Cinismo rossocrociato: Quadroni santo subito!

Restituito l'onore a chi ha svelato gli intrallazzi grigionesi. Ma chi lo ripagherà del prezzo che ha dovuto pagare? 

Su questa vicenda vedi anche l’articolo precedente: Il caso Quadroni: se la “mafia” è cosa nostra [ndr]

Paragonare il cartello degli impresari grigionesi che hanno rubato almeno 100 milioni sull’arco di 10 anni alla “cupola” dei vari Riina, Provenzano e Badalamenti?

“Le analogie ci sono ma si rischia la denuncia” aveva scritto a “Naufraghi.ch” un preoccupato lettore. Se del caso, avevamo già la risposta pronta: le differenze tra Coira e Corleone ci sono: nel Profondo Sud il povero Adam Quadroni sarebbe stato colato nel cemento e il blocco a sua volta colato fra Scilla e Cariddi laddove l’onda già temuta da Ulisse, come dice Dante, “si frange con quella in cui s’intoppa”.

Nel paese del nobile stambecco “l’infame” che ha osato rompere l’omertà, è stato intercettato da una “Sturmtruppe” di 12(!) poliziotti in tenuta d’assalto di ritorno da una casa di montagna, le porte della sua vettura scardinate, gettato a terra, denudato e minuziosamente ispezionato, dichiarato persona pericolosa per sé stesso e per gli altri e portato in una clinica psichiatrica.
La sua colpa? Aver fatto luce sulle pratiche del cartello che assegnava a turno gli appalti statali maggiorando artificialmente le offerte del 40/45% nuovo primato elvetico in materia di truffa: nettamente battuto il precedente dell’”Asfaltopoli” ticinese che rubava solo il 30%. A conferma del fatto che gli eventi della vita sono più imprevedibili dei mutamenti atmosferici e che in politica non ci sono limiti al peggior cinismo, il presidente del Governo grigionese e capo del Dipartimento delle infrastrutture Mario Cavigelli, in seduta plenaria ha ringraziato l’ex pericoloso criminale Adam Quadroni per aver scoperchiato il pentolone del malaffare e gli ha espresso ufficialmente il ringraziamento e la stima sua e delle autorità: Quadroni santo subito.
Ma allora perché l’avete trattato come un verme e distrutto sul piano professionale e umano? Perché avete cercato di farlo passare per matto? La verità è che senza la denuncia del portale “Republik”, Quadroni sarebbe stato, come dicono a Napoli, “cornuto e mmazziato”.

Dopo numerose inchieste, due affidate a procuratori esterni, a nove anni di distanza, l’onore del povero Adam è stato ristabilito. Urs Sutter aveva messo sotto inchiesta il capo dell’eroica truppa d’assalto che aveva neutralizzato Quadroni, due suoi colleghi un giudice distrettuale e un medico che avevano firmate carte false per poter effettuare l’operazione: qualcuno ha pagato? Si, lo sceriffo che comandava l’attacco, già designato per una promozione, è stato retrocesso a funzioni amministrative. Tre impiegati dell’Ufficio tecnico sono stati ammoniti per negligenza.

Non abbiamo nessuna risposta al quesito fondamentale: possibile che gli autori del brutale arresto di Quadroni abbiano agito di loro iniziativa senza copertura politica?

È vero che Quadroni aveva denunciato tutto, invano, al ministro Jon Domenic Parolini?

Ora non resta che sperare che al cittadino Adam oltre all’onore sia restituito il maltolto, a partire dai tre figli che la moglie ha portato a Budapest, non si potevano lasciare nelle vicinanze del pericoloso criminale.
Quadroni è stato salvato da una raccolta di fondi che ha raggiunto i 250’000 franchi: ora, onorevoli, all’ impresario Quadroni, qualche pollaio didattico per gli allievi delle scuole primarie, glielo assegnate? Magari anche qualche latrina per il campeggio dei lupetti?

Per finire in bellezza un consiglio alle autorità grigionesi: preparate qualche centinaio di metri cubi di sabbia (dati magari in appalto a Quadroni) –  fra poco rischiate di averne bisogno: i fiduciari ticinesi sono pronti a dare battaglia alla Mesolcina nota in tutto il mondo per la pratica delle imprese formato casella-postale. Si parla di concorrenza sleale: diamine! Ci sono in ballo gli spiccioli del pescatore di gamberi rossi di Mazara del Vallo, dell’idraulico di Cinisello Balsamo e dell’impresario delle pompe funebri di Pozzuoli. Mica i grigionesi li devono sottrarre in modo sleale al Canton Ticino.

Nell’immagine: il presidente del Governo grigionese e capo del Dipartimento delle infrastrutture Mario Cavigelli


La disaffezione nei confronti dell’informazione: piani di austerità, attacchi alla SSR e scarafaggi

Restituito l'onore a chi ha svelato gli intrallazzi grigionesi. Ma chi lo ripagherà del prezzo che ha dovuto pagare? 

