Sopravvivenza di una difesa

 

Di Paolo Garimberti, La Repubblica

Nella notte degli Accordi di Maastricht, che sancirono la nascita dell’unione economica e monetaria, la domanda rivolta a molti capi di Stato e di governo nelle conferenze stampa conclusive fu quando, accanto alla moneta unica, sarebbe nata anche una difesa comune. La risposta fu che la politica estera e di difesa dell’Unione sarebbe nata per germinazione spontanea da quella economica e monetaria. Un accessorio, più che una necessità. Dimenticandosi che il primo bozzolo di Unione europea era stato generato nel 1952 da obiettivi difensivi, la Ced (Comunità europea di difesa), naufragata per l’opposizione della Francia.

La risposta sottintesa nella notte di Maastricht era che alla difesa dell’Europa, allora quella occidentale (l’Unione Sovietica sarebbe crollata un anno dopo), ci avrebbe pensato la Nato con l’ala protettrice della sua potenza-guida, gli Stati Uniti. L’euforia da Fine della Storia, titolo di un celebre saggio di Francis Fukuyamadel 1992, rese ancora più remota la necessità di un pilastro europeo di difesa. La creazione di un alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, ben otto anni dopo Maastricht, rispondeva più a un’esigenza di rappresentanza che di operatività politica. Diventando semmai oggetto di brame di potere, che hanno spesso piagato il cammino europeo, con la presidente della Commissione che aspira a essere sempre di più la faccia dell’Europa nei consessi internazionali.

Ma le minacce di Donald Trump di ritirare soldati e sistemi di difesa da alcuni Paesi, le sue accuse ai membri europei della Nato di spendere troppo poco e di non averlo aiutato nella sua guerra all’Iran, hanno tolto all’Europa l’illusione nella quale si è cullata per tutta la metà del secolo scorso e i primi due decenni di questo. Emmanuel Macron, il presidente della Francia, che nel 2019 aveva decretato la “morte cerebrale” della Nato, ha intitolato l’ambiziosa parata del 14 luglio al “risveglio strategico dell’Europa”. Il 36mo vertice che si apre domani ad Ankara rischia di essere il più drammatico nella storia dell’Alleanza, nonostante tutti i tentativi, al limite del ridicolo, del segretario generale Mark Rutte di addolcire Trump, che aveva addirittura minacciato di non presenziare. Il paradosso è che dopo aver raggiunto il record di adesioni (l’invasione dell’Ucraina ha indotto la Finlandia e la Svezia ad abbandonare la loro storica posizione di neutralità), la Nato potrebbe implodere. Con Putin che coglie l’occasione per attaccare l’Europa: sono di ieri le minacce del Cremlino alla Polonia, uno dei Paesi più esposti. Secondo il portavoce del Cremlino, “farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza”.

In vista del vertice in Turchia gli europei, nel cosidetto “formato E5” (Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Polonia) si sono coordinati per un forte sostegno all’Ucraina ed evitare un disimpegno di Trump nei confronti di Zelensky. Un giusto e degno proposito perché l’Ucraina, con la sua esperienza bellica, è diventata di fatto un pilone della difesa europea e lo sarà ancora di più in futuro. Ma il vero problema per i Paesi Ue membri della Nato è come finanziare una difesa europea che possa un giorno prescindere, in tutto o in parte, dell’ombrello americano. I mal di pancia del governo italiano ne sono una prova quotidiana. Le norme restrittive, volute dalla Francia, sulla legittimazione ad utilizzare il Safe, il programma per finanziare la produzione di armamenti in Europa, sono un’ulteriore dimostrazione di come sovente la Ue finisca per legarsi le mani da sola. Ma c’è un secondo paradosso per il vertice di Ankara: che per evitare l’implosione, o almeno ridurne l’impatto, la Nato ha bisogno della Turchia, un Paese considerato fino a ieri indesiderabile dalla Ue per la sua scarsa democrazia (al punto che il vertice Nato del 2018 assegnato ad Ankara fu trasferito in altra sede) e oggi, invece, giudicato un partner indispensabile per la forza militare e produzione di armamenti. Tanto che il presidente autocrate Recep Tayyip Erdogan può permettersi di dire che “l’Europa ha bisogno della Turchia più di quanto la Turchia ha bisogno dell’Europa”.


