Dublinanti, anche l’Austria avvia i respingimenti in Italia

FRONTIERE È il terzo paese dopo Germania e Svizzera e mostra il fallimento delle politiche di Meloni. Il patto sull’asilo voluto dalla premier potrebbe riportare 24mila persone in Italia 

Di Alex Giuzio, il manifesto

 

«Ho parlato, nel consueto spirito di amicizia, con il ministro degli esteri tedesco Wadephul, prosegue il dialogo fra Italia e Germania con priorità alle migrazioni»: ieri sera il ministro Tajani è ricorso a un post su X per cercare di attutire lo scontro con Berlino sui dublinanti. E ancora: «Condividiamo la preoccupazione per Ceuta e la necessità di garantire massima protezione alle frontiere esterne europee. Confermiamo l’esigenza di un contrasto coordinato ai trafficanti e rafforzamento della dimensione esterna della Ue». Parole utilizzate per coprire lo smacco nei confronti dell’alleato in Ue. E anche per arginare quella che ormai sembra una slavina. Anche l’Austria, allineandosi a Svizzera e Germania, ha iniziato a rimandare in Italia i richiedenti asilo. Lo ha annunciato ieri il ministero dell’interno austriaco, rendendo noto di avere già respinto quattro persone dal 12 giugno, quando è entrato in vigore il nuovo Patto europeo sui migranti voluto anche dalla premier Meloni. Una scelta che le si sta ritorcendo contro poiché ha aperto tre fronti con tre paesi alleati, a cui è probabile ne seguiranno altri.

PRIMA DI IERI Vienna non si era nemmeno preoccupata di ufficializzare le espulsioni; semplicemente ha iniziato ad attuarle da quando il patto è diventato esecutivo. Nella pratica, ha spiegato il ministero, «l’autorità mette a disposizione della persona straniera un biglietto del treno o dell’autobus» per rientrare in Italia. Il governo austriaco non ha fornito stime sul numero di persone che potrebbero essere interessate in futuro né ha precisato se queste riguarderanno solo i migranti arrivati dopo il 12 giugno o anche quelli presenti prima dell’entrata in vigore del patto.

Lo hanno invece fatto Svizzera e Germania, che al contrario dell’Austria avevano preannunciato la stretta. Il cancelliere Merz l’ha comunicata il 9 agosto con dieci giorni di preavviso: il ripristino forzato dei richiedenti asilo doveva iniziare ieri con Faduma Abdirisaq Warsame, 22enne somala arrivata lo scorso marzo in Germania attraversando l’Italia per ricongiungersi con la madre e il fratello dopo essere scappata da un matrimonio combinato.

Ma la polizia non ha potuto prelevarla perché la donna è stata accolta come rifugiata dalla chiesa evangelica. A Berlino è seguita la Svizzera: martedì la portavoce del governo sulla migrazione, Magdalena Baker, ha annunciato che le espulsioni ripartiranno a fine agosto dopo quattro anni di stop. Nel paese elvetico potrebbero interessare circa 650 persone, in Germania oltre 11mila.

LA STRETTA riguarda i cosiddetti “dublinanti”, ovvero i migranti che arrivano in un paese Ue e si spostano in un altro. La convenzione di Dublino del 1990 prevede che anche se il migrante si reca in un altro Stato europeo, quello competente per la richiesta d’asilo resta comunque il primo di arrivo, che per la stragrande maggioranza delle persone giunte via mare è l’Italia. Il nuovo patto ha inasprito i criteri affinché il secondo paese possa riportare il migrante nella nazione di approdo. La propaganda sovranista di Meloni, impegnata a inseguire Vannacci, lo ha spacciato per un trionfo delle politiche anti-migratorie ma ha scatenato l’effetto domino. Oltretutto sono molti di più i richiedenti asilo che i paesi europei potranno respingere in Italia rispetto al contrario. Eurostat ha stimato che l’Italia potrebbe dover riaccogliere oltre 24mila persone ma secondo Meloni le regole valgono solo per gli spostamenti dopo il 12 giugno. Non la pensano così i governi di Svizzera e Germania, che hanno sfruttato l’occasione per conquistare consenso in vista delle elezioni dei prossimi mesi.

La retorica sull’invasione degli stranieri è una storica arma per conquistare voti a destra. Ma il vento anti-immigrazione soffia forte anche nel resto dell’Ue: le realtà dell’ultradestra suprematista europea hanno iniziato proprio in questi giorni la campagna “Save Europe Act” che promuove la cosiddetta «remigrazione» per impedire una presunta «sostituzione demografica» in corso. Il tour è partito dai Paesi Bassi, è passato in Francia e arriverà a Barcellona e Madrid il 22 e 29 agosto, a Lisbona il 5 settembre e a Milano il 12 settembre, per poi proseguire in Austria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Germania.

La rete è sostenuta da esponenti della destra estrema tra cui il primo ministro ungherese Orban, il leader di Vox Abascal in Spagna e Vannacci in Italia, che hanno usato la crisi migratoria di Ceuta come pretesto per la campagna. In questo clima, la ong Resq parla di «surreale diatriba» e invita all’umanità: «Le persone soccorse dalle navi umanitarie sono naufraghe migranti, non clandestini né irregolari», sottolinea il presidente Luciano Scalettari. «Quando sono stati messi in salvo in Italia è perché avevano bisogno immediato di essere soccorsi e posti in salvo in un luogo sicuro. Annoverarli genericamente nel numero dei migranti che giungono in Europa è strumentalizzazione politica ed è raccontare il falso».

 

Nell’immagine: migranti sulla rotta Balcanica


Chiamare per nome la minaccia del patriarcato

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Di Lucetta Scaraffia, La Stampa

Dacia Maraini sul Corriere della sera, ricordando la triste condizione delle donne afghane, non ha fatto il nome dei loro oppressori, cioè degli islamisti. E perché, accanto alle afghane, non ha magari ricordato anche le iraniane, che soffrono sotto lo stesso giogo? E invece non ha alcuna remora a indicare per nome e cognome «la destra» quando si tratta dei nemici delle donne nelle società occidentali?

A suo giudizio, infatti, solo questa, solo la destra sarebbe capace di mettere in pericolo la condizione di libertà delle donne. Solo la pericolosa crescita di questi partiti potrebbe ricondurci, secondo lei, nelle mani del patriarcato.

Ma non si è accorta, Maraini, che proprio i partiti di destra europei sono quelli che hanno leader donne, e che nessuno di loro ha mai proposto passi indietro sulla condizione femminile? Davvero le sembra che Marine Le Pen o Giorgia Meloni siano così ansiose di ripristinare il potere del patriarcato?

