Domande e risposte dentro una ferita che brucia

Una serata speciale organizzata da Naufraghi/e all’Aula Magna dell’USI per discutere di autogestione e democrazia 

Mercoledì 23 giugno, ore 20.00, Aula magna USI, via Buffi 13 Lugano  
Clicca qui per la diretta video

Non smette di sollevare interrogativi anche inquietanti e di generare contrapposizioni spesso laceranti la vicenda della demolizione dell’ex-Macello di Lugano; una vicenda che si finisce regolarmente per confinare dentro una condizione di “irresolutezza” o “insolubilità”.

Così, dentro un contesto che vede al lavoro procuratori e commissari sia a livello comunale che cantonale, ogni occasione ufficiale di aggiornamento, ogni nuova “rivelazione” da parte degli organi di informazione porta regolarmente a lasciare sospesa la grande domanda: “ed ora, che fare?”.

Una domanda giusta, per carità, ma troppo spesso brandita retoricamente per sostenere, in fin dei conti, che una nuova fase può nascere soltanto da un dialogo non tanto da “ritrovare”, ma da “inventare”, che si fondi sui principi istituzionali di rispetto della legalità e che trovi negli autogestiti una forma di rappresentanza che per definizione l’autogestione non contempla e non considera.

Proprio negli scorsi giorni un intenso reportage del settimanale informativo televisivo “Falò” ha dato voce a chi finora non aveva preso la parola, ricostruendo i fatti con le storie e le testimonianze di chi l’esperienza dell’autogestione la stava (e la sta) vivendo dall’interno; un contributo di conoscenza significativo, che ha però, in un certo senso, anche ribadito (a maggior ragione dopo quel che è successo) quanto sia difficile immaginare oggi una disponibilità “antagonista” ad un dialogo con istituzioni (comunali, cantonali, di polizia) responsabili delle macerie.

Dunque, che succede? Che se nulla si muove è perché le logiche del CSOA non lo permettono, il concetto stesso di “antagonismo” porta all’impossibilità di comunicare. E via di seguito, riproponendo princìpi e luoghi comuni, invocando mediazioni o task force, mentre in corso vi è pure una raccolta di firme dal sapore talmente interlocutorio da chiamarsi “Adess basta”.

Una classe politica (comunale e cantonale) che ne fa peggio di Bertoldo impugna argomenti come “legalità” ed “illegalità” (degli altri, naturalmente) per giustificare e qualificare i termini di un impasse grave e preoccupante.

Quella che il Rettore dell’USI Boas Erez ha definito come una “ferita” nel tessuto sociale cittadino e cantonale è percepita con disorientamento, sconcerto financo fastidio a livello di opinione pubblica: basta leggere le innumerevoli “lettere” ai giornali di semplici cittadini.

Il fatto è che si tratta di una ferita aperta che fa male, a tutti. E nel dolore, con il dolore che legittimamente tutti possono vivere e provare, è difficile proporre una “medicina” fatta di presa di distanza, ragionamento, riflessione. Eppure…

Eppure, su questa zattera, da cui in proposito ci si è ampiamente espressi, viene l’invito a cercare una risposta cominciando col farsi una serie di domande, che giacciono non solo sul tavolo di Commissioni e Procure e nemmeno solo sotto le macerie, ma forse, proprio dentro quella ferita, quell’incisione improvvisa e dolente nel tessuto sociale e nell’idea di “convivenza” con i valori della legalità e della democrazia.

Princìpi emblematicamente messi in discussione, magari in crisi, dagli avvenimenti di queste settimane e che in quanto tali meritano doverosamente una riconsiderazione, una riflessione comune.

Ecco perché Naufraghi/e si fa promotore di una serata pubblica ospitata dall’USI nella propria Aula Magna mercoledì 23 giugno alle 20.00: per provare a porre domande che aiutino ad affrontare alcuni temi cruciali, che bruciano dentro questa ferita: Lugano vuole davvero essere la nona città svizzera? E che città vuole essere, Lugano? In che misura, in quanto città, sa accogliere ed includere forme alternative, antagoniste, di pratica democratica, affrontandole in modo democratico? Quanto può insegnare, in termini di pratica democratica, l’esperienza dell’autogestione? Come può l’autogestione, nella propria concezione autarchica ed estrema, dirsi realmente “democratica” quando attacca pubblicamente non solo l’autorità, ma anche i suoi stessi simpatizzanti?

