Comunali, per i partiti lucciole o lanterne?

L'esito delle elezioni non costituisce un placet per una politica e per partiti in cerca di identità 

I primi commenti all’esito delle Comunali segnalano puntualmente partiti vincenti e sconfitti, utilizzando seggi acquisiti o persi per spedire in paradiso liberali, sinistra e liste civiche, e all’inferno i democristiani e (un po’ meno) la destra sovranista. Poi, il successo delle schede senza intestazione, che è quello del disincanto: in un sistema partitocratico, sono schede che contano numericamente assai poco ma segnalano con forza (a chi lo vuole vedere) l’esistenza di un malessere e l’urgenza di una riflessione all’interno dei partiti, sempre meno considerati come veicoli di idealità e di progetti. Infine, una (inattesa, per me) tenuta generale della partecipazione, anche grazie al voto per corrispondenza e al maggior tempo avuto per esercitarlo in epoca di semiconfinamento.

Non vi erano molti dubbi sul fatto che, a Lugano, la corazzata Lombardi avrebbe fatto giustizia delle ragionevoli speranze della giovane collega di partito, difficile salutare come novità (o con soddisfazione) il rinnovato approdo di questo reaparecido, epitome e rappresentante dei dinosauri della politica; per gli altri eletti, una sostituzione che lascia ben sperare e una serie di fotocopie, alcune francamente disperanti e foriere di quadriennali miserie e di perdurante imbarazzo.  Negli altri comuni, si replica con i soliti noti sullo sfondo appunto di una generale perdita di velocità dei democristiani, che si sono da tempo venduti l’anima sociale e se ne sono cucita addosso una da catto-imprenditore o da soldatino dell’economia di mercato, senza pietà e senza compassione; salvati appunto in corner (o meglio: di transenna) da un vecchio routinier. Nuova entrata verde a Locarno, ma non a Lugano. E poi: le donne non arrivano neppure al venti per cento degli eletti, una pena e piccolo scandalo nonché vergogna, per chi non le vota ma soprattutto per quelli che non le ritengono degne di figurare in lista.

Sappiamo bene che la logica che presiede alle elezioni comunali è assai diversa da quella che regge le altre elezioni; qui la componente personale è fondamentale, la quotidiana vicinanza e qualche minima clientela, la capacità di essere (o almeno di vendersi come) concreti, l’approccio giusto a problemi reali e magari la loro soluzione. La politica partitica, le idee di società e i programmi vi rivestono quindi un ruolo tutto sommato ancillare, e questo al netto dei legami e delle consuetudini famigliari; pare quindi poco opportuno che – dalle stanze dei bottoni cantonali –  i sedicenti “vincitori” di queste comunali si inorgogliscano troppo dei risultati o li considerino come una promozione sul campo, financo un viatico popolare per proseguire nel terreno battuto. Non si illudano: i partiti hanno un gravissimo deficit a livello di visioni e di progetti, quindi di capacità di prospettare il futuro e di darsi strumenti adeguati a poterlo realizzare; una mancanza cui si accompagna l’assenza crudele di una classe politica in grado di farsi le domande giuste (anche su se stessa) e, a fortiori, di trovare le risposte che servono. E, diciamolo chiaramente e in generale, questo è un grave vulnus e un problema, per la società e per il nostro modello di convivenza: la società democratiche hanno un bisogno fondamentale di riflessioni di ampio respiro, di idee vere, e di persone che le mettano in pratica. In questo contesto, i partiti hanno un ruolo fondamentale di camere di riflessione, di luogo di scambio e di dialettica, ancor di più in un momento di crisi come questo, in cui è richiesto il meglio degli sforzi intellettuali e politici per trovare le soluzioni che si impongono.