Colonnello Pfister, calma e gesso

 

L’esercito svizzero è la nostra striscia umoristica settimanale. Fa ridere, ma anche piangere, perché alla fine ci spilla miliardi di franchi.

L’ultima è che su una caserma bernese c’è stato il sorvolo di “una formazione di droni” che non può essere addebitato “a uno scherzo di ragazzi”, ha detto il capo dell’esercito Benedikt Roos e ha aggiunto: “L’esercito sta sempre più rilevando sorpassi di droni nell’area delle truppe e delle infrastrutture militari”. Complimenti, i nostri vertici militari non sono in grado di capire che droni girano sulle loro teste gallonate, forse sono ragazzate o forse “ha stato Putin”: buonanotte!

Secondo il rapporto annuale del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) la sicurezza in Svizzera è deteriorata e la Russia è la nostra minaccia principale. Wow, che notizia, questi vertici dei service per niente intelligence hanno fatto una scoperta. A dire la verità è dai tempi della guerra fredda che l’esercito svizzero si prepara a un attacco da est. Ma perché stupirci, questi servizi sono quelli che negli anni ottanta hanno schedato 900 mila cittadini, soprattutto persone di sinistra, sindacalisti e pacifisti, considerati minacce per la sicurezza dello Stato (vedi scandalo delle schedature).

A proposito di F-35, un aggiornamento del Government Accountability Office degli Stati Uniti afferma : “Dal 2021, i costi di manutenzione dell’F-35 hanno continuato ad aumentare, eppure l’F-35 non è riuscito a raggiungere gli obiettivi di standard e le sue prestazioni hanno mostrato una tendenza al declino. Il tasso di prontezza operativa è diminuito dal 67% al 44%”. E intanto, per rimanere inginocchiati a Trump, la Confederazione ha già versato 617 milioni di dollari di anticipo per i caccia F-35.

Poi si spenderanno altri milioni per adeguare gli hangar, troppo piccoli, e per rifare le finestre degli abitanti che vivono nei pressi degli aeroporti di Payerne, Emmen e Meiringen, per ridurre il rumore lancinante degli aeroplanini.

A più di quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina, i cervelli grigioverdi hanno scoperto l’importanza dei droni e quindi prevedono di dotare l’esercito di un battaglione di droni, nel 2028. “Il nemico deve sapere che attaccare la Svizzera non conviene e sarebbe un errore”, ha detto Benedikt Roos. Mosca e Pechino tremano. Certo, si farà come nella seconda guerra mondiale, con la condiscendenza nei confronti dei nazisti e con la scelta di diventare la “cassaforte del Reich”, ecc. ecc.

Il colonnello Martin Pfister, capo del Dipartimento della Difesa, è in giro per la Svizzera come una trottola a propagandare la necessità di versare miliardi nelle casse bucate grigioverdi. Il 28 giugno, a Sempach, ha lanciato un appello alla coesione nazionale. Con un parallelo tra la vittoria storica dei Confederati e il presente, il consigliere federale ha sostenuto con forza l’indispensabile e costoso sviluppo dell’esercito svizzero. Speriamo che, in caso di necessità, Martin sia disposto a sacrificarsi come un novello Winkelried, l’eroe della battaglia di Sempach (1386). Stesso discorso a Morat, in occasione delle commemorazioni per il 550.mo della battaglia. Pfister è intervenuto anche a Coira alla Festa federale di tiro, ribadendo la necessità di rinforzare e trasformare l’esercito svizzero. Insomma, il colonnello non manca un appuntamento e ama i bagni di folla: il discorso che propina al pubblico è sempre lo stesso.

Non potevano mancare le mire spaziali dell’esercito elvetico. Nei prossimi anni verranno investiti 850 milioni di franchi in questo settore e l’esercito ha elaborato il “Concetto generale spazio cosmico” per ridurre la dipendenza dall’estero in materia. Poi si dimentica che l’amministrazione federale dipende totalmente da Microsoft.

Un’altra puntata della sottomissione elvetica agli Stati Uniti riguarda i missili Patriot. Ordinati nel 2022, dovevano arrivare tra quest’anno e il 2028 ma, a causa delle guerre, le consegne sono slittate di 5 o 7 anni. Inoltre, le stime indicano che potrebbero costare il doppio rispetto ai 4 miliardi iniziali. Per mantenere la sudditanza a Washington, a fine giugno il governo ha confermato la ripresa dei pagamenti. Nel frattempo si negozia con Francia, Israele (complimenti per il sostegno al genocidio!) e Corea del sud per dotarsi di un secondo sistema missilistico.