E infine: quanto di queste e tante altre questioni è rintracciabile nella storia di mezzo secolo e più di antagonismo politico in Svizzera? Anche su questo piano, i discorsi ricorrenti nelle ultime settimane ribadiscono approssimativamente e genericamente che altrove (Zurigo, Berna, Bienne) l’autogestione è una realtà accettata ed integrata. Ma in che senso? Con quale storia? Attraverso quale processo? Ecco altre domande, che la serata di “Naufraghi” intende proporre con la proiezione di un documentario del regista urano Felice Zenoni intitolato “La spia e gli anarchici”, consacrato alle vicende dell’autogestione a Zurigo (ne abbiamo parlato qui).

Un documento, proposto in versione originale con sottotitoli in italiano, che nel racconto in prima persona di due protagonisti, su fronti opposti, dei fatti di Zurigo, aiuterà a porre e porsi altre domande, in un confronto necessario con la storia e con la consapevolezza che quanto è avvenuto e sta avvenendo a Lugano, potrebbe trovare proprio in altre analoghe e passate esperienze, elementi utili per immaginare scenari inediti per il futuro del Molino e della sua specifica storia.

Alla serata, moderata da Enrico Lombardi, diverse personalità particolarmente vicine e sensibili al tema hanno dato il proprio sostegno (Nelly Valsangiacomo, Federica De Rossa, Gabriela Giurìa Viveros); hanno aderito all’invito e saranno presenti il Rettore dell’USI Boas Erez insieme a Pietro Martinelli, Christian Marazzi, Katia Accossato, Bruno Brughera, Olmo Cerri.

IDEE DI DEMOCRAZIA – Principi, regole e derive del confronto democratico fra modelli istituzionali e realtà antagoniste è un evento che intende invitare tutti gli interessati ad intervenire e dibattere, nella speranza di creare un terreno più consapevole di confronto non solo sui destini del Molino e dei molinari, ma anche sulle capacità della “Città Ticino” di gestire e sviluppare in forme nuove e moderne pratiche diverse di democrazia e legalità.

Assecondando doverosamente le norme sanitarie vigenti, l’Aula Magna dell’USI potrà accogliere al massimo 100 persone. Si suggerisce dunque agli interessati di annunciare qui la propria presenza.

Sempre nel nostro sito sarà anche possibile seguire la serata in diretta video.


La credibilità perduta

Una serata speciale organizzata da Naufraghi/e all’Aula Magna dell’USI per discutere di autogestione e democrazia 

Questo commento si riferisce all’articolo “I ragazzi del campus al rettore: ‘Quella notte è andata così‘” pubblicato dal quotidiano bellinzonese

Un’altra tegola per la magistratura. Cosa è davvero successo al campus di Mendrisio la notte tra giovedì 17 e venerdì 18 giugno durante la festa post diploma di una ventina di studenti dell’Accademia di architettura? Un branco di disadattati (neolaureati) si è scagliato contro gli agenti che li richiamavano all’ordine? Oppure le forze di polizia hanno abusato di spray al pepe e manganelli? Due versioni discordanti, quella ufficiale e quella fornita dai ragazzi, che andranno chiarite, speriamo in tempi celeri, da un’indagine condotta dal Ministero pubblico, il quale è chiamato a stabilire come sono effettivamente andate le cose al parco di Villa Argentina.

Il rettore dell’Usi, Boas Erez, che inizialmente aveva definito “l’aggressione fisica ad agenti di polizia un fatto grave e inquietante”, ora ci dice “attenzione, la voce degli studenti deve essere ascoltata”. Dal canto suo Giorgio Fonio – del sindacato Ocst – aveva sentenziato che “nulla può giustificare l’uso della violenza verso le forze dell’ordine”. Tutte affermazione che vanno contestualizzate.

L’uso proporzionato della forza da parte delle autorità è da sempre oggetto di discussione, ancora di più nelle ultime settimane in Ticino. L’onda lunga della demolizione dell’ex Macello, viene da dire. Già, perché uno “scontro” come quello avvenuto sul campus dell’Accademia va a sollecitare le sensibilità di buona parte della cittadinanza che, dopo i fatti del Molino, fatica ad accettare che situazioni di questo tipo possano ripetersi nel nostro cantone.