Nei nostri Paesi come in tutta l’area occidentale ci sono leggi, convenzioni, abitudini radicate di libertà che le donne si sono conquistate e che nessuno oserà strappar loro. Soprattutto ci sono le donne, le giovani donne vissute come i loro coetanei maschi che non possono neppure concepire una vita senza la libertà di scegliere chi essere e chi diventare. Tanti anni di battaglie, tanti obiettivi raggiunti, tanti passi in avanti fatti nella direzione dell’uguaglianza e della libertà hanno costruito società nelle quali per una rinascita del patriarcato non c’è più posto.

E se ci sono insulti sul web, minacce, non bisogna preoccuparsene troppo. Una percentuale di misoginia c’è sempre stata, e oggi essa è punita in modo esemplare mentre un tempo era tollerata. Così come sono puniti in modo esemplare i femminicidi: certo, si verificano, ma sono in diminuzione, e perseguiti con la maggiore severità.

Le donne, dunque, devono avere il coraggio di dire le cose con il loro nome, e ammettere che le nostalgie patriarcali ancora presenti nella nostra società non hanno niente a che vedere con i talebani o gli ayatollah. Sono cose radicalmente diverse. Dobbiamo riconoscere che la nostra tradizione culturale è stata ed è lontana dalla loro, per fortuna, e proprio per questo amare e difendere la nostra cultura.

Senza paura di scrivere la parola islamico: ciò che ci serve per guardare alla realtà e per difendere le donne che vivono sotto quei regimi oppressivi. Donne che si stupirebbero moltissimo se vedessero le loro condizioni di oppressione descritte come pericoli concreti per la civiltà occidentale.

Qui da noi nessuno ha proposto di abolire i diritti delle donne. L’unico che finora ha proposto un passo indietro è stato, se non sbaglio, il sindaco di New York, l’islamico Mamdani, quando ha chiesto alla città di festeggiare la giornata del velo, consigliandone l’uso a tutte le sue concittadine. Non proprio una proposta di libertà, mi sembra, quanto piuttosto la proposta di una volontaria accettazione di schiavitù. La medesima schiavitù che nei Paesi governati dagli islamisti è la regola.


Il socialismo dem vince anche in Florida. Rubio è avvertito

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Di Libero Vazzoler, il manifesto

Il 18 agosto si sono svolte le primarie in Florida per decidere i candidati di entrambi i partiti alle elezioni di midterm di novembre. Come candidato a governatore della Florida, i Repubblicani hanno scelto l’afroamericano Byron Donalds, che ha ricevuto l’endorsement di Trump. Donalds con il suo 47,8% ha battuto il vicegovernatore Jay Collins, che si è fermato al 25%: l’ala trumpiana del partito ha così sbaragliato l’apparato locale fedele al governatore Ron DeSantis. Sul fronte democratico a vincere con il 61% è stato David Jolly, ex rappresentante repubblicano alla Camera. Jolly ha costruito una campagna da moderato per conquistare gli indecisi e i repubblicani critici di Trump. Ma anche così, Donalds parte favorito, e potrebbe diventare il primo governatore nero della Florida.

I CANDIDATI TRUMPIANI non hanno vinto dappertutto: alla Camera, Cory Mills è stato sconfitto dall’ex giornalista Ryan Elijah, mentre Catalina Lauf ha perso contro l’imprenditore Jim Schwartzel: Elijah e Schwartzel, conservatori, hanno costruito la propria campagna sulla propria estraneità all’establishment trumpiano. Sul fronte Dem la vittoria della moderata Debbie Wasserman Schultz nella contea di Broward ha scatenato molte polemiche: la deputata, bianca, ha vinto con 30mila preferenze in un distretto a maggioranza nera, e le organizzazioni afroamericane hanno contestato la sua nomina contro gli altri candidati più votati, fra cui il socialista nero Elijah Manley, che ha ottenuto 10mila voti.

Anche Oliver Larkin, altro candidato di sinistra, ha perso contro il progressista filo-israeliano Jared Moskowitz, ma ha totalizzato oltre 16mila voti contro i 27mila dell’avversario, segno che esiste una base dem pronta a votare un candidato apertamente socialista.

Infatti, la vera sorpresa di questa tornata è stata la crescita dei socialisti in Florida, che ha provocato un vero terremoto attorno alla nomination del candidato dem al Senato. La competizione è per un seggio estremamente simbolico, quello di Marco Rubio, vacante dopo la sua nomina a Segretario di Stato. I repubblicani hanno scelto con oltre l’80% dei voti Ashley Moody, già nominata da DeSantis per la sostituzione temporanea di Rubio.

Fra i dem, invece, il candidato favorito fino alla vigilia delle elezioni era Alex Vindman, membro moderato dell’establishment ed ex funzionario della Sicurezza Nazionale, molto noto come candidato anti-Maga in quanto testimone centrale al primo processo di impeachment di Trump. Tuttavia, Vindman è stato sconfitto da Angie Nixon, membro della Camera dei Rappresentanti della Florida eletta a Jacksonville, nera e apertamente socialista, che ha vinto con il 56% e quasi 150mila voti di scarto. Una vittoria netta che consegna la nomination nelle mani di una candidata iscritta ai Democratic Socialist of America, la principale organizzazione socialista degli Usa.

IL PRIMO ASPETTO RILEVANTE di questo risultato è il contenuto politico del voto. Vindman e Nixon erano entrambi percepiti come espressione di una dura opposizione a Trump: dunque, gli abitanti della Florida hanno scelto fra due programmi molto differenti, e a vincere sono stati i contenuti della campagna di Angie Nixon: assistenza sanitaria universale e gratuita, un salario minimo intercategoriale di 25 dollari l’ora, tassazione dei miliardari, congelamento nazionale degli affitti, abolizione dell’Ice e forte critica alla politica estera filoisraeliana degli Usa.

Insomma, a vincere con Nixon è stata la piattaforma politica dei Dsa, i cui membri in Florida sono più che raddoppiati nell’ultimo anno. Angie Nixon, inoltre, ha vinto perché ha battuto il suo avversario sul piano del radicamento e della mobilitazione.