Quello che sta accadendo alla e sulla SSR dovrebbe preoccupare non solo chi crede in un servizio pubblico radiotelevisivo forte e indipendente, ma anche chi ha a cuore la buona informazione. Le ampie misure di riduzione dei costi previste per i prossimi anni, a causa anche della dipendenza – voluta dal mondo politico – da pubblicità e sponsorizzazioni, sta mietendo vittime, in particolare nelle trasmissioni di approfondimento informativo. Dopo aver banalizzato e ridotto il canale radiofonico culturale a una copia di Swissclassic (si aprono le scommesse su quanto durerà prima di essere definitivamente chiuso), la RTS annuncia l’interruzione della rivista economica TTC nell’estate 2022, così come la drastica riduzione dal 2023 del popolare settimanale di dibattito “Infrarouge”. Il programma di approfondimento sportivo “Sport Dernière” perderà il presentatore e verrà sostituito da una “sfilata” giornaliera di immagini. Nella svizzera tedesca la conosciuta trasmissione radiofonica “Context” è sull’orlo della chiusura. Nella Svizzera italiana ci si ritrova a fare i conti con gli stessi problemi e attendiamo di vedere se si troveranno veramente soluzioni innovative, diverse da quelle che si stanno applicando altrove.

Nelle diverse unità regionali, si prevedono nuove importanti riduzioni del personale. Gli investimenti andranno, pare, soprattutto in non meglio precisati tentativi di attirare i giovani, che a questo punto, se seguiamo la logica delle soppressioni, secondo la SSR non si interessano né allo sport, né alla cultura, né tantomeno agli approfondimenti dell’attualità. È così? È solo una questione di medium? Basta reclutare gente giovane, pagarla poco e farle fare l’”esperienza” per risolvere il problema?

Il fatto è che i cambiamenti strategici e strutturali in atto non sembrano semplicemente legati all’evoluzione di supporti e dispositivi, né solo ai mutamenti delle abitudini degli utenti. Sono anche, e forse soprattutto, una strategia un po’ pedissequa nei confronti dell’indifferenza, quando non dell’ostilità che il mondo politico mostra nei confronti del servizio pubblico radiotelevisivo e una risposta connivente con una certa visione economicista dello stesso, che ha portato tutte le ex-regie federali a reinventarsi in investimenti che non sembrano avere degli effettivi legami con quelli che dovrebbero essere i loro scopi principali.

Indifferenza e ostilità. Indifferenza se ci si riferisce alle risposte date finora dal Consiglio federale alle sollecitazioni su questo tema, incomprensibili se si pensa alla necessità di un’informazione solida e forte in un sistema democratico. Ostilità se ci si interessa alle ultime prese di posizione dell’UDC, che da anni attacca la SSR. Da un lato, il banchiere multimilionario e parlamentare Thomas Matter, incavolato per un presunto sgarbo al suo partito, ha annunciato un’iniziativa che vedrebbe la creazione di quote di giornalisti a seconda della loro sensibilità politica. Dall’altro lato, sempre l’UDC riflette a un’iniziativa, ben più reale, per diminuire il canone a 200 franchi. Tenuto conto che esistono metodi decisamente più seri di quelli proposti per verificare il lavoro svolto dai media, senza minacciare la loro autonomia, ma criticando prove alla mano quando svolto, non è certo tagliando in continuazione i fondi al servizio pubblico, (che ha ancora un sistema di verifica che altri media non hanno), che si migliora l’informazione. Si vuole forse creare network che costruiscano realtà al posto di osservarla e discuterla? L’idea non è nuova, ma è furba. Certo più furba del silenzio, un filino omertoso, di quell’ampia schiera di partiti politici che afferma di sostenere la necessità di avere un servizio pubblico forte e una solida informazione.

Ma in fondo perché la politica, e con essa la società tutta, dovrebbe interessarsi a un’informazione approfondita, sostenuta da prove? Tutto dipende da quanto si ha a cuore la salvaguardia della democrazia. Quanti fanno della disinformazione la loro strategia di sopravvivenza? Quanto spendono i gruppi di interesse, i partiti, le amministrazioni federali e cantonali in specialisti della comunicazione e del marketing, con funzioni diversificate, ma che spesso contrastano il giornalismo d’inchiesta? Cosa accade in una società quando le pressioni economiche, le concentrazioni mediatiche, l’utilizzo sempre più frequente di denunce e minacce che colpiscono i professionisti dell’informazione? Restano le pagine a pagamento, le scelte editorial-aziendali scellerate, la riscrittura della verità, i giornalisti conniventi. Gira una battuta da non sottovalutare: uno scarafaggio, può sopravvivere a una guerra nucleare, ma muore se colpito da un giornale. Sono in molti ad averlo capito. Un mondo senza buona informazione è uno dei tanti mondi possibili. Basta essere coscienti delle conseguenze.


Ci sono bugie dalle gambe lunghe

Restituito l'onore a chi ha svelato gli intrallazzi grigionesi. Ma chi lo ripagherà del prezzo che ha dovuto pagare? 

Non è affatto vero che le bugie hanno sempre le gambe corte. Possono averle lunghe, anzi lunghissime. Per scappare veloci, dissimulare rapidamente il vero, schizzare in tutta fretta una narrazione irreale. Ed è quello che da un paio di settimane tenta di fare il Municipio di Lugano. Con risultati che potrebbero definirsi risibili, se non fosse che in questa vicenda c’è di mezzo una concretezza politica che va ben oltre: va alla sostanza di quel minimo di trasparenza dovuta in democrazia.

Già dalla sera e la notte del 29 maggio.

Si disse che no, nulla era stato pianificato, quando anche ad un credulone patentato sarebbe stato difficile anche solo immaginare che lo schieramento di polizia immediatamente intervenuto al Vanoni fosse opera di un veggente aruspice dell’ultimo minuto, anzi dell’ultimo secondo. Si disse che no, che quei rinforzi di polizia in tuta anti-sommossa provenienti dalle lontane terre romande distribuite in abbondanza nei punti strategici non fossero sulle rive del Ceresio per dar manforte alla polizia cantonale, e si fece artificialmente girare la voce che fossero in trasferta per dirigere il traffico nelle poche ore di passaggio nel locarnese del giro ciclistico d’Italia.

