Il “pizzo” di Hormuz

 


Cuba alla curva della storia, ora in ballo c’è il socialismo

 

Di Roberto Livi, il manifesto

Siamo alla fine del socialismo in Cuba? Il 18/19 giugno è stato approvato dal Parlamento e dal vertice del Pcc un pacchetto di 176 riforme (“Trasformazioni Economiche e Sociali”) che, almeno nel suo disegno, pretende di abbandonare il modello di direzione centralizzata dell’economia, per introdurre il mercato e il capitale privato.

Il direttore della prestigiosa rivista Temas, Rafael Hernández, avverte che tali misure sono state percepite da critici interni ed esterni come «negazione dell’essenza del socialismo come sistema in Cuba e, nella pratica, si tende a rappresentarle come un tradimento della causa». La risposta della direzione politica cubana (sia il presidente Díaz-Canel che il premier Marrero) è stata un netto no. Le misure decise rappresentano la volontà di «cambiare quello che deve essere cambiato», dunque di «riformare il modello socialista cubano, per rafforzarlo e renderlo veramente sostenibile», ovvero attuarlo e mantenerlo in Cuba con i propri mezzi.

IN UNA SERIE di interventi lucidi e coraggiosi Díaz-Canel ha ammesso che il pacchetto «ha contraddizioni e rischi» ma che la sua urgenza deriva dal grave pericolo del blocco energetico imposto da Trump. «Con i piatti vuoti non vi è sovranità» ha affermato. Senza energia «è possibile mantenere programmi e giustizia sociali?». Il presidente ha messo in chiaro che tali riforme vengono da lontano, dal VI Congresso (2016) poi rielaborate dal piano per eliminare le trampas allo sviluppo e infine dal Programma economico e sociale per il 2026 varato dal governo l’anno scorso. Ma a causa delle critiche, tali misure sono state messe in discussione in molti incontri con i cittadini e poi rielaborate nei «23 assi tematici del pacchetto di riforme».

Alcuni economisti hanno ipotizzato che si tratti di un «progetto di sviluppo sociale di mercato», ma – ha detto Díaz-Canel- noi ribadiamo che «seguiremo difendendo il nostro socialismo senza fare cambiamenti nel sistema politico». In particolare «continuiamo a ratificare la proprietà sociale (dei mezzi di produzione) come la principale forma di proprietà». «L’obiettivo – ha detto Marrero – è preservare le nostre conquiste e rilanciare l’economia a favore del benessere del popolo». Il presidente ha ammesso che vi sono rischi concreti. Il primo è che le riforme generino nuove diseguaglianze «incompatibili con i principi della Rivoluzione». Di fronte a questa possibilità la leadership proteggerà «le persone che sono in condizione vulnerabilità». Lo scopo essenziale delle riforme è «liberare le forze produttive in modo da produrre più ricchezza materiale per poterla distribuire con giustizia sociale». In questo quadro il settore privato non rappresenta in sè «un pericolo per la Rivoluzione» e nemmeno quella parte dell’esilio che è disposta a investire in Cuba per partecipare al suo sviluppo. L’importante, afferma il presidente, «è ricostruire il paese».

IL PRESIDENTE ha anche ammesso che le idee di riforma espresse (e anche approvate) negli anni precedenti non sono state realizzate per freni interni e per mancanza di consenso nel vertice politico. Quello che ne è seguito però è stato un immobilismo: oggi questo sarebbe una scelta peggiore che tentare riforme giudicate pericolose. Dunque «non vi è una unanimità» ma tutto il vertice (politico cubano) è consapevole («informato») che la crisi economico-sociale è drammatica e deve essere affrontata d’urgenza con riforme che diano fiducia alla popolazione.

Secondo vari economisti amici, si tratta di misure che avrebbero dovuto essere applicate prima che lo strangolamento attuato da Trump avesse posto Cuba con le spalle al muro, rendendone più difficile l’attuazione. Però negare le riforme in virtù di una ideologia – la purezza del socialismo cubano – «significa oggi condannare la popolazione dell’isola alla miseria».

Secondo l’economista Omar Everleny «chi oggi si mostra preoccupato per la perdita del socialismo cubano non si è accorto che i rapporti di produzione socialisti nell’isola sono già in crisi da anni. Proprio perché non vi è produzione di beni: la libreta e lo stipendio in pesos non servono più per vivere; le farmacie sono vuote; sanità e scuola sono in crisi; il sottosistema agropecuario non riesce nemmeno lontanamente a soddisfare le esigenze alimentari della popolazione. Negli ultimi anni più del 10% della popolazione è emigrata». Dunque «le riforme sono un tentativo di sottoporre il mercato a regole che possano trasformarlo in un catalizzatore dell’economia». «Non vi è più tempo per tentennamenti», al contrario è necessario dimostrare alla popolazione che, con il lavoro, è possibile avere una vita degna.

PRESIDENTE E PREMIER hanno messo in chiaro che anche l’apparato statale deve adeguarsi. «È necessario un cambiamento di mentalità». L’appello ideologico a «non tradire la Rivoluzione» non deve coprire la politica immobilista che ha portato Cuba dov’è ora. Un gruppo di economisti che da anni sostenevano la necessità di riforme di struttura sono stati interpellati dal presidente affinché dessero il loro parere e la loro assistenza. Uno dei più noti, anche per gli incarichi assunti in strutture dell’Onu, Julio Carranza, ha affrmato che ora l’importante è ordinare e coordinare le misure decise secondo un piano rigoroso di implementazione. Secondo l’economista Juan Triana i primi effetti concreti si possono sperare entro sei mesi, «e non per tutti». Per questa ragione viene reiterata la necessità che il processo di riforme si svolga con trasparenza e dando concrete possibilità alla società civile di controllarlo, in modo da «non lasciare indifesi gli strati sociali più deboli».

LA REAZIONE POPOLARE – soprattutto sui media dove l’influenza della diaspora è più forte – è stata mista di speranza e scetticismo. Ma quello che non è stato evocato apertamente – i convitati di pietra Trump e il suo supefalco Rubio – rappresenta certol’incognita più pericolosa. È molto difficile – per non dire impossibile – mettere in atto una sequenza virtuosa di riforme se continuerà lo strangolamento economico, finanziario e energetico imposto da Washington. Il recente black-out che ha messo al buio tutta Cuba lo dimostra.

