50 anni fa l’arresto del “traditore del secolo”, il brigadiere Jeanmaire

Il 9 agosto 1976 venne arrestato il brigadiere in pensione Jean-Louis Jeanmaire. Accusato di aver trasmesso informazioni riservate ai servizi segreti sovietici, passò alla storia come il "traditore del secolo" in uno dei più controversi casi giudiziari svizzeri 

Da tvsvizzera.it

Dieci mesi dopo l’arresto – avvenuto cinquant’anni fa a Losanna – il 17 giugno 1977 il Tribunale militare lo condannò per alto tradimento a 18 anni di reclusione, alla degradazione e all’espulsione dall’esercito. Una pena decisamente più severa dei 12 anni chiesti dall’accusa. Sua moglie, accusata di complicità morale, venne prosciolta.

Già durante il procedimento, l’allora consigliere federale Kurt Furgler (PPD/SG) – a capo del Dipartimento di giustizia e polizia – lo accusò di aver passato ai sovietici documenti top secret e informazioni classificate sull’esercito svizzero, così che la stampa non esitò a etichettarlo come “traditore del secolo”.

Una storia nata in Ticino

La vicenda ebbe origine nel 1959 durante un’esercitazione in Ticino, dove Jeanmaire, allora colonnello e capo di Stato maggiore, conobbe l’addetto militare dell’URSS a Berna Vassili Denissenko, generale decorato nella battaglia di Stalingrado nonché rappresentante ufficiale del servizio segreto sovietico GRU.

Tra i due si instaurò un rapporto di amicizia destinato a consolidarsi negli anni successivi. A partire dal 1962 – mentre ricopriva il ruolo di caposezione all’Ufficio federale del servizio territoriale e delle truppe di protezione aerea – Jeanmaire trasmise a Denissenko e ai suoi successori informazioni riservate.

A segnalare il caso e a mettere in allerta le autorità elvetiche furono, nell’autunno del 1974, i servizi segreti statunitensi. Dopo mesi di stretta sorveglianza, il 9 agosto 1976 scattò infine l’arresto dell’ormai promosso a brigadiere Jeanmaire.

L’alto ufficiale sostenne sempre di aver consegnato soltanto documenti destinati all’uso interno e accessibili a numerosi militari, quindi non strettamente segreti. Il Tribunale militare giudicò invece il suo comportamento motivato da vanità, desiderio di prestigio e debolezza di carattere. Anche dal carcere, Jeanmaire non cessò mai di proclamarsi innocente, pur riconoscendo di aver agito ingenuamente.

Un caso tuttora controverso

Già poco dopo la condanna emersero dubbi sulla proporzionalità della pena. Diversi critici sostennero che il clima della Guerra fredda avesse influenzato il procedimento giudiziario e la successiva sentenza. Secondo alcuni osservatori, inoltre, anche il timore che gli Stati Uniti limitassero le esportazioni di tecnologia verso la Svizzera avrebbe influito sul verdetto. Lo storico Urs Rauber arrivò addirittura a definire le accuse una “bagattella”.

La lotta per la riabilitazione di Jeanmaire, molto mediatizzata, fu sostenuta anche da un comitato formato da ex membri dell’Assemblea federale appartenenti a vari partiti che nel 1990 depositarono in Parlamento una petizione con la richiesta di riesaminare il caso.

Successivamente, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul Dipartimento militare federale (CPI-DMF) concluse che Jeanmaire non aveva trasmesso informazioni strettamente segrete, pur non riscontrando irregolarità nelle indagini né scorrettezze da parte del Ministero pubblico della Confederazione (MPC). Considerate le funzioni ricoperte, l’ex brigadiere non avrebbe comunque potuto fornire informazioni “sensibili”.

La pubblicazione dell’atto d’accusa e della sentenza, decisa dal Consiglio federale il 5 marzo 1991 su richiesta della Commissione, ridimensionò le colpe di Jeanmaire.

Scontati 12 dei 18 anni

Per l’avvocato ginevrino Jacques Barillon il procedimento rappresentò invece un vero e proprio errore giudiziario, favorito dall’isteria dell’epoca e da un processo troppo sommario. Jeanmaire trascorse 12 anni nel penitenziario di Bellechasse (FR), scontando due terzi della pena prima di essere scarcerato anticipatamente nel 1988. Inoltrò ricorso nel 1977 e in seguito chiese invano, nel 1984 e nel 1986, la revisione del processo.

L’ex alto ufficiale superiore non ottenne mai una riabilitazione ufficiale e morì a Berna quattro anni dopo il suo rilascio, il 29 gennaio 1992, all’età di 81 anni. Le sue ceneri, insieme a quelle della moglie, furono sparse con un elicottero sopra il massiccio del Sempione.

Negli ultimi anni della sua vita, tuttavia, l’immagine pubblica dell’ex brigadiere cambiò sensibilmente: da simbolo del tradimento divenne per molti un patriota severo ma popolare, protagonista anche di numerose apparizioni mediatiche. Il 1° agosto 1990, in occasione della Festa nazionale, tenne anche un discorso pubblico sul passo della Vue des Alpes, nel canton Neuchâtel, senza però fare riferimento alla sua vicenda personale.

Il caso fu inoltre soggetto di una pièce teatrale dello scrittore basilese Urs Widmer (Jeanmaire. Ein Stück Schweiz, 1992) e di un breve saggio del noto autore britannico John Le Carré (La pace insopportabile, italiano 1993, inglese 1991).

