Il Pil non ce la racconta tutta

Indica la ricchezza di una nazione, ma da anni economisti e politici cercano un metodo più aderente alla ricchezza prodotta annualmente da una nazione 

Fu grazie al lavoro dell’economista Simon Kuznets che nel 1931 fu introdotto negli Usa il Pil come indicatore macroeconomico. L’obiettivo era quello di identificare le conseguenze della Grande Depressione.

Oggi il Pil è utilizzato da tutti i paesi e calcola il valore di tutti i beni e servizi finali venduti in un paese durante l’anno.

Pur essendo un indicatore economico imprescindibile, il Pil presenta evidenti limiti. Ad esempio non riesce a misurare il benessere individuale e collettivo. Da anni economisti e politici stanno cercando di proporre un indicatore che sopperisca a questi limiti, ma senza grandi successi, a meno di adottare indicatori diversi quali la qualità dell’aria, l’efficienza dei servizi sanitari, il livello di istruzione e via dicendo.

I limiti del Pil sono almeno quattro:

  1. Considera in egual misura la produzione biologica e quella delle armi;
  2. Tutte le attività senza scopo di lucro non vengono considerate (lavoro domestico, volontariato, associazioni benefiche …);
  3. I valori sono interpretati sulle medie e quindi non evidenziano gli estremi e le diseguaglianze;
  4. Essendo un indicatore di flussi non dice nulla sull’evoluzione degli stock e dei patrimoni fondamentali per la crescita economica.

Da decenni si cercano delle alternative. Negli anni novanta l’ONU ha proposto l’indice dello sviluppo umano, ma essendo occidentale-centrico non ha avuto molto successo. Un po’ meglio è andata per gli indicatori basati sullo sviluppo sostenibile o sull’impronta ecologica. Anche la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale hanno tentato di sviluppare delle alternative al Pil con l’obiettivo di considerare tre dimensioni: economica, ecologica e umana. Questo ha permesso di avere una visione migliore dell’effettiva situazione dei diversi paesi, andando oltre alla mera dimensione economica, ma poi i risultati rimangono nei cassetti perché difficilmente interessano alla politica.

L’Ademe, l’istituto francese per la transazione ecologica, propone di iniziare a considerare le interdipendenze tra sociale e ambiente, tra dimensione spaziale e individuale/collettiva. L’idea di iniziare a considerare il territorio a livello locale è interessante perché è proprio il territorio che è confrontato direttamente con problemi non solo climatici, ma anche sociali ed economici. Se il Pil ci fornisce una visione globale dal punto di vista economico, indicatori più locali permetterebbero una visione più dettagliata che permetterebbe di intervenire laddove è necessario. Due ricercatori della Fondazione Jean-Jaurès [Alternatives économique, 06.07.26] propongono di adottare due indicatori differenti: il primo valuta il benessere oggettivo mentre il secondo si concentra invece su quello soggettivo, non a livello nazionale ma locale, considerando anche le particolarità territoriali. Evidentemente si tratta di un approccio complesso, difficile da applicare ma che darebbe informazioni più affidabili rispetto al Pil. È chiaro che la realtà economica e sociale del cantone Zurigo è diversa da quella del Ticino o di Uri.

In realtà gli indicatori dovrebbero lavorare in contemporanea: i dati nazionali forniscono determinate indicazioni mentre quelli regionali o settoriali offrirebbero strumenti di intervento più dettagliati e sicuramente più utili. Tuttavia andare oltre il Pil sembra impossibile.

Nel 2008, Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi hanno creato un gruppo di lavoro per superare il Pil come indicatore di riferimento, focalizzarsi sul benessere delle persone, sulla sostenibilità, sulle diseguaglianze e sulla sostenibilità. Il lavoro supervisionato dai tre economisti ha innescato un lungo dibattito, ma dal lato pratico non ha prodotto grando risultati. Il Pil continua a rimanere l’indicatore economico di riferimento, anche perché i meccanismi di calcolo sono assodati e universali. Questo non significa che non siano necessari altri approcci più inclusivi; non solo indicatori economici ma anche sociali e umani. Ma l’impressione è che non interessino perché ciò implicherebbe la necessità di prendere decisioni radicali.

Nell’immagine: PIL pro capite nel 2026 (blu: più di 60’000$; arancione-rosso: meno di 5000$)


La morsa americana sull’Iran, sanzioni su tech e commercio: “Puniremo chiunque lo aiuti”

Indica la ricchezza di una nazione, ma da anni economisti e politici cercano un metodo più aderente alla ricchezza prodotta annualmente da una nazione 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

 

«Asfissia economica» del regime iraniano. Questo linguaggio ha scelto il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, annunciando ieri la “Operation Economic Outcast”, finalizzata a «tagliare ogni linfa» che permette al governo della Repubblica islamica di sopravvivere, imponendo sanzioni secondarie a chiunque lo aiuti a incassare soldi. Usando questa leva il presidente Trump spera di ottenere quello che gli è sfuggito con la forza militare, almeno fino alle elezioni midterm di novembre che i repubblicani rischiano di perdere anche per il conflitto con Teheran.