In questo quadro si inserisce la polemica innescata dalle dichiarazioni del nipote di Raul Castro – il “cangrejo” o “Raulito”- che recentemente ha dichiarato a Usa Today di essere disposto a trattare con Trump su tutti i temi – compresa la «liberazione dei prigionieri politici» – se gli verrà affidato l’incarico. Raúl Guillermo Rodríguez Castro, ex colonnello del Minint, non ha nessuna carica ufficiale. Né l’esperienza per trattare temi così delicati come i rapporti con gli Usa. La sua entrata a gamba tesa nella diplomazia nazionale gli ha valso una marea di critiche. La più pesante, di contribuire a «uccidere la reputazione» del vertice politico nazionale.

IL PREMIER MARRERO ha messo in chiaro che le trattative con gli Usa continuano ma in modo riservato e da personale scelto e adatto al compito. Da loro dipenderà la possibilità di mettere in opera il pacchetto di riforme. Ma l’atteggiamento del segretario di Stato Marco Rubio lascia poche speranze. Ha addirittura convocato un vertice mondiale contro «il comunismo» e il «terrorismo degli antifa». E per lui, l’Avana è il covo più pericoloso del «comunismo».


Svizzera – Argentina, il potere assoluto di arbitro e VAR

 

Perché al VAR Collina ha messo il messicano Pacheco, che aveva già punito l’Egitto in modo retroattivo come ha punito lo sciagurato Embolo?

Anche in questo caso ai Mondiali abbiamo visto come nel gioco del calcio, il valore delle squadre in campo conta meno dell’arbitro e soprattutto del VAR. Naufraghi/e si è più volte occupato (in compagnia di pochi, non certo dei telecronisti, per i quali qualsiasi fallaccio è ridotto a ‘contatto’) di questo tema: le regole sono estremamente fluide, specialmente quelle che concernono le ‘zampe’.

C’è del metodo in questa deregulation, e il metodo è ben congegnato, diabolico: arbitro e VAR hanno un potere assoluto.

Prendiamo il caso che ha deciso la partita dopo 72’ e dopo il meritato pareggio della Svizzera con Ndoye. Embolo, tartassato due volte in pochi minuti con due interventi chiaramente fallosi rimasti impuniti, pensa di prendersi una rivincita con una furbata sul picchiatore Paredes, una grossolana simulazione, nella quale però in un primo momento l’arbitro portoghese Pinheiro cade (o fa finta di cadere).

Il VAR (Pacheco) lo richiama. I commentatori più sprovveduti pensano che sia addirittura un rosso per Paredes, i più attenti sono terrorizzati perché immaginano ciò che in realtà è successo: già ammonito, Embolo è espulso per simulazione. Vera, ma in un caso del genere al 95% l’arbitro nel dubbio assegna la punizione alla Svizzera senza cartellino giallo.

Il VAR aveva già annunciato l’intenzione dopo pochi minuti: un chiaro calcio d’angolo per Ndoye che secondo le nuove regole doveva essere rivisto e riassegnato.

Poco dopo Xhaka subisce una spinta con entrambe le mani, senza conseguenze. In seguito per calmare i fallosi argentini un giallo, più volte reclamato da Yakin, ci starebbe ampiamente, ma non arriva.

E ora parliamo di calcio: la Svizzera assume il controllo della partita. È vero che fa girare la palla a ritmo medio-basso, ma fa molto caldo e ci sono ancora i 45’ del secondo tempo (non tutti se ne sono accorti).

Nel secondo tempo la Svizzera tratta i campioni del mondo come una squadra di medio livello. Comanda la partita, pareggia e sullo slancio va in cerca della seconda rete. I campioni del mondo in carica, già poco convincenti contro Capo Verde e Egitto, non ci capiscono più nulla. La Svizzera funziona proprio come un orologio svizzero: le maglie rossocrociate sono una ragnatela nella quale la zanzara argentina non punge, men che meno Messi arrivato a questa partita senza forza, svuotato nelle energie fisiche, come s’è visto quando ha avuto un pallonetto a disposizione e l’ha mandato fra le braccia di Kobe, oltretutto scattato in fuorigioco.

In 10 la Svizzera ha resistito in modo ammirevole, ma naturalmente non ha potuto mettere Vargas e Amdouni. Con loro avrebbe vinto la partita anche senza Manzambi.

E ora, possiamo ben dirlo, tenetevi forte: con loro e con Vargas a tempo pieno, la Svizzera andava perlomeno in semifinale. Anzi, per come ha giocato contro gli argentini sarebbe andata anche in finale. Di più non abbiamo nemmeno la forza di mettere nero su bianco, fate voi.

Che la giornata fosse sotto una cattiva stella s’è visto anche con il 3 a 1 nato da un grossolano errore di Xhaka: quando si è lenti la palla si gioca, non si parte in un duello di velocità logicamente perso. Insomma, una grande Svizzera, sicuramente una delle migliori 8 al mondo.

Sul piano del gioco facciamo pure una delle migliori 4 al mondo, almeno. Ora chi giocherà contro i rossocrociati entrerà in campo con una certa soggezione. Purtroppo il tempo per questa generazione è quasi scaduto, 4 anni d’attesa sono troppi, ma per gli Europei… 

Ad ogni modo, grazie ai rossocrociati per come ci hanno rappresentati: cittadini svizzeri da ogni parte del mondo, e di ogni colore.

Nell’immagine: la furbata


“Tutte le guerre sono combattute per denaro” (Socrate)

 

Tutti noi abbiamo dovuto confrontarci con storie che raccontate persona dopo persona alla fine diventano una narrazione che non ha più nulla in comune con l’originale.

La guerra, in particolare tra Ucraina e Russia è indubbiamente una di questa, ma a raccontarsela all’infinito non sono persone comuni, ma le più alte cariche politiche europee, compresi quelle svizzere.

A sentire il nostro ministro della difesa, Martin Pfister, non possiamo più permetterci tentennamenti perché un attacco da parte della Russia al nostro paese è imminente. Non solo, questo pericolo è stato evidenziato anche dall’ultimo rapporto dei nostri servizi segreti. Il fatto che ci sia una differenza tra i titoloni dei giornali e il reale rapporto, non cambia nulla alla narrazione di Pfister – ex graduato del nostro esercito – tant’è che è riuscito a ottenere l’intero ammontare del surplus dei conti pubblici (circa 150 milioni) da spendere immediatamente per la difesa.