VINDMAN ha puntato sulla costruzione di una campagna mediatica estremamente costosa (16 milioni di dollari), Nixon ha raccolto meno di un milione, ma ha costruito una campagna dal basso che ha coinvolto decine di organizzazioni: i Dsa, le Chiese battiste nere, numerosi sindacati, organizzazioni giovanili come Gen-Z for Change e Florida Youth Justice Coalition, e il Working Families Party, organizzazione che si occupa di creare una rete elettorale di sinistra in tutto il sud degli Usa. Il momento di picco di questa mobilitazione dal basso è stato il 14 agosto, quando il raduno finale della campagna di Nixon – chiamato Chomp the Oligarchy – si è visto cancellare per due volte la sede prevista. A spingere contro l’evento sono stati Laura Loomer, attivista dell’ultradestra trumpiana, insieme a Michael Gottlieb, deputato democratico filoisraeliano e presidente del Florida Legislative Jewish Caucus. Al centro dello scontro la presenza della deputata socialista filo-palestinese Rashida Tlaib, che è comunque riuscita a partecipare, e anzi ha guadagnato enorme visibilità per la convergenza fra estrema destra Maga ed establishment dem moderato.

QUESTO HA CONTRIBUITO a screditare il candidato centrista dem, e ad assicurare la vittoria di Nixon. Se dovesse vincere a novembre, Rubio – campione del neo-maccartismo trumpiano – si vedrebbe sostituire al Senato proprio da una socialista dem, che lui considera non meno che un nemico dello Stato. Inoltre, la vittoria di Nixon ridisegna confini e contenuti della rappresentanza democratica in Florida, spostandola decisamente a sinistra.

 

Nell’immagine: Angie Nixon in aula durante una sessione straordinaria della legislatura della Florida


Ruth Dreifuss – Essere umani è la cosa più importante

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Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Sergio Rossi – In Europa famiglie esposte per 440 miliardi nella “bolla” AI considerata quasi inevitabile

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Squadre e squadracce

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Comunicato del Gruppo 24 Maggio, del Gruppo Volontari·e Ticinesi per i Diritti Umani in Palestina e dell’Associazione SHWAG (Swiss Healthcare Workers Against Genocide)

Lo sport non è neutrale

I gruppi 24 maggio – promotori delle manifestazioni unitarie di Bellinzona e dell’iniziativa delle cartoline al Festival del film di Locarno 2025 –, Shwag  (Swiss Healthcare Workers Against Genocide) e Volontari·e Ticinesi per i Diritti umani in Palestina – promotori dello sciopero della fame del personale sanitario davanti al Palazzo federale e degli appelli al Consiglio federale che hanno contribuito alla decisione di accogliere feriti della Striscia di Gaza – si rammaricano della decisione di ospitare a Lugano la partita tra il FC Lugano e il Maccabi Tel Aviv.

A Gaza e nei territori palestinesi occupati la violenza e la crudeltà esercitate sulla popolazione civile, insieme al disprezzo del diritto da parte del governo israeliano, hanno raggiunto limiti estremi. Autorevoli osservatori nel mondo, tra i quali lo storico israeliano Omer Bartov, studioso dell’Olocausto, hanno definito quanto sta avvenendo a Gaza un genocidio, e Pogrom le violenze dei coloni in Cisgiordania, sostenute dal governo e dall’esercito israeliani. Di fronte a questa realtà, ogni strumento di pressione sul governo e sull’opinione pubblica israeliana deve essere utilizzato dagli stati che hanno sottoscritto le convenzioni di Ginevra.

Le collaborazioni sportive, culturali e scientifiche, come quelle economiche – per non parlare delle indecenti cooperazioni militari – che il nostro Paese continua a intrattenere non sono neutrali. Anche in Israele, esponenti della minoranza pacifista sostengono che solo una forte pressione internazionale, a tutti i livelli – anche il rifiuto di giocare una partita di calcio – possa incrinare il consenso che permette il protrarsi di questa politica e contribuire a smantellare il sistema di oppressione e ingiustizia in atto.

È dunque deplorevole che la UEFA continui ad ammettere alle proprie competizioni squadre israeliane come il Maccabi Tel Aviv. Lo sport non può dichiararsi neutrale di fronte a gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale: gli stessi criteri che hanno portato -giustamente – a escludere gli atleti russi dalle competizioni internazionali devono valere per ogni Paese.

Considerati i precedenti della tifoseria del Maccabi, nota per il sostegno all’occupazione israeliana e per ripetuti comportamenti violenti, e quanto avvenuto ad Amsterdam, con cori suprematisti e bandiere palestinesi strappate, i nostri tre gruppi scelgono di non partecipare a una protesta diretta sul campo, per evitare provocazioni e una possibile escalation.

Decidere di non essere allo stadio non significa però tacere. Rifiutare la logica della forza deve far apparire ciò che oggi manca: l’uso della ragione critica e dell’empatia, il bisogno di verità e giustizia.

Se la nostra scelta è quella di rifiutare il terreno della provocazione e dello scontro, è anche per chiedere alla politica di fare la sua parte. Il Municipio di Lugano e il Governo ticinese devono assumere le loro responsabilità ed esprimere una posizione chiara. Anche il FC Lugano, che ospita la partita, non può considerarsi estraneo alla questione.

 La presa di distanza dell’onorevole Badaracco rispetto alla partecipazione del Maccabi alle competizioni UEFA è un primo, ancorché timido, segnale. Vorremmo che altre voci politiche e istituzionali prendessero posizione con ancor più chiarezza, come il Governo ticinese ha saputo fare il 28 maggio 2025 quando richiese al Consiglio federale una ferma condanna delle azioni di Israele.


Testo dell’interrogazione di Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini (MPS) al Consiglio di Stato

In occasione della partita FC Lugano–Maccabi Tel Aviv: quali misure per prevenire disordini, violenze e comportamenti razzisti?