Si disse che no, che fino all’ultimo fra i municipali operativi non si avesse idea alcuna dell’epilogo che doveva demolire  il ‘simbolo’ dell’autogestione (perché capisco quanto un simbolo del genere sia importante, ripeté poi in automatico la ministra cittadina della sicurezza). Che no, che il Municipio non si trovò che una manciata di minuti a disposizione per dare al comando di polizia la propria adesione alla proposta di passare all’azione, naturalmente per ‘evitare il peggio’, e cioè ipotetici scontri fisici e feriti. Che no, non era affatto il caso di ritelefonare ai due municipali dissidenti, che tanto si erano già espressi contro la stessa evacuazione forzata dell’ex Macello figurarsi sulla demolizione.

Che no, che il Municipio, preoccupato che ‘venisse giù tutto’, aveva concordato con la polizia solo l’abbattimento del tetto e non dell’intero edificio, e che, accidenti, un evento  tecnico imprevedibile aveva rovinato il buon proposito di quella semplice messa in sicurezza. Che no, l’ordine di muovere le ruspe era stato dato solo a sera inoltrata, mentre una e-mail nelle mani del sindacato Unia già poteva certificare che l’ordine di scaldare i motori era già stato dato alle 17.50.

Che no, che non c’era da preoccuparsi perché la perizia di una società specializzata, la Econs SA,  interpellata dal Municipio per  esaminare le macerie (con l’autorizzazione della magistratura?) aveva escluso che vi fossero tracce di amianto; certo si specificava ‘in base a una prima parziale perizia’, ma intanto l’annuncio aveva già l’aria di una furbesca auto-assoluzione.

Ed è qui che ricasca il povero asino. L’amianto in realtà c’è, ha comunicato ora la procura, e ci sono anche idrocarburi policiclici aromatici, anche se il tutto non è presente in quantitativi importanti ‘rispetto alla massa delle macerie e dei rifiuti’. E adesso quale risposta miracolosa verrà dalle bugie con le gambe lunghe? Che in fondo si tratta di micro e innocenti dosi di quelle dannate fibre? Che quindi non c’è proprio nulla da temere?

Nemmeno per il continuo balletto delle non verità?


Amianto: la prognosi è infausta

Restituito l'onore a chi ha svelato gli intrallazzi grigionesi. Ma chi lo ripagherà del prezzo che ha dovuto pagare? 

Ebbene sì, aveva ragione mia nonna quando diceva che le bugie, oltre a far venire il naso lungo, hanno le gambe corte. Dopo giorni di versioni contraddittorie (qualcuno, purtroppo non io, ha scritto che se le si mettesse una in fila all’altra verrebbe fuori il più bel monologo comico mai scritto) e di notizie date, poi smentite e poi di nuovo confermate, ieri l’ultima chicca: al macello hanno trovato l’amianto.

Diciamolo: hanno scoperto l’acqua calda. Non bisogna in effetti essere dei periti edili per sapere che una volta l’amianto era uno dei materiali più usati nelle costruzioni, innocuo finché resta legato ad altre sostanze, pericolosissimo appena si disperdono nell’aria le sue fibre, magari appunto tramite la polvere sollevata da lavori di demolizione; basta abitare, come il sottoscritto, in una casa d’epoca: tocchi un muro (basta anche togliere una tappezzeria per ripitturare) e come un funghetto spunta un impiegato dell’ufficio tecnico comunale di Lugano – sì, proprio di questa città – che ti chiede se hai svolto i controlli per l’amianto. Incroci le dita e speri, perché è vero che non c’è dappertutto, ma sei sicuro al 100% che da qualche parte alla fine lo trovi.

Evidentemente in Municipio ascoltano la polizia ma non i propri impiegati e non lo sapevano. Né evidentemente sapevano che l’amianto fosse così pericoloso per la salute, tant’è che è una delle poche sostanze al mondo a non avere valori limiti o soglie di tolleranza: basta inalare una fibra una, e possono spalancarsi le porte dell’Inferno.

Eppure sarebbe bastato andare sul sito della SUVA (basta anche wikipedia, se si vuole farla facile) affinché il Municipio disponesse tutte le informazioni necessarie su questa sostanza: presenza potenziale in tutti gli edifici costruiti prima del 1990; necessità di accertamento preventivo; pericolosità estrema delle sue fibre, che come detto già a bassissime concentrazioni, se inalate, possono provocare o il carcinoma polmonare o il mesotelioma (tumore maligno della pleura o del peritoneo). Con il primo devi avere una bella botta di culo, ma magari te la cavi, con il secondo lasciate ogni speranza o voi che entrate: la prognosi è infausta. Punto.

Così, malgrado ieri il sindaco Marco Borradori abbia dichiarato alla RSI che il Municipio sta ancora cercando di capire chi ha deciso cosa (sic!), oggi abbiamo la certezza che la maggioranza dell’esecutivo da lui diretto con la sua (in)cosciente decisione di demolire l’ex macello ha messo in pericolo la salute di tutti i presenti della notte del 29 maggio, di tutti coloro che abitavano nei dintorni e, dato che le macerie sono rimaste all’aria senza nessuna protezione fino al 2 giugno, data in cui l’area è stata finalmente messa in sicurezza, pure di chiunque si sia trovato in quei tre giorni a passare di lì. E forse oltre, che come ben si sa il vento prende e porta dove vuole lui. Anche molto lontano.

