Sergio Rossi – Guerra, richiusura di Hormuz e crisi economica

Americani e iraniani si parlano ancora ma la guerra è ripresa disegnando nuvole nere sul futuro dell'economia mondiale 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Che cosa è “Pickaxe Mountain”, il sito nucleare iraniano nel mirino di Trump

Americani e iraniani si parlano ancora ma la guerra è ripresa disegnando nuvole nere sul futuro dell'economia mondiale 

La Repubblica

Pickaxe Mountain potrebbe diventare il prossimo obiettivo dei raid Usa. Lo ha dichiarato il presidente americano Donald Trump accendendo i riflettori sul sito nucleare che gli iraniani avrebbero costruito a centinaia di metri sotto una montagna alta circa 1.600 metri e che si troverebbe a 1,5 chilometri a sud del centro di arricchimento dell’uranio di Natanz, nel cuore dell’altopiano iraniano nella provincia di Isfahan, ad alcune centinaia di chilometri da Teheran. In farsi “Kuh-e Kolang Gaz La”, “Monte del Piccone” in italiano, la montagna ospiterebbe un sito nucleare costruito sotto il granito, fino a 145 metri secondo l’Institute for science and international security (Isis) di Washington, addirittura a 600 metri secondo altre valutazioni.

il sito è però protetto da una roccia densa ed è così in profondità da poter resistere ai “bunker buster” americani. Risulterebbe quindi più difficile da colpire rispetto all’impianto di Fordow, cuore del programma nucleare di Teheran colpito a giugno dello scorso anno con diverse bombe Gbu-57.

Il complesso di Pickaxe Mountain si estenderebbe per circa un chilometro quadrato sul versante montuoso della catena degli Zagros e si sospetta che ospiti impianti di arricchimento dell’uranio e depositi di stoccaggio, all’interno di tunnel e bunker costruiti in profondità proprio per resistere agli attacchi. Dalla analisi delle immagini satellitari, condotta dall’Institute for science and international security, la costruzione del sito è iniziata intorno al 2020. Gli iraniani l’hanno protetto con una recinzione di sicurezza lunga diversi chilometri attorno alla montagna, collegandola alla recinzione perimetrale che circonda il complesso di arricchimento di Natanz.

L’Iran l’ha descritto come un impianto di assemblaggio di centrifughe, ma agli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) non è mai stato concesso l’accesso. Le immagini satellitari hanno mostrato scavi estesi e la costruzione di tunnel, ma lo scopo esatto del complesso non è stato confermato pubblicamente. Secondo l’Aiea, qui potrebbe trovarsi una quantità di uranio arricchito al 60 per cento.

A partire dagli attacchi del giugno del 2025, molti analisti sostengono che le attività su Pickaxe Mountain siano decisamente aumentate. Secondo l’Institute for science and international security, il mese scorso veicoli e camion sono stati visti transitare lungo le strade che conducono agli ingressi occidentali della struttura e nelle zone circostanti. Tale attività, afferma l’istituto, indica “che i lavori all’interno del complesso del tunnel, così come il consolidamento dell’ingresso, sono in corso”.

Gli ingressi orientali erano stati precedentemente bloccati in modo parziale con terra, apparentemente per impedire ai veicoli di entrare o uscire rapidamente. Secondo l’istituto, l’attività viola il memorandum d’intesa firmato tra Stati Uniti e Iran, che impone a Teheran di mantenere lo status quo del suo programma nucleare, incluso il divieto di costruzione o ricostruzione presso i siti nucleari.


Anche senza la “tassa The Donald”, quanto ci costa il conflitto nello Stretto

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Di Fabrizio Goria, La Stampa

Il conto lo pagheranno, alla fine, i consumatori. L’annuncio, e la retromarcia dopo nemmeno 24 ore, del presidente statunitenseDonald Trump di voler imporre un pedaggio del 20% sui carichi commerciali in transito nello Stretto di Hormuz ha fatto tremare i mercati energetici globali. «Non manderemo più le nostre petroliere nell’area», spiega Herbjørn Hansson, amministratore delegato del colosso Nordic American Tankers, sintetizzando il caos che avvolge l’industria marittima. La Casa Bianca rivendica il ruolo di “guardiano” armato del canale per chiedere rimborsi – sotto forma di investimenti negli Usa – agli alleati, a cominciare dai Paesi del Golfo Persico. L’Iran dice che imporrà comunque dazi, incuranti del rumore geopolitico di fondo. Secondo gli esperti, il risultato sarà comunque un rincaro sistemico con prezzi più elevati per l’energia in tutto il mondo. E la rottura dei patti della navigazione finora in essere.

La tregua sui mercati non allontana l’incertezza

La calma di oggi è stata provvidenziale, ma non si potrà sapere quanto durerà. Come sottolineano gli esperti di Rand, i capovolgimenti di fronte possono continuare «fintanto che c’è un’escalation in corso fra Usa e Iran». L’idea di un rimborso obbligatorio calcolato sul valore totale delle merci che attraversano uno dei più cruciali snodi marittimi del pianeta ha fatto sussultare il prezzo del petrolio. E indotto gli Stati del Golfo a chiedere una dietrofront a Trump. Che è arrivato, a seguito della promessa di investimenti diretti negli Stati Uniti. «Ma dipenderà se le promesse saranno mantenute», ricordano gli analisti di Rand in una nota.

«Circa 16 dollari al barile»

Lo spauracchio del pedaggio del 20% non si può quindi ancora escludere, come evidenzia una fonte diplomatica a La Stampa. La quale sottolinea che, per una petroliera standard con un carico di due milioni di barili di greggio, la tassa si traduce in un esborso extra calcolato tra i 30 e i 34 milioni di dollari per un singolo viaggio. Una quota monstre che, secondo le proiezioni elaborate dall’analista Andy Lipow, numero uno dell’omonima casa d’affari, andrà ad aggiungere «circa 16 dollari al costo di ogni barile di petrolio». Non a caso, sia il greggio Wti sia il Brent sono rimasti intorno – se non oltre – a quota 80 dollari al barile. Rincari tutti trasmissibili ai consumatori, ricorda Goldman Sachs.