La prossima sfida internazionale che vedrà il FC Lugano affrontare il Maccabi Tel Aviv (20 agosto) suscita, oltre all’interesse sportivo, anche alcune importanti preoccupazioni sul piano della sicurezza e dell’ordine pubblico, considerato il possibile arrivo in Ticino di un numero significativo di tifosi della squadra israeliana.
La preoccupazione nasce pensando ai gravi fatti verificatisi ad Amsterdam in occasione della partita Ajax–Maccabi Tel Aviv del 7 novembre 2024 e ai quali ha dato ampio risalato la stampa internazionale.
Gli avvenimenti di Amsterdam hanno infatti dimostrato quanto rapidamente una partita di calcio possa trasformarsi in una situazione di grave ordine pubblico quando alla rivalità sportiva si sovrappongono le tensioni legate al conflitto israelo-palestinese.
Le autorità olandesi hanno documentato una situazione estremamente complessa, nella quale gruppi diversi si sono deliberatamente cercati e provocati, sfociando in episodi di violenza particolarmente gravi. Nella notte tra il 7 e l’8 novembre 2024 persone di origine ebraica, o ritenute tali, furono oggetto di minacce, intimidazioni e aggressioni.
Al tempo stesso, nelle ore precedenti e successive alla partita furono documentati anche comportamenti violenti e provocatori da parte di alcuni sostenitori del Maccabi Tel Aviv, comprese condotte descritte come anti-arabe e razziste, nonché episodi di vandalismo e aggressività nei confronti di persone e simboli legati alla Palestina. Fonti giornalistiche olandesi hanno immagini nelle quali alcuni sostenitori del Maccabi pronunciavano slogan anti-arabi e strappavano una bandiera palestinese.
Un ulteriore elemento che merita attenzione riguarda i rapporti tra una parte della tifoseria del Maccabi Tel Aviv e l’esercito israeliano (IDF). In diverse occasioni è stata documentata la presenza, tra i sostenitori del club, di persone con un passato o un’attuale appartenenza alle forze armate israeliane, così come la partecipazione di gruppi di tifosi caratterizzati da una forte connotazione politica e nazionalista. Alla luce del contesto internazionale e delle tensioni legate al conflitto israelo-palestinese, appare legittimo chiedersi se le autorità dispongano di informazioni sufficienti circa la composizione e le caratteristiche dei gruppi organizzati di tifosi attesi in Ticino.
La questione assume particolare rilevanza qualora tra i sostenitori presenti vi fossero persone già note alle autorità per comportamenti violenti, intimidatori, razzisti o per il coinvolgimento in episodi di ordine pubblico, indipendentemente dal loro eventuale ruolo o appartenenza alle forze armate. È pertanto opportuno chiarire se, nell’ambito dello scambio di informazioni con le autorità israeliane e con gli organismi internazionali competenti, siano state effettuate verifiche anche sulla presenza di eventuali soggetti appartenenti o precedentemente appartenuti all’IDF che risultino coinvolti in episodi rilevanti sotto il profilo della sicurezza. Tali verifiche dovrebbero naturalmente essere condotte sulla base di elementi concreti e nel rispetto della legislazione applicabile, senza trasformare l’appartenenza a un’organizzazione o a una forza armata in un criterio automatico di esclusione.
Proprio la complessità di quanto accaduto dovrebbe però indurre le autorità ticinesi ad adottare, con largo anticipo rispetto alla partita, una valutazione approfondita del rischio.
Non si tratta infatti di criminalizzare una tifoseria o di attribuire comportamenti individuali all’insieme dei sostenitori del Maccabi Tel Aviv. Si tratta piuttosto di capire se le autorità dispongano di informazioni sufficienti per identificare eventuali persone o gruppi già noti per comportamenti violenti e se siano state predisposte misure adeguate per impedire che episodi analoghi a quelli verificatisi ad Amsterdam possano ripetersi sul territorio ticinese.
La Svizzera dispone già di strumenti specifici in questo ambito. Il sistema HOOGAN permette di registrare persone che hanno manifestato comportamenti violenti durante manifestazioni sportive in Svizzera o all’estero e nei cui confronti è stata adottata una misura. Inoltre, fedpol assicura lo scambio di informazioni con le autorità estere e può adottare, in presenza dei presupposti di legge, divieti d’entrata nei confronti di tifosi violenti. I Cantoni dispongono inoltre di diversi strumenti preventivi, tra cui divieti di accesso a determinate aree, obblighi di presentarsi e fermi preventivi.
L’obiettivo dell’interrogazione e di garantire che una manifestazione sportiva non diventi il pretesto per importare nel nostro Cantone le tensioni, le provocazioni e le violenze che si sono già manifestate altrove.
La sicurezza delle persone e la lotta contro ogni forma di razzismo e antisemitismo devono essere garantite senza doppi standard e senza distinzione rispetto all’origine degli autori dei comportamenti illeciti.

Alla luce di quanto sopra, si chiede al Consiglio di Stato:

  1. Se sia a conoscenza dell’afflusso previsto di tifosi del Maccabi Tel Aviv in occasione della partita contro il FC Lugano e quale sia la stima attuale del loro numero.
  2. Se abbia effettuato, o intenda effettuare, una specifica valutazione del rischio connesso alla presenza in Ticino di tifosi del Maccabi Tel Aviv, tenendo conto dei gravi disordini verificatisi ad Amsterdam nel novembre 2024.
  3. Se siano già stati avviati contatti con fedpol, il National Football Information Point (NFIP), le autorità israeliane, le autorità olandesi e le competenti autorità di sicurezza internazionali, al fine di acquisire informazioni su eventuali persone o gruppi di tifosi del Maccabi Tel Aviv già noti per episodi di violenza, razzismo, antisemitismo, comportamenti intimidatori o altri reati commessi in occasione di manifestazioni sportive.
  4. Se le autorità ticinesi intendano verificare, attraverso gli strumenti messi a disposizione dalla Confederazione, l’eventuale presenza di tifosi soggetti a misure di polizia o registrati nel sistema HOOGAN.
  5. Quali misure preventive concrete siano previste per impedire che eventuali tifosi già noti per comportamenti violenti possano entrare in Ticino o raggiungere le zone interessate dalla partita, e in particolare se il Cantone intenda sottoporre a fedpol eventuali richieste di competenza federale relative a divieti d’entrata.
  6. Quali misure siano previste per prevenire eventuali provocazioni o scontri al di fuori dello stadio, in particolare nelle stazioni ferroviarie, nel centro di Lugano, nei luoghi di ritrovo dei tifosi e lungo gli eventuali percorsi organizzati delle tifoserie.
  7. Se siano previsti specifici dispositivi di sicurezza per prevenire episodi di razzismo, antisemitismo, incitamento all’odio o violenza, indipendentemente dall’origine o dall’appartenenza dei loro autori.
  8. Se il Cantone abbia previsto un coordinamento specifico con il FC Lugano e con gli organizzatori della partita, affinché siano adottate misure preventive anche all’interno e nelle immediate vicinanze dello stadio.
  9. Se il Consiglio di Stato ritenga sufficiente l’attuale dispositivo di sicurezza oppure se, alla luce dell’esperienza di Amsterdam, intenda adottare misure straordinarie di prevenzione e controllo.
  10. Quali siano, in caso di comportamenti violenti o di grave turbativa dell’ordine pubblico, le procedure previste per l’identificazione, il fermo e l’allontanamento dei responsabili, nonché per impedire loro di partecipare a future manifestazioni sportive in Ticino.
  11. Se il Consiglio di Stato intenda informare preventivamente la popolazione e i Comuni interessati circa le misure adottate, garantendo nel contempo che la sicurezza dei cittadini, dei tifosi e delle comunità presenti sul territorio sia tutelata senza discriminazioni.
  12. Infine, se il Consiglio di Stato ritenga che, qualora emergessero elementi concreti di rischio riguardanti singoli tifosi o gruppi organizzati, esistano strumenti giuridici sufficienti per impedire il loro ingresso o la loro permanenza sul territorio cantonale e, in caso contrario, quali ulteriori strumenti ritenga necessari.