Gli atti completi conservati dall’Archivio federale resteranno coperti dal segreto almeno fino al 2028.

Nell’immagine: Jean-Louis Jeanmaire (a destra) a colloquio con l’ex addetto militare dell’URSS a Berna Vassili Denissenko nel 1991 (da un servizio della RTS)


Un’alleanza che non durerà in eterno

Il 9 agosto 1976 venne arrestato il brigadiere in pensione Jean-Louis Jeanmaire. Accusato di aver trasmesso informazioni riservate ai servizi segreti sovietici, passò alla storia come il "traditore del secolo" in uno dei più controversi casi giudiziari svizzeri 

Di Gad Lerner, il manifesto

Non è una turbolenza passeggera quella che contrappone due egocentrici, bellicosi presidenti-tiranni quali sono Trump e Netanyahu. La divaricazione d’interessi strategici che va manifestandosi fra gli Stati uniti e Israele è una tendenza storica inesorabile, che sovrasta la postura dei leader e delle loro classi dirigenti, accomunate peraltro dalla medesima retriva ideologia suprematista.

Nei due paesi si voterà a pochi giorni di distanza, fra il 27 ottobre e il 3 novembre prossimi. Guerra e campagna elettorale acuiscono nelle rispettive opinioni pubbliche un clima di sospetto, la fine di ogni certezza.

Conosciamo tutti le ragioni strutturali, gli intrecci finanziari, tecnologici e militari, le affinità culturali per cui l’alleanza fra la superpotenza americana e lo Stato ebraico sembrerebbe destinata a durare in eterno. Ma così non è perché il mondo sta andando in tutt’altra direzione e gli Accordi di Abramo tramite cui, sei anni or sono, ci si era illusi di avviare una pacificazione definitiva fra i regimi dell’islam sunnita e Israele – tanto a chi sarebbe importata la malasorte di qualche milione di palestinesi? – si sono rivelati un fallimento.

L’indole razzista di Trump, aver creduto che la questione palestinese fosse un dettaglio trascurabile visto che i paesi arabi se ne disinteressavano, e dunque il via libera concesso alla colonizzazione ebraica in Cisgiordania e alla distruzione di Gaza, lo hanno trascinato fin nella trappola di Hormuz. Nel rapporto con Netanyahu pensava di essere lui il padrone ma Bibi gli ha più volte morsicato la mano. Infranti di continuo i cessate il fuoco da lui stipulati, aperti nuovi fronti di guerra là dove lui tentava di circoscriverli – in Libano, Siria, Yemen – fino all’umiliante presa di distanze di domenica scorsa da quell’«accordo storico per il disarmo di Hamas e il ritiro delle forze israeliane da Gaza» che Trump aveva definito «un passo monumentale» neanche due settimane prima.

A seguire è giunto l’ultimo colpo demolitore degli Accordi di Abramo: il Mecca joint agreement sottoscritto fra Turchia, Arabia saudita e Pakistan, patto militare che sarebbe un’ingenuità ridurre a monito sunnita contro l’Iran sciita; poiché al tempo stessa vuol essere una sfida a Israele e una diffida agli Usa.

Negli Stati uniti diviene sempre più trasversale la presa di distanze da Israele, vissuto come un intralcio a relazioni tranquille con il mondo islamico, fattore di ricatto piuttosto che avamposto della civiltà occidentale. L’ammirazione delle destre nazionaliste per la brutalità di Israele va usurandosi. Non sarà certo per solidarietà umana nei confronti dei palestinesi ma semmai per tutelare i propri interessi energetici e finanziari che i nazionalisti ripudieranno, all’occorrenza, il proprio «sionismo cristiano».

Quanto a Israele, la pulsione impersonata da Netanyahu col suo tagliare tutti i ponti alle spalle, proclamando che finché lui resterà al governo i palestinesi mai avranno uno Stato, si fonda tuttora sulla convinzione che gli Usa, seppur recalcitranti, non possano fare altro che sostenere sempre le sue guerre. E a rimorchio che neanche Regno unito, Germania e Francia abbiano altra scelta.

Al di là di ogni considerazione morale, quanto è verosimile questo calcolo? La maggioranza degli otto milioni di ebrei israeliani, purtroppo, sospinti dalla convinzione che la propria sopravvivenza non consenta pietà per i loro vicini di casa arabi palestinesi, oggi sembra propensa al «soli contro tutti». Ma gli equilibri internazionali scricchiolano.

Quand’anche l’indignazione dell’opinione pubblica mondiale possa venir repressa ancora a lungo, i gruppi di pressione globali danneggiati dalla prepotenza israeliana hanno sempre più voce in capitolo. Del tutto obsoleto è lo schema propagandistico basato sulla contrapposizione fra un «mondo libero» e le «potenze del male». Dietro alla crisi diplomatica senza precedenti apertasi con la Casa bianca, comincia a delinearsi possibile un rovesciamento del sistema di alleanze.

Ottant’anni fa, nel 1947, prima il decadente impero britannico in India con la disastrosa grande Partizione, e poi le Nazioni unite con la spartizione in due della Palestina, alimentarono conflitti che ancora si protraggono. La storia non torna indietro. Immaginare al giorno d’oggi nuove partizioni su base etnica o di appartenenza religiosa vorrebbe dire solo precipitare in una catena di guerre civili. I due amici-nemici Trump e Netanyahu ne sono la riprova.