Diceva Fonio che stiamo vivendo “un periodo delicato, si percepisce un clima di tensione”. Ha ragione. Ci si domanda se anche per gli agenti di polizia sia così. Sarebbe legittimo pensare che pure per loro non sia così semplice affrontare certe situazioni. Sapendo, tra l’altro, che la divisa ha perso credibilità, in particolare tra i giovani. Un calo di fiducia che difficilmente potrà essere risanato finché certe scelte della politica non verranno chiarite, punto per punto.

La settimana scorsa, mentre mi regalava una bella vignetta, Lulo Tognola mi ha detto che “ogni direttore porta la propria impronta nel suo ambito”. Al giornale non si tratta quindi di quanti e quali pezzi firmi il direttore, ma della linea che adotta la testata e che permette ai vari giornalisti di scrivere quel che vogliono e devono scrivere, sapendo che hanno “le spalle coperte”.

Alla luce degli ultimi avvenimenti si potrebbe quindi ragionare per analogia e chiederci se è questa l’impronta che la politica locale ha voluto dare alla polizia. Sarà che gli agenti “sanno” di essere sostenuti a prescindere da chi sposa la linea del pugno duro? Oppure agiscono in una sorta di “ognuno faccia come gli pare”, viste le incapacità di coordinamento dimostrate dalle autorità?

Restiamo dell’avviso che nello Stato di diritto sia il politico di turno l’incaricato a prendere le decisioni. E per quanto riguarda le forze dell’ordine, che in ultima istanza il responsabile del loro agire sia sempre un capo dipartimento o un capo dicastero. Lo abbiamo già detto e lo ribadiamo: quella che spaventa di più è l’ipotesi di un corpo di polizia che agisce in autonomia, sganciato da una conduzione politica.

Con le elezioni cantonali del 2023 che cominciano ad avvicinarsi in modo vertiginoso la domanda diventa lecita: è così che vogliamo veder funzionare le istituzioni in Ticino?

Daniel Ritzer è il direttore de laRegione


Quella Cosa

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I palestinesi preferiscono Hamas

Una serata speciale organizzata da Naufraghi/e all’Aula Magna dell’USI per discutere di autogestione e democrazia 

Chi ha vinto la guerra? Israele, Hamas, o nessuno dei due? A un mese di distanza, la domanda non è affatto peregrina.

Di sicuro l’ha persa Netanyahu, al quale il conflitto non è bastato per riproporsi quale leader pressoché insostituibile della sicurezza nazionale: ha dovuto cedere la premiership al suo ex ministro Naftali Benett – campione dei coloni e dei progetti annessionisti dei territori palestinesi occupati – che guida la coalizione più improbabile del mondo, con dentro di tutto: nazionalisti religiosi, destra, centro, sinistra tradizionale, sinistra radical-pacifista e persino una formazione araba (il 21 per cento dei cittadini israeliani dentro i confini del ’67 sono palestinesi) che con soli 4 seggi è indispensabile per raggiungere la maggioranza parlamentare.

Ma non basta. Ecco infatti, sul tema ‘chi ha vinto e chi ha perso’, la notizia più recente e significativa: stando a un sondaggio del ‘Palestinian Center for Policy and Survey Research’, oggi Hamas ottiene fra i palestinesi (anche di Cisgiordania) una quota di popolarità mai raggiunta prima dalla formazione islamista che domina Gaza. Ben il 53 per cento ritiene infatti che Hamas sia degna di rappresentarli, contro il 14 per cento dei favori riservati a Fatah, la storica formazione di orientamento laico di Yasser Arafat (“che a questo punto si rigira nella tomba”, ha scritto un osservatore). All’origine della svolta, due principali fattori:

  1. per la maggioranza dei 4 milioni di palestinesi Hamas ha dimostrato di tener testa alla potenza di fuoco israeliana
  2. la crescente e rovinosa impopolarità del presidente Abu Mazen (Mahmud Abbas), considerato debole cedevole e inconcludente, a capo di un Fatah dominato dalle faide interne e dalla corruzione, e le cui dimissioni sono state chieste all’inizio del mese da ben 3.000 intellettuali e personalità pubbliche palestinesi.