Lo scontro dentro l’amministrazione americana

La frattura è emersa non solo nel Golfo, bensì anche all’interno della stessa amministrazione Usa, in un cortocircuito istituzionale in grado di esporre il piano a inevitabili ricorsi nelle aule dei tribunali federali. La direttiva di Trump sarebbe entrata in collisione frontale con la linea diplomatica del Dipartimento di Stato. Solo poche settimane fa il Segretario di Stato Marco Rubio aveva scandito un principio inequivocabile, ricordando che «nessun Paese è autorizzato a imporre pedaggi o tasse su un corso d’acqua internazionale. Questa è la legge internazionale esistente». Un paradosso che mina la credibilità del provvedimento e offre un assist legale formidabile agli oppositori.

La bocciatura dell’Onu e degli armatori

L’Organizzazione Marittima Internazionale delle Nazioni Unite ha rigettato la proposta con una nota ufficiale, ribadendo che l’agenzia «si oppone con fermezza all’imposizione di tariffe per il passaggio attraverso stretti utilizzati per la navigazione internazionale». L’International Chamber of Shipping rincara la dose e condanna la misura parlando di un inaccettabile passo «retrogrado» per le catene di approvvigionamento. L’organizzazione, spiegano fonti qualificate, teme l’effetto domino e avverte che «per noi cedere su Hormuz aprirebbe le porte a simili tariffe protezionistiche in altri passaggi marittimi vitali».

Le compagnie energetiche sfidano la Casa Bianca

Da rilevare c’è anche il fatto che la reazione dell’industria privata è orchestrata, monolitica e determinata a boicottare le direttive della Casa Bianca attraverso strategie di elusione e una dura opposizione frontale. Mike Wirth, presidente e ceo di Chevron, in una nota ha parlato a nome dei grandi caricatori di energia e ha affermato con nettezza che la sua flotta «non pagherà mai pedaggi per spostare carichi attraverso Hormuz», ergendo la libertà di navigazione a principio globale non negoziabile. Anche il colosso tedesco della logistica Hapag-Lloyd ha bocciato il progetto senza mezzi termini, diramando un comunicato per definire l’idea «fondamentalmente sbagliata» e una «pessima idea» a prescindere dal beneficiario finale degli incassi. L’azienda sottolinea che i canali naturali, a differenza di infrastrutture artificiali da miliardi di dollari come Suez o Panama, non possono esigere dazi di transito. Tradotto: se ci dovesse essere incertezza su Hormuz, andremo su altre vie marine, meno costose e rischiose.

Il Golfo cerca una via d’uscita

Nel frattempo, i produttori di greggio del Golfo, sebbene chiamati in causa per il rimborso dei costi militari, stanno accelerando i piani per emanciparsi dal ricatto geografico dello stretto. Gli Emirati Arabi Uniti studiano nuovi terminali esterni, mentre l’Arabia Saudita potenzia a ritmi serrati il gigantesco oleodotto East-West per dirottare il greggio verso il Mar Rosso. Un modo per evitare nuovi ricatti geopolitici.


Si aggrava in Sudafrica la crisi migratoria

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Quella che doveva essere un’ondata xenofoba volta a costringere centinaia di profughi illegali a lasciare il paese è ora diventata una crisi umanitaria.

Il tutto è cominciato con la creazione di un movimento civico che si è dato il nome di March and March, il cui scopo era di esigere dal governo l’espatrio degli immigrati illegali, e che si diceva apolitico. Ma, come era da prevedere, si sono puntualmente accodati approfittatori e facinorosi di vario tipo, che al di là della protesta hanno scelto di fare ricorso alla intimidazione e alla violenza. Gruppi di autodesignati vigilanti hanno orchestrato controlli in fabbriche e imprese, costringendone addirittura alcune alla chiusura. Nemmeno le township sono state risparmiate, con marce di protesta cominciate pacificamente e degenerate in violenza e atti di vandalismo.

La conseguenza è stata, in tanti casi, una fuga disordinata e caotica. Come a Musina, località a pochi chilometri dal confine con lo Zimbabwe, dove è stato creato un centro di raccolta allo scopo di gestire il flusso di gente in partenza per il loro paese di origine. Il centro, seppure munito di tendoni capaci di accomodare fino a 4 mila persone, non è stato in grado di far fronte alla fiumana di persone. A Musina mancano viveri, acqua, servizi igienici.

In aiuto sono accorse diverse organizzazioni non governative che cercano di ovviare ai più urgenti bisogni. Una lotta senza fine, perché l’afflusso di emigranti da altri campi chiusi di recente non diminuisce. Si cerca ora soprattutto di evitare lo scoppio di epidemie. Una crisi umanitaria che chiama in causa il governo e in particolare l’ANC, il partito di Mandela, accusato di aver tollerato l’immigrazione incontrollata e di non aver preso alcun provvedimento per gestire questa grave situazione.

C’è da prevedere che questa nuova ondata xenofoba con tutte le sofferenze che crea non risolverà nessuno dei problemi economici che sta attraversando il paese.

Difatti, le statistiche mostrano che gli immigrati contano solo per il 4,1% dell’intera popolazione e creano più posti di lavoro di quelli che tolgono. Inoltre, negli ultimi due anni più di centomila immigrati sono stati costretti a lasciare il paese senza per altro che ciò riducesse l’immigrazione. Resta il sospetto che gli xenofobi di oggi abbiano, come quelli del passato, nuovamente sbagliato bersaglio. Sarebbe ora che il governo faccia piazza pulita della corruzione e incompetenza che hanno, tra le altre cose, mandato in sofferenza più della metà di tutte le municipalità sudafricane. Una bomba a orologeria della quale avremo sicuramente modo di parlare prossimamente.

Nell’immagine: il centro di raccolta di Musina


A che punto è il Mediterraneo? Lo scenario peggiore è terrificante

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Di Alessandro Gianni, il manifesto

Solo pochi giorni fa, ho ricevuto una telefonata sconsolante da un pescatore di Licata: in mare di pesci ce ne sono pochi e la ripresa delle attività petrolifere di Eni (con rischi che denunciamo sin dal 2013) starebbe dando un ulteriore colpo alla locale marineria.
Anche a Sciacca, sempre sulla costa meridionale della Sicilia, la situazione è simile: sempre meno pesci. Stavolta, la «colpa» la danno al cambiamento climatico e dubito vada meglio altrove.

L’8 luglio, nel bel mezzo della tradizionale ondata di calore che ormai prende quasi tutta l’estate, è stata la Giornata Internazionale del Mar Mediterraneo. Occasione per celebrare la bellezza di questo mare ma anche la sua fragilità.