Usa, allarme degli ex 007: “C’è una deriva autoritaria, Trump ha troppo potere”

Il 9 agosto 1976 venne arrestato il brigadiere in pensione Jean-Louis Jeanmaire. Accusato di aver trasmesso informazioni riservate ai servizi segreti sovietici, passò alla storia come il "traditore del secolo" in uno dei più controversi casi giudiziari svizzeri 

Di Massimo Basile, La Repubblica

La deriva autoritaria non arriva con il rumore dei carri armati. Spesso arriva con la normalità. Un presidente revoca cinquanta nulla osta di sicurezza. Uno 007 viene allontanato senza che gli venga spiegato il perché. Chi dovrebbe opporsi, sceglie di non farlo, o impara presto a tacere. Intanto il presidente parla al Paese, promette di «difendere gli americani dai nemici interni» e mette in dubbio l’integrità del sistema elettorale.

L’allarme viene da oltre 400 ex funzionari dell’intelligence americana, che sulla piattaforma online Substack hanno denunciato il piano di Donald Trump: l’uomo d’affari che aveva promesso di andare a Washington per scoperchiare il “deep state”, lo stato sotterraneo, sta creando una macchina per accentrare il proprio potere come mai prima nella storia americana. Il tycoon – dicono – starebbe seguendo, nel suo secondo mandato, il manuale di istruzioni di ogni autocrate: indebolisce i contrappesi al suo potere e rende il Paese meno sicuro.

«Gli autocrati hanno modalità relativamente comuni di conquistare ed esercitare il potere», spiega Paul Kolbe, ex dirigente della Cia, che ha lavorato in aree dell’ex Urss e nei Balcani. «Tutte queste cose, per me, fanno rima con ciò che stiamo vedendo accadere negli Stati Uniti», aggiunge. Mark Zaid, avvocato specializzato in sicurezza nazionale al quale Trump ha revocato il nulla osta di sicurezza, è convinto che il presidente non si fermerà: «Sono state tolte tutte le barriere di sicurezza – dice -. E credo che il peggio debba ancora arrivare».

Kolbe è tra gli oltre 400 ex funzionari statunitensi dell’intelligence che fanno parte di The Steady State, organizzazione nata nel 2016 in risposta alla crescente deriva autoritaria negli Stati Uniti. Il gruppo ritiene che l’erosione del potere di controllo delle istituzioni, a cominciare dal Congresso ora guidato dai repubblicani, stia mettendo a rischio l’essenza stessa della democrazia americana. La rete ha accusato Trump di «mettere sé stesso al primo posto, e l’America all’ultimo». Intanto, il «culto della personalità» appare inarrestabile. «Trump vuole la sua faccia sui nostri passaporti. Vuole la sua faccia sui nostri soldi. Neanche Mao era arrivato a tanto», spiega Gail Helt, ex analista dell’intelligence, riferendosi all’ex presidente comunista cinese.

Secondo un altro gruppo formato da veterani dell’intelligence, l’Institute for the Study of States of Exception, funzionari dell’amministrazione potrebbero utilizzare i poteri d’emergenza per interferire con le elezioni di novembre, quando verrà eletto il nuovo Congresso. Le preoccupazioni si sono moltiplicate a luglio, quando in un messaggio alla nazione Trump ha accusato la Cina di aver interferito nelle elezioni del 2020, nonostante un rapporto del National Intelligence Council l’avesse escluso. Il richiamo costante all’“invasione comunista”, come negli anni del maccartismo, non sembra casuale. E neanche la Cia riesce a fare da contrappeso: tutti quelli che avevano sostenuto l’ipotesi di un coinvolgimento russo a favore di Trump sono stati privati dell’accesso a documenti sensibili.

Nonostante il quadro cupo, gli ex 007 vedono uno spiraglio: «Gli americani hanno alle spalle una lunga storia di democrazia e libertà. Le istituzioni resisteranno», dicono. Ma il pericolo vero, secondo alcuni di loro, non è solo cosa Trump possa fare, ma quanto l’America possa finire per abituarsi a manovre che un tempo sarebbero apparse intollerabili.


Fine della vacanza

Il 9 agosto 1976 venne arrestato il brigadiere in pensione Jean-Louis Jeanmaire. Accusato di aver trasmesso informazioni riservate ai servizi segreti sovietici, passò alla storia come il "traditore del secolo" in uno dei più controversi casi giudiziari svizzeri 


Un “Polifemo” alla Casa Bianca

Il 9 agosto 1976 venne arrestato il brigadiere in pensione Jean-Louis Jeanmaire. Accusato di aver trasmesso informazioni riservate ai servizi segreti sovietici, passò alla storia come il "traditore del secolo" in uno dei più controversi casi giudiziari svizzeri 

A corto, secondo la stampa americana, di missili, ma soprattutto di una coerente strategia e di  buonsenso, Donald Trump risfodera la sua preferita arma di distrazione di massa: la scimitarra dei dazi, riallinea la cavalleria doganale contro “orologi e merci” dalla Svizzera, nazione che dovrebbe la sua ricchezza al favorevole deficit commerciale con gli USA, e basterebbe annullarlo per garantire alle casse statali americane circa quaranta miliardi di dollari. Vedremo dunque se un’altra missione di imprenditori elvetici chiederà di nuovo udienza nell’ufficio ovale della Casa Bianca, con tanto di preziosi regali, e inverosimili promesse, per acquietare il “Polifemo” statunitense, gigante semicieco. Il quale, fattosi trascinare nella trappola iraniana dal socio israeliano Netanyahu, si agita in un Medio Oriente sempre più  massacrato, il cui futuro potrebbe rivelarsi peggiore di un presente stravolto da vittime e macerie, i confini da risistemare con l’arbitrio, e altre crisi regionali in agguato.