Diffiderei quindi dal considerare l’esito delle elezioni comunali un giudizio dell’elettorato (in termini di seggi guadagnati o persi) sui partiti e sulle idee di cui essi devono essere portatori. Pur lasciando da parte l’effetto delle schede senza intestazione, che già relativizza un poco il ruolo dei partiti, una simile considerazione costituirebbe una pericolosa illusione ottica, buona per confermare alcuni nella convinzione di essere nel giusto, o che la riflessione profonda (identitaria, progettuale) non sia, oggi come l’altroieri, urgente ed essenziale per il futuro loro e nostro.


SSR – Le rapide (auto)assoluzioni non sono la ricetta giusta

L'esito delle elezioni non costituisce un placet per una politica e per partiti in cerca di identità 

Sì, d’accordo, qualcosa c’è stato ma nulla di rilevanza penale, e qualcuno ha gentilmente tolto il disturbo. Prenderemo misure. Cosa volete di più?

Non sono necessarie troppe forzature per riassumere così la posizione della SSR dopo i primi tre rapporti (uno solo dei quali -anonimizzato- di pubblico dominio) relativi alle inchieste esterne per far luce sulle accuse di molestie alla RTS. È un’autoassoluzione frettolosa, che non fa ben sperare per quel “cambiamento della cultura aziendale” di cui oggi tutti, ai piani alti di Berna e Ginevra, si dichiarano ferventi paladini.

I casi analizzati finora sono stati soltanto tre, quelli di cui ha parlato la stampa, però sul tavolo di chi sta indagando ci sono circa 200 ulteriori segnalazioni. Fra di esse potrebbero anche non essercene “di rilevanza penale”, ma ciò non ridurrebbe certo eventuali casi di comprovato sessismo o mobbing a semplici quisquilie. Altri rapporti arriveranno, dunque, e il quadro potrebbe cambiare.

Uno dei gruppi di lavoro ha rilevato che “gli strumenti di protezione del personale attualmente disponibili in azienda (…) hanno mostrato alcune lacune. Questi strumenti devono essere corretti, ma anche integrati da misure supplementari e meccanismi di controllo“. Il Consiglio d’amministrazione ha stabilito alcune misure, fra le quali una proclamata “tolleranza zero” nei confronti di ogni forma di molestia o violazione dell’integrità e della dignità di collaboratrici e collaboratori. Tuttavia il sindacato SSM, che  rappresenta il personale, non si dichiara convinto. “Le decisioni adottate –sostiene– non sono sufficienti per ristabilire la fiducia dei dipendenti nella direzione della SSR”. 

Dopo che la dirigenza SSR per troppi anni ha negato il dialogo fra partner sociali i nodi vengono al pettine, e la volontà di affrontare a fondo e correttamente il problema sarà tutta da dimostrare, soprattutto in un ambito delicato come quello dei rapporti personali tra dirigenti e dipendenti, in cui può essere fin troppo facile far apparire colpevole la vittima, dove potrebbero essere i responsabili ad indagare su sé stessi, e dove salvaguardare i diritti delle vittime è estremamente difficile.

Per questo il sindacato chiede misure strutturali, e non solo di facciata. “In futuro, il personale dovrebbe ad esempio avere voce in capitolo nella nomina dei manager e allo stesso modo, i dipendenti dovrebbero essere coinvolti nei processi decisionali in una fase iniziale. Una vera codecisione avrebbe il grande vantaggio di aumentare la legittimità di queste decisioni migliorandone i risultati. Dopo tutto i processi opachi e le decisioni verticistiche non hanno favorito la fiducia“.


