Hass: “Il caos in Cisgiordania è lo scopo reale di Israele, anche l’opposizione teme i coloni”

L’editorialista di Haaretz: “Spetta agli europei dire no e prendere misure concrete. I settler vanno fermati e con essi l’intero sistema che permette loro di fiorire” 

Di Francesca Caferri, La Repubblica

Da 35 anni Amira Hass è gli occhi e la voce dell’Occupazione: editorialista di Haaretz, unica giornalista israeliana e vivere all’interno dei Territori palestinesi (a Gaza prima, a Ramallah poi) da sempre racconta non soltanto quello che accade oltre le recinzioni, i muri e i checkpoint che delimitano la Cisgiordania e Gaza, ma anche l’indifferenza con cui tutto questo viene accolto all’interno della sua società di origine. Per questo, a più riprese è stata criticata e attaccata. “Dietro a ogni israeliano che brucia o bombarda c’è una madre o una moglie che rifiuta di vedere”, è il titolo di uno dei suoi ultimi articoli su Haaretz.

Da mesi mette in guardia da una possibile esplosione di violenza prima delle elezioni: perché i segnali sono stati ignorati?

«Perché quello che sta accadendo è ciò che il governo voleva. Abbiamo visto la tensione salire, giorno dopo giorno, costantemente. I palestinesi vivono in uno stato di calamità permanente e peggiora ogni giorno: per questo non mi sento di dire che oggi siamo di fronte al disastro. Perché il disastro è tutti i giorni: ed è esattamente quello che vogliono i coloni. Le loro provocazioni sono continue. L’unica sorpresa in questa storia è quanto i palestinesi stiano evitando di rispondere in modo violento».

Perché?

«Perché sanno benissimo che il caos in Cisgiordania è lo scopo ultimo di questo governo e che devono evitare di facilitarlo. C’è una macchina complessa in Israele che punta alla distruzione della società palestinese: i coloni, l’esercito, larga parte della classe politica, ma anche gente che si considera normale. Il problema non è solo quello che accade tutti i giorni fra i campi e nei villaggi della Cisgiordania: per esempio, se trattieni i soldi dell’Autorità nazionale palestinese, come Israele sta facendo dal 2023, il governo di Ramallah non può pagare gli stipendi, né fornire assistenza medica. La gente sta male e vuole andare via».

Parliamo della classe politica israeliana: la Cisgiordania è la grande assente di questa campagna elettorale. Non ne parla nessuno…

«I politici, anche quella parte che non sta con Netanyahu, hanno paura di affrontare i coloni. Questo vale anche per molti giornalisti, che sanno esattamente quello che accade ma evitano di dirlo. Nessuno oggi in Israele può far finta di non sapere cosa succede in Cisgiordania: anche per questo sono molto scettica nei confronti dei sondaggi che danno Netanyahu in calo. La grande maggioranza degli israeliani, anche fra quelli che si definiscono all’opposizione, appoggiano le politiche anti-palestinesi che questo governo porta avanti. Quindi dubito che le elezioni, comunque vadano, possano cambiare le cose».

Oltre alla violenza dei coloni e dell’esercito, l’altra cosa che salta agli occhi quando si va in Cisgiordania è la totale assenza dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). Ora sembra che dopo venti anni ci saranno elezioni: questo voto potrà influire su quello che sta succedendo?

«Quando parliamo dell’Anp dobbiamo distinguere due livelli. I funzionari, la gente normale, fa quel che può con ciò che ha: ci provano, in una situazione molto difficile. Ma se parliamo del livello più alto, la presidenza e il governo sono deboli: e usano questa debolezza per non fare nulla. Per questo la gente li detesta. Non credo possano avere una voce in questa situazione».

Chi ce l’ha?

«Dentro Israele, a questo punto temo nessuno. Fuori voi, l’Europa. E ancora di più gli Stati Uniti: se volessero, ma ora non è questo il caso. Per questo spetta ai Paesi europei dire “no” a Israele e prendere misure concrete: non sanzioni contro una persona o un ente. Ma qualcosa che faccia male a ogni israeliano: a chi dice che questo è antisemitismo, io rispondo che questo è per la salvezza di Israele, non solo dei palestinesi. I coloni vanno fermati e con essi l’intero sistema che permette loro di fiorire: fermate la vendita di armi, ma anche il commercio e la collaborazione scientifica. Solo così le cose forse potranno cambiare».

Nell’immagine: Amira Hass


Così il riscaldamento globale sta sgretolando il Cervino: un processo che sembra inarrestabile

L’editorialista di Haaretz: “Spetta agli europei dire no e prendere misure concrete. I settler vanno fermati e con essi l’intero sistema che permette loro di fiorire” 

Di Daniele Cat Berro, La Stampa

Sono passati centosessant’anni da quando Melchior e Jacob Blatter, guide alpine di Meiringen nel Cantone di Berna, e Joseph Gorret di Valtournenche, trascorsero tredici mesi consecutivi – dal 1° agosto 1865 al 1° agosto 1866 – in un piccolo e spartano ricovero in legno e pietra ai 3350 metri del Colle del Teodulo, ai piedi del Cervino. A incaricarli di un’esperienza allora del tutto inedita – trascorrere un intero anno, inverno incluso, in isolamento a quelle altitudini per misurare e studiare le condizioni atmosferiche in alta montagna – fu Daniel Dollfus-Ausset (1797-1870), chimico e industriale svizzero che presto lasciò l’impiego nell’azienda tessile di famiglia a Mulhouse per dedicarsi alle scienze della Terra e ai ghiacciai collaborando con scienziati del calibro di Louis Agassiz. Dotati di opportune scorte di viveri e legna da ardere e dei necessari strumenti meteorologici, i tre pionieri affrontarono il loro compito “con volontà e competenza, e con una perseveranza stoica”, come lo stesso Dollfus avrà modo di scrivere nel volume dedicato al riepilogo dei dati del Teodulo all’interno della sua monumentale opera “Matériaux pour l’étude des glaciers”. A cadenza oraria, dalle sei del mattino alle nove di sera, effettuavano rilievi di temperatura, pressione atmosferica, umidità relativa, direzione e forza del vento, nuvolosità, tipo e quantità di precipitazioni, integrandoli con altre descrizioni dettagliate dello stato del tempo e della montagna, dei fenomeni osservati e del manto nevoso e, d’estate, con la misure del tasso giornaliero di fusione del vicino ghiacciaio. Sopportarono temperature glaciali fino a -21,4 °C (il 14 marzo 1866) e bufere impetuose come quella del 12 febbraio dello stesso anno, “di una violenza estrema senza interruzione”, senza mai sospendere i rilievi e l’annotazione regolare dei dati sui registri.

