Indica la ricchezza di una nazione, ma da anni economisti e politici cercano un metodo più aderente alla ricchezza prodotta annualmente da una nazione
Fu grazie al lavoro dell’economista Simon Kuznets che nel 1931 fu introdotto negli Usa il Pil come indicatore macroeconomico. L’obiettivo era quello di identificare le conseguenze della Grande Depressione.
Oggi il Pil è utilizzato da tutti i paesi e calcola il valore di tutti i beni e servizi finali venduti in un paese durante l’anno.
Pur essendo un indicatore economico imprescindibile, il Pil presenta evidenti limiti. Ad esempio non riesce a misurare il benessere individuale e collettivo. Da anni economisti e politici stanno cercando di proporre un indicatore che sopperisca a questi limiti, ma senza grandi successi, a meno di adottare indicatori diversi quali la qualità dell’aria, l’efficienza dei servizi sanitari, il livello di istruzione e via dicendo.
I limiti del Pil sono almeno quattro:
- Considera in egual misura la produzione biologica e quella delle armi;
- Tutte le attività senza scopo di lucro non vengono considerate (lavoro domestico, volontariato, associazioni benefiche …);
- I valori sono interpretati sulle medie e quindi non evidenziano gli estremi e le diseguaglianze;
- Essendo un indicatore di flussi non dice nulla sull’evoluzione degli stock e dei patrimoni fondamentali per la crescita economica.
Da decenni si cercano delle alternative. Negli anni novanta l’ONU ha proposto l’indice dello sviluppo umano, ma essendo occidentale-centrico non ha avuto molto successo. Un po’ meglio è andata per gli indicatori basati sullo sviluppo sostenibile o sull’impronta ecologica. Anche la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale hanno tentato di sviluppare delle alternative al Pil con l’obiettivo di considerare tre dimensioni: economica, ecologica e umana. Questo ha permesso di avere una visione migliore dell’effettiva situazione dei diversi paesi, andando oltre alla mera dimensione economica, ma poi i risultati rimangono nei cassetti perché difficilmente interessano alla politica.
L’Ademe, l’istituto francese per la transazione ecologica, propone di iniziare a considerare le interdipendenze tra sociale e ambiente, tra dimensione spaziale e individuale/collettiva. L’idea di iniziare a considerare il territorio a livello locale è interessante perché è proprio il territorio che è confrontato direttamente con problemi non solo climatici, ma anche sociali ed economici. Se il Pil ci fornisce una visione globale dal punto di vista economico, indicatori più locali permetterebbero una visione più dettagliata che permetterebbe di intervenire laddove è necessario. Due ricercatori della Fondazione Jean-Jaurès [Alternatives économique, 06.07.26] propongono di adottare due indicatori differenti: il primo valuta il benessere oggettivo mentre il secondo si concentra invece su quello soggettivo, non a livello nazionale ma locale, considerando anche le particolarità territoriali. Evidentemente si tratta di un approccio complesso, difficile da applicare ma che darebbe informazioni più affidabili rispetto al Pil. È chiaro che la realtà economica e sociale del cantone Zurigo è diversa da quella del Ticino o di Uri.
In realtà gli indicatori dovrebbero lavorare in contemporanea: i dati nazionali forniscono determinate indicazioni mentre quelli regionali o settoriali offrirebbero strumenti di intervento più dettagliati e sicuramente più utili. Tuttavia andare oltre il Pil sembra impossibile.
Nel 2008, Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi hanno creato un gruppo di lavoro per superare il Pil come indicatore di riferimento, focalizzarsi sul benessere delle persone, sulla sostenibilità, sulle diseguaglianze e sulla sostenibilità. Il lavoro supervisionato dai tre economisti ha innescato un lungo dibattito, ma dal lato pratico non ha prodotto grando risultati. Il Pil continua a rimanere l’indicatore economico di riferimento, anche perché i meccanismi di calcolo sono assodati e universali. Questo non significa che non siano necessari altri approcci più inclusivi; non solo indicatori economici ma anche sociali e umani. Ma l’impressione è che non interessino perché ciò implicherebbe la necessità di prendere decisioni radicali.
Nell’immagine: PIL pro capite nel 2026 (blu: più di 60’000$; arancione-rosso: meno di 5000$)