Martin Pfister vuole investire 50 miliardi di franchi nell’esercito entro il 2039. La proposta è di aumentare l’IVA di 0,5 punti percentuali per dodici anni. Su questo il popolo dovrà votare il prossimo anno. Intanto Berna ha approvato gli indicatori per il preventivo 2027, che chiude in attivo ma grazie a pesanti tagli – che a Berna chiamano “sgravi” – alla formazione, alla ricerca, all’ambiente, al personale federale e alla sicurezza sociale, oltre che a maggiori entrate dovute all’imposta sull’utile.

Così, comunica il Consiglio federale: “si crea un margine finanziario per uscite supplementari a favore dell’esercito”. Non ci resta che piangere!

Nell’immagine: Martin Pfister ai festeggiamenti di Morat


Veronica Noseda – Marine le Pen alla vigilia di una sentenza decisiva

 

Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi

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Se la xenofobia diventa calamita del malcontento

 

Il timore di gravi disordini, con saccheggi e violenza a tutto campo, si è, per fortuna, ridimensionato. Il massiccio spiegamento delle forze dell’ordine, pubbliche e private, ha contribuito a contenere le fasce più radicali dei movimenti „March and March“ e „Operation Dudula“ , con gli inevitabili facinorosi che approfittano dei disordini.  Così son o stati evitati gli eccessi del 2021. Non sono mancati, è vero, casi di saccheggio e almeno 4 morti. A mantenere le cifre relativamente basse ha contribuito probabilmente anche il fatto che dall’inizio dei movimenti di protesta sono già stati rimpatriati circa 25’000 immigrati.

Il sentimento xenofobo non si è però ancora placato, tant’è vero che la figura di spicco di questo movimento, Jacinta Ngobese-Zuma, ha già annunciato che continuerà ad organizzare una dimostrazione di protesta ogni settimana fino a quando non saranno soddisfatte tutte le richieste, la più importante delle quali è il completo rimpatrio di tutti gli immigrati illegali. Quindi, la marcia del 30 giugno non ha chiuso il capitolo dell’ostilità nei confronti degli immigrati, che manterrà il potenziale per ulteriori azioni di protesta. Gruppi di autoproclamati vigilanti continuano comunque ad importunare e minacciare gli immigrati rimasti, in particolare i proprietari di negozi e spacci di alimentari locali, i cosiddetti «spaza shops », attivi soprattutto nelle townships, le zone urbane più povere.

Tutto ciò fa pensare che la vasta partecipazione di movimenti e di partiti che reclamano ognuno qualcosa a proprio favore suggerisce che, come anche pubblicamente dichiarato dal Ministro della Polizia, Firoz Cachalia, dietro la facciata xenofoba vi è una dimensione politica. Infatti nel prossimo novembre si terranno le elezioni regionali.

Il Presidente Cyril Ramaphosa non si stanca, da parte sua, di condannare l’ostilità nei confronti degli immigrati e ricorda che spesso queste ostilità sono accompagnate da faide tribali fra gli stessi sudafricani. Il controllo degli immigrati e il loro eventuale rimpatrio resta, come dice il Presidente, compito esclusivo del governo, e non della strada.

Ciò non cambia il fatto che la xenofobia ha avuto, una volta di più, funzione di valvola di scarico di un vasto malcontento, dovuto in larga parte all’incapacità e la corruzione endemica, soprattutto delle municipalità del paese che non sono oramai più in grado di fornire alla popolazione i servizi essenziali.

Nell’immagine: una marcia di protesta contro l’immigrazione clandestina a Johannesburg, il 29 aprile


250 e li dimostra

 


Una promessa rimasta aperta e contesa

 

Di Guido Moltedo, il manifesto

Sono trascorsi 250 anni dal 4 luglio 1776, il giorno in cui un gruppo di coloni americani dichiarava a Filadelfia l’indipendenza dal Regno di Gran Bretagna, redigendo una carta fondativa, la Declaration of Independence, dichiarazione di indipendenza.

Nella quale spiccava l’affermazione solenne secondo cui all men are created equal – tutti gli uomini sono creati uguali.