Tante cose Gorret e i fratelli Blatter non potevano immaginare. Che nel giro di un sessantennio (Anni Venti del Novecento) l’altro piccolo riparo in pietra accanto al loro – già edificato nel 1852 come “Cantina di San Teodulo”, di cui lo stesso Gorret era custode – si sarebbe trasformato nel più moderno Rifugio Principe di Piemonte e poi, come oggi, “del Teodulo”. Che, passato un decennio ancora (1939), sulla vicina Testa Grigia (3480 metri) sarebbe comparsa la stazione di arrivo della funivia Cervinia-Plateau Rosa, dando avvio alla lunga stagione dello sci di un comprensorio di fama mondiale (Cervinia-Zermatt), e in seguito anche importanti stazioni meteorologiche e di ricerca ambientale dell’Aeronautica Militare e del Cnr. Che, però, la temperatura sulle Alpi si sarebbe alzata di tre gradi a furia di bruciare petrolio, gas e carbone, trasformando radicalmente quelle montagne, spogliandole sempre più delle loro nevi e dei loro ghiacci ed esponendole a un disfacimento accelerato. Che un giorno le misure meteorologiche da loro compiute con solerzia, nella calma tiepida di una giornata estiva come nella sferza di una tempesta invernale, sarebbero state sostituite da rilievi automatizzati di sensori elettronici con trasmissione dei dati via radio, telefonica o satellitare. E nemmeno che proprio il Cervino, sotto al quale avevano a lungo soggiornato, sarebbe divenuto un laboratorio per lo studio di questi cambiamenti climatici e ambientali.

Arriviamo così ai giorni nostri. A inizio luglio 2026, su iniziativa del Comune di Valtournenche e in collaborazione con Arpa Valle d’Aosta, la Regione Autonoma e la Società delle Guide del Cervino, è stata installata una stazione meteorologica in telemisura presso la nuova Capanna Carrel, a 3800 metri di quota lungo la via “normale” italiana al Cervino (Cresta del Leone). È equipaggiata di sensori per la misura di temperatura e umidità relativa dell’aria, velocità e direzione del vento, pressione atmosferica, radiazione solare diretta e globale, e di due webcam per la teleosservazione delle condizioni dei versanti. Ma a breve verranno installati nei dintorni – nonché a ridosso della sommità della “Gran Becca” – anche altri termometri per il monitoraggio della temperatura della roccia, in aggiunta a quelli già operativi da molti anni, volti a documentare la presenza e l’evoluzione del permafrost in profondità, il cui scongelamento contribuisce alla destabilizzazione degli ammassi rocciosi e incrementa così la propensione a frane soprattutto in stagioni estive eccezionalmente calde come quella attuale. La scelta del luogo non è casuale. Fin dalla rovente estate 2003, quando appena sotto la Capanna Carrel un crollo cancellò lo storico passaggio alpinistico della “Cheminée” portando alla luce una placca di ghiaccio in fusione, il Cervino è soggetto a distacchi vieppiù frequenti che specie in estate avanzata rendono la salita alla vetta più problematica e pericolosa del consueto, tanto da indurne talora l’interdizione da parte delle autorità di Valtournenche e Zermatt (in questo luglio, pur in assenza di ordinanze ufficiali di chiusura, le guide svizzere hanno scelto di sospendere temporaneamente le ascensioni commerciali lungo la cresta dell’Hörnli). Si tratta di un fenomeno in accelerazione che riguarda tutte le Alpi e in generale le montagne del mondo in via di deglaciazione, ma che qui, sui fianchi del “più nobile scoglio d’Europa” – così John Ruskin, profeta della bellezza, definì il Cervino – assume una particolare rilevanza simbolica. Il Cervino diventa così un emblema internazionale degli effetti della crisi climatica sulle terre alte, come anche ha dimostrato la (vera) fotografia, ripresa lo scorso 25 giugno dalla guida alpina svizzera Lauber Harry e divenuta presto virale in rete, della parete Nord solcata da impetuose cascate dopo un temporale che ha scaricato pioggia torrenziale anziché neve fin sulla vetta a 4478 metri.

