Nenad Stojanović – A sinistra lista unitaria con Greta Gysin per il raddoppio in Consiglio di Stato

L'annuncio della Consigliera nazionale dei Verdi accresce le novità in vista delle prossime elezioni cantonali. Un quadro politico movimentato al termine di una legislatura debole e con le incertezze del confronto interno 

Nenad Stojanović, politologo, è professore associato al Dipartimento di scienze politiche dell’Università di Ginevra

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Gita fuori porta

L'annuncio della Consigliera nazionale dei Verdi accresce le novità in vista delle prossime elezioni cantonali. Un quadro politico movimentato al termine di una legislatura debole e con le incertezze del confronto interno 

La canicola rallenta il cervello, meglio evitare discorsi troppo impegnativi. Una passeggiata di un paio di giorni sulle rive del lago di Costanza (Bodensee), è rinfrescante e permette di fare alcuni confronti con il Ticino e con Lugano in particolare.

Per esempio la cittadina di Bregenz, in Austria, conta meno di 30 mila abitanti e tutto il centro è zona pedonale. L’offerta culturale è ricca con le Bregenzer Festspiele che culminano, da fine luglio a fine agosto, con l’opera sull’eccezionale palcoscenico a lago, la Seebühne. Quest’anno è la volta della Traviata di Giuseppe Verdi che, come dice Julia Roberts in Pretty Woman, fa aggrovigliare le budella. In centro città non manca un prestigioso museo: “Il Kunsthaus – sostiene Peter Zumthor, l’architetto grigionese che l’ha progettato – si trova alla luce del Lago di Costanza. Il suo corpo è costruito con lastre di vetro, acciaio e una massa di pietra di cemento fuso che forma struttura e spazio all’interno della casa. Visto dall’esterno, l’edificio sembra un corpo luminoso. Assorbe la luce mutevole del cielo, la luce della nebbia del lago, irradia luce e colore e lascia intuire qualcosa del suo interno, a seconda dell’angolo di visione, dell’ora del giorno e del tempo”.

Ma la vera rivelazione, che pare un sogno per un turista luganese, è la passeggiata a lago che collega Bregenz a Lindau, in Germania, senza alcuna dogana. Sono meno di nove chilometri ed è un piacere percorrerla. Non ci sono balaustre o recinzioni, il lago è lì a due passi, puoi fare il bagno a ogni istante. Ogni cinquanta metri c’è una doccia e non mancano frequenti toilette. Panchine, sdraio, tutto liberamente fruibile. E, altro particolare, la pista ciclabile separata da un’aiuola dal percorso pedonale. Un paradiso per ciclisti e pedoni.

A Meersburg, sulla costa nord del lago, in Germania, si scopre un villaggio medievale assolutamente intatto, interamente pedonalizzato, una parte a bordo lago (Unterstadt) e un altro nucleo rialzato, dietro al castello (Oberstadt). Un paio di scalinate e una strada pedonale collegano i due centri. Poco più di seimila abitanti, il villaggio, denominato ambiziosamente “borgo sul mare”, è nato attorno al castello fatto costruire nel 680 dal re merovingio Dagoberto.

La strada ciclopedonale che collega Meersburg a Hagnau è accompagnata da chilometri di vigneti: “Lo Staatsweingut Meersburg, – si legge nel sito dell’azienda – è considerato la più antica cantina statale della Germania e, allo stesso tempo, uno degli indirizzi di riferimento per il vino del comprensorio di Bodensee. Su circa 60 ettari distribuiti in tre siti molto diversi produce bianchi e pinot secchi, eleganti Pinot Nero e il classico Weißherbst. Il proprietario è il land del Baden-Württemberg e le sue radici risalgono al 1324. A renderlo speciale è questa combinazione di tradizione secolare, spettacolari pendii ripidi e un chiaro impegno per una viticoltura sostenibile, dalla soleggiata riva del lago fino al vigneto più alto della Germania, sull’Hohentwiel”.

Priorità ai pedoni, ai ciclisti e al territorio, sempre. La riva del lago è libera e accessibile. Camminando verso Hagnau, il comune a circa cinque chilometri di distanza, si scopre un’altra perla. Prima di arrivare in paese ci sono decine di case o ville, massimo due piani, edificate a una cinquantina di metri dalla riva del lago. Alcune case sono nascoste dalle siepi, altre stanno in bella vista. Davanti a loro il percorso ciclopedonale. Nessuna privatizzazione delle rive lacuali, sempre usufruibili dai cittadini. Il litorale è un bene comune.

Così si doveva e poteva fare anche in Ticino!

Nell’immagine: uno scorcio della Bregenz Promenad


La pax americana nel pantano

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Di Alberto Negri, il manifesto

Come va la guerra del Golfo? Nessuno davvero lo sa, forse neppure Trump, che un momento si inventa negoziati segreti con Teheran, smentiti dagli iraniani, e quello dopo minaccia di bombardare persino l’Oman. Quindi chiede a Israele di non colpire Gaza ma il suo inviato Jared Kushner riceve da Netanyahu, in piena campagna elettorale, un secco no: niente ritiro israeliano senza prima il disarmo di Hamas.

Secondo Haaretz Israele continuerà ad attaccare (e a uccidere) a Gaza, pur dichiarando di voler portare avanti un piano per la ricostruzione. Un capolavoro di ipocrisia e doppiezza.

Procede a tentoni Donald Trump, da Occidente a Oriente, come dimostra la sua decisione di ridurre le esercitazioni militari con la Corea del Sud, citando i suoi «ottimi rapporti» con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un, alleato stretto della Cina e di Putin.