Per il comune cittadino che ragiona un po’ è incomprensibile questa frenesia per la guerra. Com’è possibile – si chiede giustamente – che la Russia possa attaccare un paese in mezzo all’Europa se nemmeno riesce a conquistare un nazione fallita come l’Ucraina? A cosa servono i nuovi aerei F35 a un paese il cui spazio aereo è talmente piccolo da non poterli far volare al pieno della loro potenzialità? E poi – domanda cruciale – invece di preparaci alla guerra, non sarebbe meglio lavorare per la pace?

I primi a non volere la pace sono proprio i politici europei. Da anni si raccontano la storia del pericolo russo, tanto da convincersi che lo scontro sia inevitabile dimenticando un fatto essenziale: lo scontro lo hanno costruito loro, con la continua espansione a est della Nato (in contrapposizione con gli accordi), ignorando le prese di posizioni della Russia, e intrallazzando assieme agli americani per insediare al potere in Ucraina un ex comico televisivo.

Perché lo fanno? Difficile rispondere ma la cosa più ovvia è che la guerra è un’industria che porta ingenti profitti, sia quando la fai sia quando la prepari. Un altro motivo è che gli europei hanno un’avversione atavica verso la Russia, mentre lei, storicamente, ha sempre avuto una predisposizione positiva verso l’Europa, salvo durante la guerra fredda. Certamente oggi il paese non è una democrazia ma una dittatura o, nel migliore dei casi, un’oligarchia. Ma ragionando su tempi lunghi, il conflitto con la Russia è ridicolo. Tuttavia i nostri dirigenti politici – in particolare quelli che si sono definiti “volenterosi” è i vertici europei della Nato – continuano a insistere sulla necessità di prepararsi al conflitto, secondo loro inevitabile. E tutto questo in barba all’opinione della maggior parte degli europei che, come mostrano vari sondaggi, è contro al riarmo e alla prospettiva di uno scontro. L’unico che sembra razionale è papa Leone (come il suo predecessore) il quale afferma: La guerra “non è mai benedetta da Dio, risolviamo i conflitti da uomini e non da bestie dotate di armi iper-tecnologiche”

Nelle prossime settimane il parlamento tedesco è chiamato a votare una legge che renderebbe la leva obbligatoria. Il paese causa di due guerre mondiali che hanno fatto milioni di morti. E tutti zitti come se si desse per scontato che lo scontro è inevitabile. Comunque la maggior parte della popolazione europea non ne può più di vedere Zelensky chiedere soldi e aiuti, mentre nessuno dice nulla – tra le altre cose – sull’operato di Israele.

Purtroppo bisogna dar ragione Trump, il quale si è defilato dal conflitto e dall’appoggio all’Europa. Non stiamo a indagare troppo sulle sue motivazioni. A preoccuparci dovrebbe essere l’ottusità dei dirigenti europei che pensano ancora di essere la coscienza morale del mondo, mentre il resto del mondo li guarda con accondiscendenza perché non si sono ancora accorti che gli equilibri mondiali sono cambiati profondamente e irreversibilmente (non necessariamente in bene).

La loro arroganza è tale da pretendere di essere loro i mediatori della pace tra Ucraina e Russia, quando per 4 anni non hanno fatto altro che sostenere l’Ucraina, inizialmente con una parte di ragione. Sostegno che è ricaduto sui cittadini europei che delle mire espansionistiche della Nato e dell’arroganza dei loro politici, non sanno cosa farsene. Avrebbero preferito che i miliardi spesi – direttamente e indirettamente – per una situazione da loro stessi provocata venissero utilizzati per cose più importanti, come la sanità, la formazione o misure concrete per attenuare le conseguenze del cambiamento climatico.

Negli ultimi 20 anni, l’Europa ha perso continuamente posizione nella competitività economica mondiale a scapito di Cina e Usa che si contendono la leadership nei settori chiave. Invece di spendere miliardi per una battaglia comunque persa, farebbero bene a investire nella ricerca e nello sviluppo delle nuove tecnologie come previsto dal Piano Lisbona del 2002, ma mai messo in pratica.

Molti di questi paesi, nei prossimi saranno confrontati con elezioni livello nazionale e possiamo scommettere che ci saranno cambiamenti importanti, non necessariamente positivi.

Nell’immagine: manifestazione contro la leva obbligatoria in Germania


Turismo di massa, la Svizzera non regge più

 

Di Jörg Huwyler, tvsvizzera.it

Oltre 9 milioni di visitatori hanno raggiunto Lucerna nel 2025, il doppio rispetto a vent’anni fa. A livello nazionale, la Svizzera ha superato i 60 milioni di pernottamenti per il terzo anno consecutivo. Il reportage “Überrannt – Overtourism in der Schweiz”Collegamento esterno, prodotto dalla Raditoelevisione svizzera di lingua tedesca SRF e adattato e trasmesso anche da Falò, segue un gruppo di turisti singaporiani nel loro viaggio attraverso il Paese e documenta l’impatto di questo flusso crescente su città, trasporti e comunità di montagna.

Lucerna: meno pullman, stessi problemi

Nel 2024 fino a 200 autobus turistici al giorno convergevano sulla Schwanenplatz, intasando gli accessi alla città vecchia. Dal 2025 è in vigore una tassa di fermata di 100 franchi, che ha ridotto il traffico del 50%. Ma molti autisti aggirano la norma scaricando i passeggeri altrove, bloccando a volte le fermate del trasporto pubblico.

Il centro storico si trasforma: dove c’erano panetterie, farmacie e negozi di quartiere, oggi dominano boutique di orologi e souvenir. “La città diventa sempre meno vivibile per chi ci abita”, dice David Roth, consigliere nazionale socialista e residente di Lucerna.

Treni al limite

Le Ferrovie centrali hanno trasportato nel 2025 quasi 15 milioni di passeggeri, il 43% in più rispetto al periodo pre-Covid. Nei momenti di punta i convogli raggiungono il limite di capienza per ragioni di sicurezza. “Non è più come una volta, quando una famiglia portava due bagagli: oggi ogni persona ne ha due”, spiega Saranda Dhaka, capotreno. Sulla tratta per Interlaken sono stati soppressi posti a sedere per fare spazio ai bagagli. I rinforzi arriveranno solo nel 2027.

Lungern, il villaggio della serie Netflix

Il piccolo comune di Lungern, 2000 abitanti tra Lucerna e Interlaken, è diventato meta globale grazie alla serie coreana “Crash Landing on You”, riprodotta oltre un miliardo di volte su Netflix e girata in parte proprio lì. Nel 2025 sono arrivati con il treno circa 90’000 turisti, il doppio contando auto e bus. Gli abitanti lamentano comportamenti problematici: droni fatti volare vicino a elicotteri in servizio, rifiuti abbandonati, auto parcheggiate su fondi privati. La comunità ha risposto con segnaletica in sei lingue – tedesco, inglese, coreano, cinese, thai e arabo – con effetti già positivi sull’orientamento dei visitatori.