Fossi in loro, in chiunque si scopra poi abbia preso la decisione di demolire il vecchio edificio, non solo mi scuserei, che è il minimo sindacale dovuto, ma correrei ad accendere un cero in chiesa. Ogni giorno per i prossimi 40, 45 anni, il tempo che il mesotelioma può metterci a manifestarsi.


Una settimana di buone notizie

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Troppo bello per essere vero. È il commento che mi è venuto dinanzi all’evoluzione della pandemia. In Svizzera i casi continuano a diminuire e i tempi di dimezzamento sono ora di circa due settimane. Con i casi continuano a diminuire anche le ospedalizzazioni, seppur a un ritmo inferiore: la scorsa settimana sono state 131, 18 in meno rispetto ai sette giorni precedenti  (dimezzano all’incirca ogni quattro settimane).

Unica eccezione, i decessi, che sono stati 32, 13 in più: ma è un aumento che giunge dopo due mesi di cifre quasi costantemente al ribasso, per cui il dato non dovrebbe preoccupare (tanto più che siamo ben lontani dagli oltre 500 morti alla settimana registrati nei momenti peggiori).

Troppo bello per essere vero, dicevo, tanto da chiedermi se questo calo spettacolare non fosse almeno in parte dovuto al fatto che, vaccinate le classi d’età più a rischio, il virus ora circolasse tra classi d’età in cui sono più frequenti asintomatici e pauco-sintomatici (persone cioè con sintomi limitati). Una domanda che su Twitter ho posto a Samia Hurst-Manjo, vicepresidente della Task force scientifica e direttrice dell’Istituto di etica dell’Università di Ginevra.

Senza dubbio le persone antisintomatiche si testano meno, riconosce la prof. Hurst-Manjo nella sua dettagliata risposta, ma se questa fosse la ragione di un calo così sensibile “ci si dovrebbe attendere un’evoluzione diversa nell’analisi delle acque reflue” degli impianti di depurazione: “lì il virus c’è o non c’è, indipendentemente dai sintomi delle persone contagiate”: ed è una differenza che non si vede, come conferma l’ultimo rapporto epidemiologico della Task force.

Non è la sola buona notizia: l’altra riguarda la variante B.1.167, recentemente ribattezzata variante delta dall’Organizzazione mondiale della sanità, che ha introdotto le lettere dell’alfabeto greco per evitare i soprannomi geografici (decisione peraltro tardiva, come annota Nature). Come avevo scritto su Naufraghi/e a fine maggio, questa variante nel Regno Unito preoccupa e molto: oggi è quella dominante e provoca un’impennata dei contagi nonostante il tasso elevato di persone vaccinate.

In Svizzera, dove era stata scoperta a fine marzo, la variante delta resta invece del tutto marginale: l’1.6 per cento dei contagi secondo gli ultimi dati dell’Ufficio federale della sanità pubblica. Fuori dal Regno Unito, in effetti non sembra conoscere una crescita altrettanto spettacolare, come sottolinea Richard Neher, ricercatore al Biozentrum dell’Università di Basilea, che studia come evolvono virus e batteri.

“Benché la variante Delta sia stata individuata in tutta Europa a partire dagli inizi di aprile – ha scritto Neher negli scorsi su Twitter – la sua frequenza è rimasta stabile a qualche punto percentuale in maggio”. Neher sottolinea di non saperne spiegare la ragione, ma dice che probabilmente ha giocato un ruolo il fatto che in aprile i casi fossero pochi. “La variante Delta è sicuramente molto contagiosa – conclude Neher – ma è difficile valutare quale vantaggio abbia sulla variante Alfa” (quella dominante in Svizzera).

Sperando che la situazione resti questa, la luce in fondo al tunnel si fa più forte: fermo restando che il livello dei contagi resta per ora largamente superiore a quello che si registrava un anno fa. Nella prima ondata, agli inizi di giugno si contavano meno di venti contagi al giorno. Se la tendenza attuale si conferma, a quei livelli arriveremo in agosto.

E sarà meglio che a quel momento tutto sia pronto per evitare che nuovi focolai diano il via a nuovi incendi.

Nell’immagine: il virus visto dai bambini


Gli USA tuonano, la Svizzera tace

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È una rivoluzione fiscale a livello globale, è un passo verso un mondo più equo, una svolta storica. Sono i commenti dei ministri delle finanze del G7 dopo aver raggiunto un accordo per una tassazione a livello internazionale delle grandi multinazionali. L’intesa dei 7 paesi più ricchi e industrializzati è un’offensiva coordinata contro i paradisi fiscali, un’offensiva anche contro la Svizzera dunque. I parametri elaborati sotto l’impulso degli Stati Uniti, costringono 2/3 dei cantoni svizzeri a decurtare i privilegi fiscali alle multinazionali che traferiscono da noi i profitti accumulati nel resto del mondo. Devono insomma tassarle di più e rinunciare alla tanto decantata concorrenza fiscale, beninteso al ribasso ed esibita come una virtù elvetica.

Vi sono insomma tutti gli ingredienti per una levata di scudi, per denunciare l’inaccettabile violazione della nostra sovranità . Nulla di tutto ciò, le reazioni sono all’acqua di rose, il nostro ministro delle finanze Ueli Maurer si mostra persino conciliante, dichiara che la sferzata del G7 “è sopportabile”. Un’affermazione in stridente contrasto con il bellicoso anatema lanciato nel 2008 da Hans-Rudolf Merz. “Chi attacca il segreto bancario si spaccherà le ossa”, aveva proclamato l’ex consigliere federale. Appena un anno dopo il segreto bancario fu affossato, un’umiliazione per Merz e la Svizzera.