Esaminata oggi, l’eredità che lascerebbe l’accoppiata israelo-statunitense ha poco di tranquillizzante. Dopo aver invocato una liberatoria rivolta al popolo persiano, col suo attacco al di fuori di qualsiasi regola internazionale ha in realtà consolidato e incattivito l’orrenda teocrazia degli ayatollah, ammantatasi anche del richiamo nazional-imperiale dell’antica Persia per resistere a una seconda massiccia offensiva militare portata da due potenze anti-islamiste: dunque scarsamente popolare anche nelle nazioni arabo-sunnite, che infatti non si sono certo mobilitate per rispondere agli attacchi collaterali del regime sciita contro le monarchie petrolifere. Più a sud, gli accordi per il cessate il fuoco e la pace nel martoriato Libano vengono quotidianamente violati, soprattutto dai massicci bombardamenti israeliani, contro i quartieri meridionali della capitale Beirut, ‘regno’ civile degli Hezbollah, e contro il Meridione, ben oltre il fiume Litani, dove oltretutto la solidarietà della popolazione cristiana con gli sciiti in fuga è il peggiore degli scenari non previsti dai servizi israeliani. Nemmeno la Siria è stabilizzata dopo il collasso del terrificante regime degli Assad e l’insediamento di un governo presieduto dall’ex jihaddista Ahmad el Sharaa, ora leader accolto alla Casa Bianca e riconosciuto dall’ONU, con Israele che nel Golan ha occupato altra terra drusa fin quasi alle porte di Damasco: nazione, quella siriana,  che rischia tuttavia di cadere in un’altra feroce guerra civile, se le diverse e armate minoranze del paese (al potere fino al dicembre 2024) non si vedranno garantite: mosaico in bilico, pronto a scomporsi, con le confinanti potenze regionali (Turchia in primis) alla regia del nuovo sconvolgimento.

Infine la questione palestinese. Che i vincitori di oggi hanno reciso in due. L’enclave di Gaza, dove gli attacchi israeliani sono continui (oltre mille morti dall’inizio della “tregua”, compresi altri 200 bambini), il trumpiano Board of Peace con la sua vergognosa inoperosità, e oltre due milioni di profughi palestinesi ammassati in poco più di un terzo della minuscola Striscia. E la Cisgiordania, lasciata alla intangibile volontà israeliana, con gli impuniti coloni, nuova arma dell’occupante, il cui obiettivo è la cancellazione dell’identità palestinese.

Tutto ignorato dal “Polifemo” della Casa Bianca. Che torna a prendersela con gli orologi svizzeri.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: illustrazione da una copertina dell’Economist del marzo scorso


Ulisse va di moda

Il 9 agosto 1976 venne arrestato il brigadiere in pensione Jean-Louis Jeanmaire. Accusato di aver trasmesso informazioni riservate ai servizi segreti sovietici, passò alla storia come il "traditore del secolo" in uno dei più controversi casi giudiziari svizzeri 


Caro Francesco, quelle volte in Ticino tra sorbetti e discussioni

Il 9 agosto 1976 venne arrestato il brigadiere in pensione Jean-Louis Jeanmaire. Accusato di aver trasmesso informazioni riservate ai servizi segreti sovietici, passò alla storia come il "traditore del secolo" in uno dei più controversi casi giudiziari svizzeri 

Cosa posso ancora dire dopo il molto che si è già scritto, si è già detto e si è già visto di Francesco Guccini, scomparso nei giorni scorsi a 86 anni? Una grande icona della musica contemporanea, il paradigma stesso dell’essere cantautori, «il più colto dei cantautori in circolazione» (come lo definì Umberto Eco)? Forse che la sua poesia prende il volo con la spinta siderale della musica (per prendere in prestito le parole del giallista, e compagnon de plume, Loriano Macchiavelli)? O che la vena di malinconia, che spesso accompagna i suoi versi, ha il sapore del vino in cui li bagna (come faceva mio padre con il pane raffermo) perché abbiano la consistenza delle cose più autentiche? Oppure, ancora, che la forza poetica che esprime ha le radici affondate nella sua Pàvana, da dove getta uno sguardo critico e innamorato al tempo stesso su Bologna, città prototipo della varia umanità del mondo, che egli da sempre ha celebrato e fustigato? 

Noi conosciamo bene il Guccini cantautore: bastano i titoli delle sue più celebri canzoni per evocare tutto un universo di poesia straordinariamente fascinoso, ma anche ben radicato nel presente, nella vita reale, nella storia: Auschwitz, Dio è morto, La locomotiva, Cirano, Il vecchio e il bambino …. Ma Francesco Guccini è anche uno scrittore: dal 1989, anno delle Cròniche epafàniche, ha pubblicato libri che hanno commosso, che hanno descritto – con soluzioni linguistico-stilistiche molto originali – un mondo e un tempo perduti, usando le corde della malinconia e della passione, della amarezza e del dolore, restituendoci  profumi perduti.