Ecco che nell’ultimo ventennio Arpa Valle d’Aosta ha predisposto, a ridosso del Cervino e nei dintorni, una moderna rete di monitoraggio delle temperature dell’aria, del suolo e della roccia che via via si è ampliata, e di cui la stazione installata quest’anno alla Capanna Carrel costituisce un nuovo tassello che aiuterà a comprendere meglio le relazioni tra cambiamenti climatici e instabilità del territorio, a studiare la dinamica di questi fenomeni e a cogliere segnali premonitori di situazioni potenzialmente a rischio. I dati della nuova installazione verranno resi disponibili on line prossimamente, ma intanto sul portale www.sottozerovda.it, realizzato da Fondazione Montagna Sicura nel quadro della Cabina di Regia dei Ghiacciai Valdostani, già si possono trovare le informazioni di sintesi sull’evoluzione del permafrost negli anni recenti, scoprendo che d’estate con l’aumento delle temperature il terreno scongela sempre più a fondo. Alla stazione di monitoraggio del Colle Superiore delle Cime Bianche (3100 metri, tra Cervinia e Champoluc) è presente una “catena” di termometri fino a 41 metri di profondità che nel periodo 2009-2022 – segnala l’Arpa Valle d’Aosta – ha mostrato un netto segnale di riscaldamento del permafrost di circa 0,45 °C al decennio a -10 metri, e di circa 0,15 °C al decennio a -40 metri. Il cosiddetto “strato attivo”, quello che nei mesi estivi scongela vicino alla superficie, nel 2023 e nel 2025 si è approfondito rispettivamente fino a 7,6 e 7,3 metri, record dall’inizio delle misure. E, tenendo presente che la temperatura media del permafrost dai 20 metri in giù si attesta intorno a -0,8 °C, il rischio che questo possente strato di detriti e roccia rimasto sottozero per millenni scongeli completamente nel giro di alcune decine di anni è reale, per lo meno a quote prossime a 3000 metri, con serie implicazioni per la stabilità degli ammassi rocciosi e di rifugi, infrastrutture e impianti di risalita che vi poggiano sopra, ma anche per l’ecologia dei suoli e gli ecosistemi locali. Più resiliente, per ora, il permafrost sopra i 4000 metri: la temperatura media annua della roccia sulla parete Nord del Cervino presso la vetta è ancora vicina a -12 °C.

Accanto al luogo in cui, un secolo e mezzo fa, svernarono i tre “soldati” scientifici di Dolfuss-Ausset, oggi sfrecciano migliaia di sciatori da tutto il mondo, anche d’estate. Ma oggi il caldo anomalo consuma rapidamente la neve anche alle soglie dei 3500 metri rendendo sempre più precario lo sci estivo, che quest’anno lassù resiste ancora tra gli ultimi lembi di neve sporca, ghiaccio grigio e grovigli di crepacci che vanno scoprendosi, e dovrà fare i conti con la nuova e straordinaria ondata di calore in vista per l’inizio di agosto.


Fra legge ed etica due pesi e due misure

L’editorialista di Haaretz: “Spetta agli europei dire no e prendere misure concrete. I settler vanno fermati e con essi l’intero sistema che permette loro di fiorire” 

Zali è indifendibile e deve andarsene ma, se non volesse mollare, che cosa può succedere? Di sicuro c’è che il Consiglio di Stato può togliergli le competenze. L’art. 2 della Legge sulle competenze organizzative afferma infatti che il CdS “fissa il numero dei Dipartimenti e può riunirli o variarli mediante decreto esecutivo”. Zali può restare a scaldare la sedia, intanto noi lo paghiamo.

Il Parlamento può destituire un consigliere di stato quando l’interessato è perseguito per crimini o delitti contrari alla dignità della carica. Però la condizione per la destituzione è vincolata a “una sentenza definitiva di condanna alla pena detentiva o alla pena pecuniaria”. In mancanza di condanna, Zali è intoccabile.

C’è un altro aspetto interessante, contenuto nella legge sul Gran Consiglio e sui rapporti con il Consiglio di Stato: l’alta vigilanza che il Parlamento può esercitare sul Governo. L’articolo 76 recita che l’alta vigilanza si attiene ai seguenti criteri: “legalità, conformità all’ordinamento vigente, adeguatezza, efficacia, economicità”.

L’alta vigilanza è anche uno strumento federale, il cui scopo è, tra l’altro, “rafforzare la responsabilità democratica delle autorità federali, aumentare la trasparenza, consolidare la fiducia che la popolazione ripone in queste istituzioni”.

Lo scandalo Zali ha tre aspetti: la questione del quattordicenne alla Farera, dove è indagato per abuso di autorità a tentata coazione; una lettera minacciosa all’Ente ospedaliero cantonale e un dialogo con un’amica in cui afferma che bisogna riempire di botte un’altra donna e, se necessario, con toni mafiosi, aggiunge che può chiamare allo scopo amici picchiatori da Milano. Una telefonata brutale che incita alla violenza di genere.

Siamo di fronte a istigazione a un crimine o alla violenza, contemplata dall’art. 259 del Codice penale? “Chiunque pubblicamente istiga a commettere un delitto implicante atti di violenza contro persone o cose o a commettere un crimine è punito con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria”. Anche qui Zali la schiva: la sua telefonata all’amica, che poi l’ha fatto fuori, è un atto privato, quindi l’art. 259 non può essere applicato.

Potrebbe configurarsi il reato di minaccia (art.180 CP): “Se durante la telefonata si minaccia gravemente l’interlocutore incutendogli timore o spavento, il reato sussiste ed è perseguibile a querela di parte”. Zali è politicamente spacciato. Giuridicamente sfiora la condanna: non rispetta “la dignità della carica”, è “inadeguato”, fa crollare “la fiducia nelle istituzioni”. Eticamente è condannato. Sarebbe però licenziato in tronco se si applicasse la Legge sull’ordinamento degli impiegati dello Stato e dei docenti (LORD), che all’art. 23 afferma: “Il dipendente deve mostrarsi degno della stima e della fiducia richieste dalla sua funzione pubblica e tenere contegno corretto e dignitoso sia nello svolgimento della funzione stessa sia nella vita privata”. 

Due pesi e due misure: chi comanda la schiva, chi lavora paga. Una vergogna che dovrebbe far riflettere Parlamento e Consiglio di Stato!

 


Ci vorrebbe un partito satirico…

L’editorialista di Haaretz: “Spetta agli europei dire no e prendere misure concrete. I settler vanno fermati e con essi l’intero sistema che permette loro di fiorire” 

Con quel che capita in questo Cantone, attizzando persino la curiosità d’oltrefrontiera (come a dire: capita anche da quelle parti e non solo da noi!) e per il modo con cui si arrabattono istituzioni e partiti a interrogarsi e a risolvere garbugli, alle volte vien da pensare, sconsolati e rattristati, che forse, a questo punto, ci manca e gioverebbe un partito satirico. Fantasia disperata? Anzi, piuttosto consolatoria. Perché non siamo soli, perché a chi segue l’attualità politica internazionale, anche con mente divertita, capita di scoprire che i partiti satirici, acido utile contro il circo elettoral-politico, stanno moltiplicandosi.