Le incognite però sono almeno quattro: la capacità di resistenza degli ayatollah, che hanno seri problemi pratici, ma sono anche rinforzati dal fatto di aver resistito all’attacco frontale; i rischi di rappresaglie militari, nello Stretto di Hormuz e oltre, che potrebbero rendere troppo costosa l’offensiva economica; l’incertezza su quanto le nuove sanzioni possano davvero incidere, dopo anni di “massima pressione” in questo campo; la disponibilità del resto del mondo, partendo da Cina e Russia, oltre ai Paesi della regione, a collaborare con questa operazione su scala globale.

Ieri mattina Trump ha annunciato via social che «l’Iran sta collassando completamente». La sua teoria è che le vendite di petrolio sono ferme, l’economia va verso la paralisi, la moneta rial è in caduta libera, gli stipendi non arrivano più in tempo nemmeno ai capi del regime, e lo stesso leader del Parlamento Ghalibaf ha ammesso che «il nostro apparato militare può essere forte quanto vogliamo, ma se abbiamo fame non possiamo sopravvivere». In queste condizioni, un’ulteriore spallata finalizzata prosciugare gli ultimi canali finanziari dovrebbe raggiungere l’obiettivo del cambio di regime. Subito, o attraverso il rilancio del malcontento e delle proteste che provocherà nel tempo.

Perciò poco dopo il Tesoro ha annunciato la “Operation Economic Outcast”, che prende di mira in particolare cinque settori: asset digitali, incluse le monete cripto; tecnologia, militare e finanziaria; oro, rifugio nei momenti di crisi; aviazione e trasporti marittimi, indispensabili tanto per esportare l’energia, quanto per ricevere i beni necessari, tipo quelli per l’apparato difensivo. Il governo Usa attraverso l’Ofac ha colpito subito una sessantina di entità basate negli Emirati Arabi Uniti, Hong Kong, Cina, Singapore, Svizzera ed Europa, fra cui Grecia. Si va da compagnie per procurare tecnologia nucleare e missilistica, a quelle per infrastrutture, trasporti, beni digitali, scambi commerciali.

Gli obiettivi sono elencati per nome, ma rappresentano solo la punta dell’iceberg. Bessent infatti ha annunciato che già entro la fine della settimana una grande istituzione finanziaria verrà colpita, e quando gli hanno chiesto se anche la Cina verrà presa di mira, ha risposto che «nessuno è al di sopra delle sanzioni secondarie». Washington ritiene che le misure imposte finora non abbiano fatto cadere il regime perché molti lo aiutano ad aggirarle: «Metteremo fine — ha avvertito il segretario — all’accesso al sistema del dollaro per coloro che riciclano denaro iraniano». Quindi ha avvertito «coloro che agevolano Teheran: non mettete alla prova la nostra determinazione. Il presidente sta già contattando i leader mondiali, avanzando richieste specifiche affinché cessino le loro interazioni con l’Iran».

Gli ayatollah minacciano di rispondere con la forza, e già questo potrebbe negare a Trump l’obiettivo di frenare le operazioni militari almeno fino alle elezioni. Poi si tratta di vedere se le nuove misure saranno davvero più efficaci di quelle già in vigore da anni, e se Paesi come la Cina le rispetteranno, anche perché sarebbe difficile punire Xi prima della sua visita alla Casa Bianca il 24 settembre. Dopo l’annuncio dell’Economic D-Day il petrolio ha continuato a scendere e Wall Street non è crollata, forse perché anche i mercati hanno qualche dubbio sul suo impatto.


La crisi del woke, vittima dei suoi eccessi

Indica la ricchezza di una nazione, ma da anni economisti e politici cercano un metodo più aderente alla ricchezza prodotta annualmente da una nazione 

Di Elena Loewenthal, La Stampa

 

Il movimento woke è in crisi. Se non proprio sul viale del tramonto, quasi: il flusso di coscienza critica si è avviato negli Stati Uniti con una presa di distanza da parte di Alexandria Ocasio Cortez, e ha attraversato l’Oceano punteggiando dichiarazioni a mezza bocca (Giuseppe Conte) o mute alzate di spalle (Matteo Renzi) nel nostro clima politico d’agosto, accaldato più dal clima che dalle urgenze.

Prima di stupirsi del fuoco di paglia di un movimento che pare nato appena ieri e sembra già aver esaurito la sua forza di propulsione, bisogna fare un passo indietro. «Woke» è infatti una variante fonetica di «awake», che sin dagli anni Trenta invitava gli Stati Uniti al risveglio dei diritti umani e puntava il dito sulle discriminazioni contro la popolazione afroamericana.

Ma nell’opinione comune sembra qualcosa di recente perché di fatto l’imperativo «stay woke» è tornato alla ribalta una decina di anni fa, insieme al movimento Blm («Black Lives Matter»). Accanto all’istanza tradizionale, e cioè la lotta contro le discriminazioni, gli abusi e le violenze ai danni della popolazione di colore, il movimento woke ha ben presto adottato altri connotati: la difesa dei diritti di tutti e in particolare delle persone «non normate». Una difesa talmente strenua da diventare retroattiva e trasformarsi in una sorta di censura su tutto ciò che potrebbe urtare, ferire, far alzare le sopracciglia. Di lì alla demolizione della statua di Cristoforo Colombo, icona del colonialismo, e alla stigmatizzazione di Via col Vento perché Mami, la tata di colore, incarna tutti gli stereotipi della minoranza schiavizzata, è trascorso un attimo.