Mai così tanti soldi sporchi

L'esito delle elezioni non costituisce un placet per una politica e per partiti in cerca di identità 

“Non vi è mai stato così tanto denaro sporco nei paradisi fiscali”. È una costatazione amara quella fatta da Renaud Van Ruymbeke, ex giudice istruttore francese in un libro pubblicato di recente in Francia (‘Mémoires d’un juge trop indépendant’, Editions Tallandier, 2021) in cui il magistrato transalpino, da poco in pensione, ripercorre la sua carriera e denuncia le zone d’ombra della finanza internazionale. Renaud Van Ruymbeke ha indagato in settori sensibili e ad alto rischio corruzione, come il petrolio e le armi. Non ha guardato in faccia a nessuno quando i flussi di denaro sporco finivano nelle tasche di questo o quel politico. Dalla sua scrivania sono passati i casi più importanti che hanno toccato la Francia in questi anni le quali, tutte, hanno un denominatore comune: il ruolo dei conti offshore e dei paradisi fiscali.

Paradisi fiscali dai quali è sempre spiccata la Svizzera. I conti elvetici sono infatti una grande costante delle sue inchieste. Ma lo sguardo che l’ex giudice da della Confederazione è ambivalente: da un lato, sì, si tratta del luogo dove confluisce il denaro del crimine e della frode; dall’altro la Svizzera, Ginevra in particolare, è stata terra di un’importante e fruttuosa collaborazione giudiziaria che ha permesso a Van Ruymbeke di portare a buon fine le sue inchieste.

Il libro parte proprio dalla Città di Calvino da dove, venticinque anni fa, in collaborazione con alcuni procuratori europei ha lanciato quello che è stato definito l’Appello di Ginevra. Si tratta di una sorta di grido d’allarme, di un tentativo di riformare in profondità il sistema e avvertire i cittadini sui privilegi accordati dai paradisi fiscali e sull’impotenza della giustizia di fronte alla corruzione. Sul perché Ginevra lo lasciamo dire allo stesso giudice, riprendendo quanto rilasciato in una recente intervista a La Regione: “La città era un simbolo della frode fiscale e del riciclaggio. Ogni volta che noi giudici o procuratori rimontavamo i circuiti per comprendere i meccanismi della corruzione ci scontravamo con le frontiere e con le difficoltà nell’ottenere le informazioni banca-rie in alcuni Paesi. In Svizzera in particolare. Ciononostante, in questo contesto, il procuratore generale di Ginevra, Bernard Bertossa, era molto impegnato nella lotta al riciclaggio. Ciò che all’epoca, in Svizzera, non era evidente. Per questo abbiamo scelto Ginevra, simbolo di questa coincidenza d’interessi tra i Paesi vittima della corruzione e la Confederazione, dove il denaro di questa corruzione era riciclato”.

Negli anni, riconosce nel libro Van Ruymbeke, la Svizzera intera – e non solo Ginevra – ha migliorato la lotta al riciclaggio e la propria collaborazione internazionale, anche a seguito delle pressioni americane che hanno fatto cadere il segreto bancario. Restano però alcuni paradossi tutti elvetici. Su tutti il fatto che la piazza finanziaria svizzera ha operato una sorta di delocalizzazione: “Delle banche e delle fiduciarie hanno mantenuto i loro clienti, ma hanno preso delle precauzioni: hanno messo i soldi in conti aperti altrove, a Singapore, Hong Kong o Dubai, spesso attraverso l’utilizzo di società panamensi. Si tratta di una finzione volta a eludere le regole della cooperazione giudiziaria. Fiduciarie e banche svizzere dispongono del savoir faire e conoscono i loro clienti: continuano a gestire i loro fondi, ma subappaltano la parte bancaria a istituti basati in queste nuove piazze rifugio. È questa la nuova ingegneria messa in atto a partire dal 2009, destinata a preservare l’opacità delle operazioni e a mettere i clienti al riparo da ogni indagine fiscale o giudiziaria”.

Alla fine del libro Van Ruymbeke analizza gli attuali problemi del sistema internazionale, legati in particolare alla persistenza dei paradisi fiscali e delle giurisdizioni offshore in giro per il mondo, “nonostante i discorsi ufficiali che pretendono di combatterli o addirittura di eliminarli”. Rifugi – alcuni dei quali in seno all’Unione europea (Cipro, Malta) – che continuano ad esistere e resistere: “Si tratta di un vero e proprio sistema che deve essere eradicato. Esso costituisce la faccia oscura della mondializzazione” si legge nel finale del libro, nella parte in cui l’autore s’interroga sul lassismo – per non dire la complicità – con la quale gli Stati cercano di mettervi rimedio.