Naturalmente si tratta solo di un’istantanea, nulla esclude che a fronte di nuovi eventi questa tendenza possa ridimensionarsi. Ma si tratta di un’istantanea che solleva tutta una serie di questioni. Sia sullo sbandamento dell’attuale dirigenza palestinese, ancora considerata a livello internazionale (in particolare a Washington) l’unico interlocutore possibile; sia sul dibattito che prima o poi si aprirà nel nuovo governo israeliano sulla questione palestinese (Fatah riconosce il diritto di Israele a vivere in pace e sicurezza nei confini pre-’67, in cambio di uno Stato per i palestinesi; la ‘Carta’ di Hamas pretende invece la fine e lo smantellamento dello Stato ebraico). È del resto indicativo che, nei discorsi alla Knesset nel giorno di insediamento della nuova maggioranza, nessuno abbia evocato il problema dei rapporti coi palestinesi

Quella del ‘primato’ di Hamas non è certo una buona notizia. Gaza vive sotto dittatura islamica. Ma obbliga anche le cancellerie occidentali – che a lungo hanno derubricato la questione palestinese dall’agenda internazionale – a riflettere sull’incancrenirsi della situazione ad Ovest del fiume Giordano a causa di un costante indebolimento del diritto internazionale: causato soprattutto dalla politica dell’uscente Netanyahu. Sempre che sia davvero e definitivamente ‘uscito’.


RSI: per un giornalismo di approfondimento e di opinione

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Nathalie Wappler è il capo della SRF dalla primavera 2019. Prima ancora di entrare in carica, si era affrettata a dedicare un intervento quasi minaccioso (ma, con un minimo sforzo di dietrologia, anche di rassicurazione e di ringraziamento per coloro che l’hanno voluta lì) a coloro che si occupano di informazione, chiarendo che i vertici dell’azienda di servizio pubblico audiovisivo non vogliono giornalismo di opinione ma solo programmi che informino “senza polarizzare”. Cominciamo col dire che siamo stati lieti di apprendere che il divieto di esprimere opinioni vale(va) solo per l’informazione politica; ancora più lieti che il direttoriale diktat concerne(va) solo l’unità aziendale svizzero-tedesca. Aggiungo solo che, a ben vedere, la richiesta di un’informazione che non “polarizzi” (qualsiasi cosa questo verbo possa significare nella mente della Frau Direktor, così apoditticamente asseverativa) allarga un po’ l’ambito del divieto, tendendo non solo a bloccare l’espressione libera da parte dei giornalisti stipendiati dall’ente (effetto interno) ma anche a evitare di mettere in onda programmi in cui la dialettica tra i punti di vista degli invitati sia a tal punto vivace da poter provocare una polarizzazione delle opinioni negli utenti (effetto esterno).

Perché parliamo di questa ormai quasi preistorica, e purtuttavia inquietante, esternazione? Perché la RSI ha da poco un nuovo direttore, e perché siamo tutti in trepidante attesa di un discorso chiaro e trasparente sulle linee editoriali e sulle scelte strategiche dell’unità aziendale italofona, non solo a proposito di cultura, di intrattenimento e di “bollicine”, ma anche di informazione. Saremmo in molti ad essere lieti di avere un minimo di conforto sul fatto che, almeno da noi, continuerà ad esistere sia uno spazio per le opinioni dei giornalisti del servizio pubblico (ricordo, con il piacere che suscita l’intelligenza in atto, le prese di posizioni di Lepori, di Melchionda e di Ceschi su temi sensibili) sia per programmi in cui possa trovare posto il dibattito – anche vivace, anche aspro – tra posizioni diverse sui più svariati temi. Se l’apparizione al TG (9 giugno) di una sorta di sinopia della benemerita “Classe politique” può segnalare la volontà di essere più flessibili e immediatamente attenti ai temi fondamentali della politica federale, non vorrei che essa alludesse anche a un ridimensionamento (magari in senso wappleriano) in nuce dello spazio per il dibattito politico-partitico. Rilevo peraltro che la concessione radio-TV, cioè la Magna Charta del servizio pubblico audiovisivo, prevede espressamente la possibilità anche per i giornalisti SSR di commentare, e quindi di manifestare opinioni; rinunciare a questo diritto significa abdicare a un compito fondamentale e rinchiudersi uno spazio certamente non coraggioso e, soprattutto, ben poco rispettoso degli elementari principi del giornalismo. Sono insomma contento che la Signora Wappler non possa (per ora, almeno) decidere anche per la RSI.

