca sporco. Infatti, come segnala Maurizio Binaghi, “fin dal 1956, il Consiglio federale conclude un memorandum segreto con la NATO, che stabilisce che la Svizzera manterrà la sua neutralità fino a un’eventuale invasione del suo territorio. Questo accordo allinea gli interessi della Confederazione con quelli dell’Alleanza atlantica, suggerendo che l’esercito svizzero sia ormai parte, di fatto, del sistema di difesa occidentale”.

La confusione di fondo dell’iniziativa, e la sua ipocrisia, è far credere che, ancorando il concetto di neutralità armata nella Costituzione, il Consiglio federale cambierà politica.

Affermare che “gli atti preparatori di un’aggressione” giustificherebbero “le collaborazioni con le alleanze militari” straniere potrebbe bastare fin da oggi per affossare la neutralità. I nostri politici e strateghi militari ci ripetono ogni giorno che la Russia potrebbe attaccarci nei prossimi anni.

Intanto, anche se venisse approvata, l’iniziativa potrebbe venir implementata con una legge che l’annacquerebbe. Gli articoli costituzionali proposti da iniziative popolari che non vengono applicati alla lettera sono numerosi. Dall’Iniziativa delle Alpi a quella contro l’immigrazione di massa, che non era compatibile con gli accordi internazionali, all’iniziativa sulle abitazioni secondarie. Sono le regole della democrazia semi diretta.

La neutralità è stiracchiata da sempre, si cerca di venderla come un concetto identitario elvetico ma, di fatto, è uno strumento di politica estera adattata alle varie necessità politiche. Durante la seconda guerra mondiale la neutralità elvetica è stata liquidata dal collaborazionismo con la Germania nazista: si comperava l’oro dai nazisti e si respingevano i profughi in fuga dalle SS. Ricordiamo anche le bufale sul ridotto nazionale che doveva salvare il paese. La Svizzera non poteva essere difesa militarmente, lo ammetteva lo stesso generale Guisan: “Da tre a un massimo di cinque giorni, secondo il capo di stato maggiore Jakob Huber, e le truppe tedesche controllerebbero l’altopiano” (Erich Keller). Lo storico Jakob Tanner conferma: “la narrazione secondo cui il piccolo stato neutrale era sopravvissuto con sicurezza a una fase di minaccia grazie alla sua resistenza militare in una fortezza alpina, il Ridotto, è una bugia nazionale”.

La neutralità può essere pericolosa. Il politologo Pascal Sciarini ricorda che, durante la seconda guerra mondiale, “per difendere gli interessi economici e finanziari della Svizzera (…) le autorità federali hanno invocato la neutralità per giustificare condotte opportunistiche, senza riguardo per le conseguenze umanitarie”, in particolare per la politica restrittiva nei confronti dei rifugiati e degli ebrei. Poco prima dell’inizio della seconda guerra mondiale – dice Sciarini – il generale Guisan ha firmato un accordo segreto con l’esercito francese che avrebbe permesso a questi di occupare il nord ovest della Svizzera. La storia è venuta alla luce negli anni cinquanta e il direttore dei Documenti diplomatici, Sacha Zala, ha sottolineato recentemente: “non bisognava ammettere che lo Stato neutro non è stato neutro, così che potesse continuare a non esserlo”. In caso di necessità, l’attenzione del Consiglio federale nei confronti della Costituzione è relativa e l’UDC dovrebbe averlo imparato nel 2014 (Iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”).

Sono stati pubblicati decine di libri di storici che hanno affrontato il tema della neutralità:

  • Edgar Bonjour: “La neutralità svizzera non è mai stata un fine in sé, ma uno strumento della politica estera”.
  • Hans-Ulrich Jost: “La neutralità è stata anche uno strumento ideologico e politico utilizzato per legittimare determinate scelte dello Stato”.
  • Jakob Tanner: “La neutralità è sempre stata interpretata in modo pragmatico e adattata alle condizioni politiche ed economiche del momento”.
  • Sacha Zala: “La neutralità svizzera è stata spesso interpretata in maniera molto elastica”.
  • Georg Kreis: “La neutralità assoluta non è mai esistita”.
  • Orazio Martinetti: “Durante la guerra fredda, la neutralità fu elevata a dottrina di stato irrinunciabile, benché la Svizzera ‘de facto’ appartenesse all’Alleanza atlantica”.