Trump – e a questo punto nemmeno noi – non ha ben chiaro chi siano gli amici e i nemici, o quanto meno gli avversari: sono tutti in una sorta di frullatore.

E nello Stretto di Hormuz il capo degli Stati uniti resta sempre più impantanato. Scadevano ieri i 60 giorni per raggiungere un accordo per limitare il programma nucleare iraniano come previsto dal cessate il fuoco concordato a giugno tra Usa e Iran, un’intesa sostanzialmente defunta. Non sono stati segnalati attacchi Usa contro obiettivi iraniani dalla fine di luglio ma Hormuz intanto rimane chiuso e Trump ha detto di volerlo dichiarare «territorio degli Stati Uniti».

Tutto questo mentre ci si continua a raccontare la favoletta dei “mari liberi” prescritti da trattati internazionali non rispettati e neppure sottoscritti dalle maggiori potenze. L’amministrazione Trump ha revocato le deroghe alle sanzioni sul petrolio iraniano, concesse durante la breve tregua, e le forze americane hanno reintrodotto il blocco navale dei porti iraniani, nella speranza che la pressione economica sull’Iran lo costringa a concessioni. Ma i leader iraniani scommettono di poter sopportare maggiori difficoltà economiche rispetto agli Usa, soprattutto in vista delle elezioni americane di medio termine di novembre.

In realtà Usa e Iran sembrano prepararsi a una prolungata campagna di logoramento economico che potrebbe anche sfociare in una ripresa del conflitto iniziato da americani e israeliani il 28 febbraio scorso, sei mesi fa.«La repubblica islamica sta cercando di imporre una crisi economica all’America e l’America sta cercando di imporre una crisi economica alla repubblica islamica», afferma sul New York Times Behnam Ben Taleblu, esperto di Iran della Foundation for Defense of Democracies di Washington.

Dov’è la vittoria che Trump proclamava con la fine del nucleare iraniano e del regime di Teheran? Per lui c’è un’aria di “deja vu” nella regione dei fallimenti.

La cosiddetta pax americana non decolla a Gaza, sempre più devastata, e tanto meno in Libano. Qui le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno preparando nuove fortificazioni in un’area che si estende dal Monte Hermon a Est fino alla costa mediterranea a Ovest, distruggendo sistematicamente i villaggi sciiti per impedire ai civili di tornarci per anni. E tutto avviene nell’indifferenza dell’Europa e dell’Italia che però rivendicano un ruolo da pacificatori. Ridicolo, se non fosse tragico.

Intorno al Golfo e a Hormuz tutti stanno facendo patti e accordi tranne Trump. Arabia saudita, Turchia e Pakistan hanno stretto un’intesa di reciproca assistenza militare in caso di attacco, Teheran sbandiera un accordo con l’Oman per riscuotere tariffe sul passaggio delle navi e ora Trump vorrebbe persino bombardare il Sultanato che secondo lui «si mette in mezzo». Ma forse è Trump colui che ha più bisogno di un accordo per tirarsi fuori dal pantano, proclamare vittoria, ritirarsi e chiudere una guerra voluta da lui e da Netanyahu che si sta rivelando un fallimento anche per l’economia globale. Il fatto più significativo è che le potenze in gioco in questi accordi hanno un denominatore comune: nessuno si fida più della protezione americana. Come non si fidano dell’Iran, e forse ancora meno di Israele, ma anche di loro stessi, in balìa di eventi che incrinano la loro stabilità e l’immagine di monarchie assolute assai ricche ma vulnerabili.

Siamo davanti agli effetti diplomatici e di riallineamento inevitabili di un conflitto che gli Usa con Israele hanno scatenato umiliando i loro alleati arabi (come se la loro opinione non contasse nulla) ed esponendoli a conseguenze militari ed economiche devastanti. Persino gli europei, di solito volonterosi sonnambuli di Trump (Crosetto stava, ignaro, a Dubai quando è iniziata la guerra il 28 febbraio), sono accorsi nel Golfo per dare una mano ai sauditi, come ha fatto l’Italia inviando militari e mezzi in Arabia saudita nascondendo la mano, cioè ignorando con dei sotterfugi di comunicarlo al Parlamento: eppure quel che accade nel Golfo non si riverbera solo sui prezzi energetici e noi cittadini ma anche sugli equilibri strategici nel Mediterraneo. Come dimostra il caso di Ceuta basta agire su un tasto dolente e doloroso, quello migratorio, per innescare un terremoto diplomatico.

Alle porte del Mediterraneo si sta trasferendo, quando si presenta l’occasione, una serie di conflitti di potenze e interessi che va dal Golfo all’Atlantico: da Israele alla Turchia, dalla Grecia a Cipro, agli Stretti _ Hormuz, Bab el Mandeb, Gibilterra, il canale di Suez, il Bosforo – il passaggio obbligato di merci, energia, cavi sottomarini, che oggi si presentano con tutto il loro peso strategico.

Trump rivendica ogni giorno con veemenza la conquista del Venezuela e accarezza quella di Cuba ma se lo mettessero di fronte a una mappa del mondo potrebbe vacillare: è più grande e assai diverso della sua immaginazione.