L’area del Mediterraneo è un hotspot: i famosi 1,5°C di aumento delle temperature sono stati raggiunti già nel 2020 e la prospettiva è che localmente le temperature resteranno stabilmente più alte del 20% rispetto alle medie globali.

Secondo lo scenario peggiore (RCP8.5) dell’International Panel on Climate Change (il gruppo di scienziati che per l’Onu studia il cambiamento climatico) a fine secolo l’aumento locale delle temperature arriverebbe a + 5,6°C. Insomma, se non riduciamo davvero le nostre emissioni di gas serra, siamo fritti. O bolliti, se preferite.

Forse, riusciremo davvero ad adattarci a queste temperature ma si tratterebbe di un enorme esperimento di eugenetica: secondo il Lancet Countdown 2025 (Lancet è la più importante rivista mondiale di medicina) l’eccesso di calore – o, se preferite le «ondate di calore» – nel periodo 2012-2021 ha ucciso in media 546.000 persone l’anno, con un aumento della mortalità del 63,2 percento rispetto al periodo 1990-1999. Il conto totale è purtroppo ancora più salato: due milioni e mezzo di morti a causa delle polveri sottili che derivano dalla combustione di fonti fossili, circa centocinquantamila morti collegati alle polveri sottili da incendi boschivi causati dal cambiamento climatico e «soli» sedicimila morti da alluvioni, frane e simili.

Ovviamente, le temperature elevate hanno impatti notevoli anche sulla biodiversità del Mediterraneo che – con l’1 per cento di superficie – ospita tra il 5 e il 10% delle specie marine note. Come dimostrano i rapporti del progetto Mare Caldo di Greenpeace, le morie di organismi dei fondali sono sempre più frequenti e diffuse. Nel 2024, a Portofino il 94 per cento delle gorgonie rosse presentava fenomeni di necrosi (a venticinque metri di profondità) e i fenomeni di «sbiancamento» – tristemente famosi nelle barriere coralline dei tropici – ci sono anche da noi e colpiscono coralli e alghe calcaree. Altra nota dolente collegata all’aumento delle temperature è la presenza di oltre mille specie aliene registrate nel Mediterraneo, di cui oltre seicento sono considerate invasive. In generale, c’è poi una diffusione delle specie termofile: qualche anno fa, per vedere il pesce pappagallo del Mediterraneo bisognava andare nell’Egeo. Oggi, per esempio, è piuttosto comune in alcuni tratti della costa dell’Isola d’Elba. E anche la nidificazione delle tartarughe Caretta caretta nelle coste settentrionali del Mediterraneo (in Toscana e in Liguria come in Veneto) è un segnale chiaro.

Giusto per accennare poi alla plastica, il 7% delle microplastiche in mare si trova nell’1% che è il Mediterraneo in cui (dati del 2022) arrivano ogni anno 730 tonnellate di plastica. I maggiori «contribuenti»? Egitto (43,1%), Turchia (19,1%), Italia (7,6%) e Francia (5,2%). Almeno il campionato europeo degli inquinatori di plastica del Mediterraneo, lo abbiamo vinto a mani basse. Continuare a perdere tempo, è un lusso che non possiamo permetterci. Siamo lontanissimi dall’obiettivo del «30×30» di proteggere in modo efficace il 30% del mare entro il 2030. Non abbiamo bisogno di «parchi di carta» come il Santuario dei cetacei o la grande maggioranza delle aree marine oggi incluse nella rete Natura 2000 voluta dall’Unione Europea: servono vere misure di protezione e gestione. Dobbiamo ridurre la produzione di plastica che sta aumentando a ritmi vertiginosi mentre ne ricicliamo solo il 10%. Il negoziato per un Trattato Internazionale sulla plastica è andato a monte lo scorso anno per il pressing delle industrie: sono in corso negoziati informali che culmineranno in un nuovo tentativo nel marzo 2027. E, soprattutto, dobbiamo smetterla di usare combustibili fossili, puntando decisamente sulle fonti rinnovabili come fotovoltaico ed eolico (anche offshore) che, se ben fatti, ci aiuteranno a vincere la sfida del clima. Senza farci fregare dalle bufale della «cattura» della CO2 o peggio ancora dai fantomatici programmi del nostro governo che propone un nucleare di nuova generazione che semplicemente non esiste.

Nell’immagine: pesci nuotano vicino ad alcuni coralli sbiancati nel Parco marino di Kisite Mpunguti


Le Pen e il futuro del razzismo in Francia

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Di Tahar Ben Jelloun, La Repubblica

E così Marine Le Pen, leader del Rassemblement National (estrema destra), si candida alle elezioni presidenziali e, se dobbiamo credere agli ultimi sondaggi che la danno al 36 per cento dei voti al primo turno, avrebbe delle buone possibilità di essere eletta.

Sarebbe la prima volta che una persona condannata dalla giustizia per appropriazione indebita di fondi pubblici osa presentarsi alle elezioni presidenziali. Bisogna dire che la sentenza emessa il 7 luglio dalla Corte d’Appello di Parigi è singolare: da una parte, conferma la colpevolezza di Marine Le Pen, dall’altra, le lascia la possibilità di presentarsi come candidata all’Eliseo. Il suo ricorso in Cassazione la colloca giuridicamente in una condizione di “presunta innocente” e quindi le consente di candidarsi come se nulla fosse accaduto in ambito giudiziario.

Aveva detto e ripetuto che non si sarebbe presentata se fosse stata condannata a portare un braccialetto elettronico. Condannata a tre anni di carcere — di cui due con sospensione condizionale della pena — dovrà scontare un anno di arresti domiciliari indossando un braccialetto elettronico e questo ridurrebbe enormemente i suoi spostamenti, rendendo impossibile il libero svolgimento della sua campagna.

Ritenuta colpevole di aver distratto 2,8 milioni di euro di fondi pubblici nell’arco di undici anni — ovvero nel corso di tre mandati al Parlamento europeo — lei continua a proclamarsi innocente. Nel processo di primo grado era stata condannata all’interdizione dai pubblici uffici per 45 mesi ma, avendo scontato la pena detentiva effettiva di 15 mesi, è di fatto libera da tale interdizione.