In un contesto in cui i Paesi del mondo intero subiscono una crisi economica e sociale di grande ampiezza i capitali continuano ad essere sottratti alle casse pubbliche con inevitabili e drammatiche conseguenze. Il libro pone questo interrogativo e suggerisce qualche pista di riflessione e qualche riforma che, a dire dell’autore, “permetterebbero di recuperare almeno una parte di questa manna finanziaria flottante che manca enormemente all’economia in questo periodo di crisi finanziaria mondiale”. Insomma, venticinque anni dopo l’Appello di Ginevra molto resta ancora da fare. Manca però la volontà politica di agire e, conclude l’ex giudice, “finché non ci sarà questa volontà politica, ci sarà sempre il riciclaggio”.


Volontariato, scuola e laboratorio sociale

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Tutto è cominciato con due soli allievi, ed era l’autunno del 2019; oggi i ragazzi sui banchi sono ben quaranta. Sono i numeri di un successo poco noto al grande pubblico, ma che merita di essere segnalato anche e soprattutto per la sua valenza sociale e di sforzo integrativo.

La sua storia, in poche parole. Due anni fa, la Commissione del Quartiere di Pregassona (in collaborazione con la Croce Rossa svizzera e la città di Lugano) aveva varato il progetto “Aiuto allo studio”. Obiettivo: assistere in modo particolare studenti provenienti da contesti famigliari problematici, impartendo settimanalmente, e gratuitamente, lezioni individuali in più materie scolastiche. Questo dopo la costatazione che in un’area di Pregassona con notevole densità abitativa, ragazzi provenienti da culture diverse registravano risultati scolastici che andavano e potevano essere migliorati.

Queste le ragioni, e lo sfondo sociale, in cui si è inserita la notevole iniziativa del professor Francesco Rinaldi, docente di lungo corso e pensionato, che ha ideato, organizzato e concretizzato il progetto “Aiuto allo studio”. Una sorta di momento post-scolastico, con approcci individuali, possibile grazie anche alla collaborazione di una dozzina di insegnanti volontari, a loro volta per lo più pensionati, e anche di alcuni famigliari. Esperienza che quindi vive di questo slancio ideale, e che ha galvanizzato non pochi allievi grazie ai risultati tangibili ottenuti in seguito a questo prezioso supporto formativo. Attività che non si è fermata neppure in piena emergenza sanitaria, come è avvenuto per tutta la scuola cantonale.

Scuola + integrazione. Anzi, maggiore integrazione grazie alla scuola. È l’altra faccia di questa iniziativa. Che, come detto, ha registrato in poco tempo una notevole crescita partecipativa. Tanto che altri quartieri dell’area cittadina stanno guardando con interesse a un’esperienza che potrebbe registrare altre esperienze di questo genere.

[Ndr] L’intensa ‘foto-gallery” che vi proponiamo, curata da Patrizio Broggi, vuole essere un doveroso omaggio-riconoscimento  di “Naufraghi.ch” a chi si dedica a questa iniziativa con notevole disponibilità e considerazione per la crescita scolastica anche come motore di una migliore convivenza.


I bambini e la marmellata

L'esito delle elezioni non costituisce un placet per una politica e per partiti in cerca di identità 

Come i bambini che si nascondano quando stanno per combinarne una. È il livello di questo imbarazzante Consiglio federale.