Un’economia paradossale

Nonostante i numeri da record, il turismo contribuisce solo al 7,1% del PIL della città di Lucerna. E il settore orologiero attraversa una crisi strutturale, con chiusure e tagli al personale anche tra le insegne più note. Sul Titlis si investe comunque: 150 milioni di franchi per un nuovo grattacielo firmato Herzog & de Meuron, con ristorante gourmet e boutique Rolex, puntando a passare da 1,2 a 1,5 milioni di visitatori annui. Tutto questo mentre il ghiacciaio si ritira: gli esperti stimano che fra 20-30 anni non esisterà più.

Nel 2025, 1,5 miliardi di persone hanno viaggiato all’estero, il 5% in più rispetto all’anno precedente. Per la Svizzera gli esperti prevedono ulteriore crescita. La sfida è trovare un equilibrio tra accoglienza e vivibilità, prima che il turismo consumi ciò che lo rende possibile.

Nell’immagine: turisti coreani al molo di Iseltwald


Iran, perché è ricominciata la guerra e le trattative non si fermano

 

Di Alberto Simoni, La Stampa

Donald Trump rigetta l’affermazione che lo Stretto di Hormuz sia chiuso: «È aperto, li abbiamo bombardati di brutto l’altra notte», ha detto intervenendo a Meet The Press dove ha rivendicato l’esistenza di un accordo «fatto ieri» (sabato, ndr), nel quale il regime ha «rinunciato a tutto e poi, lasciata la stanza, ha lanciato un drone». Nella notte il Comando Centrale Usa ha risposto colpendo obiettivi iraniani.

Nonostante questo continuo scambio di “cortesie missilistiche” che spostano nel tempo il perimetro di un’intesa, «questa non è una guerra senza fine», spiegano alti funzionari della Casa Bianca in un briefing cui La Stampa ha avuto accesso e nel quale si provano a definire i confini di una strategia che tiene insieme sforzi diplomatici e postura militare. L’espressione usata è «contesto cinetico», ovvero una conflittualità all’interno della quale, sostengono le fonti, gli iraniani continuano a mostrare di voler un accordo e allo stesso tempo «attaccano e noi colpiamo obiettivi mirati senza che questa diventi una guerra infinita».

A Washington leggono le mosse iraniane attraverso il prisma delle divisioni ai vertici della Repubblica islamica. «Le frange più radicali orchestrano gli attacchi, vogliono far deragliare i negoziati e soprattutto i termini di un’intesa sul nucleare; due giorni fa abbiamo ricevuto da altri la richiesta di tornare al tavolo. Ci hanno chiamato dicendo di aver fatto una caz…ta e di aver sbagliato» attaccando le navi. Poi nulla è cambiato. Anzi, alla richiesta formulata dall’Amministrazione di dichiarare pubblicamente aperto Hormuz, gli iraniani hanno risposto con la serrata. È questo il riferimento che Trump ha fatto sull’accordo «di ieri». Smentito in realtà da Teheran.

Nei giorni scorsi, lo stesso presidente aveva dichiarato che i negoziati continuano, pur in questo schema di attacchi e rappresaglie. La Casa Bianca non vuole stracciare il Memorandum d’intesa siglato in giugno e che apre la finestra di tempo di due mesi per negoziare un accordo più strutturato sul nucleare, fine delle sanzioni sblocco degli asset.

Per Washington malgrado il riaccendersi delle tensioni nel Golfo gli obiettivi su lungo termine non cambiano: ovvero un Iran senza nucleare e apertura senza pedaggio – o costi per i servizi – nello Stretto di Hormuz. Sul primo aspetto il nodo riguarda il materiale nucleare (nuclear dust in gergo) rimasto nelle centrali di Fordow, Isfahan e Natanz e sepolto sotto tonnellate di detriti dopo i bombardamenti del giugno 2025. Il recupero resta complicato, gli inviati statunitensi parlano di una convergenza raggiunta fra «iraniani, agenzia Onu sul nucleare (Aiea), e noi per portare fuori l’uranio arricchito presente nel Paese». Ma precisano: «Non ci sono che due opzioni: o lo consegnano oppure abbiamo operazioni militari a basso costo che consentiranno di seppellirlo una volta per tutto sottoterra, il presidente ha tutte le opzioni che vuole». «Siamo noi ad avere in mano le carte», puntualizzano i funzionari statunitensi. Senza la consegna del materiale nucleare non ci sarà nessun accordo, è la linea americana: ci sono strumenti economici, leve diplomatiche e anche l’opzione militare cui ricorrere per rendere l’uranio definitivamente inaccessibile.

Se un Iran de-nuclearizzato è l’obiettivo ultimo dei negoziati, la necessità impellente riguarda la navigabilità di Hormuz. Washington non cede sul presupposto di un ritorno alla situazione ante-conflitto, di libertà di navigazione lungo i corridoi nord e sud dello Stretto. «Gli iraniani avevano accettato questa clausola». Si fa inoltre notare che nel memorandum d’intesa «abbiamo esplicitamente indicato che la corsia meridionale sarebbe stata subito libera per il passaggio senza alcune onere». «Gli iraniani invece – secondo i funzionari Usa – sarebbero stati sorpresi da come rapidamente il traffico attraverso quell’arteria marittima (quella adiacente le coste dell’Oman) è ripreso e le frange più radicali hanno cominciato ad attaccare il ministro degli Esteri Abbas Araghchi per l’intesa». Da qui «la necessità» di riprendere gli attacchi con i droni e tornare a chiudere lo Stretto.


Vertice contro Antifa, i dubbi dei Paesi Ue e il pressing degli Usa: “Riunione tra ministri”

 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

«Il segretario Rubio ospiterà una riunione ministeriale sulla rinascita del terrorismo politico il 16 luglio a Washington. Inviterà oltre 60 paesi da varie regioni, incluso l’emisfero occidentale, l’Europa e l’Asia». L’enfasi va posta sulla parola “ministeriale”, in questo commento che un portavoce del dipartimento di Stato ha rilasciato a Repubblica, mentre il governo italiano stava decidendo se partecipare e come al vertice contro i gruppi antifa in programma giovedì.