Ho usato il tempo verbale del presente perché chi ha scritto con parole e musica la colonna sonora della nostra angoscia, della nostra preoccupazione, della nostra debolezza di uomini e donne di questo mondo, non muore mai; è e sarà sempre presente nella vita nostra, quella di tutti i giorni, con le sue canzoni (lui che amava dire «conosco la musica un tanto al braccio, conosco le note grosse»), con i suoi libri (lui che amava molto «un libro inquietante e misterioso e bellissimo come Pinocchio») e con le sue sapienti interviste  («Più che chieder cosa manca alla politica, io mi chiederei: cosa manca alla gente? Perché certe forze politiche basano le loro azioni su ciò che pensa la gente: se da un’analisi demoscopica emerge che la gente la pensa in un certo modo, loro agiscono di conseguenza, ma questa non è politica, è populismo. La gente a volte si professa anche fortemente cattolica, ma poi quando si parla di migranti mostra di avere dei dubbi, e soprattutto non legge quasi più e non approfondisce, consentendo a certa politica di fare leva su questa ignoranza. E questo è l’aspetto più grave. Alla politica, ma soprattutto alla gente, oggi manca la cultura»).

È stato un onore averti invitato e conosciuto, anche qui, in Ticino: oh, quanto amasti il sorbetto all’uva americana, preparato dall’ Antonio del “Grotto dell’Ortiga”, e la caccia in Via Nassa ai sigari di Brissago (citando i versi di Montale «nel volubile fumo dei miei sigari / di Brissago») e le discussioni all’imbrunire sul terrazzino di casa dei cari amici gemelli Luca e Massimo Danzi (il quale ci ha lasciati poco prima di te). 

Le tue canzoni hanno accompagnato la mia crescita, la mia formazione. Mi hai regalato emozioni, passioni, pensieri e tanta civiltà. Le tue note e le tue parole fortunatamente rimarranno con me, con noi. Fosti allievo di Ezio Raimondi e amasti Gadda e le osterie. Nelle tue poesie/canzoni c’erano (e ancora ci sono) i motivi dell’incertezza della condizione umana, del trascorrere del tempo da te indagati con forza o accarezzati con nostalgia. «L’eterno gocciolare del tempo», come amavi ripetere.

Ineluttabilmente diventiamo sempre più vecchi («la vecchiaia è già una malattia», mi dicesti), ma anche e, purtroppo, sempre più poveri e il nostro tempo sempre più rozzo. «La bussola va impazzita all’avventura e il calcolo dei dadi più non torna». E adesso che stai nell’aldilà la bussola non impazzisce più, ma l’avventura continua. 

Caro Francesco, mentre scrivo [la mattina del 9 agosto, ndr], nel cortile di casa tua, a Pàvana, tua moglie Raffaella, tua figlia Teresa e gli amici tuoi più cari, quelli di tutta una vita, ti stanno salutando. «Le domande non sono mai riuscita a fartele tutte. Il più grande regalo che mi hai fatto è sapere dove andare a cercare. Oppure non smettere mai di porsele, quelle domande, senza avere per forza una risposta. È questo che volevi insegnarmi?» si interroga Teresa nel congedarti da te, nel cortile di casa tua. «La casa come topos, luogo di memorie, centro di affetti, meta di un percorso interiore alla ricerca di un’identità. […], la casa dell’anima che per Guccini è sempre stato il mulino pavanese dei nonni paterni, da lui ampiamente e felicemente descritto, con la vivacità del suo plurilinguismo in prosa, in Cròniche epafàniche» (dal bellissimo libro Francesco Guccini, Canzoni, Introduzione e commento di Gabriella Fenocchio, p.34). 

Sì, Francesco, «certe volte sei in cielo come un aquilone al vento», ma stavolta non ricadrai a terra. E ciò «è difficile a spiegare, è difficile capire se non hai capito già…».

Buon viaggio, caro Francesco, magari su una locomotiva, fra la via Emilia e il West.

Nell’immagine: Guccini a Lugano nel 2017 con la moglie e l’autore dell’articolo


Sergio Rossi – Le spese militari e quelle sociali

Il 9 agosto 1976 venne arrestato il brigadiere in pensione Jean-Louis Jeanmaire. Accusato di aver trasmesso informazioni riservate ai servizi segreti sovietici, passò alla storia come il "traditore del secolo" in uno dei più controversi casi giudiziari svizzeri 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Netanyahu contro Trump sul nuovo piano per Gaza: “Israele non si ritira”

Il 9 agosto 1976 venne arrestato il brigadiere in pensione Jean-Louis Jeanmaire. Accusato di aver trasmesso informazioni riservate ai servizi segreti sovietici, passò alla storia come il "traditore del secolo" in uno dei più controversi casi giudiziari svizzeri 

Di Fabio Tonacci, la Repubblica

L’intesa per la fase due nella Striscia era stata annunciata dieci giorni fa dal presidente Usa come un passo storico. Il premier dello Stato ebraico: “Donald è un amico ma prima di richiamare l’Idf Hamas deve disarmare”. I miliziani rispondono: “Per noi i 15 punti restano validi”

Non aveva mai detto un no così netto all’amico Donald. Segno che per Netanyahu i sondaggi pre-elettorali sono preoccupanti. «Israele respinge il documento in 15 punti», scandisce il primo ministro durante l’ultima riunione di gabinetto, tenutasi ieri. Documento che, non più tardi di dieci giorni fa, il presidente americano aveva annunciato con clamore e definito «accordo storico per Gaza». Ma Netanyahu deve tenere a bada la destra radicale e messianica, i cui voti saranno indispensabili per tentare di non perdere le elezioni del 27 ottobre. Quindi, per rassicurarla, mette in chiaro che non ritirerà nessun soldato dalla Striscia «finché Hamas non sarà effettivamente disarmata».