“Non siamo stati informati in anticipo di queste aperture e non abbiamo perciò potuto esprimerci preventivamente”, ha dichiarato sabato sera Martin Ackermann a Echo der Zeit, la più antica e rinomata trasmissione radiofonica di approfondimento della SRF. E, intervistato dalla SonntagsZeitung, il presidente della Task force scientifica ha aggiunto che è dall’8 marzo che non ha contatti con il consigliere federale Alain Berset (l’articolo è dietro paywall, ma su Twitter il prof. Matthias Egger, che guarda caso è il predecessore di Ackermann, ne ha pubblicato una copia fotografica).

Dire che è un atteggiamente infantile è dire poco. Era ovvio che la Task force avrebbe espresso delle obiezioni. Il perché lo ha spiegato Martin Ackermann alla radio Svizzera tedesca: “Da un punto di vista scientifico, queste aperture rappresentano un rischio non solo per la salute, ma anche per la società e l’economia. Bisogna essere coscienti che in Svizzera, attualmente, molte persone sono contagiose e se queste aperture faranno aumentare i contatti e la mobilità, anche il virus si propagherà ulteriormente. È un pericolo per il sistema sanitario. Ma il pericolo è anche che si debba di nuovo chiudere”.

I dati della pandemia, come riassumevo giovedì, sono ben lungi dall’essere rassicuranti, come vorrebbero Berset e l’Ufficio federale della sanità pubblica (nonostante l’apparente stabilizzazione dei casi registrati giovedì e venerdì e il fatto che per ora ospedalizzazioni e soprattutto decessi non sembrano fortunatamente aumentare troppo). Ma non è questo il problema: il fatto è che l’atteggiamento del Consiglio federale, oltre che alla sua pochezza, è strettamente legato alle dichiarazioni di certi esponenti della destra (Regazzi e Chiesa, tanto per non fare nomi e restare in ambito ticinese), secondo cui la politica svizzera in tema di pandemia sarebbe frutto della “dittatura della Task force”.

Altro che dittatura: la Task force manco viene informata! Risultato: invece di affidarci a chi ha conoscenze e competenza per poterci consigliare, diamo retta a chi parla per arroganza e interessi di bottega.

Purtroppo è un po’ la summa dei rapporti tra la politica e una Task force nata spontaneamente e in modo volontario, probabilmente in reazione a certe uscite di Daniel Koch, allora capo dell’Ufficio federale della sanità pubblica e con ineguagliata miopia celebrato Mr. Coronavirus sui mass media, secondo il quale il Covid19 non avrebbe causato più morti dell’influenza stagionale.

Fin dall’estate scorsa, quando gli esperti raccomandavano di non avere troppa fretta a riaprire, per non parlare dell’autunno, quando gli allarmi della task force (e non solo, come avevo denunciato su Naufraghi/e a fine febbraio) sono stati bellamente ignorati, il Consiglio federale ha dimostrato di preoccuparsi non tanto della sicurezza della popolazione quanto di compiacere l’arroganza delle lobby.

Difficile dire quanti dei quasi diecimila morti di Covid19 siano dovuti a questo atteggiamento. Di certo, però, non sono pochi.


Marco Chiesa attacca Ignazio Cassis

L'esito delle elezioni non costituisce un placet per una politica e per partiti in cerca di identità 

L’attacco sferrato da Marco Chiesa contro il secondo seggio del PLR in Consiglio federale è passato quasi in sordina. I mass media si sono limitati a segnalare la minaccia del presidente dell’UDC, senza commentarla. Si è così ignorato o sottaciuto un aspetto che riguarda direttamente il Ticino e la sua rappresentanza nel governo federale. In effetti il presidente ticinese del più grande partito svizzero, l’UDC appunto, colpisce di fatto il seggio ticinese in Consiglio federale riconquistato 6 anni fa dopo una lunga assenza di ben 18 anni.

Le previsioni concordano nell’indicare Ignazio Cassis come il perdente nel confronto con Karin Keller-Sutter, se il PLR dovesse perdere il suo secondo seggio in governo. Cassis appare indebolito anche dalle ultime indiscrezioni secondo cui i suoi colleghi di governo non gli consentono di accompagnare a Bruxelles il presidente Parmelin nella tormentata vicenda dell’accordo quadro con l’UE. Un tassello dopo l’altro alimenta l’impressione che il seggio di Cassis è effettivamente in pericolo.