Fu radicale, nelle proposizioni e nel linguaggio, la Dichiarazione d’Indipendenza, quanto fu ristretta nelle intenzioni e applicazioni reali. L’universalismo della formula conviveva con un ordine politico e sociale che quell’universalismo lo negava quasi in ogni direzione: agli schiavi, ai popoli indigeni, alle donne.

Non c’è dunque molto senso nel trattare la ricorrenza come il momento in cui la promessa americana si sarebbe compiuta. Semmai, il suo interesse storico è nel contrario: nel fatto che quella promessa sia rimasta aperta, contesa, usata contro i limiti stessi dell’ordine che l’aveva formulata.

L’umore del paese conferma oggi questa lettura. I sondaggi diffusi in occasione dell’anniversario mostrano che quasi sette americani su dieci sono insoddisfatti della direzione del paese, e circa sei su dieci ritengono che i suoi anni migliori siano ormai alle spalle; solo circa la metà dichiara di sentirsi estremamente o molto orgogliosa di essere americana, il dato più basso degli ultimi venticinque anni. Non è lo sfondo di un compleanno trionfale, se gran parte dei dipendenti federali che hanno vissuto licenziamenti di massa e smantellamenti di agenzie nell’ultimo anno sceglie di non partecipare alle celebrazioni.

Sono fatti che confermano ancora una volta, e forse anche più, come la promessa originaria sia rimasta aperta, contesa, usata contro i limiti stessi dell’ordine che l’aveva formulata. È da questa contraddizione originaria che bisogna partire per dare un senso a quel documento storico. Ed è un filo conduttore di spicco nel racconto della storia americana se, per due secoli e mezzo, milioni di persone hanno preso sul serio quelle parole più dei loro autori. Abolizionisti, suffragiste, sindacalisti, movimento per i diritti civili, attivismo lgtbq. La democrazia americana, nelle sue stagioni migliori, non è stata la semplice applicazione lineare di un testo fondativo, ma il conflitto continuo per costringere il paese a mantenere ciò che aveva proclamato.

È quello che intende Arnaldo Testi quando, nel suo 4 luglio (Il Mulino), osserva che il documento è diventato il «cuore di una religione civile repubblicana», la cui liturgia si è rinnovata e adattata nel tempo, sollecitando letture opposte – chi vi legge la conferma dell’America così com’è, chi la usa per criticarla, chi la proietta come promessa ancora da realizzare. Ripercorrerne la storia, per Testi, significa misurare la vitalità politica del paese e il destino delle promesse che lo hanno plasmato: interrogarsi, cioè, su quanto una democrazia possa essere duttile, e insieme fragile, quando è messa alla prova nelle sue stesse radici.

Come accade oggi.

Questo 250esimo anniversario cade in un’America attraversata da fratture, come nell’epoca della scrittura della dichiarazione.

Le celebrazioni ufficiali del semiquincentenario insistono, prevedibilmente, sull’unità nazionale, sulla memoria condivisa, sulla grandezza del percorso americano. Ma una lettura democratica, e anche condivisa, del 4 luglio significa non negare ferite ormai secolari e mai cicatrizzate – come il razzismo – e ferite più fresche, raccontate dalle quotidiane notizie di un’America ostaggio di un potere esecutivo che sbriciola ogni forma di legittimità, limite e contrappeso. Significa misurarsi con esse.

L’uguaglianza politica diventa il suo contrario quando il diritto di voto viene ristretto o reso più difficile. La libertà si svuota quando una malattia può trascinare una famiglia nella rovina economica. Il diritto inalienabile alla «ricerca della felicità» è una presa in giro quando il lavoro non c’è e, se c’è, non garantisce sicurezza, salario dignitoso, tempo di vita.

Il leader abolizionista nero Frederick Douglass, nel suo celebre discorso del 1852 Cosa rappresenta per lo schiavo il 4 luglio?, esortava a non respingere i principi proclamati nella Declaration – «un glorioso documento di libertà» che pure non contemplava l’abolizione della schiavitù – ma a mostrarne anzi l’insopportabile smentita nella mancata osservanza o manipolazione e stravolgimento, e perché fosse «interpretata così come dovrebbe essere interpretata». Quel monito risuona limpidamente oggi in un’America in cui gli eredi dello schiavismo sono nelle stanze del potere ma nella quale la Carta ha ancora un suo peso determinante, se perfino la Corte suprema più conservatrice di sempre e la meno indipendente di sempre deve farne rispettare certi limiti invalicabili a un’amministrazione d’illimitato e arrogante potere.