Presa di posizione della Sezione PS di Lugano

Il PS Lugano guarda con orrore al genocidio in corso a Gaza, alla distruzione sistematica del territorio palestinese e alle gravissime violazioni del diritto internazionale commesse dal governo e dalle autorità israeliane. Di fronte al massacro della popolazione civile, alla fame utilizzata come strumento di guerra, all’occupazione e alla colonizzazione dei territori palestinesi, il silenzio e l’inazione non sono più accettabili. La Svizzera deve assumere una posizione chiara, adottare misure concrete nei confronti del governo israeliano e lavorare per una pace giusta fondata sul riconoscimento dei diritti del popolo palestinese.

In vista della partita di Conference League tra FC Lugano e Maccabi Tel Aviv di giovedì 20 agosto a Cornaredo, il PS Lugano denuncia inoltre l’ipocrisia delle istituzioni calcistiche nazionali e internazionali. Non è accettabile che il mondo del calcio agisca come se nulla stesse accadendo, applicando criteri e sanzioni differenti a seconda dei Paesi coinvolti. Lo sport non è estraneo alla società e non può diventare uno strumento di normalizzazione o di rimozione delle responsabilità politiche. Quando le decisioni delle istituzioni sportive hanno conseguenze concrete sulla sicurezza, sulla convivenza e sulla vita pubblica di una città, la questione non è più soltanto sportiva: la politica ha il dovere di occuparsene e di chiedere che queste conseguenze siano valutate seriamente.

Il PS Lugano sostiene pienamente il diritto di manifestare pacificamente contro le politiche del governo israeliano, l’occupazione e il sionismo inteso come ideologia utilizzata per giustificare la colonizzazione e la negazione dei diritti del popolo palestinese. Solidarizzare con la popolazione palestinese e chiedere giustizia non significa manifestare ostilità verso le persone ebree. Antisemitismo, razzismo e ogni forma di discriminazione devono essere respinti senza ambiguità.

La libertà di manifestazione e di espressione è essenziale in una società democratica e non può essere limitata equiparando genericamente la protesta politica a un pericolo per l’ordine pubblico. Le autorità devono garantire che la mobilitazione annunciata si svolga liberamente, pacificamente e in sicurezza.

Parallelamente, autorità competenti e istituzioni sportive devono prevenire disordini, violenze, provocazioni e manifestazioni razziste da qualsiasi parte provengano. Chiediamo trasparenza sulle valutazioni e sulle misure previste. Qualora vi siano elementi concreti sull’arrivo di persone o gruppi coinvolti in precedenti comportamenti violenti o razzisti, le autorità dovranno adottare misure mirate e proporzionate, fino al divieto d’accesso individuale o, se necessario per garantire la sicurezza, alla limitazione della presenza della tifoseria ospite.

Lugano deve poter accogliere un evento sportivo senza rinunciare alla sicurezza, alla libertà di manifestare e, soprattutto, al dovere morale e politico di non voltarsi dall’altra parte davanti a quanto sta accadendo a Gaza.


Comunicato dei Verdi del Ticino

Se l’UEFA tollera, non lo dobbiamo fare per forza anche noi

Verdi del Ticino manifesta il proprio dissenso sullo svolgimento della partita di calcio Lugano – Maccabi Tel Aviv e invita a disertare la manifestazione sportiva quale gesto di distanziamento dalle politiche del Governo israeliano condivise e sostenute dal Maccabi e dalla sua tifoseria.

Questa sera è in programma all’AIL Arena di Lugano la partita di playoff di Conference League dove il FC Lugano affronta la squadra israeliana del Maccabi Tel Aviv un club che di fatto tollera manifestazioni di aperta violenza della propria tifoseria contro il popolo palestinese, presentatesi in più occasioni in altre partite internazionali.

Verdi del Ticino si unisce a quelle voci che in questi ultimi giorni hanno espresso il proprio dissenso sullo svolgimento della partita e hanno protestato contro UEFA e istanze politiche che di fatto tollerano l’utilizzo degli spalti come megafono di messaggi d’odio contro la popolazione palestinese e di sostengo alla politica genocidaria del Governo di Israele.

L’invito è a manifestare il proprio dissenso non con la protesta fuori dallo stadio che in presenza della tifoseria del Maccabi rischierebbe di innescare pericolose ostilità, bensì con il disertare lo stadio quale spettatore della partita. Si invita inoltre a richiedere che le spese per la sicurezza non vengano addebitate all’Ente pubblico.

Un segno di chiaro civile distanziamento da un club sportivo e dalla sua tifoseria più politicizzata che l’UEFA tollera iniquamente. La società civile è però libera di esprimere il proprio dissenso e Verdi del Ticino in questo caso invita a farlo con l’assenza al campo.


Nell’immagine: un momento degli scontri ad Amsterdam nel 2024


Berna rispedisce i migranti in Italia, la Svizzera apre un altro fronte. Meloni spiazzata dalla nuova crisi

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Di Ilario Lombardo, La Stampa

 

Filtra molto poco dal governo, perché la linea che Palazzo Chigi e il Viminale si sono autoimposti è di commentare il meno possibile. Ma da quel poco che trapela, in un’ennesima giornata di trattative silenziose, affiora comunque l’irritazione verso la decisione della Svizzera, pronta a rimandare indietro i richiedenti asilo che si sono spostati dall’Italia, i cosiddetti “dublinanti”.

Giorgia Meloni è rimasta spiazzata e deve fare fronte a un nuovo caso, dopo quello ancora in fase di soluzione con la Germania. La Federazione elvetica non fa parte dell’Unione europea ma aderisce comunque agli accordi di Schengen sulla libera circolazione, dunque anche alle regole che impongono al Paese di primo approdo, come l’Italia, di assumersi la responsabilità della gestione dei migranti arrivati sul proprio suolo. Dopo quasi quattro anni di blocco, il governo di Berna ha annunciato che riprenderà i trasferimenti oltreconfine già a fine agosto. Lo ha fatto alle telecamere della tv svizzera Magdalena Baker, portavoce della Segreteria di Stato per la migrazione, spiegando che «i primi voli sono stati già prenotati» ma che si procederà con gradualità, in accordo con le autorità italiane. Dunque, i trasferimenti ripartiranno tra dieci giorni con numeri esigui, ma aumenteranno più avanti. Il totale, secondo le cifre fornite dalla Segreteria per la migrazione, si aggira attorno ai 650. Non sono pochi, per chi ha eletto il respingimento a dottrina e si ritrova alla propria destra un leader politico, Roberto Vannacci, che rilancia e parla di remigrazione. Meloni si ritrova a vivere il paradosso di subire l’irrigidimento delle politiche migratorie dei Paesi confinanti e alleati che l’accusano di essere inadempiente rispetto all’obbligo di esaminare le richieste di asilo (come prevede il Trattato di Dublino).