L’analisi è condivisa adesso anche dal giornale di riferimento del PLR, l’autorevole Neue Zürcher Zeitung. Secondo la NZZ la stoccata di Marco Chiesa non è affatto casuale, è in linea con la nuova sterzata a destra dell’UDC che accusa il PLR e i suoi due consiglieri federali di cedimenti a sinistra in particolare sulle misure anti Covid, sull’accordo quadro con l’Unione europea o ancora sulla legge del CO2.

Il titolo dell’articolo, “Tutti contro il PLR”, rispecchia le preoccupazioni della NZZ che sottolinea che il secondo seggio del PLR fa gola ai verdi, ai verdi liberali e all’alleanza di centro, il PPD insomma. E Marco Chiesa getta ancora benzina sul fuoco quando dice che non fa una gran differenza se i verdi liberali conquistano un seggio in Consiglio federale ai danni del PLR. Il risultato è che un esponente ticinese di primo piano a livello nazionale è disposto a sacrificare un altro ticinese nella stanza dei bottoni della Confederazione.


Fratelli-Coltelli

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Quello che le parole non dicono

L'esito delle elezioni non costituisce un placet per una politica e per partiti in cerca di identità 

Fra i tanti dati, controversi o meno, relativi ad infezioni, ricoveri, decessi, vaccinazioni, che accompagnano tristemente da un anno e più le nostre giornate di relativa o totale clausura, ricorrono, sempre più numerosi, interventi e dibattiti che si occupano di descriverci possibili scenari post-pandemici: insomma, quale sarà o potrà essere la vita sociale, economica, politica, culturale quando saremo usciti dal tunnel (ferale) in cui ci imprigiona il Covid19?

Senza voler aggiungere nulla alle tante prospettive già delineate nei più diversi ambiti e dai più diversi esperti, a rischio di apparire un po’ “naïf” vorrei porre una semplice questione che concerne un aspetto non troppo indagato (mi pare) finora: nel dopo pandemia, si tornerà a stringersi la mano per salutarsi (come si deve)? Si potrà tornare ad abbracciarsi fra amici, a baciarsi sulle guance per felicitarsi o per congedarsi fra parenti e conoscenti?

Forse appartengo ad una categoria umana che nel rapporto con i propri simili ha sempre avuto bisogno di “segni” tangibili legati al mondo affettivo o anche solo di intrattenere relazioni con altri a partire da una semplice (ma altamente simbolica) stretta di mano.

Mani e bocca e naso sono le parti del corpo che ci inducono, doverosamente, da febbraio 2020, a “mantenere le distanze sociali”, lavando bene e spesso le prime e coprendo con la mascherina le altre due. Fra le poche indicazioni comportamentali che rimangono salde tali e quali nello siluppo delle strategie anti-Covid19, l’igiene delle mani ed una protezione delle vie respiratorie restano capisaldi inalterati.

E se alla mascherina si fa sempre e ancora fatica ad abituarsi (ma in un anno le cose sono molto “migliorate”) alla mancata stretta di mano, ormai, e ancor più alla rinuncia ad ipotetici slanci affettivi, sembra ormai ci si sia tutti adeguati.

Dunque, nel post-pandemia, non sarà più usanza farlo? Non ci si avvicinerà più ad alcun interlocutore, amico, conoscente, parente, per rimanere sicuri di non rischiare?

C’è una specifica disciplina che studia questi aspetti: si chiama prossemica, ed analizza i comportamenti sociali degli individui collocati in uno spazio circoscritto, analizzando le distanze che vengono inconsciamente prese fra le persone, il loro modo di porsi nei confronti di chi hanno vicino e con cui interagiscono. Insomma, l’affascinante (ed ineffabile) mondo del linguaggio non verbale.