Nell’immagine: dorme anche in piedi


La trappola woke: così la sinistra prova a liberarsi

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Di Carlo Galli, La Repubblica

Woke ha a che fare con “risveglio”, cioè con l’esercizio della critica che mette in discussione proprio quelle strutture culturali che paiono naturali, indiscutibili — per esempio, che i generi siano soltanto due, stabiliti dalla natura; che determinati comportamenti siano indispensabili al vivere civile e quindi non negoziabili — . Il pensiero woke è decostruttivo: i valori e i costumi sono il frutto della violenza, dell’oppressione, del conformismo coatto. E questo passato, istituzionalizzato in norme e gerarchie comportamentali, linguistiche, organizzative, va denunciato e gli si deve contrapporre un presente alternativo, che restituisca dignità agli umiliati, che includa gli esclusi, che risarcisca gli sconfitti, che stabilisca l’uguaglianza contro la gerarchia: un’uguaglianza che consenta il fiorire di ogni differenza, di ogni autodeterminazione e auto-identificazione, di ogni libertà particolare.

Il woke non pone problemi perché è critico, perché promuove uguaglianza, ma perché è troppo poco critico. Infatti non ha senso storico, e quindi giudica il passato in modo manicheo, sulla base di valori contemporanei — la cancel culture pretende da Omero scrupoli etici implausibili — . Inoltre, il woke si colloca sul piano simbolico, e quindi promuove interventi “retributivi” a volte deliberatamente irritanti, che prefigurano una società anarchica, resa disuguale proprio da una babele di pretese identitarie — individuali o di gruppi minoritari omogenei — avanzate a volte giustamente a volte per provocazione. Infine, la politica woke è spesso lo sforzo di ritagliare spazi sottratti al sistema normativo tradizionale ma fatalmente interni alle strutture profonde del potere, che non vengono mai investite dalla critica.

E invece la politica è altro. È l’organizzazione del potere reale, è la dialettica dei ceti e delle classi, è la critica dell’economia, è lo sforzo di trovare spazi di libertà non solo individuale ma collettiva all’interno della ineludibile dimensione fondativa della democrazia — il lavoro, secondo la Costituzione — , è la lotta per l’egemonia, il confronto fra le diverse idee di società che nascono in un contesto pluralistico. È senso dei processi storici, ed è la consapevolezza che quei processi possono essere guidati, orientati, e che democrazia è proprio questo: vivere in un mondo sociale in cui tutti hanno potere di conoscere, agire e indirizzare un destino comune, anche se conflittuale.

Dopo il crollo del comunismo in Occidente, a cui è seguito il crollo dello Stato socialdemocratico e l’indebolimento radicale dei partiti e dei sindacati, le sinistre superstiti hanno deciso che il paradigma economico e culturale vittorioso, che per comodità si definisce neoliberismo, era privo di alternative e che il compito della sinistra non era più criticare l’economia politica ma orientare in senso democratico le immani potenze economiche che si erano formate. Un compito che è stato di fatto interpretato come lo sforzo di implementare i “diritti” soggettivi in un mondo in cui questi, però, erano una variabile dipendente da strutture da tutti ritenute “necessarie”: le esigenze dell’economia e del mercato.

Da qui la vicinanza, più o meno marcata, delle sinistre alla cultura woke, che pure storicamente non le appartiene. Intanto le logiche economiche facevano il loro corso e settori sempre più larghi della popolazione sperimentavano sulla propria pelle quanto fossero illusorie le promesse neoliberiste, e quanto lontani dai bisogni reali dei lavoratori fossero le politiche dei partiti di sinistra.

Da qui l’assenteismo elettorale, il voto populista, e la debolezza di una sinistra che non riesce a capire e a fare capire che il proprio impegno primario è l’alternativa sociale ed economica, capace di assicurare i diritti individuali e collettivi in modo meno rapsodico e occasionale delle politiche woke.

Oggi, insomma, il woke non è la critica adeguata per affermare un disegno politico alternativo: occulta le contraddizioni reali della società, o quantomeno non vede quelle dominanti. E semmai è più utile, come obiettivo polemico, alla destra che non alla sinistra, come guida dell’azione politica.

Molto in ritardo — dopo che hanno perduto i propri ceti di riferimento e lasciato il campo ai populismi, soprattutto di destra — alcune sinistre occidentali, a partire dagli Usa, si sono accorte della trappola e stanno cercando di venirne fuori con tentativi più o meno convincenti di orientare le loro politiche su bisogni concreti e diffusi, non ideologici né identitari. Di praticare una critica delle strutture e non solo delle sovrastrutture. Di smarcarsi dalla presunzione di non criticabilità della forma attuale del sistema produttivo capitalistico.

Se, in particolare nel nostro Paese, questo nuovo orientamento prenderà corpo con qualche coraggio e credibilità non è ancora chiaro: c’è una questione culturale e di ceti dirigenti da risolvere. Ma se non arriva fuori tempo massimo, e se si nutre di pensiero realmente critico, e quindi realistico, questa potrebbe essere un’occasione di rilancio della grande malata del nostro tempo: la democrazia.

 

Nell’immagine: Detroit (Michigan), 18 luglio: Alexandria Ocasio-Cortez, Abdul El-Sayed e Bernie Sanders


Cinque anni di solitudine: l’Afghanistan dopo il ritorno dei talebani

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Da ISPIonline

Il 15 agosto segna cinque anni dal ritorno dei talebani al potere a Kabul, e il bilancio che emerge dai report pubblicati in queste settimane è quello di un regime uscito solo a metà dall’isolamento internazionale, mentre il Paese affonda in una crisi umanitaria pesantissima, aggravata da rimpatri di massa e da un conflitto aperto al confine pakistano, con un impianto di diritti umani sempre più rigido soprattutto verso donne e minoranze religiose. Sul piano politico, cinque anni non hanno prodotto né un collasso del regime talebano né una sua piena legittimazione: hanno prodotto piuttosto uno stallo, in cui l’Emirato islamico governa senza essere riconosciuto dalla gran parte del mondo, ma senza più essere trattato come un pariah assoluto, nemmeno dai suoi critici più severi.