Tutto è passato a un drastico vaglio: la cultura woke è arrivata nel 2021 a far gettare la spugna alla traduttrice in neerlandese della poetessa afroamericana Amanda Gorman (sul palco alla cerimonia di insediamento di Joe Biden) perché secondo gli esponenti del movimento una persona bianca non poteva avere una comprensione sufficiente del testo scritto da una di colore. Pensare che la traduzione è per antonomasia un percorso di «trasferimento», di dialogo fra lingue e culture diverse.

Eccessi e approssimazioni stanno dunque portando a un profondo e salutare ripensamento l’ideologia woke. Che a ben pensarci era carica di alcuni difetti congeniti. Il primo è stato aver dato per scontata la libertà, propria e altrui, sbandierando i diritti di tutti persino al di là dell’estremo confine, quello della sanzione retroattiva. Espungere fatti, parole, statue e tanto altro dalla storia per non urtare la sensibilità di chi la storia la ha subita non significa altro che censurare. E il woke di censura ne ha fatta tanta, con il presupposto che la libertà vale anche per questo: cancellare, rimuovere, manipolare. Ma la libertà non va data per scontata, e non è una conquista assodata. Va trattata con rispetto, mai con disinvoltura. Questo abuso della libertà – anche di censurare – è stato uno dei due «peccati originali» del woke.

Il secondo è stato l’istanza ossessiva di classificare, definire, distinguere: nel tentativo di «proteggere» le categorie sociali più fragili o marginali, il movimento ha prodotto negli anni una tassonomia umana in continua evoluzione. Perché tutti andavano nominati, classificati e inclusi. E dunque il progressivo dilatarsi delle categorie Lgbt in un acronimo sempre più astruso. E gli impronunciabili segni grafici per il plurale inclusivo (come se non ci fossero battaglie più sostanziali da combattere sul fronte delle discriminazioni e delle violenze sulle donne). E i sottili distinguo semantici fra donna (che può essere tale per nascita o per scelta), «persona con utero» e «seahorse dad» (padri trans nati donna capaci di ingravidarsi e generare).

Questa ansia di definizione e di inclusione ha ottenuto l’effetto opposto a quello voluto, perché nell’opinione comune si è radicata più di prima l’idea che ci siano le persone «normali» e quelle che non lo sono. La realtà è ben diversa e ci dice che l’identità è sempre complessa, fluida, irriducibile e a volte persino contraddittoria: ognuno di noi è un amalgama unico e plurale, mai una cosa soltanto. È il bello della vita.

 

Nell’immagine: Alexandria Ocasio-Cortez


Un boo­me­rang per la Meloni

Indica la ricchezza di una nazione, ma da anni economisti e politici cercano un metodo più aderente alla ricchezza prodotta annualmente da una nazione 

Pedro Sánchez era un ghiotto ber­sa­glio per Gior­gia Meloni. Il pre­mier spa­gnolo è socia­li­sta, nemico di Donald Trump, capo­fila euro­peo nel negare agli Usa un soste­gno mili­tare nella guerra all’Iran, fra i primi a denun­ciare la ter­ri­bile ritor­sione israe­liana a Gaza e, fra lo stu­pore gene­rale, di recente ha deciso di rego­la­riz­zare ben mezzo milione di immi­grati rifu­gia­tisi su suolo ibe­rico. È anche, nell’Unione euro­pea, il capo di governo che può van­tare i migliori risul­tati eco­no­mici, con tassi di cre­scita del Pil supe­riori al due per cento negli ultimi due anni. Ha tut­ta­via la moglie e un fra­tello sotto inchie­sta penale e soprat­tutto per que­sto paga con una popo­la­rità in discesa.

Un deli­zioso “boc­con­cino” per il capo del governo ita­liano, espres­sione di posi­zioni e risul­tati deci­sa­mente in con­tra­sto con quelli spa­gnoli, messo ulte­rior­mente sotto pres­sione sulle que­stioni migra­to­rie dal neo par­tito di destra estrema dell’ex gene­rale Van­nacci. Ecco per­ché la signora che scaldò le piazze degli estre­mi­sti post fran­chi­sti di Vox (“Soy Gior­gia, soy una madre, soy cri­stiana…) ha subito stru­men­ta­liz­zato i recenti fatti di Ceuta, exclave spa­gnola in Marocco, in cui in sole 48 ore sono entrati dai 70mila agli 80mila afri­cani. “Ope­ra­zione” con tutta evi­denza mano­vrata dal governo di Rabat e dalla poli­zia maroc­china, flusso impo­nente di “dispe­rati”, sostan­zial­mente esau­ri­tasi però in un paio di giorni, giu­sto il tempo per re Moham­med VI di ricor­dare a Madrid le sue (non ille­git­time) pre­tese di sovra­nità su Ceuta.