La nostra domanda riguardava in maniera specifica il livello della presenza, e la risposta faceva capire chiaramente quale fosse l’aspettativa dell’amministrazione Trump, a cui nel frattempo Roma si è adeguata inviando un sottosegretario. Passo importante e atteso dagli Usa, che il 13 novembre scorso avevano designato due gruppi italiani, la Federazione Anarchica Informale e il Fronte Rivoluzionario Internazionale, come organizzazioni terroristiche. Il livello ministeriale però spiega anche l’importanza politica che Washington attribuisce a questa offensiva, proprio mentre il capo della Casa Bianca sta facendo della lotta ai comunisti di ritorno uno dei suoi argomenti chiave per non perdere le elezioni midterm di novembre.

L’incontro di giovedì, secondo il Washington Post, è stato pensato e voluto da Sebastian Gorka, zar anti-terrorismo dell’amministrazione Trump. Di origini ungheresi, nel primo mandato Gorka aveva lavorato alla Casa Bianca alle dipendenze di Steve Bannon. Nella strategia anti-terrorismo pubblicata dall’amministrazione Trump a maggio, molta enfasi era stata posta sulla necessità di identificare e contrastare «i gruppi politici violenti e secolari, la cui ideologia è anti-americana, radicalmente transgender o anarchica, come Antifa», acronimo di antifascista. Il documento garantiva che «non permetteremo l’uso come arma a scopi faziosi di parte delle capacità americane senza pari contro il terrorismo». Durante una tavola rotonda tenuta ad ottobre dell’anno scorso, però, lo stesso Trump aveva avvertito che «abbiamo un serio problema di minaccia terroristica di sinistra nel nostro paese: radicali associati con i gruppi terroristici domestici antifa». Un allarme che si collega ora a quello lanciato nelle ultime settimane sul ritorno dei comunisti, sfruttando la vittoria dei candidati democratici socialisti nelle primarie per le midterm. Infatti il vertice è stato organizzato con grande fretta nel giro di pochi giorni, mandando la “concept note” e la richiesta di confermare la presenza entro venerdì. Lo scopo sarebbe creare un fronte comune per condividere le informazioni di intelligence e le operazioni di pubblica sicurezza, enfatizzando la minaccia proprio alla vigilia del voto.

Il problema è che molti paesi europei non vedono la questione negli stessi termini e non ritengono di avere un’emergenza antifa. L’Italia ad esempio considera la Fai-Fri pericolosa ma con letalità bassa. Gli europei temono che il vero scopo dell’amministrazione sia stabilire collegamenti tra i suoi oppositori interni di sinistra e gruppi terroristici stranieri, in modo da poterli perseguire con gli strumenti riservati a queste operazioni di sicurezza. Ciò attiverebbe sistemi di sorveglianza che scavalcherebbero le leggi ordinarie, per la necessità di contrastare una straordinaria minaccia terroristica in arrivo dall’estero. Secondo il Washington Post diversi paesi europei si sono rifiutati di partecipare, o hanno sollevato obiezioni, non perché prendano alla leggera la minaccia dell’estremismo di sinistra o di destra, come l’Italia che purtroppo ha alle spalle una drammatica stagione di terrorismo superata nel rispetto della Costituzione e delle sue leggi, ma perché temono la strumentalizzazione partitica di una questione così delicata.

Anche molti funzionari americani si sono opposti, perché temono che una volta superata questa linea rossa, nulla potrà impedire a future amministrazioni, anche democratiche, di usare gli strumenti anti terrorismo per perseguitare senza ragione gli oppositori politici.

Nell’ immagine: Marco Rubio


Una nuova mobilitazione? Per Putin fin troppi dubbi

 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Negli scorsi giorni Dmitry Peskov, portavoce ufficiale di Putin, ha sottolineato come ormai non si possa più parlare di “Operazione Militare Speciale” in Ucraina, ma di vera e propria guerra. L’ironia su questa dichiarazione si potrebbe sprecare, ma non quando si parla del Cremlino che è abituato burocraticamente a definire ogni passaggio politico in cui è coinvolto con minuziosa precisione. I più avvertiti hanno subito pensato a ciò che – da sussurro e chiacchiericcio – è diventata una vera e propria ipotesi nelle ultime settimane: Putin si sta preparando a una nuova mobilitazione?

L’unica mobilitazione parziale in Russia è avvenuta nel settembre del 2022. Da allora forme di mobilitazione “coperta” o “informale” si sono avute soprattutto in Siberia, ma tutto sommato il ministero della Difesa ha sempre assicurato di poter garantire i 30-40 mila nuovi soldati a contratto ogni mese per tenere oleata la macchina bellica e garantire quella “lenta avanzata” di cui ha ancora parlato il Presidente russo a Trump nel loro ultimo colloquio telefonico.

Secondo i media online che fanno riferimento alla opposizione russa, la preparazione di nuovi contingenti di riservisti sarebbe già avanzata. Secondo Olesya Gerasimenko, che scrive sull’anti-governativo “Verstka”, “fonti vicine all’amministrazione presidenziale affermano che la mobilitazione è oggetto di discussione a tutti i livelli delle strutture di potere, ma che Putin non ha ancora preso una decisione definitiva. Un altro interlocutore, responsabile del reclutamento per la guerra in una delle società statali russe, afferma che in Russia sono in corso “già da diversi mesi” i preparativi “per ciò che non verrà mai definita mobilitazione”. 

La possibilità che la mobilitazione possa iniziare a ottobre era stata già evocata in precedenza anche dagli attivisti per i diritti umani che assistono i renitenti alla leva russi. Gli attivisti avevano richiamato l’attenzione sulla distribuzione massiccia, in diverse regioni, di ordini di mobilitazione ai cittadini russi. Questo documento specifica cosa deve fare una persona se viene chiamata alle armi e dove deve presentarsi. Gerasimenko inoltre ritiene che ciò sia legato alla necessità di disporre di un registro aggiornato dei mobilitati, per evitare che si ripeta quanto accaduto durante la prima ondata di mobilitazione, quando nei comandi militari la confusione e il pressapochismo regnarono sovrani.

La scorsa settimana la Russia ha chiuso i valichi ferroviari con la Finlandia, l’Estonia e la Lettonia. Mosca non ha spiegato i motivi di questa decisione né ha precisato quando le restrizioni potrebbero essere revocate. La notizia della chiusura è emersa sullo sfondo dell’espansione da parte della Russia delle infrastrutture militari lungo il confine con la NATO. Una recente inchiesta congiunta dell’emittente televisiva svedese SVT e di quella norvegese NRK ha confermato che la Russia sta costruendo nuove caserme, depositi di munizioni e strutture logistiche in prossimità dei confini con la Finlandia, la Norvegia e i Paesi baltici. Secondo i dati dell’inchiesta, dopo l’attenuarsi dell’intensità del conflitto in Ucraina, Mosca prevede di schierare in quella zona fino a 115 mila militari.