Chi riconosce i talebani?

Sul piano diplomatico, l’Emirato islamico resta un caso quasi unico nel sistema internazionale contemporaneo. La Russia, che a luglio 2025 ha rimosso i talebani dalla lista delle organizzazioni terroristiche dopo oltre vent’anni, è a oggi il solo Paese ad averne riconosciuto formalmente il governo. Il 16 gennaio 2026 il presidente russo Vladimir Putin ha ricevuto le credenziali dell’ambasciatore Gul Hassan Hassan, un passo che Mosca ha motivato con la volontà di ampliare la cooperazione su sicurezza, antiterrorismo e traffico di stupefacenti. Cina, Emirati Arabi Uniti, Kazakistan e Uzbekistan si fermano un passo prima, accettando ambasciatori nominati da Kabul senza compiere il riconoscimento pieno. Pechino, in particolare, ha più volte ribadito che l’accoglienza di un diplomatico “non costituisce riconoscimento”, pur avendo salutato con favore la mossa russa. Qatar e Turchia restano gli interlocutori più attivi sul piano dei buoni uffici, mediando scambi di prigionieri e tentativi di tregua con il Pakistan, mentre l’Unione europea e la gran parte delle capitali occidentali mantengono un ‘dialogo tecnico’ limitato all’assistenza umanitaria, senza alcuna forma di riconoscimento politico. Gli Stati Uniti adottano invece la linea più dura tra gli attori occidentali: il Dipartimento di Stato ha ribadito di non avere intenzione di alleggerire le sanzioni o normalizzare i rapporti finché non ci saranno passi concreti sui diritti umani, e l’unico canale di dialogo resta quello, discreto, degli scambi di prigionieri mediati dal Qatar. Con il Pakistan, invece, i rapporti sono scivolati dall’ostilità diplomatica all’aperto conflitto militare.

Crisi umanitaria e rimpatri forzati?
Il commento – Di Giuliano Battiston, Giornalista e ricercatore“ I talebani hanno consolidato il controllo dello Stato e della popolazione (attraverso il monopolio della forza e dell’istruzione) mantenendo un equilibrio diplomatico regionale nonostante il conflitto irrisolto con il Pakistan, mentre la comunità internazionale ne sta avviando una normalizzazione di fatto – esemplificata dall’incontro di giugno a Bruxelles tra la delegazione dell’Emirato, la Commissione europea e 15 Stati membri sui rimpatri – che privilegia gli accordi sulle deportazioni rispetto alla denuncia delle violazioni dei diritti umani, in particolare quella che gli esperti definiscono la peggiore crisi al mondo per i diritti delle donne. Su questo si sovrappone un ciclo umanitario che si autoalimenta. La popolazione civile è schiacciata sia dall’autoritarismo del regime che dalle conseguenze delle politiche punitive adottate dall’Occidente nel periodo post-occupazione”.

Sul fronte umanitario i numeri diffusi nel 2026 disegnano una delle emergenze più gravi al mondo. L’Onu conta 21,9 milioni di afghani bisognosi di assistenza e 17,4 milioni in condizione di insicurezza alimentare acuta, di cui 4,7 milioni in fase di emergenza, più del doppio rispetto all’anno precedente; 3,7 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta, e alcune famiglie hanno riferito di essere state costrette a vendere le proprie figlie per sopravvivere. Quasi un bambino su dieci sotto i cinque anni soffre di deperimento, una forma grave di malnutrizione acuta. Le Nazioni Unite stimano di avere bisogno di 1,7 miliardi di dollari per assistere 17,5 milioni di persone nel corso dell’anno, in un contesto di finanziamenti internazionali in costante calo dopo il ritiro degli aiuti occidentali seguito alla presa di potere del 2021. A peggiorare il quadro sono i rimpatri forzati da Iran e Pakistan, che nei soli primi mesi del 2026 hanno espulso 3,6 milioni di afghani, dopo che nel solo 2025 erano già state restituite al Paese 2,8 milioni di persone, il 67% delle quali con espulsioni forzate. Ogni giorno tra 700 e 800 famiglie attraversano il confine verso un Paese in cui molte di esse non hanno mai vissuto o hanno lasciato decenni fa, e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha registrato punte record di oltre 256mila rientri dall’Iran in una sola settimana, lanciando l’allarme su una carenza di fondi che rischia di lasciare i rimpatriati senza riparo né assistenza di base. Con Islamabad, in particolare, la crisi migratoria si intreccia a una vera escalation militare avviata a ottobre 2025 sul dossier del Tehreek-e-Taliban Pakistan, il gruppo armato che il governo pakistano accusa Kabul di proteggere. Dopo un’offensiva afghana transfrontaliera il 26 febbraio 2026 e i raid pakistani su Kabul e Kandahar del giorno successivo, un cessate il fuoco mediato da Arabia Saudita, Qatar e Turchia in occasione dell’Eid al-Fitr è collassato nel giro di settimane, e la mediazione cinese tentata nei mesi successivi non ha prodotto risultati definitivi. L’Onu ha contato almeno 372 civili afghani uccisi e 397 feriti solo nel primo trimestre dell’anno a causa degli scontri di confine.