Il 73 per cento dei francesi intervistati esprime un giudizio positivo su di lei. La sua campagna è iniziata al fianco di Jordan Bardella, che ha promesso di nominare Primo ministro. Né la destra tradizionale, né la sinistra sono in grado di impedirle di vincere nell’aprile del 2027. Divisi come sono, i partiti non riescono nemmeno a designare un proprio candidato per sfidare Le Pen. La situazione è caotica e l’opinione pubblica è sempre più delusa dai politici, tanto che, con ogni probabilità, la maggioranza degli elettori non andrà a votare nell’aprile del 2027.

C’è poi il caso di Jean-Luc Mélenchon. Le sue prese di posizione a difesa della causa palestinese (si è rifiutato di definire Hamas un’organizzazione terroristica e ha definito la guerra condotta da Netanyahu come un genocidio) hanno portato molti francesi a considerarlo antisemita. Una cosa è certa: non riceverà nemmeno un voto dalla comunità ebraica. I media lo hanno ribadito più volte. Mélenchon viene accusato di antisemitismo perché è antisionista; egli respinge l’accusa e va avanti per la sua strada verso l’Eliseo. Mélenchon punta sui voti dei musulmani delle periferie che, stando ai sondaggi, lo sostengono. Il problema è che questa comunità, nel suo complesso, non ha l’abitudine di recarsi alle urne: le persone si astengono e si sentono distanti dalla politica. Lui conta sulla “sinistra profonda” — quella componente che non vediamo mai ma che esiste e che non si riconosce più nei partiti socialista o comunista. Ciò detto, se Mélenchon dovesse riuscire ad accedere al ballottaggio contro Marine Le Pen, sarebbe lei a vincere le elezioni presidenziali. La comunità ebraica nel suo insieme — la più importante e numerosa d’Europa — si mobiliterebbe per impedirgli di andare al potere, anche a costo di votare per l’estrema destra.

Sicura di sé e determinata, Marine Le Pen dichiara: “Saranno i francesi a decidere!”. Attualmente ha il vento in poppa e crede fermamente nel proprio destino; per la prima volta una candidata condurrà la campagna presidenziale al fianco del suo “futuro primo ministro”. Jordan Bardella, che ha trascorso mesi a prepararsi per una possibile candidatura, si differenzia da Marine sul piano ideologico sotto diversi aspetti. Sarebbe più liberale e più realistico.

Il problema è che questo partito — il cui fondatore, Jean-Marie Le Pen, non ha mai nascosto le proprie opinioni su ebrei e arabi — si presenta come puro e integro. Eppure alcuni dei suoi membri esprimono apertamente il loro razzismo e si rifanno all’eredità del padre di Marine. Con il Rassemblement National al potere, il razzismo — dichiarato o no — ha un roseo futuro davanti a sé.


La “mafia-tizzazione” degli Stati sta diventando un modello?

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Alle volte non si osa usare questa o quella parola per designare una situazione politica. Prendiamo “mafia”, ad esempio. Una sua classica definizione è: ”organizzazione criminale che usa violenza, intimidazione e omertà per controllare il territorio e le attività economiche; si arricchisce gestendo traffici illeciti ed estorsioni; cerca di sostituirsi allo Stato stringendo alleanze con la politica per ottenere potere e impunità”. Sembra eccessivo o fuorviante applicarla a questo o quello Stato come metodo o comportamento.

Una studiosa, già procuratrice federale negli Stati Uniti, Barbara Mc Quade, riesce a farlo con precisione che si direbbe chirurgica in un suo recente testo, dal titolo che appare complesso (The Fix: Saving America from the Corruption of a Mob-Style Government, che va spiegato più che tradotto) pubblicato a pennello, si direbbe, nello scorso giugno (da Seven Stories Press). Un ex-consigliere di Obama, Ben Rhodes, l’ha subito definito “possente (powerful) guida per capire che cosa è andato storto nella nostra democrazia e come riprendersi il potere da un uomo forte” (and how reclaim power from a strongman). Per il New York Times è il bestseller del momento.

La gestione di stile mafioso

Ciò che risulta interessante e coinvolgente è che l’autrice, come potrebbe sembrare, non si limita ad una “diagnosi” politica sugli Stati Uniti dell’epoca Trump. Barbara McQuade estende la sua analisi e fa emergere un modello che sta affermandosi in diverse parti del mondo. 

Dapprima si è cristallizzato in Oriente, dove le antiche repubbliche sovietiche sono quasi servite da laboratorio sperimentale per ciò che i ricercatori hanno poi definito “cleptocrazie” (regime politico o sistema di governo in cui la corruzione è istituzionalizzata) e che McQuade, ricorrendo al vocabolario più tagliente ed efficace di un procuratore, definisce “gestione di stile mafioso” del potere. E i modelli da quelli parti sono fioriti. Ad esempio: Lukashenko (Bielorussia; la lealtà acquisita con la protezione mafiosa, il dissenso represso con violenza extragiudiziaria; le elezioni trasformate in un rito di sottomissione); Aliyev (Azerbaigian; un raffinato sistema in cui la distinzione tra la “famiglia dirigente” e il Tesoro nazionale è solo di tipo amministrativo). Due dirigenti che hanno applicato il manuale conosciuto anche dai teorici del crimine organizzato: controllo dei tribunali, sottomissione dei media, certezza inoculata tra “prossimi del potere” che avrebbero troppo da perdere se corressero il rischio di tradire.

Il codice d’onore

È comunque la Turchia di Recep Tayyp Erdoğan che fornisce la prova esemplare: un dirigente eletto con una competizione democratica reale che ha sistematicamente smantellato ogni istituzione concepita per contrastarlo (la giustizia riempita solo di fedeli, stampa acquisita o smantellata, servizi di sicurezza ridotti a strumenti personali). È rimasta la forma della democrazia (elezioni, parlamento, costituzione); svuotata però di contenuto, sostituito dalla sostanza del dominio organizzato. Il quale diventa però, paradossalmente, come negli scorsi giorni, una sorta di perno fondamentale cui ricorrono le altre democrazie (Stati Uniti e Stati europei) per escogitare soluzioni o intese per ritrovare la fine della guerra (e infatti Erdoğan ha pensato bene di regalare una pistola ad ogni membro Nato partecipante alla riunione).

Minimizzando, per di più, formato e senso degli incontri sulla scena internazionale: si preferisce infatti sempre più l’incontro di persone, quasi ignorando le istituzioni. Anche qui con una concertazione da codice d’onore, di stile mafioso. E cioè: “lo sviluppo dell’intesa solo sulla fiducia (sull’ “onore”) personale”.