Aggiungo che un’ipotesi di drastica riduzione del canone radio-TV, unita alla richiesta dell’UDC che la SSR sia, uditeudite, obbligata ad assumere giornalisti partiticamente targati a destra (per contrastare l’asserita egemonia della sinistra alla SSR, nientedimeno), rendono utile una riflessione seria sulla ridefinizione dei compiti del servizio pubblico, confrontato non solo a ristrettezze economiche, ma anche alla drastica modifica del paesaggio mediatico e alle nuove modalità di fruizione dei contenuti da parte del pubblico. Una riflessione cui inviterei i vari attori e, in generale, i cosiddetti “stakeholders”, cioè chiunque; mi permetto di comunque indicare, da questo mio minimo predellino, che l’ultimo bastione del servizio pubblico non potrà che essere, appunto, l’informazione di approfondimento con l’offerta costante di chiavi di lettura di fatti e di fenomeni; e commenti articolati, seri e inseriti in un contesto di programmazione che permetta un ampio, vivace e libero confronto di idee. Come detto, attendiamo qualche indicazione programmatica dalla nuova direzione RSI prima di festeggiare uno scampato pericolo.

L’autore è membro del Consiglio del pubblico della CORSI, ma si esprime qui a titolo personale [ndr]


Just-in-time

Una serata speciale organizzata da Naufraghi/e all’Aula Magna dell’USI per discutere di autogestione e democrazia 

Il just-in-time, la filosofia industriale della produzione in tempo reale o “appena in tempo”, secondo cui occorre produrre solo ciò che è già stato venduto o che si prevede di vendere in tempi brevi, è stata una delle meraviglie della globalizzazione degli ultimi trent’anni.

Inventato dai giapponesi negli stabilimenti della Toyota subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale per far fronte ad una domanda interna e esterna contenuta (embargo americano), il just-in-time ha permesso di gestire con precisione quasi cronometrica materie prime e forza-lavoro per evitare di accumulare nei magazzini scorte invendute e quindi sprechi costosi (produzione snella). Per meglio respirare con il mercato, l’organizzazione della produzione secondo i principi del just-in-time ha flessibilizzato il lavoro, dando avvio a quella trasformazione del mondo del lavoro all’insegna della precarizzazione.

In Occidente, il just-in-time è stato adottato a partire dai primi anni Ottanta per superare il modello industriale fordista e le sue rigidità, ma anche per far fronte alla concorrenza dell’economie dei paesi emergenti sempre più protagonisti all’interno dell’economia mondiale. Il risultato è stata la creazione di un’economia globale fortemente interconnessi da catene del valore e della fornitura sincronizzate in tempo reale, un gioiello di razionalità industriale che avrebbe entusiasmato Max Weber.

Dei limiti del modello just-in-time si era parlato subito all’inizio della pandemia di fronte alla carenza di mascherine e di respiratori, un collo di bottiglia poi superato con la rilocalizzazione puntuale della produzione. Oggi si torna a parlarne a proposito della mancanza di semiconduttori e dei suoi effetti sulla produzione di automobili, di apparecchiature elettroniche e di altri beni digitalizzati. L’industria automobilistica, per evitare un aumento delle scorte, durante la pandemia aveva ridotto di molto le ordinazioni di semiconduttori, ma oggi che la domanda sta riprendendo velocemente grazie alle vaccinazioni e agli stimoli pubblici, l’industria dell’auto non riesce a far fronte all’aumento delle ordinazioni. Col risultato che la domanda di automobili si è spostata sull’usato, ciò che, curiosamente, ha provocato l’aumento dei prezzi in questo settore.

Insomma, un bell’esempio di disallineamento tra domanda e offerta causato da un modo di produrre che, per ridurre i costi ai minimi termini, ha privilegiato l’immediato a scapito del futuro (il just-in-time invece del just-in-case). Ma anche il riflesso di una crisi di tipo geopolitico, se è vero che l’origine dell’intoppo dei semiconduttori va ricercato a Taiwan e
in Corea del Sud, produttori del 90% dei semiconduttori brevettati dagli Stati Uniti: le restrizioni del governo statunitense di esportare tecnologia verso la Cina, iniziate da Trump e destinate ad acuirsi con Biden, ha indotto i cinesi ad accumulare scorte a più non posso in vista di ulteriori restrizioni, lasciando a mani vuote il resto del mondo.