La Svizzera approfitta del fatto che non ha siglato alcuna intesa bilaterale con l’Italia per gestire i casi dei “dublinanti” precedenti al 12 giugno, data in cui è entrato in vigore il Patto Ue su migrazione e asilo che introduce altre forme di solidarietà tra Stati, anche attraverso un contributo finanziario, una sorta di compensazione per il mancato ricollocamento dei richiedenti asilo che hanno attraversato la frontiera. L’Italia però deve dimostrare di rispettare gli accordi sul primo approdo sicuro nell’Ue. Questo è invece il punto su cui danno una diversa interpretazione Roma e Berlino: secondo gli italiani, i casi precedenti al 12 giugno verrebbero azzerati automaticamente. Secondo i tedeschi non è così.

I due Paesi stanno trattando, con l’obiettivo di scongiurare una frattura diplomatica, che Meloni vuole assolutamente evitare. I “dublinanti” che sulla carta la Germania chiede all’Italia di riaccogliere sono potenzialmente migliaia. Per il momento ci si concentra su tre casi, diventati il simbolo di questo braccio di ferro agostano. Ieri è stata trovata una soluzione momentanea per la ventiduenne somala Faduma Abdirisaq Warsame che ha raggiunto madre e fratelli in Germania dopo essere sbarcata a Lampedusa a marzo, in fuga da un matrimonio combinato. Il volo per il suo trasferimento in Italia era gia stato predisposto per le 4.30 di questa mattina, 19 agosto. In attesa dell’esito del negoziato tra Roma e Berlino, il governo tedesco ha concesso che Faduma venisse accolta in una struttura di Norimberga, messa a disposizione da una comunità evangelica. La sua procedura di espulsione resta in atto, come rimane la contrarietà del governo italiano a riprendere i tre migranti. Toccherà ai ministri degli Interni formalizzare, in un bilaterale, il compromesso a cui si sta arrivando. Una delle ipotesi è che Faduma potrebbe continuare a vivere in Germania, e gli altri due tornare in Italia.

Mentre ancora a Bruxelles non hanno chiaro quando l’Italia revocherà la sospensione di Schengen con la Spagna, imposta dopo l’esodo su Ceuta di fine luglio, il cortocircuito con Berna e Berlino viene rilevato anche dalle opposizioni: «La dimostrazione di forza è tornata indietro come un boomerang» secondo Osvaldo Napoli, di Azione. Per Francesco Boccia, capogruppo Pd in Senato, «il governo populista di Meloni ha trasformato una crisi alla frontiera esterna dell’Europa in una crisi interna». Germania e Svizzera, sostiene sarcastico il leader di Più Europa Riccardo Magi, «hanno preso alla lettera il modello Meloni sui migranti, una ricetta che può portare tutta l’Europa alla disgregazione».


Emergenza clima, quante scuse per non parlarne

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Di Stefano Mancuso, La Repubblica

 

Il riscaldamento globale interessa solo quando fa caldo. Ora, sembra che nei prossimi giorni le temperature medie in Italia e in gran parte dell’Europa diminuiranno. Certo, rimarranno sempre ben sopra la media del mese di agosto, ma non saranno più le stesse di quell’altoforno in cui abbiamo vissute, con piccole pause, da fine maggio. Urge, quindi, che se c’è qualcosa ancora da dire riguardo al caldo e all’inferno in cui siamo precipitati, la si scriva oggi, che dalla prossima settimana l’argomento potrebbe non interessare più nessuno. E di cose da dire ce ne sono ancora moltissime — anche limitandosi a citare le sole manifestazioni più abnormi — riguardo a un problema che interessa ogni singola manifestazione della vita del pianeta. Non possiamo, ad esempio, non ricordare, ancora una volta, che secondo il programma Copernicus dell’Ue e l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), le temperature annuali della superficie del mare in Europa hanno raggiunto i livelli più alti mai registrati, mentre la copertura nevosa è diminuita del 31% e la massa nevosa del 45% rispetto alla media degli ultimi decenni. Non possiamo non ricordare che dalla metà degli anni ’90 la temperatura media in Europa è aumentata di 0,56 °C per decennio, un ritmo molto più rapido di qualsiasi altro continente del pianeta, e che le conseguenze di questi numeri siano inimmaginabili.
Non possiamo non ricordare che è incomprensibile come a fronte di una catastrofe che sta cambiando la storia della nostra specie, la politica rimanga nel più imbarazzante silenzio. Come se ogni parola spesa anche soltanto per commentare l’inaudita cronaca di quanto accade, possa in qualche maniera essere considerata un’ammissione di colpa. Meglio non dire nulla e lasciare che l’inverno raffreddi. E intanto per il caldo le persone muoiono, tante e in tutta Europa. Quante? In Italia non abbiamo ancora stime attendibili, ma in Gran Bretagna ci dice l’Imperial College di Londra che l’ondata di calore che ha colpito l’Inghilterra e il Galles a giugno ha causato circa 440 morti al giorno durante il suo picco di tre giorni. E questo è quanto per la cronaca locale della recente ondata di calore che ha colpito il nostro continente.