È il nodo cruciale che mesi di interlocuzioni, durante la tregua fragile cominciata nell’ottobre 2025, non sono riusciti a sbrogliare. Chi disarma Hamas, quando, come. L’accordo in 15 punti sbandierato da Trump prevede che il gruppo islamista palestinese responsabile del massacro del 7 Ottobre consegni le armi, leggere e pesanti, a un’entità palestinese, e che le truppe di Israele si ritirino in modo progressivo dalla Striscia.

Spesso, però, nei negoziati in Medio Oriente chi fa la prima mossa perde, e infatti nessuna delle due parti intende farla: Hamas si è detta favorevole all’idea di smilitarizzare solo dopo che l’Idf se ne sarà andato (al momento controlla un’area superiore alla metà della Striscia), il governo dello Stato ebraico non vorrebbe scontentare l’alleato americano ma non può permettersi di lasciare le armi ai miliziani. A maggior ragione ora che il suo principale rivale nella corsa elettorale, Gadi Eisenkot, ha definito la fase due dell’accordo per Gaza «un fallimento» rispetto agli obiettivi prefissati all’inizio della guerra, che erano, disse Netanyahu, la «vittoria totale» e l’eliminazione di Hamas.

«Donald Trump è un grande nostro amico alla Casa Bianca», ribadisce Netanyahu, usando parole già dette e che, alla luce dei fatti, perdono di valore. «Hanno delle idee, alcune le condividiamo e altre no, sappiamo come far valere le nostre posizioni». Il premier israeliano aggiunge che, fino a quando sarà in carica lui, la prospettiva del riconoscimento dello Stato palestinese non avrà vita. «Non ci sarà un Fatahstan o un Hamastan, né a Gaza né in Cisgiordania».

Scontata la reazione di Hamas, che si vede servita su un piatto d’argento la possibilità di mostrarsi conciliante e ligia ai patti. «Noi rispettiamo la road map raggiunta con i mediatori e i rappresentanti del Board of Peace al Cairo dieci giorni fa», afferma Basem Naim, uno dei portavoce del gruppo islamista. «Ora ci aspettiamo che il garante americano e i mediatori facciano pressione su Netanyahu». Il quale, per ora, incassa solo il plauso del suo ministro estremista, Bezalel Smotrich. «Lo ringrazio per aver chiarito che non ci ritireremo di un millimetro dalla Striscia, né inizierà la ricostruzione prima del dissolvimento totale di Hamas». Anche se, dal campo, arrivano notizie in controtendenza a proposito del progetto, autorizzato due settimane, di una zona pilota a est di Rafah con alloggi da tirare su nel territorio controllato dall’Idf.

Trump non ha ancora commentato la presa di posizione di Netanyahu sul piano in 15 punti. In un’intervista con Axios, ha detto di stare mantenendo con l’Iran «un profilo basso, una sorta di trattativa parziale» e ha sottolineato le condizioni pessime, da un punto di vista economico, in cui versa Teheran. Secondo il Wall Street Journal, il tycoon era pronto a dichiarare missione compiuta non appena fosse riuscito a sbloccare lo Stretto di Hormuz, pur senza aver siglato alcuna intesa sul nucleare iraniano. Cosa che innervosisce non poco gli israeliani. Netanyahu insiste nel dire che con lui l’Iran non avrà mai la bomba atomica. Se l’amico Donald dovesse puntare al risultato minimo, non è escluso che Israele prosegua la campagna militare da solo.


Cornelius Koch, un cristiano sovversivo

Il 9 agosto 1976 venne arrestato il brigadiere in pensione Jean-Louis Jeanmaire. Accusato di aver trasmesso informazioni riservate ai servizi segreti sovietici, passò alla storia come il "traditore del secolo" in uno dei più controversi casi giudiziari svizzeri 

Anche quest’anno si tiene a Chiasso, proposto da Mendrisiotto regione aperta, il «Primo d’Agosto di solidarietà e di apertura al mondo», un incontro alternativo alle commemorazioni patriottiche e autocelebrative. All’origine di questa consuetudine c’è Cornelius Koch, morto esattamente 25 anni fa. Per ricordarlo riprendo un testo che avevo letto il 18 marzo 2014 quando si è presentata, al Liceo cantonale di Lugano 1, la sua biografia: Claude Braun e Michael Rössler, Un chrétien subversif: Cornelius Koch, l’abbé des réfugiés, Editions d’en Bas, Losanna 2013 (Ein unbequemes Leben. Cornelius Koch, Flüchtlingskaplan, Zytglogge, Oberhofen am Thunersee 2011). Alla presentazione, condotta da Claudia Patocchi Pusterla, erano intervenuti, oltre agli autori, anche Beat Allenbach, Paolo Bernasconi, Gunda Dimitri, Donato di Blasi e don Gianfranco Feliciani.