Quanto bastava per riac­cen­dere l’infi­nito dibat­tito euro­peo sul pro­blema migra­to­rio, il più lace­rante e il più fal­li­men­tare dell’Ue. Ne ha subito appro­fit­tato Roma, sospen­dendo gli accordi di Schen­gen, e chiu­dendo i con­fini con la Spa­gna: come se esi­stesse un peri­colo serio che i fug­gi­tivi di Ceuta (e magari qual­che ter­ro­ri­sta) potes­sero facil­mente rag­giun­gere i con­fini della lon­tana Ita­lia. In realtà, s’è trat­tato di una deci­sione elet­to­ra­li­stica della Meloni in cerca di rilan­cio.

Ma per Roma l’asso­luta man­canza di soli­da­rietà con la Spa­gna s’è tra­sfor­mata in un inat­teso boo­me­rang. Molti governi dell’Ue si sono infatti ricor­dati di avere in casa migliaia di “dubli­nanti”: cioè pro­fu­ghi giunti nei loro Paesi dopo essere arri­vati, come prima tappa, in Ita­lia; dove, secondo gli accordi di Dublino, avreb­bero dovuto rima­nere e atten­dere la rispo­sta alla richie­sta di asilo poli­tico. In realtà, anche per­ché sen­ti­tasi abban­do­nata da Bru­xel­les, l’Ita­lia ha sem­pre fatto molto poco, o quasi nulla, per impe­dire le “fughe” dei pro­fu­ghi verso il Nord Europa. Per esem­pio, una recente sta­ti­stica segna­lava che in tre anni gli arrivi di pro­fu­ghi mino­renni erano stati circa 64’000, ma che quelli pre­senti nella Peni­sola erano sol­tanto 17’864.

La regola è non risol­vere ma nascon­dere il pro­blema. Non sor­prende dun­que che diverse capi­tali euro­pee, nono­stante un recente accordo che mitiga il pro­blema dei “dubli­nanti”, abbiano deciso di pre­sen­tare il conto all’Ita­lia. E chi c’è in testa a que­sta lista? C’è la Sviz­zera, che chiede a Roma di ripren­dersi 3’612 “dubli­nanti”. E som­mando tutte le richie­ste euro­pee, depo­si­tate o pre­ve­di­bili, l’Ita­lia potrebbe essere costretta a riac­co­gliere circa 10mila migranti. Pre­dica papa Leone: “Le per­sone prima dei con­fini”. Ma lo slo­gan più in voga nella poli­tica euro­pea è l’esatto con­tra­rio.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: migranti (foto d’archivio)


Cercasi ministro degli Esteri svizzero

Indica la ricchezza di una nazione, ma da anni economisti e politici cercano un metodo più aderente alla ricchezza prodotta annualmente da una nazione 

La promozione della pace, i diritti umani e il diritto internazionale sono temi importanti della politica estera svizzera. Sul sito web della Confederazione, il ministro degli Esteri Cassis scrive che i diritti umani rimangono un elemento centrale della politica estera svizzera, una bussola indispensabile. Cassis sottolinea inoltre che la Svizzera, grazie alla sua neutralità e alla sua tradizione umanitaria, nonché in qualità di Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra, ha un legame particolare con il diritto internazionale umanitario. Tuttavia, il responsabile della politica estera svizzera non ha ritenuto necessario richiamare l’attenzione su questi valori centrali della Svizzera nel suo discorso in occasione della Festa nazionale.

Nessuna critica a Israele

Gaza e la Cisgiordania sono territori in cui, dopo il sanguinoso attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 e in seguito alla controffensiva israeliana, sono stati commessi e continuano a essere commessi numerosi crimini. Infatti, nonostante il cessate il fuoco, a Gaza continuano a verificarsi gravi attacchi da parte dei soldati israeliani e continuano a essere uccisi anche dei bambini. In Cisgiordania coloni estremisti cacciano le famiglie palestinesi dalle loro case, che in alcuni casi distruggono. Gli uliveti sono stati e continuano ad essere sottratti loro, a volte addirittura distrutti.

Questi crimini sono aumentati negli ultimi tempi. Nella maggior parte dei casi, la polizia o l’esercito israeliani negano ai palestinesi la protezione che sarebbero tenuti a garantire. Itamar Ben-Gvir, ministro israeliano della Sicurezza nazionale, ha recentemente dichiarato che a Gaza ogni notte dovrebbero essere uccisi dai trenta ai quaranta palestinesi, compresi quelli che non rappresentano una minaccia.

Nonostante i numerosi appelli, tra cui quelli delle ex consigliere federali Micheline Calmy-Rey, Ruth Dreifuss e dall’ex consigliere federale Joseph Deiss, da ambasciatori svizzeri in pensione, di funzionari del Dipartimento federale degli affari esteri e di numerose personalità del mondo politico e accademico, che hanno esortato il Consiglio federale a rimproverare Israele e a esigere con forza il rispetto del diritto internazionale, Ignazio Cassis è rimasto e rimane in silenzio e inerte. In qualità di consigliere nazionale, Cassis era membro del Gruppo parlamentare Svizzera-Israele, che difende Israele in ogni circostanza. Questo legame, a quanto pare, non ha perso la sua influenza su Cassis.