Diritti umani sotto scacco?

Human Rights Watch ha pubblicato il 3 agosto, a pochi giorni dall’anniversario, un rapporto che descrive un peggioramento su tutti i fronti rispetto ai cinque anni precedenti. Quasi 2,2 milioni di ragazze restano escluse dall’istruzione oltre il livello elementare, mentre alle donne sono state progressivamente vietate ampie categorie di occupazioni, la libertà di movimento senza accompagnatore maschile e, secondo le organizzazioni internazionali, l’accesso pieno alle cure sanitarie. Nello stesso periodo sono state abolite le tutele contro la violenza domestica e l’età minima per il matrimonio legale, aprendo la strada a un aumento dei matrimoni precoci. Dal 4 gennaio 2026 è inoltre in vigore un nuovo codice di procedura penale che definisce musulmani solo i seguaci della giurisprudenza hanafita – una delle quattro scuole giuridiche maggiori dell’islam sunnita – bollando come eretici gli sciiti e altre minoranze religiose. Si tratta di un provvedimento che le organizzazioni per i diritti umani descrivono come una codificazione senza precedenti della discriminazione settaria. Giornalisti, attivisti e chiunque sia percepito come critico del governo continuano a segnalare arresti arbitrari, detenzioni prolungate e torture, in un contesto che Human Rights Watch descrive complessivamente come una delle crisi dei diritti umani più gravi al mondo.


Solamente buio

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«L’estate sta finendo e un anno se ne va» e noi non impariamo niente

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Ripetersi non è sempre bello, ma spesso è utile. Principalmente quando c’è un vuoto cosmico di idee, di intelligenza, di sensibilità, di visione in chi ha delle responsabilità governative.

Considerato che i cambiamenti climatici stanno causando un aumento significativo delle temperature globali, con estati sempre più calde (pare che nei prossimi anni ricorderemo l’estate 2026 come una delle più fresche!),  nei centri urbani spesso si verifica un fenomeno detto ‘effetto isola di calore urbana’, che influenza negativamente la qualità della vita, la salute pubblica e il consumo energetico. Infatti, sono numerose le città che riconoscono il verde urbano come un servizio pubblico essenziale, fondamentale per la nostra vita quotidiana, per il nostro benessere e per lottare contro l’inquinamento atmosferico.

A corollario di questa considerazione, il 16 settembre dello scorso anno (quasi un anno fa), su questa stessa zattera, invitavo i miei quindici lettori luganesi ad immaginare una progettazione per l’area verde che si situa a sud di quello che, in un futuro (molto remoto), sarà il nuovo Polo congressuale di Campo Marzio Nord;  una pianificazione che tenesse conto del bisogno dei cittadini, siano essi indigeni o di passaggio. Vale a dire l’ampliamento del Lido di Lugano, oggi diventato troppo piccolo, e la creazione di «un grande parco urbano continuo collegato idealmente al Parco Ciani. Un vero e proprio polmone verde a ridosso del lago e del centro, che aumenta la fruibilità, migliora la qualità dello spazio pubblico e risponde alla richiesta di una città più fruibile da parte di tutti» (Karin Valenzano Rossi, municipale, sul «Corriere del Ticino» del 12 settembre 2025).

Questa mia riflessione (mio figlio, bontà sua, la battezza come una giusta ossessione) è riaffiorata ieri, domenica 16 agosto, uscendo da un Lido strapieno, dove mi sono recato unicamente per un dovere famigliare. Lì accanto, gli otto campi da tennis desolatamente ma comprensibilmente vuoti: quale pazzo giocherebbe sotto un sole cocente? (Il mio vicino di casa, che ama usare espressioni immaginifiche, avrebbe detto con “un sole che spacca il culo ai passeri”).

Ma non mi voglio dilungare, né dileguare. Guardate l’immagine qui pubblicata e confrontate lo spazio occupato dal Lido e quello occupato dai campi da tennis. È tutta un’ampia area comunale. La differenza sta nel fatto che il Lido è per tutti, mentre i campi da tennis per pochi.

Il caldo aumenta e la città soffoca. Abbiamo bisogno di aree verdi come il pane per cui è necessario ampliare il Lido e prolungare il Parco Ciani spostando i campi da tennis fuori città (lanciamo una petizione?).

Lugano la Grande si distingue dalle altre città occupando il suo centro con otto campi da tennis, uno nuovo stadio calcistico, una pista di ghiaccio, un nuovo palasport e con tutte le conseguenze che questi generatori di traffico provocano. Le altre città, invece, hanno collocato i centri sportivi nelle periferie (come hanno fatto con i centri commerciali). Del resto, anche le autorità comunali della Lugano di metà ‘900, ampliandosi il centro città, spostarono per due volte lo stadio in periferia: prima al Campo Marzio poi a Cornaredo.

Lugano è una cittadina lacuale, che dovrebbe avere un rapporto privilegiato con il suo lago, le cui rive però sono quelle, in Svizzera, maggiormente in mano ai privati (cfr. i dati cartografati pubblicati sulla «Neue Zürcher Zeitung» del 27 febbraio 2024).

Pochi, infatti, sono i luoghi dove la balneazione pubblica è autorizzata (il Lido cittadino, il Lido di San Domenico e Paradiso) e, forse anche per questo (lo dico per antifrasi), il Municipio non riapre la piscina di Carona, una delle principali infrastrutture balneari pubbliche della città. Ottomila firme non sono state sufficienti a far tornare il municipio sui propri passi, così privando il Luganese di una struttura invidiabile e invidiata. E poi parlano di… democrazia dal basso.