Democrazia liberale e corrosione mafiosa

Mac Quade sembra però anche voler distinguersi dalle attuali geremiadi contro Trump. Non parla infatti di politica; parla di “razionalità criminale”. Ricorre allora a “Il Padrino” (The Godfather”): Don Corleone (il mafioso) si rivolge a un supplicante con calma e gli dice: “Un giorno – ma potrebbe anche non succedere – ti chiamerò per chiederti un favore”. Mac Quade, sulla base anche della sua lunga esperienza di procuratore, commenta che non è per niente cinema: è una descrizione precisa del modo con cui Trump governa! Per ogni servizio reso c’è sempre un’attesa di ristorno. Il quotidiano “Guardian” (13 giugno 2026) è quindi portato a definire il libro “una esposizione trafiggente del modo con cui Trump erode la democrazia trasformando l’America in uno Stato mafioso”. 

Sarebbe tuttavia insufficiente o limitativo soffermarsi solo sul punto di vista americano. L’argomento più inquietante, sostiene Mc Quade con le sue prove, non è che Trump abbia trasformato l’America in uno Stato mafioso o che il modo mafioso abbia sedotto il potere esecutivo negli Stati Uniti. Trump ci fa piuttosto rilevare sino a quale distanza una democrazia liberale può avanzare nella direzione mafiosa, possa esserne corrosa, prima che i cittadini avvertano dove essa può portare o ha portato.

Un linguaggio comune

Il titolo del libro è quindi intenzionale. In inglese “the fix is in” significa: il risultato è predeterminato o il sistema è manipolato. E quindi l’ultima parte del libro è dedicata più alla riforma necessaria che alla disperazione avanzante. E cioè: sistema di voto sequenziale, garanzie di assoluta indipendenza giudiziaria, quadro giuridico che permetta la completa trasparenza.

 E, soprattutto e non da ultimo, darsi un vocabolario, un linguaggio comune per descrivere ciò che ognuno di noi sta ormai osservando o subendo, qualunque sia la capitale in cui si trovi (Minsk, Brasilia, Ankara, Roma, Parigi, Washington…). Che, a ben pensarci, è il linguaggio della verità, o quello di usare le parole giuste per indicare una giusta diagnosi e dunque il possibile rimedio.

Perché la gestione in modo mafioso del potere non è più un’eccezione; rischia anzi, come dimostra la democrazia ritenuta sempre la democrazia per eccellenza, quella americana, di diventare un modello. Anche se Mc Quade sembra tuttavia sicura che la gestione di stile mafioso finirà comunque per consumare se stessa, “distrutta dalla corruzione e dal servilismo”.

Certo, ma in quanto tempo?

Nell’immagine: una delle pistole personalizzate regalate da Erdoğan ai membri NATO


Dieci fake news sulle ondate calore (e perché sono fake)

Americani e iraniani si parlano ancora ma la guerra è ripresa disegnando nuvole nere sul futuro dell'economia mondiale 

Di Luca Fraioli, La Repubblica

Si può ancora negare il cambiamento climatico dopo che Londra ha toccato i 35 gradi a maggio, l’Europa ha sperimentato il giugno più caldo della sua storia e mentre l’Italia è investita dalla terza ondata di calore in poche settimane? C’è chi lo fa, con affermazioni, apparentemente di buon senso, che puntano negare, appunto, il problema o quanto meno a sminuire la portata. Ne abbiamo scelte 10 e abbiamo chiesto ad Antonello Pasini, fisico del clima CNR, e direttore scientifico dell’Osservatorio meteorologico Milano Duomo, di spiegare perché sono errate, fuorvianti e non scientifiche.

1 – Fa caldo, ma ci abitueremo.

“Ovviamente dobbiamo adattarci, perché i fenomeni climatici che vediamo adesso li rivedremo anche nei prossimi decenni. Ma è assolutamente importante evitare situazioni ingestibili, cioè scenari futuri del cambiamento climatico tali che sarebbe probabilmente impossibile difendersi. Quindi bisogna pensare all’adattamento da una parte, ma soprattutto alla mitigazione da quell’altra”.

2 – Nella comunità scientifica non c’è accordo su quanto abbiano contribuito gli esseri umani.

“Questa è una stupidaggine. Nella scienza si discute di tutto, ma ci sono alcuni punti fermi e uno di questi è l’origine antropica della crisi climatica. Abbiamo mostrato con due modelli completamente diversi e assolutamente indipendenti indipendenti che viene fuori la stessa cosa, cioè che la colpa è la nostra, insomma. Non c’è spazio per dubbi dal punto di vista delle cause, dalla rivoluzione industriale in poi”.

3 – Il clima della Terra è sempre cambiato.

“E’ vero, ma questo è un fenomeno molto diverso dal passato. Per esempio è ubiquitario. Quando si parla di Annibale che ha passato le Alpi sugli elefanti, lo sappiamo bene che quell’epoca era abbastanza caldo in Europa e sulle Alpi. Ma era una cosa circoscritta geograficamente. Oggi l’innalzamento delle temperature riguarda tutto il Pianeta”.

4 – Le ondate di calore sono innescate da fenomeni naturali ciclici. Come per esempio El Nino.

“Non è così. Immaginiamo di essere su una scala mobile che sale. Se c’è El Niño ci fa andare su di un gradino, se invece c’è La Niña scendiamo di uno. Ma comunque andiamo verso l’alto, perché è il contributo antropico al riscaldamento globale che determina il la tendenza”.

5 – Il surriscaldamento dipende dall’attività solare e dall’avvicinamento della Terra alla nostra stella.

“E’ falso. Nel momento in cui la temperatura è partita per la tangente, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, il contributo di energia che ci è arrivata dal Sole non è aumentato, ma è addirittura diminuito”.

6 – Le ondate di calore ci sono sempre state, lo ricordano i nostri genitori e i nostri nonni.

“I più anziani ricorderanno il colonnello Bernacca, che ogni tanto in estate diceva ‘Attenzione, domani nelle città italiane si potranno raggiungere i 32°’. Magari adesso fosse così. Nel Mediterraneo è cambiata la circolazione, cioè non abbiamo più l’anticiclone delle Azzorre ma gli anticicloni africani che sono molto più forti”.

7 – Ci sono troppi pochi dati per poter attribuire i cambiamenti climatici alle attività umane.