Dobbiamo la nascita degli studi di prossemica ad un antropologo americano, Edward Hall, che per primo ha analizzato i comportamenti umani in questa prospettiva ed ha stabilito quattro tipi diversi di “distanze” che le persone si prendono naturalmente interagendo:

  • La distanza “intima” (da 0 a 45 cm);
  • La distanza “personale” (da 45cm a 1 m);
  • La distanza “sociale” (da 1m e 20cm a 3m);
  • La distanza “pubblica” (oltre 3 metri e 50cm).

Ecco da dove nasce l’odierno uso comune della raccomandazione di mantenere le “distanze sociali”, che infatti sono empiricamente misurabili proprio stendendo le braccia fra due persone, specularmente: le mani non devono toccarsi, e a quel punto si è a distanza “di sicurezza”.

Ma la stretta di mano era nata, anticamente, proprio a simboleggiare la disponibilità ad entrare in contatto con l’altro, a riconoscerlo come interlocutore, ad accoglierlo come pari, in un accordo di reciproco riconoscimento, che presuppone apertura, fiducia. La stretta di mano con la mano destra per la precisione, perché la destra era quella con cui si impugnava il coltello o la spada. Stringerla ad un altro rappresenta, da allora, il dichiararsi “in pace”.

I medici e i virologi ci raccomandano di rispettare le regole di mascherina e distanza sociale, anche per il  futuro, fino a chissà quando, perché di garanzie che il virus sia scacciato dalla nostra vita proprio non ce ne sono. Come a dire che, in prospettiva, non ci si potrà più fidare di nessuno, mai più.

Non parliamo, a questo punto, di altri segnali “non verbali” di apertura verso l’altro, di “vicinanza” affettiva, o di stima, di riconoscimento. Fuori dall’intimità famigliare o di coppia, è tutto precluso.

Ma come possiamo immaginare una festa di matrimonio, un compleanno, una serata commemorativa,una manifestazione di sostegno o di protesta, un funerale senza il “calore del contatto”, tutti sempre e rigorosamente a distanza? Ma che mondo sarebbe?

E soprattutto, un mondo così, senza antidoti ed anticorpi all’assenza di vicinanza fra le persone ( che vuol dire accoglienza e solidarietà, per esempio) come saprà affrontare le tante altre grandi questioni, politiche, sociali, economiche del post-Covid19, gestite da impersonali entità che le mani se le lavano volentieri, da sempre?


Venezia

L'esito delle elezioni non costituisce un placet per una politica e per partiti in cerca di identità 


foto © Marco D’Anna

A Venezia di giorno s’incontrano maschere e famelici gabbiani che cercano di arraffare le ultime lische di pesce, mentre i mercanti provano a vendere un altro pezzo di storia.
Le sirene delle navi urlano e spingono per entrare senza chiedere permesso, mentre i velieri si allontanano e vagano al largo cercando un ricordo salato di viaggio.
Ma di notte, le luci delle lanterne allungano le ombre e inizia la danza, la vera danza del sogno.
Le false parole colano nell’inchiostro dei canali e sull’acqua navigano delicati petali di pagine bianche, raccontano favole e storie per chi è ancora capace di ascoltare, mentre i vecchi leoni segnati dalle rune attendono nuovi splendori.
La notte è scandita dal suono dei tacchi e dalle note di un organo che diffonde nell’aria il profumo di un pavimento coperto di rose.

testo © Marco Steiner

Dopo tanti anni di viaggi, Marco & Marco non potevano fermarsi. Abbiamo deciso di ripartire attraverso l’Immaginario, del resto lo diceva Saramago, “Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione…” Ecco quello che faremo, torneremo per vedere con altri occhi… se volete potrete partire con noi.


Sergio Rossi – Criptovalute: attenzione, pericolo!

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria