Tariffe elettriche: un’analisi alternativa a quella di regime

L’importante è manipolare la realtà per confondere la popolazione, stordirla e continuare a garantire gli elevati profitti di AIL SA – Di Matteo Poretti 

La Commissione federale dell’energia elettrica (ElCom) ha finalmente pubblicato i dettagli relativi alle tariffe dell’energia elettrica per il 2027. Un’operazione necessaria. Infatti, le informazioni diffuse dai media ticinesi hanno tremendamente risentito della propaganda orchestrata dalle maggiori aziende di distribuzione dell’energia elettrica. Il risultato, ricercato, è stato quello di propagare tra la popolazione un messaggio positivo: le tariffe sono ancora diminuite e, nel peggiore dei casi, si sono stabilizzate.

Questa versione è stata sostenuta facendo riferimento alle tariffe degli ultimi tre anni (2025/2026/2027). Una scelta evidentemente di comodo e, a dire il vero, piuttosto manipolatoria. Per una semplice ragione: l’esplosione delle tariffe è avvenuta negli anni 2022, 2023 e 2024. Per avere una visione reale e onesta dell’andamento delle tariffe è quindi necessario misurare i risultati rispetto al 2022. Questo esercizio di confronto restituisce uno scenario piuttosto differente da quello teleguidato dalle società di distribuzione.

Vediamo concretamente quanto stiamo affermando, ricorrendo ad alcune semplici tabelle. Iniziamo dall’evoluzione delle tariffe nel periodo 2025-2027:

Ben nove società di distribuzione su undici hanno registrato, nell’arco di tempo preso in considerazione, una diminuzione delle tariffe, alcune delle quali, a prima vista, anche piuttosto consistenti. Annotiamo, però, che ben due società hanno addirittura contabilizzato un aumento delle tariffe offerte alla propria utenza. Dai dati emergerebbe un virtuosismo tariffario, riflesso di una politica aziendale volta a ricercare una riduzione dei prezzi a favore dei propri clienti. Le bottiglie di champagne vanno però rimesse in frigo se analizziamo i dati relativi all’evoluzione delle tariffe nel periodo 2022-2027:

Ecco che la realtà cambia brutalmente. Tutte le società di distribuzione del Cantone presentano aumenti decisamente pesanti, molto più consistenti delle contrazioni registrate nel periodo 2025-2027. In sostanza, gli effetti della crisi speculativa del 2022, dovuti alla liberalizzazione del mercato europeo dell’energia, non sono mai stati riassorbiti.

In gergo, questo fenomeno viene chiamato “effetto a razzo e piuma”, dall’inglese “rockets and feathers effect”: i prezzi si innalzano velocemente come un razzo, ma discendono molto lentamente, come delle piume. La questione è se, pur planando a rilento, i prezzi torneranno a quelli precedenti alla crisi. Il rischio che ciò non succeda è elevato perché, in molti casi, la discesa delle tariffe si blocca, consentendo di aumentare o mantenere a livelli elevati i profitti dei distributori di energia elettrica, molto più che nella fase precedente alla crisi.

Nei prossimi due anni, forse, assisteremo ancora a una leggera diminuzione delle tariffe. Ma, nella maggior parte dei casi, queste non ritorneranno più al livello del 2022. Fino ad attendere la prossima speculazione sui prezzi, decisi da chi controlla il mercato liberalizzato dell’energia a livello internazionale, che rilancerà verso l’alto le tariffe, riproducendo l’andamento appena descritto.

L’esempio di AIL SA: fare profitti sempre e comunque

Un esempio concreto ce lo fornisce l’azienda di distribuzione più votata alla massimizzazione dei profitti, ossia AIL SA, di proprietà della Città di Lugano. Nel 2021 questa società realizzava 165,7 milioni di franchi di ricavi dalla distribuzione di elettricità. I costi di acquisto dell’energia elettrica ammontavano a 83,3 milioni di franchi, per una differenza di 82,4 milioni di franchi.

Nel 2023, i ricavi dalla distribuzione di elettricità raggiungevano i 312,3 milioni, a fronte di costi di acquisto dell’energia elettrica saliti a 221 milioni, per un saldo positivo di 91,3 milioni di franchi. Nel 2024, i ricavi ammontavano a 328,8 milioni, mentre i costi raggiungevano i 231,9 milioni, per un saldo di 96,8 milioni. Nel 2025, il rapporto era di 283,3 milioni contro 183,9 milioni, per un risultato positivo di 99,4 milioni.

Insomma, l’aumento complessivo dei prezzi imposto da AIL SA è stato di molto superiore all’aumento dei costi di acquisto dell’energia elettrica, ciò che ha garantito al Comune di Lugano di aumentare costantemente i propri margini di profitto, ovviamente sulle spalle della popolazione. Prova ne è che, a fronte di un’erogazione di elettricità rimasta praticamente stabile dal 2021 al 2025 (1), l’utile annuale è costantemente cresciuto: 10,914 milioni di franchi nel 2021, 15,590 nel 2023, 13,895 nel 2024 e 14,867 nel 2025. E AIL SA ha deciso un aumento delle tariffe per il 2027. L’aumento rispetto al 2026 sarà del 3,10%, pari a 0,8 centesimi per kWh. Di passaggio, sottolineiamo che AIL SA è la sola società, insieme alla piccola Cooperativa Elettrica di Faido (il cui aumento sarà dell’1,84%), ad aver aumentato le tariffe per il 2027.

Per spiegare questa politica dei prezzi, Carlo Cattaneo, direttore commerciale di AIL SA, ha fornito questa criptica spiegazione: «È un approccio diverso al tema. Noi abbiamo messo il focus sul valore assoluto, mentre altre aziende hanno posto l’accento maggiormente sulla tendenza» (LaRegione, 2.9.2026). Affermazione incomprensibile. Il giornalista de LaRegione propone questa interpretazione: «Tradotto: AIL ha tariffe già tra le più basse, scendere ulteriormente in questo contesto sarebbe stato difficile».

Strana interpretazione. Delle undici aziende di distribuzione, AIL SA si situa al quinto posto, appena sopra la metà, nella graduatoria delle tariffe più basse (categoria H4, standard). Sul fatto di “scendere ulteriormente”, ci sembra che il concetto sia in antitesi con la scelta aziendale di AIL SA di aumentare le tariffe dal 2026 al 2027. Un assist perfetto per Cattaneo, che afferma entusiasta: «Ora la sfida è riuscire a mantenere il costo basso». E qui si raggiunge l’apice dell’ipocrisia: a parlare è uno dei responsabili di una società che ha appena aumentato le tariffe elettriche per il nuovo anno e che, rispetto al 2022, presenta una maggiorazione dei prezzi del 20%.

L’importante è manipolare la realtà per confondere la popolazione, stordirla e continuare a garantire gli elevati profitti di AIL SA. Mentre i partiti dell’esecutivo comunale nel consiglio d’amministrazione di AIL SA continuano a spartirsi cifre impressionanti sotto forma di emolumenti di varia natura. Il portale Ticinonews ha appena svelato che per il presidente del consiglio d’amministrazione, il leghista Lukas Bernasconi, «si parla di compensi fino a 90mila franchi in sei mesi», mentre il vice-presidente dello stesso organismo, il PS Filippo Zanetti, guadagnerebbe «tra i 70 e gli 80 mila franchi». Interessante anche il guadagno del segretario del CdA, Mario Antonini in quota PLR, avrebbe percepito finora «tra i 35 e i 45 mila franchi». Il membro del consiglio Paolo Beltraminelli, presidente del Centro di Lugano, avrebbe incassato «tra i 25 e i 35 mila franchi».

Il municipale UDC, Marco Chiesa, ha staccato una cifra pure compresa «tra i 25 e i 35 mila franchi». E fermiamoci qui. Per il presidente Lukas Bernasconi questi «gli emolumenti non sono probabilmente la cosa più importante, la cosa più importante è la società, l’azienda, il lavoro che si sta facendo e soprattutto i risultati. (…) Questo lavoro ha portato ad avere anche dei risultati importanti». Una visione, come abbiamo visto, totalmente discutibile. I grandi risultati finanziari di AIL SA sono stati soprattutto ottenuti applicando coscientemente delle tariffe elevate, garantendosi così dei profitti costantemente eccezionali. A pagare il prezzo di questa politica aziendale è ovviamente l’utenza. Ed è attraverso questa stessa “fonte” che sono alimentati i lauti “emolumenti” dei servitori della “cosa pubblica” luganese…

(1) Ecco l’andamento nel dettaglio: 1’120’453 MWh nel 2021, 1’048’034 MWh nel 2023, 1’102’885 MWh nel 2024 e 1’093’165 MWh nel 2025

Matteo Poretti, sindacalista, è membro della direzione dell’MPS


La catena del per­so­nale sani­ta­rio

L’importante è manipolare la realtà per confondere la popolazione, stordirla e continuare a garantire gli elevati profitti di AIL SA – Di Matteo Poretti 

A fronte delle cre­scenti dif­fi­coltà nel repe­rire per­so­nale sani­ta­rio nelle regioni di fron­tiera, il par­la­mento ita­liano ha appro­vato una legge che intro­duce un con­tri­buto di com­par­te­ci­pa­zione alla spesa sani­ta­ria a carico dei vec­chi fron­ta­lieri tas­sati alla fonte in Ticino e che non pagano il sistema sani­ta­rio ita­liano né la cassa malati sviz­zera, deno­mi­nato ‘Tassa sulla salute’. Lo scopo è pro­cu­rare le risorse finan­zia­rie neces­sa­rie per aumen­tare gli sti­pendi e limi­tare la fuga verso la Sviz­zera di medici e infer­mieri.

La tassa ver­rebbe cal­co­lata in per­cen­tuale sul red­dito. Per un sala­rio di 4’000 euro, ad esem­pio, ammon­te­rebbe a circa 120 euro al mese. A opporsi con vee­menza sono stati il Con­si­glio di Stato, che ha par­zial­mente bloc­cato i ristorni dell’impo­sta alla fonte, ma anche la Camera di com­mer­cio e i sin­da­cati. Com­prendo la posi­zione di que­sti ultimi, poi­ché si tratta di un costo che rica­drà su lavo­ra­trici e lavo­ra­tori. Meno com­pren­si­bile è invece quella del Can­tone, che non subi­sce alcuna per­dita. La Camera di Com­mer­cio, oppo­nen­dosi alla misura, sostiene che potrebbe pesare sui datori di lavoro, costretti ad aumen­tare gli sti­pendi, effetto col­la­te­rale che ritengo, in fondo, utile a ridurre il dum­ping sala­riale che cono­sciamo in Ticino. Inol­tre, sti­pendi più alti si tra­dur­reb­bero anche in un mag­giore impo­ni­bile fiscale e quindi in mag­giori entrate per il Can­tone.

Se oggi il Ticino dispone di un sistema ospe­da­liero che offre cure di grande qua­lità, è anche gra­zie ai nume­rosi qua­li­fi­cati pro­fes­sio­ni­sti for­mati in Ita­lia che vi lavo­rano. La Sviz­zera, infatti, da anni non forma un numero suf­fi­ciente di medici e infer­mieri e dipende in misura cre­scente dal per­so­nale sani­ta­rio pro­ve­niente dall’estero. Oggi circa il 40% dei medici attivi nel nostro Paese ha con­se­guito il diploma all’estero.

In Lom­bar­dia il sistema sani­ta­rio è in dif­fi­coltà. Secondo le stime del 2024 man­cano almeno 2’500 infer­mieri e quasi 700 medici. Per col­mare que­ste carenze ricorre a cam­pa­gne di reclu­ta­mento inter­na­zio­nale: nel 2025 sono arri­vate 500 infer­miere dall’Argen­tina e quest’anno ne sono attese altre 200 dall’Uzbe­ki­stan. Nel frat­tempo con­ti­nua però la fuga verso l’estero: si stima che circa 500 infer­mieri all’anno lascino l’Ita­lia, attratti da salari net­ta­mente più ele­vati, andando a col­mare le carenze di per­so­nale in altri Paesi, Sviz­zera in par­ti­co­lare.

Per far fun­zio­nare il sistema sani­ta­rio sfrut­tiamo risorse umane e finan­zia­rie estere, non for­mando abba­stanza per­so­nale attin­giamo ai pro­fes­sio­ni­sti for­mati in Ita­lia, così come la Sviz­zera tede­sca e la Roman­dia fanno rispet­ti­va­mente con Ger­ma­nia e Fran­cia. L’Ita­lia, a sua volta, è costretta a reclu­tare per­so­nale da altri Paesi, che spesso lo repe­ri­scono nel Sud del mondo. È una catena che tra­sfe­ri­sce com­pe­tenze sot­tratte ai Paesi più poveri a quelli più ric­chi, sca­ri­cando sui primi i costi della for­ma­zione, garan­tendo ai secondi i bene­fici e lasciando carenze di per­so­nale sani­ta­rio nei Paesi più poveri.

La tassa sulla salute rap­pre­senta un primo, mode­sto ten­ta­tivo dell’Ita­lia di trat­te­nere una parte del per­so­nale sani­ta­rio che forma con risorse pub­bli­che. Si può discu­tere se sia lo stru­mento migliore, ma è dif­fi­cile negare che il pro­blema esi­sta. Per que­sto la rea­zione del Con­si­glio di Stato appare ecces­siva. Dovremmo piut­to­sto inter­ro­garci sulla cre­scente dipen­denza del nostro sistema sani­ta­rio dal per­so­nale for­mato e finan­ziato da altri Paesi.

Bruno Storni è con­si­gliere nazio­nale Ps
Nell’immagine: laureati in Italia, la Svizzera non può farne a meno


Il caso Granit Xhaka: i grandi imbroglioni restano impuniti

L’importante è manipolare la realtà per confondere la popolazione, stordirla e continuare a garantire gli elevati profitti di AIL SA – Di Matteo Poretti 

Di Urs P. Gasche, Infosperber

Il calciatore Granit Xhaka non si era fatto vaccinare contro il Sars-Cov-2 e aveva poi acquistato un certificato di vaccinazione falso. Xhaka ha ora ammesso la falsità del documento. Ha giustificato la sua menzogna con la diffidenza che nutriva all’epoca nei confronti del vaccino. In qualità di calciatore professionista, non voleva fare nulla che potesse danneggiare la sua forma fisica. Era l’inizio del 2022.

«Granit Xhaka è ancora accettabile come capitano della Nazionale?», titolava ieri il quotidiano «20 Minuten» di Tamedia. La Federazione svizzera di calcio ha deciso, dopo un «colloquio congiunto», di escludere Xhaka «nell’interesse della squadra» dalle prossime quattro partite della Nations League.

La diffidenza di Xhaka era giustificata

Già nel 2021 non c’era alcun motivo di vaccinare contro il Covid giovani uomini senza patologie pregresse: il beneficio per loro è praticamente nullo e in ogni caso inferiore ai rischi, sia noti all’epoca che potenziali (Infosperber 10.6.2021). Il rischio di sviluppare una patologia del muscolo cardiaco, che colpisce in particolare i giovani uomini, era già stato segnalato nell’ottobre 2021. Le autorità hanno cercato di tenere nascosta la questione, come riportato ieri da Infosperber.

«I giovani non dovrebbero farsi vaccinare solo per ottenere un certificato che faciliti la partecipazione alle partite di calcio», ha dichiarato il 5 giugno 2021 l’allora presidente della Commissione federale per le vaccinazioni, Christoph Berger. Nello stesso periodo, la Commissione tedesca per le vaccinazioni raccomandava di non vaccinare bambini sani e giovani uomini sani a partire dai dodici anni.

Menzogne sui benefici delle vaccinazioni e dei test

Per imporre in generale la vaccinazione anche agli adulti sani in età lavorativa, le autorità e molti media hanno diffuso falsità. O lo hanno fatto consapevolmente, mentendo, oppure hanno ripetuto a pappagallo quanto affermato dai promotori dei vaccini, pur sapendo bene che non era vero:

  • I vaccinati non contagerebbero gli altri
    Uno sguardo agli studi di autorizzazione mostra che i produttori di vaccini non hanno affatto indicato questo beneficio. In realtà, le persone vaccinate potevano benissimo essere contagiose. Nell’estate del 2021, l’agenzia sanitaria statunitense CDC ha ammesso: «Anche le persone vaccinate possono contagiare con il Covid chi non è vaccinato.»
    Le persone vaccinate potrebbero essere contagiose quanto quelle non vaccinate (vedi riquadro in basso). Pertanto, i certificati di vaccinazione potrebbero indurre a comportamenti imprudenti. L’agenzia sanitaria statunitense Centers for Disease Control ha messo in guardia il 30 luglio 2021.
  • I test PCR indicherebbero se una persona è contagiosa
    Questa bufala è stata diffusa fin dall’inizio, sebbene fosse chiaro che questi test con valori Ct elevati, come quelli effettuati da noi, indicavano semplicemente se una persona fosse già entrata in contatto con il virus. Migliaia e migliaia di persone che non erano contagiose sono state messe in quarantena, non hanno potuto frequentare ristoranti ed eventi né giocare a calcio perché risultavano «positive» al test. L’immunologo bernese Beda Stadler ha commentato sarcasticamente: «Chi definisce i positivi al test come “contagiati” dovrebbe essere sospeso dal servizio».

I responsabili della diffusione di queste falsità e menzogne non sono stati chiamati a rispondere delle loro azioni fino ad oggi.

Granit Xhaka, dopo un «colloquio congiunto», non potrà giocare quattro volte con la nazionale. E a Lucerna la Procura sta indagando su di lui. L’ottenimento fraudolento di un certificato falso è punibile.