La neutralità è stata sempre un aspetto della politica di sicurezza e utilizzata per perseguire interessi economici. “La neutralità svizzera è un concetto utilizzato con arte e costanza dall’oligarchia imperialista per mascherare la propria prassi”, scriveva Jean Ziegler. In un rapporto del Consiglio federale del 1993 – spiega Pascal Sciarini – si assiste a un vero e proprio cambio di paradigma in materia di neutralità: “In un mondo interdipendente, non è più possibile per uno Stato difendere la sua indipendenza da solo, isolandosi dal resto del mondo; ormai, la difesa dell’indipendenza passa al contrario per la cooperazione a livello internazionale”.

Pro Svizzera e l’UDC si svegliano trent’anni dopo e fa sorridere che ritengano compromessa la neutralità dalla decisione di adottare sanzioni contro la Russia. Con quella che viene definita “neutralità differenziata”, la Svizzera ha partecipato alla sanzioni economiche decretate dall’ONU contro l’ex Yugoslavia nel 1991, la Libia nel 1992, Haiti nel 1993, la Sierra Leone nel 1997, l’Angola nel 1998, l’Afghanistan nel 2000, l’Iran nel 2010 e la Libia nel 2011. E anche quelle imposte dall’Unione europea contro l’ex Yugoslavia nel 1998, la Birmania nel 2000, l’Iran nel 2010 e la Siria nello stesso anno. Fa doppiamente ridere che oggi l’UDC accetta le misure decise dalle Nazioni Unite – che verosimilmente avranno avuto effetti negativi sulle popolazioni – ma nel 2002 fu contraria all’adesione della Svizzera all’ONU.

La neutralità svizzera è stata declinata a seconda delle necessità. Nel 2006 la ministra socialista Micheline Calmy-Rey ha inventato la “neutralità attiva”. Ignazio Cassis ha proposto la “neutralità cooperativa”, non adottata dal Governo, ma che è servita per far perdere alla Svizzera le possibilità di svolgere il suo ruolo di nazione mediatrice e di offrire i propri buoni uffici. Se si organizzano conferenze senza invitare uno dei duellanti (vedi Bürgenstock), i buoni uffici vanno a farsi benedire. E sono anni che il ruolo della Svizzera come mediatrice si è dissolto!

La neutralità è ormai uno specchietto per allodole, un concetto buono per distogliere l’attenzione da politiche che, come abbiamo visto, sono spesso opache o perfino segrete. L’aggressione della Russia all’Ucraina è stata l’ultima possibilità per riaffermare la neutralità, ma bisognava restare super partes, un ruolo che la Svizzera, dopo ottant’anni di politica atlantista, non ha potuto permettersi.

Sostenere l’iniziativa sulla neutralità, come propongono la destra, l’estrema destra e i compagni comunisti, vuol dire appoggiare la politica demagogica dell’UDC. La neutralità è ormai un guscio vuoto, come affermano gli storici, e la proposta della destra equivale al rilancio del riarmo e a tagli delle politiche sociali.

I sondaggi affermano che la maggioranza dei cittadini svizzeri sostiene la neutralità. Basta guardare un telegiornale per convincersi che si sta bene alla larga di quanto succede nel mondo. Ma sarebbe interessante scoprire cosa sanno veramente gli svizzeri a proposito di neutralità. Probabilmente è una rosea illusione che si basa su un mucchio di favole che la politica, opaca e menzognera, ha contribuito a diffondere.

No all’iniziativa per la “Salvaguardia della neutralità”. Non se ne può più delle ipocrisie, delle bufale e della campagna elettorale permanente dell’UDC. La neutralità deve essere disarmata se vuole essere promotrice di pace.