Esaminata da questo punto di vista la possibile mobilitazione d’autunno avrebbe persino prospettive più ampie di quelle dell’accelerazione del confronto in Ucraina, e farebbe il paio con le ultime velate minacce alla Polonia. 

Ma non si tratterebbe comunque di una scelta né facile né indolore. I costi di una mobilitazione sarebbero enormi sia in chiave di logistica che di posti “vivi” dei soldati a cui dovrebbero essere comunque garantiti diversi benefit per sé e le proprie famiglie (che si calcolano almeno in 100.000 euro complessivi per ognuno). 

Inoltre gli ufficiali esperti, che combattono sul territorio ucraino dal 2022 e con cui abbiamo parlato, sono comunque scettici riguardo alla formazione di nuove reclute: ritengono che in 2-3 mesi sia impossibile insegnare qualcosa a una persona. Allo stesso tempo, però, lamentano la carenza di effettivi al fronte. Dicono che le risorse umane sono praticamente “esaurite” e che la qualità dei soldati a contratto che arrivano ora lascia molto a desiderare. Che si tratta ormai solamente di persone provenienti dai penitenziari, o di malati gravi, a volte senzatetto, a volte affetti da alcolismo e tossicodipendenza. E, di conseguenza, non ne vengono fuori dei militari o degli assaltatori molto validi. 

A Mosca si soppesano vantaggi e svantaggi di questa mossa guardando anche all’Europa. Il 2027 sarà anno di elezioni in Francia e in Germania e il governo tedesco scricchiola davanti all’avanzata dell’estrema destra. In tutti i Paesi dell’Europa Occidentale il malcontento per il finanziamento finora garantito alla difesa Ucraina è ampio e Putin potrebbe voler mettere in difficoltà le leadership della UE con una mossa spiazzante. 

Difficile dire quanti potrebbero essere i nuovi mobilitati. “Meduza” calcola che potrebbero essere circa 300.000, come la scorsa volta. Da rastrellare ancora una volta nelle regioni più povere e lontane dalla capitale. 

Putin è consapevole dei rischi e conosce a sufficienza la storia del suo Paese: i coscritti russi scontenti svolsero un ruolo importante nei disordini che portarono alla caduta del regime zarista nel 1917. Inoltre, vide con i propri occhi come il malcontento per le perdite subite dai coscritti sovietici in Afghanistan negli anni ’80 accelerò il crollo dell’URSS.

In termini generali, se oggi l’Ucraina ha un vantaggio relativo nella guerra dei droni, la Russia lo ha sul campo di battaglia: però far esaurire quest’ultimo relativo vantaggio potrebbe avere ricadute disastrose. 

Se la Russia non terrà il punto in termini di “forze vive”, l’invasione si trasformerà in un bagno di sangue. 

Il dubbio che rende insonni le notti ai governanti russi è se la mobilitazione sia in grado di garantire la vittoria alla Russia. La chiamata alle armi di ulteriori truppe prolungherà le operazioni belliche e aumenterà senza dubbio il numero delle vittime. Ciò potrebbe andare bene a Putin, che spera di resistere fino a quando non cesserà il sostegno occidentale all’Ucraina. Tuttavia, il semplice aumento del numero delle truppe non sarà la panacea di tutti i mali.

Probabilmente per sapere cosa succederà bisognerà attendere le elezioni della Duma di Stato (il parlamento federale) in programma alla metà di settembre. Prima di allora, malgrado il voto sia ampiamente pilotato, difficilmente si vorrà far registrare un qualche malcontento nelle urne seppure in veste di astensionismo, che necessiterebbe comunque un ricorso massiccio alle frodi nel voto elettronico.

Sfogliando la margherita, Putin passerà come da tradizione buona parte dell’estate sul Mar Nero cercando di mettere insieme un puzzle a cui sembrano mancare sin troppi pezzi. 

Nell’immagine: Russia, altra carne da macello?


Treni di bambini al servizio della neutralità

 

Di Carmen Bortolin, tvsvizzera.it

Il 16 giugno 1942, un treno carico di bambini monegaschi e francesi giunse alla stazione di Ginevra. Si trattava di uno dei numerosi convogli noti come “treni di bambini”. Sulle note del Salmo svizzero, le volontarie della Croce Rossa Svizzera, indossando le loro caratteristiche camicie bianche, attendevano sulle banchine per accogliere i piccoli provenienti dalla cosiddetta zona libera.

Sotto lo sventolio delle bandiere svizzere e tra la folla di curiosi, erano presenti anche dei fotografi. L’accoglienza dei bambini vittime della guerra, infatti, doveva essere documentata.

L’aiuto ai bambini, una tradizione svizzera

Già nel corso della Prima guerra mondiale, diverse associazioni caritative svizzere avevano allestito treni per ospitare nel Paese, per periodi di vacanza, i bambini provenienti dalle nazioni in conflitto. A seguito dello scoppio della Seconda guerra mondiale, svariate organizzazioni private dedicate all’infanzia si unirono nel Cartello svizzero di soccorso ai fanciulli vittime della guerra, con lo scopo di far giungere nella Confederazione minori francesi e belgi per soggiorni della durata di tre mesi. Le famiglie svizzere li accoglievano con l’intento di rimandarli a casa ben nutriti e riposati, per poi potersi prendere cura di altri bambini.

A partire dal gennaio del 1942, in seguito a una decisione del Consiglio federale, la direzione delle operazioni di soccorso infantile del Cartello fu affidata alla Croce Rossa Svizzera (CRS). Quest’ultima operava a supporto dell’esercito. Proprio a causa di tale legame militare e della sua contiguità con le istituzioni statali, la CRS si era impegnata a mantenere una rigorosa neutralità durante gli anni del conflitto. Di conseguenza, a partire dal 1942, impose condizioni molto severe per l’accoglienza dei minori.

I comuni, i servizi sociali locali e la CRS si occupavano di selezionare bambini di età compresa tra i 5 e i 14 anni; per essere autorizzati a viaggiare verso la Svizzera, questi dovevano essere muniti di nove documenti di accompagnamento, tra i quali figuravano un certificato medico rilasciato dal comune di residenza e un passaporto individuale. Durante il tragitto in treno, ogni bambino portava appesa al collo una targhetta recante il proprio nome, l’indirizzo dei genitori e il cantone di destinazione.