Silenzio sulla minaccia russa

Anche riguardo alle ripetute ingerenze di Mosca a sostegno della campagna promossa dall’emittente statale Russia Today per l’iniziativa sulla neutralità sostenuta dall’UDC, il ministro degli esteri Cassis tace. I consiglieri nazionali chiedono una nota di protesta alla Russia e la convocazione dell’ambasciatore russo al Dipartimento federale degli affari esteri. Tuttavia, le loro richieste non hanno trovato ascolto.

Il Servizio di intelligence svizzero, responsabile anche del controspionaggio, ha ripetutamente richiamato l’attenzione del Consiglio federale, nei suoi rapporti, sulle intense attività di spionaggio, in particolare da parte di Russia e Cina, nonché di altri Stati. Nel rapporto sulla situazione del Servizio di informazione della Confederazione (SIC) del 2026 si afferma che la minaccia rappresentata dalla Russia è in primo piano.

L’attività dei numerosi collaboratori dei servizi segreti russi, che lavorano come diplomatici o impiegati tecnici nelle ambasciate russe a Berna e a Ginevra (organizzazioni dell’ONU), copre ampi settori. Non si tratta solo di spionaggio in ambito economico, politico, militare e della ricerca, ma anche di influenza politica, propaganda e disinformazione. Secondo il NDB, vengono utilizzate reti di informatori e i cittadini russi presenti nel nostro Paese sono oggetto di sorveglianza.

Le attività illegali non sono praticate solo dalla Russia, ma anche dalla Cina e da altri Stati. Secondo il rapporto del SIC, la Cina è particolarmente interessata alle minoranze definite come i «cinque veleni»: taiwanesi, tibetani, uiguri, seguaci del Falun Gong e attivisti per la democrazia che vivono nel nostro Paese. Queste persone vengono sorvegliate, minacciate e intimidite. Si tratta di gravi violazioni della sovranità svizzera. Il consigliere federale Cassis non reagisce; evita i conflitti con questi Stati.

È quindi lecito chiedersi: dov’è il ministro degli esteri svizzero?

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Ignazio Cassis in una illustrazione satirica della redazione


Cin cin!

Indica la ricchezza di una nazione, ma da anni economisti e politici cercano un metodo più aderente alla ricchezza prodotta annualmente da una nazione 


Israele e un’incognita chiamata Netanyahu

Indica la ricchezza di una nazione, ma da anni economisti e politici cercano un metodo più aderente alla ricchezza prodotta annualmente da una nazione 

Di Anna Foa, La Stampa

Le elezioni politiche in Israele si terranno, pare, il 27 ottobre prossimo. Poco più di due mesi, già segnati da un’intensa campagna elettorale. La domanda essenziale è se Israele riuscirà o meno a liberarsi di Netanyahu, e con lui del suo governo di fanatici razzisti e suprematisti. Ma anche il tipo di governo che uscirà fuori dalle elezioni, in caso di sconfitta di Bibi, non è ininfluente. È evidente che il peso dell’opposizione dei democratici di Yair Golan e dei partiti arabi sarà determinante sulle scelte politiche di un eventuale nuovo governo, qualunque esso sia. Qui contano i numeri dei seggi, conta chi andrà a votare, e se i palestinesi cittadini di Israele, più di due milioni, sceglieranno in massa la strada della battaglia elettorale o la considereranno inutile e preferiranno, disgraziatamente, limitare la loro partecipazione al voto. Di qui, la consapevolezza, diffusa nel Paese, del ruolo essenziale del voto palestinese e della necessità di arrivare ad accordi elettorali fra i partiti ebraici e quelli arabi.

In Israele i palestinesi cittadini (non quindi quelli dei territori occupati e nemmeno quelli di Gerusalemme Est, giuridicamente “residenti”), godono fin dalla nascita dello Stato dell’elettorato attivo e passivo. I principali partiti arabi sono quattro, solo due dei quali rappresentati in parlamento con 10 seggi complessivi. In alcune fasi della storia politica recente si sono presentati uniti, in altre separatamente. Pochi giorni fa, tre di loro, Hadash, Ta’al e Balad, hanno raggiunto un accordo per presentarsi in una lista congiunta alle elezioni.

Ma la vera novità di questi giorni è la formazione di liste unite arabo-ebraiche. Così il laburista Avraham Burg, già presidente della Knesset e già presidente ad interim dello Stato, arrivato negli ultimi dieci anni a sostenere posizioni di radicale opposizione al governo, si è candidato nelle liste del nuovo partito arabo-ebraico Makom lekulam (un posto per tutti) fondato dai due leader del movimento Standing together, Alon-Lee Green (ebreo) e Roula Daoud (palestinese con cittadinanza israeliana), una lista però a rischio di non superare la soglia di sbarramento elettorale del 3,25%.