È sul piano politico che la sinistra deve darsi una mossa, senza salire sullo sgangherato carro della destra sovranista: con attività sociali e lavoro nei parlamenti per costruire una politica estera improntata alla solidarietà e al pacifismo e per una politica interna che riduca le spese per le armi, combatta le disuguaglianze e sostenga socialità, protezione ambientale, formazione e ricerca.

Scritto per Quaderni Alternativi
Nell’immagine: Putin voterebbe Sì (illustrazione della redazione)


Il nuovo rivale di Zelensky insiste: si può e si deve votare in tempo di guerra

L’intelligenza artificiale come nuova “forza della natura” impone una governance globale: servono regole condivise, istituzioni internazionali e un’etica comune per stabilire limiti e responsabilità di una tecnologia che può trasformare il futuro dell’umanità 

Dal nostro corrispondente da Mosca

In videomessaggio, l’ex ministro della Difesa ucraino Mikhailo Fedorov ha esortato a trovare un «meccanismo legittimo, sicuro e realistico» che consenta all’Ucraina di «riprendere un processo democratico a tutti gli effetti, anche in condizioni di guerra in corso».

“Se la guerra – ha affermato l’ex capo dicastero – dovesse protrarsi per un altro anno, due o tre, la Russia potrebbe di fatto ottenere il diritto di decidere quando gli ucraini potranno nuovamente eleggere i propri governanti? Sono convinto di no. La democrazia non può essere ostaggio della Russia. Stiamo combattendo proprio perché vogliamo rimanere uno Stato europeo libero”.

Così Fedorov mantiene alto l’interesse verso sé stesso nell’opinione pubblica interna e internazionale dopo che a  luglio Volodymyr Zelensky lo aveva destituito, a causa di un conflitto con il comandante in capo delle Forze Armate dell’Ucraina, Oleksandr Syrskyi.

Le manifestazioni a suo sostegno continuano un po’ in tutto il Paese ma è difficile capire quale sostegno egli abbia realmente e se potrà consolidarsi. Un sondaggio dell’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev (KIIS), condotto nella seconda metà di luglio, ha rilevato che il 63% degli intervistati aveva fiducia in Fedorov. Sebbene continui a prendere le distanze dalla politica e persino dalle manifestazioni a suo sostegno, i sondaggisti hanno compiuto un ulteriore passo avanti e hanno misurato il suo consenso in una eventuale corsa presidenziale. Secondo il KIIS, in un ipotetico ballottaggio, Fedorov sconfiggerebbe Zelensky con il 63,8% contro il 36,2%.

Si tratta ovviamente di dati da prendere con le molle, e che possono essere pilotati; ma è assolutamente evidente che Fedorov stia valutando la possibilità di entrare nell’agone politico.

Con quale programma resta un mistero.

L’analista politico Ihor Reiterovych ha affermato che la ragione principale del rapido aumento della fiducia è stata il fatto che Fedorov , mentre era alla guida del Ministero della Difesa, ha operato per porre fine alla guerra da una posizione di forza. “Ai cittadini è piaciuta molto quella visione e, quando i funzionari hanno deciso di sostituirlo praticamente senza alcuna spiegazione o motivo adeguato, la gente ha avuto la sensazione che le venisse sottratto il proprio futuro”, ha concluso Reiterovych.

La mancanza di un programma definito però potrebbe non essere il principale problema visto che anche Zelensky nel 2019 si presentò agli elettori semplicemente come un “volto nuovo”. Promise la fine della guerra in Donbass e della corruzione, ma al momento dell’inizio della guerra con Putin la situazione era persino peggiorata sotto il profilo strettamente economico. Il problema di Fedorov sembra oggi quello di trovare sostenitori all’interno dell’Unione Europea, che dopo lo sfilamento di Donald Trump resta la maggiore sostenitrice politica ed economica della causa ucraina.