In questa sala si è presentata l’autobiografia di Guido Rivoir, l’11 settembre 2012. Qualche mese più tardi i docenti di storia, in occasione della Giornata della Memoria, e nell’imminenza del quarantesimo anniversario del golpe di Pinochet, hanno dedicato al Cile un’intera giornata, alla quale hanno partecipato gli studenti di terza liceo. In quella giornata è stata rievocata anche l’Azione posti liberi per il Cile, attraverso testimonianze di chi ha vissuto gli eventi successivi come profugo o come ospite di chi cercava asilo. Con queste premesse, è quasi naturale che si parli oggi in questo stesso luogo del libro dedicato a Cornelius Koch, che insieme a membri di Longo Maï ha dato avvio, già nel dicembre del 1973, all’Azione posti liberi per il Cile, che pochi mesi dopo sarebbe stata diretta dal pastore Guido Rivoir.

Cercherò di dare qualche indicazione biografica intrecciata con alcune osservazioni sul libro. Cornelius Koch è nato in Romania in una famiglia di nazionalità svizzera, poi ridotta sul lastrico dalla guerra. È quindi giunto in Svizzera come profugo, e ha conosciuto i campi della Croce Rossa: disinfettato col DDT, separato dalla famiglia per oltre un anno, si è poi trovato a crescere in un paesino del Canton Zurigo, nella condizione di bambino povero e praticamente alloglotto, poco amato nei primi mesi, come i suoi fratelli, dalla ragazzaglia locale: «Che attacchi abbiamo subito! In gruppo i bambini sono spesso crudeli. Era la caccia allo straniero. Mi ricordo ancora benissimo i nostri nascondigli».

Sono frasi tratte dalle belle pagine autobiografiche, molto efficaci, con cui si apre il libro. Pagine che si concludono così: «Senza quel che ho vissuto, non avrei certamente questa sensibilità nei confronti dei rifugiati. Chi, in un modo o nell’altro, è stato nella condizione di rifugiato una volta nella vita, necessariamente si impegna in favore dei rifugiati». Purtroppo questo non è vero in generale, ma è stato vero almeno per Cornelius Koch, per la fortuna di molti.

Non mi soffermo sulla sua scelta di diventare prete, né sui non facili rapporti con le autorità ecclesiastiche: dico solo che il suo ideale è il prete operaio, che inizia la sua vita ecclesiastica nel 1968 e che nel 1972 sostiene attivamente uno sciopero in una fabbrica alsaziana, poi sfociato in un riuscito esperimento di autogestione: in quel momento era attivo in una parrocchia del canton Basilea ed era entrato in contatto con alcuni giovani del gruppo basilese Hydra e del gruppo Spartakus di Vienna, nati nel clima della contestazione degli anni Sessanta. Con alcune di queste persone, come Hannes Reiser, collaborerà per tutta la vita.

Una vita che il libro, ricco di informazioni e di piacevole lettura, racconta senza salti cronologici, avvalendosi di testimonianze dei suoi compagni di vita e di lotta, insieme a materiali d’archivio, come i frammenti delle numerose lettere e comunicati redatti da Koch e brani di articoli usciti sulla stampa in merito alle molte azioni da lui promosse.

E queste azioni sono, in una rapida rassegna incompleta:

  • la già ricordata Azione posti liberi per il Cile;
  • il sostegno alle cooperative agricole guaraní minacciate, nel 1975, dall’esercito paraguaiano;
  • la fondazione del Cedri (Comitato europeo per la difesa dei rifugiati e degli immigrati);
  • la difesa dei rifugiati turchi e curdi in fuga dal governo militare di Evren e di zairoti perseguitati da Mobutu nei primi anni ’80;
  • di nuovo i cileni, rifugiatisi in una chiesa di Seebach nel 1985, e poi i tamil minacciati di rinvio, ospitati da varie parrocchie bernesi;
  • la battaglia contro l’inasprimento della legge sull’asilo nel 1987;
  • l’inaugurazione a Ponte Chiasso di un ufficio di accoglienza per i profughi respinti alla frontiera svizzera, e poi l’apertura a Como di una «Casa svizzera dei rifugiati»;
  • Il sostegno ai curdi minacciati di rinvio a Flüeli-Ranft nel 1991;
  • la missione internazionale in Jugoslavia, con particolare attenzione ai disertori e ai refrattari alla guerra (ricordo che l’asilo non è concesso ai disertori, gli unici che di fatto si sottraggono alla logica nazionalista-bellicista);
  • di nuovo i Tamil, minacciati di rinvio nel 1994;
  • la solidarietà e la collaborazione con il vescovo di San Cristóbal de las Casas, monsignor Ruiz, impegnato nella difesa degli indigeni del Chiapas;
  • i viaggi per appoggiare i sans papiers rifugiati in una chiesa di Parigi e gli operai sudcoreani rifugiati nella cattedrale di Seul;
  • la marcia delle coperte in sostegno dei kosovari accampati a Ponte Chiasso;
  • il viaggio a Badolato, comune calabrese che negli anni Novanta ha accolto molti profughi albanesi e turchi.

E negli ultimi due anni:

  • la creazione degli Amici di don Renzo Beretta, assassinato nel 1999;
  • l’impegno attivo contro la propaganda xenofoba dell’UDC in Svizzera e della FPÖ in Austria;
  • il viaggio a Como con i parlamentari svizzeri in seduta extra muros a Lugano, per conoscere direttamente la situazione dei profughi respinti alla frontiera svizzera.