Un conto è amministrare, un conto governare. E per governare ci vogliono uomini e donne che abbiano visioni politiche.  E si sa che il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni.

Siamo qui, sempre a scrivere le stesse cose. Il treno verso la stupidità è da tempo lanciato, possiamo solo rallentarlo, ma per farlo ci vogliono altri macchinisti. Ricordiamocelo il prossimo aprile.

Nell’immagine: era già affollato nel 1929, figuriamoci oggi


Neutrali, o indifferenti e dimezzati?

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“Odio gli indifferenti” scrisse più di cento anni or sono Antonio Gramsci, segnalando con questa frase la sua distanza da chi non parteggia mai per una causa, da chi si fa promotore dell’antipolitica, magari per interesse egoistico. Leggendo il testo dell’iniziativa sulla neutralità su cui ci pronunceremo a fine settembre non ho potuto evitare di pensare a quell’affermazione più che centenaria, perché in poche righe, quelle significative, parlando di neutralità, in realtà essa non farebbe che dare addirittura valore costituzionale a questo posizionamento criticabile del nostro Paese.

Che la Svizzera abbia tradizionalmente una politica estera che privilegia una certa neutralità nei conflitti internazionali, anche per potersi offrire da mediatrice, va benissimo, ma che essa si vincoli formalmente a non implicarsi praticamente mai, nemmeno nei casi di flagranza di colpa, nelle questioni geopolitiche internazionali non è sensato, perché significa estraniarsi dalla propria qualità di membro della comunità degli Stati, posizione che oltretutto questa comunità potrebbe anche non accettare senza conseguenze.

Una norma costituzionale rigida e direttamente vincolante, che riduce di molto il margine di manovra del Governo e del Parlamento, non è saggezza, ma solo una fuga di comodo. L’opinione pubblica deve poter pretendere dalle sue autorità sia l’equidistanza, probabilmente nella gran parte dei casi, ma anche decisioni chiare su sanzioni economiche, embarghi commerciali, congelamento di beni, restrizioni finanziarie, divieti di esportazione ecc. in altri, per esempio, per restare alle vicende più recenti, contro le violazioni manifeste del diritto internazionale perpetrate da Israele verso i palestinesi di Gaza, o contro l’invasione russa dell’Ucraina. Lasciare a Parlamento e Consiglio federale la possibilità di scappare dalle loro responsabilità di prendere posizione significa rinunciare ad essere appieno uno dei 195 soggetti riconosciuti internazionalmente, riducendosi a arbitro, peraltro autoproclamato e non per forza riconosciuto, a notaio o a vigile urbano della comunità degli Stati.

Decidere di chiamarsi fuori significa anche delegare ad altri l’esercizio della nostra sovranità, perché le due eccezioni al divieto di sanzioni previste dall’iniziativa (possibilità di adottare sanzioni se decise dal Consiglio di sicurezza dell’ONU e se necessario ad evitare l’aggiramento di sanzioni estere) producono questo effetto paradossale. Molto spesso i pronunciamenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU sulle sanzioni sono decisioni di un solo Paese, uno dei cinque membri permanenti, per cui se uno di questi, per interessi propri, decide di bloccare tutto al Palazzo di vetro di New York, automaticamente questa decisione unilaterale farebbe scattare l’obbligo di guardare dall’altra parte della Svizzera. Ma vogliamo davvero lasciare a uno tra Trump, Xi, Putin, Macron o Burnham decidere al nostro posto? Lo stesso vale per l’eccezione che l’iniziativa prevede contro l’elusione di sanzioni estere, perché se ad esempio l’Unione europea decidesse di adottare sanzioni significative in un caso di conflitto internazionale, la posizione della Svizzera non sarebbe quella di un Paese sovrano che decide di condividere o avversare questa decisione, ma quella della nazione ancella che adotta delle misure solo per far sì che le decisioni di altri non vengano aggirate.

L’iniziativa è una scappatoia per non assumersi la propria responsabilità di Stato sovrano e una soluzione di comodo che finisce per delegare ad altri le decisioni che ci competono. Già solo per dignità dovremmo essere capaci di dire NO grazie, decidiamo caso per caso che posizione avere sui conflitti, privilegiando se possibile equidistanza e mediazione, ma senza inutili rigide regole controproducenti.

Nell’immagine: illustrazione della redazione


Io l’acqua la pago!

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«L’acqua la pago e quindi ne faccio quello che voglio.» La discussione riguardava il giardino e l’invito, in tempi di siccità, a non esagerare con l’irrigazione. Il ragionamento non fa una piega: l’acqua passa dal contatore, arriva la fattura, la fattura viene pagata. Salvo un piccolo particolare: il contatore misura l’acqua che consumiamo, non quella che rimane.

Un’altra persona mi ha spiegato che il caldo, a lei, piace. Quindi l’aumento delle temperature non la preoccupa più di tanto. E se il problema non mi disturba, perché dovrei cambiare le mie abitudini — per esempio rinunciare a qualcuno dei voli che prendo ogni anno per andare in vacanza? E poi c’è l’obiezione che prima o poi arriva sempre: con tutte le guerre, le industrie e le centrali a carbone, cosa vuoi che cambi il mio volo? Poco, naturalmente. Lo stesso vale per la Svizzera: siamo pochi, abbiamo già fatto parecchio. Perché dovremmo rinunciare a qualcosa quando altrove fanno molto peggio?