Nell’immagine: un uomo senza fissa dimora dorme sui gradini davanti alla Moynihan Train Hall, a New York


Franzen: “La nostra festa rimasta senza un senso nell’America avvelenata”

 

Di Paolo Mastrolilli, La Republica

«Temo che il sapore distintivo dell’indipendenza americana, a cui persone di ogni tendenza politica potevano partecipare anche solo dieci anni fa, possa andare perduto per sempre». In altre parole, Jonathan Franzen ci sta avvertendo che l’America rischia di celebrare in realtà la propria fine, questo 4 luglio. Non la fine fisica, magari, ma quella della condivisione universale dei valori che hanno reso il suo esperimento democratico un qualcosa di davvero fuori dall’ordinario nella nostra storia, pur con tutti i limiti e difetti propri del genere umano. E proprio perciò fonte di ispirazione anche fuori dai suoi confini, dove invece oggi l’ideologia “America First” cerca forsennatamente, e forse anche stoltamente, di costringerla.

Colpisce ascoltare queste riflessioni condivise con Repubblica da uno come lui, che dopo la pubblicazione nel 2001 di Le correzioniera stato esaltato da Time come il nuovo «Great American Novelist», il grande romanziere americano. Un uomo del Midwest, nato in Illinois e cresciuto in Missouri, che raccontando l’epopea della disfunzionale famiglia midwestern dei Lambert aveva cercato di invitare gli Stati Uniti a riflettere sulla propria disfunzionalità nazionale e la pericolosa direzione intrapresa. Ora Franzen sta scrivendo il secondo capitolo della trilogia iniziata con Crossroads, anticipata sul New Yorker pubblicando la storia A Talent for Seeming. La protagonista è un’adolescente del Montana, Adele, che si mette in testa di fare l’attrice. Dunque America sempre più profonda, ma a maggior ragione determinata a realizzare il proprio sogno.

Seppure nella confusione tra l’ispirazione artistica e la devozione religiosa, che tanta parte ha sempre avuto e sta avendo nella trasformazione del Paese, fondato dai pellegrini sfuggiti alle persecuzioni europee, ma poi forgiato dai principi laici dei padri fondatori che l’amministrazione Trump sta minando, fino al punto di mettere in discussione la separazione tra Chiesa e Stato.

Franzen inizia il suo ragionamento partendo dalla freddezza con cui un’ampia parte degli Stati Uniti vive un’occasione che invece dovrebbe unire ed esaltare. A partire dal flop della Great American State Fair che il presidente Donald Trump ha voluto organizzare sul Mall di Washington, ma viene disertata dal pubblico, dove non manca chi si prepara ad ignorare del tutto un appuntamento storico ormai non più condiviso, o magari volutamente dirottato da una sola parte politica che si sente depositaria dell’ortodossia americana.

«Sento meno entusiasmo – ci dice lo scrittore – per il Duecentocinquantesimo anniversario della fondazione degli Stati Uniti, rispetto a quanto ce ne fosse per un Quattro luglio a caso, dieci o vent’anni fa». Franzen non teme di fare la sua diagnosi sul motivo di questa mancanza di entusiasmo, per un evento che invece avrebbe offerto un’occasione unica per provare a riunificare un Paese così spaccato sul piano culturale, prima ancora che politico: «È una misura di quanto Trump e i suoi minions, i suoi scagnozzi, abbiano avvelenato la vita pubblica qui in America».

Lo scrittore allarga poi la sua diagnosi alle cause ancora più profonde, che vanno oltre la stessa persona di Trump e minacciano di sopravvivergli, anche quando non dovesse più occupare la Casa Bianca: «Questo sentimento potrebbe riflettere una disperazione verso l’idea di “We the People”, “Noi il popolo”, il preambolo che apre la Costituzione. La sensazione che ormai tutto il potere risieda nell’industria tecnologica e nei miliardari».

Vorrebbe dire che l’esperimento americano ha perso la sua stessa anima, non perché non abbia sempre favorito l’imprenditorialità e l’ingegnosità capitalistica venerata da Trump, ma perché al centro del progetto non c’è più il popolo, che lo aveva iniziato gettando nel porto di Boston le casse di tè tassate dall’impero britannico. Secondo questa interpretazione, checché ne dica il presidente, il movimento Maga sarebbe diventato solo uno specchietto per le allodole, l’utile idiota, il cavallo di Troia dentro cui si nascondono i veri interessi di chi possiede e governa il Paese.