E ancora, un’importante novità, in grado se realizzata di cambiare le carte in tavola per il voto di ottobre, legittimando il voto ai partiti arabi, è la possibile entrata nel partito arabo di Mansur Abbas Ra’am (un partito che ha appoggiato nel 2021 il governo di Bennet e di Lapid e che ha rotto ogni rapporto con i Fratelli Musulmani) di una personalità ebraica importante come Joav Segalovitz, già viceministro della Sicurezza, parlamentare del partito di Yair Lapid (Jesh Atid), che potrebbe in caso di sconfitta di Netanyahu sostituire Ben Gvir come ministro della Sicurezza nazionale. Si tratta di una strada, questa dell’alleanza con i partiti arabi, che trova forti resistenze anche nei partiti di opposizione a Netanyahu, e non solo quelli di destra, ma anche fra i democratici di Yair Golan e nel partito di centro di Gadi Eisenkot, dato per favorito nella competizione elettorale, che recentemente si è espresso, forse per ragioni elettorali, contro la creazione di uno Stato palestinese e la collaborazione con i partiti arabi. Come ha detto di lui lo scrittore israeliano Assaf Gavron nella bella intervista rilasciata a Fabiana Magrì e pubblicata ieri su questo giornale, «È onesto, non è corrotto, non pensa soltanto a se stesso e vuole davvero ricucire la società. Ma non voterò per lui perché ha dichiarato che non formerà un governo con i partiti arabi. Per me è assurdo: continuare a parlarne come se gli arabi non fossero politicamente legittimati non fa che rafforzare proprio quell’idea».

In un Paese in cui un ministro proclama apertamente il proposito di uccidere trenta o quaranta palestinesi al giorno perché non meritevoli di vivere, la scelta di Segalovitz, se portata avanti, rappresenterebbe il rifiuto più evidente e concreto del razzismo antiarabo di cui molta parte dei cittadini è partecipeo. Molta parte, ma non certo tutti.

L’avvio di formazioni miste ebraico-palestinesi non cambia soltanto i giochi elettorali, ma incide sul razzismo che ha contribuito in questi anni alla distruzione di Gaza e alimentato l’apartheid ormai dilagante in Cisgiordania. Cambiare paure e mentalità è più difficile ancora che cambiare governo. La collaborazione con gli arabi toglierebbe al razzismo l’alibi della paura.

I veri razzisti potrebbero infine essere contati e forse si scoprirebbe non solo che sono meno di quello che si pensa ma anche che possono essere sconfitti. Per ora alle elezioni, ma poi anche nella vita quotidiana, nelle scuole, nella cultura e nel dialogo. Sarebbe una sconfitta dell’odio e un vero avvio al processo di costruzione della pace.


La fila al supermercato e l’umanità tutta insieme

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Di Concita De Gregorio, La Repubblica

 

In fila alla cassa, una fila lunghissima, ci sono stranieri e persone anziane. Pagano con le monetine, pezzi da cinquanta e venti centesimi, le tengono in mano da molto prima di arrivare alla cassa. Le contano, le ricontano, a volte si sbagliano e la fila si ferma. Mancano dieci centesimi. Cosa lasciamo? Chiede all’uomo la donna che ha la testa coperta dal velo, parlano a voce bassa. Non so. Decidi tu. Il latte? Va bene. Tengono gli occhi bassi. Non si capisce la loro lingua, naturalmente, ma si capisce. Che si vergognano, per esempio, si capisce. Al supermercato sotto casa mia un giorno alla settimana c’è uno sconto per le persone anziane. Chi sta alla cassa non può, naturalmente, far pagare dieci né venti centesimi di meno a nessuno: a fine giornata non tornerebbero i conti. Ma possono, i cassieri e le cassiere, applicare quello sconto anche a chi non ha più di sessant’anni. Cioè, non credo che possano per regolamento, ma lo fanno. A una giovane donna sola con due bambini, a quella coppia del latte. Lo fanno, perché sono persone davanti ad altre persone. È tutto qui.

Al supermercato sotto casa mia non ci sono due code diverse per chi è colpito nei diritti forti e chi nei diritti fragili: arrivano tutti insieme alla cassa. Quelli che non hanno i soldi per pagare l’affitto né per fare la spesa, figuriamoci per pagarsi una visita medica privata, e quelli che sono stati sgomberati l’altro giorno dal palazzo occupato, gli stranieri che fanno paura perché sono un problema per la sicurezza dei vicini, no?, le ragazze che fanno i lavori che nessuno vuole fare più, badano ai vecchi rimasti soli perché i figli e i nipoti sono andati all’estero, forse, sono lontani o sono vicini ma non hanno tempo per occuparsene, dei vecchi soli. È interessante, la fila del super nel giorno degli sconti, per chi si balocca in questi giorni nella discussione del momento: se siano più importanti i diritti economici o quelli civili. Se la sinistra debba occuparsi, per essere credibile ed eventualmente vincere le prossime elezioni e governare, di emergenza migranti o di diritto alla casa, di sicurezza o di salute, di crisi climatica o di lavoro. Più economia e meno woke, si dice ultimamente. Woke, in inglese dal verbo to wake, svegliare: essere sensibili ai diritti sociali, civili. Cioè, visto da destra: il grande abbaglio della sinistra. Ridicola, perdente. Woke parola randello, tipo radical chic. Non vedete che persino in America vincono i socialisti, alle primarie, la sinistra democratica che ha rimesso al centro l’economia? Altro che gay e integrazione: quello che conta sono i soldi, il resto è irrilevante. Non proprio, no.