Questa tendenza politica, ricorrendo all’assurdo, alla satira, allo humor, vuol mettere in evidenza i limiti della democrazia rappresentativa, della centralità del voto e della politica o troppo “personalizzata” o strumento d’affari personali.

Con in testa il secchio della spazzatura

Lo scorso 7 luglio il capo del partito di estrema destra britannico Reform UK (Riforma Regno Unito), l’ormai internazionalmente affermato Nigel Farage, dà le dimissioni da deputato nell’Essex, est dell’Inghilterra; annuncia però immediatamente che si ripresenterà candidato al prossimo scrutinio da lui stesso provocato. Il suo scopo è semplice: intrappolato in un affare di corruzione (è accusato di aver accettato 5 milioni di sterline da un magnate delle criptovalute), vuol rinnovare la sua legittimità popolare. Tutti gli altri partiti, per poter invalidare la sua strategia, hanno già annunciato che boicotteranno l’elezione che avrà luogo il 13 agosto.

Non tutti, in realtà. Il “leader” di Reform UK avrà un avversario. E non uno qualunque. Si fa chiamare “Count Binface”, di difficile e complicata traduzione. Significa: “Conte… faccia di secchio della spazzatura” [nell’immagine]. Si tratta di un ex-sceneggiatore, David Harvey, che dal 2019 si è già presentato in numerose elezioni come “cavaliere dello spazio”, sempre munito di un secchio della spazzatura in guisa di casco che copre testa e maschera il volto. Diventa subito un protagonista, conteso dai media e dalle reti sociali; si moltiplicano gli articoli su di lui e le interviste televisive dove appare sempre con in testa quella sorta di secchio della spazzatura.

Ridurre i tempi della gravidanza e la forza di gravità

In Inghilterra esiste ancora un altro partito satirico: l’Official Monster Raving Loony Party (o OMRLP. Potremmo tradurre: Partito ufficiale mostruoso folli e pazzi), creato nel 1983 da un musicista punk, autoproclamatosi Lord Sutch. Ebbe qualche minuto di gloria quando fece campagna nella circoscrizione di Margaret Thatcher. La quale fu molto indispettita perché un clown demoliva la serietà con cui la lady di ferro pretendeva di vincere le elezioni. Mentre l’OMRLP prometteva di contenere i disavanzi della Sanità “riducendo i tempi della gravidanza da nove a sette mesi” e di deportare nel Rwanda non tanto gli immigrati clandestini quanto tutti i deputati condannati dalla giustizia.

In Ungheria il “Partito ungherese del cane a due code”, registrato già nel 2014, ha svolto un’azione importante nell’opposizione e nella resistenza al regime di Viktor Orban. Durante una sua campagna sul referendum sull’immigrazione, nonostante proponesse di ridurre la forza di gravità e di assicurare la vita eterna, riuscì con successo a contrastare la propaganda governativa rilevandone l’assurdità e la stupidità.

Un partito… della fontana di birra

Uno dei casi più conosciuti è il Partito austriaco della birra (Bierpartei), proponente anche l’istallazione di una “fontana della birra” di libero accesso. Tre anni fa, il suo fondatore Domink Wlazny, suscitò stupore durante l’elezione presidenziale ottenendo 337 mila voti, l’8.3 per cento dei voti espressi. Quando ha cessato di essere un partito satirico diventando solo un partito protestatario (“politica senza uomini politici”) e antimmigranti, è subito finito sotto il 2 per cento, sotto il limite per poter entrare in Parlamento. Altro caso analogo e forse più simbolico è stata l’elezione di Jòn Gnarr a sindaco di Reykjavik in Islanda; musicista, aveva creato il Miglior partito sotto forma di partito classico ma satirico, con promesse assurde e la denuncia del sistema politico locale; ottenne il 34 per cento dei voti, ma confrontato alla gestione di una citta importante si è presto trasformato in politico classico, in partito centrista, finendo eletto nel 2024 solo passando al partito liberale riformista.

Anche un muro attorno alla Svizzera

La Germania è uno dei rari paesi europei dove un partito satirico è riuscto a indediarsi nel paeaggio politico. Si chiama Die Partei (acronimo tedesco per “partito per il lavoro, lo Stato di diritto, la protezione degli animali, la promozione delle élite e l’iniziativa democratica”). Creato nel 2004 da Martin Sonneborn, fondatore del giornale satirico “Titanic”. Il partito propone due volte più d’eguaglianza del Partito socialdemocratico”, l’erezione di un muro attorno alla Svizzera (forse per evitare la fuga di capitali), la sostituzione di cavie animali con “sportivi di alto livello”. Raccoglie sempre dallo 0,5 all’1 per cento dei voti in tuttele elezioni federali, conta comunque due eletti al Paarlamento europeo. Mantiene sempre il suo carattere satirico ma è diventato una macchina politica con un bilancio che ha raggiunto di 1.5 milioni di euro.

Un contropotere?

A conti fatti e sulla base di questi esempi risuta che i partiti satirici hanno un impatto momentaneo e una funzione limitata, non rappresentando una vera alternativa e rimanendo di fatto impotenti. Si potrebbe attribuir loro, innegabilmente, una virtù e, a ben pensarci, anche una funzione che potrebbe essere utile, soprattutto in alcune circostanze: svelare i limiti di una politica che sta insozzandosi, usata per i propri fini e interessi o intrighi personali (non solo di denaro), ridotta a una sorta di “marketing”, anche il più spregiudicato, nel “gran mercato” delle elezioni. Quei partiti o finti partiti diventano una sorta di acido corrosivo; sono indubbiamente nocivi, ma – si tende a sostenere – se usati con ponderazione possono anche avere un ruolo di contro-potere.