Perciò Franzen pare assai pessimista sulla possibilità di uscirne fuori, resuscitando l’anima perduta dell’America, anche a beneficio di chi finora l’aveva ammirata, almeno nell’Occidente, come fonte di esempio e ispirazione: «Possiamo sperare che ci sia una reazione nelle elezioni midterm di novembre, ma temo che il sapore distintivo dell’indipendenza americana, a cui persone di ogni tendenza politica potevano partecipare anche solo dieci anni fa, possa andare perduto per sempre».

Nell’immagine: Jonathan Franzen


Sergio Rossi – Negli Usa non esistono leggi sul conflitto di interesse e Trump ne approfitta sfacciatamente: un miliardo in un anno

 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

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Un nuovo messaggio dal calcio

 

Di Aldo Cazzullo, Corriere della Sera

C’è una frase che viene detta a mezza voce davanti alla tv, che gira sui social, che ripetono i politici più spregiudicati: il calcio è diventato come l’atletica, uno sport «per neri». Il Mondiale come la finale dei 100 metri olimpica. Non soltanto nove squadre africane sono arrivate ai sedicesimi; le squadre europee sono innervate dai figli dell’immigrazione. A cominciare dalla più forte, la favolosa Francia, favorita per la vittoria finale.

Questo fatto oggettivo si può affrontare in tre modi. Il primo è ignobile e inaccettabile. È quello di Eric Zemmour, capo di un partito di estrema destra dal non casuale nome di Reconquête, Riconquista; per lui e quelli come lui, il Mondiale è uno spot per le loro parole-chiave, sostituzione etnica e remigrazione. Il secondo modo è all’apparenza inattaccabile: non ce ne importa nulla del colore della pelle, basta che la squadra del nostro Paese vinca. Il terzo è forse più realistico, e più costruttivo. Non è vero che l’origine e la storia di ogni persona, calciatori compresi, non contino nulla. Anzi, sono molto importanti. E il fatto che le squadre europee siano sempre più rafforzate dai figli dell’immigrazione è un segnale incoraggiante. È una conferma: l’immigrazione, il tema che ormai domina l’agenda politica di qualsiasi Paese europeo, che decide le elezioni, che determina l’ascesa e la caduta dei leader, può essere affrontata, governata, coniugata con il bene comune. E se oggi accade nel calcio, domani può accadere nelle scuole, nella sanità, nella sicurezza.

Intendiamoci: nessuno può essere giudicato per il colore della sua pelle o per il posto da cui viene; tutti abbiamo gli stessi diritti e gli stessi doveri. Ma provate a dire a un nero americano o africano che la sua origine, la sua storia non sono importanti; si offenderà moltissimo, perché ne va giustamente orgoglioso. Lo stesso vale per un arabo. Generalizzare è sempre pericoloso? Provate allora a chiedere a Kylian Mbappé se per lui è importante o no essere figlio di un immigrato dal Camerun e di un’algerina. Lo hanno già fatto, e non in questo Mondiale; quando aveva dodici anni. È un video che gira sui social. Il piccolo Kylian mette su un’espressione che più orgogliosa di così non si può, e risponde: «A parte Platini e Cantona, il meglio del calcio francese è sempre stato arabo e nero».

Zemmour dice al contrario che la Francia di America 2026 non rappresenta la Francia tutta intera, ma solo quella «nera e araba delle banlieues, dove i giovani musulmani cacciano i giovani bianchi dai campi di calcio». E rimpiange «la squadra più forte di tutti i tempi, la Francia del 1982, per cui ho trepidato da ragazzo». Qualcuno gli ricordi che Jean Tigana veniva dal Mali — «mio padre era africano, musulmano e gollista» ha ricordato con orgoglio; ecco un altro convinto che le radici siano importanti —; Marius Trésor era antillano; Bernard Genghini, Jean-Marc Ferreri, il portiere Jean-Luc Ettori e l’immenso Michel Platini erano di origine italiana; Manuel Amoros, Luis Fernandez e il ct Michel Hidalgo di origine spagnola. Anche la Francia idolatrata da Zemmour era figlia dell’immigrazione; e gli immigrati italiani all’inizio furono trattati anche peggio di quelli maghrebini e africani, subirono linciaggi da decine di morti come ad Aigues-Mortes in Provenza. E poi il calciatore più rappresentativo della storia francese fino a quel momento, Raymond Kopa, si chiamava in realtà Kopaszewski ed era nipote di minatori polacchi. Non si tratta, in ogni epoca, di contrapporre la «vera Francia» cara alla destra e la «nuova Francia» cara alla sinistra; meglio dire Francia, e basta.