Ma è allargando lo sguardo al resto del pianeta e cercando di prevedere cosa accadrà nei prossimi decenni che il riscaldamento globale mostra i suoi lati più aspri. Nei prossimi anni, infatti, le temperature estreme e la siccità non permetteranno a una buona fetta di pianeta di essere abitabile. Non c’è una maniera più carina per dirlo: secondo la maggior parte dei modelli, una percentuale significativa di pianeta non sarà più abitabile, perché troppo caldo, nei prossimi 30-50 anni. Non si tratta dell’ennesima profezia apocalittica, ma di seri studi, il cui numero ormai si moltiplica. Anche la nostra specie, infatti, come ogni specie, ha dei limiti ambientali all’interno dei quali può sopravvivere. Nonostante i nostri progressi tecnologici, questi limiti continuano a esistere e non possono essere superati. Fra questi, l’intervallo di temperatura nel quale è possibile la nostra sopravvivenza, è decisivo.
Per millenni l’uomo ha potuto godere di una temperatura media annuale compresa fra circa 11 e 15 °C. All’interno di questa temperatura media, non solo noi esseri umani, ma anche le nostre colture e gli animali che alleviamo si trovano in uno stato ottimale per la crescita e lo sviluppo. Questa nicchia di temperatura all’interno della quale l’umanità ha vissuto agevolmente per migliaia di anni senza che vi fosse mai alcuna variazione significativa è definitivamente scomparsa. Studi recenti dimostrano che con uno scenario di riscaldamento globale invariato (si intende, se continuiamo a non fare nulla), nei prossimi pochi decenni si assisterà a un riscaldamento tale per cui aree che oggi ospitano all’incirca un terzo della popolazione mondiale sperimenteranno temperature medie annuali superiori a 29 °C. Si tratta di valori di temperatura al momento presenti solo nello 0,8% della superficie terrestre e concentrati principalmente nel Sahara. A queste temperature, oltre a essere impossibile condurre alcuna attività agricola o di allevamento del bestiame, è spesso impossibile sopravvivere; letteralmente. Poiché le regioni più colpite saranno inevitabilmente le più povere del mondo, ossia quelle in cui la capacità di adattamento è bassa, possiamo ragionevolmente attenderci che grandi masse migratorie provenienti da queste aree del pianeta si sposteranno verso settentrione.
Detta così sembra una semplice enunciazione di fatti che avverranno, con ordine, in un prossimo futuro. In realtà si tratterà di eventi difficili anche soltanto da immaginare. L’intero mondo ricco sta chiudendo i propri confini anche ai ridicoli numeri odierni di migranti. Cosa accadrà quando miliardi di persone si muoveranno per sopravvivere? In un mondo non dico ideale, ma anche soltanto vagamente razionale, dovremmo fin d’ora organizzarci per gestire questi eventi. Spero sempre che alla fine dimostreremo di essere una specie intelligente, perché questo sarà il secolo in cui per sopravvivere al riscaldamento globale assisteremo a migrazioni e rimescolamenti della popolazione umana di dimensioni mai viste prime. E sarebbe meglio pensarci per tempo.


Attualità del colonialismo, 73 anni dopo Mossadeq

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Di Mario Ricciardi, il manifesto

 

L’anniversario del colpo di stato che nel 1953 ha portato alla destituzione di Mohammad Mosaddegh, primo ministro democraticamente eletto dell’Iran, riceve scarsa attenzione da parte dei mezzi di informazione europei e statunitensi.

A occuparsene sono soprattutto le testate che hanno una forte sensibilità per la storia del colonialismo occidentale, in particolare quelle di sinistra, che vedono giustamente in quell’evento un passaggio cruciale nel processo di destabilizzazione del Medio oriente che accompagna la guerra fredda. Riflettere oggi sull’operazione Ajax, gestita congiuntamente dai servizi segreti britannici e statunitensi, e sulle sue conseguenze, non ha un interesse esclusivamente storico. L’attuale regime iraniano è il risultato di una reazione politica a catena innescata dal colpo di stato dell’agosto 1953. Fare i conti con l’eredità tossica del colonialismo è dunque una questione politica cruciale, e sarà sempre più un tema di scontro con la destra.

Leggendo le ricostruzioni storiche dell’operazione Ajax si riconoscono immediatamente modalità di azione che sono state messe a punto all’inizio della guerra fredda, e riemergono ancora ogni volta che gli interessi degli Stati uniti e dei loro alleati entrano in conflitto con le aspirazioni democratiche di popolazioni che vivono in aree che per qualche ragione sono considerate strategiche.

Un modulo simile a quello usato per liberarsi di Mosaddegh viene riproposto l’anno dopo per liquidare Jacobo Arbenz in Guatemala, e poi diverse altre volte nei decenni seguenti. Ricordiamone gli aspetti principali. In primo luogo si prepara il terreno. Le rivendicazioni legittime dei «nativi» – nel caso dell’Iran la nazionalizzazione dei giacimenti petroliferi – vengono presentate dalla stampa compiacente con i governi occidentali come ingiuste, irragionevoli, inaccettabili. Si invoca il rispetto del diritto e dei contratti, tacendo sul fatto che essi sono stati conclusi normalmente in situazioni nella quali non c’era piena libertà di scelta.

Mentre si mette in discussione la legittimità delle pretese si cerca di screditare chi le ha avanzate. Vari stereotipi vengono mobilitati per erodere la credibilità degli interlocutori locali (esemplare sotto questo profilo il modo in cui viene distorta l’immagine di Mosaddegh, un anziano giurista che era stato tra i protagonisti della «rivoluzione costituzionale» persiana dei primi del secolo, il cui scopo era instaurare una monarchia costituzionale modellata su quella britannica). Mentre si lavora a distruggere la reputazione dei governanti locali, se ne prepara la rimozione dal potere, che avviene con la regia dei servizi segreti, nel 1953 sono Cia e MI6, e la collaborazione di interlocutori locali disposti a fare (almeno in parte) il lavoro sporco. In Iran un contributo, ben retribuito, alla destabilizzazione venne anche da fondamentalisti ostili al processo di modernizzazione democratica immaginato da Mosaddegh. Una strategia replicata altrove, ad esempio in Afghanistan, con risultati disastrosi.

La convergenza di interessi tra gli Stati uniti e il Regno unito, che era stato a lungo la potenza coloniale egemone nell’area del golfo, segna una discontinuità significativa con gli impegni che l’amministrazione statunitense aveva assunto nel corso della seconda guerra mondiale. Dopo la morte di Roosevelt la difesa della libertà si sgancia dal principio di autodeterminazione dei popoli, e diventa sempre più un privilegio occidentale, con una sempre più evidente coloritura razziale. Una distorsione i cui effetti si avvertono ancora oggi nel modo in cui gli Stati uniti e l’Europa affrontano la questione dell’autodeterminazione dei palestinesi. La libertà, per gli abitanti delle ex colonie, non è un diritto, ma una concessione subordinata a requisiti stabiliti dagli ex colonizzatori.

Se dopo la fine del blocco sovietico c’è stata una stagione in cui sembrava che una visione genuinamente paritaria delle relazioni internazionali fosse destinata a prevalere, grazie al consolidamento di un sistema di regole giuridiche applicate in modo imparziale, le prime avvisaglie di crisi del ruolo egemone degli Stati uniti hanno condotto alla riemersione dei vecchi modi di fare e di pensare (mai del tutto superati). Oggi una mentalità neocoloniale viene difesa dalle destre senza alcun tentativo di nobilitarla, come faceva Kipling, evocando un presunto «fardello dell’uomo bianco».