Non esattamente. Perché, come nella fila alla cassa, come nella vita reale, tutto sta insieme. Si può, pensate, credere che il diritto al lavoro alla casa alla salute alla scuola, alla sicurezza siano essenziali, fondamentali e costitutivi della dignità umana, ma anche, nel frattempo, pretendere che le persone più fragili siano rispettate, tutelate, non ridotte in schiavitù nei campi dove si coltiva quel che mettiamo in tavola, noi italiani veri, non espulse alle frontiere, non picchiate perché omosessuali, non ammazzate perché donne. Si può mettere al centro del dibattito l’emergenza climatica, perché fa un caldo mostruoso, lo sentite tutti no?, e chiedere che le politiche di chi governa facciano cose, anche semplici. Tipo non abbattere gli alberi ma piantarne di nuovi, nelle città, eliminare il cemento e restituire ossigeno verde, non solo invitare gli anziani ad andare nei “rifugi climatici”, sostare il pomeriggio davanti al banco surgelati per esempio, ma pensare più lungo, adottare misure permanenti. E anche, nel frattempo, pretendere che chi studia possa pagarsi una stanza in affitto e dunque impedire che il diritto allo studio torni ad essere un privilegio di classe, perché solo i figli dei ricchi hanno i soldi per andare a studiare se le case costano quello che costano. Case spesso vuote, nelle grandi città. Case in mano a fondi speculativi. Avrete seguito la vicenda di SpinTimeLabs, a Roma: oggi c’è un’assemblea pubblica, alle 18. È un presidio importante, è importante esserci. Lì è un po’ come al supermercato: tutti i diritti sono in bella vista, tutti insieme. Le persone non importa da dove vengono, che lingua parlano, quanti soldi hanno in tasca. Le persone hanno diritti forti e diritti cosiddetti deboli, li hanno nella vita quotidiana — nel corpo — tutti insieme. Devono poter lavorare, avere una casa, curarsi, studiare e non essere discriminate: del resto, c’è scritto nella Costituzione.

Il Papa lo dice meglio e molto. Parla di umanità, continuamente. Quando si riferisce ai popoli in movimento, quando indica i bambini, quando avvisa che le nuove tecnologie ci potrebbero sfuggire di mano. Ci sono già sfuggite di mano. L’investimento in intelligenza artificiale è colossale, sono numeri senza precedenti nella storia. Chi ci mette i soldi lo sappiamo, quello che ci chiediamo meno è perché: certo, per il guadagno immediato ma alla lunga, che poi nemmeno troppo lunga, per il controllo. Il nostro controllo, certo: la merce siamo noi. Si diceva qui degli sbarchi a Ceuta, la settimana scorsa. Il primo ministro spagnolo sotto attacco. Ma vedete, il Pil della Spagna cresce mentre in Italia non direi, dunque ecco: l’economia e le politiche sociali non sono una alternativa all’altra, sono parte di un medesimo progetto. Un progetto che funziona ed è oltretutto di sinistra. Incredibile.

Forse tutto questo è troppo complesso, per il dibattito pubblico italiano. Bisogna parlare chiaro e semplice, sì. Forse il patriarcato mediterraneo di Vannacci è più facile da capire. Però quando vedo una guardia costiera togliersi i calzini per metterli ai piedi di un bambino scalzo un po’ mi sento meglio e questo non mi impedisce di pensare a quanto siano assurdi gli eccessi del politicamente corretto, quanto sia ridicolo e controproducente il formalismo rigido di certe politiche woke, sì certo woke, quanti danni abbiano fatto. Non mi impedisce neanche di pensare che il razzismo, la violenza di genere, le discriminazioni contro le persone in minoranza siano parte del sistema, ed è un sistema da combattere: con la casa, il lavoro, la salute e la scuola, la sicurezza. Però per tutti. Per tutti senza distinzioni. Non è difficile, non è o l’una o l’altra cosa. È tutto insieme. Come la fila al supermercato.


Il debito Usa spaventa il mondo della finanza: “Rischi in aumento”

Indica la ricchezza di una nazione, ma da anni economisti e politici cercano un metodo più aderente alla ricchezza prodotta annualmente da una nazione 

Di Fabrizio Goria, Francesco Semprini, La Stampa

Scott Bessent ribadisce di avere ancora un ampio margine di manovra per rimettere ordine nel mercato del debito americano. Al momento però le rassicurazioni non hanno sortito l’effetto sperato. Il Tesoro ha annunciato un forte aumento dei riacquisti di Treasury, i rendimenti sono scesi per qualche ora e poi hanno ripreso a salire. E il comparto ha iniziato a chiedersi se Washington abbia davvero la forza necessaria per fermare la corsa dei tassi sulle scadenze più lunghe.