Ovviamente ogni opinione è legittima. Ad esempio, Barack Obama era convinto che la sua origine non fosse così importante. In un celebre intervento disse in sostanza: non conta il fatto che io sarò il primo presidente afroamericano; contano le novità che porterò. I suoi avversari non la pensavano così. Ma se John McCain nel discorso in cui riconobbe la sconfitta — il miglior discorso politico del ventunesimo secolo — disse «ora Obama è il mio presidente, ed è un grande passo in avanti per il nostro Paese», uno storico finanziatore democratico fece il suo ingresso in politica sostenendo che Obama non poteva essere presidente, in teoria perché non era nato negli Stati Uniti (cosa falsa), in realtà perché non era bianco. Si chiamava Donald Trump.

Quando la Francia vinse il suo primo Mondiale nel 1998, molti storsero il naso. Jean-Marie Le Pen attaccò Karembeu perché non cantava l’inno; ma quando gli chiesi un’opinione su Zidane mi disse che gli piaceva molto, anche perché non era arabo ma kabilo e aveva dato ai figli nomi cristiani (i figli Zidane si chiamano Enzo, Luca e Théo; all’epoca non era ancora nato il quarto, che porta il nome biblico di Elyaz. Tutti hanno fatto i calciatori). Alain Finkielkraut — figlio di ebrei polacchi sopravvissuti ad Auschwitz, maoista nel Sessantotto, ora considerato di estrema destra — obiettò che non si riconosceva appieno in quella Nazionale; fu massacrato. Oggi, che l’ex Fronte Nazionale è alla soglia del potere, non accadrebbe più.

In Spagna alle prossime elezioni vincerà la destra del partito popolare e di Vox, il partito di Santiago Abascal, che propugna l’iberosfera. In sintesi: benvenuti ai latinos, che sono cattolici e parlano spagnolo; fuori dai piedi maghrebini e africani. Con questo criterio, Lamine Yamal, figlio di un marocchino e di un’africana della Guinea, non dovrebbe giocare in Nazionale. Ma chi glielo dice ai tifosi?

Forse, se l’Italia per la terza volta ha fallito la qualificazione ai Mondiali, è anche perché non ha saputo attingere al potenziale dei nuovi italiani. È un pallino del nuovo capo del nostro calcio, Giovanni Malagò. Negli altri sport, dall’atletica alla pallavolo, è accaduto; e i risultati sono straordinari. Perché nel calcio non ancora? C’è stato Mario Balotelli, grande promessa incompiuta; ma era il figlio adottivo di una famiglia borghese di Brescia. Cosa aspettiamo ad aprirci ai figli dell’immigrazione? Vale per il calcio come per gli altri settori della vita sociale; poliziotti e carabinieri, ad esempio, non lavorerebbero meglio in certi quartieri difficili se avessimo più neri e arabi in divisa?

Certo, neanche questo sarà risolutivo. Se i pronostici saranno rispettati e la Francia vincerà il Mondiale (ma deve resistere Adrien Rabiot, l’unico che difende a centrocampo), si temono gli incidenti che scoppiano a ogni vittoria del Psg: l’ultima Champions è costata un morto.

Non sarà facile. Camminiamo tutti in una terra incognita. Faremo errori. Imboccheremo strade sbagliate. L’integrazione non si fa in un giorno, e non è mai riuscita per sempre. Ma l’integrazione è come il futuro; non lo determiniamo, eppure è l’unico posto in cui possiamo andare.


Lugano in tre foto

 

Tre foto­gra­fie bastano a rac­con­tare una città. Nella prima, il sin­daco di Lugano Michele Foletti stringe la mano all’amba­scia­tore dell’Azer­bai­gian in Sviz­zera, Fuad Isgan­da­rov. La seconda è una foto di gruppo davanti alle ban­diere di Palazzo Civico: tre muni­ci­pali, un alto fun­zio­na­rio can­to­nale, l’amba­scia­tore, il rap­pre­sen­tante della lobby del com­mer­cio di mate­rie prime e tre diri­genti di Socar Tra­ding, l’antenna com­mer­ciale – con sede a Gine­vra – della com­pa­gnia petro­li­fera di Stato azera. Nella terza, quella che nes­suno ha scat­tato, ci sareb­bero i nomi dei gior­na­li­sti die­tro le sbarre, delle testate chiuse, delle Ong espulse da quella che, di fatto, è una dit­ta­tura.