La pandemia ha costretto a ridefinire geopoliticamente le catene del valore e delle forniture. Trovare il punto di equilibrio tra interessi economici nazionali e natura internazionale della produzione non sarà affatto semplice.

Testo dell’intervento nella rubrica Plusvalore di Rete Due


Iran urne boicottate ma vittoria del peggiore

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Gli iraniani hanno dunque usato l’unica arma che è loro rimasta senza, per ora, correre rischi. L’astensione, il boicottaggio delle urne, come avevano chiesto le forze più moderate: i cui candidati erano stati implacabilmente eliminati dal Consiglio dei Guardiani, emanazione diretta della Guida suprema, Alì Khamenei, il vero padrone del paese. Così, la partecipazione è crollata (e sembra di parecchio) sotto il 50 per cento, mai accaduto prima per una elezione presidenziale nei quarantadue anni di Repubblica islamica. 

Verdetto scontato: al pragmatico e deludente  Hasan Rohani (incapace di realizzare anche solo un minimo delle promesse riforme) succede il super-conservatore Ebrahim Raisi, capo della magistratura, un religioso dal passato sanguinario. Fu lui a firmare la condanna a morte di migliaia di oppositori politici nel 1988 – alla fine della guerra con l’Irak -, le numerose impiccagioni negli Anni Novanta, quindi gli innumerevoli arresti con cui vennero soffocate le generose proteste giovanili della cosiddetta ‘onda verde’. Raisi, ovviamente già prescelto dalla Guida suprema. Così, una popolazione spossata dai morsi della crisi economica, costantemente ricondotta con puntuale violenza repressiva alla ‘ragione’ della dittatura, presa dallo sconforto anche per l’atteggiamento dell’Occidente, e colpita dal Covid più di tutte le nazioni di quell’area, una popolazione costretta a tornare alle pagine più buie della teocrazia fondata nell’inverno ’79 dall’ayatollah Ruhollah Khomeini. 

L’uscente Rohani ha certo le sue colpe: ne ha avute anche in fatto di riarmo, di espansionismo regionale, di tentativo di realizzare quella ‘mezza luna’ a dominio iraniano che da Teheran porta all’Irak, alla Siria, al Libano di Hezbollah, alla striscia di Gaza. Ma anche (forse soprattutto) Stati Uniti ed Europa portano il loro carico di responsabilità. I primi soprattutto, con la decisione di Trump di far saltare l’accordo sul nucleare iraniano: senza che vi fosse una sola prova di violazione dell’intesa da parte di Teheran, ma rispondendo alle richieste saudite e israeliane. Ma anche l’Europa non può negare le sue colpe politiche, visto che per tornaconto ha supinamente accettato le sanzioni economiche imposte da Washington alle ditte del vecchio continente che avessero violato l’embargo, e infatti sono state pochissime. 

Sanzioni che hanno azzoppato le forze moderate del paese, rinfocolato le ambizioni della sua parte più retriva e anti-occidentale, contribuito ad affondare l’economia nazionale. Nei loro confronti, il neo eletto Raisi può dunque essere assai riconoscente. Si vedrà con quali conseguenze su un quadro regionale già pericolosamente stressato dallo scontro sciiti-sunniti. In attesa che la nuova Casa Bianca faccia capire quale politica ha in serbo nei confronti di Teheran. E con quali risposte da parte degli iper-conservatori iraniani che ora controllano tutte le leve del potere: non solo la Guida suprema, ma anche il parlamento e i vertici dello Stato. 


Iran No vote

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Senza equità non c’è salute pubblica

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Ed Yong è un giornalista americano che scrive per la rivista The Atlantic e ha recentemente ricevuto il premio Pulitzer, uno dei più importanti riconoscimenti che esistano in ambito giornalistico, per i suoi “lucidi, definitivi pezzi sulla pandemia”. Yong è un giornalista scientifico specializzato nell’analisi e nell’approfondimento delle notizie e alla Covid-19 ha dedicato una serie di articoli che, scrive la giuria del Pulitzer, “ha anticipato il corso della malattia, sintetizzato le complesse sfide che il Paese affrontava, messo in luce gli errori del governo americano e fornito un contesto chiaro e accessibile delle sfide umane e scientifiche che poneva”.