La prima mossa è arrivata mercoledì quando il titolare del dicastero ha annunciato che dall’inizio di settembre il Tesoro raddoppierà il programma di “buyback”, con operazioni che potranno superare i 4 miliardi di dollari. L’obiettivo ufficiale non è abbassare artificialmente i rendimenti, ma aumentare la liquidità e rendere più agevole la negoziazione dei titoli di Stato a più lunga scadenza. L’annuncio ha inizialmente funzionato. I rendimenti sono scesi e gli investitori hanno recepito positivamente l’idea di un’amministrazione disposta a sostenere il mercato. Ma giovedì il trend si è rapidamente ribaltato. I titoli di Stato a lunga scadenza sono tornati sotto pressione. Bessent, intervenendo alla Cnbc, ha insistito sul fatto che Washington non vuole controllare la curva dei rendimenti. «Abbiamo diverse leve su cui agire», ha spiegato sottolineando come la priorità sia convincere i mercati che i rendimenti obbligazionari non riflettono i fondamentali dell’economia americana. Anche questo tentativo ha però prodotto effetti limitati.

Il segretario ha comunque altre frecce nella faretra. Può aumentare ancora i “buyback”, rendendoli più ampi e frequenti. Oppure può ridurre la quantità di debito a lunga scadenza messa all’asta e spostare le emissioni dei titoli del Tesoro a breve termine. Soluzione che Bessent stesso aveva criticato quando era stata adottata dal predecessore Janet Yellen. Un’altra opzione è cambiare la composizione delle scadenze del debito americano. Ma anche questa strada ha un costo: gli investitori potrebbero leggere un crescente ricorso al breve termine come un segnale di difficoltà nel finanziamento dello Stato. Un’altra opzione è cambiare la composizione delle scadenze del debito americano. Ma anche questa strada ha un costo: gli investitori potrebbero leggere un crescente ricorso al breve termine come un segnale di difficoltà nel finanziamento dello Stato.

Nel frattempo, sui mercati è comparso un nuovo termine: la “Bessent put”. Consiste nell’idea è che il segretario possa intervenire in modo imprevedibile per sorprendere chi scommette contro i Treasury, aumentare il rischio per gli operatori ribassisti e impedire fluttuazioni troppo veloci dei rendimenti.

C’è poi un problema di credibilità. A finire nel mirino delle critiche infatti è stata la comunicazione del rafforzamento dei “buyback”, letta da operatori e analisti come uno scostamento con la tradizionale linea del Tesoro di annunci «regolari e prevedibili». Un cambio di passo che rischia di indebolire l’efficacia delle indicazioni del ministro di Donald Trump, che, anziché rassicurare il mercato, potrebbe finire per suggerire il contrario. Negli Usa e all’estero.

Mentre i rendimenti dei Treasury a 30 anni stazionano in area 5,2%, l’allarme risuona in ogni angolo di Wall Street e nei salotti della finanza. Le banche centrali del G7, alla vigilia del simposio di Jackson Hole, si chiedono fino a quanto sia sicuro il fardello statunitense. «I deficit crescono a un ritmo insostenibile, chi è dal lato della domanda compra ma esige di essere pagato di più», avvertono gli analisti di Citi. Non è la sola voce preoccupata. Michael Hartnett, strategist di Bank of America, ha lanciato un monito sui rischi sistemici. Se il Tesoro non riuscirà a spingere i rendimenti a 30 anni sotto il 5%, gli asset a rischio subiranno pressioni di vendita massicce, con aumento delle scommesse ribassiste contro i grandi nomi dell’intelligenza artificiale, il credito privato e i titoli finanziari.

Il tema del debito Usa, ma soprattutto sulla sua composizione, sarà discusso anche a Jackson Hole. In particolare, la trasformazione nella base dei creditori di Washington. Su 40.000 miliardi totali, l’80% pari a circa 32.000 miliardi è detenuto da investitori pubblici e privati, mentre il restante 20% ovvero 8.000 miliardi è debito intra-governativo. Il fronte interno assorbe la fetta maggiore con la Federal Reserve in possesso di 4.528 miliardi, affiancata da fondi comuni con 5.195 miliardi, banche commerciali con 2.083 miliardi e fondi pensione con 1.135 miliardi. Oltre e ciò, la dipendenza dai capitali stranieri registra un balzo strutturale passando dal 5% del 1970 all’odierno 32 per cento. Il Giappone guida la classifica dei prestatori internazionali con 1.203 miliardi, seguito dal Regno Unito con 889 miliardi e dalla Cina con 683 miliardi.

Questo squilibrio, riflettono i banchieri centrali dietro le quinte, implica che una porzione crescente della ricchezza americana viene drenata oltre confine. Una dinamica che indebolisce il sistema e rende il mercato obbligazionario un’arena insidiosa, sottovalutata dal presidente Trump che non si dice intimorito dalla volatilità. Un aspetto che non è passato inosservato a più di un policymaker, che chiederanno lumi al nuovo presidente della Federal Reserve Kevin Warsh la prossima settimana nel Wyoming.


Sergio Rossi – La motosega di Milei comincia a far cilecca

Indica la ricchezza di una nazione, ma da anni economisti e politici cercano un metodo più aderente alla ricchezza prodotta annualmente da una nazione 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music