La ‘pre-verità’ a paga­mento

L’editorialista di Haaretz: “Spetta agli europei dire no e prendere misure concrete. I settler vanno fermati e con essi l’intero sistema che permette loro di fiorire” 

L’epi­so­dio è di alcuni mesi fa. Donald Trump si irritò parec­chio quando scoprì che Gabriel Perez, un tec­nico addetto al tele­promp­ter pre­si­den­ziale (lo schermo ‘invi­si­bile’ al pub­blico, da cui il capo della Casa Bianca legge i suoi discorsi) aveva gua­da­gnato 100mila dol­lari sco­prendo in ante­prima, e poi scom­met­tendo usando la piat­ta­forma Kal­shi, sulle parole che il capo della Casa Bianca avrebbe usato per annun­ciare l’immi­nente tre­gua tra Stati Uniti e Iran, con rela­tivi effetti posi­tivi in Borsa.

Ope­ra­zione che sfiora la linea rossa dell’insi­der tra­ding, cioè l’ille­gale com­pra­ven­dita di stru­menti finan­ziari da parte di chi è segre­ta­mente a cono­scenza di infor­ma­zioni pri­vi­le­giate uti­liz­za­bili per otte­nere un pro­fitto. Del resto, negli Stati Uniti cre­sce da tempo il busi­ness dei cosid­detti ‘mer­cati pre­dit­tivi’, sui quali è molto attiva la fami­glia del pre­si­dente sta­tu­ni­tense, soprat­tutto il pri­mo­ge­nito Donald jr. Si paga per pre­dire in poco tempo eventi futuri. Inol­tre ci sono mani­po­la­zioni, spif­feri e con­fi­denze. Che pesano molto.

Così si sa di ano­nimi col­la­bo­ra­tori del tycoon che si sono arric­chiti cono­scendo in anti­cipo quali sareb­bero state le mosse di Trump. Un pre­si­dente che nel primo anno e mezzo di que­sto secondo man­dato avrebbe arric­chito la sua fami­glia di oltre due miliardi di dol­lari, soprat­tutto gra­zie a monete digi­tali e ‘tem­pe­stive’ com­pra­ven­dite di azioni, sfrut­tando i pre­av­visi del pre­si­dente, pra­tica proi­bita dalla Costi­tu­zione.

Ora, traendo spunto pro­prio dalla vicenda del suo ex col­la­bo­ra­tore Gabriel Perez, il capo della Casa Bianca si lan­cia nel nuovo mondo di atti­vità spe­cu­la­tive high tech, e lan­cia la sua piat­ta­forma, Truth Api, che ven­derà a ban­che, società finan­zia­rie, fondi di inve­sti­mento, tra­der dei mer­cati. In sostanza, un accesso anti­ci­pato sui post che il pre­si­dente mette in rete. Per il mode­sto prezzo, secondo ‘Finan­cial Times’ e ‘Washing­ton Post’, di 100mila dol­lari al mese. Quindi un milione e due­cen­to­mila dol­lari all’anno per ogni abbo­nato, desti­nati a Truth, al fine di cono­scere con neces­sa­rio anti­cipo cosa passa nella testa del tycoon, e inve­stire col minor rischio pos­si­bile. Soldi dell’abbo­na­mento desti­nati alle tasche dello stesso pre­si­dente e dei suoi fami­liari, com­pro­prie­tari della piat­ta­forma Truth. Ecco dun­que la ‘pre-verità a paga­mento’. Altro sfac­ciato con­flitto di inte­ressi della fami­glia pre­si­den­ziale.

Il pro­fitto eco­no­mico, più che la solu­zione di pro­blemi e con­flitti poli­tici, sem­bra gui­dare la stra­te­gia della più grande potenza del mondo: Ucraina e acqui­si­zione di terre rare, Groen­lan­dia e mate­rie prime ener­ge­ti­che a non finire, Vene­zuela e petro­lio sac­cheg­giato, Medio Oriente e pozzi senza fondo. Ma non tutte e non sem­pre le cose fini­scono secondo la volontà sta­tu­ni­tense. Pren­diamo il ‘Board of Peace’, con cui Trump pen­sava di porre fine alla tra­ge­dia di Gaza. Lo hanno rati­fi­cato 22 nazioni. Ogni Paese fir­ma­ta­rio doveva ver­sare un miliardo di dol­lari, da con­se­gnare al pre­si­dente del Board, cioè Donald Trump. Finora, “risul­tati zero”. Per stessa ammis­sione di uno degli amba­scia­tori del pre­si­dente Usa, Jared Kush­ner, suo genero e inviato spe­ciale in Medio Oriente. E i 22 miliardi, se dav­vero ver­sati, dove pen­sate siano finiti?

Scritto per La Regione


Ai, se la Cina si prepara a dirigere l’orchestra

L’editorialista di Haaretz: “Spetta agli europei dire no e prendere misure concrete. I settler vanno fermati e con essi l’intero sistema che permette loro di fiorire” 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Per chi aspetta da anni il giorno in cui Pechino smetta di criticare il vecchio ordine internazionale e cominci a scriverne le regole, ci sono buone notizie: quel giorno sembra essere arrivato. E ha già un acronimo. Waico — World Artificial Intelligence Cooperation Organization — è la nuova organizzazione multilaterale dedicata alla governance dell’intelligenza artificiale voluta dalla Cina, con tanto di quartier generale a Shanghai, benedizione delle Nazioni Unite e ventinove paesi già pronti ad aderire.

Il messaggio è chiaro: se Washington ha deciso di non dirigere più l’orchestra, Pechino è pronta a impugnare la bacchetta.

L’annuncio è destinato a fare ancora più rumore proprio perché cade in una stanza vuota: quella lasciata da anni dagli Stati Uniti, impegnati a ricordare al mondo di non avere più alcuna voglia di fare gli Stati Uniti. La fiducia nell’alleato americano si è incrinata un po’ ovunque, il multilateralismo è diventato quasi una parolaccia, e persino gli amici di sempre hanno ricevuto notifica che l’accesso alle tecnologie più avanzate varia a seconda dell’aria che tira a Washington.