Ueli Maurer non ha di certo voglia di ripetere la figuraccia rimediata dal suo predecessore. La prudenza è finora condivisa dalle associazioni economiche e dai partiti, UDC compresa. Il motivo principale è che la Svizzera non ha scelta, non può permettersi di finire su una lista nera dei paesi industrializzati, soprattutto adesso, con tutte le gatte da pelare che ha già con l’Unione europea, dopo il rifiuto dell’accordo quadro. E che dire della sovranità della Svizzera. E’ stata sbandierata con l’Unione europea, è stata ammainata con il G7. La sovranità conta di meno quando ci sono di mezzo gli Stati Uniti assieme ad altre 6 potenze economiche del pianeta. Di certo non è un valore assoluto, la sovranità è un concetto politico a geometria variabile.


SSR, il momento delle scelte

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Non passa ormai giorno senza che in una o l’altra delle Unità Aziendali della SSR non si debba far fronte a qualche emergenza, rispondere ad attacchi politici o dar conto, cifre alla mano, di una situazione economica davvero difficile e preoccupante per il Servizio Pubblico Radiotelevisivo e online nazionale.

Mentre alle Camere, , è tutto un rimbalzo fra chi chiede al Servizio Pubblico di limitare costantemente e ulteriormente l’attività informativa sui propri portali online e chi pretende che un Servizio Pubblico pagato dal contribuente offra il massimo delle opportunità per potersi informare, in alcune sedi di partito non si perde occasione per attaccare duramente un’Azienda già ampiamente boccheggiante di suo, per disfunzioni di vario genere e soprattutto per la serpeggiante attesa dell’esito delle inchieste esterne relative al “caso molestie e mobbing” alla RTS e alla RSI.

Naturalmente sono numerosi i falchi ed i condor che aspettano trepidanti di poter trovare modo di approfittare della difficile congiuntura, delle debolezze e dei problemi irrisolti della SSR.

Falchi e condor che si annidano in particolare fra i ranghi di chi fiancheggia interessi privati per colpire l’azienda pubblica, e ritiene, ad esempio, erroneamente, che la SSR sottragga indebitamente entrate pubblicitarie ai media privati.

Quest’ultimo anno, che la pandemia ha reso particolarmente critico dal punto di vista delle entrate pubblicitarie, ha mostrato chiaramente un trend inequivocabile: i milioni che la SSR perde in sponsor e spazi pubblicitari, non si riversano sulla “concorrenza” dei media privati, ma finiscono per rimpinguare i miliardari introiti delle piattaforme globali, tipo Facebook o Google.

Ma non diciamolo troppo forte, che altrimenti poi magari a Google si offendono e se ne vanno dal nostro paese, il secondo, dopo gli Stati Uniti, per importanza e numero delle sedi della grande multinazionale, che dà lavoro, in Svizzera, ad oltre 5000 persone (quasi quanto la SSR, per intenderci).

La crisi di entrate pubblicitarie, che ha cominciato a colpire la stampa a partire da una decina d’anni fa, si sta ora abbattendo su Radio e Televisione (e sui portali informativi online): per la SSR, con un canone che si è ulteriormente ridotto a 335 franchi l’anno, le minori entrate pubblicitarie stanno naturalmente costringendo a prefigurare ulteriori misure di risparmio.

Un risparmio che si vorrebbe non toccasse né i programmi né il personale, ma che di fatto non potrà o saprà farne a meno, anche se in verità questo esito risulterà, prima o poi, davvero drammaticamente paradossale se confrontato con gli investimenti immobiliari milionari (e in costante e crescente ritardo) che in tutte le regioni, a Zurigo, a Losanna, come a Comano, stanno incidendo sul bilancio dell’Azienda in maniera tutt’altro che trascurabile.

A Zurigo, il nuovo centro “Newsroom” (mega-openspace dell’Informazione e dello sport) continua a non essere “pronto ed operativo” con conseguente accumulo di debiti; a Losanna, un progetto legato ad un riorientamento della collocazione di Radio e TV di RTS, sta facendo ampiamente discutere per il suo “gigantismo”; a Comano ancora non si sa con precisione quando andrà in porto un’operazione “convergenza” che con l’abbandono della storica sede della Radio di Besso allontanerà l’Azienda (ed i suoi eventi di contatto e prossimità) dalla città, senza alcuna garanzia di poter avere, in collina, gli stessi spazi e le stesse possibilità produttive.

Ma come non bastasse, ci pensa poi certa politica a minare ulteriormente le già scarse prospettive di un futuro che continui a veder garantiti i mezzi per l’esistenza di un servizio pubblico massmediatico. Quella politica che ha una propensione genetica nell’offendersi, nel ritenersi danneggiata, nel minacciare iniziative e sollevazioni popolari.

È recentissima la vicenda di un’emissione di SRF (Der Club, 1.6.2021) dedicata ad un dibattito sul fallito accordo-quadro fra Svizzera e UE; un programma duramente attaccato dall’UDC poiché nessun rappresentante del partito (da sempre paladino dell’antieuropeismo in salsa nazionale) vi era stato invitato. Che poi l’emissione sia stata interessante, animata, equilibrata, con due favorevoli e due contrari alla causa europea, poco importa: ci voleva un UDC!