Presi uno per uno, sono ragionamenti che hanno una loro logica. E non sono necessariamente argomenti di chi nega il cambiamento climatico. Uno studio pubblicato nel 2024 su Global Environmental Change li chiama «discorsi dell’inazione»: possiamo riconoscere il problema, persino desiderare un futuro a basse emissioni, e contemporaneamente trovare ottime ragioni per non cambiare. Il mio gesto non conta. Gli altri fanno peggio. Abbiamo già fatto abbastanza. Ho lavorato per permettermi questa vita e dunque ho diritto a godermela.

Lo studio si basa su discussioni avvenute nel Regno Unito nel 2020-2021. Sono passati alcuni anni e il cambiamento climatico è diventato parecchio meno teorico. Diremmo ancora le stesse cose? A giudicare da certe conversazioni, almeno qualcuna sì.

Il punto è che la crisi climatica – come tutte le crisi –  richiede risposte collettive proprio mentre sembriamo molto bravi a trovare ragioni individuali per non cambiare. Non occorre nemmeno scomodare la solidarietà. Basterebbe l’interesse personale: se l’acqua scarseggia, io e il vicino con cui non parlo da quindici anni dipendiamo dalla stessa acqua.

Confondiamo ciò che possiamo comprare con ciò di cui possiamo disporre senza limiti. Il prato è mio, il biglietto aereo l’ho pagato, la casa è mia. Ma l’acqua non nasce nel contatore e l’atmosfera non appartiene alla compagnia aerea. Posso possedere il terreno, ma non la pioggia che dovrebbe bagnarlo.

E intanto l’acqua scarseggia davvero. A Breggia (nel Mendrisiotto) è bastato chiedere alla popolazione di limitare gli usi non indispensabili per ridurre i consumi del 25%. Quindi, sorpresa: qualche volta il vicino collabora. Non perché sia diventato un fervente ambientalista, ma perché capisce che, se l’acqua manca, manca anche a lui. Questa si chiama comunità di interessi.

Il termometro, poi, è democratico; i suoi effetti molto meno. Trentacinque gradi sono trentacinque gradi per tutti, ma non sono gli stessi trentacinque gradi: reddito, condizioni abitative, professione, età e genere contribuiscono a determinare chi ne sopporta maggiormente le conseguenze.

E la disuguaglianza funziona anche al contrario. Non soltanto subiamo diversamente il cambiamento climatico: contribuiamo diversamente a produrlo. Il 10% più ricco della popolazione mondiale – ossia anche una parte consistente della popolazione svizzera – è responsabile di quasi metà delle emissioni globali. E non soltanto perché vola di più, abita case più grandi o guida automobili più potenti. Conta anche ciò che possiede: per i patrimoni più elevati una parte importante dell’impronta climatica passa dagli investimenti e dalla proprietà di attività economiche che producono emissioni. Per il top 1%, uno studio ha trovato che le emissioni legate agli investimenti superano quelle legate ai consumi.

Siamo dunque sicuri di avere individuato bene ciò che minaccia il nostro benessere? Mentre una parte crescente del dibattito pubblico si concentra sulle «invasioni» e sulla presunta «sostituzione» della popolazione, parliamo molto meno di un’altra frattura: tra chi contribuisce maggiormente alla crisi climatica, chi ne subisce gli effetti e chi ha i mezzi almeno in parte per sottrarsi alle conseguenze.  Perché chi possiede di più tende ad avere un impatto maggiore sul clima, ma dispone anche di maggiori possibilità di scelta: può rinfrescare una casa, ristrutturarla, scegliere dove vivere, spostarsi. E, se possiede qualcosa a cui tiene davvero molto, può persino metterlo sotto una montagna.

Nel massiccio del Brünig, nella Svizzera centrale, si sta sviluppando Mega Safe: un gigantesco forziere scavato nella roccia, con spazi sotterranei ad altissima sicurezza destinati a opere d’arte, gioielli, automobili da collezione e altri beni di grande valore. Non è stato progettato per sfuggire al cambiamento climatico. È l’immagine che colpisce: sopra la montagna cominciamo a fare i conti con acqua e caldo, sotto scaviamo per mettere al sicuro ciò che appartiene a chi può permetterselo.

È la stessa logica da cui siamo partiti: è mio, posso pagare, dunque posso proteggermi. E per un po’ funziona. Ma per quanto? Possiamo mettere un quadro al sicuro sotto una montagna. È molto più difficile fare lo stesso con la nostra vita. L’acqua, l’aria, il clima e il territorio continuano ostinatamente a tenerci in relazione con gli altri. Gli ecosistemi ignorano accuratamente i confini catastali e a un certo punto ignoreranno anche quelli di classe.

Forse è questo che perdiamo assieme ai ghiacciai: non il senso della bontà o della solidarietà, ma qualcosa di molto più pragmatico: il senso di avere interessi in comune. Una comunità non serve a essere tutti d’accordo e nemmeno a volerci tutti bene. Serve a gestire insieme ciò che nessuno può davvero possedere da solo.

«L’acqua la pago.» Certo. Il problema comincia quando scopriamo che l’acqua è di tutti. E che forse, alla fine, il forziere sarebbe stato meglio usarlo per ripararci dal caldo.