Nel suo ultimo pezzo, pubblicato un paio di giorni prima che gli fosse assegnato l’ambito premio, Yong sostiene che in tema di pandemia la questione centrale sta cambiando: oggi abbiamo capito come finirà (leggi vaccini), per cui ci dovremmo chiedere chi deve affrontare i rischi che tuttora rimangono.

È un lungo pezzo, quello di Yong, lungo e approfondito, che parte da un’ovvia constatazione: “In una pandemia, nessuno è del tutto padrone della sua salute”. Per questo farla dipendere da scelte personali “è fondamentalmente contrario alla nozione stessa di salute pubblica” come sottolinea la storica e antropologa Aparna Nair, una dei molti ricercatori intervistati nell’articolo.

È partendo da queste premesse che Yong sottolinea l’importanza di pensare ai più vulnerabili: le persone che ancora non si sono potute vaccinare e quelle che non lo possono fare, ragazzi e bambini che non sono immuni dal virus e, seppur raramente, possono soffrire di conseguenze gravi: “Più a lungo le società ricche ignoreranno i loro cittadini più vulnerabili e più a lungo ignoreranno i paesi che nel migliore dei casi hanno appena iniziato a vaccinare i loro cittadini, – scrive – più il virus SARS-CoV-2 avrà l’opportunità di evolvere in varianti ancora più contagiose, come la Delta, oppure – ed è lo scenario peggiore – in grado di aggirare la protezione dei vaccini”.

Una delle decisioni dei Centers of Disease Control su cui si concentrano le critiche di Yong è quella di permettere ai vaccinati di smettere le mascherine, da una parte per il segnale che essa dà, dall’altra perché “un virus può evolversi per sfuggire a un vaccino, ma non potrà mai essere in grado di teletrasportarsi in spazi aperti o di aprirsi una via attraverso una mascherina”. Così facendo, commenta Yong, invece di chiedersi  “Come mettiamo fine alla pandemia?”, l’America sembra chiedersi “Quale livello di rischio possiamo tollerare?”.

E questo va contro un concetto fondamentale della salute pubblica, l’equità, e cioè l’impegno a “proteggere e promuovere la salute di tutti, in tutti i gruppi sociali”. In altre parole, come sottolinea Rhea Boyd, una pediatra intervistata da Yong, “di fronte a un’epidemia, il compito della salute pubblica è di proteggere tutti, ma prima di tutto i più vulnerabili”. Tenendo conto che i fattori di rischio sono sempre legati a condizioni culturali e storiche e da disuguaglianze razziali e economiche.

Sono temi – ve ne sarete accorti – di cui spesso ho scritto in questa mia rubrica, perché non concernono solo gli Stati Uniti ma anche il nostre Paese, che in larghissima misura ha fatto – e sembra intenzionato a continuare a fare – scelte analoghe a quelle che Ed Yong critica.

In Svizzera la situazione continua a migliorare, è vero. Anche questa settimana i contagi hanno fatto segnare una netta flessione (1139 casi in meno, una calo di poco inferiore al 40 per cento), tendenza che si rispecchia anche su ospedalizzazioni (da 131 a 76; -42%) e decessi (da 32 a 18; -44%); negli ultimi giorni, inoltre, il tasso di positività è sotto l’1 per cento, dato che non si registrava dalla fine di maggio dello scorso anno.

Ciononostante, la pandemia non è finita. E solo proteggendo i più vulnerabili, i non vaccinati, i ragazzi e i bambini, potremo davvero sconfiggerla. Purtroppo, come negli Stati Uniti, governo e autorità sanitarie non vogliono rendersene conto.


Bagan

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foto © Marco D’Anna

Non so dove sto andando
non so dove andrò domani
gira ogni cosa
il tempo
il ciclo del grano
l’acqua del fiume
il sole e la notte
i miei passi nel cerchio
la nostalgia
di un sorriso perduto

testo © Marco Steiner

Dopo tanti anni di viaggi, Marco & Marco non potevano fermarsi. Abbiamo deciso di ripartire attraverso l’Immaginario, del resto lo diceva Saramago, “Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione…” Ecco quello che faremo, torneremo per vedere con altri occhi… se volete potrete partire con noi.