“Dalla metà dell’Ottocento abbiamo dati con una risoluzione abbastanza buona per poter fare delle medie annuali. E si vedono bene gli andamenti: in particolare dagli anni Sessanta-Settanta in poi c’è stato lo stacco e l’aumento di 2 decimi di grado a decade. L’ultimo studio a cui ho partecipato evidenzia che dal 2013-2014 c’è stato un raddoppio della rapidità di aumento delle temperature”.

8 – Due gradi in più non sono tanti. Anzi, potrebbe anche essere piacevole.

“Quella è l’innalzamento della temperatura media globale. Poi bisogna vedere cosa succede a livello locale. L’Europa, per esempio si riscalda il doppio: quindi se il mondo si riscalda di 1 grado e mezzo, il nostro continente si riscalda di 3. Ma poi ci sono gli eventi estremi e le loro conseguenze sugli ecosistemi e sugli esseri umani: siccità, incendi, alluvioni, con ricadute sociali ed economiche, dall’agricoltura alle migrazioni”.

9 – Più CO2 in atmosfera vuol dire vegetazione più rigogliosa e quindi agricoltura più redditizia.

“E’ vero, con la CO2 le piantine, crescono di più. Però se alle radici manca l’acqua, o se quella poca acqua che c’è evapora dai suoli o evapotraspira dalle piante perché fa troppo caldo, la CO2 non serve. Se si dovesse deghiacciare il permafrost, la Siberia potrebbe diventare una zona agricola, solo che nel frattempo crollerebbero tutte le abitazioni e le infrastrutture che ci sono. E verrebbe immesso in atmosfera una quantità esagerata di metano, potentissimo gas serra”.

10 – Gli esseri umani sono ben poca cosa rispetto alla natura: non possono incidere né in una direzione né nell’altra

“Purtroppo non è così. Siamo la specie più invasiva che ci sia mai stata sulla Terra. Dalla rivoluzione industriale in poi abbiamo fatto aumentare la CO2 in atmosfera. Al 75% le nostre emissioni sono dovute all’uso di combustibili fossili, il restante 25% è legato alla deforestazione e all’agricoltura non sostenibile. Però aver scoperto che il riscaldamento globale è di origine antropica non è una sciagura, ma è anzi una buona notizia: perché così possiamo agire sulle cause. Se non dipendesse da noi potremmo difenderci”.

Nell’immagine: manifesti di Extinction Rebellion


Centinaia di morti per il caldo e la politica fa ben poco

Americani e iraniani si parlano ancora ma la guerra è ripresa disegnando nuvole nere sul futuro dell'economia mondiale 

Di Daniela Gschweng, Infosperber

Per giorni l’Europa ha sofferto temperature intorno ai 40 gradi. E la prossima ondata di caldo si sta già annunciando. Temperature intorno ai 30 gradi ormai sembrano quasi fresche. Si dice che il corpo riesca ad adattarsi.

Fino a un certo punto. In Germania, secondo l’Istituto Robert Koch (RKI), già prima del 21 giugno erano morte circa 810 persone a causa del caldo. Nella settimana successiva, caratterizzata da un caldo torrido protrattosi fino al 28 giugno, se ne sono aggiunti altri 4’310.

Si tratta di stime. Sono pochi quelli che muoiono direttamente per un colpo di calore. Il «caldo» viene quindi raramente indicato come causa sul certificato di morte. Per questo motivo, ogni anno, dalla settimana 15 alla 35 del calendario, l’RKI rileva la sovramortalità, che aumenta notevolmente nelle giornate calde.

Il Land meridionale del Baden-Württemberg, in cui vive all’incirca lo stesso numero di persone che in Svizzera, è stato particolarmente colpito, con 260 decessi registrati fino al 21 giugno. Anche in rapporto al numero di abitanti, la mortalità nei Land meridionali è risultata più elevata. In Svizzera, «nella settimana dal 22 al 28 giugno sono deceduti 175 anziani in più rispetto a quanto ci si sarebbe aspettato», ha riferito «Schweiz heute». A titolo di confronto: la mortalità media in Germania è di 2’700 persone al giorno, in Svizzera di circa 200.

Il caldo ha messo a dura prova anche il sistema sanitario. Il personale infermieristico, i medici e i servizi di soccorso si sono lamentati sui social media dell’elevato carico di lavoro, soprattutto nelle grandi città.

I vertici politici minimizzano

La politica tedesca al riguardo non ha detto praticamente nulla. Si è occupata soprattutto delle imminenti riforme del sistema fiscale, pensionistico e sanitario. La copertura mediatica del pericoloso caldo si è limitata in gran parte ai media locali. Le immagini mostravano impianti di raffrescamento urbano a nebulizzazione e operai edili, mentre i giornalisti intervistavano persone afflitte dal caldo. Lo stesso in Svizzera. Con temperature così elevate, nelle scuole le lezioni erano praticamente impossibili. Un bambino avrebbe addirittura subito un colpo di calore, come riportato, ad esempio, dal giornale basilese «Bajour» citando un insegnante.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz “non vuole fare delle temperature una «questione prioritaria»  perché ciò non cambierebbe comunque il tempo. Non si vuole nemmeno suscitare aspettative”, ha fatto sapere il 29 giugno il suo portavoce (ZDF). Il consigliere federale svizzero e ministro dell’ambiente Albert Rösti dal canto suo ha messo in guardia contro «l’esagerazione».

A nessuno verrebbe in mente di accettare come inevitabili i decessi per droga e per incidenti stradali

A titolo di confronto: in Germania, lo scorso anno si sono registrati 2814 decessi per incidenti stradali e 2150 decessi per droga. Secondo l’RKI, nel 2023 e nel 2024 sono morte circa 3000 persone all’anno a causa del caldo, mentre nei primi otto mesi del 2025 il numero è stato di circa 2600.

Probabilmente nessuno direbbe che gli incidenti stradali e i problemi legati alla droga “sono sempre esistiti”. Sia lo Stato che i produttori di auto si impegnano molto per rendere la circolazione più sicura. Esistono numerose misure per ridurre il numero di decessi per droga. E la maggior parte dei decessi causati dal caldo sarebbe persino evitabile con uno sforzo minore.