Le forme di intervento su questi temi sono molteplici. Mi limito a segnalarne tre:

  1.  l’ampio coinvolgimento tramite l’invio massiccio di lettere. Moltissime. Già nel caso dello sciopero del 1972, manda una circolare ai 600 sacerdoti della diocesi di Basilea. Nel 1987, durante la campagna contro una revisione restrittiva della legge d’asilo, vengono inviate lettere a tutti i fuochi, 2 milioni e mezzo, tutte imbustate a mano. Un lavoro di settimane, immane e costoso, oggi impensabile per ovvie ragioni. O ancora promuove l’invio di lettere alla Nestlé per ottenere un intervento a favore della pace nel Chiapas;
  2.  l’organizzazione di efficaci atti propagandistici, sempre caratterizzati da qualche trovata comunicativa, come la marcia delle coperte appena ricordata o i primi d’agosto alternativi a Chiasso;
  3.  l’asilo ecclesiastico, iniziato con il caso dei cileni di Zurigo-Seebach nel 1985 e diventato poi una forma regolare di resistenza alle espulsioni e ai rinvii forzati. 

In tutte queste iniziative Koch non è solo. Nel libro compaiono molti nomi, come quelli di Peter e Heidi Zuber, Peter Walls, Jakob Schädelin, Friedrich Dürrenmatt e, in Ticino, Dimitri, Milena e Paolo Soldati, Hanja de Vries, Flavio Paltenghi, Fabiola Lurati, e oltre confine don Renzo Beretta, Osvaldo Cappelletti. E naturalmente i due autori del libro. Tanto per fare qualche nome tra i tanti.

Dall’altra parte – di chi agisce per arrestare, rinchiudere, negare, rimpatriare, applicare leggi sempre più restrittive – sfilano vari ministri, soprattutto quelli del dipartimento di giustizia e polizia: Kurt Furgler, Elisabeth Kopp, con il suo braccio destro Peter Arbenz, Arnold Koller, Ruth Metzler…

In queste pagine scorre anche la storia della politica federale degli stranieri e del diritto d’asilo. Dall’iniziativa Schwarzenbach del 1970 ai vari irrigidimenti della legge sull’asilo del 1983, 1986 e 1990. Quindi occuparsi della vita di Cornelius Koch implica, inevitabilmente, calarsi nella storia Svizzera del secondo Novecento. Questa entra nel racconto di Braun e Rössler in modo naturale, senza forzature didattiche. E molto vero risulta il protagonista, Cornelius Koch, di cui gli autori, che l’hanno conosciuto molto bene, evitano accuratamente ogni idealizzazione, senza però nascondere l’affetto che gli portano. Come Georg Peters, che ricordando la festa a sorpresa preparata per il sessantesimo compleanno di Cornelius Koch dice: «la nostra idea era di mostrargli una volta come l’amassimo veramente, anche se qualche volta era assolutamente insopportabile».

In occasione di quel compleanno, Michael Rössler ha composto un blues (Freelance Priest Blues, pp. 338-339), di cui riprendo due strofe: 

Da sessant’anni in fuga,
mai una baia tranquilla.
Solo, qualche volta,
si rilassa alle terme.
E così si tonifica per la prossima lotta.
Mangia solo pomodori e acetosa
e resta fino all’ultimo giorno
un rompiscatole per i padroni del mondo.

E così è stato. Appena prima di essere ospedalizzato per un tumore al midollo osseo, aveva partecipato, a Friborgo, a una conferenza stampa a proposito dei sans papiers rifugiatisi nella chiesa di Saint Paul.

L’ultimo capitolo del libro segue con delicatezza gli ultimi giorni di vita di Cornelius Koch, che muore il 21 agosto del 2001. A chiudere questa parte, un bel testo del cabarettista e scrittore Franz Hohler, uscito in quei giorni sul «Tages Anzeiger», qui nella versione francese, che traduco a mia volta:

Don Cornelius Koch – Non c’è più abbonato al numero richiesto
Dunque non arriveranno più quelle lettere
Che non mancavano di disturbarci
Perché prima ancora di aprirle
Sapevamo cosa contenevano:
La miseria del mondo
Dal Chiapas a Chiasso
Con annessa una petizione
E se non si firmava seduta stante
L’irreparabile.
Non sopportava più
Ciò a cui ci siamo lentamente abituati
Gli uomini dietro il filo spinato delle frontiere
A un passo dalla Terra Promessa.
Non ha mai intrapreso nulla
Tanto per piacere
Perché tutti sono contro la povertà
Ma quasi nessuno con i poveri.
Era la nostra cattiva coscienza
E adesso che la sua segreteria telefonica tace
E senza risposta è il suo fax
Eccoci a passare nuovamente in rassegna
Gli appelli che non abbiamo sostenuto
Perché è così faticoso
Vivere il proprio mestiere di uomo fino in fondo.

Ma poi ci sono ancora due pagine intitolate «Il lavoro continua». 

Nota (2026): l’impegno di Cornelius Koch continua nel lavoro di varie associazioni: il Cercle d’amis de Cornelius Koch, la rete Forum civique européen, Solidarité sans frontières, asile.ch, Mendrisiotto regione aperta…