I piccoli provenienti dalla Francia e dal Principato di Monaco venivano inizialmente radunati a Lione, da dove partivano alla volta di Ginevra sotto la stretta sorveglianza dei soldati tedeschi. Dopo un’accoglienza festosa in territorio elvetico, venivano condotti presso ospedali e mense militari per essere sottoposti a un esame medico, prima di essere trasferiti nei rispettivi cantoni di accoglienza a bordo di treni speciali. Facevano ritorno alle loro case dopo tre mesi.

Aiuto umanitario o calcolo politico?

Non deve sorprendere che l’iniziativa di soccorso infantile abbia suscitato un forte interesse politico a livello nazionale verso la fine del 1941. In quanto Paese neutrale situato nel cuore del teatro bellico, la Svizzera era guardata con sospetto sia dagli Alleati sia dalle potenze dell’Asse. Mantenendo relazioni economiche con entrambi gli schieramenti, la nazione era sottoposta a pressioni sempre maggiori, e le autorità elvetiche dovettero individuare una strategia per continuare a legittimare la propria posizione di neutralità.

Poiché l’aiuto svizzero rivolto ai bambini riscuoteva un’eco favorevole all’estero, il Consiglio federale vi intravide un’opportunità per consolidare la propria immagine. I bambini rappresentavano le vittime innocenti della guerra, e la neutralità svizzera veniva così presentata come un’occasione preziosa per offrire loro un momento di sollievo e tregua.

La vicinanza della CRS allo Stato e il suo ruolo simbolico di custode dell’umanitarismo elvetico consentirono di mantenere l’iniziativa di soccorso infantile sotto l’egida dell’impegno umanitario, rafforzando parallelamente il controllo sulle condizioni e sulla frequenza degli ingressi nel Paese. Nel 1942, la CRS subentrò a una rete organizzativa già collaudata e incrementò in modo massiccio il numero dei “treni di bambini”: in quell’anno, ben 17’691 minori francesi e monegaschi furono portati in Svizzera a bordo di 40 convogli.

La Svizzera riservata a pochi

Tra i bambini francesi, vestiti con cura, che posavano per i fotografi nel giugno del 1942, con fiocchi tra i capelli e piccole bandiere svizzere tra le mani, alcuni mancavano all’appello: nessuno di loro era ebreo.

Ancor prima dell’intervento diretto della CRS, il Consiglio federale aveva adottato decisioni volte a limitare l’aiuto ai minori: se nel 1939, prima dello scoppio del conflitto, 300 bambini ebreiCollegamento esterno erano stati accolti in Svizzera, l’anno successivo ciò non fu più possibile a causa della politica elvetica, divenuta estremamente restrittiva nei confronti dei rifugiati. Affinché i treni di bambini potessero continuare ad arrivare dalla Francia, i piccoli di origine confessione ebraica dovevano esserne esclusi.

La situazione degli ebrei in Francia, nel frattempo, precipitò. Nell’autunno del 1941, la politica nazionalsocialista, articolata in tre fasi, fu implementata anche nell’Europa occidentale: gli ebrei subirono prima l’espropriazione dei beni, poi la persecuzione e infine la reclusione nei ghetti. Nel marzo del 1942, il primo convoglio di deportazione lasciò Parigi con destinazione Auschwitz. Poco tempo dopo, nell’estate dello stesso anno, ebbero inizio le prime deportazioni anche dalla zona libera.

Gli storici concordano sul fatto che il Consiglio federale e la CRS fossero pienamente consapevoli delle conseguenze di tali scelte: escludere i bambini ebrei dai treni equivaleva, di fatto, a condannarli all’arresto e alla successiva deportazione nei campi di concentramento. Diverse testate giornalistiche puntarono il dito contro il Consiglio federale e le organizzazioni caritative, sostenendo che i principi fondanti della Croce Rossa venissero traditi nel momento in cui si operavano discriminazioni tra i bambini basate sull’appartenenza religiosa e razziale.

Tuttavia, le critiche dell’opinione pubblica non scalfirono la decisione del Consiglio federale. L’11 novembre 1942, l’intero territorio francese fu infine occupato dalla Germania nazista, costringendo i treni di bambini a interrompere definitivamente le loro attività fino al termine della guerra.

Nell’immagine: bambini francesi e monegaschi all’arrivo a Ginevra il 16 giugno 1942


ONU: in Sudan è genocidio

 

Da ISPIonline

Le Nazioni Unite e la Corte Penale Internazionale (ICC) nello stesso giorno hanno fatto sapere di aver raccolto informazioni in grado di provare che i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF) si sono macchiati di crimini contro l’umanità e di genocidio nel conflitto civile che sta insanguinando il paese da più di tre anni. Il 15 aprile 2023 il Sudan è stato infatti sconvolto da una lotta di potere tra il generale Abdel-Fattah al-Burhan, capo delle Forze Armate Sudanesi (SAF) e il potente capo del gruppo paramilitare delle RSF – nonché suo vice nel consiglio di transizione che guidava al tempo il paese – il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemedti. L’ICC sta ora investigando gli attacchi avvenuti nella regione del Darfur contro le città di al-Genina nel 2023 e di el-Fasher nel 2025. In un’intervista all’emittente britannica BBC, la viceprocuratrice capo dell’CC Nazhat Shameem Khan ha dichiarato di essere in possesso di “prove evidenti” di crimini di guerra perpetrati dalle RSF. Ma non solo: nelle sue mani avrebbe la certezza che “collega quello che è accaduto sul campo a specifiche persone nella loro leadership.” Lo stesso giorno, la Missione investigativa dell’ONU sull’assedio di el-Fasher ha ribadito che le RSF hanno portato avanti uccisioni e stupri di massa, rapimenti di donne e bambine, e abbiano usato la fame come strumento di guerra. Tutti azioni che rientrano in un piano generale che può essere considerato genocidio.

Darfur: un nuovo genocidio?