Forse Zelensky non ha più l’appeal del primo anno di guerra, quando sembrava l’eroe capace di sovvertire ogni pronostico, ma a Bruxelles potrebbe sembrare ancora l’uomo su cui si può contare e che ha accumulato ormai una certa esperienza di governance.

Tuttavia il problema posto da Fedorov è reale. Quanto può restare un Paese che ha un’opinione pubblica vivace come quella ucraina senza poter decidere un eventuale ricambio di governo, magari ancora per diversi anni?

I problemi pratici per organizzare il voto sono enormi. E’ vero che negli Stati Uniti si tennero le elezioni anche durante il secondo conflitto mondiale (nel 1944, e fu confermato Franklin Delano Roosvelt) ma è anche vero che non si trattava di un Paese invaso.

Anche Fedorov ammette che sarebbe difficile tenere le elezioni, poiché occorre garantire il diritto di voto ai militari, ai milioni di ucraini all’estero e alle persone nelle regioni di frontiera. Ma la difficoltà, secondo lui, «non significa impossibilità». «L’Ucraina ha già fatto molte volte ciò che il mondo riteneva impossibile. Possiamo trovare una soluzione anche in questa situazione, perché la democrazia non è un lusso dei tempi di pace, la democrazia è parte di ciò per cui oggi stiamo combattendo», ha aggiunto l’ex ministro della Difesa.

Lo slogan “voto subito” era stata impugnato anche da Vladimir Putin nella speranza che si aprisse un varco per una forza politica parlamentare “non ostile a Mosca”, ma oggi che le ipotesi di trattativa sono tramontate lo stesso presidente russo potrebbe preferire lo status quo.

Federov è stato il quarto ministro della difesa dall’inizio dell’invasione su vasta scala della Russia, dopo Oleksiy Reznikov, Rustem Umerov, Denys Shmyhale: probabilmente Zelensky non ha mai voluto che nessuno assumesse un peso specifico particolare in una posizione tanto importante mentre si consuma una guerra decisiva per il destino dell’Ucraina.

Il vero rischio è che lo stesso sistema politico e sociale ucraino si possa trasformare (o si stia già trasformando) in un regime autoritario. Un Paese permanentemente in armi per molti anni potrebbe iniziare a pensare di affidarsi regolarmente a uomini che hanno vestito la divisa o sono stati a capo della Difesa.  Non è un caso che il parlamento ucraino stia preparando attivamente una revisione completa dei Centri territoriali di reclutamento per affrontare le inefficienze sistemiche, le denunce da parte dei cittadini, la corruzione generalizzata, e le violazioni dei diritti umani verificatesi durante la mobilitazione in regime di legge marziale. Un ulteriore spostamento dei rapporti di forza tra potere legislativo e potere esecutivo potrebbe rivelarsi fatale.

Intanto proprio la Rada (parlamento) ha votato a maggioranza per l’insediamento a nuovo ministro della difesa di Yevhen Khmara, un generale di divisione del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (SBU) che ha trascorso gran parte della sua carriera nelle operazioni speciali.  La nomina di Khmara ha sollevato una questione giuridica, poiché la Legge sulla sicurezza nazionale dell’Ucraina richiede che il ministro della Difesa e i suoi vice siano civili. Ciò significava che Khmara, in quanto ufficiale militare in servizio attivo, avrebbe dovuto lasciare il servizio militare prima che la sua nomina potesse essere finalizzata.

Nel 2022, Khmara aveva guidato un’operazione speciale per liberare l’Isola dei Serpenti, o Isola di Zmiinyi, aiutando l’Ucraina a riprendere il controllo di questo avamposto strategicamente importante sul Mar Nero e contribuendo agli sforzi per riaprire le rotte marittime. In caso di una nuova mobilitazione russa di cui si parla insistentemente per l’autunno dovrà essere dunque lui a riprogrammare le nuove priorità delle Forze Armate di Kiev.

Nell’immagine: l’ex ministro della Difesa ucraino Fedorov nel suo videomessaggio