Apriti cielo! Son partiti i missili, con pesanti e dure affermazioni, che peraltro, quando vogliamo farci del male, leggiamo regolarmente anche in Ticino su un domenicale.

Secondo queste affermazioni la SRF, anzi la SSR, è un covo di sinistrorsi che non ha nessun diritto di incassare il canone da chi, come i molti moderati borghesi (o agrari), vengono poi sistematicamente dimenticati e vilipesi.

Ergo, ecco spuntare il disegno di due nuove iniziative che l’UDC pare intenzionata a lanciare: canone a 200 franchi ( e questo aleggiava da tempo come un fantasma fra i corridoi aziendali) e, udite udite, una seconda iniziativa vòlta a “riordinare” l’orientamento politico delle principali redazioni giornalistiche.

Lo ha rivelato pochi giorni fa il “Blick” (qui nella versione francese) che ha intervistato uno dei principali fautori di questo nuovo attacco frontale, il parlamentare zurighese UDC Thomas Matter, che fra l’altro afferma:

La SRF ha troppo potere, ed il 70% delle giornaliste e giornalisti che compongono le sue redazioni sono collocati politicamente a sinistra. È inaccettabile da parte di un’organizzazione che beneficia di uno statuto di monopolio e che è finanziata con denaro pubblico. È inammissibile che nessun giornalista di area borghese lavori per una delle trasmissioni principali.”

Insomma, per Matter, fra le condizioni necessarie per diventare giornalisti del servizio pubblico dovrebbe esserci pure quella di essere in possesso di una certa tessera di partito, da allegare magari,durante i concorsi, alla Laurea in Comunicazione o al diploma del corso di giornalismo. Ma com’è possibile anche solo immaginare i termini di un’iniziativa di questo genere, senza considerare che, così facendo, si cancella un patrimonio di autonomia ed indipendenza insite nel giornalismo di servizio pubblico, che non è “targato politicamente”, ma piuttosto dev’essere autorevole, di qualità e creativo, per usare tre termini opportunamente evocati dal neo-Direttore RSI Mario Timbal.

Concetti, che finora si associano alla preparazione, alla professionalità e alla competenza che i giornalisti acquisiscono durante la loro formazione professionale, soprattutto “sul campo” nello svolgomento di quel ruolo che si voleva (una volta, forse) come quello di “cani da guardia della democrazia”.

L’aria che tira leggendo di simili intenzioni è piuttosto quella di avere giornalisti che diventano Rottweiler di partito. Ma al di là della facile ironia, la questione cruciale è che una forte componente politica e sociale del paese, si adopera così, incessantemente, per scardinare l’esistenza stessa del Servizio Pubblico.

Con il canone a 200 franchi non sarà più neanche il caso di verificare l’appartenenza politica dei giornalisti: la SSR chiude!

È il momento delle scelte, per riprendere il titolo di una recente intervista di Timbal (Cooperazione, 7.6.21); in gioco, qui, non c’è la sopravvivenza di una parte di una Rete Radio, o di un canale culturale, che sono tutti baluardi importanti per cui battersi e per cui sono state raccolte, da noi, migliaia di firme.

In gioco, qui, forse in modo decisivo, c’è la legittimità e la necessità di un servizio pubblico nazionale autonomo e indipendente dalla politica e dalle sue logiche, che abbia i mezzi per svolgere il suo ruolo: Timbal e gli altri Direttori, così come tutti coloro che quotidianamente fanno, al meglio, il proprio lavoro, lo sanno bene.

Speriamo che ce la facciano.


Lottizzazione?

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L’informazione alla SSR con giornalisti di origine controllata

Restituito l'onore a chi ha svelato gli intrallazzi grigionesi. Ma chi lo ripagherà del prezzo che ha dovuto pagare? 

Ecco un esempio di notizia diffusa alla SSR – in quattro bollettini radiofonici successivi – dopo che l’UDC ha paventato l’idea di imporre al servizio pubblico SSR il ricorso a giornalisti che, esplicitamente, dichiarino la loro appartenenza ai principali partiti svizzeri. Più voti ha un partito, più giornalisti metterà in redazione. Un modo unico nelle democrazie occidentali per garantire finalmente la pluralità dell’informazione, quasi ovunque dominata e manipolata dai “professionisti della stampa rossa”. Indovinello: a quale partito appartengono e rispondono i singoli autori della notizia diversamente riferita?

ore 07.00

Buongiorno. In una luminosa mattinata baciata dal sole primaverile, il sindaco leghista della nostra città, erede di una ormai collaudata ed efficiente tradizione politica, basata sulla assoluta valorizzazione della produzione nostrana, ha presieduto la festosa cerimonia per il varo del novo battello lacustre: più moderno, più capiente e più potente di tutta Europa, soprattutto con operatori imperativamente domiciliati in Ticino. Una realizzazione che già ci invidiano i vicini affacciati a loro volta – per uno strano capriccio della geografia e della storia – sul ‘nostro’ prezioso specchio d’acqua: che deve combattere un inquinamento che spesso viene introdotto nelle nostre acque da confinanti poco scrupolosi; così come, anni fa, un nostro rappresentante al parlamento denuncìò lo sconfinamento sul nostro lago dalla zona di Porto Ceresio di cormorani italici che, oltre a sporcare, impoverivano lo specchio d’acqua della flora ittica. Il nuovo superlativo natante, dunque: un progetto e una realizzazione, come ha sottolineato un membro dell’esecutivo cittadino abituato a cantarle chiare, in cui l’Italia ha inutilmente tentato di superarci, rimediando un’altra magra figura.