Aggiunta del 23 settembre 2026 – Un lettore ci fa notare quanto segue
Il rischio di miocardite, soprattutto nei giovani uomini, non è stato reso pubblico solo nell’ottobre 2021, ma già nell’aprile 2021. Il primo rapporto del CDC al riguardo è stato pubblicato il 27 maggio 2021. Il 9 luglio 2021 sono seguiti ulteriori comunicati ufficiali da parte del CDC/ACIP:
Il fatto che anche le persone vaccinate con due dosi causassero lo stesso numero di «casi» di Covid dei non vaccinati era già stato reso noto dal Ministero della Salute israeliano nell’agosto 2021. Ciò avvenne mesi prima che il libretto delle vaccinazioni diventasse un argomento di discussione nel nostro Paese:

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Granit Xhaka nel 2026 durante la partita Argentina-Svizzera


Affaristi trumpiani alla carica per prendersi i resti di Cuba

L’importante è manipolare la realtà per confondere la popolazione, stordirla e continuare a garantire gli elevati profitti di AIL SA – Di Matteo Poretti 

Di Roberto Livi, il manifesto

Mentre dalla tribuna dell’Onu Trump ha rivolto contro Cuba le solite minacce condite da menzogne, suoi accoliti e famigliari già si contendono i beni più preziosi dell’isola in previsione del take over del tycoon.

Martedì, all’Assemblea generale dell’Onu, il presidente degli Usa ha ripetuto che Cuba «è uno stato fallito» e «nemico degli Stati Uniti», e che la sua amministrazione è impegnata a provocare «un cambio fondamentale della situazione in Cuba». Dichiarazioni che hanno provocato l’abbandono della sala da parte della delegazione cubana, presieduta dal ministro degli esteri, Bruno Rodríguez. Il quale ha commentato che «il governo degli Usa è incapace di accettare che Cuba è, ed ha il diritto di essere, un paese pienamente indipendente e sovrano».

Dietro i roboanti annunci di difesa della democrazia made in Usa, già avanzano le speculazioni di chi manovra la finanza, specie dell’entourage del presidente Trump. È quanto ha rivelato un’inchiesta di The Guardian.

IL PIÙ IMPORTANTE affare riguarda il nichel (Cuba ha circa il 20% delle riserve mondiali) e il cobalto. L’impresa che da trent’anni era associata a Cuba per l’estrazione dei metalli, la canadese Sherrit International (che poi li processava in Canada), è stata costretta a ritirarsi e causa delle sanzioni extraterritoriali contro Cuba previste dall’Ordine esecutivo presidenziale 14404, emanato da Trump lo scorso 1° maggio. In grave difficoltà, l’impresa canadese è stata costretta a cedere le sue attività nell’isola, attività che già sono contese da due imprenditori dell’inner circle di Trump.

IL PRIMO a farsi avanti è stato Ray Washburne, ex consigliere del tycoon e vicepresidente del Comitato per la vittoria di Trump nelle presidenziali del 2016. La sua società, Gillon Capital Llc, ha ottenuto – con la promessa del beneplacido del Tesoro degli Usa – un’opzione per l’acquisizione del 55% delle azioni della Sherrit. Quando la prospettiva di uno strangolamento dell’isola è diventata più concreta è entrato in lizza un altro miliardario finanziatore del Partito repubblicano, il petroliere texano Albert Huddleston. Il quale ha dichiarato di essere pronto a pagare in contanti (0,12 dollari canadesi per azione) per impossessarsi della attività della Sherrit nell’isola.

SEMPRE SOTTO la minaccia di sanzioni anche la società australiana, Antilles Gold Ltd, da anni impegnata in rilevamenti di giacimenti auriferi nell’isola, ha ottenuto il via libera per negoziare la cessione delle quote di una miniera di rame e oro nel centro di Cuba con il fondo neworchese Global Emerging Markets.

PIÙ DIRETTE sono le mire della famiglia Trump nel settore turistico dell’isola caraibica, che vive una fase di riassetto strategico a causa della “fuga” da Cuba di grandi gruppi come gli spagnoli Melía e Iberostar, la canadese Blue Diamond e l’indonesiana Archipelago International. Secondo il Guardian, dirigenti storici della Trump Organisation, operativi con la Dominari Holdings, sarebbero tornati a interessarsi per una presenza in Cuba. Fonti citate dal giornale inglese confermano incontri riservati degli americani con Raúl Guillermo Rodríguez Castro, il nipote di Raúl Castro meglio conosciuto come “el cangrejo”, per trattare la gestione di complessi alberghieri di élite o l’affidamento di prestigiosi cayos, gli splendidi (e certo remunerativi) isolotti caraibici.

L’IMPATTO delle sanzioni (circa 200 negli ultimi mesi) contro Cuba genera opportunità e affari milionari anche a chi gestisce le rotte dei rifornimenti all’isola. Le due compagnie che hanno il monopolio del trasporto e commercializzazione dei containers, la francese Cma Cgm e la tedesca Hapag-Lloyd, hanno sospeso (la seconda) e limitato (a contenitori di medicinali, la prima) il trasporto di containers a Cuba. Compagnie di spedizione della Florida (vicine a «ambienti politici conservatori») si incaricano di trasportare a Cuba con navi di piccolo cabotaggio (ma grandi prezzi) le mercanzie dei containers delle compagnie francese e tedesca fermi in porti dei Caraibi.

Persino le questioni legali di consulenza per districarsi nelle maglie delle nuove sanzioni di Trump vanno a beneficio di società nordamericane come la società di consulenza Continental Strategy, anche questa gestita da personaggi collegati direttamente con la prima amministrazione presidenziale di Trump.

E C’È SPAZIO anche per il pastore evangelico Frankiln Graham, quello che difese Trump quando si raffigurò come Gesù: la sua agenzia di assistenza, la Samaritan’s Purse di Boone, North Carolina, si è aggiudicata 40 milioni di dollari di contratti federali per «distribuire aiuti umanitari a Cuba». Quando Cuba cederà, forse, perché per ora non si è visto nulla

Nell’immagine: le sedie lasciate vuote dalla delegazione cubana durante il discorso di Donald Trump all’Assemblea generale dell’Onu


Israele, i partiti arabi esclusi dalle elezioni

L’importante è manipolare la realtà per confondere la popolazione, stordirla e continuare a garantire gli elevati profitti di AIL SA – Di Matteo Poretti 

Di Francesca Caferri, La Repubblica

La strada verso le elezioni del 27 ottobre in Israele si fa sempre più accidentata. E potenzialmente pericolosa. Il Comitato elettorale centrale (che è un organo del Parlamento e riflette la maggioranza di destra del Parlamento stesso) ha votato ieri sera per eliminare dalle liste elettorali i partiti arabi, accusati di incitare al razzismo, essere contrari all’esistenza di Israele come Stato ebraico e incitare alla lotta armata contro di esso.