In Germania la protezione dal caldo è di competenza dei Länder

A prima vista, il capo del governo tedesco aveva addirittura ragione con la sua cautela. In Germania, la protezione dal caldo è di competenza dei Länder. Entro sei mesi i Länder dovranno presentare una strategia di adattamento climatico, che includa anche piani di protezione dal caldo. Tuttavia non esistono linee guida uniformi o obbligatorie su ciò che un piano d’azione contro il caldo debba contenere. Già un sito web con consigli sulla protezione dal caldo può essere considerato una misura.

Esistono certamente soluzioni a medio e lungo termine per la resilienza al caldo: rimozione di asfalto, cemento o altre coperture artificiali dal terreno per restituirlo allo stato naturale, rinverdimento, «città spugna», ristrutturazione di ospedali e case di cura, norme edilizie, adeguamenti urbanistici o pozzi di acqua potabile. È difficile stabilire quali di queste misure possano rivelarsi più efficaci per aiutare concretamente i gruppi a rischio durante un’ondata di caldo, ma nel breve termine si fa ben poco.

Cercasi: misure concrete

A essere particolarmente a rischio sono gli anziani: secondo l’RKI il 58% delle persone decedute fino al 28 giugno a causa del caldo aveva più di 85 anni, mentre il 94% aveva più di 65 anni. Sono particolarmente a rischio anche i bambini, le donne incinte, i malati cronici e le persone con scarse risorse finanziarie. Questi vivono spesso dove fa più caldo: nei quartieri densamente edificati dei centri urbani.

Misure come le strutture nebulizzanti nelle piazze sono utili per migliorare il clima urbano nei luoghi molto frequentati. Tuttavia, sono di scarso aiuto per chi vive nell’appartamento mansardato della porta accanto. I suoi abitanti probabilmente riescono solo a sorridere con aria stanca quando sentono dire, l’ennesima volta, che dovrebbero bere molto. Attaccano coperte di sopravvivenza riflettenti alle finestre mansardate e acquistano un condizionatore, se ne hanno i mezzi. È certamente consigliabile avvertire la popolazione delle ondate di calore, e non è certo sbagliato bere molto. Mancano però misure concrete che proteggano efficacemente le persone particolarmente a rischio. Le stanze climatizzate, ad esempio, sono rare. Spesso non si sa nemmeno chi abbia bisogno di una protezione speciale né dove viva.

Lo Stato ha un dovere di assistenza

Per i datori di lavoro in Germania e in Svizzera esistono direttive piuttosto dettagliate che stabiliscono a partire da quale temperatura devono intervenire e alleggerire il carico di lavoro dei propri dipendenti – ad esempio fornendo bevande fredde gratuite, allentando le regole sull’abbigliamento o adeguando gli orari di lavoro. I datori di lavoro di solito si attengono a queste direttive, poiché ne sono responsabili e hanno un dovere di assistenza. La maggior parte delle persone particolarmente a rischio, tuttavia, non è occupata. È lo Stato che deve prendersi cura di loro.

La protezione dal caldo e la prevenzione del caldo sarebbero migliorate in Germania negli ultimi anni, ma la situazione è ancora ben lungi dall’essere buona, ha dichiarato alla «ZDF» Jonas Gerke, esperto di adattamento climatico presso l’Alleanza tedesca per il cambiamento climatico e la salute (Klug). Ci sono ancora molte lacune nella prevenzione del caldo. La protezione dal caldo non è garantita nemmeno negli edifici di nuova costruzione, ha dichiarato il presidente di Klug, Martin Herrmann, alla «Deutschlandfunk» (DLF). Un programma che sosteneva strutture come case di cura, asili nido e scuole nella ristrutturazione è stato addirittura sospeso nel 2026. In molti ospedali il caldo non è quasi un problema importante. Spesso solo il reparto di terapia intensiva è climatizzato.

Le misure attuali sono a malapena sufficienti per il futuro

La responsabilità ricade quindi in gran parte sui comuni, per lo più a corto di fondi. Esistono sì programmi di sostegno, ma chi non dispone di personale per presentare le domande di finanziamento non riceve niente, ha dichiarato Uwe Conradt, vicepresidente dell’Associazione delle città tedesche, alla «DLF».

In Svizzera, dopo l’ondata di caldo eccezionalmente letale del 2003, sono state adottate le prime misure strutturate, come i piani d’azione contro il caldo a più livelli. Tuttavia le misure previste e attuate dai singoli cantoni differiscono notevolmente, afferma l’Istituto svizzero di medicina tropicale. Anche l’Ufficio federale della sanità pubblica ritiene che le misure attuali difficilmente saranno sufficienti per il futuro.

In Germania, la protezione dal caldo dipende in ultima analisi dalla volontà politica e dall’iniziativa dei singoli, afferma Gerke. Ciò vale spesso anche per la Svizzera. Dal 2003 esistono piani d’azione contro il caldo a più livelli e progetti di successo per aiutare concretamente le persone particolarmente a rischio. Però spesso si basano sull’impegno dei singoli.

Durante la recente ondata di caldo, ad esempio, il Museum der Kulturen di Basilea ha reagito in modo rapido e senza burocrazia, aprendo gratuitamente le porte della sua mostra climatizzata. Il Kunstmuseum di Basilea ha concesso l’ingresso gratuito alle persone di età superiore ai 65 anni. Perché no? I musei spendono gran parte del loro budget per la climatizzazione dei propri spazi. Nel caso dei musei pubblici, questi costi sono in ultima analisi a carico della collettività. Nel frattempo, a Karlsruhe, in Germania, i clienti di Ikea si sono lamentati del ristorante climatizzato, affollato tutto il giorno da studenti. Il negozio di mobili ha lasciato correre.

La Francia ha agito con determinazione

Ben diversa è stata la situazione in Francia, colpita da temperature intorno ai 40 gradi e oltre in misura ancora più grave rispetto alla Germania. Il Paese ha reagito rapidamente. Nei dipartimenti particolarmente caldi, il governo ha vietato il consumo di alcolici. Diversi eventi sono stati annullati, le scuole sono state chiuse e i residenti a Parigi sono stati contattati telefonicamente dal Comune a titolo precauzionale.

Jean Castex, direttore generale della società ferroviaria francese SNCF, ha raccomandato alle persone a rischio di evitare i viaggi in treno. Il presidente francese ha esortato a prestare attenzione alle persone vulnerabili. Anche in Francia sono state intraprese iniziative isolate per proteggere la popolazione dal caldo: Strasburgo e Mulhouse, ad esempio, hanno offerto per alcuni giorni corse gratuite in tram, mentre i parcheggi «park and ride» erano gratuiti. Ciononostante, secondo i dati attuali, nel Paese si sono registrati almeno 1000 decessi dovuti al caldo.