Quello di oggi è un suprematismo bianco senza assunzione di responsabilità, neppure fittizia. Per Trump e i suoi alleati è la nuda forza a fare la differenza: «Ci prendiamo ciò che vogliamo, perché possiamo farlo». A più di settanta anni dalla caduta di Mosaddegh la tensione tra forma democratica e sostanza coloniale rimane cruciale per capire dove vanno gli Stati uniti e l’Europa.


L’ascesa di Natalie Harp: la prediletta di Trump tra fughe, segreti e veleni

FRONTIERE È il terzo paese dopo Germania e Svizzera e mostra il fallimento delle politiche di Meloni. Il patto sull’asilo voluto dalla premier potrebbe riportare 24mila persone in Italia 

Di Simona Siri, La Stampa

L’ultimo episodio è forse quello che racconta più di tutti. Nell’ormai famoso tranello alla James Bond con cui Donald Trump, nascosto nel carrello del cibo, ha lasciato la Turchia dopo il vertice Nato dello scorso 8 luglio, imbarcandosi su un aereo diverso dall’Air Force One – mentre su quello erano, ignari, la stampa e altri funzionari della sua amministrazione – ecco, su quell’aereo segreto insieme a lui c’erano solo altre tre persone: il vicecapo di gabinetto Dan Scavino, il direttore delle operazioni dell’Ufficio Ovale Walt Nauta e Natalie Harp, la 34enne assistente esecutiva soprannominata “la stampante umana”.

Sull’aereo-esca, quello potenziale vittima di un attentato da parte degli iraniani, si trovavano invece il capo della diplomazia Marco Rubio, il segretario al Tesoro e l’intera delegazione della stampa al seguito. Detto altrimenti: tra tutte le persone che Trump ha quindi scelto di salvare, in uno scenario ipotetico di attentato, c’era lei, la giovane bionda, fino a pochi giorni fa nota solo a chi si occupa di politica. Da oggi non più. Volente o nolente, oggi Natalie Harp è il nome sulla bocca di tutti, e la sua relazione con Trump è sotto la lente d’ingrandimento del gossip, anche alla luce della prolungata assenza di Melania, la First Lady sfuggente che non vive alla Casa Bianca e la cui ultima apparizione pubblica accanto al marito risale al 19 luglio, in occasione della finale dei mondiali di calcio.

La strada che ha portato Harp al fianco di Trump passa, come per altri suoi collaboratori, da un’apparizione televisiva. È il 2019 e la giovane è ospite di Fox News per raccontare la sua storia di malattia: colpita da un cancro alle ossa di secondo stadio, è stata vittima di un errore medico tanto che, dopo due chemioterapie fallite e il rifiuto da parte dei protocolli di sperimentazione clinica, i medici le offrirono oppioidi, marijuana terapeutica e persino assistenza nel fine vita. In quella trasmissione tv, Harp non solo racconta le sue avventure mediche a buon fine, ma ringrazia anche pubblicamente Trump per la firma del “Right to Try Act”, la legge che consente ai malati terminali di accedere a trattamenti sperimentali non ancora approvati dalla Fda, affermando che quella norma le aveva salvato la vita. Trump, che è davanti alla tv, non perde tempo e posta sui suoi social: «Proud of Natalie».

Avanti qualche mese e Trump la invita sul palco alla conferenza della Faith & Freedom Coalition a Washington, presentandola con le parole: «Ha illuminato lo schermo televisivo». Il resto è storia: nel 2020 inizia a lavorare come conduttrice per One America News Network (Oan), il canale televisivo di estrema destra, dove promuove narrative filo-Trump, incluse accuse infondate di brogli nelle elezioni del 2020. Nel 2022 si aggiunge al team per la rielezione, inizialmente senza un incarico ufficiale.

Nel gennaio 2025, con il ritorno alla Casa Bianca, viene nominata assistente esecutiva del Presidente, con delega alla gestione dei suoi canali social: è lei che ha accesso all’account Truth ed è lei la responsabile di diversi post controversi pubblicati a suo nome. Nata in una famiglia cristiana devota della California, laureata alla Point Loma Nazarene University nel 2012 e con master in marketing alla Liberty University – l’ateneo evangelico fondato da Jerry Falwell – Harp sarebbe forse rimasta ancora volentieri nell’ombra se non fosse per la storia dell’aereo e per il libro “Regime. I segreti della presidenza imperiale di Donald Trump” di Maggie Haberman e Jonathan Swan del New York Times appena pubblicato in cui raccontano molto di lei. È dalle loro pagine infatti che sappiamo del soprannome con cui tutti la conoscono a Washington, la “stampante umana”, perché segue ovunque Trump con una stampante portatile, fornendogli copie cartacee di articoli, email e commenti sui social media anziché costringerlo a leggerli su uno schermo. Sappiamo che Trump la chiama con pronuncia alla francese e che avrebbe detto che è l’unica che lo ama «quanto sua moglie e i suoi figli».

Sappiamo anche dei messaggi che lei gli avrebbe scritto e lasciato sulla scrivania, biglietti con le parole «Sei tutto ciò che conta per me», «Non voglio mai deluderti» e «Voglio portarti gioia». Il giornalista Michael Wolff già anni fa avrebbe descritto la situazione Harp come «una bomba ad orologeria» all’interno dell’amministrazione, affermando che per i Servizi Segreti la sua presenza costante al fianco di Trump era diventata «una questione di sicurezza».

A rendere tutto una commedia, più che una tragedia, ci ha però pensato il fratello della ragazza: in una intervista al Daily Mail, Preston, fratello maggiore con cui lei non ha più rapporti, ha definito il tutto come «una relazione malsana», facendo anche riferimento a un possibile complesso di Edipo mai risolto. Trump come il padre che Natalie avrebbe sempre sognato. Mentre il senatore della Georgia Jon Ossoff, in corsa per la rielezione a novembre, l’ha citata durante un discorso tenuto ad Atlanta: Trump «non ha voglia di fare il suo lavoro. Vuole costruire la sua sala da ballo e viaggiare con Natalie sul loro palazzo volante apparentemente indifeso, regalato dall’Emirato del Qatar». Una domanda su questo episodio è costata alla giornalista della Cnn Kristen Holmes una stizzita reazione del presidente: «Sei rumorosa e produci fake news».

Harp intanto tace, se non per una vecchia intervista rilasciata a Fox News nel 2024 in cui, parlando del suo rapporto con Trump diceva: «Condividiamo una profonda fede in Dio».

Nell’immagine: Natalie e Donald