La decisione non è esecutiva: prima di essere definitiva deve passare al vaglio della Corte Suprema, che in passato non ha esitato a sfidare il governo sul tema dei diritti civili e della rappresentanza elettorale (e che per questo l’esecutivo Netanyahu voleva smantellare con la proposta di riforma giudiziaria di inizio 2023). Ma segnala comunque il deteriorarsi del dibattito nel Paese, dove qualunque forma di dissenso sembra essere sempre meno tollerata, come dimostrano i feroci attacchi sferrati nei giorni ai registi del film Naza, che mette sotto accusa l’Idf per le tattiche usate a Gaza. Se venisse confermata, il 20 per cento dell’elettorato — gli arabi-israeliani, palestinesi con passaporto israeliano, discendenti di coloro che rimasero in quello che è oggi lo Stato di Israele dopo la Nakba del 1948 — si ritroverebbe di fatto senza rappresentanza politica.

A finire nel mirino del Comitato sono stati sia la Lista Araba Unita di Mansour Abbas (il più rappresentativo dei deputati arabi), che la Lista Unica che riunisce gli altri tre partiti Hadash, Ta’al e Balad. La Lista Araba Unita è stata parte del governo che ha preceduto quello attuale, guidato da Naftali Bennett e Yair Lapid, e al voto del 27 ottobre ha come secondo candidato della lista Yoav Segalovitz, ex vice ministro della Sicurezza interna dello stesso governo.

Il divieto segue quello deciso ieri mattina contro il deputato comunista Ofer Cassif, del partito arabo-ebraico Hadash, e al leader del partito Balad, Sami Abu Shehadeh, due delle voci più critiche dell’attuale Knesset. «Si sono lamentati del fatto che sostenga che c’è un genocidio in corso a Gaza. In Israele c’è almeno un milione di persone che la pensa così. Sono fuorilegge? È un reato?», ha detto l’avvocato Hassan Jabareen, che rappresenta Cassif.

Il voto dell’elettorato arabo sarà con tutta probabilità decisivo per determinare la strada che Israele prenderà dopo le elezioni. I sondaggi delle ultime settimane mostrano una sostanziale parità fra il blocco dell’opposizione e quello del governo e sono unanimi nell’indicare che l’unica strada certa che Gadi Eisenkot può percorrere per rimpiazzare Netanyahu passa per il sostegno dei partiti arabi: un sostegno che in un Paese che non è mai uscito dalla polarizzazione post 7 ottobre 2023, la maggior parte degli elettori ebrei (compresi quelli che voteranno per Eisenkot) non è disposto ad accettare. Come spiegava ieri su Haaretz il cronista parlamentare Joshua Leifer, «per quanto sia probabile che la Corte suprema invalidi la decisione, l’effetto cumulativo degli attacchi contro i partiti a guida araba e i loro rappresentanti è quello di rafforzare l’idea che la partecipazione politica degli arabi alle elezioni sia, in linea di principio, illegittima».


Sergio Rossi – Hai detto perequazione o sperequazione?

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Meloni: via il bollo auto nell’anno elettorale

L’importante è manipolare la realtà per confondere la popolazione, stordirla e continuare a garantire gli elevati profitti di AIL SA – Di Matteo Poretti 

Tutti a prendere in giro l’americano, che ha promesso cinquemila dollari a ogni cittadino adulto se i repubblicani conserveranno il controllo del Congresso nelle elezioni di midterm del 3 novembre. La promessa di Donald Trump però nasconde un piccolo particolare: per trasformarsi in assegno dovrà passare dal Congresso. Secondo Reuters, il cosiddetto “Trump dividend” potrebbe costare circa 1.350 miliardi di dollari. Che sarà mai?

Cala Trinchetto!, vien voglia di dire citando il vecchio motto reso popolare dal celebre marinaio che le sparava grosse, nato dalla fantasia dei fratelli Gavioli e immortalato in un Carosello Rai degli anni Sessanta.

Ma guardiamo in casa Italia. Anche qui ci sono elezioni in vista, le politiche del 2027. E che cosa fa Giorgia Meloni? Non potendo ovviamente promettere denaro che non c’è, abolisce il bollo per una larga fascia di auto e motoveicoli, con un decreto-legge approvato a sorpresa dal consiglio dei ministri il 16 settembre. E già è molto strano che il governo ricorra a uno strumento legislativo che, per sua natura, dovrebbe essere riservato a provvedimenti con carattere di urgenza. Ora il parlamento ha tempo fino al 16 novembre, dopo i 60 giorni canonici, per convertire il decreto in legge, pena la decadenza.

L’eco suscitata sulla grande stampa è stata dirompente, e anche sulla rete è nato un vivace scontro, con toni caustici, tra due fazioni: da una parte chi considera la misura un alleggerimento fiscale sacrosanto, dall’altra chi vede nel provvedimento governativo una gigantesca mossa acchiappa-voti.

La misura avrà valore soltanto per il 2027, dunque per renderlo strutturale sarà necessario un altro provvedimento, e pone diverse limitazioni. Le esenzioni valgono per un solo veicolo fino a 80 kW a persona, e per le moto soltanto se il proprietario non possiede già un’auto esentata. Non esiste invece alcun limite di reddito: ne usufruirà chi guadagna mille euro al mese come chi ne mette in tasca centomila. Lo stesso criterio adottato per lo “sconto” sul diesel: uguale per tutti, indipendentemente dal reddito.

Quanto al numero dei mezzi interessati, la Ragioneria dello Stato ha stimato circa 14,2 milioni di auto e due milioni di motocicli, per una spesa prevista di due miliardi e 293,5 milioni di euro. Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti avrà il suo bel da fare per trovarli, probabilmente tra le pieghe dei risparmi del PNRR, ma sarà un vero grattacapo, soprattutto, reperire le risorse per coprire il minor gettito fiscale delle regioni, sinora destinatarie del tributo.