Il caldo non è un problema che fa scalpore – ma non per questo è meno letale

Cifre del genere non sono inaspettate e, nel corso dell’estate, sono destinate probabilmente ad aumentare: l’ondata di caldo di fine giugno è stata come una prova generale, ha scritto l’OMS. La prossima si sta già annunciando.

Ci saranno anche estati più fresche. Ma almeno nei prossimi decenni le temperature continueranno a salire e con esse anche il numero di giornate calde. Anche se l’umanità cessasse immediatamente la produzione di tutti i gas serra. A ciò si aggiunge il cambiamento demografico. Ci saranno più persone anziane e quindi più vulnerabili.

Perché allora la politica si interessa così poco a questo tema? Il caldo non è un problema che fa scalpore, afferma Martin Herrmann. Non offre immagini drammatiche come le inondazioni. Le persone a rischio passano quasi inosservate. Anche altri esperti parlano di «killer silenzioso». La radio «Deutschlandfunk» ricorda che dopo eventi estremi l’attenzione di solito si affievolisce rapidamente.

Economia: a partire dai 30 gradi diventa costoso

Dal punto di vista economico, il caldo è un problema di lunga durata. Forse la politica dovrebbe occuparsi delle ripercussioni delle ondate di calore sul gettito fiscale. A partire dai 30 gradi, la produttività cala di circa il tre per cento per ogni grado in più. Allo stesso tempo, i costi energetici aumentano di circa l’1,2 per cento per grado, poiché occorre raffreddare di più, come ha sintetizzato il «Tagesschau» in uno studio dell’assicuratore Allianz Trade. Solo la Germania rischierebbe perdite fino a 131 miliardi di dollari se le ondate di calore del passato dovessero ripetersi. Il prodotto interno lordo (PIL) potrebbe diminuire del tre per cento entro il 2030. Naturalmente ciò dipende dal settore considerato e dalla durata dell’ondata di calore, ha dichiarato l’Istituto dell’economia tedesca di Colonia alla «Wirtschaftswoche».


Trump torna in guerra: “Blocco di Hormuz e siti nucleari nel mirino”

Americani e iraniani si parlano ancora ma la guerra è ripresa disegnando nuvole nere sul futuro dell'economia mondiale 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Come nel giorno della marmotta, ogni mattina la guerra in Iran sembra tornare al punto di partenza. Il presidente Trump ha comunicato al Congresso la ripresa delle operazioni militari , in realtà per poter continuare a colpire senza l’autorizzazione parlamentare; ha annunciato nuovi bombardamenti tra la notte di ieri e oggi (già ieri sera colpite Bandar Abbas, Kish e Qeshm); ha avvertito che prenderà di mira il sito nucleare della Pickaxe Mountain, vicino Natanz. Ha imposto nuovamente il blocco alle navi sgradite che attraversano lo Stretto di Hormuz, e minaccia di tenerlo aperto con la forza per quelle amiche, chiedendo però il pagamento di un balzello del 20% sul valore dei beni trasportati. Poi ha annunciato che giovedì sera terrà un discorso alla nazione. Teheran prima ha fatto la voce grossa, prospettando rappresaglie in tutta la regione, ma poi ha scelto di trollare il capo della Casa Bianca prendendolo in giro. Di sicuro il cessate il fuoco non esiste più, mentre il negoziato che secondo il memorandum of understanding avrebbe dovuto risolvere il conflitto nell’arco di 60 giorni è ormai solo un ricordo sbiadito.

Dopo giorni di bombardamenti, provocati dalla diversa interpretazione delle modalità per il passaggio attraverso Hormuz, il presidente ha alzato il tiro con questo messaggio pubblicato ieri mattina sul suo social: «Lo Stretto è aperto e rimarrà aperto, con o senza l’Iran. Stiamo ripristinando il blocco navale, che impedisce esclusivamente alle navi o ai clienti dell’Iran di entrare o uscire. Tutti gli altri Paesi potranno usufruire dello Stretto in modo equo e libero».

Non ha spiegato come, ma servirebbe un intervento militare di grandi proporzioni, perché la scorta delle petroliere non si può fare solo dall’aria. Si capisce dal fatto che poi Trump ha aggiunto: «Gli Usa da ora in poi saranno noti come i custodi dello Stretto di Hormuz. In questa veste e per ragioni di equità, verranno rimborsati nella misura del 20% del valore di ogni carico trasportato, per i costi necessari a garantire la sicurezza». Quindi anche le navi amiche dovranno pagare, per rimborsare il servizio offerto. Secondo l’Onu non ci sono basi legittime per il pedaggio, ma il Pentagono ha confermato che il blocco navale riprenderà alle 10 di stasera.

Ebrahim Zolfaqari, portavoce militare iraniano, ha risposto così: «Non permetteremo agli Usa di intervenire nella gestione di Hormuz. Le forze armate iraniane reagiranno con fermezza a qualsiasi azione che provochi disordini o comprometta la sicurezza del passaggio navale». Poi ha ammonito: «Ai leader dei Paesi della regione mandiamo un avvertimento: qualsiasi collaborazione con gli Usa sarà considerata un atto di guerra. In caso di espansione del conflitto nella regione, le fiamme coinvolgeranno tutti i paesi dell’area». Il portavoce dei pasdaran, Hossein Mohebi, ha aggiunto: «Continueremo ad esercitare con forza la sovranità e il controllo su Hormuz, e costringeremo gli stranieri e i loro alleati ad arrendersi alla volontà del popolo iraniano». Il ministro degli Esteri Araghchi ha scelto invece l’ironia: «Il presidente Usa ha ragione. Chiunque garantisca un passaggio sicuro alle navi attraverso lo Stretto dovrebbe essere compensato. Il 20% è troppo. Saremo equi».

Con una lettera inviata venerdì al Congresso, Trump ha comunicato che gli attacchi contro l’Iran sono ripresi il 7 luglio. Lo ha fatto in conformità con il War Powers Act, per poterli proseguire senza l’autorizzazione dei parlamentari: «Le forze di terra Usa – ha scritto – non sono coinvolte». Resta da vedere se è l’inizio di una nuova escalation, o il tentativo di costringere l’Iran ad accettare le sue condizioni per la pace.