ore 08.00

Buongiorno. Da questa mattina un nuovo battello solca le acque del nostro lago, inaugurato dal sindaco e dal suo vice, quest’ultimo esponente dello schieramento indispensabile al primo cittadino per poter governare. Concepito e costruito da un consorzio internazionale a guida elvetica, il natante simboleggia anche l’eccellenza garantita dal gioco del libero mercato. Sarà oltretutto gestito da una compagnia privata, che sicuramente confermerà come si possano migliorare, se non superare, le prestazioni di quel servizio pubblico che, anche in fatto di navigazione, dimostra i suoi annosi e irrisolti problemi: lacune organizzative, prezzi di biglietti troppo salati, quindi turisti scoraggiati, e, last but not least, la costante insidia di agitazioni e scioperi del personale che non rendono certo giustizia alla qualità, alla funzionalità e all’immagine della nostra città.

ore 09.00

Buongiorno. Fra non pochi interrogativi, da oggi un nuovo battello a gestione privata farà servizio sul lago di Lugano. Si possono infatti sollevare dubbi sulla sua necessità, e soprattutto sulla sostenibilità ambientale di questa ulteriore novità poco conciliabile con i problemi del traffico su uno specchio d’acqua già ‘carico’ e attraversato da molti, troppi natanti, con relativi inquinamento e disturbo alla tranquillità della fauna ittica Soprattutto, ci si interroga su una clamorosa mancata occasione: il natante servirà sì i turisti, ma con esso non ci si propone affatto di alleggerire il traffico cittadino: eppure sarebbe bastato un accordo con la vicina Repubblica per farne un mezzo di trasporto per quella parte di frontalieri italiani (e non sono pochi)  che – grazie ad orari ad hoc – avrebbero potuto raggiungere da Porlezza o da Verbania il loro posto di lavoro in Ticino, e tornare a casa, grazie a una più intelligente organizzazione di “trasporto integrato” battello-bus-autopostale-bicicletta/biciletta-autopostale-bus-battello. Un vero peccato

ore 10.00

Buongiorno. Il varo, stamane, di un nuovo battello che solcherà il nostro lago, presenta anche il vantaggio di garantire qualche posto di lavoro in più per una categoria di operatori che, come hanno spesso denunciato anche le organizzazioni sindacali, negli ultimi anni è stata sottopagata e costantemente ricattata dall’ipotesi di pretestuose chiusure delle varie tratte. Del resto, un recente studio dell’Istituto Nazionale per il Traffico lacustre, ha ampiamente documentato come, pur di contenere salari, costi di manutenzione, investimenti pubblici, sui laghi della Confederazione non sono state operate le scelte che avrebbero fatto di questo patrimonio confederato una irresistibile calamita per il turismo (in particolare cinese) e una fonte sicura sul piano delle assunzioni numerosi. Questa poteva essere una buona occasione. Ma si è rivelata un’occasione mancata. 

(a ripetizione, e in quest’ordine, per tutti i successivi bollettini informativi della giornata, e se del caso anche della notte; nel rispetto del peso elettorale dei partiti, la prima notizia dovrà essere ripetuta quattro volte, la seconda due volte, la terza e la quarta una sola volta)


La tragedia di un tradimento

Restituito l'onore a chi ha svelato gli intrallazzi grigionesi. Ma chi lo ripagherà del prezzo che ha dovuto pagare? 

“In Nicaragua il piombo galleggia e il sughero affonda” recita un detto popolare di questo paese. Dove ogni volta è difficile farsi una ragione, in questo caso, di quanto accade da quando Daniel Ortega è tornato presidente nel 2007 e della sua apparentemente inspiegabile deriva messianica, rispetto al primus inter pares che era fra i nove comandanti della Direccion Nacional dell’epoca rivoluzionaria. Sta di fatto che gli eventi stanno precipitando in vista delle elezioni del prossimo 7 novembre. Cristiana Chamorro, figlia della ex presidente Violeta Barrios de Chamorro, è stata posta agli arresti domiciliari con l’accusa di riciclaggio poco prima di dare una conferenza stampa web nella quale avrebbe denunciato l’arbitraria inibizione da parte del governo della sua candidatura.

Da tempo Ortega e la sua vice (nonché consorte) Rosario Murillo avevano predisposto ogni dettaglio per garantire la loro riconferma: una legge elettorale su misura, una Corte Suprema di Giustizia e un Tribunale Supremo Elettorale di proprio gradimento, la messa fuori legge di un paio di scomodi partiti e, confermando la sciagurata alleanza con l’oligarchia imprenditoriale, il riconoscimento dell’ambigua figura di Arturo Cruz come unico contendente di fatto che ha impedito l’ipotesi di un’opposizione unita. Ma la recente candidatura della Chamorro per Ciudadanos por la Libertad, una formazione politica nata dopo la rivolta popolare dell’aprile 2018 (soffocata nel sangue con almeno 350 morti e fatta passare dalla coppia presidenziale come un tentato golpe degli Stati Uniti) aveva scombussolato i loro piani raggiungendo in poche settimane il 21% nei sondaggi. E dire che la dissidenza era stata disarticolata da uno stato di polizia asfissiante, con incarcerazioni (soprattutto dei giovani universitari, traino di quella sollevazione) e la fuga di decine di migliaia di nicaraguensi nel vicino Costarica.