E pensare che soltanto nove mesi fa, dal palco di Atreju, Meloni, commentando la stessa proposta di abolire il bollo avanzata da Pasquale Tridico alla vigilia del voto regionale in Calabria, sbottò: «Roba che Cetto La Qualunque in confronto è Otto von Bismarck».

A questo punto, dopo l’ennesima giravolta della premier, sorge spontaneo un dubbio: non è che Cetto La Qualunque, all’insaputa di tutti, sia stato nel frattempo assunto nello staff di Palazzo Chigi? Perché, se è così, da qui alle politiche del 2027, il repertorio potrebbe riservarci altre clamorose sorprese.

Del resto l’Italia repubblicana vanta una lunghissima tradizione in materia di promesse elettorali e non vorremmo che Cetto, o chi per lui, si ispirasse alle imprese di Achille Lauro (non il rapper cantautore) nella Napoli dei primi anni Cinquanta.

Si narra che ’o Comandante – così era chiamato – armatore, editore, presidente del Napoli e grande protagonista della destra monarchica, venne eletto sindaco nel 1952 grazie a una campagna elettorale sfrontata. Alcuni anni fa ne ha parlato persino Mario Monti: «Achille Lauro prometteva un chilo di pasta, oppure regalava una scarpa promettendo l’altra a voto avvenuto». Mentre il regalo della pasta agli elettori è ben documentato dalle cronache di quegli anni di povertà e fame del dopoguerra, la vicenda della scarpa è sospesa tra storia e leggenda, ma non è da meno l’altro espediente, ben radicato nella memoria popolare partenopea: la banconota da mille lire divisa in due. Metà prima delle elezioni, l’altra metà dopo.

Ora, in fatto di promesse, lasciamo perdere un altro imprenditore, Silvio Berlusconi, con il suo milione di posti di lavoro e il famoso contratto con gli italiani firmato nel salotto televisivo di Bruno Vespa.

C’è però da sperare che il governo in carica risparmi a milioni di cittadini che tirano la cinghia in questi tempi di crisi altri espedienti del genere per vincere le elezioni. Certo, nel paese di Arlecchino e Pulcinella può accadere di tutto. Ma, cara Giorgia Meloni, il popolo italiano non ha bisogno di mance elettorali. E, se per caso Cetto La Qualunque è entrato davvero nel tuo staff, licenzialo, ti prego. Con buona pace di Otto von Bismarck.

Nell’immagine: illustrazione de La Sintesi


Il paravento della neutralità

L’importante è manipolare la realtà per confondere la popolazione, stordirla e continuare a garantire gli elevati profitti di AIL SA – Di Matteo Poretti 

Nell’immaginario di chi promuove l’iniziativa sulla neutralità sottoposta al voto il prossimo 27 settembre, la Svizzera dovrebbe trasformarsi in una fortezza d’acciaio, un’isola incontaminata e sorda ai dolori del mondo. Ma da cittadino che vive e lavora nella Confederazione da trentott’anni, e che porta con sé la memoria di una terra d’origine complessa e martoriata come l’Iran, non posso che vedere in questa proposta un’operazione di profonda ipocrisia politica. Un inganno ideologico, orchestrato dalla propaganda miliardaria dei salotti dello Zürichberg e dai vertici dell’UDC, che rischia di far perdere la faccia al Paese.

Diciamolo chiaramente: la neutralità assoluta e “integrale” sbandierata da Christoph Blocher e dai suoi sostenitori, in particolare l’UDC e Pro Svizzera, è un paravento. Dietro i richiami patriottici si nasconde la difesa di interessi particolari e una visione cinica dei rapporti internazionali. L’UDC ha più volte contrastato un maggiore coinvolgimento della Svizzera nella cooperazione europea e internazionale, dalle relazioni con l’UE alla partecipazione alle sanzioni, presentando queste forme di collaborazione come una minaccia alla sovranità nazionale. Oggi l’iniziativa sulla neutralità porta questa logica direttamente nella Costituzione, vendendo al popolo la falsa illusione che più neutralità significhi automaticamente più sovranità e più sicurezza.

Si fa un gran parlare di sovranità, ma si tace sul nocciolo della questione: l’industria bellica e i grandi flussi finanziari. La retorica del “Sì” vorrebbe una Svizzera fortemente limitata nella possibilità di adottare autonomamente sanzioni contro Stati belligeranti, salvo quelle decise dall’ONU e le misure necessarie a impedirne l’elusione. L’idea che legandoci le mani nella Costituzione saremo al riparo dai venti di guerra è un’assurdità: l’economia svizzera è talmente integrata nei mercati globali che siamo comunque soggetti a leggi e dinamiche internazionali che nessuna clausola di neutralità può cancellare. Chi ha accumulato milioni e miliardi, alla fine, cadrà in piedi come al solito, mentre tutti gli altri cittadini si ritroveranno a pagare i danni di un isolamento economico e politico.

A svelare la reale pericolosità di questa iniziativa ci ha pensato, tra i tanti, anche il settore svizzero di Amnesty International, che ha espresso un “NO” convinto alla proposta. Amnesty sostiene che l’iniziativa limiterebbe la capacità della Svizzera di reagire con mezzi pacifici a gravi violazioni dei diritti umani, crimini di guerra e violazioni del diritto internazionale. In particolare, l’organizzazione sottolinea che l’adozione di sanzioni economiche e diplomatiche diventerebbe più difficile proprio mentre, in determinate condizioni, potrebbero essere autorizzate esportazioni di materiale bellico verso Stati coinvolti in conflitti armati.

Il Parlamento ha approvato il 19 dicembre 2025 una modifica della legge sul materiale bellico che amplia, in determinate circostanze, il margine di manovra del Consiglio federale nelle autorizzazioni di esportazione verso Stati coinvolti in conflitti armati, purché siano rispettati il diritto della neutralità, i diritti umani e gli altri obblighi internazionali della Svizzera. Contro questa modifica è stato lanciato un referendum: nell’aprile 2026 sono state depositate le firme necessarie e il referendum è stato dichiarato formalmente riuscito. Sarà quindi il popolo svizzero a decidere sulla modifica della legge, verosimilmente nel novembre 2026.