A Lugano que­sto film l’abbiamo già visto, con pro­ta­go­ni­sta un’altra clep­to­cra­zia caspica. Era il dicem­bre del 2015 quando l’allora sin­daco Marco Bor­ra­dori inau­gu­rava la ras­se­gna audio­vi­siva ‘Occhi sul Kaza­ki­stan’: pro­ie­zioni, foto­gra­fie, regi­sti venuti dalla steppa. Quella ras­se­gna cine­ma­to­gra­fica che nes­suno in città aveva chie­sto e che il Muni­ci­pio offriva, ser­viva a tes­sere i legami. La cul­tura come ammor­bi­dente, vet­tore di con­tatti e con­tratti. Pochi mesi dopo, Lugano avrebbe fir­mato un memo­ran­dum con le auto­rità della città di Almaty. L’anno dopo sarebbe toc­cato al Can­tone. Pro­prio in que­gli anni, sulle rive del Cere­sio, si erano inse­diate alcune aziende vicine al governo kazako, tra cui l’antenna com­mer­ciale della potente com­pa­gnia petro­li­fera nazio­nale. Era l’epoca in cui, anche gra­zie a un noto impren­di­tore basato in riva al Cere­sio che aveva costruito più di mezza Astana, capi­tali e per­sone legate alla fami­glia Nazar­ba­iev tro­va­rono in Ticino una base discreta e acco­gliente: affari immo­bi­liari, conti ban­cari, società di tra­ding e auto­rità pronte a non guar­dare.

La figlia dell’allora pre­si­dente ottenne per­sino un per­messo di sog­giorno dal Can­tone gra­zie a una società costi­tuita ad arte per quel per­messo e poi liqui­data.

Oggi si ritenta con l’Azer­bai­gian. Cam­bia il Paese del Caspio, cam­bia la fami­glia al potere, cam­bia la com­pa­gnia di Stato, ma il con­te­sto è sem­pre quello: una clep­to­cra­zia che si arric­chi­sce gra­zie agli idro­car­buri. Socar gesti­sce in Sviz­zera la sua prin­ci­pale piat­ta­forma di tra­ding inter­na­zio­nale e circa 170 sta­zioni di ser­vi­zio, con una rete che arriva fino in Ticino, dove spon­so­rizza pure l’Hc Ambrì-Piotta, il cui soda­li­zio, fino a quest’anno, aveva come pre­si­dente Filippo Lom­bardi. Il muni­ci­pale è da tempo molto attivo nella regione, sia come poli­tico – è stato pre­si­dente del gruppo par­la­men­tare Sviz­zera-Azer­bai­gian –, sia come impren­di­tore. Oggi, come i suoi col­le­ghi, sogna il pos­si­bile ruolo di Lugano quale “hub euro­peo” per lo svi­luppo di rela­zioni eco­no­mi­che con Baku.

Nel frat­tempo, l’ultimo indice di Repor­ters Sans Fron­tiè­res per la libertà di stampa fa sci­vo­lare l’Azer­bai­gian al 171° posto su 180, con una tren­tina di gior­na­li­sti in car­cere. L’accre­dito alle ultime testate stra­niere rima­ste è stato revo­cato, men­tre pro­se­gue la repres­sione delle testate indi­pen­denti. Dal Paese gover­nato con il pugno di ferro dagli Aliev, lo scorso anno sono state for­zate ad andar­sene la Croce Rossa e varie orga­niz­za­zioni dell’Onu.

A Lugano di tutto que­sto non si è par­lato. Le auto­rità cit­ta­dine tac­ciono e fanno come hanno sem­pre fatto: chiu­dono gli occhi e aprono le brac­cia, nella spe­ranza che qual­che soldo del greg­gio azero, come prima quello kazako, possa sgoc­cio­lare da qual­che parte. Non è neces­sa­rio che si tap­pino il naso, i muni­ci­pali: i soldi, anche quelli che fanno schifo, non hanno nes­sun odore.