Pechino, di contro, recita un copione speculare e negli ultimi atti scritto con più mestiere. I suoi modelli Ai hanno bruciato il divario tecnologico con quelli americani spendendo una frazione del budget. Costano meno, si adattano meglio ai contesti locali e arrivano accompagnati da convenienti optional di infrastrutture, formazione e assistenza.

Soprattutto raccontano una filosofia radicalmente diversa: niente licenze in scadenza né interruttori azionabili da remoto, ma sistemi aperti da condividere, adattare e sviluppare insieme. «Un filo solo non fa musica, un albero solo non fa una foresta»: è il cuore della poesia geopolitica di uno Xi Jinping tanto lirico quanto scaltro, soprattutto deciso a convincere il mondo che la Cina parla il linguaggio della convenienza condivisa, a differenza della competizione a somma zero “made in Usa”.

Ma un’organizzazione multilaterale non fa un nuovo ordine, così come una gru non fa un grattacielo. Posare la prima pietra è la parte facile. Costruire il sistema che rende quel progetto credibile è un mestiere completamente diverso: fatto di potenza, regole, legittimità, sicurezza, stabilità finanziaria e, soprattutto, di qualcuno disposto a pagare quando arriva il conto.

Tutti amano i “beni pubblici” internazionali: rotte commerciali sicure, mercati aperti, regole prevedibili. Molti meno si propongono quando c’è da pagare la colletta. Fare da garante significa esattamente questo: assumersi costi sproporzionati perché tutti possano continuare a beneficiarne. È il paradosso di ogni egemonia: vista da fuori sembra un privilegio, vissuta da dentro somiglia più a un turno di notte.

Una fatica che nemmeno gli Stati Uniti hanno accettato sempre di buon grado. Certo, li ha aiutati la loro vocazione missionaria di fare del mondo un posto migliore, cucita da sempre nel loro Dna nazionale. Ma se perfino Washington è tentata di sottrarsi al peso della leadership, figuriamoci l’entusiasmo di chi quella vocazione non l’ha mai avuta. La Cina si racconta come vittima recidiva di un ordine scritto da altri, intenta più a togliersi qualche sassolino dalla scarpa che a indossare la corona.

Eppure, nessuno diventa garante globale per volontà, grazia o generosità. Ci si arriva quando il prezzo del disimpegno risulta più salato dell’alternativa: quando i problemi del mondo smettono di essere problemi degli altri e badare ai propri interessi non basta più a proteggerli.

La domanda, dunque, non è se la Cina voglia guidare il sistema, ma fino a quando potrà permettersi di non farlo. Se il commercio si inceppa, se le rotte diventano insicure, se le regole si sgretolano, nessuna grande economia esportatrice può limitarsi a osservare.

Questo non significa che Pechino sia automaticamente pronta a raccogliere il testimone. Prima deve mettere ordine nel proprio cortile regionale, gestire la diffidenza dei vicini — per dettagli, chiedere a Tokyo — e sostenere nel tempo i costi di una leadership che ancora esita ad assumersi, mentre gli Stati Uniti, per quanto stanchi, non molleranno la presa tanto docilmente.

Per questo la nascita della Waico merita attenzione, e ancora più sangue freddo. È certamente il segnale che la Cina inizia a immaginarsi non solo come gigante tecnologico, ma come potenza ordinatrice. Ma tra immaginarsi e diventarlo corre la stessa distanza che separa il varo di una nave dalla sua prima tempesta.


Attentato a Berlino: “Le religioni alimentano l’odio e i pifferai magici corrompono i frustrati”

L’editorialista di Haaretz: “Spetta agli europei dire no e prendere misure concrete. I settler vanno fermati e con essi l’intero sistema che permette loro di fiorire” 

Di Tonia Mastrobuoni, La Repubblica

Alfonso Pantisano è il primo “commissario queer” di Berlino. Socialdemocratico e da sempre attivista dei diritti lgbtq+, figlio di emigrati calabresi ma nato e cresciuto in Germania, Pantisano era nel retropalco del Pride sabato sera, quando Abdul Ballout si è scagliato contro la folla. In quest’intervista a Repubblica si dice «devastato» dall’attentato e dalla regressione dei diritti cui stiamo assistendo. Ma fa anche una riflessione importante sui tormenti dei migranti di seconda generazione come lui. E come Ballout.

Pantisano, come sta?

«Sono devastato. Mi sento che abbiamo fallito come società. Abbiamo creato un mondo in cui è di nuovo possibile dire alle minoranze che non sono uguali agli altri e che non hanno gli stessi diritti. Non abbiamo imparato nulla dal passato, non abbiamo imparato nulla dalla Seconda guerra mondiale, quando il concetto di persecuzione fu industrializzato. Quando milioni di persone furono uccise a causa di questa fantasia, del credersi migliori degli altri. Abbiamo le nostre costituzioni che furono scritte con grande passione e che ci promettono eguaglianza. Ma qualcuno vorrebbe farla valere solo per la comunità eterosessuale. È una cosa brutta realizzarlo dopo tanti anni di battaglie, a quasi 52 anni: forse non arriverà mai il giorno in cui sarò davvero uguale a tutti gli altri».

Come si spiega quest’odio?

«Perché secondo me è giusto parlare della destra, ma non parliamo quasi mai della responsabilità che hanno le religioni nell’alimentare un certo tipo di odio. E mi riferisco a tutte le religioni, anche alla Chiesa cattolica che consente che il mondo discrimini le persone lgbtq+. Pensiamo ai pregiudizi diffusissimi in Italia, a persone non solo di destra, ma di centro e anche di sinistra che si dichiarano democratici “con tutto il cuore” e che però, quando si parla del mondo lgbtq+, ci dicono che dobbiamo smettere di parlare della nostra sessualità. Ma non è che parliamo della nostra sessualità, noi parliamo dei diritti che ancora non ci vengono riconosciuti».