I numeri aiutano a capire la dimensione economica della questione: nel solo 2025 le imprese svizzere hanno esportato materiale bellico, con autorizzazione della SECO, verso 64 Paesi per un valore complessivo di 948,2 milioni di franchi, con un aumento di quasi il 43% rispetto all’anno precedente. Il rischio, allora, è quello di costruire nella Costituzione una neutralità sempre più rigida sul piano politico, mentre sul piano economico e commerciale rimangono ampi margini di flessibilità. La neutralità rischierebbe così di trasformarsi da strumento di pace e mediazione in un alibi per sottrarci alle nostre responsabilità internazionali.

A questo si aggiungono le richieste e monitoraggi di Public Eye, ONG svizzera indipendente, che richiamano da anni l’attenzione sul peso della Confederazione come uno dei principali centri mondiali del settore, con importanti attività di trading e finanziamento legate a petrolio, gas, carbone, metalli e altre materie prime. Ginevra, Zugo e Lugano fanno parte di questo ecosistema economico. In un simile contesto, una neutralità trasformata in una drastica limitazione della possibilità di adottare autonomamente determinate sanzioni rischierebbe di creare ulteriori spazi di manovra per operatori interessati a mantenere rapporti economici con Paesi sanzionati dai nostri partner. La neutralità non può diventare il paravento di un’indifferenza lucrativa.

In questi trentott’anni vissuti all’ombra delle Alpi, ho capito che la neutralità per gli svizzeri è qualcosa di viscerale. Ma proprio perché provengo da una terra come l’Iran, segnata da drammatiche vicende geopolitiche, so che la pace e la sicurezza non si difendono nascondendo la testa sotto la sabbia né trasformando un principio politico in un dogma immobile. Il prossimo 27 settembre, votare “Sì” a questa iniziativa significherebbe irrigidire la neutralità svizzera fino a trasformarla in una fortezza alpina anacronistica, con meno strumenti per reagire di fronte alle violazioni dei diritti umani, alle aggressioni e alle crisi internazionali.

Legarsi le mani nella Costituzione non ci renderà più sicuri: rischia di renderci semplicemente più impotenti e più soli. Per questo, guardando al futuro della Confederazione e all’equilibrio dell’Europa, la risposta nelle urne non può che essere un “NO” convinto. Perché difendere la Svizzera significa saper navigare nel mare aperto della storia, non fuggire da essa.


Ingrassare l’animale collettivo o progettare un altro modo vita?

L’importante è manipolare la realtà per confondere la popolazione, stordirla e continuare a garantire gli elevati profitti di AIL SA – Di Matteo Poretti 

L’iniziativa “sull’alimentazione” solleva questioni politiche ritenute fondamentali sin dai classici.

Il tema dell’alimentazione e della dieta è così poco un fatto esclusivamente personale-individuale che il termine greco diaitestonai, da dove proviene anche il termine italiano dieta, significa precisamente modo di vita. Discutere l’alimentazione implica pertanto decisioni fondamentali circa le norme comportamentali, circa l’etica con cui i cittadini si organizzano per vivere assieme. Pensare di chiudere il discorso squalificando l’iniziativa come un bizzarro “diktat vegano” è gesto politicamente ignobile. Menzognero nel merito: l’iniziativa non implica un diktat ma semmai riapre anche un orizzonte ideale fortemente alternativo rispetto al nichilismo della realpolitik, quella tesa alla paradossale conservazione di un esistente in cupo disfacimento.

Come se poi fosse irrazionale, o potenzialmente totalitario, praticare, difendere e diffondere il veganismo (a mio avviso una delle più alte espressioni dell’ideale di giustizia ambientale e antispecista contemporaneo). Malgrado le indicazioni di voto ufficiali, si tratterebbe insomma di riconoscere, da parte di tutta la sinistra ecologista, che l’alimentazione, la sua distribuzione e produzione (compresa la destinazione dei finanziamenti pubblici all’agricoltura) oggi più che mai è un fatto politico fondamentale, che non può essere lasciato alla voracità dell’homo oeconomicus: 50 chili di carne pro capite sono un’enormità! Il passaggio fra la città vegetariana e quella alimentata da carne svolge il ruolo di fondamentale spartiacque nella Repubblica di Platone.

Se la prima con la sua sobrietà alimentare, con focacce, olive e dolcetti di datteri, offre condizioni di vita salubri, prive di guerra e ricorda l’‘età dell’oro’ priva di malattie del corpo e dell’anima, la seconda città, “introducendo l’allevamento dei suini e di ogni altro genere di bestiame che possa trovare sbocco sul mercato”, porta ad allevare una cittadinanza “gonfia di umori” e a produrre quello che Platone critica come lo “stato opulento”, simbolo di una condizione che dovrà espandere di continuo il suo territorio e si farà aggressiva per procacciarsi una grande quantità di beni superflui e decisamente malsani. Suona tra l’altro piuttosto ironico, il greco Polis tryphosa, la città del lusso, ma quasi anche la città delle trippe sempre piene…, quella medesima città senza etica – ovvero la nostra – che come dirà sarcastico un altro raffinato filosofo vegetariano, al posto di Dio venera il WC (M. Horkheimer).

Il rapporto fra ideologia della crescita e alimentazione carnivora diventa del resto esplicito e concreto nell’era capitalistica, con il fordismo che nasce dai macelli di Chicago, trasportando il modello insanguinato delle linee di squartamento delle carcasse di buoi, vitelli e suini direttamente nelle linee di montaggio dei milioni di automobili che da allora ci tolgono l’aria. Con il passaggio a questa città popolata da allevatori e macellai, osservava per altro già Platone, “avremo bisogno di medici, assai più di prima”, dove anche i politici saggi dovrebbero farsi medici per mitigare le contraddizioni dell’unico vero predatore, colui che punta ovunque solo e soltanto all’avvento del mercato volto al profitto a scapito del valore d’ uso, denunciata già da Aristotele.