Nell’immagine: ville con piscina a Ronco sopra Ascona


Ceuta, la seconda ondata non c’è: sos sanitario, la città è al collasso

L'annuncio della Consigliera nazionale dei Verdi accresce le novità in vista delle prossime elezioni cantonali. Un quadro politico movimentato al termine di una legislatura debole e con le incertezze del confronto interno 

Di Benedetta Perilli, La Repubblica

Passata la paura della nuova ondata, la Spagna si è svegliata con una sensazione amara: la militarizzazione marocchina davanti al 15-A, l’assalto convocato sui social che il 15 agosto avrebbe dovuto riportare a Ceuta migliaia di migranti, sarebbe stato l’ennesimo messaggio di Rabat lanciato a Madrid e Bruxelles. «Quando vuole, chiude il passaggio», ha spiegato un alto dirigente della polizia spagnola al Paìs, che ieri titolava “Il Marocco esibisce la sua forza come guardiano della frontiera”. «Quando vuole, apre», dice José, ristoratore del centro di Ceuta.

Una teoria diffusa tra chi vive da queste parti. A differenza del 30 luglio, quando ad arrivare furono almeno 80mila, stavolta l’imponente dispositivo di sicurezza marocchino ha bloccato il presunto tentativo di ingresso di massa, finendo per isolare nei pressi di Fnideq circa 300 migranti, prevalentemente subsahariani, che dalle alture provavano a raggiungere il valico del Tarajal. Ci sono stati momenti di tensione, gli agenti hanno utilizzato gas lacrimogeni, poi sono riusciti a fermarli e li hanno caricati su diversi autobus per trasferirli verso un imprecisato sud del Paese.

Non un sospiro di sollievo però, la minaccia di nuovi ingressi di massa nell’exclave non scompare mai. Anzi, in questi giorni è ancora più drammatica. La città sta vivendo una crisi mai sperimentata: circa 5mila, secondo Madrid, 8-12mila, secondo la Città autonoma, sono i migranti entrati il 30 luglio e rimasti a Ceuta. Di questi, meno di un migliaio sarebbero nell’unico centro di accoglienza; 1800 minori non accompagnati sarebbero accolti in strutture. Gli altri sono senza dimora.

Come Jamila, che si è svegliata con i suoi due figli nel campo di vicinato Sidi Embarek, nel quartiere musulmano Los Rosales. Sono accolti in questo centro sportivo all’aperto allestito da alcuni residenti, tra teloni di plastica che coprono poco dal sole e tappeti tirati via da una moschea. Dormono per terra, come le altre 400 tra donne e minori ospitate qui, molte vittime di abusi domestici, sette incinte. Quando ha saputo che la frontiera era aperta si è incamminata verso Fnideq e poi ha iniziato a nuotare fino al Tarajal: il più piccolo in un canotto, la figlia adolescente a nuoto come lei. Lo ha fatto perché il suo bambino è malato e in Marocco le cure troppo costose, non può permettersele. Ora sogna di andare in Spagna per riuscire a farlo guarire.

Dalla periferia al centro il salto è impressionante. Lasciati i materassi gettati tra gli sterpi, il tanfo di strade diventate bagni pubblici, le file di ragazzi che a testa china si incamminano verso la casa di Sabah — la ceutina musulmana che distribuisce dalla sua abitazione acqua e pasti caldi ai migranti — il cuore di Ceuta è tutto fiori, ristoranti, pulizie straordinarie. L’amministrazione si è impegnata a lucidare il salotto della città e i migranti che bivaccano sulle panchine sono sempre meno, spinti fuori anche dalla pressione della polizia. Isabel guarda il mare della centralissima spiaggia della Ribera dalle grate che sigillano il Club Natación Caballa. All’interno accedono solo i soci. «Di solito mi sarei fatta il bagno in mare ma oggi ho paura di prendermi qualche malattia, questi migranti fanno tutto in acqua. E poi non c’è nessuno in spiaggia oggi, un anno fa non ci sarebbe stato un centimetro libero. Abbiamo tutti troppa paura che ci derubino», spiega rammaricata questa signora della borghesia di Ceuta. E di furti, aggressioni, risse tra migranti, schiamazzi nella notte, la polizia ne conta a decine. Ci sono state anche almeno sei denunce di violenze sessuali su minorenni migranti. Qui le sirene non smettono mai di suonare, e non solo quelle delle volanti. Ci sono anche le ambulanze. La città sta sperimentando una emergenza sanitaria su due fronti: da un lato la saturazione dell’unico ospedale, dall’altro il rischio di diffusione di malattie trasmissibili legato alle scarse condizioni di igiene nelle quali sono costretti a vivere i migranti. Ci sono stati già un focolaio di gastroenterite, due casi di tubercolosi e uno di scabbia. La ministra della Salute, Mónica García, ieri in visita nell’exclave, ha negato una crisi sanitaria ma ha ammesso delle criticità.

Da dovunque la si veda, Ceuta è al collasso: decine di migranti marocchini ieri si sono seduti sotto il sole nella spiaggia del Trampolín — quella diventata una tendopoli dove alcuni giovani subsahariani hanno iniziato ad ammazzare il tempo sfidandosi in gare di lotta libera — e hanno inscenato una protesta pacifica al grido di “Libertà” e “W Pedro Sánchez”, per chiedere il diritto di asilo. Nei giorni scorsi il presidente conservatore Juan Jesús Vivas ha proposto al governo di Madrid di non considerare le richieste di asilo, facendo diffondere tra i migranti il timore di espulsioni immediate. «Non vogliamo essere più discriminati, anche noi abbiamo diritto all’asilo come chi viene dagli altri Paesi dell’Africa. Anche noi abbiamo una guerra, una guerra fredda mossa dalla corruzione della nostra classe politica che non ci permette di sopravvivere», spiega Mourad, 36 anni, arrivato da Rabat.