E quando sente parlare – anche politici cosiddetti moderati – di “ideologia gender” cosa pensa?

«Che non hanno capito nulla e dovrebbero dimettersi e tornare sui banchi di scuola a studiarsi la costituzione. E imparare cosa significhi invece essere una persona lgbtq+ che ha sempre la sensazione di non essere uguale a tutti gli altri».

A Berlino l’Afd è il primo partito nei sondaggi, è al 19%. Che cosa è successo?

«Forse in tanti non hanno capito cosa ha significato il nazismo o forse si illudono che non tornerà mai più. Pensano che Hitler sia storia e non capiscono che quello che sta succedendo adesso è identico ad allora. In varie parti del mondo ci sono governi che provano a capire fino a che punto sono capaci di mettere sotto i tacchi una parte della popolazione. L’abbiamo visto con Putin, con l’Ungheria di Orbán e ora con Trump».

Abdul Ballout aveva annunciato più volte che avrebbe fatto qualcosa di terribile e pare fosse “insoddisfatto” della Germania. C’è un problema che riguarda le cosiddette seconde generazioni di migranti, quelle nate qui come la sua?

«Non sono un esperto di radicalizzazione. Cerco di capire. E se guardo a come funziona la Germania oggi e come ha funzionato negli anni Sessanta quando i miei genitori sono arrivati qua, vedo delle somiglianze. Anche oggi tanti giovani, figli di migranti, sono molto frustrati dalla situazione, da come vengono trattati qui, dalle scarse opzioni che hanno. E sono molto vulnerabili quando vengono spazzati ai lati della società. Sono molto sensibili verso chi li illude, verso chi promette loro qualcosa di più bello, a partire dall’appartenenza a una comunità, a un gruppo. E poi vedo in loro questa grande rabbia. Sono ragazzi – come me – che hanno visto i propri genitori soffrire, piangere, sentirsi male, essere umiliati, soffrire la discriminazione ovunque, sul lavoro, quando cercano una casa come si deve, degna della loro vita. Sono tanti dettagli che rischiano di portare ad odiare la società nella quale si vive.

Credo che questo spieghi, in parte, la radicalizzazione di giovanissimi. Abdul Ballout era nato qui, cresciuto qui, ma a un certo punto lo abbiamo perso, non so dirle dove, ma l’abbiamo perso. E lui si è ritrovato nelle mani di un pifferaio magico che ha iniziato a fargli sentire che faceva parte di una comunità. E una volta entrato in quelle reti non è più riuscito ad uscirne fuori».

Nell’immagine: Alfonso Pantisano


Sergio Rossi – Se il caldo record rimarrà nel nostro futuro

L’editorialista di Haaretz: “Spetta agli europei dire no e prendere misure concrete. I settler vanno fermati e con essi l’intero sistema che permette loro di fiorire” 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Il costo ambientale delle guerre

L’editorialista di Haaretz: “Spetta agli europei dire no e prendere misure concrete. I settler vanno fermati e con essi l’intero sistema che permette loro di fiorire” 

Quando si parla di guerra pensiamo subito a morti, feriti, città distrutte e profughi. Più raramente facciamo i conti con ciò che i conflitti causano a fiumi, campi, mari e all’atmosfera. L’ambiente paga un prezzo salatissimo con emissioni di gas serra, suoli minati o contaminati, petrolio in mare, falde inquinate o biodiversità distrutta, creando difficoltà enormi alle popolazioni locali. Non si tratta di un tema astratto ma di un’eredità subdola che può durare decenni e che ad oggi non viene ancora discussa a sufficienza. Il Caffè climatico ha voluto aprire il dibattito con un evento pubblico avvenuto recentemente all’Impact Hub di Lugano.

Un esempio impressionante arriva dall’Ucraina. Secondo le stime riprese da Milena Gabanelli nel Data Room del Corriere della Sera, la guerra avrebbe già prodotto circa 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, una quantità paragonabile alle emissioni annue dell’Italia. Il 37% deriverebbe dal consumo di carburante di carri armati, aerei e mezzi militari; il 23% dagli incendi; un’altra quota dai raid contro impianti energetici, raffinerie, depositi e centrali.

La CO₂, però, è solo una parte del problema. In Ucraina, la contaminazione da mine e residuati esplosivi interessa secondo alcune stime tra 128.000 e 139.000 km², circa un quinto del territorio nazionale. Una quota importante è terreno agricolo di cui si stimano 40.000–55.000 km² di suolo compromesso. Non significa solo campi non coltivati: significa rischio per chi rientra nei villaggi, incendi innescati da ordigni, metalli pesanti e sostanze tossiche nel terreno. La bonifica potrebbe richiedere decenni.

Un altro caso riguarda l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran: nei soli primi 15 giorni di guerra si stimano oltre 5 milioni di tonnellate di CO₂, pari alle emissioni annuali di circa 1,1 milioni di auto a benzina. Le fonti principali sono voli militari, navi, droni, movimenti di truppe e distruzione di abitazioni, attività commerciali e infrastrutture. Gli incendi di impianti petroliferi rilasciano inoltre particolato fine, ossidi di zolfo e azoto, idrocarburi tossici, metalli pesanti e sostanze che possono ricadere al suolo con la pioggia. È il fenomeno della cosiddetta “pioggia nera”, segnalato a Teheran dopo i raid sugli impianti petroliferi nel marzo scorso, con rischi per suolo, acque superficiali, falde e di problemi di salute per la popolazione che emergeranno solo nel tempo.