Se perde l’ideale della cura dell’alimentazione ambientalmente adeguata, la politica si rovescia a sua volta proprio in una sorta di cieca tecnica di allevamento della cittadinanza stessa, anch’essa infine bestiame da reddito, da ingrassare, intrattenere, riprodurre e disporre all’occorrenza come ‘carne da cannone’. Con l’affossamento dell’iniziativa i molti politici del no potranno continuare a brindare e stramangiare assieme a commercianti, allevatori e macellai, sempre che siano ancora distinguibili fra di loro… Salvo un’improvvisa rottura dell’ordine, un beffardo e sovversivo si, da parte dell’animale collettivo che siamo, stufo di frequentare spazi urbani e campagne ridotti a poveri pascoli contaminati e arsi.


Slapp, un boo­me­rang più che uno schiaffo

L’importante è manipolare la realtà per confondere la popolazione, stordirla e continuare a garantire gli elevati profitti di AIL SA – Di Matteo Poretti 

Di Daniel Ritzer, La Regione

Clau­dio Zali con­tro Marco Bazzi, istanza ai sensi dell’arti­colo 28 del Codice civile in ambito di ‘diritto alla per­so­na­lità’ e richie­sta di risar­ci­mento per torto morale (arti­colo 49 CO) pari a 20’000 fran­chi; Clau­dio Zali con­tro Daniel Ritzer per la mede­sima fat­ti­spe­cie e ana­loga richie­sta di risar­ci­mento; Lorenzo Qua­dri con­tro Daniel Ritzer, que­rela per pre­sunta dif­fa­ma­zione, calun­nie e ingiu­ria (i cosid­detti reati con­tro l’onore, disci­pli­nati dagli arti­coli 173, 174 e 177 del Codice penale); Sabrina Aldi e Clau­dio Cam­po­novo con­tro la Rsi e i gior­na­li­sti de laRe­gione Andrea Manna, Dino Ste­va­no­vic e Fede­rico Fran­chini (ai tempi della pre­sen­ta­zione della que­rela attivo presso ‘Area’) per calun­nia, dif­fa­ma­zione e “ogni altro reato even­tual­mente ipo­tiz­za­bile”.

Ecco come una certa poli­tica, e per­sone a lei molto legate, pre­ten­dono di zit­tire i media: a forza di azioni legali dis­sua­sive. Sette esempi con­creti negli ultimi dodici mesi in Ticino di un discu­ti­bile modo di pro­ce­dere, che a livello inter­na­zio­nale viene esa­mi­nato e inglo­bato sotto l’acro­nimo ‘Slapp’ (Stra­te­gic law­suits against public par­ti­ci­pa­tion). Il ter­mine Slapp, stando a un recente stu­dio com­mis­sio­nato dall’Uffi­cio fede­rale delle comu­ni­ca­zioni, “si rife­ri­sce ad azioni legali abu­sive volte a repri­mere la libera for­ma­zione dell’opi­nione su que­stioni di inte­resse pub­blico”. Le sta­ti­sti­che sviz­zere, al momento della pub­bli­ca­zione del rap­porto (2023), davano conto di 24 azioni legali di que­sto tipo in tre anni. Il che vuol dire che il Ticino, da solo, nell’ultimo anno è diven­tato rap­pre­sen­ta­tivo dell’intera media nazio­nale. Non un pri­mato di cui van­tarsi, ver­rebbe da dire. In effetti, sarebbe assai inte­res­sante sapere cosa ne pen­sano il sin­da­cato dei media (Syn­di­com) e l’asso­cia­zione di cate­go­ria (Atg) al riguardo.

Fatto sta che dallo stu­dio dell’Ufcom emerge chiaro come le Slapp – ‘slap’ in inglese vuol dire schiaffo – abbiano “lo scopo di met­tere a tacere i gior­na­li­sti” e di pro­vo­care “costi ecces­sivi al fine di limi­tare la libertà dei media”. Tra l’altro, viene indi­cato nel rap­porto, anche la sem­plice minac­cia di azioni legali di que­sto genere, ovvero il loro effetto inti­mi­da­to­rio, “può por­tare all’auto­cen­sura”. Come ci si pone, in quanto ope­ra­tori dei media, di fronte a que­sta infe­lice ten­denza? Per quel che ci riguarda, si resta fer­ma­mente aggrap­pati alle libertà – d’opi­nione, d’infor­ma­zione e dei media – garan­tite dalla Costi­tu­zione fede­rale agli arti­coli 16 e 17, non­ché alla sen­tenza della Corte euro­pea dei diritti dell’uomo (Cedu, la cui Con­ven­zione fu rati­fi­cata dalla Sviz­zera nel 1974) sul caso ‘The Sun­day Times con­tro il Regno Unito’ del 1979. Allora i giu­dici di Stra­sburgo sta­bi­li­rono che “la libertà d’espres­sione costi­tui­sce uno dei fon­da­menti essen­ziali di una società demo­cra­tica”. Una tutela che non riguarda sol­tanto “le infor­ma­zioni e le opi­nioni accolte favo­re­vol­mente o rite­nute inno­cue, ma anche (e soprat­tutto, ndr) quelle capaci di offen­dere, scioc­care o distur­bare lo Stato o una parte della popo­la­zione”. In pra­tica ogni ten­ta­tivo inti­mi­da­to­rio attra­verso azioni legali abu­sive – da parte di per­sone che per la pro­pria posi­zione non avreb­bero alcun biso­gno dei tri­bu­nali per pro­vare a tute­lare la pro­pria ono­ra­bi­lità – fini­sce per diven­tare una sorta di boo­me­rang: invece di inde­bo­lire la stampa, la raf­forza. O almeno, ciò è quanto suc­cede qui da noi. Il ‘caso Zali’, con tutti i suoi adden­tel­lati, può risul­tare emble­ma­tico in que­sto senso: lad­dove vi sia un inte­resse pub­blico chia­ra­mente pre­pon­de­rante laRe­gione non intende arre­trare di un mil­li­me­tro.