La conquista di el-Fasher ha segnato uno degli episodi più drammatici della guerra, con oltre 6.000 persone uccise secondo l’ONU. Dopo avere perso il controllo della capitale Khartoum a marzo del 2025, le RSF avevano infatti scelto di consolidare il loro controllo nella regione del Darfur, intensificando gli sforzi per conquistare la città, ultimo significativo avamposto delle SAF nell’area. El-Fasher è caduta a ottobre 2025. Nei mesi successivi, la missione delle Nazioni Unite ha raccolto le testimonianze dei civili sopravvissuti, scoprendo che le RSF e i loro alleati hanno impedito l’arrivo dei rifornimenti e bombardato qualsiasi sistema di produzione alimentare. I sopravvissuti hanno poi raccontato di aver subito violenze sessuali in stanze dove ancora giacevano i cadaveri di altri civili, inclusi i membri della loro stessa famiglia. Le prove raccolte, e in generale una serie di testimonianze di attacchi sistematici avvicendatasi nei mesi di guerra, indicano dunque che i timori di un nuovo genocidio nella regione sono fondati. Nel 2008, la Corte Penale internazionale aveva infatti già accusato l’allora presidente Bashir di essere il responsabile di orchestrare una campagna contro le popolazioni africane non arabe dal 2003 al 2006. Braccio armato di Bashir fu la formazione dei Janjaweed. Hemedti e molti dei suoi uomini provengono proprio dalle fila di quelle milizie, composte perlopiù da esponenti delle tribù arabe beduine.

Una svolta nella giustizia internazionale?

Fino a oggi, il gruppo ha ripetutamente negato le accuse relative all’assedio di el-Fasher, dicendo che sono il prodotto di una campagna elaborata dai propri nemici. Ma, secondo Khan, la Corte penale internazionale è vicina a una svolta nell’inchiesta. Dopo aver visitato un campo di rifugiati nel Chad occidentale, la viceprocuratrice ha parlato con i giornalisti internazionali, sottolineando che “quello che hanno visto è uno schema di offese che in effetti è lo stesso di 20 anni fa”. In quanto tribunale penale internazionale, l’ICC era infatti già stata incaricata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU di investigare quanto accaduto nella regione all’inizio degli anni 2000. Alla fine dell’inchiesta, imputò l’allora presidente Omar al Bashir del crimine di genocidio e arrestò altre sette persone. Dopo essere stato estromesso dal potere da un colpo di stato dell’esercito nel 2019, Bashir risulta latitante. Secondo la BBC, potrebbe trovarsi in una struttura medica segreta nel paese. In un’udienza con il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Khan aveva anche evidenziato come le RSF non stessero collaborando con gli investigatori. Il governo militare si è invece dimostrato più dialogante sugli attacchi recenti, ma – secondo Reuters –  ha fino ad ora rifiutato di consegnare diversi dei dirigenti accusati di crimini del conflitto precedente. La notizia delle nuove prove a carico delle RSF arriva poi in un momento in cui la legittimità della corte da venendo fortemente messa in discussione: Khan e il suo staff sono infatti soggette alle sanzioni degli Stati Uniti per aver emesso un mandato di arresto contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e altre autorità israeliane per sospetti crimini di guerra a Gaza.

Comunità internazionale impotente?
Il commento di Lucia Ragazzi, ISPI Africa CentreDopo la presa di el-Fasher, nel Darfur settentrionale, il fronte della guerra si è nuovamente spostato, concentrandosi sull’ampia area del Kordofan. L’occhio del ciclone è el-Obeid, capoluogo del Kordofan settentrionale, uno snodo commerciale e logistico cruciale tra il Darfur e Khartoum – e proprio per questo aspramente conteso, in quanto determinante per le strategie di entrambi i fronti. Sullo sfondo dei calcoli strategici restano le conseguenze sui civili. Nel corso della guerra si sono registrati gravi massacri, di cui quanto accaduto a el-Fasher è diventato un emblema, alimentando il timore che si possa ripetere, nonostante gli appelli per scongiurarlo.

Al momento, il Sudan risulta diviso sostanzialmente a metà, con l’esercito regolare (SAF) in controllo dell’est del paese e della capitale Khartoum e le RSF della parte occidentale, mentre alcune aree rimangono aspramente contese. Secondo un’analisi dell’International Crisis Group, nessuna delle due fazioni è sul punto di prevalere. Ora il conflitto si è spostato nella regione meridionale del Kordofan, che è diventato l’epicentro della guerra. Solo pochi giorni fa, il Commissionario per i diritti umani dell’ONU Volker Turk ha avvertito che una “catastrofe” simile a quella di al-Fasher si sta ripetendo ad al-Obeid, il capoluogo del Kordofan settentrionale, circondata dalle RSF. Secondo Turk, i civili nella città sono sotto assedio da 18 mesi, con mancanza di acqua pulita e attacchi continui da parte dei droni. Mezzo milione di persone vive nel centro urbano, e più di 83.000 sfollati vi hanno trovato rifugio. Il Commissario ha poi documentato esecuzioni sommarie, rapimenti, torture e violenza sessuale lungo le strade della regione percorse dagli sfollati, secondo riporta l’agenzia stampa Reuters. Il ministro degli esteri del governo guidato dalle SAF ha più volte denunciato poi il sostegno ricevuto dagli avversari dall’estero. Esperti dell’ONU sostengono infatti da tempo che siano in particolare gli Emirati Arabi Uniti a rifornire il gruppo di armi e droni. Fino a oggi, però, gli Emirati hanno negato ogni collegamento con la guerra in corso. D’altro canto, le stesse SAF stanno ricevendo il sostegno politico e militare di vari attori, tra cui Egitto e l’Arabia Saudita. Quella che era cominciata come una lotta di potere interna ha acquisito insomma anche le caratteristiche di una guerra per procura. E, mentre si delineano le circostanze che fanno temere un nuovo massacro, i drammatici numeri del conflitto continuano a salire: nel suo ultimo aggiornamento, il Programma Alimentare Mondiale stimava che ci sono 8,8 milioni di sfollati nel paese, mentre 4,6 milioni hanno cercato rifugio all’estero. 19,5 milioni (più di un terzo della popolazione) sono invece le persone che soffrono di insicurezza alimentare acuta. Solo pochi giorni fa, l’organizzazione non governativa Emergency raccontava che a Nyala, in Darfur, dove gestisce un centro pediatrico, circa il 60 per cento dei suoi pazienti soffriva di malnutrizione. In pratica, oltre 1 bambino ricoverato su 2. È impossibile dire quante siano le vittime. Ad aprile, il Progetto per la Localizzazione e i dati dei conflitti armati (ACLED) aveva tracciato più di 58.000 morti, ma il numero è certamente più alto. Secondo lo statunitense Centro per gli studi strategici e internazionali (CSIS), le stime si aggirano fra 150.000 e 400.000.