Nel Golfo Persico il danno si sposta in mare. Finora sono stati recensiti almeno 16 fra danneggiamenti e affondamenti di petroliere, con sversamenti rilevati da satellite tra 12–20 km² fino a 65 km² nei casi più gravi. Anche quando i volumi esatti non sono certi, l’ordine di grandezza è rilevante: decine di migliaia di barili possono equivalere a milioni di litri di petrolio. In un mare caldo e a ricambio lento come il Golfo, il greggio può colpire pesci, uccelli marini, fondali, coste e impianti di desalinizzazione, fondamentali per l’acqua potabile della regione. Non è solo il Golfo Perisco, anche la metaniera affondata nel Mediterraneo a marzo fra Malta e Lampedusa a due passi da noi ha generato e genererà ancora danni.

La domanda finale è scomoda: mentre l’ambiente e noi perdiamo, chi ci guadagna? Secondo i dati ripresi da Gabanelli, l’aumento dei prezzi energetici avrebbe portato alle maggiori 100 compagnie di petrolio e gas 23 miliardi di dollari di extra-profitti nel primo mese di guerra; nello stesso scenario, i primi 100 produttori di armi muovono cifre nell’ordine di 679 miliardi di dollari.

Carlo Zoppi è co-coordinatore del Caffè climatico della Svizzera italiana


Il regime predatorio dietro l’apparenza della legalità

L’editorialista di Haaretz: “Spetta agli europei dire no e prendere misure concrete. I settler vanno fermati e con essi l’intero sistema che permette loro di fiorire” 

Di Fabrizio Tonello, il manifesto

Fate girare un mappamondo e poi puntate un dito a caso: ci sono buone probabilità che qualsiasi angolo del mondo abbiate toccato, Trump vi abbia applicato dazi unilaterali. E probabilità altrettanto buone che sia un posto dove Trump e la sua famiglia hanno affari. Il presidente Usa ha trasformato il suo secondo mandato in una macchina di arricchimento che combina estorsioni tariffarie pubbliche sulla base dei più fantasiosi motivi (l’ultimo, i dazi come lotta al «lavoro forzato»), perturbazione sistematica dei mercati internazionali, monetizzazione privata del ruolo presidenziale, regolamentazioni “fatte in casa” (per esempio sulle criptovalute) e, naturalmente, uso sistematico delle relazioni politiche per operazioni immobiliari. Non si tratta di corruzione episodica: è piuttosto un regime predatorio, dietro un velo di legalità formale.

Le fortune personali e familiari sono illuminanti. Prima di tutto ci sono le criptovalute e la finanza amica. Nel solo 2025 Trump ha dichiarato un reddito di circa 2,2 miliardi di dollari, di cui 1,4 miliardi provenienti da attività legate alle criptovalute. Buona parte viene da World Liberty Financial, società cripto cofondata dai figli Eric Trump e Donald Trump Jr.: oltre 500 milioni di dollari di entrate presidenziali. Si sa che la stessa amministrazione Trump controlla direttamente la regolazione del settore. Poi c’è l’uso del marchio Trump su scala globale, che continua a generare decine di milioni di dollari (almeno 23 nel periodo recente) grazie alla visibilità del boss. Naturalmente Trump continua a incassare anche dividendi/plusvalenze da vari strumenti finanziari e reti politico-affaristiche legate a Peter Thiel o ad altre figure vicine al trumpismo.

Da parte sua Melania ha incassato oltre 10 milioni di dollari per i diritti del documentario Melania prodotto da Amazon, più circa 6 milioni di proventi da libro di memorie e merchandising. Jared Kushner e Ivanka Trump sono al centro di un maxi-progetto di resort di lusso a Sazan in Albania, con un investimento stimato tra 1,4 e 4 miliardi di euro, su aree protette ad alto valore ambientale. Il governo albanese ha concesso alla società legata a Kushner lo status di «investitore strategico», con corsie preferenziali e condizioni agevolate, mentre i cittadini albanesi continuano la loro protesta in difesa della laguna e dei fenicotteri.

Truth Social e l’ecosistema mediatico legato a Trump hanno un forte impatto sui mercati ogni volta che il presidente annuncia decisioni politiche: il petrolio va su o giù in relazione agli annunci di nuovi bombardamenti o, al contrario, promesse di «tregua». Si tratta di una piattaforma usata come strumento di market moving più che come semplice canale politico. In questi giorni si parla di un progetto di abbonamento privilegiato, per la modica cifra di 100.000 dollari per ricevere in anticipo le notizie di Truth Social: in pratica uno schema di insider trading strutturale che permetta di monetizzare la prevedibilità (o imprevedibilità) delle sue uscite.

Siamo di fronte alla corruzione classica degli imperi in decadenza o piuttosto a un regime predatorio? La corruzione episodica, sempre esistita negli Stati uniti anche in forma legalizzata (lobby) si caratterizza per scambi limitati: una tangente per un contratto, un favore per una nomina, un appalto in cambio di un finanziamento politico. Il regime predatorio è, invece, quello in cui il gruppo dirigente utilizza in modo sistematico e strutturale il potere pubblico per estrarre rendite, ridefinendo le regole per normalizzare il proprio arricchimento. La linea di separazione tra Stato e patrimonio privato scompare: le scelte di politica pubblica sono disegnate in funzione degli interessi economici della cerchia al potere.

Il caso Trump quindi appare come uno dei modelli di “plutocrazia regolatoria”, in cui l’élite economica controlla direttamente la produzione di regole di mercato. Ci sono i precedenti di regimi ibridi (Ungheria, Russia) nei quali il leader e la sua cerchia privatizzano gradualmente segmenti dello Stato e del territorio, conservando forme elettorali e parvenza di legalità. La differenza statunitense sta nel fatto che questi meccanismi emergono dentro un ordinamento dove rimangono ancora controparti (stampa, parte della magistratura, sistema federale), che pongono limiti e producono almeno trasparenza ex post (dichiarazioni patrimoniali, inchieste su Kushner in Albania, ecc.). Tuttavia, la normalizzazione di conflitti di interessi di questa scala sposta l’asticella di ciò che è considerato “accettabile” nella relazione tra ricchezza privata e potere esecutivo.