Di qui l’immediata incriminazione per presunto riciclaggio di Cristiana Chamorro, per neutralizzarne la candidatura. Non solo: due settimane fa la redazione web di Confidencial  (fra i pochi superstiti della libertà di stampa in Nicaragua) diretta dal fratello di Cristiana, Carlos Fernando (durante tutto il decennio rivoluzionario nientemeno che direttore di Barricada, l’organo del Frente Sandinista da cui venne cacciato nel ’94) è stata perquisita e devastata per la seconda volta in tre anni. Paradosso vuole che Cristiana e Carlos Fernando siano anche i figli di Pedro Joaquin Chamorro, il direttore del quotidiano La Prensa che il dittatore Somoza fece uccidere nel gennaio 1978; crimine per il quale gli Stati Uniti presero in parte le distanze dalla dinastia somocista, rovesciata l’anno seguente con l’entrata trionfante dei sandinisti a Managua, che inaugurarono così il decennio rivoluzionario.

A quel tempo erano tante le famiglie nicaraguensi spaccate in due fra sandinisti e contras finanziati dagli Usa. Dei quattro fratelli Chamorro, Claudia e Carlos Fernando (direttore di Barricada) stavano con il Fronte, Cristiana e Pedro Joaquin junior (a capo del quotidiano d’opposizione La Prensa) con i controrivoluzionari. La madre Violeta (vedova Chamorro) decise di entrare nella prima giunta rivoluzionaria, per poi dimettersi dieci mesi dopo. Fu proprio lei a sconfiggere nel febbraio 1990 Daniel Ortega alla testa di una coalizione che inglobava ogni sorta di opposizione. Fra alti e bassi Violeta durante il mandato riuscì a imporre al suo interno una linea sostanzialmente moderata per una “riconciliazione nazionale” che portò al disarmo dei contras. Artefici di quell’operazione furono il primo ministro Antonio Lacayo (marito di Cristiana) e il capo dell’esercito generale Humberto Ortega, fratello di Daniel e anch’egli membro della direzione sandinista.

Quella traumatica debacle elettorale si convertì in realtà nell’emancipazione del tormentato Nicaragua, con l’opera maestra della Rivoluzione Sandinista che, sconfitta nel segreto dell’urna, passava la mano con il proposito del Frente Sandinista di rifarsi democraticamente alle elezioni successive. Ma il suo sempiterno segretario e candidato Daniel Ortega, decise di emarginare via via ogni dissenso interno al partito (a partire da sei dei nove comandantes, compreso il fratello Humberto) e con un patto di legittimazione reciproca esclusiva con i settori della destra estrema, disegnò una delirante strategia populista per tornare a tutti i costi al potere; e non mollarlo mai più.

Dopo due mandati dei nostalgici del somocismo, Ortega si reinsediò alla presidenza nel 2007 tradendo le aspettative della propria base sociale (salvo provvedimenti assistenziali) per sommare il proprio clan familiare (nelle ricchezze e nelle corruttele) alla storica compagine oligarchica: garantendole esenzioni fiscali, pace sociale e i salari minimi più bassi della regione. Con la vicepresidente (e moglie) Rosario che è arrivata persino a introdurre una legge contro l’aborto.  Mentre lui si guadagnava al contempo la non belligeranza degli Usa con la ratifica del Trattato di Libero Commercio; e quella del Fondo Monetario Internazionale piegandosi alle sue ricette. Niente di più lontano dall’adesione a parole al progetto bolivariano, opportunisticamente sventolato da Ortega per beneficiare (fin che è stato possibile) degli aiuti del chavismo del Venezuela.

A questo punto ci si può aspettare di tutto in Nicaragua. Come gli ultimissimi e altrettanto clamorosi colpi di scena seguiti al fermo della Chamorro: l’arresto al suo rientro da un viaggio negli Usa dello stesso Arturo Cruz per “tradimento alla patria” (e dire che Cruz era stato il primo ambasciatore nominato da Ortega a Washington nel 2007); oltre al fermo e defenestrazione degli ultimi due candidati presidenziali superstiti: Felix Maradiaga e Sebastian Chamorro. Evidentemente Daniel Ortega si è reso conto che nonostante il suo zoccolo duro di consensi (che i sondaggi indicano fra il 20 e il 25%) soccomberebbe contro qualsiasi altro avversario. Sta di fatto che in questo momento la confusione a Managua è massima e il processo elettorale è entrato in un imbarazzante impasse, con partiti politici nella migliore delle ipotesi congelati e numerosi candidati a deputati reclusi nelle loro abitazioni presidiate dagli agenti di polizia.

Certo è una vera e propria tragedia politica quella nicaraguense, ancor più triste e sofferta nel vedere come la parte democratica dell’opposizione come i millenials nicas, coraggiosamente ribellatisi a caro prezzo nel 2018 a quello che si era convertito in un regime, abbiano deciso di abiurare alla parola “sandinismo”, tradito e usurpato dall’orteguismo. Proprio loro, i “nipoti” dell’antimperialista general de hombres libres Augusto C. Sandino, che i marines non riuscirono a stanare negli anni ’30 nelle montagne del nord del Nicaragua; prima di essere assassinato da Somoza e ispirare l’ultima rivoluzione popolare del secolo scorso. Quegli stessi giovani assediati e disperati che ora, nel più totale disinteresse della stampa e della comunità internazionale (che favorisce proprio Ortega) verso un paese rimosso e dimenticato, sperano paradossalmente in un aiuto degli Stati Uniti di Biden.